Che fine ha fatto il diritto internazionale?
di Michele Grillo
Michele Grillo ritiene illusorio, di fronte ai mutamenti in atto, evocare il diritto internazionale senza comprendere l’intreccio di comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche che ne ha accompagnato l’affievolimento. Al diritto non compete di modificare la realtà. Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace. Organizzare pacificamente la convivenza sociale è prioritario e la teoria dei giochi chiarisce che sono possibili molteplici equilibri sociali per superare i contrasti tra individui e collettività con beneficio di tutti.
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1. Sul Manifesto del 28 gennaio, Roberta De Monticelli ha espresso apprezzamento per le parole del premier canadese Mark Carney a Davos. Ha però anche sottolineato che Carney (svelando la finzione di un governo delle relazioni internazionali che tutti sanno non essere (più) vero) chiama in gioco un incerto “ordine basato sulle regole”, senza riferimenti al diritto internazionale e all’ONU. L’esortazione di Carney, di finirla con la finzione e di “vivere nella verità”, evocherebbe, per Roberta De Monticelli, l’invito del Caligola di Camus che, interrogandosi su come far cessare il lamento degli uomini che “le cose non sono quelle che dovrebbero essere”, proponeva di cancellare il “dover essere”, per lasciare solo “i fatti puri e le forze della storia”.
Le considerazioni di Roberta De Monticelli stimolano la riflessione dell’economista che oggi si confronta con lo sconvolgimento inatteso e repentino di ciò che ha ritenuto a lungo presupposto della sua disciplina: i rapporti economici (tra individui, come tra nazioni) quali strumento di benessere e di pace.



«E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscí dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: È fatto! Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l›uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello».


1. Nemmeno i roditori di Manhattan hanno mai digerito la leggenda infantile che la dottrina Monroe - un’insulsa sintesi ideologica dell’allora nascente colonialismo americano, datata 1823 - debba considerarsi l’undicesimo comandamento della religione imperialista. Persino i frequentatori di quelle vie fognarie sono al corrente che si tratta di un’impudente stampella che tenta di giustificare l’ingiustificabile. Vediamo: il 2 dicembre 1823, in un messaggio al Congresso l’allora inquilino della Casa Bianca, James Monroe , consegnò alla storia quanto segue: "I continenti americani, nella condizione libera e indipendente che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati soggetti, d’ora innanzi, a future colonizzazioni da parte di potenze europee.", aggiungendo che gli Stati Uniti non avrebbero interferito negli affari europei, ma avrebbero considerato atto ostile ogni tentativo di interferenza europea nei paesi americani indipendenti (vi erano allora molte colonie).

Parte I

L’Europa sta vivendo, ormai da decenni, una crisi che appare definitiva. Il crollo demografico, la stagnazione economica, la caduta della partecipazione politica: tutto sembra indicare l’esaurimento di un’epoca. Questi segnali si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente. L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: nessuno si aspettava una tale pochezza e inconsistenza delle istituzioni continentali.
Ammetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.
Che razza di marinai saremmo se passassimo da uno straordinario entusiasmo con il mare in bonaccia a un totale smarrimento di fronte a un Maestrale? Sono passati solo 4 mesi dal settembre scorso, 2025, quando sembrava che avessimo il mondo fra le mani e oggi siamo qui come scoraggiati e demoralizzati, nel tentativo di chiederci cosa fare.
1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea – gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!
1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata
Recentemente in Francia hanno suscitato un notevole scalpore le dichiarazioni pubbliche rilasciate dal generale Fabien Mandon, capo di stato maggiore della difesa francese. Secondo Mandon, bisogna ritornare ad “accettare di perdere i propri ragazzi. Ciò che manca è la forza d’animo per accettare di farsi male, per proteggere ciò che siamo. Se il nostro paese vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i suoi figli, perché bisogna dirlo, a soffrire economicamente perché le priorità andranno alla produzione per la difesa, allora siamo a rischio”
“Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.
Il 13 settembre 2014, profeticamente, Papa Francesco nel centenario della Prima Guerra Mondiale ricordò che “anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni”
L'unica speranza per salvarci dall'autoritarismo di Trump sono i movimenti di massa.
In occasione delle straordinarie mobilitazioni contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, è tornata di moda la discussione sul fatto che le piazze siano state piene, ma continuano a essere vuote le urne, ovvero che c’è una disaffezione al voto da parte del popolo e in modo particolare delle nuove generazioni.
Ciao a tutti, amici e giovani americani (” bipoc” e “traditori della razza bianca “).
Esistono libri che cambiano per sempre il modo in cui guardiamo la realtà, costringendoci a rimettere in discussione concetti che ritenevamo assodati. Il libro di Paolo Botta è, a mio avviso, uno di quei libri. Il tema è lo Stato, inteso non come sinonimo di Paese ma come apparato statuale. Un tema apparentemente ostico, ma in realtà – come dimostra l’autore – centrale in quasi ogni aspetto della nostra vita, da cui discende tutto: la politica, l’economia, la società, la cultura. Il punto di partenza è la consapevolezza che «le nostre conoscenze sullo Stato sono da considerare ancora troppo ristrette, sia sul piano disciplinare che su quello di una visione complessiva». Una consapevolezza che, al termine della lettura, difficilmente il lettore potrà non condividere. 

L’infiltrazione di uno sciame di droni russi Gerbera nello spazio aereo polacco la notte tra il 9 e 10 settembre ha suscitato molto allarmismo per la supposta iniziativa di Mosca e qualche preoccupazione per la scarsa reattività delle difese aeree polacche e alleate, capaci di intercettare 3 o forse 4 dei 19 Gerbera segnalati sulla Polonia.
Premessa
Pochi dati bastano per ricordare ciò che è di dominio pubblico. Il folle riarmo deciso dall’Unione Europea consta di 800 miliardi, reali o virtuali poco conta perché sottratti a sanità, conversione ecologica, istruzione e servizi sociali. E sono soldi a debito. Il piano “Re-arm Europe” (“Readiness 2030”) propone di mobilitare gli 800 miliardi attraverso un nuovo strumento di prestito da 150 miliardi di euro (SAFE), il riorientamento dei fondi di coesione, la mobilitazione di capitali privati e un maggior sostegno della Banca Europea degli Investimenti. L’effetto della proposta è stato il riarmo della Germania e l’idea della Francia di condividere la propria capacità nucleare nazionale.

Il capitalismo è in difficoltà sempre maggiori negli Stati Uniti e in Europa, mentre rimane una storia di successo in Cina e per la stragrande maggioranza delle persone che vivono in Asia, Africa e America Latina, le quali hanno come probabile priorità quella di non essere più povere e raggiungere il più rapidamente possibile uno sviluppo economico dignitoso. Certamente, ora il capitalismo continua a essere dinamico in Cina e non negli USA, né soprattutto in Europa.



































