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laboratorio

Le contraddizioni del governo giallo-verde e del suo blocco sociale

di Domenico Moro

Relazione al convegno Eurexit, Roma 13 aprile

Immagine articolo blocco sociale e1555695824394La situazione politica europea risulta profondamente mutata rispetto soltanto a pochi anni fa. Anche se le modifiche sono particolarmente evidenti in Italia, in quasi tutti i Paesi dell’area euro si è assistito alla crisi del sistema bipolare/bipartitico, che ha caratterizzato l’assetto politico continentale per parecchi decenni.

I partiti europei afferenti alle due principali famiglie politiche continentali, quella dei popolari (Partito popolare europeo) e quella dei socialisti (Partito socialista europeo), hanno subito un declino più o meno grave. I voti sono andati in parte all’astensionismo, che è cresciuto a livelli quasi statunitensi, e in parte al cosiddetto populismo. Il termine di populismo, però, è a mio parere poco preciso e direi anche fuorviante, perché al suo interno sono comprese forze politicamente e ideologicamente in alcuni casi diverse tra loro, e con basi di massa e di classe anche diverse. Per questa ragione preferisco usare il termine di terze forze, ad indicare la loro terzietà rispetto al tradizionale bipolarismo/bipartitismo.

La crisi del bipartitismo è il risultato del combinato disposto della cosiddetta “stagnazione secolare” e dell’austerity imposta dall’Ue, che ha distrutto il compromesso tra capitale e classi subalterne che esisteva dal secondo dopoguerra. Va, però, sottolineato che non si tratta di effetti automatici dei rapporti di produzione, perché quella in atto è una riorganizzazione, soprattutto mediante l’integrazione europea, del sistema delle imprese (centralizzazioni proprietarie, riposizionamento su settori più profittevoli e internazionalizzazione della produzione), nonché della struttura sociale e del sistema politico. Queste trasformazioni vanno a colpire pesantemente, trasformandola, anche la composizione di classe della società italiana.

 

Classi e crisi

Ad essere colpito, si dice, è il cosiddetto ceto medio. Per la verità anche questo termine è ambiguo e portatore di confusione perché comprende al suo interno classi diverse che hanno una diversa collocazione all’interno della divisione del lavoro sociale – criterio cardine dell’appartenenza di classe.

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marx xxi

I gilets jaunes visti da vicino: un’analisi di classe del movimento

I limiti della sinistra italiana

di Lorenzo Battisti

giletjaune tettoSpesso per comprendere la natura di un fenomeno sociale è bene osservarlo da una certa distanza. Quando vivevo in Italia questo mi permetteva di cogliere meglio certi aspetti delle vicende francesi, poiché non ne ero personalmente coinvolto. Al contempo questa distanza dovrebbe permettere ai compagni italiani di leggere meglio di me (che ora vivo in Francia) il movimento dei Gilets Jaunes, i gillet gialli.

L’impressione purtroppo sembra opposta: per qualche ragione i compagni italiani hanno di questo movimento un’immagine che non corrisponde affatto alla realtà. Cercherò di fare un’analisi del movimento e di spiegare le ragioni di questa attitudine italiana a scambiare i propri sogni per la realtà.

 

Genesi del movimento: l’ecotassa sul carburante

Il movimento è partito nel mese di Novembre come protesta spontanea e auto-organizzata contro l’introduzione di un'accisa sui carburanti volta a finanziare il passaggio del parco auto francese verso modelli meno inquinanti. L’idea del governo era di punire i gli inquinatori, per premiare con gli introiti i cittadini responsabili. In realtà si è trattato della goccia che ha fatto traboccare il vaso di una Francia già soggetta un carico fiscale importante[i].

La struttura attuale dell’Unione Europea infatti non colpisce solo i lavoratori, lanciandoli in una competizione al ribasso, in cui ciascuno è costretto ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori per ottenere che il lavoro venga svolto nel proprio paese invece che nel paese a fianco. Questa colpisce anche i sistemi fiscali che vengono messi in competizione l’uno contro l’altro per far sì che le grandi imprese investano nel proprio paese. Se il paese a fianco fa uno sconto fiscale del 30%, noi dobbiamo farlo del 40%, cosa che porterà un terzo paese a farlo del 50%. Il risultato è che le grandi imprese multinazionali di fatto non pagano più imposte, e ora la competizione è sugli incentivi per farle venire o per non farle andare via: il loro saldo fiscale è passato da negativo a positivo. Queste imprese pagano imposte zero, e ricevono una parte delle imposte pagate dagli altri sotto forma di incentivi.

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sinistra

Dall’aristocrazia operaia al sottoproletariato

di Dino Erba

Per nascondere la propria miseria politica e intellettuale

rabochaya aristokratiyaQuand’ero giovane, negli anni Settanta del Novecento, un tema ricorrente era il ruolo della cosiddetta aristocrazia operaia nel frenare e ostacolare il presunto processo rivoluzionario. A distanza di mezzo secolo, molte cose sono mutate sotto il cielo del capitale, e il ruolo di freno e ostacolo è passato al cosiddetto sottoproletariato. Occorre sempre un capro espiatorio sociale, per giustificare la propria (nostra) miseria politica e intellettuale.

In entrambi i casi, c’era e c’è molta confusione teorica sotto il mutevole cielo del capitale.

E, in entrambi i casi, gioca il peso del passato, nel bene e nel male.

Le due categorie sociali – aristocrazia operaia e sottoproletariato – sono strettamente connesse, sono due facce della medesima medaglia economico-sociale del capitale. Solo per facilitare l’esposizione le separo, per poi ricomporne la contraddittoria unità. Per farla breve, non ci vuol molto a capire che il sottoproletariato rappresenta gli strati bassi dei lavoratori salariati (i più sfigati), mentre l’aristocrazia rappresenta gli strati alti (i più viziati). I rispettivi orientamenti ideologici e politici dipendono dalla fase storica, e non dalle loro caratteristiche congenite (dal loro Dna, si dice oggi...).

Seguendo questo filo conduttore, cercherò di proporre una linea interpretativa.

 

Sottoproletariato

Che cosa sia il sottoproletariato, ce lo spiega Marx, nel capitolo 24, del Primo libro del Capitale: La cosiddetta accumulazione originaria. In breve.

In italiano, il termine è tradotto impropriamente dal tedesco Lumpenproletariat che significa proletariato straccione. La sua comparsa avvenne durante la Rivoluzione industriale, che ebbe il suo epicentro nell’Inghilterra del XVIII secolo, ma ebbe una lunga gestazione nei secoli precedenti: in Italia, Fiandre, Spagna, Francia, Germania.

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alfabeta

Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

di Andrea Inglese

inglese manif à Paris 8 novembre 2Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

 

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento.

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militant

Gilet gialli, rossi e Negri

di Militant

gilet gialli 8dicembreDopo un mese di mobilitazione, è ormai luogo comune entusiasmarsi per le vicende francesi. Se invece del sostegno politico ci spostassimo sulla riflessione cosciente, la cosa meno improbabile è stata scritta da Toni Negri (L’insurrezione francese). Dal punto di vista politico, però, occorre sgomberare il terreno dalle parodie deliro-marxistiche che, come quasi sempre, corrono in soccorso del potere costituito: “non è una rivolta di classe”, ammoniscono solerti difensori di ogni status quo. Come se nelle rivolte di classe fosse mai apparsa, in qualche angolo della storia, quella purezza alla quale tali pensatori rimandano: «si comincia, poi si vede», diceva Lenin riprendendo Napoleone. Ed è dentro questo spirito che tutte le forze rivoluzionarie si sono sempre mosse: nell’occasione, che non è né predeterminata né socialmente definita. Fatta dunque la premessa che in una rivolta politico-sociale ci si sta fino a che la finestra di possibilità rimane aperta, anche fosse un solo spiraglio, se al contrario volessimo tentarne un’analisi occorrerebbe frenare i facili entusiasmi che circolano ormai in tutte le gradazioni della politica, da Forza Italia all’estrema sinistra (esclusa, come detto, la parodia gendarme celata dietro prose marxiste).

E qui Toni Negri coglie nel segno. Negri non ha l’entusiasmo del neofita, che si impressiona di ogni simulacro di rivolta sociale. Riconosce che lo spazio «dell’insurrezione», come lui la definisce, va lasciato aperto, va allargato e organizzato, più che richiuderlo attraverso scomuniche libresche. Eppure ci sono fattori particolari alla base di una rivolta simile che vanno tenuti in considerazione. Questa è una rivolta che ha ragioni generali, legate al processo di straordinario impoverimento determinato dalla fase neoliberale, ma ha anche ragioni specifiche, «francesi», che la rendono difficilmente replicabile altrove. Partiamo dalle ragioni generali.

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illatocattivo

Alcune precisazioni sull'anti-lavoro

di Bruno Astarian

[hicsalta-communisation.com, dicembre 20161 ]

latocattIntroduzione

Sul concetto di anti-lavoro regna una certa confusione. Nemmeno il mio opuscolo Aux origines de l’anti-travail (Échanges et Mouvement, Parigi 2005) vi sfugge. La confusione consiste nel non specificare in maniera sufficiente questo concetto. Essa porta, da un lato, a collocare nella categoria dell'anti-lavoro alcuni comportamenti, come l'indolenza del lavoratore salariato che cerca generalmente di fare il meno possibile, oppure il fatto di preferire al lavoro la disoccupazione (indennizzata) o la vita ai margini. Queste pratiche di rifiuto del lavoro, di resistenza, sono vecchie come il proletariato, e non definiscono l'anti-lavoro moderno. Dall'altro, la confusione consiste nel ricondurre alla categoria dell'anti-lavoro delle pratiche di resistenza allo sfruttamento che in realtà sono pro-lavoro, come ad esempio il luddismo. Ora, io ritengo sia meglio riservare il termine «anti-lavoro» alle lotte della nostra epoca (a partire dagli anni intorno al '68), le quali indicano che il proletariato non è più la classe che si affermerà nella rivoluzione come la classe del lavoro egemonico, come la classe che renderà il lavoro obbligatorio per tutti e sostituirà la borghesia alla direzione dell'economia.

Per meglio comprendere la specificità che bisogna accordare al termine «anti-lavoro», è necessario rimettere la questione in una prospettiva storica. Precisiamo che in questa sede ci interesseremo alle lotte che si svolgono in fabbrica, contro le modalità abituali del rapporto fra i lavoratori ed i loro mezzi di produzione (assenteismo, sabotaggio, indisciplina in generale).

 

1. Il luddismo

Il luddismo viene spesso identificato con una reazione spontanea e rabbiosa degli operai inglesi dell'inizio del XIX secolo, contro l'introduzione di nuovi macchinari. Il fatto che abbiano distrutto delle macchine fa pensare a certe forme moderne di sabotaggio, in particolar modo nell'ambito del lavoro alla catena di montaggio. Questa valutazione, tutt'altro che esatta, spiega il fatto che il luddismo venga talvolta assimilato all'anti-lavoro.

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ist onoratodamen

Il proletariato e la rivoluzione comunista nell’epoca del robot

di Giorgio Paolucci

La rivoluzione comunista o sarà opera del proletariato o non sarà e in tal caso sarà la rovina dell’intera società

lamartineNelle aspettative dei suoi cantori, nel suo inarrestabile sviluppo, il progresso tecnico e scientifico avrebbe dovuto sconfiggere la povertà e regalare agli uomini tantissimo tempo libero da dedicare alla cura di sé e del proprio spirito. Per esempio, Keynes, nel suo famoso saggio del 1930 Possibilità economiche per i nostri nipoti, pur mettendo in guardia dai rischi della disoccupazione tecnologica conseguente ai miglioramenti apportati al sistema delle macchine impiegate nella manifattura, era convinto che il maggior problema dei suoi nipoti, vale a dire le generazioni odierne, non sarebbe stato quello economico ma: “ Come impiegare la loro libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza.”

Poi, con l’introduzione della microelettronica e dell’informatica nei processi produttivi e gestionali è sembrato davvero che il sogno fosse ormai a portata di mano; è accaduto esattamente il contrario. I lavoratori si sono sempre più impoveriti e i ricchi sono diventati ancora più ricchi. Negli Stati Uniti, per esempio, Walmart “Paga i suoi lavoratori, se includiamo anche quelli part-time 8,80 dollari l’ora. Adesso – suggerisce di fare il professore e segretario del lavoro della presidenza Clinton, Robert Reich - confrontate questo dato con quello del 1955, quando il maggior datore di lavoro degli Stati uniti era la General Motors, che pagava, in media, i suoi lavoratori l’equivalente di quelli che sarebbero 37 dollari oggi.”[1]

Di contro ormai solo otto persone detengono la ricchezza di metà umanità mentre dieci anni fa erano 385.[2]

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illatocattivo

Il ménage à trois della lotta di classe (II)

di B. A. & R. F.

Secondo episodio

Per une teoria della classe media salariata

492px Mary Wollstonecraft by John Opie c. 1797Come abbiamo scritto nel primo episodio (Lucciole e lanterne ) , è nostra convinzione che sia possibile definire in maniera teorica la classe media salariata (CMS). Tale definizione consiste nel porre questa categoria della popolazione all'interno della meccanica di riproduzione del rapporto proletariato/capitale. La CMS esercita una funzione organica dentro questa riproduzione. Essa non è soltanto uno strato sociale, definito in maniera per forza di cose imprecisa dal suo tenore di vita, che sarebbe prossimo tanto a quello del proletariato quanto a quello della borghesia. Il capitale ha bisogno della CMS, e fa quanto è necessario a riprodurla affinché essa possa sempre assolvere alla sua funzione. Si tratta dunque di comprendere la posizione e il ruolo della CMS nella produzione e nella circolazione del plusvalore.

 

1. La piccola borghesia secondo Baudelot, Establet e Malemort

1.1. Salario e valore della forza-lavoro della classe media

Baudelot, Establet e Malemort (in La petite bourgeoisie en France, Éditions Maspero, 1974), tre autori che si richiamano al marxismo tradizionale, trattano la questione della CMS in maniera più empirica che teorica, ma forniscono un angolo d'attacco convincente. Il loro metodo consiste nel comparare il valore della forza-lavoro dei membri della classe media e il loro salario effettivo. La differenza che si riscontra è ciò che definisce la classe media. Riassumiamo il loro modo di procedere.

Come spiegare la gerarchia dei salari che va dall'operaio all'ingegnere? Perché il capitale paga di più quest'ultimo? Forse perché la produzione della sua forza-lavoro è più onerosa di quella dell'operaio? Baudelot, Establet e Malemort [d'ora in poi: BEM, ndt] rispondono affermativamente e negativamente ad un tempo.

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contropiano2

Riconquistare il collettivo, riconquistare pezzi di Stato

di Lorenzo Giustolisi

Pubblichiamo uno dei saggi apparsi sull’ultimo numero di «Proteo», Che ne è stato dello Stato, volume che tra qualche mese sarà al centro di un ciclo di formazione Cestes e USB.

Alla luce dei tragici fatti di Genova, la nostra analisi e la nostra proposta politica di una ripresa della centralità dello Stato assumono ancora più senso e urgenza, e richiedono uno sforzo collettivo per ridare coscienza e strumenti alle classi lavoratrici di questo Paese e del loro gramsciano “farsi Stato”.

capitalismo crisiDeve esserci stata prima questa vittoria nel senso comune, nelle idee della gente, del commerciante, del trasportatore, del taxista, della donna di casa. Non importano le idee delle élites, che sono sempre un mondo a parte. Quelle che importano sono le idee della gente in basso, i loro processi logici e morali, quelli con i quali la gente valuta il mondo, ci vive dentro. È lì che abbiamo vinto.

(Álvaro Garcìa Linera, Prima bisogna vivere nel senso comune della gente)

1. Destini individuali, destini generali

Se trenta o anche solo venti anni fa ad un giovane lavoratore fosse stato prospettato ciò che si prospetta oggi ad un suo coetaneo, in termini di incertezza di vita, di lavoro, di reddito, di diritti, questi probabilmente non ci avrebbe creduto, ancora avvolto in una serie di tutele derivate da una storia in cui si combinavano in Europa le conquiste epocali del movimento dei lavoratori tradotte nelle forme della tradizione socialdemocratica e di quella cristiano-sociale, e una crisi non ancora esplosa nelle forme che conosciamo. Non solo non ci avrebbe creduto, ma avrebbe probabilmente anche reagito, individualmente e collettivamente.

Oggi del mondo di quel lavoratore, nei paesi a capitalismo maturo e a maggior ragione nel nostro, stiamo vedendo la fine. A parte alcuni sporadici casi non si vede reazione, ed anzi prevale – soprattutto nei settori di pubblico impiego – un ripiegamento su se stessi.

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la citta futura

I nuovi “amici del popolo”

di Carla Filosa

Il popolo non ha amici o poteri che lo tutelino, ma ha bisogno innanzitutto di fuoriuscire dall’ignoranza cui è stato da sempre relegato

b74e7f845f25fe403cf91ffa0d8e7c43 XL“Tempi bui” aveva definito i suoi tempi – anni ’30-’40 del secolo scorso – B. Brecht. Questi nostri tempi potrebbero forse chiamarsi nebbiosi o meglio opachi, tempi in cui il potere, sostenuto da protesi tecnologiche di assoluta pervasività nelle coscienze, è riuscito a disorientarle su tutte le tipologie dei fatti sociali lasciando la scientificità solo sotto suo esclusivo uso e controllo. La comunicazione ha sostituito l’informazione e questa può continuamente essere deformata in base a convenienze economiche e politiche. La visione delle cose reali ne risulta incerta, insicura, si procede a tentoni nel più ampio spreco di empiria, deprivati di criteri razionali perché criminalizzati come “ideologia” divisiva, senza più intravedere le conseguenze di premesse determinate. I governi vengono scelti perché ancora non sono stati provati, poi si vedrà.

Il “restiamo umani” è diventato un obiettivo difficile testimoniato dalla necessità del suo appello; non si conosce il percorso per non essere ciò che già si è, intellettualmente colonizzati alla rinuncia, all’impotenza, alla rassegnazione della sconfitta o della pacificazione imposta. Il dogma dell’utile individuale continua a regolare le relazioni tra cose all’insaputa di persone rese ormai pure apparenze, la cui dignità sognata e non posseduta può essere esternalizzata da un decreto fasullo, che approda dopo che ne è stato strappato il senso legato alla lotta per l’esistenza. Quest’ultima però, non più solo naturale ma soprattutto sociale, scorre quasi normalizzata nei rivoli della xenofobia alimentata, del razzismo ritrovato, di un’ipotetica legittima difesa da legalizzare, di un’impunità da carpire, nell’anonimato di una rabbia sadica sfogata contro il diverso, ecc.

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conness precarie

La logistica nel capitalismo globale

di Niccolò Cuppini e Mattia Frapporti

Un dialogo con Giorgio Grappi, Brett Neilson e Ned Rossiter

20storie hanjin container hanjin china 9408865 434278È ormai da diversi anni che Giorgio Grappi, Brett Neilson e Ned Rossiter si occupano di logistica. Tra i primi a considerarla come un elemento centrale per la comprensione del supply chain capitalism contemporaneo, e autori di diversi articoli e saggi sul tema, Grappi, Neilson e Rossiter hanno collaborato anche alla realizzazione di progetti di ricerca tricontinentali quali Transit Labour. Circuits, Regions, Borders e Logistical Worlds. Infrastructures, Software, Labour. Anche grazie ai loro contributi la logistica è fuoriuscita dall’ambito prettamente ingegneristico o manageriale entro cui era racchiusa fino a qualche anno fa, presentando una inedita e produttiva prospettiva utile alla comprensione del presente politico globale. Intesa come la «costituzione materiale della globalizzazione», la logistica oggi contribuisce a ridisegnare la mappa geo-politica globale, dando vita a numerose zone economiche speciali, corridoi di flussi, spazi infrastrutturali e molto altro ancora. Alla sua azione empirica e palese, tuttavia, fa da contraltare una opacità che soltanto un’analisi accurata attorno ad essa e alle sue origini può permettere di dipanare. Questo dialogo vuole essere un piccolo apporto al dibattito, ed è stato realizzato in forma di intervista da Niccolò Cuppini e Mattia Frapporti, tra i curatori del nuovo numero di Zapruder dedicato alla logistica. È stato realizzato a settembre 2016 all’interno della summer school Investigating Logistics, svoltasi a Berlino presso la Humbolt University. La versione originale dell’intervista, in lingua inglese, è in corso di pubblicazione su Zapruder World.

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overleft

Tracce di resistenza e opposizione nel lavoro contemporaneo

di Paolo Rabissi

Figure del lavoro contemporaneo: un’inchiesta sui nuovi regimi della produzione. Introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi, Postfazione di Devi Sacchetto (Ombre corte, 2018). - Otto saggi di un gruppo di ricercatori/trici che interrogano con il metodo dell'inchiesta sul campo le nuove soggettività del lavoro

schermata 2018 05 21 alle 17.04.26Che ne è della classe operaia? Che ne è di quel soggetto economico-politico che negli anni sessanta e settanta sembrava in grado di inceppare indefinitamente i meccanismi di riproduzione del capitale con forme organizzative, quasi interamente autonome da partiti e sindacati, di comando sul lavoro? In altre parole come si configura oggi il lavoro?

Il libro in analisi è una buona occasione per fare il punto. Raccoglie infatti un nutrito numero di esperienze diverse che compongono un quadro utile per orientarsi. A patto ovviamente di dare per scontate certe specificità comuni alle varie situazioni: prima di tutto il processo di frammentazione e dispersione di lavoratori e lavoratrici in luoghi di produzione sparsi sul pianeta e poi la implacabile flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro. A ciò si possono anche legare la dissoluzione della contrattazione collettiva, uno dei momenti di forza nell’epoca fordista sopra rammentata, e il declino dei sindacati con il loro fallimento nel tentativo di gestire una precarizzazione limitata alle fasce marginali del mercato del lavoro col fine di salvaguardare gli occupati stabili.

Presupposto di metodo di tutti i saggi del libro sta l’inchiesta sul campo, che è di matrice operaista (dai Quaderni Rossi in avanti fino a Primo Maggio). Essa viene considerata imprescindibile per la comprensione di processi sociali e soprattutto per l’approfondimento dei modi con cui le soggettività interrogate rispondono e resistono alle condizioni più pesanti del lavoro, con forme specifiche di resistenza e rifiuto che scavalcano spesso le forme sindacali tradizionali.

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carmilla

Le nuove plebi globali dentro la crisi sistemica

di Giovanni Iozzoli

Carlo Formenti, Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 162, € 15,00

eteretopie formenti oligarchi e plebei stIl nuovo libro di Carlo Formenti è essenzialmente una raccolta di articoli, dispiegati come anelli di un ragionamento continuo e coerente sulla crisi e suoi suoi attori sociali, maturato lungo il corso degli ultimi sette anni. Al centro della riflessione troviamo i due campi in cui si spaccano le società occidentali dentro questa stagione di trasformazioni accelerate: quello delle nuove oligarchie che stanno usando la crisi per concentrare ulteriormente poteri e ricchezza; e quello delle nuove masse proletarizzate, che stanno manifestando una confusa e sempre più diffusa repulsione verso ideologie e prassi delle élite, senza che questa ripulsa maturi in direzione di un qualche progetto di alternativa di società.

La prima parte del libro raccoglie spunti di analisi – quasi una narrazione in diretta – che partono dal 2011 e si allungano fino al 2017. Le pratiche di un neoliberismo feroce e pervasivo, sono al centro di ogni riflessione: il loro incunearsi “microfisicamente” nel tessuto sociale, nella vita, nel bios, fino ai grandi scenari macro – la guerra, il ciclo economico, il rapporto finanza/produzione. Una cronaca in tempo reale del disastro della modernità capitalistica, che può essere letta e declinata a vari livelli.

Si può partire da un tema attuale – l’essenza delle ideologie workfare – a proposito della scelta inglese del 2012, di affidare ad agenzie private la gestione dei sussidi e la ricollocazione degli iscritti alle liste di collocamento:

Il principio del workfare (il sussidio di disoccupazione bisogna guadagnarselo, altrimenti si è passibili di sospensioni o decurtazioni dell’assegno) non è certo una novità, ma qui siamo in presenza di pratiche ancora più penalizzanti. Soprattutto perché il compito di gestire questo avvio al lavoro coatto non è affidato alla pubblica amministrazione bensì a contractor privati che funzionano di fatto come agenzie interinali e hanno il potere di decidere come e quando i soggetti “renitenti” siano passibili di sanzione.

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coniarerivolta

Tra culto della tecnologia e decrescita felice, scegliamo la lotta di classe

di coniarerivolta

Di seguito il nostro intervento al primo incontro del ciclo su Tecnologia, Lavoro e Classe, scaricabile in formato PDF qui. Ci vediamo giovedì 19 aprile, ore 16, alla Facoltà di Economia di Roma Tre per il secondo appuntamento, in cui discuteremo delle nuove frontiere dello sfruttamento nell’era digitale

chi dirige il progresso tecnico1. L’introduzione delle macchine e la disoccupazione

Il progresso tecnologico è un fenomeno per sua natura complesso e controverso. Nonostante la vulgata mainstream tenda a presentarlo come un fenomeno meramente tecnico, neutrale e quasi salvifico, ha ovvie implicazioni politiche e sociali. Già alcuni tra i fondatori dell’economia politica si interrogavano sul ruolo che meccanizzazione dei processi produttivi, introduzione delle macchine e possibile sostituzione del lavoro umano avrebbero avuto nel disciplinare ed orientare il conflitto di classe a favore delle classi dominanti. Si può tracciare infatti una linea ideale che parte da David Ricardo – il quale notava come l’introduzione delle macchine potesse al contempo “rendere esuberante la popolazione e peggiorare le condizioni dei lavoratori” – ed arriva a Marx, per il quale le macchine possono risultare funzionali al disegno dei capitalisti di comprimere “il prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore”. In questa maniera, ci dice Marx, la sovrappopolazione relativa “forma un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera assoluta come se fosse stato allevato a sue spese”.

 

2. I movimenti dell’esercito industriale di riserva

L’utilizzo delle macchine, all’interno di un sistema capitalista, è d’altro canto uno dei terreni di lotta sui quali il conflitto distributivo prende forma. L’introduzione delle macchine nel processo produttivo rende momentaneamente superflua una parte della popolazione, ingrossando le fila dell’esercito industriale di riserva. Come conseguenza, aumenta la concorrenza all’interno della forza lavoro, con ripercussioni negative sui salari e sulle condizioni lavorative.

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altronovec

La logistica è la logica del capitale

di Anna Curcio e Gigi Roggero

Dal numero speciale di "Primo Maggio"

Sem títuloPartiamo dal titolo. La tesi, che facciamo nostra, è stata formulata da un lavoratore della Tnt di Bologna in un dibattito a Padova. Bologna e Padova, l’Emilia e il nord-est, due snodi importanti del sistema della logistica in Italia, due snodi importanti del ciclo di lotte dentro e contro quel sistema che ha avuto il suo picco nel periodo tra il 2011 e il 2014. A essere presenti a quel dibattito, insieme a militanti, studenti e lavoratori precari, erano Si Cobas e Adl Cobas, i due sindacati di base che maggiormente sono stati protagonisti di quel ciclo di lotte. Arriviamo ora velocemente alla “fine”, o meglio a quello che a quel ciclo di lotte è seguito. Le imprese della logistica, inizialmente spiazzate dalle lotte e dopo aver subito ingenti danni economici e di immagine, sono riuscite almeno in parte a utilizzarle per un passaggio in avanti in termini di innovazione organizzativa, produttiva e in limitata misura anche tecnologica, in uno scenario – quello italiano – segnato da una storica arretratezza del settore rispetto al contesto internazionale. Le lotte hanno trasformato in un terreno di battaglia questa arretratezza (fatta soprattutto di scarsa automazione del processo e ipersfruttamento di una forza lavoro razzializzata e retribuita come dequalificata); i padroni hanno risposto non solo mandando la polizia ai picchetti, come hanno abbondantemente fatto e periodicamente continuano a fare, ma innanzitutto tentando di mettere in produzione il conflitto per i loro fini, costruendo al contempo nuovi livelli nel governo della forza lavoro.