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la citta futura

Venezuela, le cavallette dell'imperialismo

di Geraldina Colotti

Nessuna Weltanschauung è innocente, nessuna visione del mondo è neutrale, nessuna informazione è “imparziale”. I media di guerra sono la fanteria leggera del capitalismo. Nel sud globale, dove la lotta di classe è più difficile da occultare, funzionano da cavallette dell'imperialismo

cd57e341984c5ea5152726b8f2e89570 XLA proposito del Venezuela e del fallito attentato contro Maduro, torna la riflessione di Lukacs nel volume La distruzione della ragione. Il filosofo ungherese accusa Schopenhauer di aver offerto agli ufficiali prussiani il proprio binocolo da teatro per meglio sparare sugli insorti del 1848. Fatte le debite proporzioni storiche, filosofiche e culturali, si potrebbe usare la stessa frase nei confronti di quel giornalismo che, nell'avanzare della “modernità liquida” a scapito di un pensiero forte sul mondo e nell'assenza di un “intellettuale collettivo”, ha assunto sempre più peso nella formazione della “opinione pubblica” e di una determinata egemonia culturale.

La concentrazione monopolistica dei grandi gruppi editoriali ha reso anche l'informazione una merce al servizio del capitale e moltiplicato l'influenza dei grandi media nel sistema-mondo: uno scenario in cui si evidenzia la crescente spinta alla guerra imperialista come unica uscita dalla crisi strutturale in cui si dibatte il capitalismo.

Come abbiamo visto in questi anni, il ruolo dei media è stato quello di preparare, accompagnare e consolidare le aggressioni a paesi ricchi di risorse, fondamentali per ridefinire a favore del capitale lo sfruttamento del lavoro a livello globale. Ci hanno “raccontato” di guerre “umanitarie”, di “democrazia” da esportare con le bombe, sostituendo alla lotta di classe il paradigma della “vittima meritevole”: sia nella forma del carnefice eternamente impune (Israele), sia in quella del “caso umano” che deve mendicare ascolto in diretta anziché lottare con forza per i propri diritti (operai, migranti eccetera). Quella della “fine delle ideologie” risulta così la peggiore delle ideologie, nel senso proprio della falsa coscienza, assunta da una mandria acefala convinta della propria “unicità”.

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gramsci oggi

Il ruolo dell'imperialismo italiano

di Giuliano Cappellini 

Premessa

argeliaL’imperialismo è un sistema di conservazione sociale sia nei paesi che controlla, sfrutta e ai quali impedisce lo sviluppo, sia in casa propria perché lo sfruttamento di quei paesi serve a conservare quegli equilibri sociali interni che consentono alle classi dominanti di rafforzare le proprie posizioni. Limita perciò lo sviluppo economico e sociale anche nelle metropoli imperialiste.

Non è difficile verificare nella storia d’Italia la relazione complementare tra lo sviluppo socio-economico e l’influenza dell’imperialismo nazionale sulla politica del paese: dove aumenta l’uno diminuisce l’altro e viceversa. Il libro “In ricchezza ed in povertà”1 di Giuseppe Vecchi, professore di Economia Politica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, è un importante lavoro di ricostruzione scientifica e di divulgazione che ci consente ora di disporre delle serie storiche italiane, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, che mostrano i tanti aspetti in cui si esprime lo sviluppo di una società. Specialmente (ma non solo) le serie del reddito e della sua distribuzione suggeriscono una divisione della storia italiana in pochi grandi periodi in cui si rilevano dinamiche più o meno uniformi e diverse da quelle degli altri periodi. Tale periodizzazione ci consente perciò di comprendere le caratteristiche di fondo della politica italiana diverse anch’esse tra periodo e periodo, e l’influenza che su questa ha avuto l’imperialismo “made in Italy”.

Nel grafico seguente2 , della serie del Pil per abitante,

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sinistra

Aporie della ‘dipendenza’ e ‘sviluppo ineguale’ tra Inghilterra, Irlanda e Russia

La ricerca/azione di Marx ed Engels

di Eros Barone

flint castle.jpgLargeDopo lunghi anni trascorsi a studiare la questione irlandese, sono giunto alla conclusione che il colpo decisivo contro le classi dirigenti inglesi (e sarà decisivo per il mondo intero) non può essere sferrato in Inghilterra ma soltanto in Irlanda.[Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, 9 aprile 1870]

La rivoluzione comincia in Oriente, là dove finora si trovava l’intatto baluardo e l’armata di riserva della controrivoluzione.[Lettera di Marx ad Albert Sorge, 27 settembre 1877]

  1. 1. La questione irlandese

Per situare correttamente la ricerca/azione sulla possibilità della rivoluzione socialista in Inghilterra, ricerca/azione che vide fortemente impegnati Marx ed Engels nel periodo intercorrente fra gli anni ’60 e gli anni ’80 del XIX secolo, è necessario delineare una periodizzazione della storia politico-sociale dell’Irlanda, in quanto proprio in questa isola, come prima Engels e poi Marx arriveranno a concludere, si trovava la chiave di quella possibilità.1

In tal senso, si possono individuare tre fasi principali della lotta di classe in Irlanda, fermo restando che il comun denominatore di questa lotta è il legame inscindibile tra l’istanza della liberazione nazionale e la questione agraria. Che questo sia il comun denominatore risulta infatti con estrema evidenza dal fatto che oppressore nazionale e oppressore di classe si identificano in una stessa figura, quella del grande proprietario terriero inglese, talché la chiave della “questione irlandese” va ricercata proprio nella questione agraria.

Orbene, la prima fase, caratterizzata dalla rivendicazione dell’autonomia, va dal 1825 al 1843 ed è dominata dalla personalità dell’avvocato Daniel O’Connell, leader di un’alleanza che comprendeva la borghesia cattolica irlandese e il partito ‘whig’ inglese.

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contropiano2

La fine dell'”eccezionalismo” americano

di Redazione

trump putin vertice helsinki lapresse 2018 thumb660x453I vertici a due sono sempre un po’ problematici da leggere. I protagonisti – in questo caso Trump e Putin – raccontano quel che a loro conviene far sapere, tacciono su tutto il resto. La stampa internazionale si muove assecondando gli interessi delle rispettive proprietà, e quindi gioca a rilasciare interpretazioni sulla falsariga del “a chi giova” oppure “chi vince, ci perde”.

I media mainstream – a cominciare dall’orrenda Repubblica – si sono concentrati sullo scontro Trump-Fbi, sugli strascichi del Russiagate e le presunte interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali Usa. Hanno insomma proseguito una sorta di campagna elettorale post-elettorale per conto dell’establishment Usa (democratici e repubblicani uniti, entrambi spiazzati dal “pazzo”).

Impossibile sapere o ricostruire, da quelle fonti, la mappa degli interessi economici e geopolitici in gioco, le implicazioni dirette e indirette, i cambiamenti nei rapporti di forza che in questi vertici vengono registrati e formalizzati.

Siamo perciò andati a cercare le analisi di due dei migliori interpreti delle dinamiche globali per consentire anche ai nostri lettori di orizzontarsi fuori dal blob della propaganda. Due punti di vista specialistici molto diversi e proprio per questo utili. Sul piano geopolitico riportiamo di seguito l’analisi di Alberto Negri, storico inviato di guerra de IlSole24Ore, ora battitore libero di grande indipendenza e chiarezza espositiva. E quello di Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza, che privilegia naturalmente i dati dell’economia globale.

Dall’incrocio di queste analisi molto informate emergono alcuni “trend” che cerchiamo di tenere d’occhio da molto tempo:

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la citta futura

Lenin: l’imperialismo rende necessaria la rivoluzione

di Renato Caputo

Dalla distinzione fra guerra imperialista e guerra rivoluzionaria, alla critica agli Stati uniti d’Europa

02d8012e1db1554c5c16460f67368f3a XLIl nodo centrale su cui, secondo Lenin, è necessario fare chiarezza, per smascherare davanti alle masse popolari i social-sciovinisti – ovvero coloro che si definiscono socialisti per meglio occultare la propria adesione allo sciovinismo – è imparare a distinguere nettamente la sacrosanta lotta dei popoli per l’autodeterminazione nazionale, dal sedicente diritto dei socialisti di sostenere una guerra imperialista con la scusa della necessità della difesa della patria: “per spacciare la presente guerra – la Prima guerra mondiale – come una guerra nazionale i socialsciovinisti si richiamano all’autodeterminazione delle nazioni. Contro di loro vi è un’unica lotta giusta: bisogna dimostrare che la guerra in corso non si combatte per emancipare le nazioni, ma per stabilire quale dei grandi briganti debba opprimere più nazioni” [1].

D’altra parte Lenin è altrettanto duro con i social-pacifisti, ovvero coloro che si dicono rivoluzionari a parole, ma sono riformisti nei fatti, in quanto sono contrari a trasformare la guerra imperialista, in una guerra sociale rivoluzionaria, mediante cui abbattere l’imperialismo, quale causa principale delle guerre nel mondo contemporaneo. Perciò, a parere di Lenin, “giungere a negare la guerra, condotta realmente per liberare le nazioni, significa fornire la peggiore caricatura del marxismo” [2]. L’appello al disarmo e alla non violenza rischia di non essere altro che il tratto distintivo dell’impotenza propria del cavaliere della virtù o dell’anima bella inevitabilmente travolti dall’implacabile destino, ovvero dal necessario sviluppo del corso del mondo. In effetti, come mette in guardia Lenin: “solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi, ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in nessun caso prima” [3].

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mondocane

Putin, Trump, Deep State, Coppa del Mondo, Mattarella

di Fulvio Grimaldi

Trump Putin summit set for July 16 in Helsinki FinlandBrevemente, sugli splendidi (più per organizzazione, atmosfera, che per gioco) Mondiali 18 di Russia, riflessioni di uno spaparanzato al sole, irradiato da un incontro Putin-Trump che, riprendendo i toni positivamente alternativi del ciuffone di polenta nei suoi trascorsi elettorali e anche prima (rapporti con la Russia, Nato, messa in discussione della False Flag 11 settembre), incontrando quelli, da sempre saggi e corretti, di Putin, non ha potuto che trasformarsi in puntura di speranza per i giusti e onesti del mondo. Ma come i vaccini con i residui di metalli pesanti e altro, dal cui morso coatto ora pare voglia almeno parzialmente liberarci la ministra 5 Stelle, anche questa fialetta, al promesso bene, aggiunge un fondo rancido.

E qui le riflessioni escono dall’area di luce per disperdersi nel buio di un’ombra affollata dai ectoplasmi neri della mediacrazia uccidentale, dall’Huffington Post al manifesto, attraverso le sette montagne di Mordor popolate dai giornaloni e televisionone. Frustrata oltre ogni limite da un rapporto cazzate-cose buone del governo, che l’ha fatta sbroccare già solo per museruola ai biscazzieri, sindacato dei militari, riposo domenicale degli esercizi, possibile veto alle sanzioni alla Russia, freno al precariato, tagli alle borse gonfie d’oro sottratto, approccio culturale anziché mercantile alla Cultura, il Comandante della Forestale all’Ambiente, sabbia negli ingranaggi dello spostamento indotto di popoli, mazzate ai delocalizzatori (d’accordo, lo so, non ci basta, vorremmo tutto subito, ma la marcia delle donne su Versailles non è ancora partita, per ora le fanno fare la guerra ai maschi), l’élite, subiti questi graffi, ha scatenato i suoi media.

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effimera

Il mondo altro in movimento

di Marco Calabria

La prefazione di Marco Calabria all’edizione italiana dell’ultimo libro di Raúl Zibechi, giornalista e studioso uruguaiano: Il “mondo altro” in movimento. Movimenti sociali in America latina  (traduzione di Francesca Caprini ed Enzo Vitalesta, Nova Delphi Libri, Roma 2018)

UruguayA tener fermo lo sguardo sul mondo, si rischia di perdere la velocità dei sogni. Bisogna saperlo muovere, lo sguardo, per comprendere quel che esprime chi rifiuta l’ordine delle cose esistente e per coltivare la speranza di poter cambiare. La speranza, forse oggi più che mai, è la vita che si difende, ma deve potersi alimentare di una confidenziale relazione con la realtà. Solo così riesce ad accendere il motore molecolare dei movimenti nelle società, a far sì che l’energia chimica delle idee si converta in forza sociale meccanica. Dobbiamo muoverci di continuo anche noi, naturalmente, dobbiamo affermare la libertà del movimento, per noi e per tutti, imparare o re-imparare a spostarci liberamente dal luogo fisico e simbolico che c’è stato assegnato. Se c’è un tratto che forse spicca più d’ogni altro, nel tenace lavoro di scavo che Raúl Zibechi fa da decenni nei percorsi più profondi di emancipazione dei movimenti popolari, è proprio la capacità di guardare le prospettive dinamiche, di mettere in discussione, giorno dopo giorno, quel che sembrava accertato a una prima lettura dei fatti, la capacità di re-imparare dalla realtà. Ne abbiamo avuto una testimonianza diretta, quanto illuminante, in occasione del suo secondo viaggio alla Realidad, compiuto a vent’anni di distanza dal primo: «Pensavo d’aver capito abbastanza cose sullo zapatismo e invece non avevo capito la parte essenziale».

Qualcosa di non molto diverso accade nella sezione più rilevante di questo nuovo lavoro sui movimenti dell’América Latina. Vale a dire nella meticolosa rilettura critica di un saggio breve che lo stesso Zibechi aveva scritto quindici anni prima sul ciclo di lotte emerso negli anni a cavallo del cambio di secolo.

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eticaeconomia

L’imperialismo colpisce ancora

di Paolo Paesani

gillray plumpuddingHa ancora senso parlare di imperialismo? E se la risposta è sì, che forma assume l’imperialismo, inteso come forma organizzata di sfruttamento, nel mondo post-coloniale, post-moderno e globale di oggi? Queste domande hanno animato due incontri che hanno avuto luogo, pochi giorni fa, presso le Facoltà di Economia dell’Università Roma3 e di Scienze Politiche della Sapienza.

A fornire l’occasione per questi incontri è stata la recente pubblicazione, per i tipi della casa editrice Routledge, di un volume dal titolo “The changing face of Imperialism”. Il volume, curato da Sunanda Sen (Jawaharlal Nehru University) e Maria Cristina Marcuzzo (Sapienza Università di Roma), raccoglie quattordici saggi che analizzano la teoria e la prassi dell’imperialismo e i suoi legami con l’idea di potere, adottando una prospettiva multidisciplinare, indubbiamente “di sinistra”, ma fondata sull’analisi rigorosa dei fatti e sulla costruzione di modelli interpretativi , non su semplici slogan.

Dal confronto fra le curatrici del volume e alcuni colleghi, tra i quali chi scrive, è emerso tutto il disagio della teoria economica contemporanea nei confronti del tema del potere e la tendenza a relegarlo tra il fallimenti del mercato (potere di monopolio, Big business, potere dei manager nelle grandi tecnostrutture) o a nasconderlo dietro la cortina di fumo della teoria dei giochi.

Il libro, adotta un approccio diverso e tratta l’imperialismo, il potere e i conflitti che ne accompagnano l’esercizio come aspetti essenziali del capitalismo e dei rapporti economici fra le nazioni e al loro interno, partendo dalla premessa che il capitalismo industriale e post-industriale è ormai diffuso dovunque e che la globalizzazione lancia una sfida all’idea tradizionale di un mondo in cui i paesi sviluppati sfruttano sistematicamente quelli intrappolati nel sottosviluppo.

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mondocane

Sul Salvimaio piomba il destabilizzatore globalista

Maidan e fake news per tutti

di Fulvio Grimaldi

Cosa unisce Italia e Nicaragua, Soros e il manifesto?

presstitute12Presstitute di vocazione e di occasione

C’è la callgirl, ragazza-squillo, che tra le tante professioni possibili sceglie quella che le risulta più connaturata, o facile, o remunerativa, o perché non ha gli strumenti per fare altro. E c’è la signora irreprensibile che, pissi pissi bau bau, la molla a Weinstein e affini, anche in altri campi, per fare quel film, quella carriera, ottenere quella celebrità, quella promozione, mettere all’angolo quella collega. Per poi magari arruolarsi tra le #me too per la guerra al maschio in quanto tale (sia detto con ogni rispetto per chi ha subito violenza). Le due categorie, ma storicamente di più la seconda, possono anche essere interpretate al maschile.

Qualcuno di lessico anglosassone, sempre fertile di azzeccati neologismi, riferendosi al mondo del giornalismo, ha coniato “presstitute”, dove la desinenza che richiama il termine con cui si definisce il cosiddetto più antico mestiere del mondo è preceduta dalla scritta che, di questi giorni, vediamo stampata sui giubbetti antiproiettile di coloro che si avvicendano tra tiratori scelti israeliani e infermiere palestinesi da squarciare sghignazzando. Il lemma si carica di peso specifico maggiore quando riferito alla categoria delle fraschette amatoriali e di peso minore nel caso della battona professionale. La prestatrice d’opera amatoriale, mimetizzata da vergine dei sette veli, invece, vanta un indice di presstitutismo più alto, giacchè, ci frega: passata per Weinstein,.giura di aver lavorato esclusivamente con Ermanno Olmi.

La metafora sarà arzigogolata, ma calza. Parliamo con ogni evidenza dei giornaloni e delle televisionone di regime, nel primo caso e, nel secondo, di chi si presenta in edicola inalberando il vessillo della critica, della diversità, del fuori-dai-giochi-del-potere.

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alfabeta

Elezioni in Turchia, tamam o devam?

di Fabio Salomoni

erdogan elezioni“Sfregiare il carisma” è un’espressione dello slang della lingua turca per indicare un episodio, un inciampo imprevisto che all’improvviso incrina l’aura di una persona rivelandone la fragilità. Lo scorso 8 maggio Twitter ha annunciato che il trend più popolare della giornata rilanciato da più di un milione di utenti era una parola turca, TAMAM. Una parola comunissima, una di quelle che anche il turista mordi e fuggi impara velocemente, che serve generalmente ad esprimere accordo oppure in alcuni casi per dichiarare di averne abbastanza – Basta così. Proprio Il giorno prima il presidente Erdoǧan in un discorso pubblico aveva pronunciato questa parola apparentemente per rassicurare gli avversari che lo sospettavano di non avere nessuna intenzione di lasciare il suo posto: “Se il popolo dovesse dire basta così, tamam, noi ci faremo da parte”. Immediatamente questa parola dal suono così innocente si è velocemente trasformata in un boomerang diventando la parola d’ordine dei suoi oppositori nella campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 24 giugno. A nulla sono valsi i tentativi di rimediare all’incidente accusando i twittatori di essere simpatizzanti del terrorismo, che fosse quello del golpista Fethullah Gülen oppure quello dell’immancabile PKK. Goffo anche il tentativo di rilanciare un’altra parola d’ordine, devam – si continua. Tutto inutile, il danno ormai era fatto e appunto il carisma personale del Presidente sfregiato. Il carisma, secondo Max Weber, è costituito dal (presunto) possesso da parte di una persona di qualità eccezionali. E queste qualità per diventare carisma devono essere poi riconosciute come tali da un pubblico che finisce così per riconoscere in quella persona un leader. È indubbio che il carisma personale di Erdoǧan rappresenti una delle chiavi di lettura principali per leggere la sua straordinaria parabola politica, fin dalla sua ormai lontana elezione a sindaco di Istanbul nel 1994.

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coniarerivolta

Gli avvoltoi sull’Argentina: scene dalla periferia dell’Impero

di coniarerivolta

Nel nostro collettivo c’è anche spazio per un giovane economista argentino: ecco un contributo che ci aiuta a fotografare la situazione economico-politica del suo Paese

dontcryL’Argentina rappresenta da molto tempo il laboratorio preferenziale delle riforme neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e delle altre istituzioni finanziarie sovranazionali. Essa ha una storia finanziaria turbolenta, avendo sperimentato diversi episodi di default sul debito estero (in seguito ai quali si è proceduto alla cosiddetta “ristrutturazione” del debito, ovvero di una ridiscussione dei termini, temporali ed economici, nei quali il debito verrà ripagato) in epoca recente. Dopo un ciclo politico moderatamente progressista (con le presidenze di Nestor e Cristina Kirchner dal 2003 al 2015), attualmente essa è guidata da un governo, quello di Mauricio Macri, considerato tra i più “promettenti” dalle istituzioni finanziarie sovranazionali. Ciononostante, l’Argentina ha di recente chiesto aiuto al FMI, notizia che ha catturato l’attenzione dei media italiani. Proviamo a capire perché.

Dal 10 dicembre 2015, data della sua entrata in carica, il governo di Macri ha deciso di impiegare tutti gli strumenti istituzionali dello Stato per rafforzare e favorire l’alleanza di classe che ha permesso il suo successo elettorale. Si tratta di uno scambio di favori. Due grandi blocchi di interessi hanno costituito il gruppo di sostegno al nuovo governo sin dal principio: l’oligarchia rurale (la Società Rurale Argentina) e le grandi multinazionali, nelle loro articolazioni reali e finanziarie. I grandi assenti dell’alleanza mono-classista, per ovvi motivi, sono stati e sono i lavoratori, la gran parte del corpo elettorale.

La proposta di “Cambiemos”, il partito del presidente, non è nuova. Lo stesso partito ha governato la città di Buenos Aires, il distretto municipale più grande dell’Argentina, per più di dieci anni.

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la citta futura

Il Venezuela fra fiction e realtà

di Ascanio Bernardeschi

Le radici dello scontro, non solo elettorale, fra il governo bolivariano di Maduro e le oligarchie locali sostenute dall’imperialismo americano. Di fronte a questo scontro dobbiamo stare dalla parte della rivoluzione

9492d34aeaff0c196b67b67d4c27f695 XLIl quadro Latinoamericano

Fin dalla scoperta del Nuovo Continente, l'America Latina è stata oggetto di predazione da parte delle maggiori potenze economiche. I nativi, in gran parte annientati, si videro prelevare decine di milioni di chilogrammi d'argento e centinaia di migliaia di chilogrammi d'oro nel secolo successivo alla scoperta. Ne seguì la colonizzazione da parte delle popolazioni europee, Spagna e Portogallo in particolare, con la collaborazione della Chiesa cattolica, intenzionata ad evangelizzare i popoli nativi. Le terre, che spesso erano in regime di proprietà comune, vennero recintate. Furono deportati schiavi dall’Africa.

Verso la fine del '700, grazie anche alla diffusione dell'illuminismo, iniziarono a formarsi movimenti antischiavistici e per l'indipendenza di tutta l'America del Sud. Agli inizi del secolo successivo, Simon Bolivar si pose l'obiettivo di riunificare e liberare tutta l'America Latina. La Grande Colombia, da lui fondata e successivamente disgregata, comprendeva anche l’attuale Venezuela. Successivamente alcune nazioni, a partire dal Brasile, ottennero l'indipendenza, senza però modificare il modello economico dei colonizzatori.

Intanto gli Stati Uniti cominciarono a proporsi di estendere la loro egemonia al Subcontinente e nel 1823 introdussero la “dottrina Monroe” - “l'America agli americani” - per sostituirsi alle potenze europee. ll caso più emblematico della trasformazione dell'America meridionale nel “cortile di casa” degli Usa fu, verso la fine dell’‘800, la loro ingerenza nella guerra di indipendenza di Cuba contro la Spagna che permise agli Stati Uniti di estendere il loro dominio economico, militare e politico.

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mondocane

Palestina: armi proibite, giri della morte (e cronache sportive)

di Fulvio Grimaldi

Gaza gas“il manifesto”: ma che belle cronache!

Qualcuno potrà dirmi che me la prendo sempre con il giornale che si sfregia del vezzeggiativo “quotidiano comunista”. Che tanto è inutile, che è come prendere a cannonate un cagnetto di compagnia (quello di Soros e Hillary), che comunque quei quattro lettori, sopravvissuti al disvelamento ormai scontatissimo della sua missione di megafono delle buone ragioni imperialiste, non li schiodi neanche se gli dimostri che Chiara Cruciati è sposata con un boss curdo di Kobane e passa le ferie tra l’Isis del Sinai, o che Norma Rangeri, Laura Boldrini, Asia Argento, Emma Bonino succhiano sangue di bambini maschi dopo mezzanotte.

Tutto vero, ma tant’è. La smetterò, ma non stavolta. Stavolta, intendo il numero del 5 maggio del “manifesto”, ne ha fatto una più raggelante del solito. Come del sistematico sostegno alle buone ragioni dell’occupazione Usa-Nato dell’Afghanistan, della trasformazione di un regime change amerikano in rivoluzione democratica (ultima quella in Armenia del mercenario Cia Pashinyan), della santificazione di curdi venduti a Usa, Israele e Sauditi, della balla Regeni, della bufala Russiagate, dello sfegatato sostegno alla killer Hillary come ai nani di giardino LeU, dell’avallo a ogni False Flag che passi per la mente a Mossad, Cia, MI6 e altre conventicole della buona morte di massa, della vilificazione in dittatori di chiunque vada col suo popolo in direzione ostinata e contraria all’Uccidente, dello scudo finto buonista e vero malista con cui copre i facilitatori Ong, in mare e in terra, della spoliazione del Sud del mondo…

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trad.marxiste

Le realtà imperialiste e i miti di David Harvey

di John Smith

3344555Quando David Harvey afferma “Lo storico drenaggio di ricchezza dall’oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni”, i suoi lettori supporranno ragionevolmente che egli si riferisca ad un tratto caratteristico dell’imperialismo, vale a dire il saccheggio del lavoro vivo, nonché delle ricchezze naturali, nelle colonie e semicolonie da parte delle potenze capitaliste in ascesa in Nord America ed Europa. In effetti, egli non lascia dubbi in merito, dato che fa precedere a queste parole il riferimento alle “vecchie categorie dell’imperialismo”. Ma qui incontriamo il primo di tanti offuscamenti. Per oltre due secoli, l’Europa ed il Nord America imperialisti hanno drenato anche ricchezze dall’America Latina e dall’Africa, così come da tutte le parti dell’Asia… eccetto il Giappone, il quale a sua volta è emerso come potenza imperialista durante il XIX secolo. “Oriente-Occidente”, dunque, costituisce un sostituto imperfetto per “Nord-Sud”, ed è per questo che ho osato adeguare i punti della bussola di Harvey, attirandomi una risposta petulante.

Come David Harvey ben sa, tutte le parti coinvolte nel dibattito su imperialismo, modernizzazione e sviluppo capitalistico riconoscono una divisione primaria tra paesi definiti, variamente, come “sviluppati e in via di sviluppo”, “imperialisti e oppressi”, “del centro e della periferia”, ecc., persino laddove non vi è accordo su come tale divisione si stia evolvendo. Inoltre, i criteri per determinare l’appartenenza a questi gruppi di paesi possono validamente includere politica, economia, storia, cultura e molto altro, ma non la collocazione geografica – “Nord-Sud” non essendo altro che una scorciatoia descrittiva per altri criteri, come indicato dal fatto, generalmente riconosciuto, che il “Nord” comprende Australia e Nuova Zelanda.

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mondocane

Siria-Palestina: Curdi in soccorso a Jack lo Squartatore

di Fulvio Grimaldi

gas 2Sincronismi e sintonie

L’angolazione a cui dovrebbe interessare particolarmente guardare non è solo la natura delle azioni condotte dalle potenze uccidentali, dai loro protagonisti e dai gruppi di potere che li sostengono. Non è neanche in prima istanza il giudizio da dare sulla classe politica italiana, sulle forze economiche che ne determinano il comportamento e sui media che ne sostengono la linea. E’ la sostanziale omologazione che unisce e confonde tutti questi soggetti. Basta un minimo di maieutica per estrarre dal sincronismo con cui operano, da Renzi o Orlando a Di Maio attraverso Bersani, Fratoianni, sociali avvizziti in basso a sinistra, da Repubblica e l’Espresso a il manifesto o il Fatto Quotidiano, da Mattarella a Bergoglio, da Confindustria ai sindacati, la constatazione di una sintonia strategica. Quella della visione del mondo atlantico-israeliana: i buoni in questa metà dell’emisfero Nord, tutti i cattivi concentrati nell’altra metà e, disseminata in tutto l’emisfero Sud, una mescolanza di brutti, sporchi, cattivi da abbattere, e poveracci disperati da soccorrere a proprio merito e profitto.

Chi tra i nostri gazzettieri fa caso a quanti venerdì di morte all’orlo del Lager Gaza sono trascorsi dal primo, con i relativi eccidi di innocenti inermi, a dispetto delle cifre agghiaccianti (andiamo verso la cinquantina di morti e ai 5000 feriti? Vedi qui e qui).

 

Gaza o Homs come Derry? Altri tempi

Il 30 gennaio del 1972 ero a Derry e vidi 14 giovani e vecchi falciati dai parà della Regina senza che ci fosse stata, tra 20mila famiglie manifestanti per elementari diritti civili, sociali, nazionali, un’ombra delle provocazioni poi attribuite da Londra e media a fantasmatici “terroristi dell’IRA”.

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