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laboratorio

Altro che securitarismo e immigrazione, il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perché costa troppo

di Domenico Moro

Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.

In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).

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perunsocialismodelXXI

Venezuela. La fine dei dubbi

La rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista USA al Venezuela, avevo inserito, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su "Contropiano"(https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/07/25/venezuela-non-e-tattica-e-capitolazione-0197284) "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

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contropiano2

L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo

di Harleen Kaur*

Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.

La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia“.

La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di uscita.

L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.

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sbilanciamoci

IA e colonialismo dei dati 

di Mario Coglitore

I dati sono una forma di appropriazione di risorse, ma non si tratta di impossessarsi di materie prime, è la vita che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali. Le IA vengono inoltre istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale

Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

Dino Buzzati, Il grande ritratto

Informatiche del dominio

La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta.

Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

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scenari

Il tramonto dell’umano: una filosofia del mondo digitale

di Silvano Tagliagambe

L’ultimo libro di Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, non è un semplice saggio sull’intelligenza artificiale. È un’opera filosofica ambiziosa che prova a fare qualcosa di molto più difficile: comprendere la trasformazione della nostra forma di vita a partire da una domanda radicale, quella sul rapporto tra mondo, realtà e senso.

Negli ultimi anni il dibattito sul digitale si è concentrato soprattutto sulle conseguenze delle nuove tecnologie: automazione, algoritmi, sorveglianza, disinformazione, intelligenza artificiale. Taddio sceglie invece una prospettiva differente. Propone, prima ancora di chiedersi quali effetti producano le nuove tecnologie, di domandarsi quale idea di mondo esse presuppongano e quale mondo stiano contribuendo a costruire.

L’originalità del volume risiede proprio in questa strategia dello sguardo, con lo spostamento che ne consegue.

Quello di cui l’autore si fa interprete è l’esigenza di una distinzione destinata a orientare tutta la riflessione successiva. Il mondo non coincide con la realtà, e quest’ultima non coincide con il Reale. Il mondo è il luogo del senso, l’orizzonte entro cui una forma di vita fa esperienza, attribuisce significato e orienta il proprio agire. La realtà è l’oggetto delle scienze naturali. Il Reale rappresenta invece quel fondo ontologico che rende possibile la realtà senza mai esaurirsi nelle sue descrizioni. Questa tripartizione costituisce la chiave interpretativa dell’intero libro e permette di affrontare in modo nuovo il rapporto tra analogico e digitale. 

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L’intervista della Schlein e gli gnorri di sinistra

di Ezio Locatelli

Se qualcuno pensava che il problema del Pd fossero le posizioni oltranziste di Pina Picerno e quelle espresse dalla cosiddetta componente riformista (di destra) del Pd che fa capo a Lorenzo Guerini, Graziano del Rio e Giorgio Gori ha oggi molti motivi per ricredersi. Dopo l’intervista di Elly Schlein al direttore de “Il Foglio” appare del tutto evidente che il problema del Pd è il Pd stesso.  Il testo della lunga intervista, al netto degli artifizi retorici, degli ossimori che la imbellettano è molto di più di una dimostrazione di captatio benevolentiae. L’intervista è una vera e propria dimostrazione di capitolazione o di rincorsa, chiamatela come volete, alle più scoperte politiche di destra interne ed esterne al PD. A tal punto, che in tema di alleanze, ci si dice impegnati ad affermare una idea di unità che nei rapporti con il centro (destra) di Matteo Renzi, Alessandro Onorato e Carlo Calenda è priva di ogni linea di demarcazione: “non ho mai messo veti su nessuno”.

Consigliamo caldamente di leggere questa intervista che ha il taglio di un vero e proprio manifesto politico, lo consigliamo soprattutto a chi professandosi di sinistra si illude ancora che col Pd ci si possa o ci si debba alleare per cambiare qualcosa. Per fare qualche cenno: la politica di sicurezza oltre che sul piano della prevenzione, e ci mancherebbe, “si fa assumendo più forze di polizia, si fa presidiando i territori…mancano 22 mila agenti in tutta Italia”. Avanti, dunque, con la militarizzazione del territorio. Poco importa se mancano 140 mila infermieri e medici nella sanità, 46800 insegnanti nella scuola, 2600 ispettori del lavoro e via di questo passo.

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sinistra

Resta davvero poco tempo

di Carlo Lucchesi

La guerra Russia Ucraina, forse più di ogni altro evento dal dopoguerra, ha tolto il velo col quale l’Occidente a guida Usa ha provato a mascherare la sua volontà di dominio. I fatti sono illuminanti e la loro lettura chiara come il sole.

1) Sulle vere cause della guerra, Sachs e molti altri le hanno spiegate in modo inconfutabile.

2) Nelle prime ore dopo l’invasione, sia Macron che Schulz fecero pubbliche dichiarazioni a favore della ricerca di una soluzione pacifica. Dopo due giorni aderirono completamente alla linea USA-Nato e con loro lo fecero la UE e la G.B. E’ impossibile immaginare qualcosa di diverso da un diretto e duro intervento di Biden e non è difficile immaginare con quali argomenti sia stato tanto convincente.

3) La strategia USA è quella del Deep State, il vero centro di comando della politica di quel Paese, che attraversa e sovrintende democratici e repubblicani, cui lascia la facoltà di contrapporsi su aspetti importanti ma non decisivi. Nel caso, l’obiettivo è quello di destabilizzare la Russia fino a un cambio di regime sia per depredarne le ricchezze che per eliminare un potenziale alleato della Cina nello scontro che il Deep State considera risolutivo per il futuro degli USA. La guerra innescata dall’Ucraina a questo doveva servire, ma dato che non ha raggiunto lo scopo le azioni di destabilizzazione proseguiranno in un qualunque modo (sottolineo qualunque) anche dopo la sua conclusione (che segnerà comunque la momentanea vittoria della Russia).

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sinistra

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi

di Mauro Armanino

Voce del banditore- « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove»

Andrea- (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!

Galileo- No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

Questa nota citazione è tratta dall’opera ‘ Vita di Galileo’ di Bertold Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del ‘900, il secolo breve o meglio l’Età degli Estremi dello storico britannico Eric Hobsbawm. O allora, l’età della ‘Cecità’, secondo il titolo in italiano del romanzo distopico e profetico del premio nobel per la letteratura José Saramago. L’improvviva epidemia di cecità ‘bianca’ che, nel romanzo, colpisce la società è forse una delle metafore più acute e drammatiche del nostro tempo. Nel romanzo citato gli eroi, orientati dall’unica persona che ancora vede, sono coloro che sopravvivono con brandelli di umanità che scopre, proprio nella cecità, il dramma della vita. Dopo aver toccato il fondo dell’impotenza e la disperazione, cominceranno a ritrovare la vista.

Chi ‘protegge e difende’, secondo il senso etimologico della parola, è definito un eroe. Lo scrivente ha avuto il privilegio di conoscere e fare amicizia con molti eroi. Dal padre partigiano che ha lavorato nella fornace dei mattoni, alla madre contadina che da bimba ha fatto la serva.

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lantidiplomatico

Il turismo di massa e la scomparsa (quasi definitiva) del "terzo luogo"

di Angela Fais

Mentre qualche urbanista delira, farneticando dell’esistenza di un ipotetico ‘quarto spazio’, ultima frontiera dell'urbanistica che sconfina nella metafisica, nelle nostre città stiamo assistendo alla sparizione del ‘terzo luogo’. Cosi infatti Ray Oldenburg, un sociologo americano, nel 1989 definiva gli spazi di aggregazione come parchi, biblioteche, piazze e bar. Separati dalla casa, definita da Oldenburg primo luogo, spazio intimo e privato, e dal lavoro, secondo luogo e spazio produttivo e regolato da doveri e gerarchie, i terzi luoghi svolgono una funzione importante, anzi fondante per la vita della Comunità. Intorno ad essi infatti si costruisce e si organizza la vita sociale, sono la casa della comunità, luogo di incontro per i cittadini. Qui le differenze sociali si livellano, il reddito è secondario. A svolgere un ruolo centrale è la conversazione, senza vincoli di consumo. Tutti possiamo stare in piazza o sederci su una panchina, non ci sono costi. 

Solo oggi forse riusciamo a individuare quel fil rouge che lega insieme il terzo luogo di Oldenburg, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la formulazione del concetto antropologico di ‘non - luogo’ da parte di Marc Augé nel 1992. Un fil rouge che ci porta lontano dalla piazza e ci conduce dentro un centro commerciale, in mezzo ai marchi globali delle multinazionali. Oggi i terzi luoghi stanno sparendo dalle nostre città. E lo stanno facendo molto rapidamente, complici una serie di variabili anche molto complesse.

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intelligence for the people

Ucraina: Odessa nel mirino e una possibile svolta nella guerra

di Roberto Iannuzzi

L’offensiva ucraina nel Mar d’Azov ha fornito a Mosca la giustificazione per colpire il sistema ucraino di esportazione del grano nella regione di Odessa, mentre Kiev perde terreno in Donbass

Tra i principali sviluppi forse destinati a cambiare il volto del conflitto ucraino vi è la serie di attacchi lanciati sia da Kiev che da Mosca contro i porti e la rete di navigazione commerciale dell’avversario nel Mar Nero.

L’offensiva di gran lunga più dura è quella che le forze russe hanno sferrato in prossimità del porto di Odessa e dei vicini scali portuali di Yuzhny, Chornomorsk e Nikolayev.

A causa delle operazioni militari russe con droni, la capacità di stoccaggio del porto di Odessa si è ridotta di un terzo, secondo fonti citate dal Financial Times, mentre gli armatori rifiutano di mandare le loro navi nella regione per paura che vengano colpite.

Gli attacchi alle navi, e la distruzione sistematica di ponti ferroviari e snodi autostradali nella parte occidentale dell’oblast di Odessa, paiono una manovra russa per isolare la città dal resto dell’Ucraina, creando le condizioni per un completo blocco terrestre e marittimo del porto più importante del paese.

Il Financial Times lamenta che l’offensiva russa minaccia “una delle rotte di esportazione di cereali più importanti al mondo, la quale rappresenta anche una fonte vitale di entrate per l’Ucraina”.

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«L’ Unione Europea combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare»

di Thomas Fazi

Gli attacchi ucraini in profondità assottigliano il confine tra guerra per procura e scontro diretto tra Bruxelles e Mosca, mentre cresce il rischio di escalation

L’UE rilancia la narrazione di un’Ucraina tornata all’offensiva, mentre l’esercito di Mosca continua ad avanzare nel Donbass. La campagna di droni contro il territorio russo produce danni significativi e rischia di far cadere i limiti che finora hanno contenuto il conflitto. Secondo il saggista italo-inglese, l’aumento della pressione sul Cremlino può allargare la guerra all’Europa. La via d’uscita passa da un negoziato fondato su concessioni territoriali e garanzie di sicurezza…

* * * *

La campagna di attacchi con droni condotta da Kyiv sta certamente producendo effetti. La produzione petrolifera russa ne ha risentito; in tutto il Paese si sono verificate gravi carenze di carburante, come ha ammesso persino Vladimir Putin. L’Ucraina ha inoltre interrotto alcune vie di rifornimento russe a Nord del Mar d’Azov, provocando blackout in Crimea e nella vicina parte della regione ucraina di Kherson occupata dalla Russia.

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lantidiplomatico

Nota a margine sul tema migratorio

di Andrea Zhok* 

Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno.

Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che scuotono lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia.

Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato.

Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti.

1) C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana).

2) C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono).

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lantidiplomatico

Una precisazione

di Alessandro Volpi

La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità. Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente. A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime.

Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale. L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale.

Il processo delle privatizzazioni, avviato simbolicamente con l'incontro sul panfilo Britannia nel 1992 e accelerato dai governi Amato, Ciampi, Prodi e D'Alema, ha portato alla dismissione di asset strategici come l'IRI, che nel 1992 era il quarto gruppo industriale al mondo per fatturato, trasformando l'Italia da Stato imprenditore a mercato aperto ai capitali privati: la vendita di realtà come Telecom Italia nel 1997, la privatizzazione di Autostrade per l'Italia e la liquidazione del patrimonio pubblico hanno generato introiti per oltre 100 miliardi di euro tra il 1992 e il 2001, senza tuttavia garantire un abbattimento strutturale del debito pubblico né un miglioramento dei servizi.

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ilpungolorosso

Nel Venezuela di Delcy Rodriguez, prima entrano i marines, poi l’IDF…

di Il Pungolo Rosso

Da anni, a fronte di una retorica pro-chavismo sempre più lontana dalla realtà effettiva del Venezuela (in Italia rappresentata al meglio, cioè al peggio, da Geraldina Colotti e dai redattori di “Contropiano”), mettevamo in guardia dal crescente potere della borghesia “bolivariana” (la bolibourgoisie) e dalla altrettanto crescente deriva neo-liberista del gruppo di Maduro.

Apriti cielo!

E tanto più dopo la gangsteristica aggressione dell’amministrazione Trump con la cattura di Maduro, guai ad interpretare gli evidenti segni di sottomissione del governo di Delcy Rodriguez ai voleri e agli interessi degli Stati Uniti per quelli che realmente sono.

Il nostro non sarebbe altro che ingiustificabile disfattismo nei confronti di una tenacissima, furbissima, fedelissima seguace di Chavez che stava, con grande abilità tattica, beffando l’amministrazione Trump…

Poi, con la scusa del terremoto (una tragica/ottima occasione, colta al volo), ecco fare il loro ingresso in Venezuela prima i marines (gli stessi che il 3 gennaio avevano assassinato più di 90 venezuelani e cubani e catturato Maduro e consorte), poi i militi genocidi dell’IDF, l’esercito sionista, travestiti da miti, generosissime crocerossine ed esperti ingegneri accorsi lì precipitosamente per salvare i terremotati e avviare la ricostruzione.

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 piccolenote

La follia dell'Impero e l'opzione Sansone 

di Davide Malacaria

Non è solo la pazzia di Trump, che anzi aveva anche provato a sfidare l'immenso potere imperiale e che, dopo essersi salvato per un soffio a Butler, ha iniziato a scendere a patti sempre più onerosi

Trump minaccia un attacco devastante contro l’Iran, escalation di una guerra che sta innalzando il costo dell’energia tanto da rischiare un collasso globale. Nello stesso giorno impone nuovi dazi a 60 Paesi.

Né cessa il sostegno al genocidio di Gaza e all’espansionismo di Israele, con il quale si approssima anche a integrare intelligence ed esercito; alimenta una guerra che sta incenerendo l’Ucraina e rischia di aprire la terza guerra mondiale; strangola Cuba, dove l’embargo uccide quanto le bombe; depreda un Venezuela prostrato da un terremoto catastrofico; bombarda la Somalia, 76° raid solo quest’anno; minaccia di bombardare il Mali, etc…

È semplicistico ascrivere tale deriva alla follia del solo Imperatore perché, se così fosse, il potere di questo mondo vi avrebbe posto rimedio. No, è l’Impero a essere impazzito, almeno nelle sue élite dominanti, come dimostra l’approvazione da parte della Camera Usa della norma che integra l’esercito e l’intelligence Usa con l’apparato bellico e di intelligence di uno Stato che sta consumando crimini abominevoli, tra cui un genocidio (la legge deve passare al Senato, ma è arduo che venga rigettata in tale sede).

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ilcomunista

La sconfitta di Putin

di Vincenzo Costa

Quando diciamo “Putin” non bisogna intendere una persona, ma un fenomeno storico, che nasce quando il tentativo di Eltsin naufraga. La Russia subisce in quel periodo un crollo demografico, economico, le sue risorse immense vanno in mano a pochi oligarchi, la criminalità e la mafia dilagano, il paese è sull’orlo di una ulteriore, più devastante, disgregazione, dopo quella dell’URSS.

Nasce allora “Putin”, che è un progetto, fatto di due grandi direzioni strategiche, da tenere insieme:

1) Proteggere l’integrità della Russia e la sua sovranità, contro le tendenze disgregative interne ed esterne;

2) Integrare la Russia nell’Europa.

Nel marzo del 2000 Putin giunge a ventilare un’adesione della Russia alla NATO. Perché faccia queste avances è chiaro: l’integrazione della Russia nella NATO diventa una garanzie di non disgregazione del paese, e che i paesi storicamente ostili alla Russia (Inghilterra in primis), essendo oramai alleati, non avranno interesse a introdurre elementi di disgregazione e, anzi, sosterranno la sua integrità.

Alla fine non se ne fece niente, perché in quegli anni sembrava che l’Occidente avesse un dominio assoluto sul mondo, gli USA non avessero bisogno di nessuno, la Cina era abbastanza innocua, al massimo un luogo dove spremere plusvalore.

Ma ovviamente significava che la Russia doveva proteggere la sua integrità territoriale da sola, che tentativi esterni sarebbero stati costanti.

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lafionda

Il Foglio, il fervore sionista e l’ignoranza su cosa sia l’università pubblica

di Alessandro Somma

Il fervore sionista del Foglio è noto. Nessuno stupore, quindi, se si esibisce in un attacco contro la “lettera aperta firmata da una quarantina di docenti del Comitato Sapienza per la Palestina” con cui si “pretende dal futuro rettore o rettrice un impegno esplicito e vincolante contro Israele”: lettera liquidata come un “assurdo diktat” (articolo a firma della redazione del 22 luglio).

Lasciamo perdere il numero dei firmatari, che al momento sono circa quattrocento, ovvero dieci volte il numero indicato dal Foglio. E lasciamo perdere la palese manipolazione del senso della lettera, che non chiede un impegno contro Israele, bensì a favore della Costituzione italiana e del suo ripudio della guerra. Chiede invero che “Sapienza non sia implicata, per nessun motivo e ad alcun titolo, in collaborazioni scientifiche o progetti di ricerca collegati, anche solo collateralmente, alle istituzioni militari nazionali o estere e alle imprese attive nel comparto bellico”.

Quello che colpisce è la percezione del tutto fuori asse di ciò che l’università pubblica rappresenta, che per il Foglio è l’università il cui Rettore “deve garantire la qualità della ricerca, la didattica, la gestione delle risorse, la libertà accademica di tutti i docenti e studenti. E “pretendere il contrario significa trasformare l’ateneo in un attore di politica estera parallela, scavalcando governo e Parlamento”.

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contropiano2

Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…

di Dante Barontini

Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.

Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla.

Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.

Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo prima a vederle una per una.

 

Guerra all’Iran

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doppiozero

Capitalismo carismatico

di Alfredo Gigliobianco

C’era una volta Luigi Einaudi, il vecchio economista liberale, che ammoniva: noi non viviamo in una società capitalista – cioè che fa perno sul capitale – ma in una società di libero mercato, il cui tratto distintivo è la libertà economica che si manifesta nel mercato. Il protagonista di questa società non è il capitalista, il grassone con il cappello a cilindro dei quadri di Grosz, ma l’imprenditore, la cui funzione è scoprire e mettere in pratica nuove combinazioni di fattori per creare nuove organizzazioni e nuovi prodotti, sempre migliori. È l’imprenditore che assume il rischio insito in ogni innovazione. Se l’imprenditore non esistesse, la società sarebbe statica, ossificata, burocratizzata. E il capitalista? Il capitalista, nella visione di Einaudi, è il “servo sciocco”, colui che si limita a fornire la materia prima, cioè il capitale, all’imprenditore. È solo per un accidente storico, concludeva Einaudi, che l’imprenditore e il capitalista sono coincisi nella stessa persona per un buon tratto della storia economica. Ma la vera economia di mercato è quella in cui l’imprenditore – fornito della sua capacità e della sua visione – trova il capitale sul mercato: non ha bisogno di essere ricco. Casomai lo diventa.

Per quanto questa visione possa apparire – anzi sia – alquanto edulcorata, essa ha sicuramente fascino. Rappresenta un mondo economico ideale la cui parola d’ordine non è sfruttamento e oppressione, ma miglioramento continuo, materiale e morale. A patto naturalmente che gli imprenditori stiano al posto loro. Il fiume dell’energia imprenditoriale deve cioè rimanere nell’alveo.

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comidad

Ma sono davvero populisti?

di comidad

Carlo Cottarelli ha lanciato l’idea di una norma anti-populismo, cioè ha proposto di vincolare i programmi elettorali alla contestuale presentazione di un prospetto dei costi di ciascuna promessa fatta agli elettori. Il primo bersaglio di Cottarelli è stata la proposta di remigrazione forzata avanzata dal troll che oggi va per la maggiore, il generale Roberto Vannacci, il quale ha cercato di cavarsela con una risposta davvero infelice: “Non sono un ragioniere”. La risposta è incompatibile con i trascorsi professionali di Vannacci, in quanto ogni ufficiale delle forze armate dovrebbe essere un po’ geometra e un po’ ragioniere, cioè saper calcolare sia lo spazio in cui si muove, sia i costi in termini di mezzi e di uomini di ogni propria scelta. Ciò ovviamente vale in una visione idealizzata delle forze armate, nelle quali si dovrebbe fare carriera in base alle competenze. Neanche gli spin doctor di Vannacci hanno dimostrato grandi capacità, dato che in questo caso la controbiezione era ovvia; cioè perché un tale vincolo debba valere soltanto per i programmi elettorali e non anche per i programmi extra elettorali, come quelli imposti dalla Commissione Europea. In altre parole, le norme anti-demagogiche dovrebbero applicarsi non solo al populismo, ma soprattutto ai programmi che vanno a vantaggio di imprese, banche e fondi di investimento.
Il programma di riarmo europeo presentato nello scorso anno dalla Commissione Europea è appunto una operazione di assistenzialismo per ricchi, non soltanto fatta a debito, ma soprattutto senza precisare l’onere dei costi sugli interessi da pagare sul debito.

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fattoquotidiano

Schlein è molto più a destra di Prodi (e anche di Meloni) sull’Ucraina

di Enrico Grazzini

Nell'intervista al Foglio, la segretaria del Pd conferma le solite banalità sulla guerra, senza un minimo di analisi storica. Mai citata la Nato. L'ex democristiano Prodi la supera a sinistra

Sembra assurdo ma Elly Schlein, l’obamiana a capo del Pd, è molto più a destra dell’ex democristiano Romano Prodi sulla questione cruciale della guerra. Nella sua recente intervista al Foglio, Schlein ha confermato le solite banalità sulla guerra in Ucraina, senza un minimo di approfondimento e di analisi storica: ha detto che c’è “un aggredito e un aggressore” e di aver “votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi” perché “è inaccettabile riscrivere i confini con l’uso della forza”. Ma Schlein non spende una sola parola sulla Nato che nel 1999 ha bombardato illegalmente la Serbia (storica alleata russa) per staccarle la regione del Kosovo, per farne uno Stato nuovo (con una nuova base Nato).

Schlein, spiegando la sua politica di governo, si è completamente dimenticata della Nato amica di Israele, della fallimentare guerra in Iran condotta da Trump e da Netanyahu, dei crimini di guerra del governo Netanyahu, della strategia della Grande Israele fondata sull’espulsione in massa dei palestinesi e degli arabi: a lei interessa piuttosto che Kiev ottenga “una pace giusta dal punto di vista dell’Ucraina, senza ambiguità”. E con sussiego ha dichiarato che “serve un’Europa più forte”.

Romano Prodi nel suo libro-intervista con il giornalista Massimo Giannini Il dovere della speranza ha una vista più lunga sul conflitto in Ucraina: da ex presidente della UE ricorda che fin dal suo insediamento “Putin era ossessionato dall’idea che la Nato potesse espandersi in Ucraina”.

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Circa il personaggio Vannacci

di Algamica*

Poniamo questa domanda: perché un paese moderno, civile, democratico, colonialista e imperialista, di circa 58 milioni di abitanti si domanda da dove venga fuori un personaggio come Vannacci.

In premessa diciamo che quello che appare in superficie è l’espressione di quanto avviene nel sottosuolo, dunque dobbiamo scendere nelle viscere della vita sociale per capire cosa sia il personaggio come suo prodotto.

Lui, un ufficiale dell’esercito si presenta con il simbolo della X, ovvero la Decima Mas, il battaglione che si rifiutò di aderire al voltafaccia dell’esercito italiano in seguito ai bombardamenti degli angloamericani divenuti poi “alleati” e salutati con esultanza dal popolo che non ne poteva più della guerra.

C’è un’altra caratteristica del generale, quella di essere stato per molti anni in Russia, ovvero durante gli anni in cui la Russia ci trattava come un benefattore per la fornitura di gas e petrolio, e di scambi a noi, popolo d’Italia, favorevole.

Il terzo elemento di riflessione è costituito dall’essere stato candidato con la lega di Salvini alle elezioni europee e di aver raccolto un mezzo milione di voti.

Il quarto fattore è costituito da una accentuazione politica delle proprie posizioni, su una serie di questioni che esamineremo, fino a raccogliere personaggi di destra e dell’ultradestra, in Parlamento e fuori di esso, e costituire Futuro Nazionale, con una caratterizzazione marcatamente razzista e omofoba.

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piccolenote

Iran. Trump dichiara l'escalation 

di Davide Malacaria

"Attaccare Teheran probabilmente provocherebbe una rappresaglia iraniana ancora più ampia". Si sta ripetendo quanto accaduto in Ucraina, con l'America che ha dato vita a un'escalation controllata che, poco a poco, sta diventando incontrollata

“Da questo momento in poi, ogni volta che la Repubblica Islamica dell’Iran sparerà contro una nave nello Stretto di Hormuz, sia con missili, razzi, droni o qualsiasi altro dispositivo o arma, gli Stati Uniti bombarderanno e distruggeranno UN PONTE O UNA CENTRALE ELETTRICA, comprese quelle situate vicino o all’interno della capitale Teheran”. Così Trump su Truth social.

C’è da dire che è un’idea brillante per superare le accuse che pioveranno sugli States quando darà seguito alla minaccia, che poi è quella devastare le infrastrutture iraniane. Nulla importando peraltro se, com’è accaduto in precedenza, sul ponte preso di mira ci saranno mezzi in transito con relativi autisti e passeggeri.

Non è farina del sacco di Trump. L’idea è troppo sofisticata. Perfidia pura, anche perché chi l’ha avuta, per concretizzare la devastazione minacciata, farà in modo di spingere mercantili e petroliere ad attraversare lo Stretto mettendo a rischio la vita degli sfortunati naviganti. E tanti disperati accetteranno, com’è avvenuto finora, anche perché le Compagnie di navigazione hanno messo sul tavolo incentivi abnormi perché sfidino la sorte. Uno Squid Game marittimo.

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machina

Il clima come spettacolo

di Luigi Guelpa

Come abbiamo sostituito gli scienziati con i personaggi

Come si costruisce oggi il dibattito pubblico sul cambiamento climatico? «Il clima non è diventato un problema di meteorologia. È diventato un problema di comunicazione» risponde Luigi Guelpa, nell'articolo che pubblichiamo oggi. Più che attorno ai dati, il dibattito sembra organizzarsi attorno ai volti, ai simboli e ai personalismi degli scienziati. Così il sistema dell'informazione trasforma una questione complessa in uno scontro tra personaggi, spostando l'attenzione dalla ricerca alla sua rappresentazione. Un'analisi del modo in cui il mercato dell'attenzione finisce per ridefinire non solo il racconto del clima, ma il rapporto stesso tra conoscenza, politica e comunicazione.

* * * * *

C’è un dettaglio che continua a sfuggire nel dibattito pubblico sul cambiamento climatico. Un dettaglio tanto semplice quanto decisivo. Non riguarda la fisica dell’atmosfera, né la concentrazione di anidride carbonica, né l’ultimo rapporto dell’Ipcc. Riguarda la televisione. E, più in generale, il mercato dell’attenzione.

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lantidiplomatico

Come il nuovo fascismo ci costringe a essere stranieri

di Chris Hedges*

Stiamo diventando degli stranieri. Stranieri nei nostri stessi Paesi, stranieri nel mondo. I valori che ci stanno a cuore, le libertà che un tempo davamo per scontate e la possibilità di un futuro democratico stanno lentamente svanendo. Le comunità in cui trovavamo significato e scopo vengono smantellate, mentre la morsa del fascismo si consolida. L'assalto decennale alle istituzioni democratiche in nome del neoliberismo — o meglio, del capitalismo spietato — sta raccogliendo il suo triste raccolto.

In “Nation of Strangers: Rebuilding Home in the 21st Century”, Ece Temelkuran attinge alla sua esperienza di esilio dalla Turchia — come già fatto nel precedente “Come far cadere un paese. Dalla democrazia alla dittatura” — per prepararci a un futuro che non desideriamo, ma che saremo costretti a sopportare.

Nation of Strangers è una raccolta di quaranta lettere scritte tra giugno 2022 e aprile 2025. Ogni lettera si apre con l'incipit «Caro straniero», sottolineando gradualmente come presto anche noi, proprio come l'autrice, diventeremo stranieri: prima nella nostra terra e poi, per alcuni, in esilio.

Temelkuran si fa beffe della nostra mania di speranza, della convinzione ingenua che le nostre istituzioni, ormai svuotate e corrotte, possano respingere l'ondata fascista.

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lafionda

Non c’è due senza tre: il tradimento storico dell’Unione europea

di Emanuele Maggio

La rinuncia al gas russo ha ridotto la competitività internazionale delle nostre aziende, ha accelerato il crollo dei nostri indici di produzione industriale, ha messo a dura prova interi comparti energivori; i piani di riarmo hanno stretto il laccio attorno al collo del nostro welfare già soffocato.

Ma in UE ci dicono che bisogna fare dei sacrifici, se vogliamo salvare la “democrazia” ucraina.

Le stesse persone ci assicurano che uscire dall’UE e dall’euro avrebbe conseguenze nefaste per la nostra economia: la svalutazione della moneta, il rialzo dei tassi, l’inflazione.

Lo dicono contro i “sovranisti” (quelli veri), che sono disposti a qualche sacrificio economico pur di salvare la democrazia italiana, e pur di liberare la Costituzione Repubblicana Italiana dalla gabbia dei Trattati di Maastricht e Lisbona.

Insomma, a quanto pare possiamo rischiare di distruggere l’economia italiana per salvare la “democrazia” ucraina, ma non possiamo rischiare di distruggere l’economia italiana per salvare la democrazia italiana.

Nell’Unione Europea la democrazia rappresentativa è strutturalmente finita.

Ma attenzione, il rapporto di casualità va invertito: la democrazia rappresentativa non è finita A CAUSA dell’Unione Europea; invece, l’Unione Europea esiste proprio a causa della fine della democrazia rappresentativa.

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poliscritture

Sull’Immortalità

di Paolo Di Marco

La fontana della giovinezza non è più un miraggio.

Se l’immortalità non appare per ora raggiungibile… e forse neppure desiderabile, il ringiovanimento appare traguardo vicino.

Il primo passo era emerso quasi per caso da uno studio sui topi, dove la trasfusione di sangue da giovani a vecchi aveva ringiovanito drammaticamente gli esemplari anziani. Qualcuno aveva subito ricordato il legame che nelle favole nere c’è tra vampirismo ed immortalità, ma la ricerca successiva aveva eliminato questa possibilità: il fattore ringiovanente (FP4) funziona per trasfusione ma non per digestione…i poveri vampiri avevano sbagliato modo di assunzione.

Questo stesso fatto era poi alla base di processi di ringiovanimento su base ormonale e, forse più interessante, nel ringiovanimento legato all’attività fisica.

L’ultimo passo avanti è stato pubblicato in Aprile 26:

Contrariamente a quanto sapevamo da piccoli l ’embrione nasce vecchio, poi gli opportuni epigeni (da cui epigenetica : la parte del DNA che attiva le varie sequenze) lo fanno ringiovanire tornando a cellule totipotenti; che poi ripartono.

Il che fa sognare di poter fare lo stesso con tutto il corpo.

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clarissa

Basi italiane e guerra in Medio Oriente

di Gaetano Colonna

Mentre ci avviciniamo ad una nuova fase nelle operazioni militari statunitensi contro l’Iran in Medio Oriente che pongono fine all’ennesima finta tregua, è utile evidenziare il ruolo dell’Italia nel conflitto mediorientale, dato che il governo italiano ha ribadito l’estraneità del nostro Paese ad esso, considerato illegittimo. Emerge infatti la singolare contraddizione che pone l’Italia in una posizione particolarmente assai imbarazzante.

Infatti, il sito web indipendente Itamilradar, che segue quotidianamente i movimenti di velivoli militari nei cieli del nostro Paese e non solo, documenta il coinvolgimento diretto delle nostre basi nella guerra in corso.

Riportiamo i punti essenziali della notizia, comparsa il 18 luglio scorso:

«Una formazione di sette caccia F-16CM Fighting Falcon dell’USAF, probabilmente appartenenti al 31° Fighter Wing della base aerea di Aviano, ha sorvolato oggi il Mediterraneo orientale, supportata da una complessa operazione di rifornimento in volo che ha coinvolto diversi aerei cisterna KC-135 Stratotanker. La missione ha sottolineato ancora una volta l’importanza strategica della base aero-navale di Sigonella come hub avanzato per il rifornimento in volo delle forze aeree statunitensi dispiegate in Medio Oriente. (…)

Due KC-135, il KC-135T 58-0049 e il KC-135R 62-3509, decollati dalla base aerea navale di Sigonella si sono diretti verso un punto di rifornimento a sud di Creta. Dopo aver supportato gli F-16 in arrivo, hanno fatto ritorno verso la Sicilia.

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sollevazione

Un imbroglio che dura da trent'anni

di Leonardo Mazzei

C’è qualcosa di più irritante della protervia con la quale vengono sfornate a getto continuo leggi elettorali sempre più antidemocratiche? Sì, almeno una cosa c’è: i festeggiamenti dei big del “Campo largo” alla Camera per una vittoria immaginaria; inesistente come il loro programma e la loro leadership.

Il 14 luglio non è stata bocciata la legge elettorale voluta dal governo, che è stata invece approvata dai deputati due giorni dopo, ma solo un emendamento delle forze di maggioranza che fingeva di reintrodurre le preferenze, con un meccanismo ingannevole che – tra premio di maggioranza e capilista bloccati – lasciava comunque alle segreterie dei partiti la nomina diretta dell’80% dei parlamentari. Una presa in giro bella e buona.

Senza dubbio il voto sulle preferenze, con il tradimento di alcune decine di deputati, ha segnato una seria sconfitta per Giorgia Meloni, che non a torto ha gridato alla “vittoria della Palude”. Ma quel voto non parla solo a lei. E’ un intero sistema politico ad essere in crisi. E di quel sistema Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, ed ovviamente Renzi, fanno parte a pieno titolo. Non a caso nel Paese reale il consenso è in calo per tutte le forze parlamentari, ma di questo dato incontrovertibile non c’è traccia nel Paese irreale dei palazzi del potere. Da qui il trionfalismo dei leaderini centrosinistrati, quelli che a marzo volevano goffamente impossessarsi di un risultato referendario che di ben altro ci parlava.

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linterferenza

Forme di disgregazione di massa

di Pier Paolo Caserta

Sono tra quanti sostengono, sulla scorta di Luciano Gallino, che il tempo presente, quello dell’egemonia neoliberista, si segnala per la compiuta instaurazione – efficacemente coperta dalla parvenza della democrazia – di un “totalitarismo liberale”, cioè un ordine con tratti totalitari perché capace di entrare in tutti gli spazi della vita dell’individuo, modellando secondo l’ideologia di mercato tanto i suoi stili cognitivi che i suoi comportamenti (1). Un totalitarismo diverso da quelli novecenteschi, con caratteri specifici, perché diversamente dai suoi antecedenti non ricorre strutturalmente alla repressione – sebbene possa all’occorrenza ricorrervi e nella più recente fase di ristrutturazione tecnocratica e neo-autoritaria vi ricorra in effetti in misura crescente – bensì della promessa dell’illimitata estensione della libertà.

Questa “libertà”, però, non è altro che il feticcio che nasconde la radicale riduzione dell’individuo-massa a soggetto di consumo (2). Sotto le insegne della libertà è stata contrabbandata l’attività desiderante degli individui convinti di poter fare e di poter essere tutto ciò che vogliono, alla sola condizione che lo vogliano con sufficiente determinazione lasciandosi plasmare dall’ethos mercantile e “meritocratico” che trasforma ciascuno in Impresa di sé, accettando di mettere a valore ogni aspetto dell’esistenza umana. In questo modo, in forme non soltanto fluide e apparentemente innocue, totalmente e quotidianamente normalizzate, ma anche accattivanti si è affermata la mercificazione di ogni aspetto dell’umano.