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filosofiainmov

La Politica al tempo dei Robot

Si dà ancora un “Principio speranza”?

di Bruno Montanari

legeros Mural Graffiti 530pPerché ho ricordato il titolo di un famoso testo di Ernst Bloch? Per una questione seria che balza immediatamente agli occhi: quella dell’ampliarsi della forbice sociale dipendente dal modo in cui l’operare dell’attuale capitalismo, che definirei sinteticamente tecnologico-finanziario, va configurando il mondo del lavoro. Il che significa avere di fronte agli occhi la “condizione umana”, divenuta strutturalmente precaria, di una marea di umanità che è sottopagata, marginalizzata o del tutto emarginata, che non è più in grado di vivere dignitosamente il suo “oggi” e di concepire un futuro come una possibilità della vita.

Comincio con il ripetere ciò che viene tritato ogni giorno da tutti i media: che la Sinistra è in crisi ovunque in Europa, che “destra” e “populismi” sono in crescita e che ricevono il consenso da quelle aree della società che un tempo votavano “a sinistra”. Ciò che tuttavia occorrerebbe chiedersi è se termini che hanno una loro storia culturale ed una loro forte incisività storico-politica conservino ancora oggi un significato che attragga l’interesse pratico della gente comune. Direi di no; mi sembra, invece, che costituiscano uno stereotipo della comunicazione mediatica, incapace di fatto di colpire la sensibilità politica dell’ambiente cui si dirigono. Prova ne sia l’alto astensionismo elettorale (non solo italiano) che altera l’effettività rappresentativa di qualsiasi percentuale partitica. A tal proposito, c’è da chiedersi se, in un siffatto contesto di astensione dai processi elettorali, non sia il caso e proprio al fine di confermarne l’indispensabilità, di introdurre un quorum per la loro validità.

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il rasoio di occam

Le insidie della felicità. Note su “Storia economica della felicità”

di Nicolò Bellanca

In Storia economica della felicità (il Mulino, 2017), Emanuele Felice ha ricostruito la storia attraverso cui si è venuta creando una frattura fra sviluppo economico e felicità, progresso economico e dimensione etica. Ma che cosa è la felicità e come la si può conseguire attraverso la politica?

felicità12Molti di noi, fin dai banchi di scuola, sono stati affascinati dalle letture di storia per gli interrogativi di fondo che esse evocano, raccontano e talvolta provano a spiegare: cosa distingue l’Homo sapiens dagli altri animali? Perché l’Occidente ha dominato il mondo nel corso degli ultimi secoli? Quali sono le determinanti profonde di grandi cambiamenti come la Rivoluzione agricola o quella industriale? Perché una collettività ha successo o declina? Le disuguaglianze erano maggiori una volta, oppure lo sono adesso? La storia ha una direzione? Le persone sono diventate più collaborative, più etiche, più felici con il trascorrere del tempo?

Negli anni recenti, simili questioni sono state affrontate da importanti scienziati sociali. Mi limito a ricordare tre libri che hanno suscitato estesi dibattiti; volutamente, menziono gli slogan riassuntivi mediante cui queste opere complesse vengono, di solito, ricordate. I destini delle società umane è il sottotitolo originale del libro nel quale Jared Diamond sostiene che la geografia fisica, in definitiva, spiega l’evoluzione culturale e la crescita economica di alcuni popoli rispetto agli altri.[1] Breve storia dell’umanità è il titolo originario del libro di Yuval Harari, nel quale si enfatizza l’abilità, specificamente umana, d’immaginare simboli, come la moneta o lo Stato, che esistono soltanto intersoggettivamente, ma che consentono la cooperazione tra estranei: tu ed io non ci conosciamo, ma accettiamo di scambiare con la stessa moneta o di obbedire alle stesse leggi.[2] Infine, Daron Acemoglu e James Robinson affermano, in un libro sottotitolato Le origini del potere, della prosperità e della povertà, che il successo delle collettività umane dipende dal carattere inclusivo delle loro istituzioni politiche ed economiche, dove per “inclusività” intendono la capacità di rispettare la libertà e i diritti delle persone.[3]

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consecutiorerum

Teleologie senza Spirito?

Sui deficit politici della filosofia della storia di Honneth

di Marco Solinas*

14 300x300Riagganciare direttamente la dimensione morale alle dinamiche delle lotte sociali, e viceversa, superando così l’economicismo imperante in larga parte della tradizione filosofico-politica di orientamento socialista, per poi spingersi verso l’adozione di una prospettiva immanentista sempre più radicale nella quale la normatività viene interamente ricostruita dalla dinamica del progresso storico: sono questi alcuni dei tratti di fondo che caratterizzano lo sviluppo del progetto teorico complessivo di Axel Honneth, dalla sua nascita a oggi. Un progetto il cui cuore pulsante è rappresentato dalla attualizzazione della concezione etica della lotta per il riconoscimento di Hegel, interpretata quale motore morale delle lotte sociali, e quindi del progresso storico.

Il baricentro della nuova teoria critica è stato così rispostato su un asse neo-hegeliano. Se infatti già Habermas aveva ripreso la teoria del riconoscimento del giovane Hegel per conferire un fondamento intersoggettivista alla sua reinterpretazione dell’imperativo categorico in chiave di agire comunicativo, l’immanentismo di Honneth punta a bypassare completamente quel costruttivismo kantiano volto a fondare la moralità su procedure formali. Riprendendo la concezione hegeliana della Sittlichkeit quale dimensione che ingloba, superandola, la Moralität, Honneth ritiene infatti di poter dedurre, o meglio ricostruire in modo immanente i criteri per valutare la correttezza e legittimità della dimensione normativa dallo sviluppo storico. La normatività viene così ri-ancorata o meglio calata direttamente e interamente nel flusso del divenire storico. Non si tratta, quindi, di limitarsi all’invero già ambizioso obiettivo di ricostruire la dimensione morale che anima dall’interno la nascita e lo sviluppo delle lotte sociali riconducibili al framework del riconoscimento, superando il quadro economicista fondato sulla categoria di interesse, come Honneth si sforzava di mostrare in Lotta per il riconoscimento, con un andamento per diversi aspetti affine a quello gramsciano[1].

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pierluigifagan

Il Grande Studio

di Pierluigi Fagan

webhomes complex to simple3Abbiamo una missione, siamo chiamati a plasmare la Terra.
Novalis

Nella Prefazione del mio recente  libro[1], scrivevo “Tale grande studio era orientato ad un punto di fuga, il concetto di complessità”. Per un errore nel processo di revisione delle bozze, quel “grande studio” è venuto fuori minuscolo, invece doveva essere maiuscolo. Messo così, in effetti, è abbastanza ridicolo, uno studioso non può certo dire che il suo studio è “grande”. Doveva esser maiuscolo perché si riferiva al Dà Xué (大学, Grande studio), titolo di uno dei quattro libri attribuiti a Confucio[2] . Come recita la breve bio dell’autore di questo spazio di riflessione, quindici anni fa mi sono ritirato a “confuciana vita di studio” ed il Dà Xué è considerato appunto il dao (la Via) della conoscenza dell’antico Maestro cinese, coevo di Solone e Talete, del Buddha storico e delle Upanishad, della probabile  compiuta redazione dei canoni dell’Antico Testamento in quel di Babilonia, quella irripetibile stagione che il tedesco Karl Jaspers chiamò “Età assiale”[3].

Quindici anni fa infatti smisi di lavorare e mi immersi nello studio. In effetti all’inizio mi misi semplicemente a leggere con agio ma, capitando proprio su i Dialoghi di Confucio (Kong zi), presi a studiarli leggendo altro di lui, molto su di lui, sul suo periodo storico, la cultura della Cina antica, il seguito del suo pensiero detto “confucianesimo”[4] un canone tutt’altro che unitario il cui corso arriva sino alla Cina contemporanea e che ha una riconducibilità relativa al Maestro storico.

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L’estenuazione democratica della Scuola di Francoforte

Note critiche su Axel Honneth e Rahel Jaeggi

di Roberto Finelli*

3 300x3001. Concetto e funzione di “critica immanente”

Il lavoro di Rahel Jaeggi nell’ambito della filosofia e della psicologia sociale contemporanea si colloca, senza ombra di dubbio, in una linea di profonda continuità e nello stesso tempo di radicalizzazione di quella istanza di critica immanente che, di contro ad ogni moralità ed etica del dover-essere, ha ispirato i suoi maestri della Scuola di Francoforte, come Jürgen Habermas e Axel Honneth.

Il concetto di “critica immanente” – o più ampiamente di filosofia come critica – va fatto risalire nel campo sociale e politico al movimento dello Junghegelianismus, quale capacità degli intellettuali critici di sollecitare la modernità al superamento di ogni arretratezza premoderna e al compimento della sua più intrinseca e strutturale razionalità secondo la lezione più propria di Hegel, che aveva assegnato alle istituzioni del tempo moderno l’architettura di una razionalità compiuta, contrassegnata, a suo avviso, dall’intreccio vicendevole e maturo di individuale e universale.

La tessitura e l’articolazione della società che Hegel aveva esposto e concettualizzato nei Lineamenti di filosofia del diritto rimandava al valore fondante e prioritario della libertà, e non dell’autorità, quale contenuto del diritto: propriamente quale realizzazione e riconoscimento dei diversi lati dell’esistenza umana attraverso sfere concentriche e sempre più ampie di socializzazione. Per cui, dopo il compimento del sistema hegeliano come identificazione e teorizzazione della ratio intrinseca alla modernità, il compito della filosofia per i Giovani Hegeliani non poteva che essere quello della denunzia e della critica delle inadempienze e delle arretratezze delle istituzioni e delle idee del presente riguardo appunto al potenziale di razionalità in esso esplicitato e definito dal maestro di Berlino.

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Tra psiche e politica: funzionamento mentale e immaginario collettivo

di Paolo Bartolini*

Per creare dobbiamo fidarci delle nostre risorse più nascoste, armonizzare coscienza e inconscio, sognare la realtà nonostante la sua brutalità

index3564Alcuni mesi fa è uscita, per le edizioni Raffaello Cortina, una lunga intervista di Luca Nicoli ad Antonino Ferro, uno dei pensatori più originali e apprezzati del nostro tempo in campo clinico e psico-analitico. Il dialogo con questo “psicoanalista irriverente” ha preso la forma di un libro che mi sento di suggerire a chi coltiva ancora, nel rumore assordante del presente, la passione per l’ascolto che cura, per il dialogo che rende possibili nuove narrazioni, per le vie con le quali l’inconscio (questo sconosciuto a cui dobbiamo buona parte della nostra creatività) sembra palesarsi dilatando la nostra esperienza della realtà. Il lettore curioso scoprirà piacevolmente che le ipotesi metapsicologiche sviluppate nel corso degli ultimi decenni stanno stravolgendo la psicoanalisi classica aprendo una nuova fase nello studio del funzionamento mentale. Dopo l’avvento delle esplorazioni psicoanalitiche di Wilfred R. Bion, Ferro dichiara candidamente che la visione del profondo di Freud, a parte alcuni punti fermi (l’importanza del setting e la centralità dei sogni, della sessualità nello sviluppo della personalità e dell’inconscio), può essere oggi considerata antiquata e priva di utilità terapeutica. L’inconscio stesso non va più pensato come un luogo psichico, ma come una funzione della personalità.

Bion, soprattutto mediante la nozione di “pensiero onirico della veglia”, ha dischiuso negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso la possibilità di effettuare un vero e proprio salto quantico nella comprensione della psiche e delle relazioni umane.

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il rasoio di occam

Superpoliticamente apolitico. L’uso dei corpi

di Lorenzo Chiesa

uso dei corpi agambenQualche anno fa, nel 2014, Giorgio Agamben ha chiuso il ciclo di "Homo sacer" con la pubblicazione di "L'uso dei corpi"*. In questa recensione, uscita originariamente sullo Stanford University Blog in occasione della traduzione in inglese del libro, Lorenzo Chiesa ne ha approfittato per fare il punto sul significato complessivo della operazione filosofica agambeniana, mettendone in luce tanto la coerenza quanto le ambiguità

L’uso dei corpi ruota attorno a ciò che, citando l’Antigone di Sofocle, Agamben chiama “superpolitico apolitico” (hypsipolis apolis). L’espressione compare soltanto due volte nel libro ma è del tutto decisiva.

Che cos’è vivere in quanto “superpolitico apolitico”? È vivere e, allo stesso tempo, pensare una politica liberata da ogni “figura della relazione” (e della rappresentazione) nella quale, tuttavia, “siamo insieme” al di là di qualsiasi relazione.

Questo essere-insieme non relazionale richiede l’“uso dei corpi” – nel senso soggettivo del genitivo. Ovvero, un altro corpo – improduttivo, non strumentale – è possibile per l’essere umano nella misura in cui emerge una “zona d’indifferenza” tra il proprio corpo e quello di un altro. L’uso diventa uso comune.

Il “superpolitico apolitico” comporta pure un ambizioso disinnesco dell’intero dispositivo della metafisica occidentale, come intesa a partire almeno da Aristotele. L’ontologia, in quanto inscindibile dalla politica, è infatti fondata sulla relazione di bando, la quale in definitiva fonda qualsiasi tipo di relazione.

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carmilla

Adorno e l’attualità del pensiero critico

di Armando Lancellotti

Stefano Petrucciani, A lezione da Adorno. Filosofia Società Estetica, manifestolibri, Roma, 2017, pp. 176, € 22,00

10454312 10203715Questo libro di Stefano Petrucciani(*), ordinario di filosofia politica presso la Sapienza di Roma, si presenta come una rilettura complessiva del lavoro di Theodor Wiesegrund Adorno, di cui considera tutte le grandi opere, toccando ciascuno dei nuclei fondamentali della riflessione del maestro francofortese, ma lo fa assumendo spesso come punto di osservazione privilegiato – seppur non esclusivo – i materiali dei corsi e gli scritti delle lezioni universitarie del filosofo.

Un excursus complessivo, organizzato per tematiche, che da un lato tiene opportunamente conto dei settanta o cinquanta anni che ci separano da opere quali la Dialettica dell’Illuminismo o la Dialettica negativa e la Teoria estetica – distanza temporale, profondi cambiamenti economico-sociali e culturali nel frattempo intervenuti che contribuiscono ad evidenziare alcune inadeguatezze o rigidità della adorniana teoria critica della società – ma dall’altro permette di cogliere distintamente l’importanza intellettuale cruciale della cifra essenziale del pensiero francofortese, da cui – aggiungiamo – proprio oggi, forse più che mai in precedenza, sarebbe opportuno ripartire: la vigile attenzione critica, il meticoloso scavo analitico, l’infaticabile lavoro di analisi interpretativa, che urge risvegliare nell’epoca e nella società della nuova unidimensionalità della globalizzazione, economica, politica ed ideologica.

Petrucciani legge le lezioni sul concetto di filosofia che Adorno tiene a inizio anni Cinquanta, al momento del suo ritorno in Germania dopo l’esilio americano e dopo la conclusione della collaborazione con Horkheimer per la stesura della Dialettica dell’Illuminismo, considerandole l’inizio di un percorso più personale: la specificità che distingue Adorno da altri francofortesi consiste in un permanente e prevalente approccio filosofico alla teoria critica della società praticata dalla Scuola, per cui essa è essenzialmente un’azione teoretica, per quanto collegata alla complessità dei saperi sociali.

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Favole del reincanto

di Stefania Consigliere

E allora perché non mi sento antifascista? La prima ragione è strategica e generale: definirsi a partire dall’avversario è pericoloso

index298La trappola oppositiva

Come al solito fra me e il mondo qualcosa non torna. Questa volta è il fatto di non sentirmi particolarmente antifascista e proprio mentre i resti della sinistra e del pensiero critico sembrano trovare una piattaforma comune nel definirsi tutti come tali. Riconosco che non è un buon inizio. Fascismo, nazismo e totalitarismo mi ossessionano almeno fin da quando gli anni Settanta hanno inciso brandelli di storia e di politica nel mio (in)conscio di bambina. Mi angosciava l’idea che intere nazioni avessero potuto idolatrare un Mussolini o un Hitler, tollerare l’esistenza dei campi o trovare sensata l’eliminazione di ogni differenza. Poi l’ultimo paio di decenni mi ha ben chiarito cosa può uno Stato, quanti e quali investimenti in paura, coazione, intossicamento e scissione siano necessari per insegnare agli umani l’alienazione da sé e dal mondo.

E allora perché non mi sento antifascista? La prima ragione è strategica e generale: definirsi a partire dall’avversario è pericoloso. C’è un mimetismo nascosto, una fratellanza segreta fra A e non-A che satura il campo del pensabile e nasconde tutto ciò che, essendo altro, rifiuta di farsi catturare nella logica binaria. Questa trappola concettuale ha avvelenato lo spazio politico novecentesco, generando ortodossie speculari e spingendo tutto il resto ai margini e nell’insignificanza. Meglio allora definirsi a partire da ciò che si è o si vorrebbe essere.

La seconda ragione più difficile da fissare.

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intrasformazione

Post-verità

di Salvo Vaccaro

 media rokgalleryChi rinuncia a monopolizzare la verità
rinuncia a comandare.
Fernando Savater

1. Il potere della post-verità

Nel novembre del 2016, Oxford Dictionaries ha eletto parola dell’anno Post-verità. Il lemma esprime una «relazione con o una connotazione di eventi in cui i fatti oggettivi sono meno decisivi per formare una opinione pubblica, rispetto al ricorso ad emozioni e credenze personali» (Relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief)1. Si era appena usciti dalla sorpresa generale dell’esito referendario sulla Brexit nel Regno Unito, nonché dalla sorpresa ancora più imprevista, e a dispetto di tutti i sondaggi, della vittoria di Donald Trump alla carica di presidente degli Stati Uniti d’America. Due fatti di natura prettamente politica che fanno immediatamente evocare una Post-Truth Politics, ossia una nuova era politica segnata dalla post-verità. Ad onor del vero, questo lemma circolava almeno da una decina d’anni in letteratura, a partire per esempio da un (solitario) libro di Ralph Keys uscito negli Usa nel 2004, The Post-Truth Era, oppure da una parola simile usata l’anno successivo dallo scrittore americano Stephen Colbert, Truthiness, nel I episodio del suo programma di satira politica The Colbert Report, che significava sempre per Oxford Dictionaries «la caratteristica di apparire o di considerarsi essere ritenuta vera, anche se non necessariamente vera» (the quality of seeming or being felt to be true, even if not necessarily true)2. Nell’arco di una dozzina d’anni, il termine post-verità esorbita da una dimensione occasionale o marginale alla pubblica discussione, per piombare prepotentemente nel cuore dell’opinione pubblica, del dibattito politico contemporaneo.

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thomasproject

Il caleidoscopio del tempo

di Orsola Goisis

Massimiliano Tomba, Attraverso la piccola porta, (Mimesis, Milano-Udine, 2017)

porta“Il giardino dei sentieri che si biforcano era il romanzo caotico; le parole ai diversi futuri (non a tutti), mi suggerivano l’immagine della biforcazione nel tempo, non nello spazio […] in tutte le opere narrative, ogni volta che si è di fronte a diverse alternative, ci si decide per una e si eliminano le altre; in quella del quasi inestricabile Ts’ui PenX, ci si decide – simultaneamente – per tutte. Si creano così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano”[1].

La memoria del curioso giardino descritto da Borges in un noto testo del 1941, mi ha accompagnata, come un adagio, nel corso della lettura dei quattro saggi su Benjamin che compongono Attraverso la piccola porta di Massimiliano Tomba.

È, infatti, a partire dal tempo e attorno al tempo, nelle sue pieghe anacronistiche, nei suoi iati e nelle sue aritmie, che si snoda la domanda filosofica dell’autore[2].

È la modernità capitalista ad aver profondamente modificato la natura della temporalità, ad averla assolutizzata nei termini di una linearità cieca e tirannica, lungo la quale tutti i fatti sembrano equivalersi, e non saranno né lo storicismo, né le contromosse automatiche di un mal inteso materialismo storico a ricucire le vestigia dell’individuo, giacente in frantumi, spogliato della possibilità di fare esperienza, annientato nella sua capacità di sintesi.

Ed è dunque, conseguentemente, dall’antropologia che occorre ripartire, provando a ipotizzare che anche la profonda crisi dell’esperienza e la distruzione del “vecchio soggetto”, se visti dal punto di vista del collettivo, possano rivelarsi occasioni di liberazione di una nuova coscienza politica, a patto che si cominci a pensare nei termini di una temporalità altra, come suggerisce Benjamin, a condizione che si ammetta un elemento di trascendenza capace di funzionare da contropeso alla struttura religiosa che il capitalismo va assumendo.

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quadernidaltritempi

Contro il pensiero di Byung-Chul Han

Riflessioni critiche intorno alle tesi del filosofo sudcoreano autore di Psicopolitica

di Daniele Vazquez

Byung-Chul Han, nato a Seul nel 1959, già docente di Filosofia e Teoria dei Media presso la Staatliche Hochschule für Gastaltung di Karlsruhe, insegna ora Filosofia e Cultural Studies alla Universität der Künste di Berlino. È autore di saggi sulla globalizzazione e l’ipercultura

labirinti han 01Byung-Chul Han ripete all’infinito come un mantra il suo pensiero per ipnotizzare e convincere con la violenza della ripetizione il lettore. Questo autore ha fatto a pezzi i migliori filosofi contemporanei e alcuni intoccabili del XX secolo come Hannah Arendt e Michel Foucault, entrando nel merito con molta arguzia di alcuni loro saggi e questo ci ha incantati e fatto superare alcune abitudini intellettuali. Ci ha liberati di molti concetti che andavano effettivamente superati e che nessuno osava criticare. Fin qui il mantra è stato davvero sparigliante. Tuttavia tra i silenzi di tale mantra, piccoli e significativi non detti, si intravedono scenari senza sbocco e una cultura dell’ineluttabile e della fatalità, molto probabilmente una eco heideggeriana, che finisce per coincidere con una cultura della auto-colpevolizzazione.

 

Dalla negatività alla positività

Diciamo subito che la sua dialettica della negatività non è affatto un modo di incedere teorico nuovo, ma un patrimonio della critica radicale del dopoguerra, i primi ad aver utilizzato un certo modo logico di avanzare nelle argomentazioni di Hegel e del giovane Marx per criticare il capitalismo, per il quale le lotte del proletariato vanno considerate come un movimento del negativo. Fondamentale in Han è il passaggio da una società in cui è la negatività a motivare gli individui e una in cui è la positività.

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pierluigifagan

Ricerca delle origini della cultura della complessità: Aristotele

di Pierluigi Fagan

aristoteles platonQuando si cercano le radici di un concetto che compare molto tempo dopo dal tempo in cui si cercano le radici, occorre improntare la ricerca a criteri non deterministici. Complessità è un concetto di cui -tra l’altro- non esiste una universale codifica accettata, un concetto che prende corpo soprattutto nella seconda metà del XX secolo mentre le radici, per ogni elemento di conoscenza della tradizione occidentale, non possono che retrocedere a gli antichi Greci. Sono quindi circa duemilaquattrocento anni quelli che intercorrono tra il concetto di complessità ed Aristotele. Eppure, qui si sosterrà che almeno due importanti coordinate del pensiero complesso, si ritrovano nell’opera dello Stagirita, in nessuno degli antichi prima di lui ed in nessuno altro dopo di lui, almeno fino al medioevo e poi al moderno.

Queste due coordinate sono: il concetto di sistema, la forma sistematica della conoscenza. Cominciamo dalla seconda. Aristotele, appartiene a quella esigua schiera di filosofi, detti appunto sistematici. Oltre a lui, Tommaso d’Aquino, Kant e sopratutto Hegel. Il filosofo sistematico tratta qualunque oggetto del pensiero. Le tre grandi famiglie della conoscenza umana sono i discorsi sull’uomo, sul mondo, sulle relazioni tra uomo-uomini e mondo. Il filosofo sistematico li affronta tutti con la medesima curiosità ed impegno, “enciclopedico”, termine coniato nel XVIII secolo, è il termine che illustra questa vocazione comprensiva del conato conoscitivo.

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doppiozero

Giorgio Agamben. Le anarchie del potere

Antonio Lucci

felix nussbaum skeletten 1944Se ne L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014), il volume che logicamente chiude la serie Homo sacer, Giorgio Agamben, quasi in esordio, sosteneva che ogni opera «non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9), l’aver “abbandonato” il progetto in questione non è affatto coinciso con un abbandonare la pratica della scrittura da parte dell’autore.

Agamben ha continuato, con una costanza sorprendente, a pubblicare una serie di libri, dall’oggetto apparentemente disparato, che però rappresentano a loro modo una continuazione coerente del suo percorso. Da un lato ci sono lavori che sviluppano e approfondiscono il tema della “forma-di-vita” (Autoritratto nello studio, Che cos’è reale?, Pulcinella), dall’altro una serie di testi, per lo più raccolte di saggi d’occasione, che approfondiscono il punto di vista dell’autore su temi centrali della sua opera. In questo senso vanno letti Che cos’è la filosofia? e Il fuoco e il racconto, quanto anche il recente Creazione e Anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, uscito da poco per i tipi Neri Pozza, che raccoglie cinque conferenze tenute tra il 2012 e il 2013 presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio. 

Il libro si apre con un’affermazione – e un’argomentazione – cara ad Agamben: vale a dire quella che, sulle orme di Michel Foucault, sostiene che «L’archeologia è la sola via di accesso al presente», in quanto «l’indagine sul passato non è che l’ombra portata di un’interrogazione rivolta al presente» (p. 9).

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sinistra

Il tempo consumabile dell’età moderna

di Salvatore Bravo

guy debordc e1348843451262L’epoca della naturalizzazione del presente vive del consumo del tempo. Si vive la dimensione non del tempo vissuto ma del tempo consumato. La prima dimensione umanizza, fonda relazioni e comunità, poiché nel tempo vissuto vive la storia di un io per la comunità. Il capitalismo assoluto erodendo la dialettica, la pluralità argomentativa, ha sostituito il tempo vissuto con il tempo da consumare. Tale dimensione entra nella relazioni sociali le quali divengono sempre più asociali, l’altro è un mezzo da utilizzare in vista delle merci, del guadagno immediato: tempo che consuma le persone, le comunità, i paesaggi, i suoli. La cifra della contemporaneità è il consumo; il problema è che si continua a citare il tempo vissuto, nella assoluta inconsapevolezza che la vita vissuta arretra per lasciare spazio al consumo. La storia come luogo della liberazione e dell’emancipazione è dimensione di un tempo che non si osa pensare. Il tempo consumato, trasforma le persone in consumatori, in maschere tecnocratiche, taglia la relazione tra il sentire ed il pensare, Nietzsche direbbe tra il dionisiaco e l’apollineo, tra la vitalità, il desiderio autentico ed il pensiero logico. L’uomo scisso del capitalismo assoluto consuma senza sentire l’offesa quotidiana, bruca la religione del cattivo infinito senza ascoltare la dignità ferita. In media la scissione del soggetto alienato, estraniato da se stesso favorisce il capitalismo assoluto, poiché inibisce sul nascere la partecipazione politica, la rabbia da trasformare in risorsa motivante del pensiero.

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