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operaviva

Neoliberismo

Governare con la nostra libertà

Pierre Dardot, Christian Laval

DSC 8231 2 1000x664«Neoliberismo»? Questa parola associa la novità («neo») con la libertà («liberalismo»). Vuol dire che è necessario essere neoliberisti per essere «assolutamente moderni» (per usare un’espressione di Arthur Rimbaud) ed essere anche interamente liberi, ma sempre proporzionalmente alla libertà di cui deve godere il capitale, come chiedeva Milton Friedman? Assolutamente no. Il neoliberismo non è più una novità, ormai, anche se non è così antico come alcuni sostengono; e tantomeno ci rende liberi. Anzi, si può dire che esso tenda a manipolare la nostra libertà in modo tale da impedirci qualunque scelta di vita alternativa a quella che surrettiziamente ci impone. Come dice Foucault, il neoliberismo ci governa attraverso la nostra libertà.

 

Una parola alquanto strana

Diciamolo, la parola «neoliberismo» è un termine politico strano, interessante e anche difficile da maneggiare. I neoliberisti non si rivendicano come tali, anzi addirittura respingono energicamente questa definizione.

effimera

Confusione o complessità?

Un convegno su sviluppo capitalistico e ostilità

di Carmelo Buscema

Dal 6 all’8 giugno 2017, l’Università della Calabria ospita un convegno internazionale in memoria di Giovanni Arrighi a 30 anni dalla pubblicazione del testo, scritto con Fortunata Piselli, “Capitalist Development in  Hostile Environments” (1987) che Donzelli ha recentemente pubblicato in italiano con il titolo: “Il capitalismo in un contesto ostile” (2017)

copGrande è la confusione sotto e sopra il cielo. Ma, con buona pace di Mao Tse-Tung, questo rende la situazione oggi pessima, altro che eccellente!

Attraversiamo tempi in cui le bussole del pensiero critico sembrano impazzire, mentre quelle che orientano la politica e la prassi comune segnano avventurosi territori di frontiera,dove difficile è orientarsi e pericoloso è vivere. In essi siamo tutti ributtati a forza, presi nella morsa di tenaglie di odiosi e sistematici ricatti: della propaganda mediatica e dello sfogo frustrato di indignazione moralizzatrice; dello Stato di polizia securitario, sempre più oppressivo, e dell’insicurezza generalizzata provocata dal terrorismo; delle guerre tra settarismi religiosi e delle crescenti contese geopolitiche per l’accaparramento e la gestione delle risorse naturali e strategiche. Intanto, il lavoro si fa sempre più degradante sfruttamento nelle case, nei campi, in fabbrica, in strada, negli uffici e nelle aule dell’accademia. Mentre le minacce della disoccupazione e della precarietà assoluta sono sempre più ampia cappa che opprime potenzialità di benessere condiviso mai state così ricche. Anche per questa via, ci incuneiamo nel paradosso del più poderoso sviluppo della cooperazione sociale che, però – costretto entro i binari che ingiungono universalmente la valorizzazione gratuita del capitale e delle sue forme di potere sociale –, finisce con il preparare e affinare dispositivi di controllo del pensiero e della condotta di tutti come mai la storia ne ha conosciuti.

tempofertile

Mariana Mazzucato e Michael Jacobs, “Rompere con l’ortodossia capitalistica”

di Alessandro Visalli

mexico city i lightroom 039In attesa di leggere e commentare il libro degli autori “Ripensare il capitalismo”, da poco uscito per Laterza in italiano, può essere interessante leggere un articolo uscito su Dissent .

L’autore di “Lo stato innovatore” ed il suo coautore spendono come d’uso la prima parte per illustrare i fallimenti del capitalismo contemporaneo e la sua elevata disfunzionalità. Nella seconda correttamente gli autori dichiarano che le carenze del capitalismo non sono affatto temporanee, ma strutturali.

Sulla base della loro impostazione chiaramente riformista (gli autori sono parte degli organi consultivi del Labour di Corbyn) le linee di ripensamento del capitalismo, per salvarlo in qualche modo, sono tre:

- Il mercato, e i suoi attori, non possono essere pensati come delle entità astratte. Una sorta di ambiente, uno spazio neutro che preesiste agli attori (imprese, investitori e famiglie) che vi “entrano” per condurre scambi e prodursi in comportamenti conformi. Si tratta di un punto molto profondo, tutte le politiche blairiane sono state vendute come “conformi al mercato”, nel tacito presupposto che questo fosse l’ambiente esterno alla cui normatività occorresse solo adeguarsi.

la citta futura

Lo Stato guardiano notturno

di Renato Caputo

L’ideologia liberista dominante nel nostro paese, con la complicità dei populisti, sta riducendo nuovamente lo Stato alla funzione di guardiano notturno di un modo di produzione in crescente crisi

b90c3557a61a887cb566204d08aac170 XLPresentando alla facoltà di economia il “rapporto sullo Stato sociale 2017”, il prof. R. F. Pizzuti ha usato toni forti, descrivendo – come aveva già fatto L. Summers, ex segretario del Tesoro negli Usa – nei termini di stagnazione secolare l’attuale crisi strutturale del modo di produzione capitalistico. L’accumulazione capitalistica non accenna a ripartire – nonostante le alchimie monetariste delle Banche centrali che continuano a drogare il mercato inondandolo di liquidità – a causa del drastico calo degli investimenti e del conseguente “eccesso di risparmio” causati dalla perdurante crisi di sovrapproduzione. Nonostante i tentativi del capitale di rilanciare il processo di accumulazione scaricando gli effetti sociali negativi della crisi sulle classi subalterne, a partire dal radicale aumento della precarietà, la produttività resta bassa. Anche perché la lotta di classe condotta in modo preponderante dall’alto – grazie alla crescita con la crisi della pressione sugli occupati dell’esercito industriale di riserva – gli imprenditori non sono spinti a innovare il processo produttivo, sviluppando ulteriormente il capitale costante, ma puntano a rilanciare l’accumulazione comprimendo i salari, aumentando i ritmi e gli orari di lavoro e rilanciando le esportazioni.

vocidallestero

I miti dell’economia neoliberale

C. J. Polychroniou intervista Ha-Joon Chang

Reminiscenza archeologica dellAngelus di Millet 653x511In questa lunga intervista al celebre economista sudcoreano Ha-Joon Chang, professore alla Cambridge University, sono affrontati i miti e le bugie dell’economia neoliberale, un sistema che Chang, citando Gore Vidal, definisce “libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi”. Il neoliberalismo ha diffuso la convinzione che ci sia un campo “oggettivo” dell’economia, nel quale la logica della politica non deve intromettersi, e così facendo ha sottratto le politiche economiche alla dinamica democratica, permettendo alle élite di fare ritirare il perimetro dello Stato e reindirizzarne le scelte a loro favore.

Per gli ultimi 40 anni circa, il neoliberalismo (scegliamo volutamente questo termine al posto del più usato “neoliberismo” NdVdE) ha regnato incontrastato su gran parte del mondo capitalista occidentale, producendo livelli di accumulazione di ricchezza senza precedenti per una manciata di individui e di multinazionali, mentre al resto della società si è chiesto di ingoiare austerità, stagnazione dei redditi e la continua riduzione dello stato sociale. Ma proprio quando tutti pensavamo che le contraddizioni del capitalismo neoliberale avessero raggiunto il loro penultimo stadio, culminando nel malcontento di massa e nell’opposizione al neoliberalismo globale, l’esito delle elezioni presidenziali 2016 negli Stati Uniti ha portato al potere un megalomane che aderisce all’economia capitalista neoliberale, pur opponendosi a grande parte della sua dimensione globale.

mpra

Contro il liberoscambismo

Marco Veronese Passarella*

5054585246 cc434b1b041. Introduzione

Il quesito sollevato dal titolo del seminario, Welfare o barbarie, evoca la drammatica alternativa posta da Rosa Luxemburg, sulla scorta di Friedrich Engels, esattamente un secolo fa: «la società Borghese si trova di fronte ad un dilemma, o transizione al socialismo o regressione nella barbarie» (Luxemburg 1915). Si noti che quell’«o» assumeva, per Luxemburg, un valore di disgiunzione esclusiva. Esprimeva, cioè, un’opposizione netta: socialismo oppure barbarie. Come è noto, di lì a poco una parte del mondo scelse il primo, con «l’assalto al cielo» delle classi lavoratrici russe – e sia pure tra le mille contraddizioni denunciate proprio da Luxemburg nel suo intenso scambio epistolare con Lenin e gli altri dirigenti socialisti dell’epoca. L’altra parte del mondo «civilizzato» piombò, invece, nella barbarie dei conflitti coloniali e dei campi di concentramento, delle deportazioni di massa e, infine, dello sterminio nucleare. Una barbarie che – troppo spesso viene dimenticato – fu preceduta da un periodo di straordinaria apertura dei mercati, ossia di intensificazione negli scambi di merci e nei flussi di capitale transnazionali. Il che stride con la tesi liberal-positivista allora in gran voga, e tuttora dominante, dei commerci quale veicolo di pace internazionale e di prosperità economica1.

coordinamenta

“L’inganno e le bugie”

di Elisabetta Teghil

guerra delloppio 1L’esperienza neoliberista oggi può dirsi compiuta. Sono alcuni decenni almeno che si sta realizzando ed attuando e dal colpo di Stato in Cile in cui è stata sperimentata sono passati più di quarant’anni. Ha rivelato di essere il risultato di un voluto e devastante inganno imperniato su delle bugie grossolane che parlavano di crescita economica della società e di esaltazione delle capacità dell’individuo che si sarebbero realizzate con il riconoscimento del primato del mercato, inganno a cui ha chiesto di sacrificare tutto, da un minimo di giustizia sociale alla tutela dell’ambiente, ai contratti nazionali, ad una equa retribuzione, alla sanità e all’istruzione pubblica e gratuita….

Ma, malgrado tutto ciò, l’ideologia neoliberista sulle virtù del libero scambio continua ad imporsi grazie ad un apparato economico e politico che viene presentato come un dogma.

Il centro della nuova religione sono gli Usa e il Regno Unito che impongono alle istituzioni multilaterali il bello e il cattivo tempo, che manipolano i dati e le informazioni scomode in particolare riguardo all’occupazione e al potere d’acquisto delle popolazioni. E fanno questo non solo e non soltanto nei riguardi dei paesi che una volta si chiamavano in via di sviluppo, ma anche dei paesi occidentali utilizzando il grimaldello dei partiti così detti di sinistra.

paginauno

Gli strumenti dell’egemonia neoliberista

La global economic governance

Alessandra Algostino

Intervento alla serata “Ieri: Pinelli assassinato, Valpreda innocente, piazza Fontana strage di Stato. Oggi: neoliberismo, sfruttamento, progressiva erosione dei diritti, diseguaglianza e populismi”, a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presso il Csa Leoncavallo, Milano, 15 dicembre 2016

inserto2giusta.jpg Vorrei iniziare quest’intervento muovendo da una sentenza, una sentenza molto particolare, pronunciata dal Tribunale Permanente dei Popoli, un tribunale di opinione, che interviene nei casi nei quali le domande di giustizia dei popoli non trovano ascolto. In questo caso il Tribunale si è pronunciato su istanza del movimento No Tav, al quale si sono uniti altri movimenti di opposizione alle grandi opere. Mi piace muovere da qui perché così ho l’occasione di ricordare una resistenza, che dura ormai da più di venticinque anni, una vera e propria lotta popolare.

Vi voglio citare due passaggi della sentenza: nel primo si rileva come “in Val di Susa si sono violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali” e si riconosce, invece, il valore della lotta contro il Tav, lotta che viene definita “una lotta esemplare”, i cui partecipanti, così come quelli che si oppongono all’aeroporto di Notre Dame des Landes o ad altri progetti, “devono essere considerate come ‘sentinelle che lanciano l’allarme’”; nel secondo passaggio si ragiona dell’“esistenza di un modello consolidato di comportamento nella gestione del territorio e delle dinamiche sociali” nella realizzazione delle grandi opere, un modello nel quale “i governi sono al servizio dei grandi interessi economici e finanziari, nazionali e sovranazionali e delle loro istituzioni”.

vocidallestero

L'”Economia degli Algoritmi” e il Nuovo Feudalesimo

di Thaddeus Howze

economia algoritmi 600x300Secondo il futurologo Thaddeus Howze, i social media e la comunicazione digitale stanno rendendo sempre più invasive, onnipresenti e invisibili le tecniche pubblicitarie e di marketing; le stesse applicazioni tecnologiche, alla base di quella che Howze chiama “Economia degli Algoritmi”,  porteranno ad un nuovo feudalesimo, in cui una piccolissima élite straordinariamente ricca stabilirà e controllerà attraverso regole apparentemente oggettive ed efficienti il destino di una forza lavoro impoverita e senza opportunità economiche, al pari di nuovi servi della gleba. Howze prende in esame in particolare la società Uber,  considerata l’alfiere di un nuovo modo di fare impresa, in cui la forza lavoro free-lance è sottoposta a un’organizzazione e anche a una remunerazione secondo regole stabilite da  algoritmi, programmi informatici che mirano a massimizzare il profitto delle aziende prevedendo e regolando il comportamento umano.  Nella sua visione distopica,  questa modalità di nuovo feudalesimo  è destinata ad allargarsi a tutti i settori dell’economia.  Da ZeroHedge.

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Ai fini di questo articolo, i modelli economici feudali implicano l’idea che un piccolissimo segmento della società sia straordinariamente ricco, mentre la maggior parte della popolazione lavora sodo, ha poche possibilità di scelta del lavoro che fa, e tende ad essere retribuita male per i propri sforzi.

coordinamenta

Apartheid di classe

di Elisabetta Teghil

apartheidIl neoliberismo è caratterizzato da politiche di basso costo della manodopera, riduzione della spesa pubblica, precarizzazione del lavoro e viene realizzato tramite un braccio armato, il FMI, e in Italia attraverso il PD.

Essendo una scelta ideologica si irradia a tutto campo nella società e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e permeano anche la vita delle persone, addirittura entrano nella loro quotidianità. La miseria è sempre più grande nelle società così dette economicamente più avanzate e in particolare in quelle occidentali così come l’aumento del divario tra i redditi e la progressiva scomparsa degli universi autonomi di produzione culturale. E’ inaudito il cumulo di sofferenze prodotte da questo regime politico ed economico là dove si è imposto. Il termine regime non è usato casualmente e tanto meno eccessivo perché tale è il sistema politico in cui viviamo. E come tutti i regimi l’informazione è univoca e caratterizza tutti i media. Ma per l’Italia ha anche tratti di paese colonizzato dove le decisioni vengono prese altrove e gran parte della ricchezza prodotta espropriata dalle multinazionali.

la citta futura

La schiavitù del capitale

di Alessandra Ciattini

La schiavitù non è un rottame del passato, ma un’istituzione riportata in auge dal capitalismo del Terzo Millennio

esclavitosLa schiavitù del capitale (Bologna 2017) è il nuovo libro di Luciano Canfora, che stupisce sempre per l’ampiezza della sua cultura e per la lucidità delle sue analisi, le quali delineano un quadro complessivo e sintetico delle prospettive storiche che abbiamo davanti a noi. Inoltre, si può cogliere tra le righe il piacere che prova lo studioso italiano, svolgendo il suo attento lavoro di ricerca, anche se da esso emerge un disegno drammatico.

La schiavitù del capitale è un saggio breve (111 pagine), nel quale vengono individuati in maniera precisa i gravissimi problemi della società contemporanea, che sarebbe caratterizzata dal “ritorno in grande stile del fenomeno della schiavitù come anello indispensabile del ‘cosiddetto capitalismo del Terzo Millennio’” (p. 69). Questo ritorno non deve meravigliarci, giacché conferma quanto sosteneva Aristotele: “la necessità e l’eternità della schiavitù” (p. 68).

Secondo Canfora la partita che è stata giocata nel corso del Novecento, iniziata con la Grande Guerra, è stata vinta da chi sfrutta e gli sconfitti sono stati gli sfruttati, ma è stato un grave errore credere che questa vicenda abbia posto fine alla storia.

vocidallestero

Gli errori fatali del fondamentalismo finanziario spiegati da un premio Nobel

di William Vickrey

JS117282273 500x350Nel mese di ottobre 1996, il premio Nobel per l’Economia William Vickrey pubblicò un articolo che illustrava “I 15 errori fatali del fondamentalismo finanziario”: per esempio il sacro terrore del deficit e del debito pubblico, legato a erronee analogie tra comportamento economico del singolo e azione dello Stato. Queste fallacie sono rimaste ben vive – o meglio, sempre più vive – nel dibattito pubblico, e lo hanno anzi permeato, trovando un’applicazione concreta, dai risultati disastrosi, nelle regole di Maastricht. Per questo oggi abbiamo scelto di ripresentarne alcune, con la spiegazione del perché si tratta di ragionamenti sbagliati e – se tradotti in pratica – forieri di inutili sofferenze. Quelle che in un’eurozona intrappolata in questi errori, purtroppo, sono ormai evidenti agli occhi di tutti.

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In campo economico, una grande parte delle teorie convenzionali oggi prevalenti negli ambienti finanziari, ampiamente utilizzate come base per le politiche governative, nonché pienamente accettate dai media e dall’opinione pubblica, si basa su analisi parziali, su ipotesi smentite dalla realtà e su false analogie.

vocidallestero

Neoliberalismo, l'ideologia alla radice di tutti i nostri problemi

di George Monbiot

reagan thatcherUn grande articolo di George Monbiot sul Guardian rintraccia le origini e lo sviluppo di quella teoria neoliberale che dagli anni ’80 ha pervaso le nostre società, ma i cui presupposti sono stati preparati con sorprendente cura e determinazione già da molti decenni prima.  Monbiot  sottolinea in particolare lo strano carattere “anonimo” di questa ideologia: pur profondamente penetrata nella coscienza collettiva, non ha nemmeno un nome ben definito, e così coperta da un vago anonimato risuona quasi come un sistema naturale, rendendo ancora più difficile identificarla e contrapporvisi.  In questo sta il fallimento storico della sinistra, che nel momento peggiore della crisi del sistema neoliberale  si ritrova senza aver elaborato alcuna proposta alternativa.

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Immaginate se il popolo dell’Unione Sovietica non avesse mai sentito parlare del comunismo. L’ideologia che domina le nostre vite, per la maggior parte di noi non ha un nome. Menzionatela nelle vostre conversazioni e avrete in risposta una scrollata di spalle.

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Nancy Fraser, “Contro il neoliberismo progressista, un nuovo populismo progressista”

di Alessandro Visalli

specchi nPrendo dal sito di Rifondazione Comunista la traduzione di due brevi interventi di Nancy Fraser tratti a loro volta dal sito della rivista “Dissent”: “The end of progressive liberalism”, e “Against new progressive neoliberalism, a new progressive populism”.

Nancy Fraser è una importante filosofa politica che insegna a New York, nata nel 1947 ha scritto con Axel Honneth “Redistribuzione o riconoscimento?”.

Nel saggio che indichiamo nel titolo la Fraser sottolinea come le forze che favoriscono la finanziarizzazione e la globalizzazione delle imprese, quindi la deindustrializzazione in occidente e l’industrializzazione con modalità selvagge nei paesi in cui i lavoratori sono meno protetti (e la fiscalità può essere piegata agli interessi delle aziende internazionalizzate) hanno conquistato il Partito Democratico americano attraverso l’affermazione di una ‘egemonia’ in senso gramsciano.

In sostanza questo risultato è stato ottenuto perché “hanno presentato queste politiche, palesemente contrarie ai lavoratori, come progressiste”. E nella tradizione della sinistra questa parola ha una forza irresistibile.

una citta

Il compromesso socialdemocratico

Gianni Saporetti intervista Salvatore Biasco

democrazia pallacordaLa fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.

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Pos­sia­mo par­ti­re dal "com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co”? Che co­s’è?

Il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­to un con­nu­bio di prin­ci­pi de­mo­cra­ti­ci e par­te­ci­pa­ti­vi con il mer­ca­to, che la­scia­va al­le im­pre­se il com­pi­to di crea­re oc­cu­pa­zio­ne e in­no­va­zio­ne, ma al con­tem­po ne di­sci­pli­na­va il com­por­ta­men­to. Da que­sto pun­to di vi­sta, le im­pre­se era­no con­ce­pi­te co­me una sor­ta di be­ne pub­bli­co sog­get­te a uno scru­ti­nio pub­bli­co nel qua­le lo Sta­to ave­va una fun­zio­ne di di­re­zio­ne, sup­plen­za, au­si­lio. Quin­di le im­pre­se non so­no le ar­te­fi­ci in­con­tra­sta­te di de­ci­sio­ni che por­ta­no al be­nes­se­re so­cia­le.