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coniarerivolta

Una questione di classe: perché la flat tax conviene al capitale

di coniarerivolta

boxesLa flat tax proposta dal Governo di Lega e Cinque Stelle viene presentata come una grande riforma fiscale che sarà di beneficio a tutti i ceti sociali, compresi quelli meno abbienti. Essa, in realtà, non farebbe altro che privilegiare una categoria assai ristretta di redditi elevati incrementando quel processo di erosione della progressività delle imposte già in atto da tre decenni. A ben vedere, la flat tax è il tentativo di un pezzo di classe dominante oggi in declino di rientrare sul carro dei vincitori del neoliberismo, a discapito solo ed unicamente dei lavoratori, sia in termine di maggiore peso fiscale sostenuto che in termini di minor welfare che sarà causato dalla riduzione delle entrate. In questo articolo cerchiamo di smascherare la retorica del governo giallo-verde sull’argomento.

 

Flat tax: chi ci guadagna?

La proposta del governo si articola come segue: per quanto riguarda i redditi delle persone fisiche, si passerebbe ad un sistema a due aliquote, al 15% e al 20%. La soglia di reddito che andrebbe a separare i due scaglioni dovrebbe essere fissata a 80.000 euro. Un’aliquota massima al 20% significa naturalmente un risparmio enorme di imposta per tutti i soggetti più benestanti o ricchi che attualmente pagano aliquote marginali fino al 43%. Risparmio tanto più intenso quanto più il reddito del contribuente è elevato.

Semplici calcoli hanno dimostrato che l’impatto della flat tax, anche nella versione a due aliquote del programma di governo, ridurrebbe fortemente le imposte sui redditi più elevati, con un effetto fortemente regressivo. A conti fatti un reddito di 30.000 euro annui finirebbe per pagare maggiori imposte, un reddito di 50.000 euro avrebbe un guadagno esiguo (1%), un reddito di 80.000 euro un guadagno del 15% e un reddito di 300.000 del 40% e così via, in un crescendo di regressività.

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economiaepolitica

Industria italiana: qual è la causa del declino?

di Domenico Moro

industria 640x541Negli ultimi anni si sono formate due opinioni contrapposte sulle cause della decadenza economica e industriale italiana. Schematizzando drasticamente, una riconduce tali cause all’integrazione economica e valutaria europea (Uem), l’altra assolve quest’ultima, escludendo di conseguenza l’utilità di una uscita del nostro Paese dall’euro e dalla Ue. Secondo quest’ultima visione il declino italiano sarebbe imputabile esclusivamente alla mancanza di una politica industriale, collegata alla fragilità della struttura industriale italiana, caratterizzata da imprese nane, poco orientate all’export, scarsamente innovative e concentrate in settori produttivi maturi (agroalimentare, turismo, beni di lusso).

 

Il declino italiano, tempi e cifre

Il primo aspetto da chiarire è se e in quale misura il declino italiano, nel Pil e nella manifattura, si sia manifestato nel periodo precedente all’introduzione dell’euro nel 2002. La dinamica del Pil non denota una marcata tendenza al declino, almeno in confronto alla Germania e alla Ue, prima dell’euro (Fig.1). La crescita media annua dell’Italia tra 1995 e 2007 è analoga a quella della Germania (1,5% contro 1,6%), mentre è inferiore, ma non di molto, rispetto a quella della Ue tra 1995 e 2001 (1,7% contro 2,4%). La divergenza tra l’Italia, da una parte, e la Ue e soprattutto la Germania, dall’altra, inizia dopo l’introduzione dell’euro, accelera con lo scoppio della crisi nel 2007-2008, ma si approfondisce solamente a partire dal 2011. Ad ogni modo, tra 2007 e 2017, l’Italia decresce mediamente per anno dello 0,6%, mentre la Ue cresce dello 0,8% e la Germania dell’1,2%.

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Mini-Bot della Lega? Meglio i Titoli di Sconto Fiscale

di Enrico Grazzini

mini bot lega 640x465L’enorme debito dello stato italiano – pari a circa 2.300 miliardi, ovvero al 132% del Prodotto Interno Lordo – è un macigno sulla strada di qualsiasi governo. Il problema del debito pubblico è aggravato dal fatto che questo è contratto in una “moneta straniera” che lo stato non controlla: cioè l’euro. E che lo stato italiano è costretto a contrarre nuovi debiti solo per pagare gli interessi sul debito, senza riuscire a rientrare dal debito stesso. E’ un circolo vizioso che dura da qualche decennio e che è difficile rompere. Non a caso il debito pubblico continua costantemente a crescere. E Il peso del debito impedisce all’economia di svilupparsi per ripagare il debito stesso.

Come risolvere il problema? Le soluzioni non sono semplici ma probabilmente esistono. In primo luogo la proposta è di rivitalizzare l’economia emettendo dei titoli con valore fiscale che funzionino come moneta complementare all’euro, e che quindi ridiano ossigeno e liquidità all’economia reale rilanciando i redditi delle famiglie e delle imprese e gli investimenti pubblici e privati.

In questo articolo esamineremo in particolare due progetti di moneta fiscale: quello dei mini-bot lanciato dalla Lega di Matteo Salvini, e quello dei Titoli di Sconto Fiscale. E confrontando le due proposte, per alcuni aspetti simili, cercherò di dimostrare che il progetto di emissione di Titoli di Sconto Fiscale è più efficace di quello dei mini-bot perché fa crescere notevolmente il PIL senza produrre nuovo debito pubblico, anzi, generando surplus.

In via preliminare è necessario sottolineare che ci sono due maniere di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL: la prima è di diminuire il debito; la seconda è di far crescere il PIL. La prima maniera è dolorosa e complessa perché comporta l’aumento delle tasse e/o la riduzione della spesa pubblica e/o la cessione del patrimonio pubblico. La seconda maniera – ovvero la crescita del PIL – è certamente molto più felice e positiva perché comporta lo sviluppo dell’economia e la fuoriuscita dall’austerità e dalla crisi.

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Contro l’ideologia della Flat Tax

di coniarerivolta

avanzatoLega e 5Stelle hanno costruito una fetta consistente del loro consenso sulla base di fumose ed incoerenti promesse di allentamento del giogo dell’austerità europea, che schiaccia l’Italia da quasi un decennio. Nonostante le fanfaronate, negli ultimi giorni il governo gialloverde sta tuttavia mostrando con estrema nettezza il suo vero volto: becero e demagogico nella gestione del fenomeno migratorio, completamente intriso di quell’indigesto misto tra liberismo sfrenato ed adesione disciplinata all’austerità europea sul piano economico. Il Ministro Tria richiama all’ordine ogni velleità, invocando la più stretta e inderogabile disciplina di bilancio ed affermando che fino al 2019 nulla che comporti costi aggiuntivi potrà essere approvato; nel mentre Salvini ed il suo circo di pseudo-economisti e rinnegati rilanciano, pur rimandandone l’entrata in vigore ad un futuro migliore, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale: la flat tax.

È questo, senza dubbio, il provvedimento più sfacciato ed esplicito nel suo tentativo di effettuare una redistribuzione di reddito dai poveri a favore dei ricchi, un provvedimento che, allo stato attuale, prevedrebbe due sole aliquote fiscali – al 15% e al 20% – per i redditi delle persone fisiche, cui si affiancherebbe un’aliquota unica o doppia (non è ancora chiaro) per tutte le tipologie di reddito di impresa, più bassa sia dell’attuale Irpef che dell’attuale imposta sulle società di capitali (IRES).

Salvini in persona ha provveduto ad esplicitare fuor d’ogni tecnicismo il significato politico e sociale della riforma fiscale che il governo ha in cantiere. Le sue parole, rilasciate pubblicamente alcuni giorni fa sono state chiarissime: “Chi guadagna di più deve pagare meno tasse. Se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, acquista una macchina in più, crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”.

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economiaepolitica

Mezzogiorno senza reddito e senza cittadinanza

di Salvatore Perri

mezzogiorno reddito di cittadinanza 640x696La proposta di istituire in Italia un reddito di cittadinanza, proposto come disegno di legge, dal movimento 5 stelle, e largamente utilizzato nella campagna elettorale, ha l’indubbio merito di aver rilanciato il dibattito sul reddito di base. Purtroppo la struttura della proposta, la confusione metodologica e tecnica da cui scaturisce, unita alle peculiari condizioni strutturali dell’economia del sud in particolare, potrebbe determinarne una sostanziale inefficacia, se l’obiettivo (non dichiarato) fosse quello di ridurre il divario strutturale fra nord e sud.

 

Reddito di base o Super-sussidio?

In primo luogo il reddito di cittadinanza proposto (RDC) non è un reddito di cittadinanza, la questione non è semantica[1]. Facendo riferimento al DDL proposto al Senato dal M5S è prevista la perdita del diritto a riceverlo nel caso non si accettino 3 proposte di lavoro “congrue” o si receda 2 volte da un lavoro. La possibilità di perderlo non lo configura come reddito incondizionato, bensì come un reddito erogabile a determinate condizioni economiche, all’accettazione delle proposte di lavoro a determinati percorsi formativi/lavorativi. Più precisamente, Tridico, infatti parla di Reddito Minimo Condizionato[2] (RMC). Di fatto questa proposta finisce per essere un’estensione del sussidio di disoccupazione aumentato fino a 780 euro mensili.  Obiettivo dichiarato del provvedimento, “riattivare gli inattivi”[3], ovvero far partecipare al mercato del lavoro coloro che ne sono esclusi, sostenendo il loro reddito nel periodo transitorio.

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micromega

Nazionalizzazione del debito pubblico e buoni fiscali per rilanciare l'economia senza austerità

di Enrico Grazzini

debito italia austerita riforme nazionalizzazioneL'enorme debito dello stato italiano pesa come un macigno sulla ripresa economica ed è il primo fondamentale problema che il nuovo governo nazional-popolare di 5 Stelle-Lega in via di formazione – certamente assai sgradito alla grande finanza e all'Unione Europea – dovrà affrontare. A causa del debito pubblico, e soprattutto della speculazione finanziaria che funziona come benzina sul fuoco, l'Italia resta il paese più vulnerabile dell'eurozona ed è sempre prossima alla crisi. L'Italia rischia di uscire dall'eurozona non tanto per il “sovranismo” del possibile governo giallo-verde e il suo presunto “anti-europeismo”, e neppure perché è troppo spendacciona – infatti lo stato da venti anni spende meno di quanto incassa con le tasse, al netto degli interessi sul debito -, ma semplicemente a causa della speculazione e dello spread.

Al di là delle valutazioni sui singoli provvedimenti di politica economica – come il reddito di cittadinanza e la flat tax -, la grande finanza e le istituzioni della UE non sopportano il programma anti-austerità e di difesa dell'economia nazionale che il nuovo governo annuncia di volere realizzare (almeno sulla carta). E quindi il nuovo possibile esecutivo è sotto attacco in Europa, mentre in Italia, sul fronte interno, è attaccato frontalmente anche da PD e Forza Italia che quando erano al governo hanno promosso le politiche di austerità. Paradossalmente le forze cosiddette populiste appaiono schierate a favore dell'intervento pubblico simil-Keynesiano e della difesa dell'interesse nazionale – e probabilmente per questo hanno ottenuto milioni di voti -, mentre il PD di centrosinistra con il suo europeismo, appare allineato (insieme a Forza Italia) dalla parte delle liberalizzazioni e dell'austerità imposta dai mercati finanziari, dai grandi investitori internazionali e dalla UE.

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coniarerivolta

Le uniche consultazioni che contano: la Banca Mondiale detta la linea

di coniarerivolta

milano1È proprio vero quello che si dice: in questo mondo non si possono mai dormire sonni tranquilli. Sono trascorsi due mesi dalle elezioni, ancora nessun Governo è all’orizzonte, i principali partiti italiani traccheggiano in trattative (presunte o tali) inutili e, cosa che non ci sorprende, sembrano non avere troppo tempo per partorire nuove ed originali misure antipopolari, riforme lacrime e sangue e simili. Potrebbe, tuttavia, trattarsi semplicemente di un periodo di relativa calma prima della tempesta.

All’orizzonte, infatti, nubi oscure si addensano, rappresentate dai “suggerimenti” che le istituzioni internazionali si prodigano a dispensare. Raccomandazioni di questo genere sono state di recente proposte dal Fondo Monetario Internazionale: un condensato di tagli alla spesa pubblica e riduzioni delle pensioni, compressioni dei salari e misure fiscali a favore dei ricchi. È adesso il turno della Banca Mondiale. In questo post cercheremo di spiegare quali misure abbiano in mente gli economisti che lavorano in questa organizzazione internazionale e quale distorta visione del mondo sia sottintesa a tali misure.

La Banca Mondiale è un’istituzione che ha come principale scopo (in teoria) quello di fornire assistenza ai paesi in via di sviluppo, aiutarli a modernizzare e rendere più competitive le loro economie. Non disdegna, tuttavia, di suggerire riforme strutturali ed interventi di politica economica anche alle economie capitaliste mature.

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sbilanciamoci

Più debito per uscire dalla crisi

di Andrea Baranes

Il problema dell’Italia è il debito pubblico. E’ stupefacente quanto poco ci si domandi – tra statistiche, impegni e dichiarazioni onnipresenti sulla riduzione del debito – per cosa lo Stato si stia indebitando. Lo Stato italiano ogni anno incassa più di quanto spende. Il problema sono gli interessi. Ma allora perchè non tornare alla proposta […]

Sonate N 2 Jean Sebastien BachIl problema dell’Italia è il debito pubblico. Non è nemmeno un argomento su cui discutere, ma un assunto evidente. Posto che il debito pubblico è eccessivo e ci strangola, ragioniamo pure di quali siano le strategie più efficaci per ridurlo il più velocemente possibile. Ma è davvero così, o è forse necessario fare un passo indietro?

Più che l’ammontare del debito pubblico, il faro che guida ogni scelta di politica economica è il rapporto tra debito e PIL. Cerchiamo di capire perché con un esempio semplificato. Ho un debito di 20.000 euro. E’ tanto o poco? Dipende. Se sono disoccupato e nullatenente, è enorme. Se guadagno un milione di euro l’anno, sono spiccioli o poco più. In altre parole, il valore di un debito va riportato a quanto si guadagna. L’esempio è forse fuorviante, anzi troppo spesso si sente dire che uno Stato dovrebbe comportarsi “come un buon padre di famiglia”, mentre la contabilità e gli obiettivi di una famiglia, un’impresa e una nazione sono completamente diversi. L’idea è comunque di misurare il debito in rapporto alla ricchezza prodotta per capirne la sostenibilità.

Anche qui sono però necessarie alcune precisazioni, soprattutto considerando quanto il rapporto debito/PIL definisca le politiche europee e italiane. Se dobbiamo accettare l’austerità, se il mantra degli ultimi anni è che “non ci sono i soldi”, se dobbiamo tagliare su servizi pubblici, pensioni o sanità, il problema è uno solo: dobbiamo ridurre il rapporto debito/PIL, e dobbiamo farlo a marce forzate. Il fiscal compact prevede di rientrare in 20 anni al famigerato 60%, mentre l’Italia viaggia oltre il 130%.

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economiaepolitica

Il reddito di cittadinanza è un diritto naturale?

di Luca Michelini

26231074 157922459211401. Vorrei proporre alcune brevi riflessioni sull’articolo di Beppe Grillo “Società senza lavoro”, pubblicato sul suo blog il 14 marzo 2018.

Le mie non vogliono essere riflessioni politiche e sono svolte per cercare di spostare il tenore della discussione che l’informazione sta cercando di imprimere a questa tematica. Basti dire che il “Corriere della sera” del 16 marzo con un articolo di P. Battista taccia Grillo di utopismo e di marxismo, onde meglio sottolineare il carattere “estremo, anzi estremista”, in ultima analisi totalitario (“si sa che nella storia molto spesso le utopie paradisiache hanno generato molti inferni totalitari terreni”) del pensiero del fondatore del Movimento Cinque Stelle e per sottolineare la netta torsione a sinistra che Grillo vorrebbe imprimere al movimento (niente aperture alla Lega, dunque)[1]. Per quanto la linea editoriale del “Corriere della sera” sia mutata con il cambio di proprietà, è però opportuno ricordare che il quotidiano milanese ha avuto un ruolo fondamentale nel definire il cosiddetto “liberismo di sinistra”, cioè l’ideologia portante del Partito Democratico. E questo ruolo lo ha giocato ben prima che questo partito venisse preso in mano da M. Renzi. Il neo-liberismo del maggior partito della cosiddetta sinistra italiana si definisce, infatti, già negli anni Novanta ed ha avuto nell’ex-classe dirigente del PCI un protagonista di primo piano[2].

Credo dunque sia opportuno commentare la riflessione di Grillo per quello che vuole essere: una riflessione meta-politica, anche se alla politica in ultima analisi vuole essere rivolta.

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senso comune

Le teorie (sbagliate) della classe disagiata

Una critica economica al libro di Raffaele Alberto Ventura

di Thomas Fazi

DJbGvzgW4AAomqV 1140x641Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura è stato uno dei saggi più discussi del 2017. La teoria del libro, in breve, è la seguente: un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere – la propria posizione nella piramide sociale, oggi deve fare i conti col fatto che quella vita che gli era stata promessa «non esiste». Per troppo tempo quella generazione, come le precedenti, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, accumulando così un debito pubblico impressionante.

Ma adesso i nodi sono venuti al pettine: i creditori bussano alla porta, costringendoci a fare i conti con l’insostenibilità di un modello di crescita “drogato” (in quanto, appunto, debito-centrico) e col fatto che le  «contraddizioni strutturali del sistema capitalista» – tra cui Ventura annovera la finanziarizzazione dell’economia, la robotizzazione, la domanda stagnante, il debito pregresso e persino la caduta tendenziale del saggio di profitto – rendono vana qualunque speranza di uscire dalla crisi attuale con le ricette “keynesiane” del passato. Ai “proletari cognitivi” di oggi (cui si rivolge in primis il libro di Ventura), dunque, non resta che rassegnarsi al proprio declassamento: disoccupazione, semi-occupazione, precariato, lavoro povero, ecc. sono l’inevitabile prezzo da pagare per aver ostentato troppo a lungo «una ricchezza che non abbiamo». Il senso del libro è tutto racchiuso nella sua chiosa kafkiana: «c’è molta speranza, ma nessuna per noi».

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economiaepolitica

Tre proposte per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL

di Enrico Grazzini

ridurre debito pubblico italia 640x425Tutti gli economisti e i politici riconoscono che il più grave e urgente problema che soffoca l’economia italiana è l’eccesso di debito pubblico. Tutti sono concordi: se il debito pubblico continua a crescere con questa dinamica diventerà insostenibile. La crescita reale del PIL italiano è attualmente di 1,5%, l’aumento dell’inflazione è pari a 0,8%, quindi la crescita nominale è del 2,3%, mentre gli interessi che paghiamo ai mercati finanziari sono pari a oltre il 3% del PIL. L’Italia produce ogni anno più debito che reddito. Come risolvere il problema ed evitare una crisi verticale dell’economia italiana?

Questo articolo si propone di esporre e di suggerire alcune possibili soluzioni mirate a diminuire il debito pubblico italiano e, più precisamente, a ridurre il rapporto debito/PIL.

Vale la pena citare innanzitutto alcuni dati che sono noti ma che è opportuno esplicitare in tutta la loro crudezza. Il debito pubblico italiano è pari a circa 2.218 miliardi di euro, cioè al 132,6 % del PIL che vale 1.672 mdi (dati Istat 2016). In valore assoluto il nostro debito segue solo quello degli Stati Uniti d’America, pari a 18.237 miliardi di dollari, Giappone, 10.557 miliardi e Cina, 5000 miliardi circa. Ma è il valore relativo rispetto al PIL che preoccupa: qui siamo dietro solo a Giappone, 200% sul PIL e Grecia, circa 175% . Soprattutto, il nostro debito pubblico cresce a spirale: lo stato italiano aumenta il suo debito per pagare gli interessi sul debito.

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sbilanciamoci

Rileggere Roosevelt contro l’inerzia della crisi

di Claudio Gnesutta

Giovanna Leone, Maurizio Franzini, Giuseppe Amari e Adolfo Pepe rileggono, da angolature diverse, il ruolo di Roosevelt nella trasformazione del capitalismo del secondo dopoguerra. Nel confronto sottinteso con l’oggi risalta il suo spirito riformista e umanista 

539w 1È nota l’argomentazione di Lakoff che i “progressisti” democratici, accettando le modalità di pensiero dei conservatori per paura di dire ciò in cui credono realmente, incontrino difficoltà nel costruire una narrazione persuasiva per i propri elettori e per quelli incerti. Rinunciando a prospettare una visione del mondo realmente alternativa depotenziano il loro linguaggio e l’immaginario ad esso correlato, indebolendo la carica emotiva rispetto allo status quo conservatore.

Non è il caso di Franklin Delano Roosevelt, quando alla Convenzione democratica del 2 luglio 1932 afferma che i “nostri leader repubblicani ci parlano di leggi economiche – sacre, inviolabili, immutabili – che causano situazioni di panico che nessuno può prevenire. Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame. Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono fatte dalla natura. Sono state fatte da esseri umani”. Si tratta di un rovesciamento radicale delle priorità politiche repubblicane che percorre il suo Looking Forward – la raccolta degli articoli e dei discorsi sviluppati nel corso della sua campagna elettorale per le presidenziali del 1933 – la cui traduzione è apparsa in questi giorni per i tipi della Castelvecchi editore. Il libro, Guardare al futuro. La politica contro l’inerzia della crisi, a cura di Giuseppe Amari e Maria Paola Del Rossi ha un’introduzione di J. K. Galbraith e comprende anche il Discorso di insediamento (4 marzo 1933) e la Prima chiacchierata al caminetto sul bank holiday (12 marzo 1933) dello stesso Roosevelt, le due lettere inviategli da Keynes (del 1934 e del 1938) sul suo New Deal e un articolo su “Il popolo d’Italia” del 1933 nel quale Mussolini rivendica al fascismo l’originalità dell’interventismo rooseveltiano.

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orizzonte48

Kalecki e la (vera) piena occupazione impossibile... senza (vera) sovranità

di Quarantotto

afirman haber encontrado carabela santa maria L 4w5uKT1. Ci siamo imbattuti in un'interessante questione storico-politica e, naturalmente, economica, sollevata in questo scambio di tweet:

Schermata del 2018 02 19 22 12 31

 

2. Anzitutto per poter porre complessivamente la questione in questi termini (cioè estesi all'ipotesi formulata nella risposta), occorrerebbe che fossero attualmente riconoscibili una serie di presupposti di fatto, politico-economici, di non secondaria importanza, considerata l'attuale situazione italiana (di accentuata e irrinunciabile de-sovranizzazione, persino caldeggiata nella sua ulteriore accentuazione), e cioè:

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micromega

Quale politica economica può fronteggiare il declino italiano?

di Nicolò Bellanca

banksydonna 580x408Un’analisi del declino economico italiano che, oltre ad essere scientificamente robusta, comporta preziose indicazioni di policy per una Sinistra rinnovata, prende le mosse dall’assunzione secondo cui, nel lungo periodo, corre una relazione costante tra il saggio di crescita dell’output e il saggio di crescita della produttività del lavoro[1]. Questa relazione è biunivoca, nel senso che ogni suo termine, nel mentre influenza l’altro, ne è influenzato. Nel caso concreto dell’Italia, sembra rilevante interpretare la relazione dal lato della domanda aggregata: è la prolungata caduta, da almeno un ventennio, della domanda interna a spiegare, in misura sostanziale, il rallentamento della produttività. Ciò è accaduto per molteplici intrecciate ragioni, che si sono amplificate a vicenda: l’innalzamento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi ha ridotto la quota dei salari sul Pil, e quindi il potere d’acquisto di ampie fasce della popolazione; l’orientamento degli imprenditori a dirigere gli elevati profitti degli scorsi decenni verso rendite, anziché verso impieghi produttivi, ha indebolito gli investimenti privati; l’elevata propensione al risparmio, specialmente da parte delle classi medie, ha, per tanti anni, trovato uno sbocco sicuro e redditizio nell’acquisto dei titoli di Stato, per rifinanziare il colossale debito pubblico; la scelta politica di tassare poco le banche e le imprese ha comportato una pronunciata pressione fiscale sui redditi da lavoro.

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keynesblog

L’austerità espansiva e i suoi oppositori

di Keynes blog

Austerity vs Stimulus: The Political Future of Economic Recovery, a cura di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli, Palgrave Macmillan, 178 pagine: http://www.palgrave.com/de/book/9783319504384

KeynesL’austerità ha fallito ed è tempo di bilanci. Ma è soprattutto giunto il momento di chiedersi perché, nonostante le politiche di restrizione fiscale abbiano sortito effetti più che negativi sul corso della crisi che ha travolto le economie occidentali (e quella europea in particolare), la discussione tra quanti ne sostengono l’efficacia e i fautori di posizioni keynesiane sia più accesa che mai. Secondo Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli , entrambi storici dell’economia, è importante comprendere il motivo per cui l’idea di austerità si è andata affermando in termini ideologici, arrivando a forzare l’interpretazione degli andamenti economici di volta in volta osservati pur di giustificare l’adozione di misure draconiane. E’ questo il tema di fondo che anima Austerity vs Stimulus, un’agile raccolta di articoli (in parte originali e in parte ripubblicazioni di precedenti uscite in volumi o da fonti giornalistiche) attraverso cui Skidelsky e Fraccaroli intendono mostrare come l’idea di austerità abbia acquistato sempre maggior forza soprattutto in virtù di un messaggio politico divenuto centrale per i partiti di centro – destra, che hanno dominato la scena politica europea da prima e lungo tutto l’arco della crisi. L’austerità si sposa infatti con la visione che la crescita economica debba essere trainata dal settore privato e che a tal fine l’intervento pubblico non interferisca con i meccanismi di “autoregolazione” del mercato.

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