Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

vocidallestero

Note sulla condizione globale

Bond vigilantes, banchieri centrali, crisi 2008-2017

di Adam Tooze

bond vigilantes[Dallo storico inglese Adam Tooze, professore alla Columbia University e vincitore del Wolfson History Prize, un utilissimo e ampio riassunto di quanto accaduto sui mercati finanziari in questi anni e sul ruolo dei banchieri centrali. Alzare la testa dalla contingenza attuale, per porsi in una prospettiva più ampia dal punto di vista del tempo e dello spazio, consente di osservare meglio le forze devastanti che sono in opera nel contesto globale in cui viviamo. Dopo la liberalizzazione dei capitali, negli anni 70, la politica ha gradualmente perso ogni potere, lasciandolo a entità sciolte da qualsiasi vincolo elettorale: da una parte i mercati, lontanissimi dall’avere – neanche collettivamente – comportamenti razionali, dall’altro le banche centrali, di fatto diventate arbitre del destino di Paesi e governi. Nel gioco strategico che contrappone questi giganti, noi cittadini e i nostri diritti – per cui è stato versato sangue – come il diritto a un lavoro, a una vita dignitosa, alla salute, siamo sempre più deboli e a rischio].

* * * *

L’economia politica alla fine del ventesimo secolo era caratterizzata da un evidente parallelismo. A partire dalla metà degli anni 70, un aumento del debito pubblico senza precedenti in tempi di pace coincise con la liberalizzazione delle transazioni internazionali di capitali.

sinistra

Capitalismo 2017

La Grande depressione e l’ascesa di Trump: ovvero la tragedia e la farsa

di Antonio Carlo

Questo lavoro riprende le ricerche degli anni passati pubblicate su Sinistrainrete ai seguenti link: 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016

45873811) L’economia mondiale nel 2017, i mali di sempre senza soluzione

A) Scienza economica ed istituzioni davanti alla Grande depressione. Confusione ed impotenza

La Grande depressione in atto1 ha spinto la scienza economica in una situazione di incertezza estrema (alludo ovviamente a quegli studiosi che non sono struzzi per vocazione e convenienza). Due economisti italiani (entrambi conservatori) scrivono (relativamente ai “perché” della crisi”): “Alcuni economisti affermano di sapere perché: scarsa domanda (pubblica), diseguaglianze che riducono i consumi delle famiglie, calo della produttività, salari che non crescono: la verità è che non sappiamo se davvero vi sia una stagnazione secolare, e se ci fosse da che cosa dipenda. Sarebbe molto più utile se gli economisti riconoscessero la difficoltà di capire un periodo anomalo e di grande incertezza invece di pronunciare “verità”. L’incertezza è l’unico fulcro intorno al quale ruotiamo e l’incertezza non aiuta ad investire ed accrescere.

L’unica soluzione è diventare più innovativi, in modo da ridurre i nostri costi e rendere più difficile a Cina ed India di imitare i nostri prodotti”.2

sergiobellucci

La crisi e la Transizione

di Sergio Bellucci

Bellucci CiniI. Il giudizio sulla crisi

Il giudizio sulla natura dell’attuale “crisi” del capitalismo contemporaneo, è il tema di partenza per la definizione di una strategia politica in grado di affrontare il passaggio storico che stiamo vivendo

Sulla differenza di giudizio della fase, infatti, derivano le conseguenti scelte politiche che caratterizzeranno le opzioni politiche in questo secolo. Il punto di partenza, quindi, non può che essere l’analisi di questa crisi e il giudizio che se ne dà.

A mio avviso, per comprende la vera natura della crisi è necessario analizzare le trasformazioni che il capitalismo ha generato nella forma di produzione, nei cicli economici, nel forma del lavoro – e al sua stessa idea -, nei prodotti. In altre parole, se non si affronta il tema qualitativo della cosiddetta “Digital Disruption” – e si rimane all’interno dello schema quantitativo dei vari schemi basati sul modello keneysiano, del puro intervento sulla moneta o sulla domanda – si rimane puramente all’interno delle possibilità di intervento offerte dalle logiche redistributive. Si rinuncia, cioè, all’autonomia politica derivante da una autonoma visione del mondo, si rimane imprigionati nella logica di “aggiustamento interno al sistema”.

sebastianoisaia

A dieci anni dalla "Grande Crisi"

di Sebastiano Isaia

Lo scritto che segue si compone di una serie di appunti messi insieme da chi scrive in un ordine forse discutibile. Appunti che non ho avuto il tempo, né la voglia in verità, di rivedere, e di ciò mi scuso con i potenziali lettori, i quali molto probabilmente si imbatteranno in errori formali e sostanziali, sgrammaticature e ripetizioni. Penso tuttavia che la loro lettura non sia del tutto impraticabile, né forse del tutto inutile, e per questo li pubblico, sempre confidando sulla buona predisposizione dei lettori

rod s3 amazonawsOgni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente

(K. Marx, Il Capitale).

Parte I

Yanis Varoufakis e altri cosiddetti “marxisti irregolari” hanno paragonato la Grande crisi iniziata nel 2007 negli Stati Uniti al crollo del «Comunismo reale» iniziato nel 1989 con la caduta del famigerato Muro. L’analogia non regge neanche un poco; e non solo perché il Capitalismo è lungi dall’essere crollato definitivamente, mentre del regime “sovietico” non è rimasto che un pessimo ricordo, ma soprattutto perché allora non crollò il Comunismo, né un Socialismo più o meno reale, quanto un regime capitalistico incapace di reggere il confronto con il più forte e dinamico assetto capitalistico di “stampo occidentale” che aveva negli Stati Uniti il suo più importante pilastro.

eticaeconomia

Fuori dal tunnel?

Cosa si nasconde nelle pieghe della ripresa dell’economia italiana

di Dario Guarascio e Marco Centra

Marco Centra e Dario Guarascio analizzano i recenti dati macroeconomici che segnalano una ripresa dell’economia italiana. Mettendo a confronto Pil, occupazione, ore lavorate, salari, produttività e contratti di lavoro,Centra e Guarascio individuano, però, alcune fragilità strutturali che consigliano grande cautela nel valutare l’attuale fase di ripresa. In particolare, Centra e Guarascio temono che tali fragilità pongano in modo durevole l’economia italiana su una traiettoria di “poor o precarious-job growth” piuttosto che di “jobless growth”

Fotolia 92375736 L e1488194786668La crisi è finita. Con la variazione positiva del Pil nel III e nel IV trimestre del 2014 l’Italia è, tecnicamente, uscita dalla recessione. Negli ultimi 12 mesi, la crescita ha superato abbondantemente la soglia dell’1% e si prevede che nell’anno in corso superi l’1,5%. Gli occupati hanno raggiunto, nel II trimestre 2017, i 23 milioni, un livello analogo a quello del 2008 e prossimo al massimo storico dal 1992.

Questi dati macroeconomici, tuttavia, possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia. Eccone alcune: la riduzione di quasi il 25% della capacità produttiva tra il 2008 ed il 2013; i livelli di salari, produttività del lavoro, investimenti in capitale fisico ed in R&S che sono significativamente inferiori alla media europea (Lucchese, M., Nascia, L., & Pianta, M. (2016). Industrial policy and technology in Italy. Economia e Politica Industriale, 43(3), 233-260).

blackblog

Sarà invertendo l'austerità che si metterà fine alla depressione?

di Michael Roberts

poveri italianiSono state le politiche della cosiddetta austerità la causa della Grande Recessione?. Se non ci fosse stata nessuna austerità non ne sarebbe conseguita alcuna depressione o stagnazione per quel che riguarda le principali economie capitaliste? Se è così, ciò significa che le politiche dei governi "austeri" sono state solo follia, del tutto basata sull'ideologia e sul cattive scelte economiche?Per i keynesiani, la risposta a tutte queste domande è "sì". E sono i keynesiani quelli che dominano il pensiero della sinistra e del movimento operaio come alternativa alle politiche pro-capitaliste. Se i keynesiani hanno ragione, allora la Grande Recessione e la conseguente Lunga Depressione avrebbero potuto essere evitate con un sufficiente "stimolo fiscale" all'economia capitalista per mezzo di una maggiore spesa pubblica in direzione di un deficit di bilancio (vale a dire, facendo a meno di equilibrare la spesa governativa e non preoccupandosi della crescita dei livelli del debito).

È certamente questa la conclusione di un altro articolo del centro-sinistra britannico, The Guardian. L'autore, Phil McDuff, sostiene che mantenere bassi i salari e tagliare la spesa pubblica, com'è stato fatto dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, fra gli altri, è stata un'idea di "economia zombie" che è stata «continuamente screditata ma che continua a farsi strada camminando con andatura ondeggiante e barcollante nel nostro discorso pubblico.»

tempofertile

Trenkle, Lohoff, “Terremoto nel mercato mondiale”

di Alessandro Visalli

Xavier Miseracs Barcelona 19645Il libricino a cura di Massimo Maggini, raccoglie due interventi del “Gruppo Krisis”: un breve saggio di Norbert Trenkle del 2008, a maggio, di poco antecedente alla piena manifestazione della crisi, quando si stava affannosamente da circa un anno cercando di chiudere i focolai che si aprivano ora in una banca, ora in una istituzione assicurativa; un’intervista a Lohoff e Trenkle del 2012, sul difficile problema del “capitale fittizio”.

Il “Gruppo Krisis” da una trentina di anni si occupa di sviluppare una critica radicale di ispirazione marxista e nasce su iniziativa di Robert Kurz (che è scomparso nel 2012), Ernst Lohoff, Ptere Klein, Udo Winkel, Norbert Trenkle, intorno ad una rivista edita dal 1986. Nel 2004 si avvia una spaccatura tra il gruppo di krisis e Kurz, che fonda una sua nuova rivista, Exit. Una lettura di alcuni motivi di questa divergenza teorica si possono leggere in un articolo di Lohoff pubblicato in italiano da Sinistrainrete, “Due libri, due punti di vista”, in cui mette a confronto le tesi del suo libro “La grande svalorizzazione”, con quelle del libro di Kurz “Denaro senza valore”. Inoltre, sempre su Sinistrainrete, l’intervista di Kurz, “La teoria di Marx, la crisi e l’abolizione del capitalismo”. Degli stessi autori si può leggere in italiano: il “Manifesto per il lavoro”, del 2003, di Kurz, Trenkle, Lohoff; “Ragione sanguinaria”, del 2014, di Kurz sulla critica dell’illuminismo; “Le crepe del capitalismo”, del 2015, di Kurz; “Crisi: nella discarica del capitale”, del 2014, di Trenkle e Lohoff.

tempofertile

Anselm Jappe, “Contro il denaro”

di Alessandro Visalli

tumblr lseg4jsJfe1qjwse9o1 1280Il libricino di Anselm Jappe, un filosofo che insegna in Italia, è del 2013. Appena una cinquantina di pagine, e pure piccole. In pratica come uno dei post più lunghi di questo blog. Tuttavia solleva in modo tutto sommato interessante dei temi centrali anche se lo fa con un linguaggio che per molti può essere desueto, ma in effetti parla di cose che interessano più o meno tutti.

Quando pone la questione, chiaramente marxiana, del valore ‘astratto’ e di quello ‘concreto’ (o connesso con il lavoro “vivo”, quello che facciamo nel tempo reale, appunto, della vita), e della riduzione di questo ultimo nella piattaforma produttiva del nuovo capitalismo, sta ponendo la questione che il lavoro coinvolge in posizione realmente utile, quindi produttiva, sempre meno e gli attribuisce sempre meno valore, dal momento che sempre più è catturato dal capitale (valore “astratto”) e dalle “macchine” (ovvero dall’insieme tecnico che rende possibile l’inserimento di input di lavoro nel circuito che lo rende scambiabile).

keynesblog

La politica economica al tempo della crisi

Da Keynes alla controrivoluzione monetarista e (non) ritorno

di Amedeo Di Maio e Ugo Marani

Il lavoro che segue costituisce uno stralcio dell’Introduzione al volume Politiche economiche e crisi internazionale. Uno sguardo sull’Europa, curato da Amedeo Di Maio e Ugo Marani con contributi di Paul De Grauwe, Amedeo Di Maio, Pasquale Foresti, Guglielmo Forges Davanzati, Nicolò Giangrande, Ernesto Longobardi, Antonio Lopes, Ugo Marani e Antonio Pedone, per i tipi di L’Asino d’Oro edizioni, di prossima pubblicazione

keynes moneta«Torneranno» disse.
«La vergogna ha la memoria debole».
(Gabriel Garcia Márquez, La mala ora)

Il volume che introduciamo ha come oggetto la politica economica al tempo della crisi; un oggetto inteso in un duplice senso. Da un lato esso ambisce a un esercizio di statica comparata: quanto è cambiato, e in che cosa l’indirizzo di policy, rispetto alla fase che ha preceduto lo scatenarsi della tempesta, prima finanziaria e poi reale. Dall’altro si pone l’interrogativo se le nuove impostazioni si stiano palesando efficaci nel gestire le nuove problematiche che esse affrontano. Con riferimento al primo quesito, il mutamento nell’indirizzo di policy, nelle sue linee generali ed estremamente qui sintetizzate, può essere compreso solo se si risale ai cambiamenti, striscianti e graduali, dei riferimenti teorici, iniziati negli anni settanta del secolo scorso. Infatti, è proprio in quegli anni che la politica economica si allontana progressivamente dalla impostazione cosiddetta keynesiana, ma comunque fortemente viziata dai forti retaggi della teoria liberista tradizionale.

effimera

G7 a Taormina: ciò di cui non si parlerà

di Andrea Fumagalli

noG7Il week-end del 26-28 maggio 2017 si terrà a Taormina il vertice G7, in Italia a 16 anni da Genova 2001 e a otto anni da quello di Aquila nel 2009. È il turno dell’Italia, come vuole la rotazione. Nel frattempo dal 2014, il G8, con l’esclusione della Russia di Putin, è diventato G7. Di che cosa si discuterà a Taormina? Diversi potrebbero essere i temi all’ordine del giorno, a partire dal tema ecologico. Il nuovo presidente americano Trump ha dichiarato che in quell’occasione prenderà posizione sui risultati del vertice di Parigi del 2016. Sicuramente, all’indomani dell’attentato di Manchester, si parlerà anche di terrorismo e di lotta all’Isis, con l’intento di far dipendere da questa emergenza, qualsiasi proposta (in senso restrittivo) di governance dei flussi migratori. Sulle questioni socio-economiche, a parte il comunicato standard finale di parole vuote, non ci sarà praticamente di nulla. Il che non può sorprendere.

Non c’è infatti bisogno di affrontare tematiche economiche, se non alcuni aspetti di natura geo-politica (principalmente legati al rapporto con la Cina). Tematiche, che, in ogni caso, non potranno trapelare nelle dichiarazioni ufficiali, anche se è facile immaginare che terranno banco nel backstage.

la citta futura

In fondo al tunnel della crisi

di Renato Caputo

Le politiche volte a salvaguardare gli attuali rapporti di produzione impediscono lo sviluppo delle forze produttive e cancellano la sovranità popolare

t 63d2038455L’irrazionalità e l’iniquità del modo di produzione capitalistico – già riconosciuta dallo stesso Adam Smith, quando osservava che lo sviluppo della ricchezza in tale sistema avviene in funzione dell’impoverimento di una fascia crescente della popolazione – è ancora una volta confermata, per quanto concerne il nostro paese, dal più recente rapporto Istat. Quest’ultimo attesta una continua crescita della povertà nella penisola, al punto che, in termini relativi, ci avviciniamo pericolosamente alla soglia dei 10 milioni di poveri, mentre in termini assoluti, in riferimento alle persone con redditi al di sotto della soglia di sussistenza, siamo ormai prossimi ai 5 milioni, una quota praticamente raddoppiata rispetto al 2007, con una spaventosa crescita del numero dei giovani, sempre più disoccupati o precari. Ciò che davvero inquieta è che tale massiccio impoverimento e il conseguente aumento del divario fra le classi sociali non ha consentito al paese neanche di iniziare a uscire dal tunnel della crisi. Anzi, le luci in fondo al tunnel, che gli apologeti degli attuali rapporti di produzione affermano costantemente di scorgere, assumono sempre più le sinistre sembianze di un treno che ci viene addosso a una velocità sempre più elevata. Viene, così, da domandarsi: quanto ancora i ceti subalterni dovranno pagare i costi sociali della crisi per consentire una ripresa economica, che non metta in discussione quei rapporti di proprietà che ne costituiscono il fondamento?

marx xxi

Il mercantilismo è finito ma l'Europa non lo sa

di Pasquale Cicalese

trump ross 1“Da quando il mercato mondiale è divenuto una realtà operante, una serie di paesi industriali si fanno concorrenza; al capitale che si trova in eccedenza vengono offerti in tutte le parti del mondo campi di investimento infinitamente più vasti e più vari, di modo che esso si ridistribuisce in misura molto maggiore, mentre la superspeculazione locale viene superata con maggiore facilità. Al tempo stesso sul mercato interno la concorrenza retrocede di fronte ai cartelli e ai trusts, mentre  sui mercati esteri essa trova una barriera nei dazi protezionistici, di cui si circondano tutti i paesi industriali. Ma questi dazi rappresentano in realtà soltanto degli armamenti per la definitiva campagna industriale universale che dovrà decidere della supremazia sul mercato mondiale”.  Friedrich Engels, nota al III capitolo de Il Capitale, citato da Gianfranco Pala, Economia nazionale e mercato mondiale, Laboratorio Politico, Manes editore 1995.

“La struttura degli equilibri del capitalismo internazionale di lunga durata sta sperimentando una altrettanto profonda riconfigurazione. Nel 1991, secondo l’Unctad, il 36% del valore aggiunto industriale globale era riferibile all’Europa e il 24% al Nord America.

contropiano2

Siamo dentro la “Tempesta perfetta”…

di Giuseppe Amata

Recensione al libro La Tempesta perfetta, Odradek, Roma 2016 – Campagna Noi Restiamo

latempesta perfettaIn tutti gli interventi si riscontrano interessanti analisi sui diversi aspetti della crisi nell’accertamento delle cause che l’hanno originata, pur se le diverse analisi esprimono ovviamente posizioni contraddittorie non soltanto tra esse, ma anche all’interno di ciascuna di esse. Nell’insieme però la lettura del libro è molto interessante, non solo per avere un’informazione vasta sui diversi aspetti della crisi e delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, bensì perché stimola lo sviluppo di un profondo dibattito all’interno della sinistra di classe. E infatti ho letto su Contropiano on-line diversi interventi di recensione. Con questo spirito mi accingo a svolgere le considerazioni che seguono.

Voglio, però, subito evidenziare che dalla lettura del libro si riscontra, a mio modesto avviso, per il movimento di classe la necessità di costruire una teoria economica per l’attuale fase dello sviluppo capitalistico o se si vuol dire meglio per la fase dell’imperialismo nel XXI secolo. Sia perché, in qualche intervento, le categorie economiche marxiane non sono correttamente approfondite alla luce della nostra fase storica, che è diversa da quella in cui visse Marx, sia perché alcune di esse si giudicano superate, come ad esempio la caduta tendenziale del saggio del profitto. Sia infine perché, nella contraddizione generale evidenziata da Marx per la trasformazione di una formazione sociale, contraddizione come è noto rappresentata dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione,

rete dei com

Tempesta perfetta

Note sulle cause e sulle possibili soluzioni

di Collettivo Comunista Genova City Strike

tempestaperfettaIl 2017 è l'anno del centenario della Rivoluzione di Ottobre. Un anniversario che le forze comuniste del mondo si apprestano a ricordare. Ma le commemorazioni si svolgeranno in un mondo che è attraversato da una profonda crisi economica di cui ancora non si intravedono le soluzioni e le possibili vie di uscita.

Un mondo in cui le forme di resistenza allo sviluppo e all'incremento dello sfruttamento dei lavoratori sono molteplici ma faticano a diventare teoria di un diverso modo di produrre e vivere. Proprio 10 anni fa nel 2007 negli USA si cominciano a vedere gli effetti di quella che scoppierà ufficialmente nel 2008 con il fallimento della banca d'affari Lehman Brothers e che sarà chiamata da tutti la crisi dei titoli subprime. Quel fallimento venne affrontato negli USA attraverso un salvataggio gestito dallo Stato ma la crisi si propagò in tempi rapidissimi in tutto il continente colpendo varie zone del mondo e interessando (in Europa) soprattutto i paesi più deboli (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia).

La crisi è stata definita come una crisi finanziaria basandosi sul fatto che era cominciata come tale riguardando l'esplosione della bolla finanziaria di alcune banche importantissime a livello globale. In questi anni molti autori ne hanno studiato le cause e hanno partorito ricette per il suo superamento. Fatto sta che a distanza di quasi un decennio la crisi continua a persistere nonostante le ricette che hanno tentato di arginarla e di sconfiggerla.

blackblog

Qualcosa ancora succede!

A proposito del sogno della vita eterna del capitalismo attraverso tutte le crisi

di Herbert Böttcher*

Lettera aperta alle persone interessate ad EXIT! nel passaggio al nuovo anno 2017

letteraperta4Anche il 2016 è stato segnato da tutte le catastrofi riguardo la vita e la morte dei rifugiati. È venuto così apertamente alla luce del sole quello che  tanto piace ai mediatori ed alle mediatrici professionali, da chiunque lavori per i media fino ai funzionari della pubblica istruzione: storie personali e destini di vita, che si suppone siano indispensabili per poter mediare i contesti più complessi. Sarebbe stato naturale sommare uno più uno, e farsi venire il sospetto che, con i rifugiati, gli europei si sono trovati immediatamente di fronte quella situazione di crisi globale da cui si erano isolati.

Tuttavia, ancora una volta è stata riscoperta la "lotta contro le cause della fuga". Invece di "rimestare" nei sintomi - questo ci chiedono le voci pacifiche della politica e dei movimenti sociali - bisogna combattere le cause della fuga. Ma quali sono le ragioni per fuggire? Nel numero tematico della rivista "iz3w" [ https://www.iz3w.org/ ] viene discussa tutta una miscellanea di ragioni per la fuga: Il mercato mondiale produce povertà. La politica tedesca di esportazioni di armi sta obbligando le persone a fuggire. Le alterazioni climatiche distruggono i mezzi di vita di molte persone. E la politica dello sviluppo - al contrario di quanto dichiara il suo slogan «combattere le cause della fuga, non i rifugiati!» - con i progetti di infrastrutture, con la politica di liberalizzazione del mercato e con la cooperazione con le élite cleptocratiche, spinge le persone a fuggire.