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Parigi 17 ottobre 1961: la mattanza degli algerini

di Luigi Cecchetti

NOINONDIMENTICHIAMO4 image003Vogliamo ricordare un avvenimento tremendo, che accadde il 17 ottobre del 1961: quel giorno di autunno circa 30.000 persone sfilavano per le vie di Parigi pacificamente.

I cortei, che avevano l’intenzione di raggiungere il centro della città, erano costituiti da donne, uomini e bambini; furono aggrediti dalla polizia a colpi di bastone e di armi da fuoco, vennero uccisi, gettati vivi nella Senna ed alcuni furono ritrovati impiccati nei boschi. Si calcolano dai 200 ai 300 morti più alcune migliaia di feriti.

Cercando di capire come si era arrivati a questa violenza raccontiamo nei particolari questo evento raccapricciante, forse il più grave massacro di lavoratori avvenuto in Europa nel secolo scorso.

Perché è poco ricordato e/o dimenticato? La risposta è incredibilmente semplice: perché le vittime erano tutte algerine, erano solo degli immigrati, gente proveniente da quella parte del mondo considerata come una civiltà indiscutibilmente inferiore alla “civiltà occidentale”.

 

Gli antefatti

Le forze coloniali francesi rinchiusero dietro i reticolati oltre 1 milione di algerini. Furono detti “campi di raggruppamento” e “centri di internamento”, ove, secondo le dichiarazioni delle stesse autorità francesi, le malattie e la mortalità raggiunsero cifre normalmente alte.

marx xxi

La Rivoluzione d’Ottobre e il Movimento Socialista Mondiale in una prospettiva storica

di Andrea Catone

lenin rivoluzione 940 11. Il risultato più duraturo della rivoluzione d’Ottobre è il riemergere dei popoli oppressi

Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre consente oggi, con il vantaggio della distanza storica, di trarre un bilancio dei suoi effetti duraturi in tutta la storia del mondo.

La rivoluzione d’Ottobre segna un momento fondamentale nella storia, non solo del movimento operaio, ma dell’intera umanità. Dopo la Comune di Parigi (1871), schiacciata nel sangue dalla repressione della borghesia, la Rivoluzione d’Ottobre è il primo tentativo vittorioso del proletariato e delle classi subalterne di rovesciare i rapporti sociali dominanti e costruire una società socialista. Segna anche l’inizio di un potente processo di emancipazione dei popoli oppressi e lo sviluppo di lotte anti-coloniali e antimperialiste. Le rivoluzioni russa, cinese, vietnamita e cubana – per limitarsi ad alcuni dei più importanti movimenti comunisti – hanno permesso la liberazione di centinaia di milioni di esseri umani dalla miseria e dalla fame e rappresentano il tentativo di costruire società alternative al capitalismo e orientate verso il socialismo.

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L'Unione Europea, la Germania e il proletariato

di Michele Basso

cd54c221a24dc8e9ac2464c7fb3b2524La UE non è un blocco unitario, il mitico imperialismo europeo. La conflittualità interna e in politica estera è sempre più evidente. Non è neppure un'alleanza tra imperialismi nazionali per essere in grado di competere con grandi stati come USA, Cina, Russia. Quando il federalismo europeo era ancora soltanto un progetto, Bordiga ne descriveva i caratteri fondamentali:

«una maschera di un'organizzazione di guerra a comando USA, che consolidava il dominio del capitale finanziario statunitense sull'Europa e sul proletariato americano, e che rendeva impossibile la nascita di comuni rivoluzionarie a Parigi, Bruxelles, Milano, Monaco ...»1

C'è un fondamentale parallelismo tra NATO e UE, e i cosiddetti europei neutrali sono nell'orbita americana più ancora di vecchi atlantici come la Turchia. Basterebbe una cartina delle basi Nato e di quelle gestite direttamente solo dagli USA, per dimostrare la sudditanza europea. Il rapporto tra gli imperialismi europei e gli USA ricorda quello tra gangster e capobanda, colui che in ultima istanza decide. Il primo segretario generale della Nato, Hastings Lionel Ismay, disse che l’Alleanza era stata creata per «tenere gli Usa dentro (l’Europa ndr), la Russia fuori e la Germania sotto». L'enorme peso economico della Germania alla fine ha reso impossibile mantenere questa direttiva.

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Samir Amin, “Per un mondo multipolare”

di Alessandro Visalli

slider img big 4liberty04Il libro del 2006 di Samir Amin indica una prospettiva che porta ad un maggior livello di chiarezza la sua interpretazione dell’internazionalismo socialista da lungo tempo elaborata e che abbiamo ritrovato, dopo dieci anni, espressa nell’intervista “La sovranità popolare unico antidoto all’offensiva del capitale”. In quel recente intervento l’economista egiziano propone un’interpretazione della crisi aperta nel 2007-8 e giunta al suo decimo anno, come esaurimento e insieme radicalizzazione del modello monopolista ed estrattivo, intrinsecamente imperialista e insieme completamente impersonale, che prende strada a partire dalla crisi di valorizzazione nella quale incappa il capitalismo del dopoguerra a partire dagli anni sessanta.

Nel 2016 Amin dirà che immaginare che “di fronte ad una crisi del capitalismo globale la risposta debba essere egualmente globale” è solo una “tentazione”, ed sorta di ingenuità, causa di sicura sconfitta. Questo libro si chiuderà sulla stessa questione: il superamento deve avvenire punto per punto, e partendo, come è sempre avvenuto, dai luoghi in cui il controllo è più debole, o da quelli in cui le contraddizioni e le conseguenze inaccettabili sono più forti. Per superare, in ogni singolo luogo (ovvero nazione) la tendenza del capitalismo a schiacciare le periferie ed estrarre da esse le risorse, bisognerà fare politica e prendere il potere. Bisognerà costringerlo a fare i conti con le forze popolari, i progressi si potranno poi propagare.

Come avevamo scritto nel commento del bel libro di Carlo Formenti “La variante populista”, bisogna “riconquistare la sovranità popolare”, cosa che passa anche per il tentativo di articolare “un’idea postnazionalistica di nazione”.

la citta futura

Corea del nord, questa sconosciuta quasi normale

di Luigi Pandolfi

Oltre l’escalation militare, c’è un Paese in movimento, oggettivamente lontano dal nostro sentire ma non per questo meno normale

b7d41aa04e4da12ee42f355b9c8e1b10 XLIl risalire della tensione lungo il 38° parallelo ha riacceso i riflettori dei media internazionali sulla Corea del Nord. Salvo qualche eccezione, tuttavia, a prevalere sono gli argomenti di sempre: minaccia nucleare e (presunte) bizzarrie del regime. Beninteso: la corsa agli armamenti di Pyongyang è un dato reale, così come non mancano aspetti della società e del sistema politico nordcoreano che si prestano a sguardi sbalorditi ed a letture sensazionalistiche. Niente a che vedere, però, con bufale del tipo: tutti i coreani sono costretti a portare i capelli come Kim Jong Un. Ad ogni modo, quando si osservano determinati fenomeni, che siano di natura politico-sociale o culturale, religiosa o di costume, riconducibili a specifiche (e differenti) forme di civilizzazione o di modernizzazione di un paese, sarebbe buona regola togliere dagli occhi le lenti dei propri - altrettanto specifici e differenti - statuti identitari. Così, forse, si riuscirebbe a cogliere perfino quanto c’è di normale in una società oggettivamente lontana dai propri luoghi e dal proprio sentire.

 

Una “via nazionale” al socialismo

Quante volte abbiamo sentito parlare di “regime stalinista”, ovvero di “ultimo bastione marxista-leninista” a proposito della Corea del Nord? Sempre. Cosa c’è di vero? Poco.

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L’uso politico dei migranti e la spoliazione dell’Africa

di Cristina Quintavalla

original Landfor campaign e1505255457111La tragedia umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi, acuita dall‘inarrestabilità dei processi migratori, è resa tanto più drammatica quanto più viene utilizzata a fini politici e sociali, in Italia e in Europa. La questione della fuga di milioni di uomini, donne, bambini dai loro paesi d’origine e l’approdo di molte migliaia di essi sul territorio europeo viene presentata come la conseguenza del sottosviluppo, legato ad economie non industrializzate, rurali, primitive, imputabili ad arretratezza, o a regimi dittatoriali, a guerre intestine e fratricide. Insomma imputabili a storie e responsabilità loro.

Viene messa in scena una sorta di concezione della storia, fondata su una dialettica contrappositiva tra civili/civilizzati/sviluppati/benestanti/capaci/meritevoli e incivili/sottosviluppati/incapaci/poveri/immeritevoli: l’assalto di questi ultimi alla nostra ricchezza, prosperità, sicurezza, civiltà si configurerebbe come una minaccia gravida di insidie e pericoli, causa della disoccupazione, della precarizzazione delle vite, della crisi economica, dell’imbarbarimento sociale.

mondocane

Siria e Venezuela: trionfalisti morganatici

di Fulvio Grimaldi

Putin Assad demoGira da sempre nella sinistra, specie in quella che cerca di restare autentica, rivoluzionaria, la tendenza che Mao esemplificò con la definizione della “tigre di carta”. Quanto fossero di carta capitalismo e imperialismo s’è visto da allora ad oggi, con il capitalismo che, a parte l’URSS, s’è addirittura mangiato il paese di Mao, Cuba, il Vietnam e con il socialismo che, per vederlo ancora sognato e auspicato, tocca aggirarsi per El Alto di La Paz, o in qualche quartiere proletario di Caracas, tipo il “23 De Enero”.

Nell’attualità questa realtà travisata in prodotto del desiderio si manifesta con grande evidenza in Siria e in Venezuela. Una storicamente incrollabile fiducia nella Russia, URSS o Federazione che sia, trascura completamente la realtà sul terreno in Siria e anche davanti alle evidenze di compromessi al ribasso, rispetto alla riconquista della sovranità e integrità territoriale da parte di Damasco, formula ardite e volontaristiche teorie che lascino intendere scaltre manovre di Putin di aggiramento del nemico. Si torna a sentire l’antico mantra: tempo al tempo. Intanto Netaniahu bombarda impunemente siti strategici e trasporti cruciali, senza che entrino in funzione i celebrati S300 o S400 russi o siriani, vaste zone di confine e nel cuore del paese sono affidate (pro tempore, ad perpetuum?) a coloro che hanno eseguito il mandato di sgozzare o espellere il maggior numero di siriani e di frantumarne l’unità,

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Samir Amin, “Lo sviluppo ineguale”

di Alessandro Visalli

1280px Diego Rivera mural featuring Emiliano ZapataPremessa: gli studi regionali

Il libro di Samir Amin è del 1973, e si inquadra come frutto maturo nel contesto di quei dibattiti sullo sviluppo che si sono dispiegati in tutti gli anni sessanta come reazione alle tradizionali teorie quantitative neoclassiche, imperniate su una nozione di spazio economico completamente astratto e formale. Già Francois Perroux aveva smosso gli approcci che tentavano di spiegare gli assetti spaziali a partire dalla nozione di equilibrio grazie alla semplice osservazione che di fatto l’assetto spaziale economico è caratterizzato da squilibrio. Cioè è conformato dalla presenza di ‘centri’ e ‘periferie’ (come vedremo nozioni centrali nell’analisi di Amin). Le relazioni tra ‘centri’ e ‘periferie’, è il punto, sono definite da scambi di equilibrio in linea di principio eguali, o suppongono relazioni ineguali di sfruttamento? La questione che pone questa domanda è al centro delle cosiddette “scienze regionali”, avviate negli anni quaranta da Alfred Loesch, ma profondamente rinnovate negli anni sessanta sulla base di una rilettura che fa uso anche di categorie marxiste.

Al centro l’idea che lo sviluppo economico, a tutte le scale, non sia un processo lineare nel quale spontaneamente si realizza l’allocazione ottimale delle risorse e l’interesse economico degli attori, ma un processo discontinuo e squilibrante nel quale si producono diseguaglianze, e quindi potere.

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Cile. I nodi non sciolti di quell’11 settembre

di Riccardo Rinaldi

Allende durante i bombardamenti del Palazzo della MonedaQuesta storia non si chiude come dovrebbe. L’11 marzo del 1990 il dittatore cileno Pinochet lascia la carica presidenziale dopo 17 anni da quell’11 settembre del 1973 in cui con un violento colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di Allende, la prima esperienza di socialismo democratico. Al contrario del suo inizio, la fine della dittatura avvenne in maniera pacifica e istituzionale, con un referendum tenuto nel 1988, in cui l’opposizione democratica impose il proprio NO alla continuazione del regime militare con il 55% dei voti; non propriamente una vittoria schiacciante della democrazia sulla dittatura. Ma il lungo regime di Pinochet è in qualche modo sopravvissuta alla sua forma contingente di dittatura, riuscendo grazie a questa uscita di scena “graduale” a mantenersi viva nell’orizzonte politico ed economico cileno. E non solo.

L’eredità che Pinochet ha lasciato al suo paese è il sistema economico lasciato grossomodo invariato. La fine della dittatura e le prime elezioni libere infatti non coincisero con una nuova fase repubblicana, né tantomeno con una fase costituente, ma venne trattate come un semplice cambio di governo all’interno di uno stato di diritto che non era necessario mettere in discussione.

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Venezuela, l’opposizione si spacca e fa arrabbiare El País

di Gennaro Carotenuto

constituyente venezuela.jpg 1718483347Dopo il gran tam-tam estivo il Venezuela è sparito dai giornali italiani. Eppure, nel giro di tre giorni, El País di Madrid, che da una ventina di anni sta alla versione ufficiale delle destre neoliberali sull’America latina come la Pravda stava al PCUS e all’URSS, e come tale merita di essere letto con la massima attenzione, ha pubblicato ben due articoli significativi di un cambiamento in atto. Questi infatti dimostrano grande frustrazione, e un filino di rabbia, rispetto al comportamento dell’opposizione venezuelana, appoggiata fino a ieri con trasporto nella sua lotta contro la “dittatura castrochavista” di Nicolás Maduro.

Il primo è firmato dal giornalista venezuelano Ewald Scharfenberg, di fatto corrispondente dalla capitale caraibica, il secondo è un editoriale del cattedratico argentino di stanza a Georgetown, Héctor Schamis, che da Washington è sempre stato durissimo con tutti i governi progressisti latinoamericani. Per entrambi l’opposizione sarebbe rea di non aver dato la spallata finale al regime chavista che, come ripetuto per mesi, era ormai cosa fatta.

In particolare per Schamis l’opposizione sarebbe incomprensibilmente più volte andata in soccorso del governo.

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Il Complesso Militare Industriale di Trump

di Eva Golinger

1920Guerra nucleare con la Corea del Nord. Guerra fredda II con la Russia. Guerra sporca in Yemen. Guerra indefinita in Afghanistan. Guerra economica contro il Venezuela. Guerra retorica con l'Iran. Guerra dei muri con il Messico. Guerra razziale negli Stati Uniti.

Per essere il presidente che ha promesso "nessun intervento" e "l'America prima di tutto", in soli otto mesi Donald Trump è diventato il re delle guerre. E ditro c'è l'intero settore militare statunitense e le sue imprese miliardarie che sbavano alla prospettiva di espandere e ampliare il potere militare USA.

Per la prima volta nella storia contemporanea del paese, Trump ha militarizzato la Casa Bianca, piazzando i generali nelle più importanti posizioni del gabinetto presidenziale per le politiche di sicurezza e di difesa e demandando al Pentagono le decisioni dirette sulle operazioni di combattimento. Il suo capo di Stato maggiore, John Kelly, è un generale dei marines che per un breve periodo ha anche ricoperto la carica di Segretario alla Sicurezza nazionale di Trump - inasprendo le politiche antimigratorie – ed è stato anche a capo del Comando Sud dal 2012 al 2016, quando Washington ha intensificato la sua politica aggressiva contro il Venezuela.

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"O inventamos o erramos"

Sulla situazione in Venezuela

di Geraldina Colotti

venezuela dentro la crisiDall'Italia alla Francia, dalla Spagna all'America latina si moltiplicano le analisi dei “critici-critici” sulla situazione in Venezuela. Si avverte, soprattutto in Italia, l'affannosa ricerca dell'aurea mediocritas da parte di una certa sinistra piccolo-borghese: l'assunzione di quell'aurea via di mezzo che consente, da una posizione intermedia, di cogliere la pagliuzza negli occhi degli altri per non vedere la trave nei propri. Contro il socialismo bolivariano, ognuno agita i propri fantasmi rimettendo in circolo, spesso senza nominarli, dubbi e nodi irrisolti delle grandi rivoluzioni. Ma intanto, anche se “Maduro non è Chavez”, come ripetono come un mantra i cantori dell'”aureo mezzo”, i nemici che deve affrontare sono gli stessi che ha dovuto combattere Chavez. Maduro, se è per questo, non è neanche Allende ma – come ha fatto notare l'analista argentino Carlos Aznarez – le forze che vogliono abbatterlo sono le stesse, mutatis mutandis, che hanno stroncato la “primavera allendista” nel Cile del 1973.

Anche al “socialismo del XXI secolo”, dunque, che si definisce umanista, cristiano, libertario e gramsciano, tocca misurarsi con gli scogli di quello novecentesco, disseminati su una rotta che appare per molti versi simile.

petiteplaisance

Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano”

Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?

di Giancarlo Paciello

d6bc2c2bc75d604002cc0cfeda8c7e0ePremessa

Come si dice? Molta acqua è passata sotto i ponti (e a Roma è riuscita a farlo nonostante la scarsa attenzione riservata al biondo Tevere dai suoi amministratori, di destra e di sinistra!), e, dopo la caduta dell’U.R.S.S. anche la situazione internazionale è cambiata radicalmente, se si pensa che dal 1991 ad oggi ci sono state: due guerre del Golfo, seguite da un embargo micidiale per la popolazione irachena, la guerra (e la relativa distruzione) della Jugoslavia, il crollo delle torri gemelle, la guerra in Afganistan, la guerra in Iraq e, last but not least, l’attuale crisi economica mondiale. L’intento di questo articolo e quello di provare a fornire un quadro sintetico della situazione attuale (e scusate se è póco! direbbe un comico pugliese), con specifico riferimento alla crisi degli U,S.A. cui sembrava toccasse un secolo, il ventunesimo, tutto intero e che forse dovranno accontentarsi di “spartirlo” , fin da subito, con altre potenze in lotta per l’egemonia mondiale. Per non parlare dell’opinione di quell’esperto cinese di relazioni internazionali all’università Fudan che ha dichiarato di recente: “il nostro problema, nell’immediato, è come impedire che il declino dell’America avvenga troppo presto”.

carmilla

11 tesi sul Venezuela e una conclusione maturata

di Juan Carlos Monedero*

venezuela USA 768x432“E seguitava a ripetere la stessa cosa: “Questo
non è come in una guerra… In una battaglia
hai il nemico davanti… Qui il pericolo non ha
volto né orario”. Si rifiutava di prendere
sonniferi o calmanti: “Non voglio che mi
acchiappino addormentato o assopito. Se
vengono a prendermi, mi difenderò, griderò,
getterò i mobili dalla finestra… Scatenerò
uno scandalo…”.

Alejo Carpentier, La consacrazione della primavera

1. E’ indubbio che Nicolás Maduro non è Allende. E nemmeno è Chávez. Ma quelli che hanno fatto il golpe contro Allende e contro Chávez sono, e anche questo è indubbio, gli stessi che ora stanno cercando di attuare un golpe contro il Venezuela.

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Syriza, ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare lo status quo

di George Souvlis e Leandros Fischer

oxiSono passati ormai due anni da quando il governo greco formato da Syriza e dalla destra dei “Greci Indipendenti” si è piegato alle pressioni delle “istituzioni” europee, a seguito di un referendum in cui la stragrande maggioranza del popolo greco si è espressa contro l’imposizione di ulteriori misure di austerità da parte della UE. Riteniamo che questi due anni siano una distanza di tempo sufficiente per elaborare una riflessione seria sull’esperienza greca durante il tumultuoso periodo intercorso tra il gennaio e il luglio 2015, oltre che sul significato di quel referendum e sull’operato del governo greco fino ad oggi.

Oggi possiamo senz’altro dire che il tentativo di Syriza di ottenere cambiamenti reali non solo si è rivelato un fallimento totale, ma ha anche inflitto un duro colpo alla credibilità della sinistra su scala internazionale. Prima di iniziare una valutazione dell’operato di Syriza al governo dall’estate 2015 a oggi è però importante riportare alcuni dei fatti per come si sono svolti; è importante, cioè, mettere in pratica il classico metodo marxista del confronto tra discorso pubblico e realtà storica.