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micromega

Lo Stato può emettere titoli fiscali senza downgrading per finanziare l'economia

di Enrico Grazzini

10273224L'autunno si profila molto caldo per l'Italia. Il nuovo governo vorrebbe realizzare manovre espansive per contrastare l'austerità ma i mercati finanziari puniscono l'aumento del deficit pubblico. Di fronte ai rischi incombenti di crisi della finanza pubblica, cercherò di dimostrare che l'emissione di Titoli di Sconto Fiscale da parte del governo non solo NON creerebbe un aumento del deficit ma rilancerebbe l'economia nazionale e rafforzerebbe anche il sistema bancario e assicurativo attualmente penalizzato dai rendimenti crescenti dei Titoli di Stato. Inoltre mi propongo di spiegare perché i Titoli di Sconto Fiscale verranno prevedibilmente promossi come investment grade dalle Agenzie di Rating, e quindi saranno accettati dalla Banca Centrale Europea e dai mercati finanziari e, da ultimo ma non per ultimo, potrebbero complessivamente rafforzare il sistema dell'euro[1].

Il governo, il Parlamento e le forze politiche e sociali, i sindacati e la Confindustria, dovrebbero discutere e approfondire questa proposta innovativa, controcorrente ma concreta, e promuovere rapidamente l'introduzione di questa nuova tipologia di titoli di stato. I Titoli di Sconto Fiscale non rappresentano certamente la panacea per tutti i mali ma possono costituire la soluzione più efficace e meno rischiosa per ridare liquidità e ossigeno all'economia reale.

In Italia non mancano le industrie e le capacità di produrre – come testimonia il saldo commerciale positivo verso l'estero -: mancano invece le risorse monetarie per fare ripartire l'economia. Manca il combustibile liquido per fare ripartire gli investimenti pubblici e privati, e i consumi. Il problema contingente è innanzitutto di natura monetaria e creditizia. Per questo motivo lo stato deve assumersi la responsabilità di introdurre strumenti di politica monetaria, pur restando pienamente nel campo dell'euro. Si tratta di mettere benzina in un motore che marcia troppo lentamente per mancanza di carburante.

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coniarerivolta

Contro il ricatto del debito pubblico

di coniarerivolta

Pubblichiamo di seguito il nostro contributo al testo “Giovani a sud della crisi”, curato dai compagni di Noi Restiamo, dove sono raccolti gli interventi del festival Collision // Rompere l’equilibrio. Nel ricatto del debito pubblico trovano una sintesi tutte le lotte che attendono i giovani della periferia d’Europa oggi: che fare?

mito di Sisifo Albert CamusI giovani a sud della crisi lottano ogni giorno per coltivare le loro aspirazioni, rivendicando un presente e un futuro che l’Europa della grande recessione sembra aver affossato definitivamente. Gli studenti medi si ribellano alla beffa dell’alternanza scuola/lavoro – che li vuole sfruttati fin dalla tenera età – mentre i più grandi combattono per sottrarsi al ricatto della disoccupazione, chiedono lavoro, una formazione universitaria di qualità, diritto allo studio e servizi sociali. La risposta che ricevono suona più o meno così: “Bellissime aspirazioni, ma c’è un problema: ognuno di voi nasce con 38.000 euro di debito pubblico sulle spalle, quindi scordatevi il presente, lasciate perdere il futuro e inventatevi qualcosa per iniziare a ripagarlo!”

È la narrazione dominante sul debito pubblico, che ci viene presentato come un mostro che cresce di 70.000 euro al minuto e sembra capace di divorare i sogni e le prospettive dei giovani, fomentando uno scontro intergenerazionale tra padri e figli: quel debito sarebbe il lascito dei nostri padri, che avrebbero vissuto al di sopra delle loro possibilità lasciando a noi il conto salato della loro dissipatezza.

 

Se il problema è il debito pubblico, quale è la soluzione? Che fare?

Due sembrano essere le possibili risposte politiche. Una è la risposta del potere, l’austerità: dovete ripagare tutto, fino all’ultimo centesimo, con tagli alla spesa pubblica, lacrime e sangue sacrificando sull’altare del risanamento dei conti lo stato sociale ed i diritti conquistati. Dall’altra parte della barricata si fa strada l’idea che si debba combattere il mostro anziché arrendersi ad esso e finire schiavi: il ripudio del debito appare come l’unica reazione politica coerente con le lotte sociali di chi combatte per riprendersi il presente e il futuro. Piuttosto che sdebitarci rimpinguando le tasche di banche e speculatori, rispediamo il debito al mittente e andiamo avanti – come se il debito non ci fosse.

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economiaepolitica

Manovra economica, debito e crescita in Italia

di Pasquale Tridico, Giacomo Bracci

Negli ultimi anni l’austerità ha depresso l’economia italiana e fatto crescere il debito pubblico. L’Italia sta per varare ora una politica più espansiva e, secondo l’analisi di Pasquale Tridico e Giacomo Bracci, la manovra spingerà la crescita e ridurrà il rapporto debito-Pil

manovra italianadebito e crescita 640x274L’Italia non è affatto un paese spendaccione, o che ha vissuto sopra le sue possibilità come è stato più volte detto: non è quindi un paese che si merita una cura dimagrante. Per dirlo basta dare uno sguardo ai dati. Il dato sicuramente più importante, come sanno gli economisti, è il saldo di bilancio primario, ovvero la differenza fra spesa pubblica e tassazione, che è in attivo da due decenni. Come ha ricordato un economista francese, molto influente in Europa, Jean Pisani-Ferry su Project Syndicate proprio lo scorso maggio, il debito pubblico italiano non è il risultato di disavanzi primari scellerati: il saldo di bilancio primario, con l’eccezione del 2009, è stato in attivo per oltre 20 anni. Ciò significa, in sostanza, che i governi italiani hanno tassato più di quanto hanno speso per consumi e investimenti, ed è stata la piuttosto la spesa per interessi a far crescere il disavanzo e il debito. Come si evince dalla Figura 1, il saldo primario di bilancio dell’Italia è stato costantemente al di sopra del saldo primario francese dal 1995 al 2018, restando peraltro molto al di sopra di quello spagnolo dopo il 2007, e di sopra a quello tedesco, almeno fino al 2006, e poi sostanzialmente in linea con quest’ultimo. Dalla metà degli anni ’90, perciò, l’Italia ha praticato una sostanziale politica di contenimento del bilancio pubblico, cumulando in 23 anni un avanzo primario di +54%, mentre la Francia ha cumulato nello stesso periodo un disavanzo primario di -21%. Peggio della Francia la Spagna, mentre la Germania un po’ meglio, ma comunque inferiore rispetto all’Italia come è evidente dalla figura in basso.

Questo tuttavia non ha aiutato la crescita del Pil italiano. Anzi. Probabilmente, come sostengono in molti, e non solo economisti keynesiani, questo ha contribuito a una dinamica stagnante del Pil e ad un aumento del rapporto debito/Pil.

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economiaepolitica

L’esplosione del debito pubblico senza un prestatore di ultima istanza

di Domenico Moro

I trattati europei e l’euro, imponendo austerità e inibendo l’implementazione di politiche economiche su misura per le necessità dei singoli Paesi, hanno ottenuto il risultato opposto a quello previsto dai decisori politici e dalla dirigenza della Banca d’Italia negli anni’80 e ’90: il debito pubblico italiano è aumentato

esplosione debito pubblico 640x408Il debito pubblico è in Italia uno dei temi principali, se non il principale, attorno al quale ruotano il dibattito economico e le scelte politiche. Il debito pubblico, giudicato eccessivo, è stata una delle motivazioni per l’adesione all’euro e ai trattati europei, allo scopo di costringere governi e parlamenti a una maggiore disciplina di bilancio, incidendo anche oggi sulle scelte di spesa e di politica economica. La maggior parte del debito pubblico attuale si è formata tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, raddoppiando dal 59,9% sul Pil del 1981 al 124,9% del 1994. Nonostante i vincoli europei alla spesa pubblica, oggi il debito risulta superiore ai livelli dei primi anni ’90, raggiungendo il 131,8% sul Pil contro il 75,7% della media Ue e il 79% della media dell’area euro, ed essendo inferiore in Europa al solo debito greco.

L’obiettivo del presente articolo è capire perché il debito è raddoppiato tra 1981 e 1994 e perché successivamente non si è riusciti a ridurlo in modo significativo e duraturo.

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effimera

Un colpo al cerchio, uno alla botte

Considerazioni (provvisorie) sul Documento di Economia e Finanza 2019

di Andrea Fumagalli

giocolieri e non A una setttimana dalla riunione del Consiglio dei Ministri che ha definito i primi contenuti del Documento di Economa e Finanza (DEF) per il 2019 e dopo giorni di discussione sul come ripartire le risorse e dove trovare modo di finanziare le varie misure, solo oggi (5 ottobre 2018), a una settimana dal termine ultimo per la presentazione del Def (28 settembre), sembrano essere disponibili i numeri che dovrebbero rendere attuative e concrete le proposte di politica economica declamate. Sulla base delle dichiarazioni e dei documenti esistenti, la manovra 2019 dovrebbe valere (il condizionale è d’obbligo) 33,5 miliardi, di cui 27,2 reperiti tramite indebitamento (il rapporto deficit/PIL passa dall’1,6% al 2,4% nel 2019, per poi scendere al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, contrariamente a quanto in inizialmente deliberato). Al netto dei 12,5 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva al 24% (clausola capestro ereditata dal governo Monti, senza che nessuno, destra e sinistra, dicesse alcunché…), il governo dovrebbe avere a disposizione circa 21 miliardi.

Al netto delle spese improrogabili (per la gestione corrente delle funzioni statali), e, notizia dell’ultima ora, al netto di circa 1 miliardo per l’assunzione di circa 1000 nuovi poliziotti (la repressione non sottostà a vincoli di bilancio!), ne rimangono circa 18-19. Tale somma dovrebbe distribuirsi (il condizionale è d’obbligo) nel seguente modo: 6,5 miliardi per il cosiddetto reddito di cittadinanza; 1 miliardo per la riforma dei centro per l’impiego; 1,5 miliardi per portare le pensioni minime a 780 euro mensili, per un totale di 9 miliardi; 7 miliardi per il superamento della riforma Fornero (che dovrebbe interessare tra le 400.000 e le 500.000 persone, a seconda di come la quota 100 viene calcolata); 2 miliardi per l’unica aliquota del 15% a circa un milione di partite Iva per poi estenderla alle imprese (che hanno già beneficiato di ingenti sgravi fiscali sulla decontribuzione, sugli investimenti e sui profitti); 1 miliardo (e non 1,5 come inizialmente dichiarato) per il rimborso dei truffati dalle banche.

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comedonchisciotte

Come si ferma lo Spread?

di Fabio Conditi

comedonchisciotte controinformazione alternativa spread sale 660x330Come si ferma lo Spread ? È bastato un “provocatorio” 2,4% di deficit, che lo Spread ha ricominciato a crescere.

Prevedibile come il sole che sorge all’alba.

A conferma che l’art.1 della Costituzione andrebbe cambiato, come abbiamo scritto durante la crisi istituzionale su Paolo Savona >>>QUI: “L’Italia è una Repubblica non democratica, fondata sulla schiavitù. La sovranità appartiene alla Finanza, che la esercita nelle forme e nei limiti dei mercati finanziari”.

I mercati finanziari hanno i carri armati capaci di sparare miliardi di moneta elettronica creata dal nulla dalle loro banche, non si possono affrontare senza sovranità monetaria e con i piedi incatenati all’enorme palla di ferro del debito pubblico.

Prima bisogna mettere in sicurezza il paese e le ricette le sanno anche i muri, ma non è di questo che vi vogliamo parlare: analizziamo nel dettaglio come si ferma lo Spread anche senza utilizzare la nostra sovranità monetaria e fiscale.

Facciamo finta, una volta tanto, che lo Stato sia come una famiglia e che quindi sia necessario ripagare il debito pubblico, altrimenti l’Italia va in default (ovviamente non è vero!).

 

Il ricatto del debito pubblico

Giornali, tv, siti web, blog; non c’è forse argomento più dibattuto che non sia il debito pubblico italiano, la sua origine, il suo costo ed i problemi ad esso correlati.

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blackblog

Questa società è troppo ricca per il capitalismo!

di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle

La casalinga sveva e i parassiti della società

troppo casalinga6Due posizioni apparentemente inconciliabili caratterizzano la controversia politica su come vada affrontata la crisi. Mentre gli uni, per rilanciare la crescita economica, vogliono ancora continuare sempre ad aprire le valvole monetarie ed applicare dei nuovi programmi congiunturali, gli altri difendono un rigoroso orientamento all'austerità. I due campi pretendono che, nel caso venga applicato il loro piano, la crisi potrà essere superata, e che il modo di produzione capitalistico potrà essere ripristinato su delle solide basi. Si potrebbe pensare che ancora una volta stiamo assistendo al vecchio dibattito che opponeva l'orientamento keynesiano a quello liberale, un dibattito cui nel secolo passato abbiamo assistito tante volte. Ma dove il sistema di riferimento a tale controversia viene meno, in quanto la crisi indebolisce in maniera irrevocabile le basi della produzione della ricchezza capitalistica, ecco che la cosa degenera in sinistra farsa. Tuttavia, i protagonisti non se ne rendono nemmeno contro, oppure riescono benissimo a fare finta di niente. Continuano ad interpretare instancabilmente lo stesso spettacolo, mentre la scena sotto i loro piedi appare essere sempre più decrepita. Il conflitto fra le loro visioni non rimane tuttavia senza conseguenze, poiché, anche se nessuno dei due piani è in grado di offrire un'uscita dalla crisi, nondimeno assegnano il loro carattere alla gestione di tale crisi, e quindi anche alle ripercussioni concrete che tali misure hanno sulla società.

In Germania, la politica di austerità gode tradizionalmente di un favore particolare. Si sente dire dappertutto che la società avrebbe «vissuto a spese dell'avvenire», e che nel presente si tratta di dover fare delle economie.

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vocidallestero

La macroeconomia e il voto italiano

di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati

Proponiamo con piacere la traduzione di un articolo apparso su INET Blog, di grande attualità per il nostro paese. Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati, rispettivamente assegnista di ricerca e professore ordinario di Economia politica presso il dipartimento di Economia dell’Università di Roma Tre, ci invitano a fare un passo indietro ed esaminare le cause macroeconomiche che hanno portato alla vittoria dell’attuale coalizione di governo, tenendo d’occhio anche le sfide che attendono i partiti di governo nei prossimi mesi

Venezia dal portico della Madonna della Salute William Turner analisiPer comprendere l’ascesa della Lega e del Movimento Cinque Stelle basta dare un’occhiata agli indicatori economici.

I risultati delle elezioni del 2018 in Italia – con il successo del Movimento Cinque Stelle, l’importanza relativa acquisita dalla Lega Nord, e il netto calo con conseguente disgregazione del Partito Democratico – hanno attirato molta attenzione all’estero e forse anche suscitato qualche sorpresa. Il carattere anti-euro e anti-austerità di gran parte della retorica pre-elettorale dei due partiti al potere è stato vicino a provocare una crisi istituzionale nel Paese e ha generato le reazioni, tra l’irritato e l’arrogante, di vari leader e commentatori europei.

In questo breve contributo non è nostra intenzione fare un’analisi sociologica né politica del voto, per la quale non abbiamo competenze, ma fornire alcuni dati sulle tendenze macroeconomiche e sulla disuguaglianza e la distribuzione del reddito nell’ultimo decennio, oltre a ulteriori informazioni sui fatti antecedenti alla crisi del 2008. In questo modo pensiamo di poter aiutare a chiarire alcuni equivoci e facilitare una migliore comprensione del perché la maggioranza degli italiani abbia votato chiaramente contro “riavere la stessa cosa”, per quanto capire a favore di cosa abbiano effettivamente votato potrebbe essere meno chiaro.

Non ci soffermeremo sulla questione scottante e complessa dell’immigrazione, che è comunque centrale nel dibattito politico interno in Italia e in altri paesi europei e allo stesso tempo rivela così apertamente la disunione europea e l’incapacità di unire gli sforzi per affrontarla. Tuttavia, riteniamo che le informazioni riportate di seguito possano indicare che, anche senza tenere conto dell’immigrazione, i problemi economici e sociali siano tali da indirizzare in buona parte la politica italiana nella stessa direzione e misura.

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coniarerivolta

Una questione di classe: perché la flat tax conviene al capitale

di coniarerivolta

boxesLa flat tax proposta dal Governo di Lega e Cinque Stelle viene presentata come una grande riforma fiscale che sarà di beneficio a tutti i ceti sociali, compresi quelli meno abbienti. Essa, in realtà, non farebbe altro che privilegiare una categoria assai ristretta di redditi elevati incrementando quel processo di erosione della progressività delle imposte già in atto da tre decenni. A ben vedere, la flat tax è il tentativo di un pezzo di classe dominante oggi in declino di rientrare sul carro dei vincitori del neoliberismo, a discapito solo ed unicamente dei lavoratori, sia in termine di maggiore peso fiscale sostenuto che in termini di minor welfare che sarà causato dalla riduzione delle entrate. In questo articolo cerchiamo di smascherare la retorica del governo giallo-verde sull’argomento.

 

Flat tax: chi ci guadagna?

La proposta del governo si articola come segue: per quanto riguarda i redditi delle persone fisiche, si passerebbe ad un sistema a due aliquote, al 15% e al 20%. La soglia di reddito che andrebbe a separare i due scaglioni dovrebbe essere fissata a 80.000 euro. Un’aliquota massima al 20% significa naturalmente un risparmio enorme di imposta per tutti i soggetti più benestanti o ricchi che attualmente pagano aliquote marginali fino al 43%. Risparmio tanto più intenso quanto più il reddito del contribuente è elevato.

Semplici calcoli hanno dimostrato che l’impatto della flat tax, anche nella versione a due aliquote del programma di governo, ridurrebbe fortemente le imposte sui redditi più elevati, con un effetto fortemente regressivo. A conti fatti un reddito di 30.000 euro annui finirebbe per pagare maggiori imposte, un reddito di 50.000 euro avrebbe un guadagno esiguo (1%), un reddito di 80.000 euro un guadagno del 15% e un reddito di 300.000 del 40% e così via, in un crescendo di regressività.

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economiaepolitica

Industria italiana: qual è la causa del declino?

di Domenico Moro

industria 640x541Negli ultimi anni si sono formate due opinioni contrapposte sulle cause della decadenza economica e industriale italiana. Schematizzando drasticamente, una riconduce tali cause all’integrazione economica e valutaria europea (Uem), l’altra assolve quest’ultima, escludendo di conseguenza l’utilità di una uscita del nostro Paese dall’euro e dalla Ue. Secondo quest’ultima visione il declino italiano sarebbe imputabile esclusivamente alla mancanza di una politica industriale, collegata alla fragilità della struttura industriale italiana, caratterizzata da imprese nane, poco orientate all’export, scarsamente innovative e concentrate in settori produttivi maturi (agroalimentare, turismo, beni di lusso).

 

Il declino italiano, tempi e cifre

Il primo aspetto da chiarire è se e in quale misura il declino italiano, nel Pil e nella manifattura, si sia manifestato nel periodo precedente all’introduzione dell’euro nel 2002. La dinamica del Pil non denota una marcata tendenza al declino, almeno in confronto alla Germania e alla Ue, prima dell’euro (Fig.1). La crescita media annua dell’Italia tra 1995 e 2007 è analoga a quella della Germania (1,5% contro 1,6%), mentre è inferiore, ma non di molto, rispetto a quella della Ue tra 1995 e 2001 (1,7% contro 2,4%). La divergenza tra l’Italia, da una parte, e la Ue e soprattutto la Germania, dall’altra, inizia dopo l’introduzione dell’euro, accelera con lo scoppio della crisi nel 2007-2008, ma si approfondisce solamente a partire dal 2011. Ad ogni modo, tra 2007 e 2017, l’Italia decresce mediamente per anno dello 0,6%, mentre la Ue cresce dello 0,8% e la Germania dell’1,2%.

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economiaepolitica

Mini-Bot della Lega? Meglio i Titoli di Sconto Fiscale

di Enrico Grazzini

mini bot lega 640x465L’enorme debito dello stato italiano – pari a circa 2.300 miliardi, ovvero al 132% del Prodotto Interno Lordo – è un macigno sulla strada di qualsiasi governo. Il problema del debito pubblico è aggravato dal fatto che questo è contratto in una “moneta straniera” che lo stato non controlla: cioè l’euro. E che lo stato italiano è costretto a contrarre nuovi debiti solo per pagare gli interessi sul debito, senza riuscire a rientrare dal debito stesso. E’ un circolo vizioso che dura da qualche decennio e che è difficile rompere. Non a caso il debito pubblico continua costantemente a crescere. E Il peso del debito impedisce all’economia di svilupparsi per ripagare il debito stesso.

Come risolvere il problema? Le soluzioni non sono semplici ma probabilmente esistono. In primo luogo la proposta è di rivitalizzare l’economia emettendo dei titoli con valore fiscale che funzionino come moneta complementare all’euro, e che quindi ridiano ossigeno e liquidità all’economia reale rilanciando i redditi delle famiglie e delle imprese e gli investimenti pubblici e privati.

In questo articolo esamineremo in particolare due progetti di moneta fiscale: quello dei mini-bot lanciato dalla Lega di Matteo Salvini, e quello dei Titoli di Sconto Fiscale. E confrontando le due proposte, per alcuni aspetti simili, cercherò di dimostrare che il progetto di emissione di Titoli di Sconto Fiscale è più efficace di quello dei mini-bot perché fa crescere notevolmente il PIL senza produrre nuovo debito pubblico, anzi, generando surplus.

In via preliminare è necessario sottolineare che ci sono due maniere di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL: la prima è di diminuire il debito; la seconda è di far crescere il PIL. La prima maniera è dolorosa e complessa perché comporta l’aumento delle tasse e/o la riduzione della spesa pubblica e/o la cessione del patrimonio pubblico. La seconda maniera – ovvero la crescita del PIL – è certamente molto più felice e positiva perché comporta lo sviluppo dell’economia e la fuoriuscita dall’austerità e dalla crisi.

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coniarerivolta

Contro l’ideologia della Flat Tax

di coniarerivolta

avanzatoLega e 5Stelle hanno costruito una fetta consistente del loro consenso sulla base di fumose ed incoerenti promesse di allentamento del giogo dell’austerità europea, che schiaccia l’Italia da quasi un decennio. Nonostante le fanfaronate, negli ultimi giorni il governo gialloverde sta tuttavia mostrando con estrema nettezza il suo vero volto: becero e demagogico nella gestione del fenomeno migratorio, completamente intriso di quell’indigesto misto tra liberismo sfrenato ed adesione disciplinata all’austerità europea sul piano economico. Il Ministro Tria richiama all’ordine ogni velleità, invocando la più stretta e inderogabile disciplina di bilancio ed affermando che fino al 2019 nulla che comporti costi aggiuntivi potrà essere approvato; nel mentre Salvini ed il suo circo di pseudo-economisti e rinnegati rilanciano, pur rimandandone l’entrata in vigore ad un futuro migliore, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale: la flat tax.

È questo, senza dubbio, il provvedimento più sfacciato ed esplicito nel suo tentativo di effettuare una redistribuzione di reddito dai poveri a favore dei ricchi, un provvedimento che, allo stato attuale, prevedrebbe due sole aliquote fiscali – al 15% e al 20% – per i redditi delle persone fisiche, cui si affiancherebbe un’aliquota unica o doppia (non è ancora chiaro) per tutte le tipologie di reddito di impresa, più bassa sia dell’attuale Irpef che dell’attuale imposta sulle società di capitali (IRES).

Salvini in persona ha provveduto ad esplicitare fuor d’ogni tecnicismo il significato politico e sociale della riforma fiscale che il governo ha in cantiere. Le sue parole, rilasciate pubblicamente alcuni giorni fa sono state chiarissime: “Chi guadagna di più deve pagare meno tasse. Se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, acquista una macchina in più, crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”.

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economiaepolitica

Mezzogiorno senza reddito e senza cittadinanza

di Salvatore Perri

mezzogiorno reddito di cittadinanza 640x696La proposta di istituire in Italia un reddito di cittadinanza, proposto come disegno di legge, dal movimento 5 stelle, e largamente utilizzato nella campagna elettorale, ha l’indubbio merito di aver rilanciato il dibattito sul reddito di base. Purtroppo la struttura della proposta, la confusione metodologica e tecnica da cui scaturisce, unita alle peculiari condizioni strutturali dell’economia del sud in particolare, potrebbe determinarne una sostanziale inefficacia, se l’obiettivo (non dichiarato) fosse quello di ridurre il divario strutturale fra nord e sud.

 

Reddito di base o Super-sussidio?

In primo luogo il reddito di cittadinanza proposto (RDC) non è un reddito di cittadinanza, la questione non è semantica[1]. Facendo riferimento al DDL proposto al Senato dal M5S è prevista la perdita del diritto a riceverlo nel caso non si accettino 3 proposte di lavoro “congrue” o si receda 2 volte da un lavoro. La possibilità di perderlo non lo configura come reddito incondizionato, bensì come un reddito erogabile a determinate condizioni economiche, all’accettazione delle proposte di lavoro a determinati percorsi formativi/lavorativi. Più precisamente, Tridico, infatti parla di Reddito Minimo Condizionato[2] (RMC). Di fatto questa proposta finisce per essere un’estensione del sussidio di disoccupazione aumentato fino a 780 euro mensili.  Obiettivo dichiarato del provvedimento, “riattivare gli inattivi”[3], ovvero far partecipare al mercato del lavoro coloro che ne sono esclusi, sostenendo il loro reddito nel periodo transitorio.

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Nazionalizzazione del debito pubblico e buoni fiscali per rilanciare l'economia senza austerità

di Enrico Grazzini

debito italia austerita riforme nazionalizzazioneL'enorme debito dello stato italiano pesa come un macigno sulla ripresa economica ed è il primo fondamentale problema che il nuovo governo nazional-popolare di 5 Stelle-Lega in via di formazione – certamente assai sgradito alla grande finanza e all'Unione Europea – dovrà affrontare. A causa del debito pubblico, e soprattutto della speculazione finanziaria che funziona come benzina sul fuoco, l'Italia resta il paese più vulnerabile dell'eurozona ed è sempre prossima alla crisi. L'Italia rischia di uscire dall'eurozona non tanto per il “sovranismo” del possibile governo giallo-verde e il suo presunto “anti-europeismo”, e neppure perché è troppo spendacciona – infatti lo stato da venti anni spende meno di quanto incassa con le tasse, al netto degli interessi sul debito -, ma semplicemente a causa della speculazione e dello spread.

Al di là delle valutazioni sui singoli provvedimenti di politica economica – come il reddito di cittadinanza e la flat tax -, la grande finanza e le istituzioni della UE non sopportano il programma anti-austerità e di difesa dell'economia nazionale che il nuovo governo annuncia di volere realizzare (almeno sulla carta). E quindi il nuovo possibile esecutivo è sotto attacco in Europa, mentre in Italia, sul fronte interno, è attaccato frontalmente anche da PD e Forza Italia che quando erano al governo hanno promosso le politiche di austerità. Paradossalmente le forze cosiddette populiste appaiono schierate a favore dell'intervento pubblico simil-Keynesiano e della difesa dell'interesse nazionale – e probabilmente per questo hanno ottenuto milioni di voti -, mentre il PD di centrosinistra con il suo europeismo, appare allineato (insieme a Forza Italia) dalla parte delle liberalizzazioni e dell'austerità imposta dai mercati finanziari, dai grandi investitori internazionali e dalla UE.

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coniarerivolta

Le uniche consultazioni che contano: la Banca Mondiale detta la linea

di coniarerivolta

milano1È proprio vero quello che si dice: in questo mondo non si possono mai dormire sonni tranquilli. Sono trascorsi due mesi dalle elezioni, ancora nessun Governo è all’orizzonte, i principali partiti italiani traccheggiano in trattative (presunte o tali) inutili e, cosa che non ci sorprende, sembrano non avere troppo tempo per partorire nuove ed originali misure antipopolari, riforme lacrime e sangue e simili. Potrebbe, tuttavia, trattarsi semplicemente di un periodo di relativa calma prima della tempesta.

All’orizzonte, infatti, nubi oscure si addensano, rappresentate dai “suggerimenti” che le istituzioni internazionali si prodigano a dispensare. Raccomandazioni di questo genere sono state di recente proposte dal Fondo Monetario Internazionale: un condensato di tagli alla spesa pubblica e riduzioni delle pensioni, compressioni dei salari e misure fiscali a favore dei ricchi. È adesso il turno della Banca Mondiale. In questo post cercheremo di spiegare quali misure abbiano in mente gli economisti che lavorano in questa organizzazione internazionale e quale distorta visione del mondo sia sottintesa a tali misure.

La Banca Mondiale è un’istituzione che ha come principale scopo (in teoria) quello di fornire assistenza ai paesi in via di sviluppo, aiutarli a modernizzare e rendere più competitive le loro economie. Non disdegna, tuttavia, di suggerire riforme strutturali ed interventi di politica economica anche alle economie capitaliste mature.