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scienzaepolitica

La Costituzione nelle fabbriche*

Appunti su contratto sociale fordista e compromesso costituente

di Bruno Settis**

Il «compromesso costituente» tra cultura liberale, cattolica e socialista-comunista e il «compromesso fordista-keynesiano» tra capitale e lavoro sono due sintesi o formule correnti: vengono spesso incastrate, talvolta sovrapposte o quasi, per via della loro convergenza sulla centralità del lavoro, posto dal primo a fondazione della costituenda repubblica, dall'altro al centro del circolo virtuoso di produzione di massa e consumo di massa. A partire da una rilettura critica di queste sintesi, si proporranno alcune linee di ricerca per la storia repubblicana, non prive di rilievo per il lessico politico contemporaneo

440px 1910Ford T1. Introduzione: oltre l'illuminismo

In un celebre discorso tenuto all’Assemblea Costituente il 6 marzo 1947, rispondendo alle critiche rivolte da Piero Calamandrei al progetto elaborato dalla Commissione dei 75, Lelio Basso spiegò che la Costituzione avrebbe dovuto essere «aperta verso tutte le trasformazioni democratiche future, e Costituzione che sia riflesso delle trasformazioni già avvenute o in atto, ed espressione della coscienza popolare collettiva»1. In questa dimensione, e non in quella della politica politicante, il Partito Socialista di Unità Proletaria era pronto a votare «con perfetta lealtà» articoli come quello in cui si accettava la proprietà privata (per la precisione, la si riconosceva e garantiva, assieme alla sua funzione sociale), vedendo in essi l’«espressione della complessa realtà oggi in atto».

La legge fondamentale dello Stato avrebbe dovuto esprimere perciò non solo il compromesso tra i partiti e le tradizioni politiche del paese, né la giustapposizione di illuminismo e mazzinianismo (una fusione di cui il progetto dei 75 recava ancora l’impronta nei «diritti e doveri del cittadino»), ma anche «il punto di equilibrio delle forze sociali che sono in atto in un determinato momento».

il rasoio di occam

Contraddizioni del capitale e del ‘lavoro di cura’

di Nancy Fraser*

chi è badanteSenza tutto quello che va comunemente sotto il nome di ‘lavoro di cura’ – mettere al mondo e crescere bambini, occuparsi di amici e familiari eccetera – non vi sarebbero cultura, economia, organizzazione politica. Ma tutti questi processi di ‘riproduzione sociale’ – storicamente assegnati al lavoro delle donne – vivono oggi una profonda crisi. Una crisi che, secondo Nancy Fraser, autrice insieme ad Axel Honneth di Redistribuzione o riconoscimento?, è espressione più o meno acuta delle contraddizioni sociali-riproduttive del capitalismo finanziarizzato, che da un lato dipende da questo lavoro di cura per la produzione economica e dall’altro tende a penalizzare quelle stesse capacità riproduttive di cui ha bisogno.

La «crisi della cura» è oggi un argomento centrale nel dibattito pubblico[1]. Spesso associata alle idee di «mancanza di tempo», «conciliazione lavoro-famiglia» e «impoverimento sociale», fa riferimento alle pressioni che, da più direzioni, stanno attualmente limitando un insieme fondamentale di capacità sociali: mettere al mondo e crescere bambini, prendersi cura di amici e familiari, sostenere famiglie e più ampie comunità, e più in generale mantenere legami[2]. Storicamente, questi processi di «riproduzione sociale» sono stati assegnati al lavoro delle donne, anche se gli uomini ne hanno sempre svolto una parte.

thomasproject

I Paria urbani fra le due sponde dell’Atlantico

Analogie e differenze fra ghetto americano e banlieue francese

di Francesco Biagi

La redazione di Thomasproject ringrazia la rivista «Il Ponte» per la possibilità di riprodurre la recensione di Francesco Biagi al libro  I reietti della città. Ghetto, periferia, stato di Loïc Wacquant (edizione italiana e traduzione a cura di Sonia Paone e Agostino Petrillo, Pisa, ETS, 2016, pp. 372; ed. or. Urban Outcasts: A Comparative Sociology of Advanced Marginality, Cambridge, Polity Press, 2008). L’articolo è uscito nel n. 10 de «Il Ponte», Ottobre 2017, ISSN: 0032-423 X 

la haine l odio asian dub foundation roma«Parlare oggi di “banlieue problematica” o di “ghetto” significa evocare, in modo quasi automatico, non delle “realtà”, d’altronde largamente sconosciute da parte di quelli che ne parlano più volentieri, ma dei fantasmi, nutriti di esperienze emotive suscitate da parole o immagini più o meno incontrollate. […] È dunque, più che mai necessario praticare un pensiero para-dossale: ossia il pensiero che, erigendosi al tempo stesso contro il buon senso e contro i buoni sentimenti, si esponga di apparire ai benpensanti delle due sponde o come un partito preso, mosso dal desiderio di épater le bourgeois, o come una forma d’indifferenza insopportabile nei confronti della miseria dei più bisognosi. Si può operare una rottura rispetto alle false evidenze e agli errori inscritti nel pensiero sostanzialista dei luoghi, solo a condizione di operare un’analisi rigorosa dei rapporti tra le strutture dello spazio sociale e le strutture dello spazio fisico.»[1]

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Ludwig Wittgenstein nelle annotazioni filosofiche presenti in Pensieri diversi sostiene che «il linguaggio ha pronte per tutti le stesse trappole» come se fosse «un’enorme rete di strade sbagliate ben praticabili» dove impietriti assistiamo «l’uno dopo l’altro percorrere le stesse strade e sappiamo già dove adesso devierà, dove proseguirà dritto senza notare la biforcazione».[2]

sinistra

Apriamo connessioni operaie globali

Verso prossime esperienze e ribellioni per un ancora possibile riscatto dell’umanità

di Karlo Raveli

Luxemburg AccumulazioneCosa unisce l'Europa del 1848, il Biennio rosso 1916-17 con l’epica e poi tragica rivoluzione sovietica, in seguito la tedesca 1918-19 e successivamente la straordinaria cinese (1946-49), con consecutive rivolte di liberazione nazionale degli anni '50 e '60, sfociate a loro volta negli anni sessanta e settanta in straordinari movimenti sociali mondiali, soprattutto giovanili? Possono essere interpretate come tappe significative di maturazione dei potenziali di riscatto dell’umanità.

Si tratta cioè di momenti storici appassionanti che si contrappongono all’allarmante sfondo di un quadro sempre più sconcertante e devastatore, quanto mondialmente concatenato: quello del modello di sviluppo umano ormai dominante da vari secoli e chiamato capitalismo. Per far fronte al quale appare sempre più indifferibile il recupero e la valorizzazione di alcune solide e indispensabili chiavi di conoscenza e coscienza per le ormai indifferibili ribellioni. Chiavi teoriche e politiche, per cominciare, ma anche o forse soprattutto culturali. Oltre all’impellente ricerca di altre nuove o inedite. Il più possibile valide, accessibili ed efficaci per rafforzare decisive ondate di emancipazione e liberazione. Che rinasceranno inevitabilmente, e che è ormai indispensabile trasformare in risolutive, di fronte alla crescita ormai quasi esponenziale di degradazioni di ogni tipo causate dal capitalismo.

contropiano2

Lo sfruttamento capitalista in Internet

Note sul testo di Gugliemo Carchedi

di Collettivo Genova City Strike

orme di marx 2 1Nei giorni scorsi una fotografa naturalista negli Stati Uniti ha fotografato un enorme pesce spiaggiato su un litorale. Si trattava di una grossa anguilla marina che vive nelle profondità dell’Oceano Atlantico. Comprensibilmente incuriosita dalle dimensioni dell’animale, la fotografa non ha consultato nessuna enciclopedia o atlante naturalistico (ve ne sono anche online fruibili gratuitamente). Ha semplicemente postato la foto su un social network chiedendo agli amici di rispondere al quesito su che tipo di animale fosse. Dopo poco rispondeva un biologo marino del Smithsonian Institute degli USA svelando l’arcano. Questa notizia, curiosa ma decisamente minore, ha fatto però il giro delle agenzie internazionali e ha campeggiato a lungo sulla home page del principale quotidiano online italiano. Ovviamente, era ben specificato il nome del social network in questione. Che otteneva quindi un bel po’ di pubblicità.

Lo stesso social network è poco sviluppato in Italia, battuto da un suo concorrente con molti più utenti. Nonostante questo, la maggior parte dei politici, dei giornalisti e degli opinion maker ci scrive sopra. Questo fa sì che, negli articoli di informazione, il nome del social network continui a essere presente. Eppure, la logica imporrebbe di far circolare il più possibile le proprie opinioni e quindi sarebbe apparentemente più logico utilizzare altre piattaforme.

illatocattivo

Il ménage à trois della lotta di classe

Prologo e primo episodio

di B. A. e R. F.*

ilc menageDiamo qui inizio a un nuovo «feuilleton»1, dedicato alla classe media nella lotta di classe. La classe media è l'oggetto di una sovrabbondante produzione nell'ambito della letteratura politica e sociologica borghese, ma è ampiamente trascurata dalla teoria comunista attuale. Cercheremo di rimediarvi. Dato che la questione è proteiforme, ci limiteremo al campo della classe media salariata (CMS) nel capitalismo odierno. Le sue lotte sono numerose, talvolta spettacolari e violente, e scoppiano ovunque nel mondo. Ma non è questa la ragione principale per cui pensiamo sia necessario affrontare la questione. La nostra preoccupazione centrale non è in effetti la quantità, ma la natura di queste lotte e il loro rapporto con quelle del proletariato. In definitiva, dalle numerose analisi parziali che dovremo sviluppare, speriamo di trarre una visione d'insieme del problema della CMS nel contesto di una rivoluzione comunizzatrice. I risultati ai quali perverremo devono essere considerati come provvisori e aperti alla discussione.

In un primo tempo, cercheremo di definire il campo e l'oggetto delle nostre investigazioni (episodio 1), di porre le basi per una teoria della classe media (episodio 2), e di servirci di questi risultati per analizzare il caso del movimento francese del 2016 contro la riforma El Khomri (episodio 3).

contropiano2

“Prima bisogna vincere nel senso comune della gente”

Pablo Iglesias intervista Alvaro Garcia Linera

865px Murales Rivera Ausbeutung durch die Spanier 1 perspectivePubblichiamo questa lunga intervista di Pablo Iglesias, portavoce di Podemos, con il Vicepresidente della Bolivia, Alvaro García Linera nella nota trasmissione “Otra vuelta de tuerka”. Un’intervista con molte idee e contributi per chi osa guardare, vedere e modificare la realtà. Un viaggio tra esperienze rivoluzionarie concrete e formazione delle idee necessarie per cambiare le cose, senza schematismi ma tenendo la barra dritta sul progetto rivoluzionario. Una intervista-conversazione che aiuta a comprendere come si sono formati i gruppi dirigenti rivoluzionari in America Latina negli anni ’90 e che oggi, in Bolivia come in Venezuela, sono uomini alla guida di governi popolari.

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Pablo Iglesias: Il nostro ospite di oggi è matematico, è stato guerrigliero, è stato in carcere ed è uno dei pensatori marxisti più dotati dell’America Latina. È anche vicepresidente della Bolivia. A “Otra Vuelta de Tuerka” : Álvaro García Linera. Álvaro García Linera, grazie per essere venuto a “Otra Vuelta de Tuerka”, compagno.

Álvaro García Linera: Pablo, grazie per l’invito. Per me è un gran piacere partecipare al tuo programma.

la citta futura

La complessità del fenomeno migratorio e le sue determinanti

di Alessandra Ciattini

Migrare è una tendenza umana spontanea o è frutto di specifiche determinazioni?

245ba4ea7cab7bbb52740285162114c5 XLIl sito Italianieuropei, rivista della fondazione di area politica riformista, voluta da una serie di personaggi, tra cui spicca Massimo D’Alema, contiene un articolo sul fenomeno delle migrazioni, volto a rassicurare i lettori spaventati dalle migliaia di arrivi di profughi provenienti dal cosiddetto sud del mondo. Molto significativo è il titolo dell’articolo (Immigrazione: fenomeno inevitabile, sfida da vincere), i cui contenuti cercheremo di smontare con una serie di argomentazioni storiche, economiche e antropologiche.

Innanzi tutto, del tutto ingenui sono i punti di partenza dello scritto: “Spostarsi sul territorio è un fatto naturale della vita. I movimenti migratori sono stati uno dei principali motori del popolamento del pianeta e del suo sviluppo economico e sociale”.

La prima constatazione tende a mettere sullo stesso piano i vari tipi di migrazione, che hanno alla loro base motivazioni assai diverse, come per esempio il passaggio dello stretto di Bering di uomini provenienti dall’Asia e diretti in America, avvenuto durante l’ultima era glaciale (situata in epoche diverse dagli studiosi), e la tratta degli schiavi (non solo africani), che analogamente produce spostamenti, in questo caso indesiderati, di popolazioni.

conness precarie

Istantanee in movimento. Da Genova ad Amburgo e nessun ritorno

di ∫connessioni precarie

Da Genova ad Amburgo e1501315934198Luglio 2001, Genova, grandi manifestazioni di massa e riots contro un G8 che pretende di rappresentare una sorta di governo mondiale della globalizzazione. La prima manifestazione è quella dei migranti, aperta da uno striscione che reclama la libertà di movimento, una libertà senza confini. Un ragazzo viene ucciso. E non può essere dimenticato. Migliaia di persone non accettano il simulacro di una democrazia globalizzata.

Luglio 2017, Amburgo, grandi manifestazioni di massa e riots contro un G20 che registra l’impossibilità di un governo politico della globalizzazione. Uno striscione ricorda le migliaia di migranti morti in mare (si parla di 30 mila negli ultimi quindici anni), mentre un altro invoca la fine della guerra contro i migranti. Molti sono gli arresti immotivati. Troppi attivisti e troppe attiviste sono ancora in carcere. E anche questo non può essere dimenticato. Al vertice sono presenti capi di governi dichiaratamente autoritari e nessuno se ne stupisce. L’illusione democratica si è dissolta, le decisioni vengono prese lontano dagli schermi senza provocare scandalo. La globalizzazione del capitale ha schiantato ogni possibile mediazione politica mondiale.

effimera

La classe tra primo e secondo operaismo

Operaio massa e operaio sociale a confronto

di Daniele Ilardi

operaiIn alcuni suoi scritti di fine anni ’50, l’operaista Romano Alquati modella alcune categorie essenziali per le analisi sull’ organizzazione capitalistica del lavoro e la conflittualità operaia: la più importante di queste è sicuramente la “composizione di classe”. Infatti è possibile leggere l’intero percorso operaista a partire dalla teoria composizionista, sviluppo della teoria marxiana sulle classi, fornendo le basi per l’avvento delle figure storiche di Tronti e di Negri. Essa consiste nell’analisi del nesso tra connotati oggettivi e soggettivi della forza lavoro, cioè tra una particolare composizione tecnica e una specifica composizione politica. La prima designa i livelli sociali di produzione, la quantità e la qualità dei bisogni della forza lavoro; la seconda considera i comportamenti politici, sociali e morali in grado di determinare bisogni e forme di lotte necessarie alla classe operaia.

A distanza di molti anni, la teoria composizionista rimane uno dei temi operaisti più riconosciuti, soprattutto per il rilievo che assumerà a partire dagli sviluppi del pensiero trontiano in Classe Operaia. In seguito all’esperienze in fabbrica statunitensi e francesi, per Romano Alquati l’inchiesta sulla composizione di classe coincideva con l’intervento politico: essa si doveva far carico di organizzare la lotta operaia. Da questa connessione nasce la pratica di inchiesta ideata da Alquati: la con-ricerca.

lacausadellecose

Razzismo operaio: necessità di chiarezza

di Michele Castaldo

terraferma e1365262217837Non da oggi la questione degli immigrati è una questione centrale nel dibattito politico. Fiumi di inchiostro per “analizzare” il fenomeno e non mancano, ovviamente, proposte per risolvere il problema. Ma sempre dal punto di vista di chi quel fenomeno lo “subisce”. Il mio punto di vista differisce anche da chi da sinistra e dall’estrema sinistra lo affronta con la testa per terra e le gambe all’aria.

E’ noto anche a chi ha frequentato poco o per niente le università che fin dall’Impero Romano venivano fatti affluire nelle città che si espandevano centinaia di migliaia di schiavi dal Nord Africa, cioè operai che dovevano erigere opere colossali senza mai comparire per il loro contributo nella storia in quella fiorente civiltà. La cosa è proseguita per tutti i secoli successivi sempre con lo stesso criterio: pagare il meno possibile la mano d’opera perché risultasse meno costoso il prodotto finito. Citerei per tutti l’esempio di quel Brunelleschi che licenziò tutti gli operai che costruivano la cupola della Basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze semplicemente perché chiedevano maggiore protezione per le impalcature, visto che morivano tutti i giorni per cadute dovute alle precarie condizioni di lavoro e ricevevano come premio una bara di legno per la sepoltura.

contropiano2

“Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia”

Prefazione

di Mauro Casadio

E’ disponibile il quaderno di Guglielmo Carchedi dedicato a “Lavoro mentale e classe operaia”, per una analisi marxista di Internet. Pubblichiamo qui di seguito la prefazione Mauro Casadio al volume curato dalla Rete dei Comunisti e da Noi restiamo. Per l’acquisto dell’opuscolo è richiesta una sottoscrizione di 5 euro scrivendo a: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

CarchediLo scontro di classe internazionale ha prodotto nel ‘900 una rivoluzione ed una trasformazione radicale delle classi e del capitalismo. Prima con le rivoluzioni, che hanno cambiato il mondo aprendo una prospettiva socialista in Russia, in Cina, e poi nelle “campagne” che hanno circondato le città ovvero Cuba, Vietnam e tutte le altre esperienze antimperialiste. Uno scontro vero dove una alternativa sociale è emersa e si è imposta anche se con i limiti di una trasformazione che doveva fare i conti con un’assenza di esperienze storiche precedenti.

A questo pericolo “mortale” per l’imperialismo vissuto come la “grande paura” del secondo novecento, perchè cosi era percepito e cosi era effettivamente, il capitalismo ha risposto sul piano politico, militare, ideologico. Solo però, di fronte alla crisi di sovrapproduzione degli anni ’70 si è cominciato a reagire anche sul piano di un cambiamento strutturale del modo di operare del capitale che ha avviato a sua volta una propria “rivoluzione” produttiva e sociale.

nazione indiana

La crisi della riproduzione e la formazione di un nuovo “proletariato ex lege”

Francesca Coin intervista Silvia Federici

Produzione riproduzione 001Negli anni Settanta siete state le prime a parlare contro il lavoro domestico mostrando come il processo di accumulazione nelle fabbriche iniziasse sul corpo delle donne. Cosa è cambiato in questi anni?

Il lavoro gratuito è esploso, quello che noi vedevamo allora dall’angolatura specifica del lavoro domestico si è diffuso a tutta la società. In verità, se guardiamo alla storia del capitalismo vediamo che l’uso del lavoro non pagato è stato enorme. Se pensiamo al lavoro degli schiavi, al lavoro di riproduzione, al lavoro agricolo dai campesinos ai peones in condizioni di semi-schiavitù, ci rendiamo conto che il lavoro salariato è stato in realtà una minoranza circondata da un oceano di lavoro non pagato. Oggi questo oceano continua a crescere nelle forme di lavoro tradizionali ma anche in forme nuove, perché ora anche per accedere al lavoro salariato devi fare quantomeno una parte di lavoro non pagato. In Grecia mi hanno detto che ormai è necessario fare sei o sette mesi di lavoro non pagato nella speranza di trovare un lavoro pagato, quindi in varie situazioni si ripete la stessa dinamica: ti assumono a titolo gratuito, lavori sei o sette mesi e poi ti lasciano a casa. La coercizione del lavoro non pagato è ormai una pratica sempre più diffusa.

contropiano2

I comunisti, il blocco sociale antagonista possibile, l’inchiesta di classe

di Sergio Cararo

Lavoro bella foto 720x300Dopo la sconfitta dei 35 giorni alla Fiat nel 1980, ai cancelli di Mirafiori venne affisso un cartello scritto a mano. C’era un volto di Marx stilizzato e una scritta che diceva: “Avevamo la ragione e la forza. Ci è rimasta la ragione. Coraggio compagni!”. Sono passati più di trentacinque anni da quell’episodio decisivo per le sorti del movimento operaio nel nostro paese. Oggi credibilità e le possibilità di una opzione comunista nel XXI Secolo – dunque la ragione e la forza – in una realtà come quella italiana integrata nella dimensione europea, non possono non fare i conti con le modificazioni sociali e produttive intervenute in questi ultimi tre decenni nella realtà di classe e nella società. Modificazioni oggi nuovamente e fortemente scosse dalla nuova fase della crisi sistemica dell’economia capitalista.

In questi anni di lavoro di inchiesta e confronto ancora in corso sulla ricomposizione di un blocco sociale antagonista – di cui i comunisti dovrebbero tornare ad essere espressione politica e ipotesi strategica di affermazione degli interessi nel nostro paese – abbiamo cercato di individuare i punti in cui la quantità delle contraddizioni può diventare qualità sul piano della lotta per il cambiamento.

bin

Soft Machine 2.0

L’operaio sociale e l’uso capitalistico delle macchine

di Franco Carlucci

rivoluzione industriale 61.

Viviamo in un mondo di macchine, interfacciati ad esse da quando apriamo gli occhi la mattina a quando li richiudiamo la sera. Tanto da non capire più bene se sia la macchina un prolungamento dell’agire umano o, viceversa, siano gli esseri umani appendici funzionali al libero dispiegamento della potenza macchinica. Il mondo delle macchine sembra diventato l’habitat naturale per l’homo tecnicus come la savana per il leone. La nostra nuova natura è quella di interagire con la macchina normalmente, al di fuori dell’eccezionalità e dello stupore che assaliva gli uomini alle prese con i primi marchingegni, poche generazioni fa.

È l’innovazione tecnologica che ci ha portato a questo, il tumultuoso progresso scientifico e la sua puntuale applicazione tecnica. Da quando James Watt perfezionò la macchina a vapore, agli albori della rivoluzione industriale, i capitalisti hanno sempre dato centralità all’investimento nell’innovazione tecnologica che permettesse di produrre di più, meglio, in maniera più veloce e diversificata. Quindi lo sviluppo capitalista è accompagnato dalla produzione di macchine sempre più sofisticate. Questo sviluppo tecnico si è sempre presentato come oggettivo e sinonimo di “bene comune” e la macchina è stata qualificata come neutrale, come frutto di un’evoluzione naturale della storia dell’umanità, come se la proprietà privata capitalistica di quella stessa macchina fosse elemento secondario e incidentale.