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doppiozero

La democrazia insostenibile

di Lelio Demichelis

photo 1622260206932 6f619e9051f7.jpegChe la democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia riflette su se stessa. Libri e libri sono stati scritti per capire le cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione, fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiel e Trump.

Significa che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la fatica di dover pensare? E questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire, non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla i.a. di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la complessità del mondo?

La democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e solidarietà/fraternità. Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero, appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia, antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè confondendo i due significati del termine pharmakon.

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lantidiplomatico

Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa

di Fulvio Grimaldi

lòglrjhl.jpgPremessa sullo struzzo

E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.

Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.

Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico.  Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.

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doppiozero

Trump 2.0: i nuovi mostri

di Lelio Demichelis

photo 1761001316205 3f36441846b9.jpegIniziamo da qui: “Al di là dell’indignazione e della derisione, quale risposta è possibile dare a questi nuovi sovrani del ventunesimo secolo? E come possiamo misurare gli effetti sociali e geopolitici di un potere che non sembra più originarsi nei meccanismi impersonali del mercato o nella burocrazia statale, ma nelle decisioni arbitrarie di una infima schiera di uomini che ha accaparrato quote stratosferiche di potere sociale?”. E l’infima schiera sono i mostri del tempo nostro, a cui Alberto Toscano, filosofo e critico sociale, dedica questo suo dettagliato e analitico libro di critica politica – Il tempo dei mostri. Trump e la crisi dell’egemonia americana (Laterza, 2026) – riprendendo, ma rivedendoli e aggiornandoli, i testi apparsi sulla rivista americana In These Times, di cui Toscano è editorialista.

Mostri che incarnano e insieme producono/riproducono il corpo antipolitico e/o impolitico, antisociale ed ecocida, ma molto feticisticamente e messianicamente tecnico/tecnologico della società del XXI secolo – una mostruosità politica, la definisce Toscano, come a dire, i mostri non possono che produrre mostruosità, figlie della lunga crisi dell’egemonia statunitense, ma anche delle devastazioni sociali prodotte dal neoliberalismo e dalla atomizzazione tecnologica. In America. Ma che ha l’altra faccia della medaglia in Europa, dove vive i suoi fasti fascio-nichilistici nella crisi dei valori universalistici e umanistici europei (la complicità anche europea con il genocidio israeliano a Gaza è uno dei punti più bassi e infami della sua storia); sì che i mostri – noi li abbiamo definiti i folli ma la sostanza non cambia – sono anche in Europa, in speculari mostruosità antipolitiche, antisociali, antidemocratiche ma molto tecnologiche (IA FIRST! chiede e impone la baronessa von der Leyen, sulla scia di Mario Draghi e del suo mantra della competitività): tra populismi, sovranismi, democrature, neo/post-fascismi, l’alleanza di fatto tra Popolari (che del cristianesimo hanno rimosso tutto, ultima anche l’Enciclica Magnifica Humanitas) e destre estreme, su tutto il riarmo invece del Green Deal o le politiche europee anti-migranti tanto simili all’Ice trumpiana.

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Genova 2001. Una storia del presente

di Emilio Quadrelli

genova 2.jpgRiproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e già ripubblicato sul nostro portale.

* * * *

Futuro anteriore

Uno, due, tre viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove il negretto non commuove!

Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente.

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Sul declino della civiltà occidentale

di Pierluigi Fagan

745747875 1350872923659693 8432135800049501292 n.jpegArlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.

Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.

Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.

Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.

Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono a essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.

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doppiozero

Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione

di Nello Barile

Peter Thiel by Gage Skidmore 1.jpgUna delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.

Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel LAmerica oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).

L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica.

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Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense

di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47

iran allarme oms rischi ambientali fumi incendi.jpgIl sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico.

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doppiozero 

Il mito dei mercati

di Giandomenico Scarpelli

Il mito del libero mercatoNaomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi - Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo a un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.

Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell'ozono e dell’inquinamento da DDT.

Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.

Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito - Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze - CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).

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effimera

Le chiavi false di Trump. Recensione a Dario Togati “Il capitalismo fragile”

di Nicolò Bellanca

Capitalismo fragile.jpgLa tentazione è forte, e in parte comprensibile: liquidare Trump come una follia. È ciò che fanno molti commentatori progressisti, economisti liberali, osservatori istituzionali. Il suo protezionismo appare un autogol; il disprezzo per le regole democratiche, un pericolo evidente; la brutalità comunicativa, una patologia politica. Eppure questa diagnosi, proprio perché coglie qualcosa di vero, rischia di nascondere l’essenziale. Se Trump è soltanto un pazzo, il problema è rimuovere il pazzo. Se i suoi elettori sono vittime di risentimento o irrazionalità, bisogna educarli meglio. Ma così si evita la domanda più scomoda: che cosa, nel capitalismo democratico americano, ha reso Trump possibile e credibile? E soprattutto: come mai la risposta progressista, disponendo di tutti gli strumenti interpretativi della tradizione critica, continua a mancarlo?

Il merito del libro di Dario Togati, Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarko, 2026), sta anzitutto qui: obbliga a prendere sul serio il trumpismo senza assolverlo. Capire non significa giustificare. Significa rifiutare l’idea consolatoria secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo globale funzionavano ragionevolmente bene, finché un demagogo non è arrivato a turbare l’ordine naturale delle cose. Togati rovescia il punto: il trumpismo non cade come un meteorite su un corpo sano; rivela una malattia già in corso. E questa malattia ha un nome: crisi della fiducia.

 

L’economia come navigazione, non come calcolo

La tesi è semplice, ma non banale. L’economia non si regge soltanto su prezzi, contratti, salari, tassi d’interesse e investimenti. Si regge su aspettative condivise, promesse istituzionali, abitudini di cooperazione, credenze circa la tenuta del futuro. Non si tratta della fiducia sentimentale delle buone intenzioni, ma dell’infrastruttura invisibile che consente agli individui di lavorare, consumare, indebitarsi, investire, aspettarsi che le regole non cambino sempre a favore degli stessi. Quando questa infrastruttura si incrina, gli indicatori macroeconomici possono anche restare discreti; ma la società comincia a non credere più a se stessa.

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comedonchisciotte.org

Clara Mattei: “L’austerità è una guerra di classe permanente”

Il capitalismo, la crisi sociale e la de-democratizzazione dell’economia

di Nicola Bielli

2 Mattei scaled 1Per la Prof.ssa Clara Mattei il capitalismo contemporaneo non è un sistema in crisi a causa di errori occasionali o cattive decisioni politiche. La crisi stessa – la precarietà diffusa, la compressione dei salari, la crescita della disuguaglianza, l’impoverimento del lavoro – rappresenterebbe il funzionamento normale dell’ordine economico moderno. L’austerità, in questa lettura, non sarebbe un incidente della storia economica recente, ma uno strumento strutturale di governo.

Nel lungo intervento pronunciato durante il festival politico-culturale Costituzione 2023 a San Daniele del Friuli , dedicato alla critica economica e sociale, l’economista italiana ha esposto una ricostruzione storica e teorica radicale: le politiche restrittive adottate negli ultimi decenni non sarebbero state progettate per risolvere le crisi, ma per gestirle a vantaggio del capitale, disciplinando il lavoro e limitando il potere democratico sulla sfera economica.

L’idea che attraversa tutto il discorso è semplice quanto dirompente: l’economia non è mai neutrale. Dietro ogni scelta fiscale, monetaria o industriale esistono rapporti di forza sociali, interessi di classe e precise decisioni politiche.

Mattei apre la sua analisi partendo dalla realtà italiana, che descrive come un laboratorio avanzato delle trasformazioni del capitalismo occidentale. I dati sulla distribuzione della ricchezza vengono definiti “agghiaccianti”. Una quota minima della popolazione concentra ormai patrimoni enormi, mentre milioni di persone sperimentano povertà assoluta, precarietà lavorativa e perdita di potere d’acquisto. L’elemento che più colpisce l’economista è il carattere simultaneo di questi fenomeni: mentre aumenta il numero dei lavoratori poveri, cresce anche il numero dei super-ricchi.

Secondo Mattei, questo non rappresenta una contraddizione del sistema, ma il suo esito logico. I profitti crescono proprio perché diminuisce la quota di ricchezza destinata al lavoro. La compressione salariale, l’indebolimento sindacale e la precarizzazione dell’occupazione non sarebbero quindi anomalie temporanee, bensì condizioni necessarie per mantenere elevati livelli di accumulazione del capitale.

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ilponte

Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

Volpi.jpga) Cambiare il paradigma

La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta dunque rapidamente aggravandosi, esasperando ancor più la propria natura predatoria con lo smantellamento dei sistemi di Welfare, e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.

Al di là del superamento definitivo un simile modello mi sembra indispensabile, in conclusione, provare a definire alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo e indicando otto punti generali a cui far seguire le ipotesi di una trasformazione italiana.

1) È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione “territoriale” alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione. L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre appunto una normativa, statale ed europea, che impedisca quella corsa verso la finanza degli Stati Uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macroaree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione devono rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.

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doppiozero

Keynes, Leopardi e il salto qualitativo

di Alfredo Gigliobianco

a se stesso leopardi.jpgEinaudi ha appena fatto uscire uno smilzo libretto bianco che assomiglia ai libri di poesie che uscivano negli anni Ottanta, con i versi più belli stampati in copertina. Bene, questo libretto non è di poesia, ma, come la poesia, ha il potere di evocare tanti sentimenti, tante aspirazioni ma anche delusioni. L’autore è John Maynard Keynes – già, il famoso Keynes – e il titolo è Le possibilità economiche per i nostri nipoti. Un articolo scritto da Keynes nel lontano, ma per altri versi vicino, 1930. Nel mezzo della Grande Depressione. Riproposto oggi.

C’era ovviamente grande pessimismo all’epoca, con milioni di disoccupati e l’economia di tutto il mondo insabbiata in una crisi della quale non si riusciva a capire né l’origine né la cura. Ma non è qui, in queste pagine, che Keynes avanza la sua proposta di politica economica (tocca allo Stato creare la domanda che i privati non sono capaci di creare). Qui invece l’economista assume un tono decisamente filosofico, e invita i suoi lettori a considerare che, al di là della crisi, il sistema economico dei paesi industrializzati ha fatto, nei due secoli precedenti, passi enormi in termini di produttività. Se questo passo sarà mantenuto (in altre parole: costante crescita del Pil), nel giro di un secolo – cioè oggi! – non avremmo dovuto più preoccuparci del problema economico. Le macchine saranno tanto perfezionate, il capitale tanto poderoso che il lavoro non dovrà più essere la nostra principale occupazione. Avremo un sacco di tempo libero, e potremo dedicarci a cose più degne dell’economia. Gli economisti, scesi dal carro trionfale sul quale si sono issati, saranno considerati modesti tecnici che si occupano di problemi circoscritti, un po’ come i dentisti. E il mondo potrà dare la giusta importanza alle arti, alla scienza, alla filosofia.

Nonostante l’incipit utopico (che ricorda un po’ il Marx dei Manoscritti economico-filosofici), la visione di Keynes non è rose e fiori. Verso la fine si domanda: sarà capace l’umanità di fare questo salto qualitativo? Per millenni abbiamo faticato, lavorato, organizzato. Saremo capaci di adattarci a una vita di contemplazione e di speculazione? Saremo capaci, in altre parole, di coltivare l’arte della vita?

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lafionda

La democrazia e i suoi simulacri

di Antonio Cantaro

Screenshot 480.pngIl teatro dei pupi di Garlasco, lo spettacolo del VAR. Non è che l’iperrealtà ha superato la realtà, se l’è proprio mangiata: è l’unica verità in cui crediamo, l’unica verità che ancora ci “emoziona”, ci tiene svegli, attaccati allo schermo, sino a notte fonda. La politica non se la passa meglio. I simulacri della democrazia – il popolo dei mercati, dei sondaggi, dell’audience, della rete, dell’invettiva – si stanno anch’essi mangiando il “popolo in carne e ossa”. E anche quando ci indigniamo, protestiamo, scendiamo in piazza, sentiamo a pelle che il nostro grido di dolore è destinato, assai presto, a morire nell’indifferenza. Iper-democrazia senza effetti democratici. Un viaggio, a volo d’uccello, nella genealogia e nella morfologia del plebiscitarismo antipolitico.

* * * *

La democrazia come apparenza e finzione non è, in assoluto, un tema inedito. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole? Sino a un certo punto. Il passaggio universalmente più noto de Il contratto sociale è quello in cui Jean-Jacques Rousseau causticamente afferma che «il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla». Un grido di dolore contro lo svuotamento della democrazia, un campanello d’allarme contro la sua trasfigurazione in un simulacro. Quel rischio si è oggi moltiplicato, all’ennesima potenza. Si scrive postdemocrazia, si legge crisi della democrazia a vantaggio di altre forme di governo il cui antico nome è aristocrazia (il governo dei migliori) e oligarchia (comando di pochi). Si tratta del governo tecno-capitalista della vita individuale e collettiva.

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contropiano2

«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra

di Rezgar Akrawi

palantir estrema destraILLO20ICEIl manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.

Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.

La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.

È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.

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unblogdirivoluzionari.png

La marcia inarrestabile del neoliberismo

di Mario Sommella

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

neoliberismo.jpgUna rottura epistemologica che dura ancora

Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.

Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.

 

Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo

Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo.

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