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tempofertile

Su Carlo Formenti: "Femminismo di regime"?

di Alessandro Visalli

femminismo141Carlo Formenti, sia in “La variante populista”, sia in un intervento su Sinistrainrete pubblicato originariamente su Il Rasoio di Occam, estende un argomento sull’uso dei movimenti da parte del capitalismo al caso del ‘femminismo’. La tesi di Formenti muove da un testo del 2014 di Luc Boltanski e Eve Chiappello, “Il nuovo spirito del capitalismo”. Un poderoso studio sul ‘nuovo spirito del capitalismo’ che ha superato il modo di produzione fordista, imperniato su organizzazioni grandi e rigide, istituzioni burocratiche che erogavano protezione richiedendo lealtà, stili di vita ordinati e prevedibili, in favore di una flessibile esaltazione della iniziativa, un bisogno di autoespressione e di autenticità, di imprevedibilità. Boltanski e Chiappello focalizzano i movimenti alla metà del secolo scorso, quando la fiammata del ’68, destruttura la famiglia e le istituzioni autoritarie e paternaliste investendole con la critica. La critica dei movimenti era un impasto instabile di una tradizionale ‘critica sociale’, che derivava dalla lunga tradizione socialista, e da una nuova ‘critica artistica’, che si imperniava su una domanda di libertà vissuta in una chiave individuale a un breve passo dall’essere individualista.

La frattura, generazionale e culturale, con le strutture consolidate della sinistra storica è uno dei fattori, nel ventennio 1968-89, che porta per Formenti e per gli autori citati[1], ad uno slittamento decisivo: la libertà come scelta individuale non è più percepita come un ideale della destra, al più del liberalismo, ma lo diventa tutto ciò che appare autoritario, oppressivo, conservatore. La ‘critica sociale’, quasi senza avvedersene, scompare dall’orizzonte mentre tutte le domande di riconoscimento identitario, di emancipazione dai vincoli gerarchici e burocratici, è identificata automaticamente come di ‘sinistra’.

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alfabeta

Del comune, dell’alienazione e di altre cose del capitalismo

di Andrea Fumagalli e Lelio Demichelis

picasso26Due libri apparentemente diversi già nel titolo, due libri invece concretamente molto vicini. Il primo è La grande alienazione, di Lelio Demichelis, da poco uscito per Jaca Book; il secondo, di Andrea Fumagalli, è L’economia politica del comune, pubblicato da DeriveApprodi. Il primo ha per sottotitolo: Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo; il secondo: Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo biocognitivo. Entrambi gli autori hanno una lunga storia intellettuale di analisi del capitalismo e della tecnica, il primo è sociologo, il secondo economista. Invece di una classica recensione dei due libri, Alfabeta ha chiesto ai due autori di dialogare tra loro e di aiutare i lettori a capire com’è cambiato e ancora sta cambiando il capitalismo e perché l’alienazione non è scomparsa come sembra, ma è ancora ben presente in tutti i processi tecnici e capitalistici in cui stiamo vivendo.

* * * *

Andrea Fumagalli. Il tema da cui partire è l’individuazione dei sentieri di valorizzazione del capitalismo contemporaneo. A mio avviso, tali sentieri sono costituiti dalle produzioni immateriali che vanno a costituire la nuova frontiera tecnologica (bio-tecnologie, bio-genetica, intelligenza artificiale, big data, eccetera) e dal ruolo della finanza come “carburante” dell’accumulazione (finanziamento, distribuzione del reddito: finanziarizzazione del welfare e moltiplicatore finanziario). È un’interpretazione condivisibile?

Lelio Demichelis. Assolutamente sì. Il capitalismo neoliberale e tecnico – quello che definisco come tecno-capitalismo – è storicamente nato con la fase della produzione (tutti dovevano diventare produttori e proletari), passando poi alla fase del consum(ism)o (tutti dovevano imparare a consumare). Oggi siamo nella terza fase (più che nella quarta rivoluzione industriale) dell’innovazione irrefrenabile e del micro-capitalismo diffuso, in cui tutti devono innovare, farsi imprenditori di se stessi a prescindere dalla utilità sociale dell’innovazione. Chi pensava che con la rete si creasse il general intellect marxiano non vedeva l’essenza di un tecno-capitalismo – di una tecnica, soprattutto – che si faceva grande narrazione globale nel tempo della fine delle grandi narrazioni novecentesche. Io scrivo di tecno-capitalismo. Tu parli di capitalismo bio-cognitivo…

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contraddizione

Il nuovo dispotismo del capitale

La trasformazione del capitalismo transnazionale post crisi 2008

di Francesco Schettino

7513089 crisi mondiale emisfero settentrionale è ricco ma il sud è povero9 novembre 2016: una data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno. Media europei e giornali di tutto il mondo hanno osservato con un malcelato sgomento l’elezione di Donald Trump alla presidenza dello stato capitalista più potente al mondo, gli Usa. La palese collocazione all’estrema destra del neopresidente – appoggio del Kkk, libri con i discorsi di Hitler sul comodino, come ebbe a dire l’ex moglie – non è stato un elemento sufficiente a permettere a Hillary di divenire la prima donna presidente degli Stati uniti (con il cognome del marito, aggiungiamo noi). Considerata genericamente come la candidata dell’establishment, nonostante il sostegno ricevuto da tutti i settori della “cultura” a stelle-e-strisce (e non solo), la sua sconfitta è stata significativa, sebbene il divario in termini di voti ricevuti l’abbiano vista prevalere per circa 2mln di unità, che non è esattamente una cifra di poco conto. Fiumi di inchiostro sono stati versati e di pacchi di parole sono stati inondati tutti i media (asocial compresi) sostenendo tesi e teorie spesso in evidente bisticcio logico e densi di incoerenze frutto di veline passate dalle diverse cordate del capitale in crescente conflitto. Quel che ci proponiamo in questo articolo è, da parte nostra, dar seguito alle promesse fatte nella nota preliminare che alcuni mesi fa abbiamo pubblicato sul blog della rivista (http://rivistacontraddizione.wordpress.com), tentando di fornire una chiave di lettura di classe per le vicende più recenti. Per questo, è di prioritaria importanza provare a fornire una sorta di radiografia delle patologie del capitale contestualizzando i recenti accadimenti (solo apparentemente) di natura politica all’interno della fase critica che l’imperialismo mondiale sta subendo da mezzo secolo e, in maniera ancor più violenta ormai da un decennio.

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orizzonte48

«Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio»

La democrazia costituzionale ed i suoi nemici

di Bazaar

GlobalisationslosersIn un interessante articolo, Luciano Capone, giornalista de “Il Foglio”, ci porta nei meandri del pensiero elitista di matrice liberale, regalandoci minuti di autentica estasi intellettuale.

Chiaramente non perché si condivida alcunché dell’elaborazione del giornalista, ma, se si desidera usare una metafora, si può affermare che ci si addentra nell’analizzare l’articolo con lo stesso entusiastico interesse con cui un oncologo esamina una biopsia particolarmente rivelatrice di una forma di cancro; o con l’appassionata curiosità di uno psichiatra che valuta gli effetti particolarmente vistosi di un paziente affetto da grave psicosi.

L’articolo si apre indicativamente così, non con una fenomenologia di fatti, ma con una serie di (pre)giudizi sulle orme della tradizione “elitistico-liberale”:

«Stiamo vivendo in un’epoca storica particolare. Le persone si trovano di fronte a problemi epocali – come la stagnazione economica o l’immigrazione – sono molto arrabbiate perché non vedono una via d’uscita all’orizzonte e in questa situazione vengono preferite le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili a quelle più articolate».

 

1 – Teorema della memoria corta (detto anche l’Alzheimer del liberista, oppure morbo di Al)

Secondo Luciano Capone – senza alcun riferimento al capitalista liberale statunitense, «sfrenato, e a volte persino selvaggio» – quest’epoca storica sarebbe «particolare»; ovvero i fatti sociali che la caratterizzano non sarebbero già conosciuti e studiati da un’abbondante letteratura (Bagnai 2011).

Siamo alla terza (alla terza!) globalizzazione, e gli effetti del «capitalismo sfrenato» – come diceva l’amico di Al, Karl Popper – del liberoscambismo «selvaggio», della deregulation finanziaria, sono dibattuti e discussi almeno dai tempi di Adam Smith.

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quadernidaltritempi

Il futuro in gioco: compendio di metafisica finanziaria

di Giovanni De Matteo

Alta finanza e guerre tra algoritmi: 6|5 di Alexandre Laumonier, esperto di high frequency trading e AI

in rilievo 6 5 05“Un investimento è come comprare un futuro. Non è un’opzione a comprare, è un vero futuro, comprato in anticipo rispetto all’evento”, scrive Kim Stanley Robinson in New York 2140, monumentale atto d’accusa contro il mercato e la sua ristrettezza di orizzonti, capace di calarsi tra gli altri nel punto di vista di uno speculatore attivo in quella che definisce “geofinanza ad alta frequenza”: il futuro mercato delle proprietà litoranee sommerse o minacciate dallo scioglimento dei ghiacci in seguito all’avverarsi delle temute conseguenze del riscaldamento globale.

A cominciare da questo, molti sono i passaggi di New York 2140 che affiorano dalla memoria nel corso della lettura di 6|5, superbo saggio di Alexandre Laumonier che ripercorre la transizione della finanza nel dominio della matematica computazionale. L’autore si è dedicato a lungo all’analisi della microstruttura dei mercati, e da qualche tempo ha iniziato ad analizzarla anche dal punto di vista dell’antropologia storica, dando piena espressione a una sensibilità che già vediamo in embrione in queste pagine. Il volume è frutto di un’intensa attività sul campo che ha avuto il suo avamposto operativo in Sniper in Mahwah, un blog dedicato alle tecnologie di trading ad alta frequenza (HFT) e alle reti di comunicazione sviluppate per ridurre la latenza negli scambi tra mercati geograficamente distanti.

Composto di due sezioni pubblicate a cavallo tra il 2013 e il 2014 e accolto come il primo libro in lingua francese sull’ascesa delle “piattaforme di negoziazione elettronica ultrarapide”, 6|5 è una storia della finanza raccontata con la verve di un thriller, dai primi passi compiuti nell’ambito della Scolastica medievale alla frontiera dei nuovi campi da gioco matematico-finanziari, passando per la progressiva informatizzazione del settore che ne suggella il distacco dalla sfera umana.

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noirestiamo

Le retoriche dell’economia della conoscenza

di Loris Caruso

[Settimo contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

Gdl Innovazione ed Economia della ConoscenzaÈ importante partire da una contestualizzazione storica dei fenomeni di cui stiamo parlando, che sono stati chiamati nel corso degli ultimi decenni post-fordismo, New Economy, rivoluzione digitale, economia digitale, economia della conoscenza, e ora platform capitalism o industria 4.0. Tutte queste definizioni sono anche delle retoriche, quindi sono costruzioni ideologiche che producono effetti politici.

All’origine fu la cosiddetta conoscenza. Dalla fine degli anni ’70, con la fine della fase fordista, vengono formulate teorie di lettura del capitalismo secondo cui nelle società contemporanee il valore economico non è più prodotto da merci materiali in quanto tali, ma è determinato dalla quantità di informazioni, comunicazione, conoscenza, dati e idee incorporati nelle merci. L’economia starebbe diventando economia della conoscenza, la vera competizione si farebbe su risorse immateriali, e quello che conta non è la quantità di lavoro che c’è in una merce (il tempo di lavoro), ma la quantità di idee e di simboli che la merce contiene.

Questo passaggio all’economia cognitiva, al capitalismo cognitivo, o alla società dell’informazione implicherebbe, secondo queste retoriche, una serie di trasformazioni. Il lavoro diventerebbe più leggero fisicamente e meno ripetitivo, e i lavoratori diventerebbero più autonomi, indipendenti, creativi, coinvolti nel lavoro e nei processi decisionali. Una delle fondamentali leve di critica al lavoro nelle società capitalistiche, l’alienazione, sarebbe quindi superata. Il lavoro non sarebbe più fatto sotto comando diretto di qualcuno che controlla i tempi, la performance, la produttività, ma diventerebbe per tutti i lavoratori (da quelli manuali a quelli intellettuali agli impiegati) una specie di ondata di creatività.

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economiaepolitica

La debolezza teorica del dogmatismo ordoliberale tedesco

di Andrea Kalajzic

William Turner 0In Germania, il dibattito successivo allo scoppio della crisi debitoria nell’Eurozona ha portato alla luce una posizione rigidamente ortodossa, condivisa dalla Bundesbank e dal Ministero delle finanze tedesco, fortemente critica verso la Cancelleria e le istituzioni europee. L’illustrazione probabilmente più completa di questa posizione si trova in alcune pubblicazioni del più prestigioso tra gli economisti conservatori tedeschi, l’ex presidente dell’Ifo Institut for Economic Research di Monaco di Baviera, Hans-Werner Sinn.[1]

All’inizio del nuovo millennio, Sinn era tra coloro che si aspettavano una spinta alla crescita europea e alla convergenza tra le economie dei paesi aderenti alla moneta unica per effetto di una più efficiente allocazione dei capitali nell’Eurozona. Secondo Sinn, gli squilibri di parte corrente e i crescenti differenziali di inflazione osservati nell’area dell’euro durante gli anni precedenti lo scoppio della crisi andavano quindi interpretati come inevitabili manifestazioni temporanee di un processo di convergenza virtuoso tra le economie reali dei paesi ‘periferici’ e ‘centrali’ dell’Eurozona.[2]

La crisi ha però spinto Sinn a riconsiderare le sue previsioni ottimistiche. L’economista tedesco parte dalla constatazione che la crisi nell’Eurozona deve essere considerata come una crisi da indebitamento estero, la cui origine è di natura principalmente privata (famiglie e imprese finanziarie) piuttosto che pubblica. Pertanto, l’aumento dei deficit e dei debiti pubblici in rapporto al Pil osservato in Europa dopo il 2008 rappresenta una conseguenza e non la causa della crisi.

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vocidallestero

Breve storia del neoliberismo (con alcuni antidoti)

di Jason Hickel

4602805654 db8b6569fb b 1024x605 1024x500Una acuta analisi storica del neoliberismo traccia le tappe dell’affermazione di questa teoria economica elitistica, che contro ogni logica sostiene politiche rivelatesi disastrose. Godendo, nonostante questo, di uno status privilegiato nel dibattito scientifico, al punto che i suoi esponenti ormai lo considerano l’unico approccio legittimo. Il neoliberismo non è sempre stato l’unico modo di concepire la realtà: la sua prepotente affermazione è in realtà il frutto di deliberate scelte politiche da parte di specifiche classi sociali. Oggi è sempre più evidente che le ripetute, insensate politiche di austerità, il sottosviluppo perenne dei paesi periferici del mondo, e le crisi che investono l’umanità come disoccupazione, emergenze sanitarie e crisi migratorie, sono direttamente o indirettamente correlate alle politiche neoliberiste. E allora, come si spiega questa prevalenza, e in che modo è possibile cambiare prospettiva?

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Come docente universitario trovo spesso che i miei studenti danno per scontata l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – come naturale e inevitabile. Ciò non sorprende, dato che molti di loro sono nati nei primi anni ’90, quindi il neiliberismo è l’unica cosa che hanno conosciuto. Negli anni ’80, Margaret Thatcher dovette darsi da fare per convincere la gente che “non c’era alcuna alternativa” al neoliberalismo. Ma oggi questa convinzione è già radicata; è nell’aria, parte del corredo pratico della vita quotidiana, e generalmente accettata come dato di fatto sia a destra che a sinistra. Ma non è sempre stato così. Il neoliberismo ha una storia specifica, e conoscerla è un importante antidoto alla sua egemonia, poiché dimostra che l’ordine presente non è naturale né inevitabile, ma che è invece recente, che ha un’origine precisa e che è stato progettato da persone particolari con interessi particolari.

Per la maggior parte del XX secolo, le politiche di base che costituiscono l’ideologia economica oggi ritenuta standard sarebbero state respinte come assurde. Politiche simili erano state sperimentate in passato con effetti disastrosi, e la maggior parte degli economisti era passata ad abbracciare il pensiero keynesiano o qualche forma di socialdemocrazia.

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sbilanciamoci

Tecno-capitalismo o libertà

di Lelio Demichelis

Rompere e cambiare il senso delle parole non è una pratica nuova della grande narrazione di cui il capitalismo ha bisogno per riprodursi. Oggi l’ideologia californiana del platform capitalism si basa su retoriche sulla libertà individuale, della personalizzazione dei consumi e della democratizzazione dei dati

KichwateliLe grandi narrazioni non sono finite, anzi. Sbagliava Jean-François Lyotard quando sosteneva che la loro fine fosse un derivato inevitabile dello sviluppo “delle tecniche e delle tecnologie che a partire dalla seconda guerra mondiale hanno posto l’accento sui mezzi piuttosto che sui fini dell’azione; oppure del rinnovato sviluppo del capitalismo liberale, [che ha liquidato] l’alternativa comunista e valorizzato il godimento individuale dei beni e dei servizi” (in La condizione post-moderna).

Ogni potere in verità – oggi quello di tecnica e di capitalismo, di cui quello populista è un accessorio – vive sempre creando e poi replicando la propria auto-narrazione, funzionale alla diffusione e alla legittimazione del proprio potere; che è potere grazie al sapere linguistico che produce e che oggi passa dalla Silicon Valley e dal capitalismo delle emozioni come fabbriche dell’immaginario collettivo.

Un potere/sapere per produrre/modificare l’antropologia umana, per costruire un uomo nuovo funzionale, ben funzionante e a produttività crescente. L’industria culturale magnificamente analizzata da Horkheimer e Adorno (in Dialettica dell’illuminismo – sempre attuale, anche con YouTube e Netflix – è un’industria della spettacolarizzazione per la distrazione di massa, ma appunto una industria antropologica.

Posto che serve a produrre industrialmente, per l’individuo e per la nuova massa degli individui, le forme/modelli e le norme di vita necessarie e congrue al funzionamento e all’accrescimento illimitato del profitto (per il capitalismo) e del proprio apparato (per la tecnica).

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economiaepolitica

Ordoliberalismo 2.0 e ordopopulismo

di Lelio Demichelis

populismo 640x488Se volessimo suddividere per fasi[i] la storia del liberalismo economico, il 1938 è sicuramente un anno che sembra fare da spartiacque tra prima e dopo. Perché è in quell’anno che si svolge a Parigi il Convegno (o Colloquio) Lippmann, dal nome dell’americano Walter Lippmann, liberale e autore del celebre L’opinione pubblica e di La giusta società. Convegno che voleva gettare le basi per la nascita del neoliberalismo (o per la rifondazione del liberalismo), facendo incontrare – pur nelle loro differenze e conflitti – il modello neoliberista austro-statunitense (da von Hayek a von Mises a Milton Friedman e la Scuola di Chicago) e quello ordoliberale prima tedesco (da Röpke a von Rüstow, da Erhard a Eucken e altri) e poi europeo (da Einaudi a Monti e Draghi, ai Trattati Ue).

Tuttavia, ciò che chiamiamo neoliberalismo è in realtà sia un’evoluzione (o meglio: una involuzione) del primo liberalismo, sia (e soprattutto) un suo potenziamento finalizzato alla conquista dell’egemonia politica e antropologica (oltre che del dominio). Pianificata mediante la costruzione di un uomo nuovo neoliberale e capitalista, il neoliberalismo così spingendosi – secondo Massimo De Carolis – “a immaginare un meccanismo di civilizzazione davvero alternativo a quello di Hobbes, che non si concepisse più come una negazione dello stato di natura [la guerra di tutti contro tutti, superata con il contratto sociale] ma, all’opposto come un suo progressivo governo dall’interno[ii], cioè contrattualizzando socialmente questo stato di natura necessario alla competizione economica. Così facendo il neoliberalismo però nega di nuovo la libertà dell’individuo e lo assoggetta, ma in nome della libertà – come scrive Byung-Chul Han[iii] – alle norme e alle forme di organizzazione e di funzionamento del mercato. Perché, come ha evidenziato Michel Foucault in Sorvegliare e punire, già il XVIII secolo ha inventato la libertà ma anche la società disciplinare – che serviva al capitalismo per organizzare il lavoro e creare l’uomo nuovo adatto alla rivoluzione industriale.

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sbilanciamoci

Gli incalcolabili danni dell’economia mainstream

di Lucrezia Fanti, Mauro Gallegati

I modelli economici ed econometrici utilizzati per programmare e valutare le politiche economiche da governi e banche centrali derivano dall’adozione di un paradigma teorico fallace e obsoleto. Ma che continua a produrre enormi danni sulla vita di noi tutti

2016 0702rr fin L’economia è una scienza sociale che consente di quantificare e valutare empiricamente numerose variabili che attengono alla sua analisi – variabili micro, meso e macroeconomiche. La valutazione dei fenomeni economici e delle loro determinanti è legata alla teoria economica sottostante e al modo di intendere il sistema economico in termini socialmente e storicamente determinati.

Criticare e ripensare il paradigma economico dominante e le teorie che ne derivano, pertanto, non è solo uno sterile esercizio tra accademici e addetti ai lavori, ma è un elemento imprescindibile di discussione riguardo alle politiche economiche che condizionano materialmente il contesto economico e sociale in cui noi tutti viviamo.

Le politiche economiche messe in campo da governi e banche centrali sono sì il frutto di valutazioni rispetto all’andamento di variabili economiche chiave – quali ad esempio il PIL, la disoccupazione o il debito pubblico –, ma il segno di tali politiche è diretta conseguenza del paradigma teorico sottostante ai modelli economici (ed econometrici) utilizzati dalle istituzioni in questione.

Non fanno eccezione le politiche economiche adottate dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia – a loro volta influenzate e orientate da indicazioni e vincoli imposti a livello comunitario – e che sono oggetto delle critiche e delle analisi proposte all’interno di questo e-book.

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vocidallestero

Gli errori fatali del fondamentalismo finanziario

di William Vickrey

Visto che sui media mainstream impazza un sedicente dibattito su deficit e debito pubblico, utile più che altro a confondere le idee e perpetuare convinzioni sbagliate, ripubblichiamo questo articolo del premio Nobel per l’Economia William Vickrey, che illustra gli errori fatali del pensiero economico convenzionale in questo campo

economia il neoliberismo che uccide indiretta L GoQPVPNel mese di ottobre 1996, il premio Nobel per l’Economia William Vickrey pubblicò un articolo che illustrava “I 15 errori fatali del fondamentalismo finanziario”: per esempio il sacro terrore del deficit e del debito pubblico, legato a erronee analogie tra comportamento economico del singolo e azione dello Stato. Queste fallacie sono rimaste ben vive – o meglio, sempre più vive – nel dibattito pubblico, e lo hanno anzi permeato, trovando un’applicazione concreta, dai risultati disastrosi, nelle regole di Maastricht. Per questo oggi abbiamo scelto di ripresentarne alcune, con la spiegazione del perché si tratta di ragionamenti sbagliati e – se tradotti in pratica – forieri di inutili sofferenze. Quelle che in un’eurozona intrappolata in questi errori, purtroppo, sono ormai evidenti agli occhi di tutti.

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In campo economico, una grande parte delle teorie convenzionali oggi prevalenti negli ambienti finanziari, ampiamente utilizzate come base per le politiche governative, nonché pienamente accettate dai media e dall’opinione pubblica, si basa su analisi parziali, su ipotesi smentite dalla realtà e su false analogie.

Per esempio, si sostiene che sia bene incoraggiare il risparmio, senza prestare attenzione al fatto che, per quanto riguarda la maggior parte delle persone, favorire il risparmio significa scoraggiare il consumo e ridurre la domanda, e che una spesa fatta da un consumatore o da un governo è anche un reddito per i venditori e i fornitori, così come il debito pubblico è anche una risorsa.

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commonware

Trade War: requiem per l’ordine neoliberale?

Giuseppe Molinari intervista Raffaele Sciortino

3396436622Nelle scorse settimane il presidente americano Trump ha annunciato l’imposizione dei dazi doganali su acciaio e alluminio, manovra decisamente in controtendenza rispetto alle politiche economiche e industriali portate avanti dalle potenze occidentali negli ultimi decenni. D’altra parte però, le mosse trumpiane rilette alla luce di alcune tendenze in atto in Europa – come la Brexit per un verso e alcuni richiami sovranisti per un altro: dalle destre emergenti all’indipendenza catalana – lasciano trasparire la crescente precarietà che segna l’equilibrio globale che si è dato negli ultimi decenni e ci spinge a guardare al ruolo che hanno altri attori in questo contesto. Lo scenario è tutt’altro che chiaro, le coordinate tutt’altro che tracciate e i processi restano aperti e fluidi.

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Ne abbiamo parlato con Raffaele Sciortino, che abbiamo innanzitutto invitato a riflettere sulla natura della decisione di Trump: un tatticismo utilizzato per catturare il consenso di una certa composizione di classe degli Usa e per avvantaggiarsi rispetto ai principali competitor, come Cina ed Europa, o l’anticipazione di un mutamento dell’ordine neoliberale che mette in discussione la globalizzazione?

Non credo si tratti di un mero tatticismo a uso interno, anche se la componente interna c’è – ancor meno queste misure protezionistiche vanno lette come riprova di un presunto “isolazionismo” di Trump; ma neanche si tratta, come molti pensano, di un’aggressivizzazione verso l’esterno senza capo né coda dovuta al personaggio. Siamo di fronte a un passaggio, che potrebbe anche rivelarsi un punto di non ritorno, da inquadrare innanzitutto alla luce dell’impellenza per gli Stati Uniti di tracciare delle linee rosse contro alleati, rivali e avversari. Il punto è: come (ri)combinare l’esigenza di ricostruzione del fronte sociale interno, dell’unità della nazione, con la riaffermazione della primacy americana nel mondo.

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micromega

Tra globalizzazione e protezionismo

di Enrico Grazzini

Il pensiero di J. M. Keynes, Susan Strange e Dani Rodrik su interesse nazionale e democrazia

john m keynes 510Il presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump sta chiudendo le frontiere del suo paese applicando pesanti dazi alla Cina e a tutto il mondo, e si sta scontrando apertamente con il presidente cinese Xi Jinping che invece è diventato il maggiore alfiere del libero commercio internazionale (anche se Xi Jinping si guarda bene dal liberalizzare completamente la moneta e la finanza nel suo paese).

Lo scontro tra protezionismo e globalismo non si limita certo al conflitto tra Trump e Xi Jinping. Uno scontro analogo, anche se ovviamente non identico, si svolge da tempo in Europa, tra i cosiddetti “sovranisti” che non vogliono subordinarsi all'euro e alla “tecnocrazia” di Bruxelles, e, dall'altra parte, gli europeisti ad oltranza: questi ultimi sono schierati a favore della maggiore integrazione europea, e quindi a favore della libera circolazione dei capitali (che, insieme alla libera circolazione delle merci e delle persone, è il sacro principio fondante di questa Unione Europea). Gli europeisti ad oltranza condannano a priori ogni forma di resistenza nazionale con l'accusa di populismo e di sciovinismo retrogrado e reazionario.

Ormai però le forze della destra nazionalista (purtroppo) dilagano: in alcuni stati già governano, come nell'est Europa e in Austria, in altri stati i nazionalisti di destra sono diventati la principale forza di opposizione, come in Germania l'AFD (Alternative für Deutschland) e in Francia il Front National. Il nazionalismo ha attualmente quasi sempre una caratterizzazione di destra estrema e para-fascista. La Gran Bretagna è uscita nonostante che laburisti fossero contrari alla Brexit. L'onda della destra nazionalista avanza ormai in tutta Europa, Italia compresa.

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coniarerivolta

Le riforme del Fondo Monetario Internazionale sono l’ennesimo attacco al lavoro

di coniarerivolta

davide contro golia copyMentre continuano le consultazioni per la formazione del nuovo Governo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) fa sentire la sua voce con una serie di studi che disegnano l’Italia di domani. Per chi non lo sapesse, il FMI è uno degli attori che di fatto determinano gli indirizzi di governo delle economie mondiali. Recentemente è tornato a raccomandare per l’Italia dosi abbondanti di austerità, abbinate a provvedimenti fiscali iniqui e vergognosamente a favore delle classi dominanti. Purtroppo non finisce qui.

Per espiare le nostre presunte colpe, apparentemente ci sono altri compiti a casa da fare. Come si può leggere in due recenti contributi (questo e questo) del FMI, l’Italia avrebbe “ulteriori” benefici da una radicale riforma del sistema di contrattazione collettiva vigente, che riduca la portata della medesima dal livello settoriale nazionale a quello aziendale.

Che cos’è la contrattazione collettiva? È quello strumento attraverso il quale le parti sociali (sindacati dei lavoratori ed associazioni padronali) negoziano dei contratti collettivi che coprono gli aspetti retributivi e regolamentari del rapporto di lavoro. Una volta firmato, il contratto collettivo garantisce e si applica in generale a tutti i lavoratori ai quali si riferisce, anche al lavoratore non iscritto ad alcun sindacato o che lavora in un’azienda che non aderisce a nessuna organizzazione dei datori di lavoro. Allo stato attuale, la negoziazione avviene a livello di settore produttivo (per esempio l’industria chimica, l’industria metalmeccanica etc.).