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politicaecon

La lezione di Keynes e i paesi arretrati

Introduzione di Sergio Cesaratto*

1444810052 lIn occasione della recente pubblicazione, in lingua inglese (Review of Political Economy, Vol. 27, n. 2, 2015), di parti dello studio di Pierangelo Garegnani dal titolo "Il problema della domanda effettiva nello sviluppo economico italiano (1962), originariamente commissionato dalla SVIMEZ a Garegnani, la SVIMEZ, in collaborazione con il Centro di Ricerche e Documentazione ‘Piero Sraffa’, ha organizzato, il 14 ottobre 2016, l’incontro sul tema "Il ruolo della domanda nello sviluppo: il Mezzogiorno italiano, i Sud del mondo e la crisi dell’Europa."

L’intento è stato quello di realizzare una “rivisitazione” di quel contributo, e tramite esso di sviluppare un suo approfondimento ed un confronto di tesi che sottendono al confronto tra politiche dell’austerità ed economia dello sviluppo.

L’incontro di studio, tenutosi presso la Scuola di Economia e Studi Aziendali dell’Università Roma Tre, è stato aperto dall’Introduzione di Sergio Cesaratto (Università degli Studi di Siena). Hanno fatto seguito gli Interventi di Adriano Giannola (Presidente della SVIMEZ), Carmelo Petraglia (Università della Basilicata), Franklin Serrano (Università Federale di Rio de Janeiro), Antonella Palumbo (Università degli Studi Roma Tre).

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Oltre Keynes

di Luca Benedini

Da Rocca, una rivisitazione prospettica dell’“economia keynesiana” alla luce delle dinamiche socio-politiche contemporanee – inclusa la spesso estrema debolezza delle classi lavoratrici – e in relazione con le tattiche economiche del “socialismo scientifico” marx-engelsiano

keynesLa situazione economica mondiale analizzata in Dietro le quinte dell’economia internazionale (Rocca n. 12/2016)  sollecita delle riflessioni da cui poter poi sviluppare delle proposte alternative che affrontino pienamente i suoi nodi.

Mentre la tendenza alla “stagnazione secolare” non devia affatto – in sintonia con l’imperversare del neoliberismo nelle scelte economiche di quasi tutti i governi del globo – molti aspetti della situazione ricordano il mondo che John M. Keynes si trovava davanti negli scorsi anni ’30: un mondo dominato dal liberismo e pertanto caratterizzato da un ruolo molto limitato della pubblica amministrazione (P.A.), e tanto più proprio nel campo economico, contrassegnato da frequenti e drammatiche crisi cicliche collegate soprattutto a delle fasi di sovrapproduzione, di riadattamento ai continui cambiamenti tecnologici e di debolezza creditizia e monetaria.

Keynes mise in luce come, specialmente nelle fasi di crisi, la P.A. potesse non solo regolare con più duttilità e acume il credito e la moneta, ma anche utilizzare la spesa per investimenti e servizi pubblici e la redistribuzione dei redditi dalle classi privilegiate a quelle economicamente in difficoltà come stimoli “anticiclici” che risollevassero l’andamento economico e la produzione, accrescendo l’indebolita domanda complessiva di beni e servizi.

moneta e credito

Gli ottanta anni della Teoria generale di Keynes

Perché è ancora un libro attuale

di Maria Cristina Marcuzzo*

Da Moneta e Credito, vol. 70 n. 277 (marzo 2017), 7-19

32487Dopo la crisi del 2007-2008 il nome di Keynes è rientrato nella lista degli economisti di cui si raccomanda la lettura e di cui si ritorna a dire che sarebbe opportuno seguire le idee. Dopo un bando durato circa venticinque anni, trascorsi tra elogi del mercato e test econometrici diretti a dimostrare l’inefficacia o peggio l’irrilevanza delle politiche economiche, Keynes è riapparso sulla scena mediatica, se non proprio in quella accademica dominante, che continua per lo più ad essere la macroeconomia della restaurazione anti-keynesiana iniziata tra gli anni settanta e ottanta.

Per rivendicare l’attualità della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta voglio partire dall’assottigliamento dello spazio assegnato all’intervento pubblico, nell’opinione economica attuale, quello ‘spazio per la politica’ che Keynes ha aperto con la dimostrazione che il mercato non è sorretto da leggi naturali o immutabili. Lo spirito che ha guidato la rivoluzione keynesiana è che la piena occupazione è un obiettivo possibile da perseguire non lasciandolo libero, ma intervenendo nel gioco delle forze di mercato.

eticaeconomia

Siamo tutti Keynesiani

di Paolo Paesani

Paolo Paesani riflette sull’attualità di Keynes, partendo da alcuni contributi recenti sulla sua vita e sulle sue idee. Dopo aver ricordato che con la crisi del 2007 il nome di Keynes è tornato di moda nel campo della politica economica e sui giornali più che nella teoria prevalente, Paesani illustra come potrebbe affermarsi una nuova agenda di ricerca che, traendo ispirazione dal pragmatismo di Keynes, dal suo senso della storia e dalla sua visione etica, fondi “un modo di pensare migliore” che conduca a contrastare disoccupazione e disuguaglianza

keynesinserto3.jpg “Siamo tutti Keynesiani”. Negli ultimi sessant’anni, questa frase è risuonata più volte alle orecchie dell’opinione pubblica. La prima volta, nel 1965, il magazine Time la attribuì a Milton Friedman che, a quanto sembra, non la prese benissimo. La seconda volta, tre anni dopo, Friedman stesso cercò di rettificare l’affermazione, dichiarando “Tutti usiamo il linguaggio e l’apparato Keynesiano ma nessuno accetta più le conclusioni iniziali di Keynes”. Il 4 gennaio 1971, al termine di un’intervista rilasciata alla rete televisiva ABC, toccò al presidente Nixon affermare “in economia sono un Keynesiano”, e pochi mesi dopo, di nuovo “siamo tutti Keynesiani”. Nel 2009, infine, commentando le azioni adottate dai governi e dalle banche centrali in risposta alla crisi finanziaria, è la volta di Robert Lucas: “Immagino che chiunque, una volta finito in trappola (foxhole nella versione originale), sia un Keynesiano”. In tutti i casi, è curioso che a pronunciare la fatidica frase sia stato un avversario di Keynes, nel campo della teoria economica o in quello della politica. La frase, in questo senso, assume i toni di una dichiarazione di resa, temporanea, riluttante, insincera quanto si vuole, ma pur sempre una resa.

Come ha ricordato di recente Maria Cristina Marcuzzo, “Dopo la crisi del 2007-8, il nome di Keynes è rientrato nella lista degli economisti che si raccomanda di leggere e di cui si ritorna a dire che sarebbe opportuno seguirne le idee. Dopo un bando di circa venticinque anni, trascorsi tra elogi del mercato e test econometrici diretti a dimostrare l’inefficacia o peggio l’irrilevanza delle politiche economiche, Keynes è riapparso sulla scena mediatica, se non proprio in quella accademica dominante, che continua per lo più ad essere la macroeconomia della restaurazione anti-keynesiana iniziata tra gli anni 1970 e 1980”.

vocidallestero

Trump e l’attualità di Keynes

Il nostro futuro è nel protezionismo

di Jacques Sapir

Proponendoci una riflessione sull’attualità del testo di J.M. Keynes “National Self-Sufficiency”, del 1933 – con la sua tripla esortazione ad adottare politiche protezioniste per motivi economici, politici ed etici – l’economista Jacques Sapir sul suo blog Russeurope smantella definitivamente il mito della superiorità del libero scambio, mostrando come già negli anni 30, dopo la Grande Crisi, i suoi immensi limiti fossero ben chiari a Keynes, soprattutto dal punto di vista degli effetti sociali. Quello che oggi è sotto i nostri occhi – la moltiplicazione dei conflitti, l’accumulo crescente di ricchezza nelle mani di pochi, la crisi della democrazia – conferma la lucidità della visione di Keynes e mostra come le politiche protezioniste di Trump e tanti altri siano molto più sensate di quanto la stampa mainstream ci voglia fare credere. Al contrario, conclude Sapir: è nel protezionismo il nostro futuro

keynes17Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, e la sua politica di pressione sui grandi gruppi industriali attraverso messaggi inviati via Twitter; ma anche dichiarazioni “molto francesi”, come quelle di Arnaud Montebourg sul “produrre francese” hanno riproposto la questione delle moderne forme di protezionismo. Nel dibattito che si apre oggi intorno alla campagna per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, è chiaro che questo problema occuperà una posizione di primo piano. Un certo numero di candidati dichiarati – o di candidati alla candidatura – hanno preso posizione su questo tema. Ma in realtà, questo dibattito c’è già stato.

Nel 1930, dopo la Grande Depressione, un certo numero di economisti sono passati da posizioni tradizionaliste a favore del “libero scambio” verso una visione più protezionista. John Maynard Keynes era uno di questi, e certamente quello che ha esercitato l’influenza più significativa. Può essere utile quindi tornare a questo dibattito, e alla conversione di un uomo che comunque credeva nel libero scambio, per cercare di capire che cosa gli fece cambiare idea.

 

L’importanza del contesto

Il saggio di J.M. Keynes sulla necessità di una autosufficienza nazionale di cui vogliamo occuparci è stato pubblicato nel giugno 1933 sulla Yale Review.

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Incertezza e instabilità: la Teoria Generale di Keynes 80 anni dopo

Federico Stoppa

John Maynard KeynesRiprendere in mano un libro di teoria economica scritto ottant’anni fa; studiarlo a fondo, cercando chiavi interpretative per il capitalismo contemporaneo, e strumenti operativi in grado di emendarne i suoi peggiori difetti, che, allora come oggi, rimangono la disoccupazione di massa e la distribuzione iniqua e arbitraria di reddito e ricchezza. Scoprire l’attualità, la freschezza di un pensiero che il tempo non ha fiaccato. E contemporaneamente disfarsi di centinaia di articoli, papers, libri freschi di stampa ma già superati sul piano delle idee.  Scopo delle righe che seguono sarà di riportare alla luce la lezione del più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes: che l’economia capitalistica è intrinsecamente instabile e che la teoria economica dominante nell’accademia, nei centri studi e nelle cancellerie internazionali, quella neoclassica[1], basata sull’equilibrio economico generale e sulla neutralità della moneta[2], non è in grado di spiegare i fatti economici più rilevanti del mondo in cui viviamo.

 

Il ruolo dell'incertezza

L’innovazione profonda e radicale che John Maynard Keynes porta in dote alla teoria economica è di carattere metodologico; riguarda l’accento che egli pone sull’incertezza che caratterizza il contesto decisionale degli agenti economici . E che lo porta per questo a rifiutare l’approccio deterministico allo studio del sistema economico impiegato dalla teoria mainstream neoclassica.

L’incertezza è legata all’incapacità, da parte degli agenti economici, di fare previsioni attendibili su eventi futuri, per mancanza di conoscenza[3].

pianoinclinato

Keynes e l’inelasticità degli investimenti

Beneath Surface

elastic man 672x372La domanda relativa a come e perché gli investimenti non reagiscano come si vorrebbe al Quantitative Easing e alla politica monetaria in genere ricorre con crescente frequenza. Con l’aiuto di Keynes cerchiamo di scoprire qualcosa in più.

Tanto i classici quanto Keynes ritenevano che un fattore determinante il livello degli investimenti fosse il tasso di interesse. Keynes però rimarcò anche che un ruolo altrettanto e più fondamentale la occupa la redditività attesa degli investimenti: se il loro rendimento è basso malgrado tassi di interesse bassi, allora potrebbe essere considerato, a livello aziendale, non profittevole indebitarsi per avviare detto investimento (vds nota 1).

Keynes dedicò il cap.XII del libro quarto della Teoria Generale al ruolo delle aspettative di lungo termine e all’efficienza del capitale in particolare, pur “perdendosi” in una lunga tirata sul deludente stato(all’epoca sua) della fiducia delle imprese nella stabilità delle proprie previsioni, minate dalla speculazione borsistica sui titoli aziendali (colpa la separazione fra proprietà e gestione, lo abbiamo visto con Schumpeter) trainata dagli animal spirits di cui ci aveva già parlato Forchielli.

pianoinclinato

Il re è nudo! Viva il re!

di Beneath Surface

Keynes caricature Low 1934 672x372Approcciarsi a scrivere un pezzo sul pensiero di Keynes è sempre un azzardo, sia per l’immensa autorità dell’economista di Cambridge, sia per la monumentalità della sua opera, di cui sono un illuminante esempio i numerosissimi scritti di critica, perfezionamento e completamento sparsi nei decenni successivi ad opera di altri influenti economisti, in primis Hicks, Modigliani, Tobin, Samuelson e Hansen, sia per l’assenza in tutto il suo scritto di una modellizzazione formale, che fu lasciata ai successori.

Tratterò perciò della teoria keyesiana ortodossa, per quanto completata dalle riflessioni degli autori citati prima, intendendo con ciò soprattutto distinguerla dalla c.d. “sintesi neoclassica” che farà parte a sè in una serie di altri articoli.

La struttura del mio intervento è perciò la seguente: nel presente articolo tratterò i principali contributi della teoria di Keynes all’occupazione, agli investimenti e alla moneta; nel prossimo vedremo il ciclo economico e alcuni pros e cons dei primi due articoli; nel terzo parlerò della sua nuova politica economica basata sulla spesa pubblica in deficit e della politica del commercio estero; in un quarto articolo condenserò alcuni commenti e critiche relativi ai primi tre pezzi; in un quinto articolo vedremo un semplice modello keynesiano in economia aperta.

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I Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes

di Biagio Bossone e Marco Cattaneo

Riceviamo da Biagio Bossone e Marco Cattaneo e volentieri pubblichiamo questo articolo sui Certificati di Credito Fiscale (CCF). In merito a tale proposta, Guido Iodice e Thomas Fazi hanno espresso alcune critiche in un articolo pubblicato da MicroMega Online che riportiamo di seguito all’articolo di Bossone e Carraneo

keynes main photoKeynes e l’Eurozona

In recenti contributi, risultati tra i più letti su alcuni dei maggiori blog internazionali di economia e finanza, chi scrive ha proposto l’introduzione dei Certificati di Credito Fiscale (CCF) quale strumento di rilancio della domanda in economie affette da stagnazione, scarso spazio fiscale e impossibilità di utilizzo della leva monetaria e del tasso di cambio: tipicamente le economie in crisi dell’eurozona.

Riteniamo che le caratteristiche di fondo della manovra che proponiamo ne farebbero il più grande intervento di politica economica di stampo keynesiano che sia stato immaginato dal secondo dopoguerra ad oggi. Non soltanto esso innescherebbe uno stimolo fiscale forte in contesti dominati da alta preferenza per la liquidità e da carenza ormai cronica di ‘animal spirits’, ma sarebbe capace di incidere su aspettative che, in assenza di segnali incisivi di svolta, resterebbero fatalisticamente improntate a pessimismo e impoverimento.

Anche alla luce dei commenti critici ricevuti da lettori di nostre precedenti uscite pubbliche, ci fa particolare piacere poter illustrare i contenuti della nostra proposta ai lettori di Keynes Blog, augurandoci che vorranno anche loro far sentire la loro voce (di consenso o dissenso) sull’idea che stiamo cercando di portare avanti e diffondere.

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La breve estate del keynesismo

Dalla coscienza infelice alla perdita della memoria collettiva della teoria economica

di Robert Kurz

keynes 00825255b425255dJohn Maynard Keynes (1883-1946) è stato forse uno degli uomini più interessanti del XX secolo. Come specialista della teoria del denaro e della moneta, godeva già di un'eminente reputazione fin dalla prima guerra mondiale. Ma i suoi interessi erano molto più vasti. Matematico nato, in principio guadagnò fama mondiale con il suo "Trattato sulla probabilità" (1921). Il suo vero amore, però, era la filosofia. Ma non gli venne data la possibilità di esercitare funzioni accademiche in quest'aera a Cambridge, come sperava. Si immerse nella politica, fu funzionario del Dipartimento per l'India e ebbe successo anche come economista nel settore assicurativo e in Borsa. Il suo patrimonio gli conferiva indipendenza finanziaria; mecenate artistico, è stato anche un grande collezionista. Si aggiudicò i manoscritti di Isaac Newton, li rese accessibili alla ricerca e fece anche una pubblicazione sull'argomento.

Quest'ampiezza di orizzonte intellettuale non si lasciava rinchiudere negli stretti confini di una disciplina accademica. A somiglianza di Marx, si possono trovare ad ogni passo, negli scritti di Keynes, riflessioni interdisciplinari nelle quali riaffiora l'unità fra filosofia, politica ed economia.

inchiesta

L’intelligenza di John Maynard Keynes

Vittorio Capecchi

Perché bisogna sostenere Varoufakis contro la Troika? Perché bisogna attaccare il modello antisindacale di Marchionne e appoggiare Landini? Quali sono gli scenari della economia oggi? Per rispondere a queste domande si può  raccontare la storia dello scontro tra l’intelligenza di Keynes, Adriano Olivetti e la FLM contro l’opacità del neoliberismo  e provo a fare questo racconto utilizzando esperienze personali [1] tra gli anni ’50 e gli anni ‘70 nello stile delle 150 ore che mi piacerebbe tanto contribuire a rilanciare

BN GC727 EDPJoh J 20141221112143John Maynard Keynes (1883-1946) è l’economista che ha rappresentato e ancora oggi rappresenta un’alternativa politica e teorica al neoliberismo. Due interrogativi: Che tipo di economista è stato Keynes e quale era il suo metodo di analisi? Le sue proposte sono ancora attuali?

 

1. La definizione di economia per Keynes

Keynes precisa nel 1924  che cosa intende per economia e per economista:

L’economia è una materia facile in cui però pochissimi eccellono. Il paradosso trova una spiegazione forse nel fatto che il grande economista deve possedere una rara combinazione di qualità. Deve raggiungere una certa perizia in svariati ambiti e coniugare doti che raramente si trovano nella stessa persona. Deve essere, in una certa misura, un matematico e uno storico, uno statista e un filosofo. Deve sapersi esprimere, ed essere in grado di comprendere i simboli. Deve saper cogliere il generale nel particolare, e abbracciare l’astratto e il concreto nello stesso moto del pensiero.

sinistra aniticap

I limiti del keynesismo

di Michel Husson

keynes-marxLa stagnazione europea sembra dare ragione alle “analisi keynesiane”. Il ragionamento di fondo è il seguente: l’austerità provoca recessione e debito, si tratta quindi di una politica assurda. Sarebbe meglio rilanciare l’attività economica attraverso politiche monetarie e di bilancio più dinamiche e un aumento dei salari e/o degli investimenti pubblici. Questa presentazione è un po’ caricaturale, ma è un riassunto provvisorio del nocciolo di questo discorso che chiameremo, per comodità, “keynesiano”.

La critica che possiamo indirizzare a questo discorso obbedisce alla seguente dialettica:

  1. Le proposte “keynesiane” sono in un certo senso corrette;
  2. ma fanno astrazione della logica profonda del capitalismo,
  3. e perciò conducono ad alternative incoerenti poiché incomplete.

 

I modelli post-keynesiani

La diagnosi “keynesiana” si fonda sul ricorso ai cosiddetti modelli di stock-flow consistent realizzati da una scuola di economisti eterodossi che si definiscono piuttosto come “post-keynesiani”. Questi modelli combinano i flussi (per esempio il volume della produzione, l’investimento, la massa salariale) con gli stock (per esempio il capitale fisso, l’indebitamento,ecc.).

sbilanciamoci

Occupazione e moneta. Secondo Keynes

di Claudio Gnesutta

Perchè si può, e si dovrebbe, ricercare una soluzione Secondo Keynes. Qualche riflessione a partire dal libro di Carabelli e Cedrini edito da Castelvecchi

120419 keynes wuerker 328Nelle pagine finali della Teoria generale, Keynes, dopo aver costruito il suo edificio teorico con riferimento a un’economia chiusa, sembra aver un sussulto e, ricollegandosi ai temi del sistema economico internazionale che l’avevano fino ad allora occupato, afferma che “in un sistema interno di laissez faire e con un regime aureo internazionale (…) non vi era alcun mezzo disponibile per il governo di mitigare la depressione economica all’interno salvo la lotta di concorrenza per la conquista dei mercati”. Lo sforzo teorico appena concluso gli fa affermare che “le nazioni possono imparare a costituirsi una situazione di occupazione piena mediante la loro politica interna” e così facendo costruire un nuovo sistema internazionale che “potrebbe essere più favorevole alla pace di quanto lo sia stato il vecchio.”

Oggi, in un momento in cui, dopo una lunga fase di trasformazioni, il sistema di Bretton Woods si è rimodellato sulle “vecchie” basi, non è possibile disinteressarsi della sua architettura se si vuole comprendere le difficoltà che incontrano le singole nazioni nel trovare un soddisfacente equilibrio interno.

vocidallestero

John Maynard Keynes

L'economista di cui il mondo ha bisogno adesso

di Peter Coy

Su BloombergBusinessWeek, un elogio delle politiche keynesiane e di John Maynard Keynes stesso, mai così attuale e necessario come oggi, nella crisi da deflazione che, dopo aver affossato l'eurozona, rischia di diventare globale e in cui le ricette economiche supply-side stanno mostrando tutti i loro limiti teorici e ideologici.

keynesC'è un medico in casa? L'economia globale non riesce a crescere, e i suoi custodi stanno andando a tentoni. La Grecia ha preso la  medicina prescritta ed è stata ricompensata con un tasso di disoccupazione del 26 per cento. Il Portogallo ha obbedito alle regole di bilancio e i suoi cittadini sono alla ricerca di posti di lavoro in Angola e Mozambico, perché a casa ce ne sono ben pochi. I tedeschi si sentono anemici nonostante il loro enorme surplus commerciale. Secondo Sentier Research, negli Stati Uniti il reddito di una famiglia media al netto dell'inflazione è del 3 per cento inferiore a quello del momento peggiore della crisi 2007-09. Qualunque sia la medicina somministrata, non sta funzionando. Il capo economista di Citigroup Willem Buiter ha recentemente descritto la politica della Banca di Inghilterra come "un pout-pourri intellettuale di fattoidi, teorie parziali, metodicità empirica senza alcuna base teorica solida, presentimenti, intuizioni e idee sviluppate solo a metà." E questo, ha detto, è anche meglio di quello che altri paesi stanno tentando . 

C'è un medico in casa, e le sue prescrizioni sono più che mai attuali. È vero, lui è morto nel 1946. Ma anche se appartiene al passato, l'economista, investitore, e funzionario britannico John Maynard Keynes ha molto da insegnarci su come salvare l'economia globale, ben più di quanto possa fare un esercito di moderni dottorati di ricerca dotati di modelli di equilibrio generale stocastico dinamico. I sintomi della Grande Depressione che ha diagnosticato correttamente sono tornati, anche se per fortuna in scala minore (sic!, ndt): disoccupazione cronica, deflazione, guerre valutarie, e politiche economiche "beggar-thy-neighbor".

 Una delle intuizioni essenziali e durature di Keynes è che ciò che funziona per una singola famiglia in tempi difficili non funziona per l'economia globale. Una famiglia il cui capofamiglia perde un posto di lavoro può e deve tagliare la spesa per sbarcare il lunario. Ma non tutti possono farlo contemporaneamente quando c'è una debolezza  generalizzata, perché la spesa di una persona è il reddito di un'altra.

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Marx & Keynes

di Marco Dotti

420MarxKeynes-420x0Nel 1929 Irving Fisher godeva fama di uno dei migliori economisti al mondo. Monetarista convinto, a suo tempo sostenitore di tesi eugenetiche declinate in chiave statistica, Fisher sosteneva che il prezzo delle azioni aveva oramai raggiunto un “elevato livello permanente”. Ma non tutte le profezie si avverano o si autoavverano, anzi. Accadde così che le parole dell’ascoltatissimo Fisher venissero smentite dai fatti. Pochi giorni dopo aver pronunciato la propria predizione, infatti, il Big Crash del mercato azionario travolse tutto. Eppure, solo una settimana prima, il 21 ottobre, Fisher aveva rincarato la dose affermando che il mercato azionario, come un organismo colpito da febbre, stava solo espellendo da sé ciò che rispetto a quel mercato poteva definirsi – o, almeno, così Fisher lo definì – “lunatic fringe”, la frangia estrema.

Sta di fatto che, di frangia estrema in frangia estrema, fu tutto il sistema a crollare e la reputazione di Fisher con essa. Ma Fisher continuò a insistere, producendo scenari e analisi che, puntualmente, venivano smentiti dai fatti fino a quando, rivedendo in parte le proprie tesi, tornò a dedicarsi al ruolo di analista, più che di vaticinatore di sorti magnifiche e progressive.

Per uno strano destino – al di là dei meriti scientifici, che sono altra cosa – il nome di Fisher tornerà d’attualità politica sulla bocca di Milton Friedman e delle sue elette schiere che, negli anni Ottanta dell’imprevedibile Secolo Breve, si rivolgeranno proprio a lui come nume tutelare in funzione anti-keynesiana.