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economiaepolitica

Manovra 2019: problema di spread o di qualità?

La tesi dell’espansione restrittiva di Blanchard e Zettelmeyer e tutti i suoi limiti

di Felice Roberto Pizzuti

Manovra 2019. Spread e reazione dei mercati possono compromettere l’efficacia della manovra economica italiana? Felice Roberto Pizzuti contesta questa nuova tesi di Blanchard e Zettelmeyer e spiega che quello che conta non è lo spread ma la qualità delle misure previste

manovra 2019 italia spread oggi 640x4261. Nel dibattito sulla Nota aggiuntiva al documento di economia e finanza (Nadef) 2018 si evidenziano contributi anche autorevoli che, tuttavia, rischiano di aumentare gli elementi di confusione che lo caratterizzano. La manovra, anche per come viene presentata dal Governo nelle trattative con l’Unione europea (UE), presenta delle criticità che ne pregiudicano l’efficacia e, nel suo insieme, mostra di non avere la visione di lungo respiro necessaria ad affrontare i problemi organici della nostra economia, approccio che sarebbe particolarmente congruo all’inizio di una legislatura “di cambiamento”. Tuttavia, le critiche che la manovra merita non dovrebbero distogliere l’attenzione dalla maggiore pericolosità insita in altri ingiustificati rilievi che le sono rivolti con i quali si cerca di riproporre la stessa concezione economica della “austerità espansiva” già rivelatasi molto dannosa non solo per il nostro paese, ma per la stessa costruzione europea la quale, peraltro, è resa sempre più necessaria dall’evoluzione degli equilibri economici e politici globali.

 

2. In un articolo tradotto sulla Voce.Info del 27 ottobre[1], O. Blanchard (tra l’altro, ex capo economista del FMI) e J. Zettelmeyer (tra l’altro, ex direttore generale per le politiche economiche del Ministero tedesco degli Affari economici e l’energia), attualmente entrambi membri del Peterson Institute for International Economics, sostengono che l’obiettivo della crescita del Pil perseguito dal governo italiano con l’aumento del deficit di bilancio al 2,4% non sarà raggiunto poiché l’intento espansivo sarà più che compensato dall’effetto contrario derivante dall’aumento dei tassi d’interesse provocato dalla stessa manovra.

I due autori (B&Z) concordano che “Nonostante ”strette fiscali espansive” e “espansioni fiscali restrittive” siano teoricamente possibili, una politica fiscale espansiva generalmente aumenta la produzione e una restrittiva la rallenta – anche in paesi con un alto debito pubblico”.

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jacobin

Autostrade ai privati. Come invertire la marcia

di Simone Gasperin

La storia delle principali infrastrutture stradali italiane è l'emblema dell'interesse pubblico che cede il passo alla rendita. Ma esistono alternative alla speculazione dei privati

181109 autostrade jacobin 990x361Al minuto 25:55 di un compiaciuto documentario sulle autostrade italiane si intravede il ponte Morandi con un “buco” a metà. Ma il fotogramma appare in uno sgranato bianco e nero. Si tratta di un filmato degli anni Sessanta, quando il viadotto Polcevera doveva ancora essere ultimato. Queste le parole trionfanti del narratore: “La Società Autostrade ha completato il raddoppio e l’ammodernamento della Genova-Serravalle, che allacciandosi alla Serravalle-Milano, ha sbloccato le correnti di traffico provenienti dal nord e ha ormai portato a termine anche l’autostrada che arriva a Savona”. Una rasserenante musichetta stile-jazz in sottofondo sembra persino banalizzare un elemento di eccezionale significato per l’economia italiana.

La rete autostradale in Italia evoca una storia di orgogliosa ricostruzione e di progresso materiale, successivamente mutata nello sconforto tipico delle fasi di decadenza e recentemente culminata con il tragico crollo del ponte genovese. Per questi motivi, la vicenda delle autostrade italiane non può essere esclusivamente ricondotta a specialistiche questioni di natura ingegneristica. Essa intreccia innanzitutto il susseguirsi delle strategie di sviluppo economico, o presunte tali, adottate delle autorità pubbliche nel corso degli ultimi decenni.

Fino agli anni Settanta, parlare di autostrade in Europa era semplicemente sinonimo di Italia. Come aveva potuto questo paese ancora semi-arretrato costruire una moderna rete di autostrade su un complesso territorio nazionale, collegando il nord al sud, il Piemonte al Friuli, il litorale adriatico a quello tirrenico? Questo si chiedevano gli osservatori ed esperti di tutto il continente. La risposta, tanto scontata quanto annacquata dalla distanza storica, conduce a individuare un attore protagonista: la Società Autostrade Concessioni e Costruzioni Spa.

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economiaepolitica

Deficit strutturale italiano: una questione di stime

di Davide Cassese

La Commissione europea ha bocciato la manovra italiana perché considera il deficit troppo alto, ma si tratta di giudizi frutto di stime contestatissime nel mondo scientifico che però, di fatto, ostacolano qualunque politica di crescita per il Paese

neosurreal.24Da qualche settimana va avanti lo scambio di battute tra l’esecutivo italiano e la Commissione Europea sul contenuto della Manovra economica. La Commissione ha respinto la manovra, rimandandola indietro al governo perché ne rivedesse la sostanza, in quanto manifesta una deviazione significativa dai parametri del Patto di Stabilità e crescita e un allontanamento dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici.

Secondo la Commissione il maggiore deficit indicato nella NADEF 2018 dal governo rispetto al deficit tendenziale, diversamente da quanto prevede il governo, non apporterà benefici alla crescita e non contribuirà a ridurre il rapporto debito/PIL secondo quanto stabilito dai Trattati.

Nello specifico, la lettera della Commissione indica che a fronte dello sforzo strutturale dello 0.6% del PIL raccomandato dalla Commissione, il governo italiano presenta un deterioramento strutturale pari allo 0.8% del PIL. Tutto ciò rappresenta una deviazione dal rispetto del Patto di Stabilità e crescita senza eguali nella storia.

 

Il deficit strutturale e il PIL potenziale

Il termine “strutturale” accoppiato alla parola “deficit” identifica una specifica fattispecie: la differenza tra le entrate e le spese dello Stato al netto delle circostanze cicliche (peggioramento della congiuntura) e delle misure una tantum (misure imprevedibili come catastrofi naturali o emergenze sociali come l’immigrazione). Il deficit strutturale, dunque, rappresenterebbe la condizione dei conti pubblici di un Paese in corrispondenza del PIL potenziale, vale a dire in corrispondenza di una situazione in cui l’economia riesce ad impiegare tutte le risorse di cui dispone – lavoro e capitale – senza generare pressioni inflazionistiche. Per l’Italia, che è un Paese con elevato debito pubblico, le regole europee prescrivono un deficit strutturale pari a zero.

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econopoly

È il tasso di interesse, bellezza!

di Sergio Cesaratto e Antonino Iero

Pubblichiamo un post di Sergio Cesaratto, professore ordinario di Politica monetaria e fiscale nell’Unione Monetaria Europea, Università di Siena, e Antonino Iero, staff Direzione Regolamentazione e Studi Economici gruppo Unipol* 

http 2F2Fd1e00ek4ebabms.cloudfrontNel pieno della polemica di queste settimane, il commissario europeo Pierre Moscovici ha affermato: “Una manovra che aumenta il debito pubblico che è già 132%, il cui rimborso annuale ammonta a 65 miliardi l’equivalente del bilancio per l’istruzione, e che pesa 1.000 euro a italiano, non è bene per il popolo. È il popolo che paga ed è il popolo che rimborsa. Sono i più vulnerabili” (La Repubblica, 26 ottobre 2018). La ricetta di Moscovici, presentata come puro buon senso dalla maggior parte degli opinionisti, consisterebbe nell’abbattere il debito pubblico per abbattere la mole di interessi. O viceversa? Due cose oltre a tasse e funerale sono certe: le manovre di abbattimento del rapporto fra debito pubblico e PIL sono una fatica di Sisifo, in quanto spesso deprimono il denominatore più che il numeratore. La spesa per interessi non è una “variabile indipendente”, un fattore ineluttabile: i tassi di interesse li fanno le banche centrali e non i mercati, a meno che questi vengano lasciati operare liberamente.

Un altro commentatore, Carlo Bastasin (2018), nel passato spesso molto lucido, ha scritto che alla tesi che l’austerità sia stata responsabile dell’”aumento di circa 33 punti percentuali del debito pubblico tra il 2008 e il 2016, non corrisponde a un’analisi appena approfondita. Sono sufficienti pochi calcoli per verificare che l’aumento del debito è in larghissima parte attribuibile all’incremento della spesa per interessi sul debito stesso. Altri fattori più tecnici (tra cui quasi 4 punti di Pil in aiuti italiani ai Paesi europei in difficoltà) possono aver contribuito, ma è stata la tensione sui tassi d’interesse, causata soprattutto dall’incertezza sulla permanenza dell’Italia nell’euro, a far esplodere il debito”.

Più che con elevatezza del debito, Bastasin sembra prendersela con il timore di una Italexit. Ma il timore dell’Italexit dipende proprio dall’aumento dei tassi, gli spread ormai ben noti anche alla casalinga di Voghera: una volta superata una qualche soglia fatidica – i “pundit” dell’economia nel 2012 parlavano di un rendimento sui decennali al 7%– per un Paese non ha più senso ricorrere ai mercati, ma la solvibilità e la possibilità materiale di pagare stipendi e pensioni potranno essere garantite solo riappropriandosi della stampa della propria moneta.

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senzasoste

Lo spread sul filo del rasoio tra mito e realtà

di Redazione

Spread IT DLo spread oltre la propaganda, la retorica e la campagna elettorale permanente. "Ricordate lo spread del 2011? Bene, chi ha comprato allora, nel 2011, i Btp, alla data di oggi, tra cedole e apprezzamento ha guadagnato oltre il 50% cumulativo. Per pagare il tutto il paese non è fallito ma è stato, semplicemente, tosato. Il governo Conte sta facendo una scommessa simile, offrire un titolo appetibile senza entrare in una zona dove lo stato finisce sbancato, coltivando sostanzialmente il proprio elettorato". "l’Italia in pratica è l'unico paese Ocse che paga rendimenti sui titoli di stato superiori all'inflazione". "Il conto si pagherà. A spese della società italiana, ovvio, ma niente è gratis".

* * * *

Come ampiamente prevedibile la vicenda spread ha catturato l’attenzione politica. Non solo dei soggetti istituzionali ma anche di chi, da differenti posizioni, si occupa di politica. Non è la prima volta che accade, nel 2011 lo spread in poche settimane passò da quota 150 a oltre 500 causando il crollo del governo Berlusconi. E’ la prima volta che accade con un uso consolidato dei social media. Quindi con un radicamento microfisico del tema e della criticità sociale che l’accompagna. Certo, per diversi trader, lo spread a 500 rappresenta solo lo scrollone di un albero che sta comunque in piedi ma, dal punto di vista politico e sociale, è un grosso elemento di fibrillazione.

Nei mesi scorsi, a livello di mainstream, erano circolate due tesi differenti. La prima è che lo spread non era così importante per valutare le finanze di un paese. La seconda, di tipo opposto, è che si stava preparando il grande complotto contro l’Italia.

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coniarerivolta

Pensioni: pensavamo fosse ‘quota 100’ e invece era l’apocalisse (almeno per Boeri)

di coniarerivolta

apocalypse now2Non pago delle infinite dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni sui presunti e inesistenti dissesti dell’INPS e le inevitabili riforme pensionistiche restrittive da attuare a raffica, il presidente dell’Istituto previdenziale Tito Boeri, nella sua audizione alla Camera dell’11 Ottobre, torna alla ribalta in veste di guardiano privilegiato del dogma dell’austerità pensionistica. Oggetto del suo inquieto allarmismo è ora il provvedimento annunciato e inscritto nel DEF varato dal governo, noto come quota 100. Di cosa si tratta? Della possibilità di anticipare la pensione rispetto ai criteri oggi vigenti in base alla Legge Fornero approvata nel 2012, usufruendo di una combinazione tra età e numero di anni contributivi, la cui somma ammonterebbe a 100. Ricordiamo che sulla base della legge Fornero, ad oggi, un lavoratore potrebbe accedere alla pensione o tramite vecchiaia ad un’età di 67 anni o, indipendentemente dall’età, con 43 anni di contributi. Criteri ultra-restrittivi rispetto a soli pochi anni fa che, al tempo dell’approvazione della Legge suddetta, provocarono un repentino aumento dell’età pensionabile a gravissimo detrimento di tutti quei lavoratori in procinto di accedere alla pensione negli anni successivi alla riforma. Quota 100, peraltro, non farebbe altro che riportare il sistema, a partire dal 2019, ad un livello di quota che risulterebbe persino più elevata di quella che sarebbe entrata a regime con la precedente Legge Sacconi già pesantemente restrittiva, secondo cui al decorrere dell’anno venturo il sistema avrebbe viaggiato a quota 99, persino un anno sotto la famigerata e temuta quota 100. La Riforma Sacconi prevedeva, infatti, un meccanismo di adeguamento automatico delle quote all’aspettativa di vita e per il 2019 si prevedeva il raggiungimento di quota 99. Non è ancora del tutto chiaro, peraltro, se nel provvedimento del governo quota 100 sia affiancata o meno all’abolizione del meccanismo di adeguamento automatico nel tempo dell’età pensionabile alla vita media attesa stimata.

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eticaeconomia

Gli equilibristi sul filo del deficit che fa scendere il debito

di Roberto Tamborini

dimaio tria governo economia lapresse 2018 thumb660x453La “Finanziaria del popolo” delineata nella Nota di aggiornamento al DEF del nuovo governo suscita molte preoccupazioni e critiche da parte dei partiti di opposizione, esponenti dell’industria e della finanza, numerosi economisti ed esperti, la Commissione europea. La ragione principale riguarda l’impatto del deficit programmato del 2,4% per il 2019 sul già elevatissimo debito pubblico italiano (sebbene nell’ultime dichiarazioni si parli di una successiva riduzione). Ci sono numerosi altri aspetti (più importanti?) della politica fiscale giallo-verde che possono essere discussi, tuttavia qui esamineremo solo questo problema, che al momento appare come il più caldo.

La Commissione europea potrebbe bocciare il piano in quanto, pur rimanendo entro il limite del 3% di disavanzo, esso vìola l’impegno dei paesi ad alto debito a farlo diminuire in maniera adeguata. Il famigerato Fiscal Compact, sottoscritto dall’Italia, richiederebbe un taglio del rapporto debito/Pil di un ventesimo all’anno per la parte eccedente il 60% , vale a dire circa 3,5 punti di Pil per l’Italia. Una cifra del tutto irrealistica, che la Commissione potrebbe non mettere in conto, ma ciò non significa che potrà far passare una manovra che faccia aumentare il debito/Pil. La gran parte dei paesi europei non è disposta a convivere con un condòmino che può far crollare l’intero edificio da un momento all’altro. Alcuni esponenti della maggioranza di governo sono convinti, e vogliono convincere il resto del mondo, che la manovra in disavanzo non avrà effetti sul debito, o potrà ridurlo, grazie al suo effetto sulla crescita del Pil (altri esponenti invece oppongono un ducesco “me ne frego”). L’idea è che se il deficit fa crescere il Pil più del debito, il rapporto debito/Pil scende, i creditori dello Stato italiano si rassicurano sulla sua solvibilità, il famigerato spread non sale, e tutto andrà benissimo. Il miracolo del deficit che fa scendere il debito può succedere davvero?

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micromega

Lo Stato può emettere titoli fiscali senza downgrading per finanziare l'economia

di Enrico Grazzini

10273224L'autunno si profila molto caldo per l'Italia. Il nuovo governo vorrebbe realizzare manovre espansive per contrastare l'austerità ma i mercati finanziari puniscono l'aumento del deficit pubblico. Di fronte ai rischi incombenti di crisi della finanza pubblica, cercherò di dimostrare che l'emissione di Titoli di Sconto Fiscale da parte del governo non solo NON creerebbe un aumento del deficit ma rilancerebbe l'economia nazionale e rafforzerebbe anche il sistema bancario e assicurativo attualmente penalizzato dai rendimenti crescenti dei Titoli di Stato. Inoltre mi propongo di spiegare perché i Titoli di Sconto Fiscale verranno prevedibilmente promossi come investment grade dalle Agenzie di Rating, e quindi saranno accettati dalla Banca Centrale Europea e dai mercati finanziari e, da ultimo ma non per ultimo, potrebbero complessivamente rafforzare il sistema dell'euro[1].

Il governo, il Parlamento e le forze politiche e sociali, i sindacati e la Confindustria, dovrebbero discutere e approfondire questa proposta innovativa, controcorrente ma concreta, e promuovere rapidamente l'introduzione di questa nuova tipologia di titoli di stato. I Titoli di Sconto Fiscale non rappresentano certamente la panacea per tutti i mali ma possono costituire la soluzione più efficace e meno rischiosa per ridare liquidità e ossigeno all'economia reale.

In Italia non mancano le industrie e le capacità di produrre – come testimonia il saldo commerciale positivo verso l'estero -: mancano invece le risorse monetarie per fare ripartire l'economia. Manca il combustibile liquido per fare ripartire gli investimenti pubblici e privati, e i consumi. Il problema contingente è innanzitutto di natura monetaria e creditizia. Per questo motivo lo stato deve assumersi la responsabilità di introdurre strumenti di politica monetaria, pur restando pienamente nel campo dell'euro. Si tratta di mettere benzina in un motore che marcia troppo lentamente per mancanza di carburante.

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coniarerivolta

Contro il ricatto del debito pubblico

di coniarerivolta

Pubblichiamo di seguito il nostro contributo al testo “Giovani a sud della crisi”, curato dai compagni di Noi Restiamo, dove sono raccolti gli interventi del festival Collision // Rompere l’equilibrio. Nel ricatto del debito pubblico trovano una sintesi tutte le lotte che attendono i giovani della periferia d’Europa oggi: che fare?

mito di Sisifo Albert CamusI giovani a sud della crisi lottano ogni giorno per coltivare le loro aspirazioni, rivendicando un presente e un futuro che l’Europa della grande recessione sembra aver affossato definitivamente. Gli studenti medi si ribellano alla beffa dell’alternanza scuola/lavoro – che li vuole sfruttati fin dalla tenera età – mentre i più grandi combattono per sottrarsi al ricatto della disoccupazione, chiedono lavoro, una formazione universitaria di qualità, diritto allo studio e servizi sociali. La risposta che ricevono suona più o meno così: “Bellissime aspirazioni, ma c’è un problema: ognuno di voi nasce con 38.000 euro di debito pubblico sulle spalle, quindi scordatevi il presente, lasciate perdere il futuro e inventatevi qualcosa per iniziare a ripagarlo!”

È la narrazione dominante sul debito pubblico, che ci viene presentato come un mostro che cresce di 70.000 euro al minuto e sembra capace di divorare i sogni e le prospettive dei giovani, fomentando uno scontro intergenerazionale tra padri e figli: quel debito sarebbe il lascito dei nostri padri, che avrebbero vissuto al di sopra delle loro possibilità lasciando a noi il conto salato della loro dissipatezza.

 

Se il problema è il debito pubblico, quale è la soluzione? Che fare?

Due sembrano essere le possibili risposte politiche. Una è la risposta del potere, l’austerità: dovete ripagare tutto, fino all’ultimo centesimo, con tagli alla spesa pubblica, lacrime e sangue sacrificando sull’altare del risanamento dei conti lo stato sociale ed i diritti conquistati. Dall’altra parte della barricata si fa strada l’idea che si debba combattere il mostro anziché arrendersi ad esso e finire schiavi: il ripudio del debito appare come l’unica reazione politica coerente con le lotte sociali di chi combatte per riprendersi il presente e il futuro. Piuttosto che sdebitarci rimpinguando le tasche di banche e speculatori, rispediamo il debito al mittente e andiamo avanti – come se il debito non ci fosse.

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economiaepolitica

Manovra economica, debito e crescita in Italia

di Pasquale Tridico, Giacomo Bracci

Negli ultimi anni l’austerità ha depresso l’economia italiana e fatto crescere il debito pubblico. L’Italia sta per varare ora una politica più espansiva e, secondo l’analisi di Pasquale Tridico e Giacomo Bracci, la manovra spingerà la crescita e ridurrà il rapporto debito-Pil

manovra italianadebito e crescita 640x274L’Italia non è affatto un paese spendaccione, o che ha vissuto sopra le sue possibilità come è stato più volte detto: non è quindi un paese che si merita una cura dimagrante. Per dirlo basta dare uno sguardo ai dati. Il dato sicuramente più importante, come sanno gli economisti, è il saldo di bilancio primario, ovvero la differenza fra spesa pubblica e tassazione, che è in attivo da due decenni. Come ha ricordato un economista francese, molto influente in Europa, Jean Pisani-Ferry su Project Syndicate proprio lo scorso maggio, il debito pubblico italiano non è il risultato di disavanzi primari scellerati: il saldo di bilancio primario, con l’eccezione del 2009, è stato in attivo per oltre 20 anni. Ciò significa, in sostanza, che i governi italiani hanno tassato più di quanto hanno speso per consumi e investimenti, ed è stata la piuttosto la spesa per interessi a far crescere il disavanzo e il debito. Come si evince dalla Figura 1, il saldo primario di bilancio dell’Italia è stato costantemente al di sopra del saldo primario francese dal 1995 al 2018, restando peraltro molto al di sopra di quello spagnolo dopo il 2007, e di sopra a quello tedesco, almeno fino al 2006, e poi sostanzialmente in linea con quest’ultimo. Dalla metà degli anni ’90, perciò, l’Italia ha praticato una sostanziale politica di contenimento del bilancio pubblico, cumulando in 23 anni un avanzo primario di +54%, mentre la Francia ha cumulato nello stesso periodo un disavanzo primario di -21%. Peggio della Francia la Spagna, mentre la Germania un po’ meglio, ma comunque inferiore rispetto all’Italia come è evidente dalla figura in basso.

Questo tuttavia non ha aiutato la crescita del Pil italiano. Anzi. Probabilmente, come sostengono in molti, e non solo economisti keynesiani, questo ha contribuito a una dinamica stagnante del Pil e ad un aumento del rapporto debito/Pil.

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economiaepolitica

L’esplosione del debito pubblico senza un prestatore di ultima istanza

di Domenico Moro

I trattati europei e l’euro, imponendo austerità e inibendo l’implementazione di politiche economiche su misura per le necessità dei singoli Paesi, hanno ottenuto il risultato opposto a quello previsto dai decisori politici e dalla dirigenza della Banca d’Italia negli anni’80 e ’90: il debito pubblico italiano è aumentato

esplosione debito pubblico 640x408Il debito pubblico è in Italia uno dei temi principali, se non il principale, attorno al quale ruotano il dibattito economico e le scelte politiche. Il debito pubblico, giudicato eccessivo, è stata una delle motivazioni per l’adesione all’euro e ai trattati europei, allo scopo di costringere governi e parlamenti a una maggiore disciplina di bilancio, incidendo anche oggi sulle scelte di spesa e di politica economica. La maggior parte del debito pubblico attuale si è formata tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, raddoppiando dal 59,9% sul Pil del 1981 al 124,9% del 1994. Nonostante i vincoli europei alla spesa pubblica, oggi il debito risulta superiore ai livelli dei primi anni ’90, raggiungendo il 131,8% sul Pil contro il 75,7% della media Ue e il 79% della media dell’area euro, ed essendo inferiore in Europa al solo debito greco.

L’obiettivo del presente articolo è capire perché il debito è raddoppiato tra 1981 e 1994 e perché successivamente non si è riusciti a ridurlo in modo significativo e duraturo.

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effimera

Un colpo al cerchio, uno alla botte

Considerazioni (provvisorie) sul Documento di Economia e Finanza 2019

di Andrea Fumagalli

giocolieri e non A una setttimana dalla riunione del Consiglio dei Ministri che ha definito i primi contenuti del Documento di Economa e Finanza (DEF) per il 2019 e dopo giorni di discussione sul come ripartire le risorse e dove trovare modo di finanziare le varie misure, solo oggi (5 ottobre 2018), a una settimana dal termine ultimo per la presentazione del Def (28 settembre), sembrano essere disponibili i numeri che dovrebbero rendere attuative e concrete le proposte di politica economica declamate. Sulla base delle dichiarazioni e dei documenti esistenti, la manovra 2019 dovrebbe valere (il condizionale è d’obbligo) 33,5 miliardi, di cui 27,2 reperiti tramite indebitamento (il rapporto deficit/PIL passa dall’1,6% al 2,4% nel 2019, per poi scendere al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, contrariamente a quanto in inizialmente deliberato). Al netto dei 12,5 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva al 24% (clausola capestro ereditata dal governo Monti, senza che nessuno, destra e sinistra, dicesse alcunché…), il governo dovrebbe avere a disposizione circa 21 miliardi.

Al netto delle spese improrogabili (per la gestione corrente delle funzioni statali), e, notizia dell’ultima ora, al netto di circa 1 miliardo per l’assunzione di circa 1000 nuovi poliziotti (la repressione non sottostà a vincoli di bilancio!), ne rimangono circa 18-19. Tale somma dovrebbe distribuirsi (il condizionale è d’obbligo) nel seguente modo: 6,5 miliardi per il cosiddetto reddito di cittadinanza; 1 miliardo per la riforma dei centro per l’impiego; 1,5 miliardi per portare le pensioni minime a 780 euro mensili, per un totale di 9 miliardi; 7 miliardi per il superamento della riforma Fornero (che dovrebbe interessare tra le 400.000 e le 500.000 persone, a seconda di come la quota 100 viene calcolata); 2 miliardi per l’unica aliquota del 15% a circa un milione di partite Iva per poi estenderla alle imprese (che hanno già beneficiato di ingenti sgravi fiscali sulla decontribuzione, sugli investimenti e sui profitti); 1 miliardo (e non 1,5 come inizialmente dichiarato) per il rimborso dei truffati dalle banche.

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comedonchisciotte

Come si ferma lo Spread?

di Fabio Conditi

comedonchisciotte controinformazione alternativa spread sale 660x330Come si ferma lo Spread ? È bastato un “provocatorio” 2,4% di deficit, che lo Spread ha ricominciato a crescere.

Prevedibile come il sole che sorge all’alba.

A conferma che l’art.1 della Costituzione andrebbe cambiato, come abbiamo scritto durante la crisi istituzionale su Paolo Savona >>>QUI: “L’Italia è una Repubblica non democratica, fondata sulla schiavitù. La sovranità appartiene alla Finanza, che la esercita nelle forme e nei limiti dei mercati finanziari”.

I mercati finanziari hanno i carri armati capaci di sparare miliardi di moneta elettronica creata dal nulla dalle loro banche, non si possono affrontare senza sovranità monetaria e con i piedi incatenati all’enorme palla di ferro del debito pubblico.

Prima bisogna mettere in sicurezza il paese e le ricette le sanno anche i muri, ma non è di questo che vi vogliamo parlare: analizziamo nel dettaglio come si ferma lo Spread anche senza utilizzare la nostra sovranità monetaria e fiscale.

Facciamo finta, una volta tanto, che lo Stato sia come una famiglia e che quindi sia necessario ripagare il debito pubblico, altrimenti l’Italia va in default (ovviamente non è vero!).

 

Il ricatto del debito pubblico

Giornali, tv, siti web, blog; non c’è forse argomento più dibattuto che non sia il debito pubblico italiano, la sua origine, il suo costo ed i problemi ad esso correlati.

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blackblog

Questa società è troppo ricca per il capitalismo!

di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle

La casalinga sveva e i parassiti della società

troppo casalinga6Due posizioni apparentemente inconciliabili caratterizzano la controversia politica su come vada affrontata la crisi. Mentre gli uni, per rilanciare la crescita economica, vogliono ancora continuare sempre ad aprire le valvole monetarie ed applicare dei nuovi programmi congiunturali, gli altri difendono un rigoroso orientamento all'austerità. I due campi pretendono che, nel caso venga applicato il loro piano, la crisi potrà essere superata, e che il modo di produzione capitalistico potrà essere ripristinato su delle solide basi. Si potrebbe pensare che ancora una volta stiamo assistendo al vecchio dibattito che opponeva l'orientamento keynesiano a quello liberale, un dibattito cui nel secolo passato abbiamo assistito tante volte. Ma dove il sistema di riferimento a tale controversia viene meno, in quanto la crisi indebolisce in maniera irrevocabile le basi della produzione della ricchezza capitalistica, ecco che la cosa degenera in sinistra farsa. Tuttavia, i protagonisti non se ne rendono nemmeno contro, oppure riescono benissimo a fare finta di niente. Continuano ad interpretare instancabilmente lo stesso spettacolo, mentre la scena sotto i loro piedi appare essere sempre più decrepita. Il conflitto fra le loro visioni non rimane tuttavia senza conseguenze, poiché, anche se nessuno dei due piani è in grado di offrire un'uscita dalla crisi, nondimeno assegnano il loro carattere alla gestione di tale crisi, e quindi anche alle ripercussioni concrete che tali misure hanno sulla società.

In Germania, la politica di austerità gode tradizionalmente di un favore particolare. Si sente dire dappertutto che la società avrebbe «vissuto a spese dell'avvenire», e che nel presente si tratta di dover fare delle economie.

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vocidallestero

La macroeconomia e il voto italiano

di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati

Proponiamo con piacere la traduzione di un articolo apparso su INET Blog, di grande attualità per il nostro paese. Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati, rispettivamente assegnista di ricerca e professore ordinario di Economia politica presso il dipartimento di Economia dell’Università di Roma Tre, ci invitano a fare un passo indietro ed esaminare le cause macroeconomiche che hanno portato alla vittoria dell’attuale coalizione di governo, tenendo d’occhio anche le sfide che attendono i partiti di governo nei prossimi mesi

Venezia dal portico della Madonna della Salute William Turner analisiPer comprendere l’ascesa della Lega e del Movimento Cinque Stelle basta dare un’occhiata agli indicatori economici.

I risultati delle elezioni del 2018 in Italia – con il successo del Movimento Cinque Stelle, l’importanza relativa acquisita dalla Lega Nord, e il netto calo con conseguente disgregazione del Partito Democratico – hanno attirato molta attenzione all’estero e forse anche suscitato qualche sorpresa. Il carattere anti-euro e anti-austerità di gran parte della retorica pre-elettorale dei due partiti al potere è stato vicino a provocare una crisi istituzionale nel Paese e ha generato le reazioni, tra l’irritato e l’arrogante, di vari leader e commentatori europei.

In questo breve contributo non è nostra intenzione fare un’analisi sociologica né politica del voto, per la quale non abbiamo competenze, ma fornire alcuni dati sulle tendenze macroeconomiche e sulla disuguaglianza e la distribuzione del reddito nell’ultimo decennio, oltre a ulteriori informazioni sui fatti antecedenti alla crisi del 2008. In questo modo pensiamo di poter aiutare a chiarire alcuni equivoci e facilitare una migliore comprensione del perché la maggioranza degli italiani abbia votato chiaramente contro “riavere la stessa cosa”, per quanto capire a favore di cosa abbiano effettivamente votato potrebbe essere meno chiaro.

Non ci soffermeremo sulla questione scottante e complessa dell’immigrazione, che è comunque centrale nel dibattito politico interno in Italia e in altri paesi europei e allo stesso tempo rivela così apertamente la disunione europea e l’incapacità di unire gli sforzi per affrontarla. Tuttavia, riteniamo che le informazioni riportate di seguito possano indicare che, anche senza tenere conto dell’immigrazione, i problemi economici e sociali siano tali da indirizzare in buona parte la politica italiana nella stessa direzione e misura.