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mateblog

Sulla Belt and Road Initiative

Nicola Tanno intervista Diego Angelo Bertozzi

51GIjsoDA4LLa Nuova Via della Seta è il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all’antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) è un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di più di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, già autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina.

* * * *

1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali?

Della nuova via della seta esistono diverse mappe –che di volta in volta segnalano l’aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale è stata pubblicata nel 2013, mentre l’ultima versione è del dicembre del 2016 e porta alcune novità quali una descrizione più dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell’intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l’Atlantico, così come a est si aprono rotte marittime verso l’Artico e oltre l’Australia. Queste aperture indefinite, così come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell’intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d'azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialità di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici.

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marxismoggi

L’imperialismo Usa, l’Ue, il governo Conte e i compiti dei comunisti e della sinistra di classe

di Fosco Giannini

corriga pittoreChi ha vissuto il PCI, quello originario, sa bene che al suo interno, la vita dibattimentale era segnata da qualcosa che era ben più di una ritualità, essendo invece un vero e proprio stile di lavoro: ogni riunione, dalla più piccola Sezione di montagna alla Segreteria Nazionale, era aperta, a prescindere dall’ordine del giorno ( fosse esso relativo alla chiusura di una farmacia comunale di un paesino o alle questioni del governo nazionale) dalla delineazione del contesto internazionale, da cui il resto, poi discendeva. Ciò perché, giustamente, vigeva in quel grande Partito la legge filosofica hegeliana e marxista della “totalità delle cose”, che proprio Hegel – ripreso da Marx- così, in estrema e brillante sintesi, definiva: “il Vero è il Tutto”.

Anche ora, per tentare di districarsi in questo apparente ginepraio politico e sociale che oggi segna l’Italia, ( ginepraio solo apparente, poiché ogni cosa, in Natura e nella Storia, ha un’origine, una base materiale, che occorre mettere in luce, ed è qui la difficoltà), per tentare di decodificare in termini materialisti e profondi il governo Conte e l’alleanza politica tra M5S e Lega e per cercare di definire, conseguentemente, i compiti dei comunisti e della sinistra di classe in questo Paese, occorre riassumere lo stile di lavoro tradizionalmente comunista, di ogni comunista e marxista serio e iniziare a mettere dunque a fuoco il contesto internazionale in cui il governo giallo-verde italiano si è costituito.

Un’impostazione analitica di questo tipo ( che fa derivare, come tuttavia è inevitabile che sia, la fase italiana dalla totalità delle dinamiche internazionali) richiederebbe uno spazio che in questa sede non possiamo permetterci: dunque, procederemo con sintesi estreme ed alcune brutalizzazioni.

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marx xxi

Mutamenti nel quadro mondiale

La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia

di Andrea Catone

manNYC 13Abstract

Prima e dopo l’elezione di Trump assistiamo ad un duro scontro interno alla classe dominante Usa. È fallito, a quasi 30 anni dalla fine dell’Urss, il “progetto americano per il nuovo secolo” di essere la superpotenza incontrastata nel mondo (unipolarismo). La straordinaria ascesa della Cina, la riorganizzazione della Russia sotto la direzione di Putin, l’emergere di nuovi soggetti sulla scena mondiale ne determinano il fallimento. Trump cambia linea, non per accettare però un mondo veramente multipolare, ma nel tentativo di affermare su una base più solida il primato americano. Non smantella, ma rafforza il complesso militar-industriale (aumenta la spesa per il 2019), né il sistema di basi e di alleanze militari sotto stretto controllo USA, in primis la NATO. E, insieme, punta al rilancio della base industriale, indebolitasi negli ultimi decenni, con una politica protezionistica e la dura guerra commerciale non solo contro la Cina, ma anche contro i paesi capitalistici – dalla Ue al Canada al Giappone – che hanno costituito dopo il 1945 il “blocco occidentale”. Trump vuole rompere ogni organismo di cooperazione internazionale, in modo da trattare da maggiori posizioni di forza con ogni singolo paese. La Ue vive oggi una crisi profonda politica, morale, di progetto. In questa crisi si inserisce ora l’azione di Trump apertamente contro la Ue. L’implosione della Ue avrebbe oggi un forte segno di destra – come mostra in Italia la forte ascesa della Lega – e porrebbe ogni singolo paese europeo ancor più sotto il controllo USA.

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L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno della candidata del partito democratico Hillary Clinton[1]), il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo, con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti internazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.

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marx xxi

La questione dell'immigrazione

di Alessandro Pascale

immigrazione silhouette“Una delle particolarità dell'imperialismo, collegata all'accennata cerchia di fenomeni, è la diminuzione dell'emigrazione dai paesi imperialisti e l'aumento dell'immigrazione in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori.” (Vladimir Lenin, da “L'Imperialismo, fase suprema del Capitalismo”)

La necessità di un approfondimento storico-politico

Quello che segue è un tentativo di ragionare sulla questione migratoria. Non si pretende di essere esaustivi ma di affrontare nel merito un tema su cui le sinistre hanno finora mostrato un'incapacità diffusa nella propria elaborazione e proposta politica.

Per un maggiore, necessario, approfondimento si rimanda all'opera “In Difesa del Socialismo Reale” (disponibile su www.intellettualecollettivo.it), ed in particolar modo alla parte storica riguardante “Le cause profonde del sottosviluppo africano” (vol. II, pp. 335-423), all'analisi della contemporaneità in “Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale (vol. II, pp. 1214-1345) e alle conclusioni (vol. II, pp. 1352-1362). Soprattutto in queste ultime pagine si trova un collegamento tra il dramma della fame del mondo, l'evoluzione delle diseguaglianze mondiali, la questione ambientale e un primo approccio sulla questione migratoria inquadrata nella sua globalità.

In quell'occasione ho mancato di articolare ulteriormente la questione, ritenendola risolta dall'evidenza dal quadro delineato fino a quel momento. Il carattere politico preminente che ha assunto la questione in Italia (e non solo) necessita però ulteriori riflessioni e articolazioni, che non pretendono di essere esaustive ma che intendono entrare nel vivo di un tema che è purtroppo diventato, grazie alla forza dei media e alla scaltrezza politica del reazionario Ministro dell'Interno Salvini, prioritario per la gran parte dell'opinione pubblica. Articolerò quindi la questione in cinque punti.

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lantidiplomatico

"Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale"

di Sonia Savioli

flumen elena di troia cavallo16Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di "Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale", edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. Il libro che mancava, finalmente c'è: all'interno troverete molte delle risposte che cercavate

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri "aiuti allo sviluppo".

https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags

In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.

Ma cominciamo dall'inizio e cioè proprio dagli "aiuti allo sviluppo". Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un "aiuto allo sviluppo". La Banca Mondiale o/e l'Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell'altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L'ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale "de noantri", mettiamo l'Impregilo, costruisce le dighe

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lantidiplomatico

Il Venezuela, l'Italia, l'11 settembre

di Geraldina Colotti

allende maduroMolte volte si è richiamata l'analogia tra gli attacchi che hanno portato al colpo di Stato in Cile, l'11 settembre 1973, e quelli rivolti contro il Venezuela oggi. E' utile ricordarlo ancora in un momento in cui il portato del Novecento torna, prepotentemente, a interrogare il modello capitalista con le sue grandi questioni aperte, sul piano concreto e simbolico.

In America latina – continente che dall'inizio di questo secolo ha dettato il passo all'Europa, culla del movimento operaio - nel mirino vi sono tre punti fondamentali per le speranze di futuro del socialismo: la rivoluzione cubana, vittoriosa e indomita dal 1959; la rivoluzione sandinista, riemersa faticosamente dalle catacombe in cui era sprofondata dopo il ritorno del neoliberismo in Nicaragua, e ora di nuovo a rischio di essere ricacciata nel baratro; e la rivoluzione bolivariana, trincea di quel “socialismo del XXI secolo” che ha voluto rinnovare quello del secolo precedente cambiandone la definizione ma non il progetto e la finalità.

In Europa, e specialmente in Italia - tornata spaventosamente indietro dal lungo ciclo di lotta rivoluzionaria, anche di guerriglia, degli anni 1970 -, sembra non ci sia fine al peggio. Sembra, addirittura, che a cantarle chiare siano componenti xenofobe o falsi sovranismi corporativi, che turlupinano le masse con la peggiore demagogia, proprio mentre affermano di essere “liberi da tutte le ideologie”.

Vale, invece, ancora, quanto scriveva Marx nel 1859: “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.

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la citta futura

Usa, la mistificazione dei fondamentali economici

di Zosimo

Negli USA il clima di euforia sull’andamento economico nasconde la ripida crescita della diseguaglianza e della povertà

16d983dc229d1c86ae548cba58f45a7e XLL’attuale stato dell’economia statunitense evidenzia bene lo stridente contrasto tra indicatori positivi (PIL, disoccupazione, consumi, profitti) presi in considerazione dal pensiero economico dominante e altri indicatori trascurati che testimoniano la crescita di povertà e disuguaglianza, la stagnazione dei salari e il deterioramento delle condizioni di lavoro.

Negli ultimi tempi sulla stampa mainstream americana è un continuo succedersi di dati, informazioni e analisi che celebrano l’andamento positivo di tutti i principali indicatori macroeconomici, i quali dimostrerebbero quindi di uno stato di grazia dell’economia statunitense.

Il 2008 e la fase della crisi sembrano quindi ormai un lontano ricordo e neanche le incertezze e l’apparente instabilità politica determinata dalle tensioni attorno all’amministrazione Trump riescono tuttavia a scalfire quella che, leggendo i bollettini quotidiani, appare una vera e propria cavalcata trionfale.

Come siamo abituati ormai da decenni, gli indicatori economici che stanno sempre al centro dell’attenzione degli economisti e degli analisti sono soprattutto il PIL, il tasso di disoccupazione, i tassi di interesse e il tasso di inflazione.

Il PIL del primo semestre 2018 è cresciuto del +4,1% ad un tasso annualizzato, un valore che non si raggiungeva dal 2014 e che porta la Casa Bianca a toni trionfalistici, attribuendolo soprattutto alle politiche adottate con l’avvento della Presidenza Trump, in primo luogo la riforma fiscale, che ha tagliato le aliquote individuali soprattutto in favore delle fasce di reddito più elevate e che ha dimezzato l’imposta sul profitto d’impresa (19% invece del 35% precedente).

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mondocane

Libia-Siria: per chi tifano, per chi tifare

di Fulvio Grimaldi

Amici, anche stavolta siamo lunghi. Perdono. Comunque per 15 giorni sono fuori e, dunque, c’è tempo per piano piano farcela. Se credete

bambini isis ape10Diciamocelo: che bravi governanti sono quelli di Al Qaida e Isis!

Per chi tifano in Siria quelli là (non fatemeli nominare sennò Facebook mi banna e cancella il post) non è difficile saperlo: basta leggere il “New York Times”, standard aureo del giornalismo perennemente degno dei riconoscimenti, se non di Pulitzer, di Reporters Sans Frontières (il corrispettivo mediatico di Medicins Sans Frontières e altrettanto cari a quelli là). Se pensavamo che nella provincia nord-occidentale di Idlib si fossero concentrati, accolti, nutriti e armati dai vecchi padrini turchi, tutti i tagliagole Isis e Al Qaida generosamente fatti evacuare dai territori e dalle città da loro abbellite con croci appesantite da infedeli, o con pelli di corpi scuoiati di dissidenti, la lettura del “New York Times” ci libera dall’intossicazione di simili fake news.

L’autorevole giornale che, se non fosse stato per l’assist della CNN, dei media di obbedienza atlantista con, nel nostro piccolo, il “manifesto”, ci avrebbe con le sue sole penne liberato da Milosevic, Saddam, Gheddafi, Assad e dai Taliban, rettifica quella che finora e per troppo tempo, quasi otto anni, è stata un’informazione falsa, bugiarda, truffaldina. Assad, con quegli hackers e troll delle ingerenze urbi et orbi russe, con quegli spiritati di flagellanti sciti, iraniani e hezbollah, voleva farci credere, col supporto di chilometri di audiovisivi fabbricati, raffiguranti giustizieri cha spellavano vivi innocenti, li incendiavano, o li annegavano in gabbie o li crocifiggevano, o ne sposavano a ore le donne, che il suo paese era stato invaaso, non da oppositori democratici assistiti dalla “comunità internazionale”, bensì da un branco di ossessi islamisti attivati da una “comunità internazionale” in preda a psicopatia stragista. Come pretendeva fosse successo in Libia e, poi di nuovo, in Iraq.

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ist onoratodamen

Criticità e paradossi di un contesto imperialistico in crescente fibrillazione

di Gianfranco Greco

flumen elena di troia cavallo 300x195La particolarità della fase che stiamo vivendo riguarda, in particolar modo, il “campo minato” dell’approvvigionamento energetico laddove la Germania sta portando avanti insieme alla Russia il progetto del gasdotto “North Stream 2” che dovrebbe garantire, a partire dal 2019, circa 2.020 miliardi di metri cubi di gas russo alla Germania e da questa all’ Europa.

Svolgere una panoramica ad ampio spettro sulle criticità che insistono sull’attuale situazione a livello internazionale, traendone – per evidenziarle – quelle maggiormente significative, può rappresentare operazione un tantino complessa tenuto conto dell’elevato livello di fibrillazione che pervade quasi ogni angolo del mondo nonché il grado di interconnessione che lega tra di loro in un’unica rete i singoli contesti.

Tuttavia l’esigenza di sintetizzare al massimo ci porta a dover privilegiare alcuni temi che – quanto meno per la loro pregnanza nonché per la rapidità con cui si accompagnano – simboleggiano al meglio il “nuovo disordine” mondiale.

 

Crisi economica

Fantasiosi annunci di ripresa economica si accavallano a ritmo quotidiano giocando disinvoltamente su dati che vengono volutamente enfatizzati nel mentre si sottace sulle linee di tendenza dell’attuale fase economica, il che dovrebbe, al contrario, indurre ad una maggiore avvedutezza sul contesto globale.

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ilpungolorosso

Che fine ha fatto la “questione catalana”?

di Pungolo Rosso

F2052280942FAGF EDITORIAL 1932979 prOltre la Brexit, e il crescente caos che sta producendo nel Regno Unito, senza ovviamente che i lavoratori ne traggano il minimissimo beneficio, un altro tema è pressoché scomparso dai siti “sovranisti” di sinistra, ed è la questione catalana. E anche in questo caso, ci sono ottime ragioni perché coloro che vollero caricare l’opzione indipendentista di significati progressisti, antifascisti, anticapitalisti o addirittura socialisti, per non dire rivoluzionari, stiano in rigoroso silenzio. Infatti a quasi un anno dal referendum, alla confusione dominante a Madrid dove è nato un governo di minoranza in sostituzione del defunto governo Rajoy, fa da corrispettivo altrettanta confusione dentro il Junts per Cat, il partito di Puigdemont, dove si fronteggiano gli indipendentisti a tutti i costi e coloro che pensano invece a soluzioni di compromesso (per lo stesso Puigdemont l’indipendenza “non è l’unica soluzione”) con Madrid e il nuovo, fragilissimo premier Sanchez, già sconfitto sulla legge di bilancio (redatta in sostanziale continuità con la politica anti-operaia di Rajoy). In tanta impressionante confusione, la sola cosa certa è che alla guida delle istituzioni catalane si è insediato Joachim Torra, esponente della componente più conservatrice e razzista dell’indipendentismo, colui che è arrivato a definire i castellanohablantes – quelli che parlano spagnolo – “bestie in forma umana”; sulla scia, del resto, del suo ben più famoso predecessore Jordi Pujol che gratificò gli andalusi, che spesso sono proletari immigrati in Catalogna, come “individui anarchici che vivono in uno stato di ignoranza e miseria culturale”. Insomma: sciovinismo catalano a tutto campo!

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pensieriprov

La crisi turca e la sovranità nazionale

Una lettura

di Sandro Arcais

fassinoturchiaIn merito alla crisi turca, se ne sono dette tante, a partire dalle spiegazioni semplici per le menti semplici, gli autorazzisti, i tremebondi innamorati della superpotenza europea, i disprezzatori dell’italiano (soprattutto se povero, poco istruito, disoccupato, di provincia e meridionale), i convinti sino al fondo dell’ultimo neurone che gli Italiani non sono governabili, gli adoratori impotenti della potenza dell’euro.

Io vi propongo una lettura di ciò che sta avvenendo basata su alcune idee e concetti di un libro che dovreste assolutamente leggere da cima a fondo, per poi riprenderlo e rileggerlo nuovamente da cima a fondo facendo sedimentare bene concetti, processi, sistemi e costellazioni causali. Sto parlando di L’imperialismo globale e la Grande Crisi, di Ernesto Screpanti (qui un'intervista all'autore sul suo libro).

Nella parte finale del paragrafo dedicato alla disciplina finanziaria (pagg. 92-100) con cui il grande capitale delle multinazionali governa il mondo, apre le economie al libero mercato e le asserve alla produzione del valore (il loro delle multinazionali) e alla accumulazione (sempre la loro delle multinazionali), Screpanti prende in esame il ruolo della speculazione:

Gli speculatori, senza saperlo, svolgono un ruolo essenziale nell’attivazione della disciplina finanziaria su scala globale. Quando un paese in via di sviluppo ha un deficit “strutturale” nella bilancia dei pagamenti o quando assiste a un deflusso prolungato di capitali, la speculazione può aspettarsi una svalutazione della moneta nazionale. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi)

Che poi è la situazione in cui si trova da tempo la Turchia, che da una parte macina tassi di aumento del PIL alla cinese …

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la citta futura

La lotta di classe nella Russia di Putin e il nuovo movimento comunista russo

di Commissione Solidarietà Internazionalista di Fronte Popolare

Intervista al compagno Kirill Vasilev, membro del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista Unito (OKP) russo

19b78fed6b8f594b1d412750b4efe365 XLIn occidente, la propaganda atlantista restituisce l'immagine di una Russia ancora una volta “impero del male, monoliticamente raccolta intorno al suo presidente autoritario e intenta a ordire complotti ai danni del mondo libero. Ciò serve da alibi per moltiplicare le iniziative aggressive contro il colosso eurasiatico: la russofobia, antica nell'Europa centrale e fortemente radicata anche negli Stati Uniti dai tempi della Guerra Fredda, serve dunque a mascherare la preoccupazione dei gruppi dirigenti atlantici per un cambiamento accelerato della scena internazionale che rischia di mettere in discussione la compattezza dello stesso blocco imperialista, all'interno del quale maturano spinte centrifughe ormai evidenti.

Nel frattempo, negli ultimi mesi la società russa ha visto diffondersi la protesta contro la riforma del sistema pensionistico fortemente voluta da Putin: una misura di stampo neoliberista che minaccia di aggravare seriamente le condizioni di sussistenza di un'ampia fascia della popolazione, in un paese in cui l'aspettativa di vita rimane sensibilmente bassa e le sacche di disagio sociale, dopo il decennio di crescita e relativa stabilità degli anni 2000, hanno ripreso ad aumentare, acuendo il malessere mai sopito provocato dall'ingiustizia sociale e dalla miseria che hanno accompagnato la restaurazione del capitalismo dopo la fine dell'Unione Sovietica.

La propaganda occidentale fornisce della situazione politica interna russa una visione al tempo stesso reticente e caricaturale, tutta tesa a diffondere la convinzione che l'unica alternativa al potere putiniano sia rappresentata dall'impopolarissima destra liberale e filo-americana. Il movimento comunista russo viene sistematicamente occultato. A dispetto di ciò, molti tra i militanti e simpatizzanti della sinistra italiana conoscono il principale partito d'opposizione parlamentare, il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) guidato da Gennady Zjuganov sin dal 1993: un partito dalla forza elettorale ancora significativa, seppure altalenante e in costante declino, che si caratterizza per una marcata vicinanza al governo sui temi della politica internazionale e per un crescente conservatorismo in politica interna.

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la citta futura

Venezuela, le cavallette dell'imperialismo

di Geraldina Colotti

Nessuna Weltanschauung è innocente, nessuna visione del mondo è neutrale, nessuna informazione è “imparziale”. I media di guerra sono la fanteria leggera del capitalismo. Nel sud globale, dove la lotta di classe è più difficile da occultare, funzionano da cavallette dell'imperialismo

cd57e341984c5ea5152726b8f2e89570 XLA proposito del Venezuela e del fallito attentato contro Maduro, torna la riflessione di Lukacs nel volume La distruzione della ragione. Il filosofo ungherese accusa Schopenhauer di aver offerto agli ufficiali prussiani il proprio binocolo da teatro per meglio sparare sugli insorti del 1848. Fatte le debite proporzioni storiche, filosofiche e culturali, si potrebbe usare la stessa frase nei confronti di quel giornalismo che, nell'avanzare della “modernità liquida” a scapito di un pensiero forte sul mondo e nell'assenza di un “intellettuale collettivo”, ha assunto sempre più peso nella formazione della “opinione pubblica” e di una determinata egemonia culturale.

La concentrazione monopolistica dei grandi gruppi editoriali ha reso anche l'informazione una merce al servizio del capitale e moltiplicato l'influenza dei grandi media nel sistema-mondo: uno scenario in cui si evidenzia la crescente spinta alla guerra imperialista come unica uscita dalla crisi strutturale in cui si dibatte il capitalismo.

Come abbiamo visto in questi anni, il ruolo dei media è stato quello di preparare, accompagnare e consolidare le aggressioni a paesi ricchi di risorse, fondamentali per ridefinire a favore del capitale lo sfruttamento del lavoro a livello globale. Ci hanno “raccontato” di guerre “umanitarie”, di “democrazia” da esportare con le bombe, sostituendo alla lotta di classe il paradigma della “vittima meritevole”: sia nella forma del carnefice eternamente impune (Israele), sia in quella del “caso umano” che deve mendicare ascolto in diretta anziché lottare con forza per i propri diritti (operai, migranti eccetera). Quella della “fine delle ideologie” risulta così la peggiore delle ideologie, nel senso proprio della falsa coscienza, assunta da una mandria acefala convinta della propria “unicità”.

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gramsci oggi

Il ruolo dell'imperialismo italiano

di Giuliano Cappellini 

Premessa

argeliaL’imperialismo è un sistema di conservazione sociale sia nei paesi che controlla, sfrutta e ai quali impedisce lo sviluppo, sia in casa propria perché lo sfruttamento di quei paesi serve a conservare quegli equilibri sociali interni che consentono alle classi dominanti di rafforzare le proprie posizioni. Limita perciò lo sviluppo economico e sociale anche nelle metropoli imperialiste.

Non è difficile verificare nella storia d’Italia la relazione complementare tra lo sviluppo socio-economico e l’influenza dell’imperialismo nazionale sulla politica del paese: dove aumenta l’uno diminuisce l’altro e viceversa. Il libro “In ricchezza ed in povertà”1 di Giuseppe Vecchi, professore di Economia Politica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, è un importante lavoro di ricostruzione scientifica e di divulgazione che ci consente ora di disporre delle serie storiche italiane, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, che mostrano i tanti aspetti in cui si esprime lo sviluppo di una società. Specialmente (ma non solo) le serie del reddito e della sua distribuzione suggeriscono una divisione della storia italiana in pochi grandi periodi in cui si rilevano dinamiche più o meno uniformi e diverse da quelle degli altri periodi. Tale periodizzazione ci consente perciò di comprendere le caratteristiche di fondo della politica italiana diverse anch’esse tra periodo e periodo, e l’influenza che su questa ha avuto l’imperialismo “made in Italy”.

Nel grafico seguente2 , della serie del Pil per abitante,

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sinistra

Aporie della ‘dipendenza’ e ‘sviluppo ineguale’ tra Inghilterra, Irlanda e Russia

La ricerca/azione di Marx ed Engels

di Eros Barone

flint castle.jpgLargeDopo lunghi anni trascorsi a studiare la questione irlandese, sono giunto alla conclusione che il colpo decisivo contro le classi dirigenti inglesi (e sarà decisivo per il mondo intero) non può essere sferrato in Inghilterra ma soltanto in Irlanda.[Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, 9 aprile 1870]

La rivoluzione comincia in Oriente, là dove finora si trovava l’intatto baluardo e l’armata di riserva della controrivoluzione.[Lettera di Marx ad Albert Sorge, 27 settembre 1877]

  1. 1. La questione irlandese

Per situare correttamente la ricerca/azione sulla possibilità della rivoluzione socialista in Inghilterra, ricerca/azione che vide fortemente impegnati Marx ed Engels nel periodo intercorrente fra gli anni ’60 e gli anni ’80 del XIX secolo, è necessario delineare una periodizzazione della storia politico-sociale dell’Irlanda, in quanto proprio in questa isola, come prima Engels e poi Marx arriveranno a concludere, si trovava la chiave di quella possibilità.1

In tal senso, si possono individuare tre fasi principali della lotta di classe in Irlanda, fermo restando che il comun denominatore di questa lotta è il legame inscindibile tra l’istanza della liberazione nazionale e la questione agraria. Che questo sia il comun denominatore risulta infatti con estrema evidenza dal fatto che oppressore nazionale e oppressore di classe si identificano in una stessa figura, quella del grande proprietario terriero inglese, talché la chiave della “questione irlandese” va ricercata proprio nella questione agraria.

Orbene, la prima fase, caratterizzata dalla rivendicazione dell’autonomia, va dal 1825 al 1843 ed è dominata dalla personalità dell’avvocato Daniel O’Connell, leader di un’alleanza che comprendeva la borghesia cattolica irlandese e il partito ‘whig’ inglese.