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blackblog

Che cosa resta?

di Giorgio Agamben

1.
«Ho una tale sfiducia nel futuro, che faccio progetti solo per il passato». Questa frase di Flaiano – uno scrittore le cui battute vanno prese estremamente sul serio – contiene una verità su cui vale la pena di riflettere. Il futuro, come la crisi, è infatti oggi uno dei principali e più efficaci dispositivi del potere. Che esso venga agitato come un minaccioso spauracchio (impoverimento e catastrofi ecologiche) o come un radioso avvenire (come dallo stucchevole progressismo), si tratta in ogni caso di far passare l’idea che noi dobbiamo orientare le nostre azioni e i nostri pensieri unicamente su di esso. Che dobbiamo, cioè, lasciare da parte il passato, che non si può cambiare ed è quindi inutile – o tutt’al più da conservare in un museo – e, quanto al presente, interessarcene solo nella misura in cui serve a preparare il futuro. Nulla di più falso: la sola cosa che possediamo e possiamo conoscere con qualche certezza è il passato mentre il presente è per definizione difficile da afferrare e il futuro, che non esiste, può essere inventato di sana pianta da qualsiasi ciarlatano. Diffidate, tanto nella vita privata che nella sfera pubblica, di chi vi offre un futuro: costui sta quasi sempre cercando di intrappolarvi o di raggirarvi.

conness precarie

Emanuel Macron e alcune vecchie novità

La Francia, l’Europa e i movimenti

di Lyne Marat

Se potevamo considerare la prima vittoria di Macron scontata e immaginarci il povero popolo francese schiacciato in un angolo, le elezioni legislative ci dicono che invece la maggioranza dei francesi non astenuti, circa il 44%, ha ufficialmente dato carta bianca al maratoneta dell’Eliseo. In fondo questo uomo della provvidenza post-ideologica ha ottenuto alle presidenziali poco più del 20% dei voti dei francesi, più o meno la stessa percentuale ottenuta da Le Pen, Fillon e Mélenchon. Le elezioni legislative sono state decisamente più interessanti e il solo a essersene accorto pare essere stato lo stesso Macron. Con toni preoccupati, infatti, ha registrato che parlamento e governo rischiano di diventare una cosa sola. La grande «palude» dei deputati di En Marche sarà costretta a sgomitare per farsi notare in qualche modo, dal momento che è destinata ad approvare senza discussioni le decisioni del presidente e del suo esecutivo, a sua volta subito sottomesso all’accelerazionismo del nuovo enfant prodige della trasparenza, capace di macinare tre ministri in pochi giorni. Quella che appare come una grande vittoria rischia così di trasformarsi nella prova più evidente delle difficoltà di un sistema politico che, non solo in Francia, cerca ostinatamente nell’esecutivo la sua salvezza.

cambiailmondo

Lettera dal Venezuela alle italiane e agli italiani

Pubblichiamo una importante lettera sottoscritta da diversi connazionali in Venezuela e inviata agli italiani, sulla strumentalizzazione della “presenza italiana” in questo paese – fatta in più occasioni anche da dirigenti politici e di Governo – e sulla (dis)informazione a senso unico che è rilanciata dai maggiori media italiani sul paese sudamericano

“Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una “consistente comunità italiana o di origine italiana” in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità.

militant

La sostanza politica del terrorismo

di Militant

Scrive Carlo Rovelli sul Corriere (22 giugno) un articolo di apparente buon senso sul terrorismo. Perché ci indigniamo tanto e ci spaventiamo, si legge, per un fenomeno che fa decisamente meno morti degli incidenti stradali? Se un crimine è sempre tale, «perché non ci commuoviamo egualmente per altre morti causate da crimini?» Segue una sacrosanta lista di crimini altrettanto efferati per cui scarseggia tale commozione sociale: donne uccise da mariti gelosi; neri americani uccisi da poliziotti; operai uccisi da direttori dei cantieri, e altri esempi simili. Il motivo, scrive sempre Rovelli, è nella spasmodica attenzione riservata alle morti per terrorismo da parte di media e politici. Ogni morte violenta dovrebbe allarmarci altrettanto, eppure così non è. Relegate nei trafiletti di cronaca nera, le scabrose narrazioni sulle nefandezze omicide riemergono solo se il protagonista è “il terrorista”, svelando peraltro un certo sostrato razzista della nostra cultura massmediatica. Altrettanto giustamente, Rovelli ribalta l’assunto per cui tale spazio viene dedicato al terrorismo perché spaventa la maggior parte della popolazione: «sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione». E’ una paura indotta capace di generare insicurezza diffusa, in un circuito politicamente funzionale alla gestione della sicurezza nella società liberale post-democratica.

la citta futura

“Je so’ pazzo” fuori dal Brancaccio

di Laura Nanni

Il 18 giugno 2017, al teatro Brancaccio di Roma si è svolta un’assemblea quasi pubblica per un’alleanza quasi popolare. Ai compagni del csoa di Napoli è stata rifiutata la parola

Il volo dei gabbiani sul palco del teatro Brancaccio si è pietrificato dopo qualche ora di assemblea nella sala stracolma. Il palco illuminato da una luce rarefatta chiarissima, il minimalismo dei pochi volumi pastello delle poltroncine per sedersi, di altri volumi sparsi ad arte, le camicie bianche sui pantaloni blu dei due ideatori, tutto denota una cura estetica del particolare dello scenario che accoglie il popolo .Gli vuole suggerire un’atmosfera di purezza, un’idea di neo-natalità rasserenante… Alcune sagome di gabbiani appese, creano leggerezza… D’altronde Montanari è uno storico dell’arte. Ad Anna Falcone il compito dell’accoglienza e a Tomaso Montanari il discorso di apertura, davvero un bel discorso che parte dall’articolo 3 della nostra Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.”

lanatra di vaucan

Contro la Movida

di Riccardo Frola

A Torino, dopo i gravi fatti di ordine pubblico in piazza San Carlo e dopo gli scontri avvenuti nel quartiere Vanchiglia tra “popolo della notte” e forze dell’ordine, i centri sociali vicini al sito www.infoaut.org, che un anno fa avevano appoggiato l’elezione dell’attuale sindaco cinque stelle Chiara Appendino, sconvolti dal fatto assolutamente inedito che ”le promesse della campagna elettorale vengano disattese una dopo l’altra”, tentano un’analisi dei tafferugli. Per spiegarsi il fenomeno incomprensibile per cui, agenti del reparto celere, improvvisamente, in tenuta antisommossa, abbiano iniziato a caricare alla cieca fra i tavolini dei locali della movida famiglie, bambini, studenti ed occupanti dell’Askatasuna, proprio per far rispettare un’ordinanza della sindaca, i redattori di infoaut ricorrono alla teoria del complotto: “la sindaca, i suoi assessori e i suoi consiglieri continuano a cadere volentieri in (…) trappole, (…)  innescate dalle opposizioni con polemiche sterili o (…) attrezzate con molta più furbizia da questura e prefettura”1 .

Anche se l’analisi di Infoaut non è del tutto ignara delle vere cause dei disordini, tutte legate alla gestione della crisi economica, i redattori sembrano non riconoscere che, qualunque sia il rappresentante provvisorio installato nei suoi parlamenti (anche se appoggiato dai più radicali fra gli anticapitalisti), “in tempi di crisi, lo Stato si ritrasforma in quello che era nei tempi del suo debutto storico: una banda armata”2 .

vocidallestero

Gli Stati Uniti sono in guerra contro la Siria

di Jim Kavanagh

Dopo l’abbattimento di un aereo siriano nel proprio spazio aereo, non ci sono più dubbi: l’America ha fatto un atto di guerra con la Siria. L’analisi di Counterpunch è impietosa: non esiste alcuna giustificazione al comportamento del governo americano, che va condannato dai suoi cittadini e dalla comunità internazionale

Gli Stati Uniti sono in guerra con la Siria. Anche se pochi americani vogliono ammetterlo, è implicitamente così da quando l’amministrazione Obama ha iniziato la costruzione di basi e l’invio di truppe speciali americane – che-ci-sono-e-non-ci-sono – ed è così in modo esplicito dal 3 agosto 2015, quando l’amministrazione Obama ha annunciato che avrebbe “consentito attacchi aerei per difendere i ribelli siriani addestrati dagli Stati Uniti da eventuali aggressori, anche se i nemici provengono da forze fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad”. Da quando la U.S. Air Force — sotto Trump, ma seguendo la politica dettata da Obama — ha tirato giù un aereo siriano nello spazio aereo siriano, questo è innegabile. Gli Stati Uniti hanno intrapreso esplicitamente un’altra aggressione di un paese sovrano che non poneva alcuna minaccia possibile, figuriamoci effettiva o imminente, per la nazione. Questo è un atto di guerra.

Come atto di guerra, esso è incostituzionale e avrebbe richiesto una dichiarazione da parte del Congresso. Trump la chiederà? Qualche partecipante democratico o repubblicano del congresso la chiederà? Il Papa è un indù?

sollevazione2

Rapina in banca, modello "Intesa"

di Leonardo Mazzei

Le mani (non invisibili) sulle banche venete

Un euro privato contro 6 miliardi pubblici, come scambio ineguale proprio non fa una piega. Non devono averci messo molto i tecnici del sig. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a formulare la loro offerta d'acquisto per Veneto Banca e per la Banca Popolare di Vicenza.

La loro operazione sarà durata, sì e no, un paio d'orette. Lorsignori hanno preso due scatole, nella prima (denominata good bank) hanno messo la polpa - gli sportelli, i depositi, i crediti sicuri; nella seconda (denominata bad bank) hanno accatastato le ossa - i crediti deteriorati, quelli comunque considerati a rischio, le obbligazioni subordinate, i rischi connessi alle azioni legali. Per la prima si sono detti disposti a spendere nientemeno che la bella cifra di un euro. Per la seconda chiedono che lo Stato di euri ne sborsi 6 miliardi.

Naturalmente, di fronte a cotanta generosità, la stampa nazionale è già scattata come un sol uomo a ringraziare la munificenza del Messina: gli si dica subito di sì, che i mercati hanno fretta; si prepari la somma richiesta senza indugio, che si tratta di banche mica di pensionati. E, siccome - vedete le complicazioni della democrazia - per spendere quei soldi ci vuole una legge ad hoc, la si faccia subito, ovviamente per decreto, e che il parlamento esegua e zitto.

lantidiplomatico

Il CETA è in Senato in un silenzio assordante

Il trattato internazionale che cambierà per sempre le nostre vite

di Giorgio Cremaschi

"Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima."

Il degrado della nostra democrazia è ben rappresentato dal fatto che uno  scontro megalattico stia accompagnando la discussione su una legge all'acqua di rose sullo ius soli, mentre il senato si prepara ad approvare nel silenzio generale il famigerato trattato CETA.

Il trattato è quello stipulato tra Unione Europea e Canadà e serve a far passare liberamente la globalizzazione più selvaggia e distruttiva, travolgendo le poche regole rimaste a difesa dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini. Il succo del trattato è il via libera ai prodotti,  ai servizi e alle attività delle grandi multinazionali, secondo le regole loro e del paese più disponibile verso di esse. E se qualche stato dovesse decidere di opporsi in nome delle proprie leggi su lavoro, salute e ambiente, le multinazionali potrebbero citarlo in giudizio in un arbitrato, gestito a condizioni, per esse, di favore.

La extragiudizialità dei grandi fruitori di profitti rispetto agli stati diventa legge, lo stesso privilegio di fronte alla giustizia comune di cui nel Medio Evo gode ano prìncipi e baroni.

blackblog

Possiamo arrivare al comunismo in un colpo solo?

di Jehu

Un saggio del 2014, scritto da Jasper Bernes e Joshua Clover, "The Ends of the State", che affronta il problema dello Stato e di una strategia rivoluzionaria, sostiene che una rivoluzione proletaria non può arrivare ad ottenere più di quello che realizza subito inizialmente:

«Come viene sostenuto da noi e da molti dei nostri contemporanei, il fatto di stabilire queste nuove condizioni sociali, nella loro più ampia misura possibile, oggi non solo è il probabile percorso che può essere seguito, direttamente o indirettamente, da un processo rivoluzionario, ma, date le oggettive condizioni materiali, è l'unica speranza per un suo eventuale successo.»

A leggere questo passaggio, sembrerebbe che gli autori (i quali sono collegati ad "Endnotes") stiano dicendo che una rivoluzione proletaria è strettamente limitata a quello che può realizzare inizialmente a partire dalla pura forza della rivoluzione stessa. Dopo l'iniziale onda d'urto, si stabilisce un percorso di sviluppo tipico dell'accumulazione capitalista. Se una rivoluzione proletaria non riesce ad arrivare al pieno comunismo in un colpo solo, diventa allora semplicemente una forma di sviluppo capitalistico?

Per usare un'analogia: se una stella non ha massa sufficiente, essa non produce un buco nero, ma si stabilizza e vive la sua vita come stella nana.

manifesto

L’inconscio collettivo in un campo minato

di Roberto Finelli

«La voce minima. Trauma e memoria storica» del filosofo Mario Pezzella. La rimozione dei genocidi del Novecento alimenta fittizie ipotesi riconciliative tra vincitori e vinti. L’orrore scaturito da atti di violenza condiziona le vite di vittime, carnefici e dei loro eredi

Mario Pezzella è un intellettuale, il cui «impegno», per usare una parola antica, al fine di un’etica della trasformazione è pari alla sua raffinatezza culturale e alla sua capacità di far interagire più campi teorici: quali l’estetica letteraria e cinematografica da un lato e la filosofia politica dall’altro, a cui si aggiunge una profonda sensibilità per le tematiche psicoanalitiche, per l’attività di traduttore e l’esperienza della composizione poetica in prima persona. Studioso di Friedrich Hölderlin, Walter Benjamin, Paul Celan, Miguel Abensour, uno dei suoi meriti maggiori è quello, nella sua frequentazione della cultura tedesca ed europea, di essersi tenuto lontano da ogni seduzione e subalternità rispetto al pensiero di Martin Heidegger, alla cui metafisica conservatrice dell’«essere» hanno ceduto invece, com’è ben noto, molti intellettuali, italiani ed europei, che hanno coniugato il medesimo campo d’interessi, tra estetica e filosofia politica.

Con l’ultima sua opera, La voce minima. Trauma e memoria storica (manifestolibri, euro 167), Pezzella torna a stringere le sue competenze e i suoi saperi per proporre una singolare quanto originale compenetrazione di storia e psicoanalisi attorno al tema della rimozione storica.

militant

Tempo di elezioni, tempo di costituenti

di Militant

Ogni elezione si tira dietro la sua necessaria escalation di costituenti più o meno “rosse”. E’ il richiamo della foresta elettorale, quello per cui alla “domanda di sinistra” dovrebbe corrispondere un’offerta conseguente. Si moltiplicano allora i contenitori, tutti certo aperti ed eterogenei, in grado di offrire quello che gli elettori chiedono da tempo: una sinistra che faccia la sinistra. C’è la sinistra radicalmente socialdemocratica e keynesiana; c’è quella umanitaria e pacifista; ci sono le varie sinistre comuniste, quelle imperiali e quelle anti-imperialiste; ci sono quelle rosa, rosé, arcobaleno. Ce n’è insomma per tutti i gusti, per tutte le teorie e per tutti i programmi. Ancora nel 2017 tutto lo spettro del marxismo trova in Italia il suo riferimento politico, ciascuno lamentandosi della mancanza di una proposta “veramente marxista”, ognuno presentandosi come vero e unico comunista. Un circo barnum che negli ultimi anni ha trovato il proprio capro espiatorio nel “populismo”, matrice, a leggere i nuovi Lenin digitali, dei disastri elettorali delle vere sinistre, formidabile metadone padronale capace di alienare i veri interessi dei subalterni indirizzandoli verso false soluzioni di falsi problemi. Non ci fosse il populismo saremmo già al comunismo di guerra, così come venti anni fa non ci fosse stato Bertinotti, o quarant’anni fa non ci fosse stato il Pci. E così via, rimuovendo responsabilità e limiti verso l’altro da sé pur di non procedere mai alla verifica dialettica dei propri errori.

appelloalpopolo2

Qualche effetto dell’invasione giornalistica della scuola pubblica italiana

di Paolo Di Remigio

Il lamento che in Italia si leggono poco i giornali trascura che i loro articoli sono una merce tra le altre e che la scarsa domanda può essere indice di cattiva qualità dell’offerta. In effetti gli articoli dovrebbero dare notizie, in realtà si sforzano di diffondere ideologia, quella che protegge gli interessi degli editori. Per questa pesante ipoteca da cui essi sono gravati, la diffusione dei giornali a scuola è sempre da respingere. La scuola infatti non insegna notizie, ma teorie o, nel peggiore dei casi, nozioni: le notizie assumono significato solo nei contesti teorici e devono senz’altro essere risparmiate a chi non li ha ancora acquisiti. C’è ancora un motivo di profilassi: mentre le notizie, come strumenti di campagne ideologiche, suscitano passioni e contrasti, le teorie sono conoscenze oggettive e universali, valide dunque per tutti, in grado di interrogare la ragione e di unire.

Nondimeno, nell’attuale esame di Stato il giornale si è insinuato attraverso due brecce: gli alunni possono redigere i loro elaborati anche in forma giornalistica; inoltre i temi proposti dal MIUR sono corredati da brani tratti per lo più da pagine di quotidiani, anziché da testi qualificati sotto il profilo scientifico ed estetico.

Nell’esame di Stato di quest’anno alcuni dei versi più toccanti della letteratura italiana (‘I limoni’ di Montale) sono soffocati da una spiacevole masnada di brani tratti di preferenza dal ‘Sole 24 ore’.

comidad

Il denaro pensa al posto tuo

di comidad

La settimana scorsa è morto Helmut Kohl, l’ex cancelliere tedesco salutato come il padre dell’attuale Unione Europea. Nelle celebrazioni si sono messe da parte le modalità della fine politica di Kohl, segnata nel 1999 da un mega-scandalo per finanziamenti illegali al suo partito. Si trattava di un giro di tangenti legato ad affari di vendita di armi alla solita Arabia Saudita.

Pochi giorni fa Pierluigi Bersani ancora osava indicare come un modello i partiti tedeschi, secondo lui “interamente” finanziati dallo Stato e quindi abilitati a selezionare una vera classe dirigente. In realtà in democrazia è diventato impossibile fare distinzione tra la politica ed i suoi flussi di finanziamento, nei quali i fondi pubblici rivestono un ruolo marginale. E la situazione, dai tempi di Kohl, si è persino aggravata, dato che è aumentata la mobilità internazionale dei capitali. Se la forza delle cose ha un peso, è evidente che ricevere finanziamenti da questo o da quello condiziona e restringe i margini di manovra, specialmente se il denaro arriva da tangenti su operazioni di import-export, cioè di mobilità dei capitali.

Il denaro non è solo un movente ma una condizione esistenziale e rappresenta un percorso già tracciato per qualsiasi organizzazione complessa.

giap3

I denti di #Farinetti e il sorriso di Marta Fana

di Alberto Prunetti

Non guardo quasi mai la televisione e ci ho messo almeno un giorno per vedere il finto duello, con colpi telefonati, tra Porro e Farinetti, con l’irruzione – questa vera e tagliente – di Marta Fana, ricercatrice di economia a Scienze politiche a Parigi, che affonda accuse al padrone di Eataly. Accuse già comparse su libri, articoli e volantini sindacali, ma che nessuno aveva avuto il coraggio di scagliargli contro in diretta televisiva: sottomansionamenti, formazione pagata dai fondi europei e altre furbate a tutele decrescenti.

Com’è andata potete vederlo qui sotto. Porro ha dovuto ammettere che in realtà di fronte a una critica vera tocca prendere le parti di Farinetti mentre la conduttrice dava l’impressione di voler arginare un torrente che rifiutava di stare nelle briglie di contenimento.

E poi il miracolo: mentre Marta parla, il sorriso di Farinetti si spenge. Il sorriso hungry and foolish si irrigidisce in una smorfia e gli occhi del padrone si fanno piccoli. Farinetti capisce che stavolta non c’è il solito tappeto rosso steso dalla Langa fino allo studio televisivo. E non trova altra via d’uscita che la minaccia, l’uso della querela per imbavagliare l’incauta ricercatrice che continua a snocciolare cifre e fatti. Cifre che parlano di diritti violati, di tutele ridotte, di operai sfruttati.

micromega

Se lo sciopero fa paura

di Carlo Formenti

Dedicando due pagine piene – la due e la tre – allo sciopero dei trasporti del giorno precedente, il Corriere della Sera di sabato 17 giugno lancia l’ennesima crociata contro il diritto di sciopero e di associazione sindacale. Decodificare il messaggio di fondo – cosa aspettiamo a metterli fuorilegge? – è facile, ma vale la pena di leggere fra le righe per approfondirne alcuni aspetti. Partiamo dai titoli. Il pezzo di sinistra, quello che fa la cronaca degli effetti dello sciopero, inalbera sopra il titolo a effetto “Città in coda aerei a terra”, un occhiello che apre così: “Lo sciopero delle sigle minori blocca i mezzi pubblici”, frase che contiene un evidente paradosso: se le sigle sono “minori”, come mai riescono a bloccare i mezzi pubblici e a raccogliere elevate percentuali di adesione da parte dei lavoratori (che a Palermo, rivela lo stesso articolo, hanno toccato il 78%)? Identica considerazione vale per il titolo della pagina di destra, che ospita una lunga intervista al presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passarelli: “Bisogna impedire che un sindacatino fermi tutta l’Italia” (sindacatino? Ma allora come fa a fermare tutta l’Italia?).

Il vero problema, sul quale il Corriere glissa, è che “sigle minori” e “sindacatini”, a mano a mano che i lavoratori prendono atto dell’incapacità delle centrali confederali di difenderne gli interessi, tendono a rivolgersi a Cobas, Cub e Unione Sindacale di Base, tanto per citare le sigle più conosciute.

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La coazione a ripetere del Brancaccio e la sfida di Eurostop per la rottura

di Rete dei Comunisti

Come da copione, ogni volta che si avvicina una tornata elettorale di una certa importanza tornano a squillare le trombe de “l’unità della sinistra”. L’ennesima messa in scena di una coazione a ripetere stancante quanto inefficace (anche dal punto di vista stesso dei promotori) ha riempito domenica scorsa il teatro Brancaccio a Roma.

Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.

lantidiplomatico

Ora lo dice la sentenza definitiva: la strage di Brescia è fascista e di Stato

Lo gridavamo nelle piazze perché lo sapevamo

di Giorgio Cremaschi

Lo è come tutte le grandi stragi che dal 1969, da piazza Fontana, a quella della della stazione di Bologna nel 1980, hanno insanguinato il paese.

Mano fascista, regia democristiana, gridavamo. E voleva dire che sapevamo che le bombe le mettevano sì i fascisti, anche se all'inizio per Milano si inventò la pista anarchica, con Valpreda, per la quale fu ucciso Pinelli. Le bombe le mettevano i fascisti, ma le complicità di stato erano enormi e la sentenza su Brescia ci dà solo il quadro del primo e del secondo livello degli assassini, il bombarolo e il suo protettore nei servizi segreti. Sopra ci sono altri livelli di complicità e coperture nello stato e da parte dello sporco mondo dei servizi USA. E questi ancora l'hanno fatta franca.

Si chiamava strategia della tensione ed era la reazione di una parte dello stato e delle forze e dei poteri reazionari al movimento che stava cambiando il paese a partire dal 1968. E gli USA nel 1967 avevano organizzato il golpe fascista dei colonnelli in Grecia, nel 1973 quello contro il socialista Allende in Cile. Che veniva usato come minaccia contro l'avanzata delle sinistre in Italia, con Kissinger che disse che non voleva gli spaghetti in salsa cilena.

contropiano2

“Un appello alla sinistra: basta con gli appelli!”

di Marta Fana - Francesca Fornario

Abbiamo letto gli appelli di Rifondazione e Possibile a Sinistra Italiana“per una sinistra unita contro questo governo”. Gli appelli di Sinistra Italiana a Mdp che sostiene questo governo. Gli appelli di Mdp “per unire il fronte del No al referendum” a Pisapia che ha votato Sì al referendum. Gli appelli di Pisapia a Renzi (“Non è un mio avversario, il mio avversario è il centrodestra”: cioè l’alleato di Renzi). Gli appelli di Renzi e del Pd a Confindustria e a Berlusconi (“Silvio, lascia Salvini!”). Gli appelli di Berlusconi a Salvini, di Salvini a Meloni, di Meloni a Casa Pound, di Casa Pound a Nina Moric che si candida con la promessa di rispedire gli immigrati a casa loro (se vince, torna in Croazia). Li abbiamo letti tutti gli appelli, compresi quelli, inascoltati, di Cuperlo a Cuperlo: “Se il Pd fa l’accordo con Berlusconi i nostri elettori ci abbandoneranno!”. E torneranno a votare per Berlusconi.

Renzi ha poi sfanculato Mdp (“Ai fini elettorali è ininfluente”: il Pd è in grado di perdere anche senza D’Alema) e ha sfanculato Pisapia (“Con lui solo se lascia D’Alema, da D’Alema e Bersani solo risentimento personale”: vero anche questo, volevano essere loro a sfasciare il Pd). Pisapia ha sfanculato Sinistra Italiana, compiacendosi che “al nostro appello per unire il centrosinistra hanno risposto in molti”.

linterferenza

La “sinistra” innocua del 3%

Riccardo Achilli

Quando Montanari dice “mai con il Pd e con il centrosinistra” è in buona fede. D’altra parte, dietro di lui c’è D’Alema, che non potrà più costruire alcun rapporto umano e politico con Renzi.

In verità, sono gli assetti politici del prossimo Parlamento ad escludere, per inutilità, SI/Lista Falcone-Montanari da qualsiasi schema coalizionale. Un Berlusconi che non potrà più fare alleanze con Salvini, che chiede lo scalpo della leadership di centrodestra, potrebbe mettersi insieme al Pd renziano ed alle fronde centriste alfaniane, perché questa è, numericamente, l’unica ipotesi di maggioranza parlamentare fra “sistemici” che possa essere costruita. In questo caso, Pisapia finirà nell’insignificanza, se l’operazione di ricucitura di Prodi e D’Alema non avesse successo, oppure, più probabilmente, si alleerà con questa larga coalizione, facendone la coscienza critica (di facciata). Risucchiando nuovamente tutta o parte di Mdp, e lasciando all’opposizione il resto della sinistra.

Ovviamente, nel caso ipotetico in cui M5S, Lega e Fratelli d’Italia riuscissero a fare una coalizione di antisistemici, a maggior ragione non ci sarebbe alcuna alleanza con il Pd, visto che tutti starebbero all’opposizione per conto loro.

Ma il punto vero è un altro. Il punto vero è sul programma e sulla capacità organizzativa di costruirlo ed imporlo.