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lantidiplomatico

Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN

di Fulvio Grimaldi

Immairangine3.pngIran, orgia di disinformazione

Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.

Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.

Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.

Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata.

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Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Screenshot 2026 01 20 085351.pngNon è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

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Il Sudan al crocevia dell’Impero - Rivoluzione, controrivoluzione e le ambizioni sub-imperiali degli Emirati Arabi Uniti

di Abu Hureirah

2025 01 13T073955Z 69399180 RC2G8CAV6UWR RTRMADP 3 SUDAN POLITICS WAD MADANI 1 scaled 1.jpgIntroduzione

Il Sudan si trova oggi a un crocevia critico, non soltanto per il proprio destino nazionale, ma anche per la più ampia configurazione di potere che definisce l’Africa e il Medio Oriente. La guerra in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) non è una mera lotta interna per il potere, ma riflette la collisione di due progetti imperiali: quello ereditato dal colonialismo britannico-egiziano e quello emergente dell’espansionismo del Golfo, incarnato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti. Entrambe le forze militari rivendicano il patriottismo, ma servono interessi che trascendono i confini del Sudan. La SAF, sotto il comando del generale Abdel Fattah al-Burhan, è sostenuta da Egitto e in parte dall’Arabia Saudita, mirando a preservare un ordine regionale tradizionale incentrato sulla sovranità statale e sul controllo militare.

La RSF, guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, funge invece da veicolo per l’accumulazione e la proiezione del capitale del Golfo, operando in stretta collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, la cui influenza economica e militare si estende sempre più nell’Africa orientale.

La guerra in Sudan non può quindi essere compresa come un conflitto isolato, ma come il riflesso di tensioni globali tra forme diverse di imperialismo, capitalismo militare e sfruttamento delle risorse. Essa rivela la natura ibrida dello Stato sudanese — un’entità plasmata da secoli di estrazione coloniale, militarizzazione e dipendenza economica — e l’emergere di nuovi attori che cercano di ridefinire i confini dell’impero nel XXI secolo. Questa analisi esamina il Sudan come un caso emblematico del modo in cui i processi di rivoluzione e controrivoluzione si intrecciano con le logiche dell’accumulazione globale, del sub-imperialismo e delle relazioni tra centro e periferia. Per comprendere la crisi attuale, è necessario situarla nel lungo arco della storia economica e politica del Sudan — dalle sue origini coloniali alla sua posizione contemporanea come teatro di conflitto tra potenze regionali e globali.

 

Estrazione coloniale – Fondamenti storici dello sfruttamento e della rivolta

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lafionda

Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio

di Elena Basile

iran.jpgSono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.

Volevo combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani. Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.

Il soggiorno è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica, culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea. Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono considerati fuori luogo.

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nicomaccentelli

Riflessioni venezuelane

di Nico Maccentelli

CITTNUOVAPAMOM 2024012409270164 ab797a4841ddcdbbf56bcc88f59835ca scaled 1.jpgIl sequestro del Presidente del Venezuela Bolivariano Nicolas Maduro e di sua moglie Prima Dama Cilia Flores, unitamente all’aggressione imperialista degli USA che dura da ormai 27 anni, ma oggi ha fatto il salto di qualità dell’embrago armato totale, ci induce d alcune riflessioni. Si tratta infatti di comprendere al di là delle considerazioni capitolazioniste che si leggono da più parti, quali siano i punti di forza e nel contempo i limiti di questo assalto criminale e in che contesto è maturato.

Innanzi tutto l’imperialismo statunitense non si è svegliato una mattina, con l’idea belluina di aumentare l’aggressività militarista. Esistono cause strutturali riguardo la crisi sistemica del capitalismo, già ben note ai marxisti e che in generale nella sua crisi epocale di sovraproduzione di capitali, al netto di tutte le controtendenze messe in atto dalle élite finanziarie sul piano monetario, creditizio e nella catena del valore e degli approvigionamenti, non evitano, anzi portano come sbocco inevitabile alla guerra imperialista.

Fondamentalmente l’imperialismo, ossia quel campo di paesi a capitalismo avanzato a dominnza USA è in crisi di egemonia. Il prorompere di altri attori capitalistici o a società ibride con gestioni statali di economie di mercato sulla scena internazionale, sta spostando il baricentro dell’economia mondiale da una governance finanziaria ultraliberista unipolare a economie reali che si relazionano in modo paritetico realizzando ambiti di scambio che bypassano il dominio del dollaro quale moneta di riferimento.

All’imperialismo non resta che ridefinire la propria catena di dominanza interna e di rispondere manu militari e con ogni altro mezzo ai paesi che esprimono con maggior forza economica e militare questa tendenza: Cina, Russia in primis, che sono ormai nemici esistenziali dell’imperialismo (1).

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ilponte

Una rivoluzione incompiuta? La lotta eroica del Venezuela contro l’imperialismo statunitense

di Marco Morra

Big Story Garrett Graff on Trump and Venezuela PoliticsL’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas e sequestrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, uccidendo oltre 50 militari della sua scorta, costituisce un’azione di guerra in violazione al diritto internazionale. L’incursione giunge al culmine di mesi di crescenti tensioni nelle acque dei Caraibi, antistanti il Venezuela, seguite all’invio di navi da guerra con il pretesto della “lotta al narcotraffico”. Maduro è accusato di essere il capo del Cártel de los Soles, un cartello della droga che minaccerebbe la sicurezza nazionale degli Stati Uniti[nota 1]. Tali accuse non sussistono. Com’è noto, la maggior parte della droga che raggiunge le città statunitensi non è prodotta, né distribuita attraverso il Venezuela[nota 2]. D’altra parte, le dimensioni, i costi e la sofisticatezza del dispositivo militare dispiegato dagli Stati Uniti rivelano obiettivi politici più ampi: esercitare una pressione decisiva sul regime di Maduro e assicurarsi il controllo delle risorse petrolifere del paese caraibico, le maggiori al mondo[nota 3].

L’operazione denominata Absolute Resolve sancisce la nuova strategia di sicurezza nazionale perseguita dall’Amministrazione Trump in America latina, il cui fine ultimo è il ristabilimento dell’influenza statunitense nel subcontinente e il contenimento della penetrazione economica cinese. Su scala globale, invece, dimostra un approccio sempre più offensivo nel quadro della competizione strategica che oppone gli Stati Uniti alle potenze capitalistiche in espansione – come Cina e Russia – che rifiutano di allinearsi ai dettami dell’Occidente. Dopo aver consolidato la propria egemonia in Medioriente attraverso l’appoggio incondizionato a Israele, per Trump sarebbe giunto il momento di piegare il Venezuela ai propri interessi strategici. Come ha notato Alessandro Volpi, la Casa Bianca è “alla ricerca di un controllo strategico degli approvvigionamenti energetici mondiali e del potenziamento di un settore con cui ridurre l’infinito disavanzo commerciale”[nota 4].

Molto è stato scritto su questi fatti all’indomani dell’attacco. Molto poco sulle condizioni in cui la Rivoluzione bolivariana si è trovata ad affrontare la minaccia nordamericana.

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effimera

Venezuela e la verità

di Craig Murray

Pubblichiamo un primo commento sulla situazione venezuelana, scritta da Craig Murray, diplomatico e professore universitario britannico, già ambasciatore inglese in Uzbekistan e già rettore dell’Università di Dundee in Scozia, dove si è laureato. Murray si sofferma su una serie di falsità che sono circolate nei media mainstream riguardo il rapimento di Maduro, la situazione in Venezuela, l’ipocrisia dei paesi occidentali. Murray poi riflette sul Nobel della Pace 2025 dato a María Corina Machado. A tal proposito si sofferma sull’impossibile parallelismo con i precedessori, pur non ostili alla guerra, Kissinger e Obama. A ciò aggiungiamo che l’azione di guerra degli Stati Uniti di Trump in Venezuela e il rapimento illegale di Maduro segna un salto di qualità nella competizione geopolitica internazionale. Non si tratta di un golpe ma di un vero e proprio cambio di regime (che non sappiamo se andrà effettivamente in porto) imposto in modo diretto dall’esterno, senza coinvolgimento di parte dell’esercito e dei poteri nazionali (come normalmente avviene nei golpe tradizionali): un esercizio di forza bruta, che lede un diritto internazionale oramai moribondo da lustri.

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Venezuela, l’operazione Leonessa di Donald Trump

di nlp

Paratrump 800x445.jpgLa serie tv iconica per capire il comportamento dell’attuale amministrazione americana è, senza dubbio, Lioness di Taylor Sheridan. In Lioness le forze speciali americane compiono continuamente operazioni straordinarie, ai limiti quando non oltre la legalità. E il modo, brutale e sbrigativo, con il quale le forze speciali americane risolvono le crisi prepara le condizioni per nuove situazioni controverse da risolvere con altre operazioni al di fuori dell’ordinario. L’amministrazione Trump, seguendo la modalità di comunicazione di registi come Sheridan, ha fatto di Lioness un metodo di governo. La stessa cattura di Nicolás Maduro, e della moglie trattata da regina nera del narcotraffico, è rappresentata secondo lo stile narrativo di Lioness nel quale i capi di stato o i leader stranieri non sono mai interlocutori diplomatici; sono target più o meno raggiungibili.

In questo modo si applica la logica del western ovunque e il confine col Messico- o il Venezuela in questo caso –  marca la frontiera con un territorio dove la legge non arriva e serve l’intervento armato e spettacolare. Trump, che è stato un impresario dello spettacolo,  trasforma il neoconservatorismo pop di Sheridan in metodo di governo e, dopo aver prelevato Maduro, annuncia nuove stagioni e nuove operazioni fuori dall’ordinario: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran.  Lo stile narrativo stesso di Sheridan, adottato da Trump, non porta però ordine: procede di emergenza in emergenza, risolve disordine per produrre caos che produrrà nuovi episodi della serie. Se il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe pubblicato nel 2025 per definire la National Security Strategy americana, fornisce il quadro concettuale e di programma della politica estera USA, l’adozione del metodo Lioness da parte di Washington definisce le modalità di implementazione della politica estera della Casa Bianca e la realtà del suo agire quotidiano: esistere affrontando il disordine producendo caos.

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sinistra

Venezuela e oltre siamo al dunque

di Algamica*

copia di copy of mexico venezuela us conflict crisisPremessa

Il più delle volte nell’affrontare una questione si pensa all’interlocutore cui ci si rivolge e quasi sempre la risposta è: non lo so. Si tratta di una questione seria e complicata perché non trovi sempre il modo di spiegare quello che intendi chiarire su un problema cogente. Parliamo del sequestro Maduro avvenuto qualche giorno fa da parte del banditismo americotrumpiano.

Trump avrebbe violato il diritto internazionale? Ma di che parliamo? Ma con quale faccia tosta il liberalismo democratico, cioè l’Occidente, che si è costruito sulla rapina mondiale, per oltre 500 anni, ai danni di tanti popoli del sud del mondo oggi invoca il diritto internazionale?

C’è un unico diritto ed è costituito dalla forza: se ce l’hai la usi, se non ce l’hai non la puoi usare e cerchi di arrangiarti come puoi.

Trump ha fatto quello che uno Stato imperialista in crisi è stato obbligato a fare: cercare a tutti i costi, pensando di avere la forza sufficiente e necessitata, di mettere le mani sulla maggiore materia prima del momento storico, il petrolio, e in modo particolare nei confronti di un paese, quale il Venezuela è il maggior produttore del miglior greggio.

Il punto in questione che dobbiamo perciò affrontare non è se ha violato o meno il diritto internazionale, figurarsi, ma perché è stato costretto a farlo e lo sta potendo fare in questo preciso contesto storico. La storia è fatta di tempi e mai un tempo successivo è uguale a uno precedente.

Siamo chiari: fallito il tentativo di costituire una nuova Israele in Ucraina, per smembrare e smantellare la Russia e mettere le mani sulle sue immense risorse, causa la dura e obbligata – e finalmente – reazione, agli Usa, rimaneva la necessità di mettere le mani altrove, in conto proprio e contro altri paesi occidentali, cioè gli europei, per intenderci.

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lantidiplomatico

Venezuela, il diritto contro l'arroganza imperiale

di Geraldina Colotti

vfdoilglif.jpgC’era un’emozione palpabile, ieri, tra i banchi dell’Assemblea Nazionale venezuelana. Non era solo il peso delle vittime — oltre cento tra civili e militari falciati dai bombardamenti del 3 gennaio — ma la consapevolezza di abitare un inedito momento di rottura. L'attacco che ha colpito obiettivi civili e militari a Caracas, Miranda, Aragua e La Guaira, ha innescato una battaglia immediata sul piano semantico.

Mentre i media mainstream, come la BBC, hanno diramato direttive interne che proibiscono tassativamente l’uso del termine “sequestro” (imponendo eufemismi come "detenzione cautelare internazionale"), la realtà dei fatti parla di una violazione dei più elementari diritti diplomatici. Il sequestro di un Capo di Stato in carica e di una deputata della Repubblica è un crimine di lesa internazionalità che, come denunciato da Samuel Moncada all'ONU, cancella secoli di giurisprudenza sull'immunità sovrana.

Nelle ore seguite ai bombardamenti, Washington ha tentato la carta della guerra cognitiva. Sono state messe in circolo calunnie pilotate volte a insinuare un presunto "accordo di transizione" tra gli Stati Uniti e la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodríguez, cercando di seminare il sospetto tra le fila del chavismo e della FANB. La risposta istituzionale è stata una smentita nei fatti: il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) ha ratificato Rodríguez come Presidenta encargada, un titolo che, ai sensi degli articoli 233 e 234 della Costituzione Bolivariana, non indica un governo di transizione ad interim, ma la piena continuità dell'ordine costituzionale in caso di assenza forzata del titolare.

Non c’è vuoto di potere, né spazio per le ambizioni neocoloniali di María Corina Machado, la quale, in un’intervista su Fox News, è arrivata a invocare apertamente l’amministrazione esterna delle risorse energetiche venezuelane, palesando il volto fascista di un'opposizione che vede nelle bombe l'unico strumento di consenso.

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ilponte

Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo

di Pier Giorgio Ardeni

Venezuela 2 2 esteso.jpgL’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, il rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie sono atti di una gravità inaudita. Uno Stato sovrano violato impunemente, per sequestrarne il presidente e portarlo di fronte alla giustizia a difendersi dalle accuse di organizzare il narcotraffico, questa la motivazione ufficiale, con un’azione di puro gangsterismo. Con l’aggravante, come ha ammesso lo stesso Trump, di puntare in realtà a gestire le risorse petrolifere del paese e «guidarlo verso una transizione giudiziosa». Insomma, qualcosa che dovrebbe essere considerato inaccettabile: rapire il capo di Stato di un paese il cui regime è inviso per poi controllarlo e governarlo, come era già accaduto con l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muammar Gheddafi. Con la differenza che, in quei casi, si cercò, a giustificazione dell’intervento, quantomeno l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. No, in questo caso gli Stati Uniti hanno agito unilateralmente e sfrontatamente in un atto di guerra per il quale il presidente Trump non ha neppure richiesto l’autorizzazione del Congresso, come stabilito dalla legge. Il che pone gli Usa in cima alla lista di quegli Stati “canaglia” che essi stessi avevano stilato all’indomani dell’attacco alle torri gemelle nel 2001.

Di fronte a questo, si pongono due questioni. La prima è capire il perché di tale inusitata iniziativa. Quale minaccia poneva il Venezuela? Perché gli Usa sono intervenuti per decapitarne il potere e prendere la guida del paese (e ancora non è chiaro come)? La seconda è: come dobbiamo reagire? Quali prospettive politiche si aprono? L’aggressione al Venezuela ha squarciato un velo: il leone imperialista ha dato una zampata per uscire da quella che percepisce come un’agonia e vuole riprendersi il controllo del mondo sul quale la sua supremazia sembrava indiscussa. E il mondo non ha che da temere e deve pertanto reagire cercando il modo migliore per non cadere in una spirale di violenza e disordine senza fine.

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paroleecose2

L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva

di Lorenzo Mari

maduro.jpgL’invasione statunitense del Venezuela di questi giorni, con la destituzione manu militari del governo in carica, ha riproposto con grande forza molte questioni, relative innanzitutto alla fragilità del diritto internazionale, all’ingerenza militare di alcuni Paesi su vaste aree del mondo – ridotte così alla funzione di “scacchiere geopolitico” – e, non da ultimo, la possibile esistenza di una “questione venezuelana”. Forza che tuttavia, nel caso venezuelano, non corrisponde affatto a chiarezza: è almeno dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ovvero con l’ascesa del chavismo, che la situazione politica del Paese latinoamericano torna ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica europea e statunitense senza per questo dar luogo, nella maggior parte dei casi, ai necessari approfondimenti. Prima del colpo di mano trumpiano, il copione si è ripetuto tale e quale nell’ultimo scorcio del 2025, con l’assedio delle navi militari statunitensi al largo delle coste del Paese, raddoppiato, a livello simbolico, dalla più o meno contemporanea attribuzione del Nobel per la Pace a María Corina Machado, leader dell’opposizione di destra al governo post-chavista di Nicolás Maduro.

Con ciò, non si intende di certo sintetizzare un’analisi assai complessa, né sminuire l’insieme di contraddizioni, anche gravi, rappresentato da un governo come quello di Maduro, che, ad esempio, ha inteso rilanciare l’esperimento politico partecipativo delle comunas e ha parimenti mantenuto agli arresti un numero imprecisato di persone – spesso, senza che fossero noti i capi di imputazione – tra i quali, da più di dodici mesi, il cooperante italiano Alberto Trentini (con aumentata apprensione, in questi giorni, a causa della destabilizzazione politica e militare in corso). Allo stesso tempo, altre accuse di Maduro sulla stampa liberale internazionale – come ad esempio l’accusa trumpiana all’intero Venezuela di essere una sorta di “narco-Stato”[1] – risultano allo stato attuale meno credibili, ma hanno nondimeno contribuito alla costruzione dello stereotipo di una nazione intera intrappolata in un ciclo apparentemente infinito di autoritarismo politico e di dipendenza economica, a ogni livello, dalle proprie risorse petrolifere[2].

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seminaredomande

2026 – Un anno di guerra?

di Francesco Cappello

Guerra e declino economico statunitense. La debacle della Moneta a debito e gli squilibri delle bilance commerciali conducono inevitabilmente alla guerra. Gli USA intendono frenare l’avanzamento della cooperazione commerciale cinese in Sudamerica e in generale l’avanzata dei BRICS in Sudamerica e in Medioriente. Gli USA mirano a utilizzare la forza militare e il protezionismo dei dazi per garantire la sopravvivenza del dollaro, costringendo il mondo a finanziare il debito americano con la ricchezza reale estratta dalle nuove colonie

Attacco aereo al Venezuela 1.jpgLe prime vittime dell’attacco al Venezuela

In passato il contrasto al narcotraffico in mare era stato gestito dalla Guardia Costiera come un’operazione di polizia (fermo, ispezione e arresto). Oggi, invece, l’amministrazione statunitense ha iniziato a utilizzare la forza letale diretta, bombardando e affondando imbarcazioni sospette in acque internazionali. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi come “esecuzioni extragiudiziali” senza processo. Bombardare una nave sulla base di un semplice sospetto nega alle persone a bordo il diritto di essere processate. Sinora almeno 36 imbarcazioni sono state bombardate e affondate. Sono 115 i morti accertati.

 

Guerra e declino economico statunitense

Nella condizione di de-industrializzazione e de-dollarizzazione in cui si trovano gli Stati Uniti la gestione dei loro diversi tipi di debito risulta assai difficile. Gli Stati Uniti devono trovare compratori dei loro titoli di Stato. Soprattutto devono convincere i finanziatori del debito americano di essere ancora affidabili, ossia di avere le ricchezze necessarie a restituire i capitali prestati agli Stati Uniti con i relativi interessi. Poiché il vero sottostante del dollaro statunitense è sempre stato il suo sistema militare con 800 basi sparse per il mondo, ecco che gli Stati Uniti ricorrono come da tradizione alla rapina delle risorse altrui Manu militari (Venezuela ora e in prospettiva Nigeria e Iran così come Canada e Groenlandia per il controllo delle risorse dell’artico).

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Quando è troppo è troppo!

di Alberto Bradanini

Sanctions shutterstock 1848729172 resize.jpg1. Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).

Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.

In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.

È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare.

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Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

di Mario Sommella

manifestazione attacco venezuela Usa a Pisa 3 gennaio 2026 2.jpgNella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

 

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.