Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

doppiozero

Giorgio Agamben. Le anarchie del potere

Antonio Lucci

felix nussbaum skeletten 1944Se ne L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014), il volume che logicamente chiude la serie Homo sacer, Giorgio Agamben, quasi in esordio, sosteneva che ogni opera «non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9), l’aver “abbandonato” il progetto in questione non è affatto coinciso con un abbandonare la pratica della scrittura da parte dell’autore.

Agamben ha continuato, con una costanza sorprendente, a pubblicare una serie di libri, dall’oggetto apparentemente disparato, che però rappresentano a loro modo una continuazione coerente del suo percorso. Da un lato ci sono lavori che sviluppano e approfondiscono il tema della “forma-di-vita” (Autoritratto nello studio, Che cos’è reale?, Pulcinella), dall’altro una serie di testi, per lo più raccolte di saggi d’occasione, che approfondiscono il punto di vista dell’autore su temi centrali della sua opera. In questo senso vanno letti Che cos’è la filosofia? e Il fuoco e il racconto, quanto anche il recente Creazione e Anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, uscito da poco per i tipi Neri Pozza, che raccoglie cinque conferenze tenute tra il 2012 e il 2013 presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio. 

Il libro si apre con un’affermazione – e un’argomentazione – cara ad Agamben: vale a dire quella che, sulle orme di Michel Foucault, sostiene che «L’archeologia è la sola via di accesso al presente», in quanto «l’indagine sul passato non è che l’ombra portata di un’interrogazione rivolta al presente» (p. 9).

0
0
0
s2sdefault

sinistra

Il tempo consumabile dell’età moderna

di Salvatore Bravo

guy debordc e1348843451262L’epoca della naturalizzazione del presente vive del consumo del tempo. Si vive la dimensione non del tempo vissuto ma del tempo consumato. La prima dimensione umanizza, fonda relazioni e comunità, poiché nel tempo vissuto vive la storia di un io per la comunità. Il capitalismo assoluto erodendo la dialettica, la pluralità argomentativa, ha sostituito il tempo vissuto con il tempo da consumare. Tale dimensione entra nella relazioni sociali le quali divengono sempre più asociali, l’altro è un mezzo da utilizzare in vista delle merci, del guadagno immediato: tempo che consuma le persone, le comunità, i paesaggi, i suoli. La cifra della contemporaneità è il consumo; il problema è che si continua a citare il tempo vissuto, nella assoluta inconsapevolezza che la vita vissuta arretra per lasciare spazio al consumo. La storia come luogo della liberazione e dell’emancipazione è dimensione di un tempo che non si osa pensare. Il tempo consumato, trasforma le persone in consumatori, in maschere tecnocratiche, taglia la relazione tra il sentire ed il pensare, Nietzsche direbbe tra il dionisiaco e l’apollineo, tra la vitalità, il desiderio autentico ed il pensiero logico. L’uomo scisso del capitalismo assoluto consuma senza sentire l’offesa quotidiana, bruca la religione del cattivo infinito senza ascoltare la dignità ferita. In media la scissione del soggetto alienato, estraniato da se stesso favorisce il capitalismo assoluto, poiché inibisce sul nascere la partecipazione politica, la rabbia da trasformare in risorsa motivante del pensiero.

0
0
0
s2sdefault

criticaimpura

Ludwig Wittgenstein

Della Certezza, della Verità e del Senso nel problema del fondamento

di Sonia Caporossi

johntierney 670x400Con questi brevi appunti intendiamo, se possibile, aprire una possibilità di riflessione sul difficile tema del fondamento della verità, della certezza e del senso, a partire dalla seguente proposizione di Ludwig Wittgenstein contenuta in Della Certezza: «Se il vero è ciò che è fondato, allora il fondamento non è né vero né falso» [1]. In questo passo, Wittgenstein intende affermare che, in qualche modo e in un qualche senso, il fondamento è infondato. Ma in quale modo e in quale senso si potrebbe dire ciò? E soprattutto, in quale modo e in quale senso che non sia assiomaticamente aristotelico, ovvero anapoditticamente dato per certo generando così un circolo vizioso evidente fra la certezza e la sua stessa posizione? Il Wittgenstein uscito fuori dalla chiusura logicistica asfittica del Tractatus Logico – Philosophicus, il Wittgenstein apertosi alla visione estetica delle cose contenuta nelle Ricerche Filosofiche, risponderebbe forse, in modo un po’ enigmatico, che il fondamento è “una forma di vita”: la nostra. E, soprattutto, superato qualsiasi residuo di logicismo, che non c’è più bisogno di rinnegarlo, come dire: keep calm and hold your Grund.

Quest’intuizione, che per i filosofi non costruttivisti risulta essere tutt’altro che autoevidente, porta a una serie di considerazioni dalla cogenza filosofica inusitata. Infatti, dovremmo partire dalla considerazione del fatto che il vero, se è se stesso, deve essere fondato, altrimenti non sarebbe vero, ma falso.

0
0
0
s2sdefault

paroleecose

Sul lungo periodo. Breve storia di Lukács

di Matteo Marchesini

cropped 7wuF4Dy 1A metà della Montagna incantata, Thomas Mann introduce il personaggio di Naphta, un ebreo gesuita che da lì in poi si contende col massone Settembrini il ruolo di pedagogo del protagonista Castorp. Mentre Settembrini descrive con passione la razionalità del progresso umano, Naphta esalta con razionalità implacabile le passioni più oscure e diaboliche. In lui l’anima reazionaria coincide con quella rivoluzionaria: Mann lo definisce appunto “un rivoluzionario della conservazione”, un rivoluzionario “aristocratico”. Naphta è loico, ascetico e spietato. I suoi “poiché” chiudono ogni dimostrazione in una griglia di ferrea causalità, e la riaprono su vertiginose ambiguità dialettiche. Ha come bestia nera la borghesia, contro cui difende il Medioevo e annuncia il comunismo. Secondo lui lo “spirito vivente” del primo Novecento “fonde in sé gli elementi del passato col più lontano avvenire per una vera rivoluzione”. Una rivoluzione in cui il carattere sanguinoso delle epoche teocratiche incontrerà quello delle dittature proletarie: “se vogliamo che venga il regno”, spiega, “il dualismo di bene e male, di aldilà e aldiquà, di spirito e potere, deve annullarsi temporaneamente in un principio che unisca ascesi e dominio. Ecco quella che io chiamo la necessità del terrore”.

0
0
0
s2sdefault

carmilla

L’identità: un concetto avvelenato

di Armando Lancellotti

h mw mh cs cx cyDetto approssimativamente: Dire di due cose, che
esse siano identiche, è un nonsenso; e dire di
una cosa, che essa sia identica a se stessa,
non dice nulla (L. Wittgenstein, Tractatus
logico-philosophicus, 5.5303)

È cosa facilmente verificabile per chiunque che il concetto di identità sia oggigiorno uno dei più frequentemente utilizzati in tutti gli ambiti del discorso pubblico e questo ha dato luogo ad una moltiplicazione delle sue possibili declinazioni e delle sue differenti accezioni: identità occidentale, europea, nazionale, culturale, religiosa, etnica, locale o regionale, personale ecc. E poco importa se molte di queste espressioni abbiano oppure non abbiano un senso compiuto che ne permetta un utilizzo valido e pertinente, perché la rivendicazione identitaria sembra essere diventata un’ossessione a tal punto evidente, pervasiva e diffusa da non riuscire più neppure a mascherare le dinamiche che la producono, le esigenze e le difficoltà individuali e collettive che la alimentano. È come se lo sbriciolamento della realtà sociale, politica, economica, lavorativa – conseguenza di un mondo reso globale da un mercato totale in costante corto circuito e aggrovigliato su stesso nel circolo vizioso della riproduzione di iniquità sociale – avesse reso necessario il ricorso a pratiche identitarie, ovvero all’arroccamento difensivo su posizioni identitarie sufficientemente forti per fornire l’illusione di un barlume di sicurezza.

0
0
0
s2sdefault

megachip

Soggettività e individuazione

Per un pensiero eutopico tra filosofia e psicoanalisi

di Paolo Bartolini

Per il 2018 regaliamo ai lettori questo saggio filosofico di Paolo Bartolini. Buona lettura

s BASQUIAT UNTITLED large640Le basi filosofiche per pensare il processo di individuazione

In un’epoca “estrema” come la nostra, posta sulla soglia di una transizione storica e antropologica di portata globale, mi pare urgente sondare il legame, sottile e tenace, che tiene insieme pensiero filosofico, psicologie del profondo e critica sociale. L’emergere nelle scienze, nella filosofia e nella teoria politica di un paradigma della complessità sistemico e antiriduzionista,1 denota l’urgenza di una nuova presa in cura della vita che, unendo conoscenza e premura, sapere e sapienza, possa permettere alle diverse culture umane non solo di dialogare fra loro, ma anche di individuare azioni comuni per resistere alla deriva del presente e promuovere nuove forme di giustizia sociale e ambientale.

La sfida che ci aspetta, a ben vedere, è multidimensionale e ha risvolti ecologici, economici, politici e spirituali.

Nulla, d’altronde, può sottrarsi al movimento impetuoso che, già nel presente, prefigura il futuro.

0
0
0
s2sdefault

sinistra

Il capitale all’assalto del tempo

di Salvatore Bravo

giorgio mele1L’ultima frontiera del totalitarismo del capitalismo assoluto è il monopolio del tempo. I totalitarismi del novecento hanno organizzato il tempo dei loro sudditi, lo hanno reso funzionale ai desideri di onnipotenza, di trasformazione eternizzante del presente. Tale operazione operava nel tempo, nella carne dei sudditi. Il presente era giustificato nella sua eternità, in quanto sintesi finale del passato volto verso il futuro: il fascismo rendeva ipostasi il presente, in quanto destino segnato dall’impero romano, pertanto l’epoca di mezzo doveva essere cancellata; si pensi alle operazione urbane a Roma, durante il fascismo, per ricongiungere “il nuovo che avanzava” con i monumenti che rammentavano la grandezza del passato come il Colosseo. Il piccone demolitore di Piacentini, l’architetto del regime, nel 1931 doveva ridisegnare il tempo della storia, ma c’era una storia ancora… bugiarda, una storia che esigeva un’ improbabile dialettica. L’homo novus che il fascismo auspicava era l’uomo che avrebbe abbandonato la tradizione italica per rinnovarla in senso biologico. La guerra di Etiopia fu tra i tanti fini progettati dal Fascismo l’aperta sperimentazione per verificare se, dopo un ventennio circa, l’homo novus si fosse concretizzato. Renzo De Felice nei suoi studi dimostra che la differenza tra nazismo e fascismo consiste, anche, nel diverso disporsi verso il parametro del tempo: il fascismo si orienta verso il futuro, mentre il nazismo verso il passato.

0
0
0
s2sdefault

sinistra

Dialettica e domanda filosofica all’epoca del turbocapitalismo

di Salvatore Bravo

Ara34 01Costanzo Preve nel testo Storia della dialettica delinea attraverso lo sviluppo della dialettica la tragedia del capitale. La storia della dialettica è funzionale alla drammatica comprensione del presente. La furia del dileguare come affermava Hegel è la vita trascorsa nell’immediatezza, ovvero nell’irrazionalità, poiché è razionale solo ciò che è compreso. Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale, la ben nota citazione di Hegel nell’interpretazione di Preve significa che solo ciò che è pensato diventa razionale, poiché ciò che è mediato dalla dialettica del pensiero, dal concetto, diviene reale, in quanto riconfigurato e risimbolizzato. Il capitalismo globalizzato ha dichiarato guerra ad ogni forma simbolica in modo che gli “oggetti – merce” vampirizzino, come affermava Marx, i suoi sudditi. Il dominio assoluto coincide con l’eliminazione delle forme simboliche e dialettiche, è un tragico algoritmo che cospira a far diventare l’umanità serva inconsapevole dell’unico linguaggio possibile: la riduzione di ogni ente ed esistente a funzione del sistema. Dalla Buona scuola allo jus soli, all’abolizione dell’articolo 18, ogni riforma, in realtà controriforma, deve essere organica al sistema capitale. Preve concettualizza essenziale nel suo scritto: la dialettica, il dialogo socratico, è sostanziale e non solo formale, poiché si esplica all’interno di rapporti segnati dall’isonomia (uguaglianza davanti alla legge) e dall’isegoria (uguale diritto di parola). La polis socratica è una società costituita da piccoli produttori, nella quale la proprietà privata trova il suo limite nella comunità quale fine dell’azione dei singoli, ovvero il singolo ha senso solo all’interno della comunità per cui la proprietà assume connotazioni sociali mai privatistiche.

0
0
0
s2sdefault

petiteplaisance

Educazione classica: educazione conservatrice?

di Luca Grecchi

Festival della filosofia di Roccabianca, 11 giugno 2017

FilosofareImmagino che la maggior parte delle persone, anche quelle qui convenute, risponderebbe in modo affermativo alla domanda che dà il titolo al mio intervento. Ebbene, se anch’io pensassi che l’educazione classica fosse un’educazione conservatrice (verso la realtà per come è oggi), probabilmente non avrei svolto questa relazione. Penso, invece, esattamente in modo contrario. Cercherò, dunque, di chiarire bene le mie tesi, che non sono molto di moda. Vi anticipo comunque innanzitutto alcune tesi che non sosterrò.

Non sosterrò, nella mia relazione, la tesi oggi dominante su questa tematica, argomentata ad esempio da Martha Nussbaum e da altri studiosi (alcuni dei quali ospitati, anche di recente, dall’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore, che mi pare faccia ormai da tempo di questa tesi un refrain), secondo cui la cultura classica è importante in quanto abitua i nostri ragazzi ad una maggiore duttilità mentale, rendendoli più flessibili, più aperti, ecc. Di fronte ad un mondo del lavoro in continua evoluzione, la cultura umanistica, il greco, il latino, la filosofia, ma anche la scienza e la matematica, offrirebbero la possibilità di uno sguardo d’insieme più ampio, e pertanto una maggiore duttilità mentale: ecco ciò che si sente ripetere spesso. E sono convinto che queste argomentazioni siano la causa principale che spinge molti genitori ad iscrivere i figli al Liceo Classico (che ultimamente sta conoscendo una discreta risalita degli iscritti), unita al fatto che solitamente questo tipo di scuola ospita adolescenti meno problematici, ed anche per questo si preferisce mandare lì i propri figli: bisogna sempre dire la verità se si vogliono spiegare bene i fenomeni.

0
0
0
s2sdefault

filosofiaenuovisentieri

Le passioni fra processi di soggettivazione e macchine

di Sandro Vero*

industrial 925491 1920 e1509641535559

«Certo, il paradosso è che c’è stato bisogno di dimostrare che la passione, che fino a questo momento era ritenuto un giogo per l’uomo, poteva e doveva essere vista come ciò che l’avrebbe emancipato»
(P. Dardot e C. Lavalle, La nuova ragione del mondo, 2013

1. Un’antropologia delle passioni.

Il lettore attento scoprirà abbastanza presto come l’esergo tratto da Dardot e Lavalle sia un fruttuoso paradosso, rispetto alla tesi che questo scritto intende affermare. La passione, nella prospettiva antropologica che adotteremo, torna ad assumere le sembianze piene del giogo, ma lo fa seguendo delle linee “operative” piuttosto diverse rispetto a quelle previste dalla tradizione classica del pensiero: è giogo in quanto dispone il soggetto su un piano in cui la sua energia desiderante è captata e messa al servizio di obiettivi non suoi, senza che tuttavia occorra lungo il cammino alcuna “coercizione”.

Che possono mai avere in comune il tema del macchinico e quello dell’ingegneria delle passioni nel capitalismo contemporaneo? Peraltro, mentre il primo è stato pionieristicamente evidenziato dallo stesso Marx nell’ormai famoso Frammento sulle macchine (Marx, 1964) con annotazioni che rendono piena giustizia alla modernità del suo pensiero, sul secondo il marxismo tutto ha fatto calare una coltre assoluta di silenzio, disinteressandosi di fatto (ma anche di principio) della questione di come gli affetti lavorino spesso e (mal-)volentieri al servizio del capitale.

0
0
0
s2sdefault

paroleecose

Il mito dell’autonomia intellettuale

di Mimmo Cangiano

Age du papier“L’economia è il metodo. L’obiettivo è cambiare l’anima”
Margaret Thatcher

I.
Una volta Lukács ha scritto che quando tutte le strade per esprimersi sembrano chiuse, quando il contesto nel quale si opera non offre (come la weberiana gabbia d’acciaio) nessuno spazio per la libera azione del soggetto, quando il sistema sociale che abbiamo davanti appare come un Moloch inattaccabile e immodificabile, allora il soggetto muove verso l’unico luogo che gli appare intatto, modificabile, non compromesso: la propria interiorità.

Per Lukács è un trucco. Quell’interiorità è già assolutamente colonizzata dallo spazio esterno, ma la sua presunta autonomia garantisce al sistema sociale un doppio risultato. Da un lato, se tale spazio di libertà persiste, allora il sistema non apparirà così oppressivo; dall’altro il soggetto interiormente autonomo potrà sviluppare una proprio etica, creare nell’isolamento della propria interiorità un sistema di valori, anche in opposizione al sistema medesimo. Questa è la ragione per cui Lukács ce l’ha a morte con l’etica, che chiama, con chiaro intento sarcastico, “la prassi dell’individuo isolato”, vale a dire un sistema ideologico che, non interessato a socializzarsi, rafforza la percezione psicologica di una possibile separazione (autonomia) fra l’interiorità del soggetto e lo spazio esterno della prassi collettiva.

0
0
0
s2sdefault

sinistra

Sul Trattato del ribelle di Jὒnger

di Salvatore Bravo

norne 300x259Ernest Jὒnger è stato un Ribelle, un non allineato, ha vissuto il lungo secolo che ci ha preceduto “il secolo breve” con il coraggio delle idee che si fanno carne e diventano parole. Ha smascherato la mediocrità conformista degli intellettuali che hanno omaggiato la fine della natura umana e con essa ogni paradigma di verità. Il postmodernismo con la sua razionalità debole, un esempio è il pensiero debole di Vattimo, ha contribuito a spezzare il senso di ribellione, favorendo l’accettazione omologante all’interno del paradigma dell’economia. Ha denunciato la bandiera del “non impegno”, consapevole che non è sufficiente la negazione, ma essa deve trasformarsi in impegno per la libertà. Di intellettuali come Jὒnger sentiamo tutti nostalgia e ne avvertiamo il terribile vuoto: “horror vacui” è la nostra condizione. La sinistra è dialettica, vive del polemos, ogni cultura ed identità necessitano della differenza per misurare in senso qualitativo la propria storia. Il pensiero di Junger ci sollecita a dare risposte a sollecitazioni che benchè formulate da una prospettiva altra, non possono che essere condivise. La forza plastica che ne possiamo trarre è d’ausilio per tollerare le difficoltà della resistenza nel contesto-mondo irrazionale in cui la comunità pensante pare arretrare, per lasciare spazio al deserto dell’ultimo uomo, all’anomia collettiva. E. Junger tratta del tempo anonimo della società dello spettacolo nel quale l’omogeneità e la linearità sono gli attributi di espressione del tempo incardinato nella produzione, e che trasforma gli uomini in consumatori. E’ il regno animale dello spirito secondo la definizione di Hegel.

0
0
0
s2sdefault

archeologiafil

La norma e il karma della legge

Sulla miseria del soggetto produttivo

di Paolo Vernaglione Berardi

Giorgio Agamben, Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto - Bollati Boringhieri editore 2017 -pagine 140 – €. 14,00

Pierre Macherey, Il soggetto delle norme – Ombre Corte editore – pagine 215 – €.18,00

leggere1Il successo del diritto

Una ricerca sull’istituzione e la funzione della norma deve risalire all’origine semantica del termine. Emerge così la sequenza concettuale tipica della modernità per cui ciò che comunemente è definito legge risulta dall’identità della norma con il diritto positivo. Ma questa traslazione, che per un verso è arbitraria e per altro verso è la risultante di un’operazione giuridico-politica eminente, chiarisce indirettamente un’altra occorrenza del concetto di norma, che assume oggi per lo più il senso di un paradigma universale, considerato indiscutibile: la normalità. La normalità sembra essere il grande compito della modernità che l’assume come legge di comportamento.

Un’archeologia del diritto deve dunque risalire la differenza tra norma e legge per cercare di scoprire il luogo di insorgenza di ciò che è normativo. Per far questo vale la pena delimitare lo spazio di senso della norma cercando di fare luce sui rapporti tra legge norma e normalità.

Questi rapporti, che sono densi e si districano con difficoltà, si presentano in una doppia linea che all’apparenza disegna una continuità, ma che a guardar bene segna invece una genealogia spezzata, i cui punti di rottura corrispondono al progressivo scivolamento di senso della norma dall’antichità all’epoca moderna.

0
0
0
s2sdefault

la citta futura

Recensione di Potenza ed eclissi di un sistema

Hegel e i fondamenti della trasformazione

di Edoardo Raimondi

Un libro di Emiliano Alessandroni, con introduzione di Remo Bodei

filosofie alessandroni potenza eclissi sistemaPotenza ed eclissi di un sistema. Hegel e i fondamenti della trasformazione (Mimesis, Milano-Udine 2016) è forse uno dei tentativi più audaci, apparso negli ultimi tempi, di restituire il pensiero di un Hegel ben distante da quelle interpretazioni canoniche, e dal sapore dogmatico, che nell’arco di decenni – a ben veder – non ne avrebbero saputo restituire il giusto significato ed il giusto valore. Ché ripercorrendo tutto il sistema hegeliano – attraversando anche gli scritti giovanili dell’autore tedesco – Emiliano Alessandroni, con un’analisi attenta dei testi, in primis della Wissenschaft der Logik e della Phänomenologie des Geistes, porta alla luce come la lezione hegeliana possa non solo essere considerata essenziale per la comprensione del nostro tempo, tornando così a farsi artefice di un discorso coerente su cosa possa andare a significare per noi la trasformazione nella storia, ma soprattutto contribuire al risveglio del concetto stesso di critica – questione a cui è dedicato l’intero capitolo III del libro. Tornando a rischiarare, questo è certo, il significato fondamentale della “contraddizione oggettiva”, motore e molla del divenire determinato che non farebbe altro che dispiegarsi in strutture processuali, materiali e culturali insieme, essenzialmente dialettiche e storiche, pur sempre sottese all’essere che si scopre prettamente sociale (ciò che non può far altro che manifestarsi, nella sua significatività e nella sua determinatezza, in e attraverso un linguaggio che sa comprendere se stesso).

0
0
0
s2sdefault

doppiozero

Giorgio Agamben. Innocenza radicale

Antonio Lucci

giorgio agamben bp 0Sebbene Giorgio Agamben abbia dichiarato chiuso, nel 2014, il suo progetto ventennale di un’archeologia della politica e del diritto, che ha preso il nome di Homo sacer, con la pubblicazione del volume l’Uso dei corpi, la sua produttività non è affatto diminuita, e il nuovo testo dell’autore romano, Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto, uscito recentemente per i tipi Bollati Boringhieri, ne è – non lo fossero stati abbastanza i testi usciti in precedenza, dedicati, tra gli altri, a Majorana, a Pulcinella, e alle proprie vicende biografiche – l’ulteriore riprova.

Se si volesse speculare, si potrebbe addirittura arrivare a sostenere che questo volume potrebbe occupare il posto vuoto lasciato enigmaticamente da Agamben nella posizione II.4 del suo progetto.

In Karman Agamben presenta al contempo una summa dei motivi portanti del suo pensiero e una loro evoluzione in una direzione inedita. Come il sottotitolo indica, l’azione, la colpa e il gesto sono le tre grandi categorie oggetto dell’analisi agambeniana.

0
0
0
s2sdefault