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chefare

Le contraddizioni sociali del capitalismo

di Nancy Fraser

Pubblichiamo un estratto da La fine della cura (Mimesis)

1 5537001 v1Come il regime liberale prima di esso, così anche l’ordine statal-capitalistico si dissolse nel corso di una crisi prolungata. A partire dagli anni Ottanta, gli osservatori lungimiranti potevano vedere emergere i lineamenti di un nuovo regime, destinato a diventare il capitalismo finanziario dell’epoca presente.

Globale e neoliberale, sta promuovendo tagli pubblici e privati del welfare nello stesso momento in cui recluta le donne nella forza lavoro salariata. Sta dunque scaricando il peso del lavoro di cura sulle famiglie e sulle comunità, mentre diminuisce la loro capacità di svolgerlo. Il risultato è una nuova organizzazione dualistica della riproduzione sociale, mercificata per coloro che possono permettersela e privatizzata per quanti non possono farlo, visto che alcune componenti della seconda categoria forniscono lavoro di cura per coloro che appartengono alla prima in cambio di (bassi) stipendi. Nel frattempo, la combinazione della critica femminista e della deindustrializzazione ha definitivamente privato il “salario familiare” di ogni credibilità.

Quell’ideale ha fatto così posto all’attuale e più moderno principio del “doppio reddito familiare”.

Il vettore principale di tali sviluppi e la caratteristica distintiva di questo regime è l’inedita centralità del debito.

tempofertile

Wolfgang Streeck, “Come sarà la nostra società nei prossimi anni?”

di Alessandro Visalli

william hogarth tailpiece1In questo articolo, pubblicato da Sinistrainrete, e tradotto da Franco Senia, Wolfgang Streeck torna sul tema della previsione, compiendo uno dei più organici e radicali esercizi di pessimismo che si possano leggere sulla letteratura internazionale.

Già in “Come finirà il capitalismo ”, del 2014 (su New Left Review) aveva pronosticato l’esaurimento del capitalismo, nella forma che conosciamo, per effetto di un insostenibile stress, disancorante la legittimazione di sistema. Uno stress riferibile ai tre fenomeni sinergici della fine della crescita economica, dell’aumento dell’indebitamento e della crescita delle ineguaglianze. Non è difficile vedere come siano tre etichette dello stesso fenomeno. In sostanza, rifiutando la visione neoclassica (di derivazione dalla fisica dell’ordine dell’ottocento) di un sistema che tende naturalmente, prima o poi, all’equilibrio, Streeck crede che il degrado continuerà fino ad un crollo complessivo, graduale ma irresistibile, a termine del quale, dopo un certo tempo caotico, emergerà qualcosa di nuovo che oggi non può essere previsto (in tono più ottimista è anche l’opinione di Paul Mason in “Postcapitalismo”).

Questo è il punto cruciale.

effimera

Metamorfosi del rapporto capitale-lavoro: l’ibridazione umano-macchina

di Andrea Fumagalli

NONE Deep Dream Cristina VatielliL’attuale fase del capitalismo si fonda su tecnologie di linguaggio che necessitano un’attività relazionale e riproduttiva. La relazione linguistica è alla base delle economie di apprendimento e di rete e di riproduzione sociale. La produzione cosiddetta “immateriale” acquista sempre più peso. Non siamo più nel Postfordismo, termine oggi desueto ma utile negli anni Ottanta per designare i primi timidi tentativi di fuoriuscire dalla crisi del Fordismo, ma siamo nel pieno del capitalismo cognitivo e forse, addirittura, di fronte al suo superamento.

L’immaterialità della produzione non ha un modello omogeneo di organizzazione. Di conseguenza, abbiamo una flessibilità del lavoro di matrice doppia: trasversale e verticale. Trasversale: perché riguarda i diversi ambiti settoriale al cui interno il linguaggio e le sue modalità di trasmissione e codificazione dettano il tipo di organizzazione del lavoro. Verticale: perché il linguaggio implica una nuova forma di divisione del lavoro, che definiamo cognitiva, che si innesta, trasformandola, sulla classica divisione smithiana del lavoro.

A seconda del tipo di attività è possibile registrare diversi livelli di cooperazione sociale, a seconda del grado di autonomia della produzione.

carmilla

Il conflitto sociale che viene, tra guerra e populismo

di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, SULLA GUERRA. Crisi Conflitti Insurrezione, Red Star Press 2017, pp. 276, € 18,00

guerra e terrorismo 4991Oggi la guerra non è più una tendenza
bensì un dato di fatto
” (E. Quadrelli)

Seguo con estremo interesse e, ormai, da più di dieci anni il lavoro di pubblicista di Emilio Quadrelli. A partire, almeno, da quegli straordinari reportage pubblicati dieci anni fa su “Alias”, supplemento settimanale del “Manifesto”,1 in cui l’autore dava voce alle donne protagoniste delle rivolte delle banlieues oppure delle violenze collegate alla presenza militare della Nato nei Balcani, soltanto per citarne due dei più interessanti.

Ne ho sempre apprezzato la ricerca militante unita ad una passione che è raro trovare persino nel pensiero antagonista e di sinistra. Non sempre ho completamente condiviso i presupposti teorici ed ideologici2 su cui basa le sue analisi, ma ho comunque sempre ritenuto le sue narrazioni e proposte un buon punto di partenza per discutere delle contraddizioni del presente e delle prospettive della società e delle lotte di classe in questa fase di senescenza dell’imperialismo occidentale.

Tale impressione mi è stata confermata dal testo edito di recente dalla Red Star Press che affronta, senza mezzi termini, il problema della guerra in cui siamo già immersi. Anche se, troppo spesso, molti sembrano non essersene ancora accorti.

la citta futura

Perché perseverare in politiche economiche irrazionali?

di Renato Caputo

La classe dirigente del nostro paese non perde l’occasione di mostrarsi diligente nell’applicazione di misure, necessarie alla salvaguardia dei rapporti di produzione, che ci stanno conducendo alla rovina

e9fcb8acde61eb494aab6368cbb53892 XLIl capitalismo, nella sua fase superiore di sviluppo, diviene un modo di produzione sempre meno difendibile con argomenti razionali. Come giustificare un sistema in cui gli otto super miliardari censiti da “Forbes”, che certamente non hanno bisogno di lavorare, detengono una quantità di ricchezza superiore a 3,6 miliardi di persone, in massima parte lavoratori, che costituiscono la metà meno ricca della popolazione mondiale? E la situazione sta rapidamente peggiorando, visto che gli stessi dati Oxfam mostrano come nel 2016 l’1% più ricco, che non ha bisogno di lavorare, ha accumulato maggiori ricchezze del 99% che in massima parte lavora, ha lavorato o aspira a farlo.

Tale modo di produzione non è irrazionale solo in quanto ingiusto e fondato sullo sfruttamento, che provoca spaventose differenze di reddito, ma in quanto sta destinando a una rovina sempre più irreversibile il sistema ambientale del nostro pianeta, da cui dipende la sopravvivenza stessa del genere umano. Anche in questo caso la situazione sta rapidamente precipitando, come mostrano due recenti indagini dell’Organizzazione mondiale della sanità che denunciano come il degrado sempre più rovinoso degli ecosistemi comprometta gravemente la salute, in primo luogo dei bambini. L’Oms stima che più di una morte su quattro tra i bambini sotto i 5 anni (1 milione e 700 mila bambini, il 26% dei 5,9 milioni di decessi all’anno) sia imputabile all’inquinamento dell’ecosistema.

mauro poggi

Moriremo ordoliberisti? 

di Mauro Poggi

merkel draghi ordoliberismo 499Le Monde Diplomatique pubblica un buon articolo sull’ordoliberismo, l’ideologia socioeconomica neoliberista  di matrice teutonica che sta alla base del sistema europeo e ne conforma tutta la logica. È un articolo piuttosto lungo, anche a volerlo riassumere come ho cercato di fare. Nonostante ciò, è una lettura che raccomando: conoscere quali sono i postulati in base a cui ci vengono imposte oggi le politiche che riguardano il nostro quotidiano può essere un buon tonico per  rinvigorire il nostro spirito critico, infiacchito dalla lunga crisi che quelle stesse politiche hanno prodotto.

Inoltre, è sempre utile constatare che i sostenitori del pensiero unico, quelli che rimproverano agli irriducibili del primato della politica di voler risolvere i problemi di oggi con strumenti culturali vecchi di mezzo secolo, alla fin fine propongono soluzioni basate su teorie nate novant’anni fa.

Se c’era ancora bisogno della prova del pericolo che i referenda rappresentano per il funzionamento delle democrazie moderne, eccola“. (Der Spiegel, il 6 luglio 2015, commentando la vittoria dell’OXI al referendum greco).

Questa reazione esprime il contrasto fra due concezioni di governo: la prima,  propriamente politica, per cui il suffragio popolare dovrebbe prevalere sulle regole contabili e il potere eletto dovrebbe poter scegliere di cambiare le regole se è questo che il popolo gli chiede; la seconda, tecnico-burocratica, che  al contrario subordina l’azione di governo e la volontà popolare alla stretta osservanza di un ordine.

resistenze1

Non è la tecnologia che opprime ma il profitto capitalista

Enzo Pellegrin

atlantico.fr uber taxi vtcSi sente spesso parlare della "proletarizzazione del ceto medio" come fenomeno sociale dell'attuale epoca economica. Recentemente, sull'Espresso, discorrendo dei recenti tumulti romani di tassisti e ambulanti, l'editorialista Gilioli aveva modo di notare come

"con un po' di lucidità e lungimiranza oggi potremmo mettere da parte l'antipatia per capire come la campana ora suona per loro ma domani o dopo suonerà per tutti noi - anzi per molti ha già suonato.[…] i conducenti di auto bianche sono obsoleti, è evidente. Oggi c'è Uber, c'è Enjoy, c'è Car2go, ci sono pure ZigZag e Scooterino, e tutte o quasi funzionano meglio, a minor prezzo. Tra un po' ci sarà pure l'auto che si guida da sola e buonanotte, il taxista finirà come il casellante, il linotipista, lo spazzacamini. […] Poi però accadrà che altre tecnologie - altre app, altri sensori, altri robot, altri outsourcing, altre intelligenze artificiali - renderanno altrettanto obsoleto quello che facciamo noi, cioè il nostro modo per portare a casa un reddito. Ci saranno soluzioni più soddisfacenti per i consumatori di quanto siamo noi, a un costo minore. Nessuno, fuori, ci rimpiangerà."

Viene spontanea una riflessione: il progresso tecnologico non ha un effetto neutro: dipende dalle mani e dai cervelli che lo possiedono.Non è la tecnologia che opprime ma il profitto capitalista Personalmente non vedo affatto negativamente un mondo in cui un certo tipo di lavoro divenga obsoleto e vi siano dei mezzi tecnici per evitarlo.

senso comune

Post-neoliberismo e la politica della sovranità

Paolo Gerbaudo

popolo sovrano vignetta 1140x555La crisi della globalizzazione neoliberista che si sta manifestando a diverse latitudini, e che è stata dimostrata in maniera eclatante dalla vittoria della campagna per la Brexit nel Regno Unito e dal successo di Donald Trump nelle presidenziali americane, ha risuscitato una delle più antiche e polverose tra tutte le nozioni politiche: l’idea di sovranità.

Di solito intesa come l’autorità dello Stato di governare sul suo territorio, la sovranità è stata a lungo considerata un residuo del passato in un mondo sempre più globale e interconnesso. Ma oggi questo principio viene invocato in maniera quasi ossessiva dall’insieme di nuove formazioni populiste e dai nuovi leader che sono emersi a sinistra e a destra dell’orizzonte politico a seguito della crisi finanziaria del 2008.

La campagna per la Brexit in Gran Bretagna, con la sua richiesta di “riprendere il controllo”, si è incentrata sulla riconquista della sovranità dall’Unione europea, accusata di privare il Regno Unito del controllo sui propri confini. Nella campagna presidenziale americana Donald Trump ha fatto della sovranità il suo leitmotiv. Ha sostenuto che il suo piano sull’immigrazione e la sua proposta di revisione degli accordi commerciali avrebbero garantito «prosperità, sicurezza e sovranità» al paese.

blackblog

Crisi e critica della società della merce

Editoriale EXIT! nº 14 (Marzo 2017)

Roswitha Scholz

edward hopper hotel windowNegli ultimi anni, a partire dal 2008, il mercato è stato inondato da pubblicazioni che sostengono che la fine del capitalismo non solo è possibile, ma è anche probabile. Solo per menzionare alcuni titoli: David Harvey, "Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo" (Feltrinelli, 2014); Wolfgang Streeck, "Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico" (Feltrinelli, 2013); Paul Mason, "Postcapitalismo" (Il saggiatore, 2016); Ulrike Hermann, " Der Sieg des Kapitals" (La vittoria del capitale), 2013; Mark Fisher, "Capitalist Realism: Is there no alternative?" Winchester: Zero Books, 2009; Fabian Scheidler, "Das Ende der Megamaschine. Geschichte einer scheiternden Zivilisation" (La fine della megamacchina. Storia di una civilizzazione fallita), Vienna 2015.

A questo proposito Wallerstein ha detto nel 2009 che il capitalismo probabilmente non vivrà per più di 30 anni (Telepolis, 6/2/2009), e Varoufakis ha sostenuto con veemenza che come prima cosa bisognerebbe salvare il capitalismo in modo da poter avere ancora il tempo di pensare a delle alternative, in caso contrario andrà tutto a putt  ane (der Freitaf, 16/3/2015). Questa lista non è per niente completa e potrebbe essere facilmente arricchita, ma non è questo il luogo per entrare nel dettaglio di tutte le pubblicazioni.

il rasoio di occam

Contro la sinistra globalista

di Carlo Formenti

I teorici operaisti italiani di matrice "negriana", che trovano spazio sulle colonne del giornale "Il Manifesto", detestano la sinistra che scommette su quelle lotte popolari che mirano alla riconquista di spazi di autonomia e sovranità, praticando il "delinking". Ma così facendo diventano l'ala sinistra del globalismo capitalistico

contro sinistra globalista carlo formenti 499Correva l’anno 1981 quando il Manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva – cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo – che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…

Si trattò di un incidente di percorso irrilevante rispetto al ruolo che il Manifesto svolgeva a quei tempi, ospitando un confronto alto fra le migliori intelligenze della sinistra italiana (e non solo). Oggi la sua capacità di assolvere a questo compito si è decisamente appannata, eppure una caduta di livello come quella della “recensione” che Marco Bascetta ha dedicato al mio ultimo lavoro (“La variante populista”, DeriveApprodi) fa ugualmente un certo effetto. Ho messo fra virgolette la parola recensione, perché – più che di questo – si tratta di una tirata ideologica contro i populismi - etichettati come protofascisti – che incarna il punto di vista d’una sinistra “globalista” schierata al fianco del liberismo “progressista” contro questo nemico comune.

rifonda

La fine del neoliberismo progressista

di Nancy Fraser

[Pubblichiamo la traduzione di due articoli della femminista americana Nancy Fraser dal sito della rivista DISSENT. Il primo The end of “progressive neoliberalism” è del 2 gennaio 2017, il secondo Against Progressive Neoliberalism, A New Progressive Populism è stato pubblicato il 28 gennaio ed è una replica a un articolo critico di Johanna Brenner There Was No Such Thing as “Progressive Neoliberalism” del 14 gennaio. Nancy Fraser ha lanciato insieme a Angela Davis e altre femministe americane l'appello per uno sciopero internazionale e militante per l'8 marzo]

women march 131L’elezione di Donald Trump rappresenta una della serie di drammatiche rivolte politiche che insieme segnalano un crollo dell’egemonia neoliberista. Queste rivolte comprendono tra le altre il voto per la Brexit nel Regno Unito, il rifiuto delle riforme di Renzi in Italia, la campagna di Bernie Sanders per la nomination del Partito Democratico negli Stati Uniti e il sostegno crescente per il Fronte Nazionale in Francia. Anche se differiscono per  ideologia e obiettivi, questi ammutinamenti elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti dei rifiuti della globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle istituzioni politiche che li hanno promossi. In ogni caso, gli elettori stanno dicendo “No!” alla combinazione letale di austerità, libero commercio, debito predatorio e lavoro precario mal pagato che caratterizza il capitalismo finanziarizzato oggi. I loro voti sono una risposta alla crisi strutturale di questa forma di capitalismo che si è prima materializzata con il quasi crollo dell’ordine finanziario globale nel 2008.

Fino a tempi recenti, però, la risposta principale alla crisi era la protesta sociale – drammatica e vivace, di sicuro, ma in gran parte effimera. I sistemi politici, al contrario, sembravano relativamente immuni, ancora controllati da funzionari di partito e dalle élite dell’establishment, almeno negli stati capitalistici potenti come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Germania.

prismo

La distopia sbagliata

di Dario De Marco

In epoca di Trump e “fatti alternativi”, 1984 di George Orwell è tornato a scalare le classifiche di vendita. Ma siamo sicuri che il classico dell'autore britannico sia la distopia più adatta a raccontare il tempo in cui viviamo?

Distopia 1Ho visto milioni di persone terrorizzate dall’idea di essere osservate dal Big Brother; le ho viste alzare lo sguardo al cielo con angoscia, e non trovarci nessun occhio; le ho viste abbassare la testa, alquanto rincuorate, e mettersi in coda per comprare l’ultimo smartphone con videocamera a 16 megapixel e grandangolo a 135°.

Se ci trovassimo in un romanzo paranoide di Philip K. Dick, si potrebbe iniziare il discorso in questi termini. E forse anche finirlo, senza aggiungere altro. Invece siamo nella cosiddetta “realtà”: dobbiamo parlare di “fatti”, dobbiamo partire dalla cronaca, dobbiamo iniziare così:

Da quando Donald Trump ha iniziato il suo mandato presidenziale, il libro 1984 di George Orwell ha conosciuto un boom di vendite, fino addirittura a tornare in classifica. Comprensibile. Una realtà in cui il passato è modificabile a seconda delle convenienze politiche, e in cui una persona può credere vera un’affermazione e la sua smentita, in barba al principio elementare di non contraddizione, ricorda da vicino la distopia orwelliana. Alternative facts, il bipensiero. Eppure. Una società del controllo, oppressiva, violenta, totalitaria: siamo proprio sicuri di essere preoccupati per la distopia giusta?

la citta futura

Il capitalismo reale

di Renato Caputo

I crescenti limiti della democrazia formale borghese, fondata sulla delega, rilanciano l’esigenza della democrazia diretta, imprescindibile per una reale sovranità popolare

5098e75e57e36807c173cb7490b1b0d2 XLDal “Rapporto sulla qualità dello sviluppo in Italia” del 2017, realizzato da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio “emerge la fotografia di un Paese in cui la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi”, ha osservato la segretaria del maggiore sindacato italiano. Ciò che colpisce è che le diseguaglianze, i bassi salari, la progressiva proletarizzazione del ceto medio – che generano scarsa fiducia, anzi paura nel futuro – vengono presentate e percepite come una “scoperta”, quasi si trattasse di una novità di quest’anno. Quasi si trattasse di un’eccezione e non di una regola, propria del modo di capitalistico di produzione e per altro già evidenziata ai suoi albori, dal suo primo apologeta, Adam Smith, che in un noto paradosso notava come la ricchezza delle nazioni, prodotta dalla rivoluzione industriale, si sviluppava in modo proporzionale all’aumento della miseria in una parte crescente della popolazione.

Quest’ultima, che già Hegel definiva la plebe moderna, quale caratteristica strutturale e lato cattivo ineliminabile della società capitalista, nell’Italia odierna ha raggiunto quota otto milioni. Senza, ovviamente, contare i milioni di proletari che percepiscono, in cambio della vendita della loro capacità di lavoro, il minimo necessario per riprodursi come massa a disposizione del capitale per valorizzarsi.

casadellacultura

Più che l'etica, è la tecnica a dominare le città

Commento al libro di David Harvey

di Francesco Ventura

francesco ventura harvey citta etica tecnicaL'agile volume di David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, riedito per tipi di Ombre corte nel 2016 (I ed. 2012), raccoglie in centoventiquattro pagine tre articoli e un'intervista all'autore già pubblicati in inglese su altrettante riviste. Nel primo, Il diritto alla città, è chiarito e analizzato il senso di tale diritto in quanto "collettivo". Il secondo, La visione di Henri Lefebvre, è un breve saggio sull'ormai classico testo, Il diritto alla città, del filosofo marxista francese, uscito per la prima volta a Parigi nel 1969 e rieditato in italiano nel 2014 da Ombre corte. Il terzo, Le radici urbane delle crisi finanziarie. Restituire la città alla lotta anticapitalista, è un saggio dove l'autore ripropone in breve, e in relazione alle crisi finanziarie come quella recente, le tesi, strutturate e sviluppate in altri suoi libri, sulla relazione tra la necessità di assorbimento della sovraccumulazione di capitale e l'urbanizzazione, che pone la "città" - la parola è usata da Harvey per il suo valore iconico - come luogo centrale delle lotte anticapitaliste (dunque non più solo la fabbrica come nelle teorie marxiste tradizionali). Chiude il libro l'intervista, che verte, appunto, sulle possibilità di una Rivoluzione urbana.

effimera

Appunti per una epistemologia della conversione liberista della “sinistra”

di Salvatore Palidda

stato di polizia 1Premessa

Questo testo vuole essere soprattutto un invito alla ricerca epistemologica sul successo liberista che s’è compiuto grazie anche e talvolta soprattutto grazie alla conversione neo-liberista della “sinistra” in particolare nel campo degli affari militari e di polizia, campo di ricerca troppo spesso trattato superficialmente se non totalmente ignorato anche per ciò che riguarda l’intreccio stretto con altri campi[1].

Con formidabile lucidità nel suo celebre 1984 (del 1949), Orwell scriveva quali principali slogan del regime: “La pace è guerra”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”. Orwell sintetizzava così quanto avevano mostrato il fascismo e il nazismo, e continuavano a praticare lo stalinismo e in generale tutti i regimi che, soprattutto dalla fine del XIX secolo, condussero alla Prima e alla Seconda guerra mondiale e ad altre mostruosità, smentendo le illusioni del progresso pacifico verso il benessere, la democrazia e i diritti umani. Dopo il 1945, ignorando i solenni proclami delle Nazioni unite, del “mai più” quelle aberrazioni, la storia politica del mondo è stata segnata da un coacervo di fatti che solo qualche volta sono andati in direzione della pace e dell’emancipazione dei popoli e dei diritti fondamentali di tutti.