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mondocane

Gas per Tafazzi!

di Fulvio Grimaldi

Quando un paese si martella le gonadi per compiacere chi gli ha venduto il martello

tafazzi 61e12dc6 410f 4707 979e 81d13adfb67 resize 750C’è chi martella chi se lo merita

Francia, specchio dei tempi e dello scontro di classe le cui nuove forme le cosiddette sinistre radicali non vogliono capire: quelle della guerra sociale, culturale e geopolitica dei popoli, pressochè tutti proletarizzati dal globalismo neoliberista, contro le élites. Lotta insurrezionale che presenta affinità stretta con quella del 1789, per la sovranità del popolo (lavoratore, operaio, contadino, intellettuale) contro la sovranità del sovrano e dei ceti alle sue fortune legati e dai suoi poteri beneficiati e che, ammaestrata dalla rivolte soprattutto contadine e dalle insubordinazioni dei barbari nel fine-impero, si accoppia al monopolio della forza. Sovranità e monopolio di cui i gruppi dell’accumulazione e della predazione, della menzogna e della cospirazione, sono tornati padroni, dopo che rivoluzioni e rafforzamento in varie forme della volontà, coscienza, conoscenza, forza, dei dominati se l’erano conquistata, o, quanto meno, l’avevano condivisa. Vedi, da noi, le costituzioni, dallo Statuto Albertino a quella antifascista del 1948. Vedi la cubana, quella di Thomas Sankara nel Burkina Faso e la venezuelana, la migliore in assoluto.

Lo strumento di corruzione psicologica impiegato dai gruppi di potere, oggi contestati in varie forme, è la criminalizzazione del termine sovranità, spesso deformato e, nelle intenzioni, vilipeso, in “sovranismo”. Poi si arriva alla separazione tra manifestanti buoni e cattivi, a volte sfruttando l’inserimento di provocatori di regime. Nel caso francese, tra i fermati non si sono trovati i famigerati Black Block, ma solo infermiere, camionisti, contadini e altra gente ridotta allo stremo dagli assiomi della globalizzazione. Di fronte hanno l’uomo di Goldman Sachs, cioè della cima della Piramide.

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jacobin

Argentina: torna il liberismo. Se ne era mai andato?

di Roberto Lampa

Per capire il ritorno prepotente della crisi economica in Argentina vanno analizzate le scelte scellerate del governo di centro-destra di Macri ma anche i limiti del cosiddetto ciclo progressista (o populista) dei governi Kirchner

pesos 2 990x554“Argentina di nuovo a rischio: possibile default in stile 2002” (Il Sole 24 Ore, 4 settembre)

“L’Argentina sprofonda nella crisi” (Financial Times, 26 settembre)

“Gli investitori farebbero bene a stare alla larga dall’Argentina” (Wall Street Journal, 4 ottobre)

Tra titoloni apocalittici e resoconti di stampa sempre di più simili a necrologi, l’Argentina è tornata prepotentemente a far parlare di sé. Nell’ultimo anno il valore del peso argentino è precipitato più di ogni altra valuta al mondo (il tasso di cambio con il dollaro è aumentato del 122%), la produzione industriale è in caduta libera (-5,6% in agosto), la disoccupazione è ormai prossima al 10% (nonostante le controverse statistiche argentine considerino occupati anche i titolari di partite Iva e coloro i quali percepiscono un sussidio di lavoro), e ben il 30% della popolazione è tornata a vivere sotto la soglia della povertà.  Se da un lato ciò non può certo sorprendere i lettori più attenti delle tormentate vicende latino americane (negli ultimi 200 anni, ben sette sono stati i default argentini), dall’altro rimane molto difficile spiegare come sia stato possibile che un paese con un debito estero prossimo allo zero passasse a mendicare un accordo di oltre 50mila milioni di dollari – per di più firmato in condizioni emergenziali e a dir poco sfavorevoli – con il Fondo Monetario Internazionale, in meno di tre anni.

Tra le conseguenze del default del 2001, il più grande della storia del capitalismo (causato dall’impossibilità del paese di far fronte ad un’enorme mole di debito emesso in dollari statunitensi e che aveva ridotto oltre il 50% dei suoi abitanti a vivere sotto la soglia di povertà),  ve ne era stata infatti almeno una (parzialmente) positiva: il sostanziale divieto per l’Argentina di emettere bond nei mercati finanziari internazionali fino a che non fosse stato raggiunto un accordo con tutti i creditori vittime dei c.d. tango bond.

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marx xxi

Samir Amin, un teorico militante

di Remy Herrera*

samir amin microfonoSamir Amin si è sempre definito marxista. Il suo lavoro è stato informato, non senza riflessione critica, dalle teorie dell'imperialismo (in particolare quelle proposte da Paul Baran, Paul Sweezy e Harry Magdoff) come opere pionieristiche sullo sviluppo (come quelle di Raúl Prebisch o, in una certa misura, di François Perroux). Ma si differenzia molto chiaramente dal corpus marxista "ortodosso". Come gli altri grandi teorici del sistema mondiale capitalista, tra cui Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi e André Gunder Frank, Samir Amin ha prodotto una serie di analisi globali che articolano relazioni di dominio tra nazioni e relazioni di sfruttamento tra classi, e che prendono come oggetto e concetto il mondo moderno come un'entità storico-sociale concreta che forma un sistema, formando un assemblaggio - strutturato da complesse relazioni di interdipendenza - di diversi elementi di una realtà in un insieme coerente e autonomo, posizionandoli dando loro un senso.

Uno dei principali contributi scientifici di Samir Amin è che egli mostra che il capitalismo come sistema mondiale realmente esistente è molto diverso dal modo di produzione capitalista su scala globale. La questione centrale che guida il suo lavoro è capire perché la storia dell'espansione capitalistica si identifica con la storia della polarizzazione globale tra le formazioni sociali centrali e periferiche. La sua risposta mira a cogliere la realtà di questa polarizzazione nella sua interezza, a integrare lo studio delle sue leggi in termini di materialismo storico, cercando di combinare teoria e storia e di tenere insieme i campi economico, politico e ideologico. L'unità di analisi per comprendere i principali problemi delle società è quindi il sistema globale - possibile oggetto di una coerente indagine scientifica olistica a questo livello -, meglio delle formazioni sociali che lo compongono.

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investigat

“Senza la lotta anti-imperialista, la lotta per l’accoglienza dei rifugiati è incompleta”

di Said Bouamama

640px 20151030 Syrians and Iraq refugeesGli europei devono stringere la cinghia e sentono parlare la crisi dei rifugiati ogni giorno. Di conseguenza, il Vecchio Continente si sta lacerando. Da un lato, abbiamo coloro che vogliono una politica di migrazione più decisa. Dall’altro, quelli che denunciano una mancanza di umanità. Tutto sul fondo dell’ascesa dell’estrema destra. Per Said Bouamama, autore del “Manuel stratégique de l’Afrique” (Manuale Strategico dell’Africa, ulitmo libro delle edizioni Investig’Action) stiamo vivendo un punto di svolta storico. Un processo di fascistizzazione è in corso e non dovrebbe essere preso alla leggera. Ma il sociologo spiega anche come fermarlo.

* * * *

Grégoire Lalieu : In tutta Europa e negli Stati Uniti stiamo assistendo a un’espansione dei movimenti di estrema destra. Quali sono le cause di questa emergenza?

Saïd Bouamama : Le cause sono molteplici. Primo, siamo in una nuova fase storica che può essere descritta come la più grande regressione sociale dal 1945. Non è una semplice piccola crisi che avrebbe portato alcune misure di austerità. Siamo davvero di fronte a un’offensiva ultra liberale partita dagli Stati Uniti che ha raggiunto l’Europa da trent’anni.

 

I famosi anni Reagan-Thatcher …

Assolutamente. Ma insisto, viviamo una nuova fase storica, perché il progetto non è più lo stesso. Non si tratta più di tagliare un certo numero di conquiste sociali con l’austerità. Ciò che è al lavoro oggi è la messa in discussione dell’equilibrio derivante dai rapporti di forza dopo la seconda guerra mondiale.

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sinistra

Le sinistre ai tempi del colera1

(promemoria per populisti smemorati)

di Daniele Benzi

f12ea0b9 29b6 4546 bfa3 6c35f38bf22d large…però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni, da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni (Fabrizio De André, Storia di un impiegato)

Sono arrivato in America Latina dieci anni fa cercando di sottrarmi alla penosa situazione di disoccupazione e precariato che è toccata alla maggior parte della mia generazione. Ma anche per sfuggire alla sgradevole sensazione di frustrazione ed impotenza che, soprattutto dopo le legnate prese al G8 di Genova nel 2001, mi provocava l’insignificanza politica e l’enorme frammentazione delle sinistre radicali in Europa e in particolare nel mio paese. Molti europei, in effetti, precari e frustrati come me, non certo grandi scienziati o strateghi della rivoluzione come a volte si sono presentati in Venezuela, Bolivia o Ecuador, sono arrivati in America Latina richiamati, o più spesso incantati, dalle sirene della “svolta a sinistra”.

Per formazione e interessi di ricerca, nel bene e nel male ho sempre guardato alla “marea rosa” da un punto di vista regionale e globale, non come una somma di processi e casi nazionali. Ciò mi ha permesso di osservare quotidianamente, specialmente vivendo abbastanza a lungo in un paese periferico nell’economia mondiale come l’Ecuador, certi condizionamenti strutturali e le complessità geopolitiche in cui si sono trovati i governi “progressisti” che spesso sfuggono ai movimenti dal “basso”. Non per questo, tuttavia, la mia posizione e il mio giudizio sono stati più indulgenti o meno critici sui loro limiti, incoerenze e contraddizioni che li hanno condotti alla situazione penosa in cui ci troviamo oggi.

In questo senso, secondo me il dibattito sulla “fine del ciclo” progressista che l’anno scorso e quest’anno ha infiammato inutilmente, credo, molti intellettuali e militanti, intrecciandosi purtroppo con i fatti tragici in Venezuela, è un dibattito chiuso.

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blogmicromega

America Latina: chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso

di Carlo Formenti

from to r nicaragua 890b diaporamaIl giro a l’izquierda in America Latina, la svolta a sinistra che ha visto l’andata al potere di governi progressisti in Argentina e Brasile e la nascita di regimi variamente definiti postneoliberisti, populisti di sinistra o socialismi del secolo XXI in Bolivia, Ecuador e Venezuela non ha mai suscitato l’entusiasmo delle sinistre radicali (autonomi e trotskisti in particolare). Negri, ad esempio, ha definito Chavez e Correa come due ducetti fascisti e dichiarato che il liberismo è preferibile al loro neosviluppismo statalista; quanto ai trotskisti, è noto che qualsiasi regime che non segua la loro linea politica (cioè tutti, visto che non hanno mai svolto un ruolo egemone in qualsiasi processo rivoluzionario – ad eccezione di Trotsky, che non era trotskista) è per loro un nemico.

Questa postura ideologica riflette sentimenti e interessi di quell’ampio e variegato corpaccione di ceti medi latino americani (professori, studenti, funzionari pubblici, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti, nuove professioni “creative”, tutti coloro che si è ormai soliti chiamare “ceto medio riflessivo”) che, ancor più di quello di casa nostra, oscilla fra reazione e sovversivismo piccolo borghese. Quando i movimenti di massa avanzano, come è avvenuto fra fine anni Novanta e inizio del Duemila, costoro si accodano, lucrando vantaggi economici, ideali e di status sociale (le costituzioni bolivariane registrano non a caso i desiderata dei “nuovi movimenti” che hanno appoggiato i processi rivoluzionari in cambio del riconoscimento di certi diritti individuali).

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sinistra

Chiuso per fallimento (e lutto)

Il “laboratorio” politico latinoamericano quindici anni dopo

di Daniele Benzi 1

10502410 659101007511710 2302139020584301410 nDefeat is a hard experience to master: the temptation is always to sublimate it.
Perry Anderson, Spectrum

La vittoria elettorale di un fascista nel più grande e popoloso paese dell’America latina, un ex capitano omofobo, sessista e razzista, appoggiato dall’esercito, dalle chiese evangeliche, dai proprietari terrieri e adesso anche dal capitale finanziario, che ha già ricevuto quasi 50 milioni di voti al primo turno, sarebbe un ulteriore passo verso l’abisso in Brasile.

La trasfigurazione di un mai ben chiarito “socialismo del XXI secolo” in una cleptocrazia pretoriana in Venezuela, paese ormai sull’orlo del collasso e che rischia seriamente un’invasione e/o una guerra civile qualora certe trame geopolitiche, sociali o finanziarie fuori controllo del governo la rendessero conveniente (o necessaria), è una tragedia per chi ha accompagnato, criticamente, l’evoluzione del processo bolivariano.

Comunque vadano le cose, però, in questi e in altri paesi (Nicaragua in primis), il peggio per le sinistre purtroppo è già accaduto. Il “laboratorio” politico latinoamericano che le aveva ridato fiato, fiducia e speranze non è temporaneamente chiuso per ferie, ma per fallimento. E lutto. Rivelando, fra le altre cose, che almeno per ora un altro mondo non è possibile. Forse solo alcune esperienze locali lo sono, importantissime, ma pur sempre locali, come il neo-zapatismo messicano, difficilmente riproducibili, difficilmente esportabili, difficilmente comprensibili al di fuori del loro contesto, e che si inceppano non appena oltrepassano la soglia di casa.

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sinistra

La grave crisi dei governi bolivariani

di Silvano Ceccoli

Questo ampio articolo di Silvano Ceccoli focalizza la situazione politica dell'America Latina, rivolgendo una speciale attenzione a due paesi, l'Ecuador e il Perù, e analizzando in particolare le cause della crisi del movimento bolivariano. L'autore ha fondato una ventina di anni fa il Circolo Culturale Proletario di Genova, del quale Eros Barone è l'attuale presidente. Egli è stato più volte nei paesi di cui tratta in questo articolo, come dimostrano le fonti giornalistiche citate nel corpo dell'articolo; è inoltre autore di un libro su "Sendero Luminoso" e conosce molto bene il Perù e l'Ecuador. Ci è parso che le informazioni e le valutazioni che caratterizzano l'elaborato, angolate secondo un preciso punto di vista marxista e comunista, siano di un certo interesse per l'inquadramento della situazione politica che si è venuta a determinare nell'area presa in considerazione dall'autore

a522af5ed314bb7f15edacbf474dbf8cEcuador, il tradimento di Lenin Moreno

In Ecuador, ormai, è assodato il voltafaccia del partito di governo Alianza Pais e del Presidente Lenin Moreno. Giovedì 23 Agosto scorso, il Primo Ministro ecuadoriano José Valencia annuncia la decisione presa dal Presidente Lenin Moreno, di uscire dall’Alba1 (=Associazione Bolivariana per l’America Latina), l’Alleanza voluta da Chavez, che riunisce tutti i paesi latinoamericani guidati da partiti affini, che aderiscono al movimento bolivariano, sorto in Venezuela. Questa grave decisione del governo ecuadoriano, guidato da Lenin Moreno, è stata presa in concomitanza con l’altra altrettanto grave decisione di far partecipare truppe della marina militare ecuadoriana alle esercitazioni militari navali organizzate dagli USA, che si tengono dal 31 Agosto al l’11 Settembre 2018, al largo di Cartagena, in Colombia. Oltre all’Ecuador, partecipano all’esercitazione militare navale, denominata LIX Esercitazione Multinazionale di Manovre Militari Unitarie, altri 11 stati: Argentina, Brasile, Canada, Colombia, Costa Rica, Honduras, Gran Bretagna, Messico, Panamá, Perú e Repubblica Dominicana, tutti sotto la guida degli USA.

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mateblog

Sulla Belt and Road Initiative

Nicola Tanno intervista Diego Angelo Bertozzi

51GIjsoDA4LLa Nuova Via della Seta è il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all’antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) è un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di più di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, già autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina.

* * * *

1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali?

Della nuova via della seta esistono diverse mappe –che di volta in volta segnalano l’aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale è stata pubblicata nel 2013, mentre l’ultima versione è del dicembre del 2016 e porta alcune novità quali una descrizione più dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell’intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l’Atlantico, così come a est si aprono rotte marittime verso l’Artico e oltre l’Australia. Queste aperture indefinite, così come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell’intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d'azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialità di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici.

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marxismoggi

L’imperialismo Usa, l’Ue, il governo Conte e i compiti dei comunisti e della sinistra di classe

di Fosco Giannini

corriga pittoreChi ha vissuto il PCI, quello originario, sa bene che al suo interno, la vita dibattimentale era segnata da qualcosa che era ben più di una ritualità, essendo invece un vero e proprio stile di lavoro: ogni riunione, dalla più piccola Sezione di montagna alla Segreteria Nazionale, era aperta, a prescindere dall’ordine del giorno ( fosse esso relativo alla chiusura di una farmacia comunale di un paesino o alle questioni del governo nazionale) dalla delineazione del contesto internazionale, da cui il resto, poi discendeva. Ciò perché, giustamente, vigeva in quel grande Partito la legge filosofica hegeliana e marxista della “totalità delle cose”, che proprio Hegel – ripreso da Marx- così, in estrema e brillante sintesi, definiva: “il Vero è il Tutto”.

Anche ora, per tentare di districarsi in questo apparente ginepraio politico e sociale che oggi segna l’Italia, ( ginepraio solo apparente, poiché ogni cosa, in Natura e nella Storia, ha un’origine, una base materiale, che occorre mettere in luce, ed è qui la difficoltà), per tentare di decodificare in termini materialisti e profondi il governo Conte e l’alleanza politica tra M5S e Lega e per cercare di definire, conseguentemente, i compiti dei comunisti e della sinistra di classe in questo Paese, occorre riassumere lo stile di lavoro tradizionalmente comunista, di ogni comunista e marxista serio e iniziare a mettere dunque a fuoco il contesto internazionale in cui il governo giallo-verde italiano si è costituito.

Un’impostazione analitica di questo tipo ( che fa derivare, come tuttavia è inevitabile che sia, la fase italiana dalla totalità delle dinamiche internazionali) richiederebbe uno spazio che in questa sede non possiamo permetterci: dunque, procederemo con sintesi estreme ed alcune brutalizzazioni.

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marx xxi

Mutamenti nel quadro mondiale

La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia

di Andrea Catone

manNYC 13Abstract

Prima e dopo l’elezione di Trump assistiamo ad un duro scontro interno alla classe dominante Usa. È fallito, a quasi 30 anni dalla fine dell’Urss, il “progetto americano per il nuovo secolo” di essere la superpotenza incontrastata nel mondo (unipolarismo). La straordinaria ascesa della Cina, la riorganizzazione della Russia sotto la direzione di Putin, l’emergere di nuovi soggetti sulla scena mondiale ne determinano il fallimento. Trump cambia linea, non per accettare però un mondo veramente multipolare, ma nel tentativo di affermare su una base più solida il primato americano. Non smantella, ma rafforza il complesso militar-industriale (aumenta la spesa per il 2019), né il sistema di basi e di alleanze militari sotto stretto controllo USA, in primis la NATO. E, insieme, punta al rilancio della base industriale, indebolitasi negli ultimi decenni, con una politica protezionistica e la dura guerra commerciale non solo contro la Cina, ma anche contro i paesi capitalistici – dalla Ue al Canada al Giappone – che hanno costituito dopo il 1945 il “blocco occidentale”. Trump vuole rompere ogni organismo di cooperazione internazionale, in modo da trattare da maggiori posizioni di forza con ogni singolo paese. La Ue vive oggi una crisi profonda politica, morale, di progetto. In questa crisi si inserisce ora l’azione di Trump apertamente contro la Ue. L’implosione della Ue avrebbe oggi un forte segno di destra – come mostra in Italia la forte ascesa della Lega – e porrebbe ogni singolo paese europeo ancor più sotto il controllo USA.

* * * *

L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno della candidata del partito democratico Hillary Clinton[1]), il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo, con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti internazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.

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marx xxi

La questione dell'immigrazione

di Alessandro Pascale

immigrazione silhouette“Una delle particolarità dell'imperialismo, collegata all'accennata cerchia di fenomeni, è la diminuzione dell'emigrazione dai paesi imperialisti e l'aumento dell'immigrazione in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori.” (Vladimir Lenin, da “L'Imperialismo, fase suprema del Capitalismo”)

La necessità di un approfondimento storico-politico

Quello che segue è un tentativo di ragionare sulla questione migratoria. Non si pretende di essere esaustivi ma di affrontare nel merito un tema su cui le sinistre hanno finora mostrato un'incapacità diffusa nella propria elaborazione e proposta politica.

Per un maggiore, necessario, approfondimento si rimanda all'opera “In Difesa del Socialismo Reale” (disponibile su www.intellettualecollettivo.it), ed in particolar modo alla parte storica riguardante “Le cause profonde del sottosviluppo africano” (vol. II, pp. 335-423), all'analisi della contemporaneità in “Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale (vol. II, pp. 1214-1345) e alle conclusioni (vol. II, pp. 1352-1362). Soprattutto in queste ultime pagine si trova un collegamento tra il dramma della fame del mondo, l'evoluzione delle diseguaglianze mondiali, la questione ambientale e un primo approccio sulla questione migratoria inquadrata nella sua globalità.

In quell'occasione ho mancato di articolare ulteriormente la questione, ritenendola risolta dall'evidenza dal quadro delineato fino a quel momento. Il carattere politico preminente che ha assunto la questione in Italia (e non solo) necessita però ulteriori riflessioni e articolazioni, che non pretendono di essere esaustive ma che intendono entrare nel vivo di un tema che è purtroppo diventato, grazie alla forza dei media e alla scaltrezza politica del reazionario Ministro dell'Interno Salvini, prioritario per la gran parte dell'opinione pubblica. Articolerò quindi la questione in cinque punti.

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lantidiplomatico

"Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale"

di Sonia Savioli

flumen elena di troia cavallo16Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di "Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale", edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. Il libro che mancava, finalmente c'è: all'interno troverete molte delle risposte che cercavate

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri "aiuti allo sviluppo".

https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags

In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.

Ma cominciamo dall'inizio e cioè proprio dagli "aiuti allo sviluppo". Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un "aiuto allo sviluppo". La Banca Mondiale o/e l'Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell'altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L'ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale "de noantri", mettiamo l'Impregilo, costruisce le dighe

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lantidiplomatico

Il Venezuela, l'Italia, l'11 settembre

di Geraldina Colotti

allende maduroMolte volte si è richiamata l'analogia tra gli attacchi che hanno portato al colpo di Stato in Cile, l'11 settembre 1973, e quelli rivolti contro il Venezuela oggi. E' utile ricordarlo ancora in un momento in cui il portato del Novecento torna, prepotentemente, a interrogare il modello capitalista con le sue grandi questioni aperte, sul piano concreto e simbolico.

In America latina – continente che dall'inizio di questo secolo ha dettato il passo all'Europa, culla del movimento operaio - nel mirino vi sono tre punti fondamentali per le speranze di futuro del socialismo: la rivoluzione cubana, vittoriosa e indomita dal 1959; la rivoluzione sandinista, riemersa faticosamente dalle catacombe in cui era sprofondata dopo il ritorno del neoliberismo in Nicaragua, e ora di nuovo a rischio di essere ricacciata nel baratro; e la rivoluzione bolivariana, trincea di quel “socialismo del XXI secolo” che ha voluto rinnovare quello del secolo precedente cambiandone la definizione ma non il progetto e la finalità.

In Europa, e specialmente in Italia - tornata spaventosamente indietro dal lungo ciclo di lotta rivoluzionaria, anche di guerriglia, degli anni 1970 -, sembra non ci sia fine al peggio. Sembra, addirittura, che a cantarle chiare siano componenti xenofobe o falsi sovranismi corporativi, che turlupinano le masse con la peggiore demagogia, proprio mentre affermano di essere “liberi da tutte le ideologie”.

Vale, invece, ancora, quanto scriveva Marx nel 1859: “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.

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la citta futura

Usa, la mistificazione dei fondamentali economici

di Zosimo

Negli USA il clima di euforia sull’andamento economico nasconde la ripida crescita della diseguaglianza e della povertà

16d983dc229d1c86ae548cba58f45a7e XLL’attuale stato dell’economia statunitense evidenzia bene lo stridente contrasto tra indicatori positivi (PIL, disoccupazione, consumi, profitti) presi in considerazione dal pensiero economico dominante e altri indicatori trascurati che testimoniano la crescita di povertà e disuguaglianza, la stagnazione dei salari e il deterioramento delle condizioni di lavoro.

Negli ultimi tempi sulla stampa mainstream americana è un continuo succedersi di dati, informazioni e analisi che celebrano l’andamento positivo di tutti i principali indicatori macroeconomici, i quali dimostrerebbero quindi di uno stato di grazia dell’economia statunitense.

Il 2008 e la fase della crisi sembrano quindi ormai un lontano ricordo e neanche le incertezze e l’apparente instabilità politica determinata dalle tensioni attorno all’amministrazione Trump riescono tuttavia a scalfire quella che, leggendo i bollettini quotidiani, appare una vera e propria cavalcata trionfale.

Come siamo abituati ormai da decenni, gli indicatori economici che stanno sempre al centro dell’attenzione degli economisti e degli analisti sono soprattutto il PIL, il tasso di disoccupazione, i tassi di interesse e il tasso di inflazione.

Il PIL del primo semestre 2018 è cresciuto del +4,1% ad un tasso annualizzato, un valore che non si raggiungeva dal 2014 e che porta la Casa Bianca a toni trionfalistici, attribuendolo soprattutto alle politiche adottate con l’avvento della Presidenza Trump, in primo luogo la riforma fiscale, che ha tagliato le aliquote individuali soprattutto in favore delle fasce di reddito più elevate e che ha dimezzato l’imposta sul profitto d’impresa (19% invece del 35% precedente).