Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 142
Occhio rotondo 67. Flotilla
di Marco Belpoliti
Il gesto di rannicchiarsi a terra, appoggiandosi sulle ginocchia e coprendosi nel contempo la testa, è senza dubbio un’azione protettiva. Può anche assumere il significato d’un atto di preghiera: ci si genuflette davanti alla divinità e si tocca ripetutamente la terra con il capo appoggiandovi la fronte in segno di riverenza. Nelle fotografie diffuse dall’esercito israeliano sul web dopo l’assalto alle barche della missione umanitaria “Flotilla”, e il trasferimento degli arrestati su navi o in terraferma, si vedono le persone disposte in questa posizione con tutt’altro significato e le mani legate all’indietro: sono obbligate a restare in una posa non solo palesemente scomoda, ma decisamente umiliante. Non si vede nessun volto né maschile né femminile, solo schiene. È un modo per impedire ai soldati israeliani di guardare negli occhi questi uomini e donne, ovvero di stabilire con loro anche solo un semplice contatto visivo?
Non si tratta solamente d’una punizione che ha qualcosa di brutale, ma anche della negazione di quel rapporto che si crea naturalmente nella semplice relazione visiva tra esseri umani. È proprio ciò che si vuole disconoscere attraverso questa imposizione forzosa. Inoltre, gli arrestati, i loro corpi, sono trasformati in questa maniera in nemici da punire – e non lo sono –, peggio, in cose: sacchi senza alcuna identità o valore. Nei bassorilievi di un sarcofago romano conservato nel Camposanto di Pisa si scorgono i due prigionieri con le mani legate; uno di loro è seduto a terra, non riverso, con le mani serrate dietro la schiena.
- Details
- Hits: 159
𝗟𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼
di Kamo
0. Il pomeriggio di sabato 16 maggio la nostra città è stata ferita.
1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.
2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.
Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.
- Details
- Hits: 185
Cosa accadrà all'Italia in autunno con la "dottrina Dombrovskis"
di Alessandro Volpi*
Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l'Economia (con deleghe anche alla Produttività, l'Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull'andamento dell'economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l'unica strada è quella dell'austerità: poca spesa pubblica, poco debito e "cautela". Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle "stime di primavera" della Commissione von der Leyen.
La "crescita" nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe "salire" all'1,4 nell'ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l'economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!! Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall'effetto dell'intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l'intervento pubblico - e sottolineo pubblico - l'affanno sarebbe totale. Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l'Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E' significativo notare che tra i paesi "virtuosi", sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell'Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.
- Details
- Hits: 137
La lezione al tempo della scuola neoliberale
di Emanuele Dell'Atti
Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.
Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.
Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.
- Details
- Hits: 238
Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell'UE
di Alex Marsaglia
Il quadro disegnato nella relazione del freddo burocrate Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis delinea tutta la tragedia in cui sprofonderanno le popolazioni europee nei prossimi anni. L’Unione Europea come braccio armato dell’imperialismo statunitense decadente si configura sempre più come un’entità indebitata, intrappolata in uno scenario di stagflazione e capace di identificare come unica prospettiva la guerra.
L’impulso economico del PNRR è stato pari a zero, poiché un lustro dopo la sua approvazione il Pil europeo è piantato allo zero virgola, in compenso si è incrementato l’indebitamento degli Stati membri a cui nei prossimi anni arriverà il conto da pagare. Dall’approvazione del piano che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Europea fuori dai disastri economici del lockdown l’Unione Europea è stata lanciata dai tecnocrati che la governano nella famosa “economia di guerra”, come l’ha battezzata Draghi che intimava alla popolazione “la pace o i condizionatori”.
La ripresa del motto mussoliniano “burro o cannoni” non è casuale, poiché si inserisce oggi come allora in una rincorsa isterica al riarmo come unica soluzione alla stagnazione e all’endemica crisi economica. In altre parole, quando le classi dominanti non hanno più idee contro l’immiserimento e si trovano davanti una domanda di mercato avvitata in una caduta inarrestabile nonostante le iniezioni di deficit pubblico, allora si rivolgono all’economia di guerra.
- Details
- Hits: 397
La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia
di Emiliano Brancaccio
Melonomics: La narrazione del governo scricchiola ogni giorno di più
La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.
Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del Pnrr, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.
Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.
- Details
- Hits: 271
Negoziati Russia-Ucraina del 2022: confermato il sabotaggio Nato
di Piccole Note
"Persino Victoria Nuland, ex sottosegretaria di Stato americana per gli affari politici e referente per l'Ucraina nell'amministrazione Obama, ha affermato che i negoziati di Istanbul sono falliti quando delle 'persone al di fuori dell'Ucraina' hanno messo in discussione l'accordo"
Ai negoziati di Istanbul dell’aprile 2022 Russia e Ucraina avevano concordato la pace, poi la Nato spinse Kiev a proseguire la guerra. A quanto avvenne allora abbiano dedicato varie note, ma il nuovo libro di Richard Sakwa, The Russo-Ukrainian War: Follies of Empire” pone un sigillo irrevocabile a tale realtà denegata. Ted Snider, su The American Conservative, riporta ampi brani del volume, che riprendiamo di seguito.
Sakwa osserva che “‘sette degli otto membri della delegazione [ucraina] confermano che a Istanbul era stato raggiunto un accordo di pace dettagliato’. L’ottavo non lo confermò perché non poté: Denis Kireev fu assassinato dai servizi segreti ucraini al suo ritorno a Kiev dai colloqui in Bielorussia”.
“David Arakhamia, leader del partito Servi del Popolo di Zelensky al parlamento ucraino, era uno dei due capi della delegazione negoziale ucraina. Arakhamia ha confermato l’esistenza di una sorta di accordo, che a suo dire avrebbe firmato personalmente. Ha aggiunto che la Russia era ‘disposta a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità e ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO’.
- Details
- Hits: 193
La Flotilla riaccende i riflettori su Gaza
di Roberto Iannuzzi
Mentre infuriava la guerra nel Golfo, Netanyahu ha inasprito la morsa sulla Striscia. Nessuna ricostruzione è all’orizzonte, le condizioni di vita sono insostenibili
Il sequestro illegale e la detenzione violenta degli attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele ha riacceso l’attenzione internazionale sulle azioni indiscriminate del governo Netanyahu, in particolare in relazione alla questione di Gaza.
Nel drammatico quadro mediorientale contrassegnato dal pericoloso stallo nel Golfo Persico e dalla devastazione israeliana del Libano, l’enclave palestinese, per certi versi la scintilla dell’attuale crisi regionale, era sprofondata nell’ombra.
A partire dal 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-americana all’Iran, il governo Netanyahu ha di nuovo stretto la morsa sulla Striscia, incrementando i bombardamenti malgrado il cessate il fuoco nominalmente in vigore dallo scorso ottobre, e riducendo dell’80% l’ingresso degli aiuti.
Israele ha progressivamente spostato in avanti la linea gialla che separa l’area di Gaza sotto il controllo israeliano, praticamente spopolata, da quella controllata da Hamas, dove si concentra la quasi totalità della popolazione che ancora abita l’enclave palestinese.
A causa di questo spostamento, Israele controlla ormai il 60% della Striscia.
- Details
- Hits: 484

La rivoluzione cubana: un esempio storico e attuale che l’imperialismo americano vuole cancellare
di Eros Barone
Milioni di persone in tutto il mondo considerano la rivoluzione cubana un esempio importante di sovranità, resistenza e solidarietà internazionale. Si può discutere il giudizio sul percorso di Cuba, ma un fatto rimane inoppugnabile: la rivoluzione ha infranto le catene del dominio straniero che avevano ridotto l’isola, secondo la ben nota espressione, a un “bordello dell’emisfero occidentale”. Con la sua rivoluzione Cuba ha invece dimostrato al mondo intero che anche una piccola nazione può opporsi al potere imperialista senza arrendersi o sottomettersi.
Così, per oltre sessant’anni, gli Stati Uniti hanno tentato di spegnere il fuoco acceso dalla rivoluzione cubana con tutti i mezzi possibili. Strangolamento economico, isolamento diplomatico, complotti per assassinare i leader, campagne di destabilizzazione, sanzioni interminabili, tentativi di invasione: una terribile panoplia il cui impiego aveva ed ha il fine di costringere Cuba ad accettare la dipendenza e la sottomissione. Eppure Cuba ha resistito. E in effetti – come riconosce l’Unesco e. insieme con essa, tanti osservatori obiettivi - nonostante le enormi difficoltà il socialismo cubano (poiché questo è il nome dell’esempio evocato nel titolo del presente articolo) ha raggiunto conquiste sociali che rimangono fuori dalla portata di ampie fasce della popolazione persino nei paesi capitalistici più ricchi.
Anche in questo caso, un ‘excursus’ storico fondato sul confronto delle modalità di intervento dell’imperialismo romano e di quello americano può essere illuminante.
- Details
- Hits: 247

Guerra giusta e guerra santa
di Edoardo Greblo
L’adozione del linguaggio religioso nella retorica bellica è diventato una caratteristica ormai ricorrente dell’amministrazione Trump, che ha trasformato la politica estera e l’azione militare degli Stati Uniti in una sorta di impegno messianico. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha descritto il conflitto con l’Iran come una “missione religiosa” da “nuovi crociati”, una “guerra santa” in nome della quale non esita a invocare la “provvidenza onnipotente di Dio”. Naturalmente, la politica americana non è nuova ad appelli di questo tenore. Già George Bush aveva adottato un linguaggio con connotazioni religiose in tema di lotta al terrorismo, specialmente nei primi anni dopo l’11 settembre, senza però mai dichiarare formalmente una “guerra di religione”. Con Hegseth si è compiuto un passo ulteriore: è arrivato il momento di far acquisire agli Stati Uniti il ruolo di nazione cristiana chiamata a difendere e a diffondere la propria civiltà.
Ora, le guerre non si combattono soltanto con le armi, ma anche con le parole. Il linguaggio usato per descriverle ne influenza la comprensione, la giustificazione e il giudizio. L’equivalenza tra “guerra giusta” e “guerra santa” postulata da Hegseth non si scontra soltanto con l’evidenza: si possono dichiarare guerre giuste senza che siano sante, così come non è detto che le guerre sante possano essere sempre considerate giuste. Ma, e soprattutto, porta a ignorare come sia stata proprio una lunga tradizione intellettuale cristiana a elaborare una distinzione fondamentale tra guerra giusta e guerra santa. La prima mira a limitare l’esercizio della forza affermando l’applicabilità di criteri morali anche nel caso degli interventi armati. La seconda, al contrario, sacralizza la violenza, presentandola come un dovere imposto da un’autorità indiscussa e indiscutibile che impone la difesa e l’affermazione della “vera” religione.
- Details
- Hits: 450
Il rebranding di Israele: distruggere Ben Gvir per salvare il sionismo (e i suoi crimini)
di Clara Statello
Sarebbe uno spettacolo ridicolo e grottesco, se non ci fosse di mezzo un genocidio. Il tweet con la condanna di Ben Gvir e la richiesta ufficiale di scuse pubblicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che per la prima volta prende le difese di attivisti italiani, è stato estraniante. Lì per lì sembrava di essere finiti in un universo parallelo, in cui l’Italia è un Paese sovrano.
Poi è arrivato il post del ministro Tajani, che ha condiviso su Facebook il vergognoso video di Ben Gvir con gli attivisti della Global Sumud Flotilla sottoposti a tortura, stigmatizzandolo con il banner “INACCETTABILE”.
È seguita la dura condanna del titolare della Difesa Crosetto e del presidente della Camera Fontana. La levata di scudi, praticamente unanime, è culminata con la durissima presa di posizione del presidente Sergio Mattarella che condanna il "trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele".
Ovviamente nessuno prende sul serio questo riposizionamento. Una settimana fa le critiche al trattamento che Israele riserva ai suoi prigionieri, le accuse di violazione del diritto internazionale, sarebbero state bollate come antisemitismo dalle stesse personalità che oggi le muovono.
Cosa è cambiato? Quale linea rossa ha superato Israele?
In realtà nessuna. Israele ha semplicemente perso due guerre contro l’Iran in dieci mesi, ha militarizzato il Mediterraneo, con la sua pretesa di eccezionalismo ha destabilizzato l’intera regione da Gibilterra al Golfo Persico passando per il Mar Rosso.
- Details
- Hits: 458
Il Pakistan a difesa dell’Arabia Saudita: il Golfo Persico nell’era delle garanzie incrociate
di Giuseppe Gagliano
Lo schieramento di 8.000 soldati pakistani, di uno squadrone di caccia JF-17 Thunder (Nella foto) e di un sistema cinese di difesa aerea HQ-9 (derivato dal russo S-300)in Arabia Saudita è molto più di un rafforzamento militare temporaneo. È il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri strategici nel Golfo. Per decenni, la sicurezza saudita è stata costruita intorno a un pilastro quasi esclusivo: la protezione americana. Oggi quel pilastro non scompare, ma viene affiancato da nuove garanzie, nuove dipendenze e nuovi attori.
La presenza pakistana nel regno saudita mostra che Riad non intende più affidare la propria sicurezza a un solo garante. Gli Stati Uniti restano indispensabili, con i loro sistemi Patriot, THAAD, capacità di intelligence, basi regionali e influenza diplomatica. Ma l’Arabia Saudita, davanti alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e alla vulnerabilità delle rotte energetiche, cerca una profondità strategica ulteriore. E la trova in Pakistan, potenza musulmana, dotata di un esercito numeroso, di capacità missilistiche, di esperienza convenzionale e, soprattutto, di un arsenale nucleare.
È questo il punto più delicato. Nessuno dirà apertamente che l’Arabia Saudita si è messa sotto l’ombrello nucleare pakistano. Islamabad stessa appare prudente, quasi preoccupata dalle interpretazioni troppo esplicite circolate in ambienti sauditi. Ma la percezione conta. E nel linguaggio della deterrenza, la percezione è parte della realtà.
- Details
- Hits: 277
Nel giardino dell'Occidente
di Chiara Zanella
Capita a volte, nella storia, che gli eventi si raggrumino in una strettoia a imbuto configurando una sorta di lente attraverso cui diventa possibile cogliere la prospettiva d’insieme. Per molta gente, gli anni dal 2019 a oggi hanno svolto questo ruolo; essi hanno reso palesi aspetti cruciali del cosiddetto Occidente che altrimenti sarebbero sfuggiti allo sguardo distratto o forse poco acuto dei più: dalla matrice economica neoliberista con la sua rapace violenza fino alla marcata piegatura verso la biopolitica e la sorveglianza tecnologica (le lezioni romane di Peter Thiel docent); dallo scossone allo stato sociale – filtrato dai lock down e dal Re-arm – verso un regime di decrescita non proprio felice fino alle evidenti dinamiche di esclusione sociale (in qualche caso, di morte civile); dalla lotta alla disinformazione al sapore di censura fino alle guerre propugnate per difendere il “diritto internazionale”, passando per quelle utili a “esportare la democrazia e i diritti umani”, quelle “preventive” in stile Colin Powell ed epigoni e, new entry, la guerra di (pre)potenza che dovrà condurci all’Armageddon con tanto di mandato pastorale. Eccetera.
In quest’epoca di iper-esposizione mediatica e di tecnologie alteranti come l’AI, risulta difficile fissare lo sguardo sugli eventi, visto che essi hanno perso ogni concretezza e sembrano evaporare davanti ai nostri occhi; sembra dunque un’impresa titanica riuscire ad elaborare delle ragioni che li comprendano (nel senso letterale di cum-prendere, tenere insieme).
- Details
- Hits: 552
Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio
di Gioacchino Toni
M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00
Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…
Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.
- Details
- Hits: 343
Il fronte del Baltico: droni, basi NATO e "l'assedio a Kaliningrad"
di Fabrizio Poggi
Hanno avuto la risonanza voluta dal loro autore i guaiti del ministro degli esteri lituano Kestutis Budrys all'indirizzo della regione di Kaliningrad, con l'incitamento alla NATO a «radere al suolo» le installazioni militari là dislocate. Passati i latrati, è il caso di chiedersi se questi siano qualcosa di più serio che non le mosse di un botolo che, finché si sente protetto dal guinzaglio, abbaia a squarciagola, salvo andarsi poi a rimpiattare tra le gambe del padrone, non appena avverta la propria nullità di fronte a un avversario più grande e più forte. Il fatto è che quella del ministro lituano non costituisce una novità.
Moskva ha più volte indicato che la NATO intensifica le attività in tutta la regione baltica e che la Joint Expeditionary Force a guida britannica non da ora simula scenari per la conquista di Kaliningrad. In generale, l'area baltica sembra essere quella cui la Russia è destinata a prestare l'attenzione più seria.
In particolare da parte lituana, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA, a più riprese si è parlato di blocco del transito verso l'exclave russa. Da parte NATO, il generale Chris Donahue, a capo del Allied Land Command and U.S. Army Europe and Africa, ha parlato di un piano per la «soppressione operativa del potenziale difensivo delle forze russe nella regione di Kaliningrad». L'Istituto statale danese di studi internazionali, nel rapporto "Kaliningrad 2024: focolaio di caos e distruzione della Russia nel Mar Baltico", assicurava che per «Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Stati baltici, Kaliningrad rimane una fonte di rischio a lungo termine».
- Details
- Hits: 368
La vera minaccia viene dalle fondazioni non profit
di comidad
Il recentissimo caso fantavirus dimostra come ci sia in giro una gran sete di “normalità”, cioè di quelle finte emergenze sanitarie che si auto-alimentano attraverso l’effetto sponda tra l’allarmismo mediatico e i movimenti di denaro. Non per niente le Borse e i media (le prime “gazzette”) sono nati e cresciuti praticamente insieme nel corso del XVII secolo, in base al meccanismo per cui si droga il mercato azionario drogando l’informazione, e viceversa. Un’ulteriore variabile è il capitalismo “filantropico”, cioè il capitalismo delle fondazioni “non profit”, come la Rockefeller Foundation, che ormai svolgono un ruolo decisivo nel condizionare la politica sanitaria. Si determina così una combinazione esplosiva tra i profitti di Borsa delle corporation farmaceutiche e la possibilità di evadere le tasse grazie alle immunità fiscali che la legislazione accorda al non profit.
Oltretutto le sentenze della Corte Suprema statunitense hanno più volte confermato che le donazioni in denaro sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di espressione e di parola. Lo diceva anche Eduardo Scarpetta: il denaro è la voce dell’uomo. Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, le donazioni possono addirittura avvalersi della protezione dell’anonimato. Ciò comporta non soltanto la possibilità di evadere il fisco, ma persino di riciclare denaro; e tutto legalmente.
- Details
- Hits: 270
Oltre l’ultima “linea rossa”
di Dante Barontini
Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità.
Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.
L’”Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.
Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.
Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.
Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, ciò che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”.
- Details
- Hits: 366
Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
di Dante Barontini
Con il rientro di Alessandro Mantovani e del parlamentare cinquestelle Dario Carotenuto si capisce molto meglio quel che è successo durate e dopo l’assalto pirata della marina israeliana alla Sumud Flotilla. E anche come era stata organizzata l’operazione di “hasbara” per gestire con il minimo costo possibile – per Tel Aviv – l’evidente e clamorosa violazione di qualsiasi diritto (del mare, internazionale, umano).
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
- Details
- Hits: 330
Autopsia di un Conflitto: “Katechon” come giustificazione
di Kamran Babazadeh
Questa non è l’analisi di una campagna militare sul campo, ma l’autopsia filosofica e ideologica di una guerra di aggressione. Se le armi distruggono i corpi, sono le narrazioni e le dottrine politiche a legittimare i conflitti, plasmando la percezione pubblica. Smontare i meccanismi di questa guerra delle idee significa comprendere come la metafisica e la propaganda si trasformino in decisioni geopolitiche letali.
Al cuore della moderna instabilità mediorientale non vi sono solo interessi energetici, ma una profonda radice teorica che affonda nel pensiero del filosofo Carl Schmitt.
La strategia israeliana, infatti, riflette il concetto di Katechon: la “forza che trattiene” l’avvento del caos e dell’apocalisse. Presentandosi come l’unico baluardo democratico contro la “barbarie”, Israele legittima la propria azione militare trasformandola in una missione sacrale.
In questa visione, l’Iran viene dipinto come l’opposto metafisico: un elemento di disordine da rimuovere per garantire la stabilità globale. Questa retorica trasforma il conflitto in uno scontro finale, dove lo Stato ebraico agisce spesso come proxy occidentale per compiere operazioni che le democrazie moderne non potrebbero rivendicare apertamente.
Questo modello narrativo del “baluardo della civiltà” non è un caso isolato, ma una costante della comunicazione geopolitica contemporanea. Lo abbiamo visto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha ripetutamente impostato le sue richieste di aiuti economici e militari all’Unione Europea sulla stessa identica logica: l’Ucraina come scudo estremo che combatte per l’Europa, senza il quale il “male russo” invaderebbe e distruggerebbe l’intero Occidente.
- Details
- Hits: 429
Roulette russa
di Enrico Tomaselli
Una delle questioni cruciali, nell’ambito di un conflitto cinetico, è la gestione dell’escalation. E chi ha modo di controllarla, ha automaticamente in mano un potentissima leva per condizionare il conflitto. Appare abbastanza evidente che, nella guerra russo-ucraina, lo sforzo maggiore da parte russa è stato proprio cercare di gestire l’escalation da parte del blocco NATO, cosa che ha fatto però prevalentemente cercando di contenerla. Nel corso dei trascorsi 51 mesi di guerra, sono innumerevoli le linee rosse varcate dalle forze ucraine e dai paesi dell’Alleanza Atlantica, e fondamentalmente Mosca ha sempre cercato di non rispondere alzando a sua volta il livello dello scontro, preferendo incassare il colpo e dimostrarne l’inefficacia a fini strategici. Ovviamente, questo non ha affatto scoraggiato gli atlantisti, che anzi hanno sempre interpretato ciò come la possibilità di fare sempre un ulteriore passo avanti – che infatti è esattamente quanto hanno fatto.
In tempi più recenti, la Russia ha cercato di porre un freno aumentando il livello di deterrenza, dapprima modificando la propria dottrina d’uso delle armi nucleari, poi con attacchi dimostrativi utilizzando il missile balistico ipersonico a raggio intermedio Oreshnik, e annunciando altre armi come il siluro nucleare Poseidon, il missile balistico intercontinentale Sarmat, il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik. Ma, con tutta evidenza, lo sperato effetto deterrente non c’è stato affatto. Anzi, i paesi europei sono passati a un ruolo ancora più attivo nel conflitto, diventando direttamente produttori di droni per l’esercito ucraino, e quindi di fatto spostando la parte critica del settore manifatturiero bellico di Kiev in territorio NATO.
- Details
- Hits: 362
Drago Magno
di Fausto Anderlini*
Nel 1600 Aquisgrana aveva 14.000 abitanti, quando in identico periodo Napoli, prima della pestilenza del 1656, ne contava 400.000. Da notare che la storia illustre dell’amena cittadina lotaringica riporta a quando Carlo Magno vi trascorse certi periodi e poi Ottone di Sassonia ne fece il luogo rituale di incoronazione della scombiccherata confederazione che fu il Sacro Romano Impero. Mentre Napoli, che conta tutt’ora il quintuplo dei residenti di Aquisgrana, e che nel ‘600 era la più grande città europea, è sempre rimasta fuori dai sacri confini.
C`è qualcosa di intimamente ridicolo e casereccio nei riti dell’Unione. Una grandeur basata sull’improvvisazione e il pret a porter. Come quella cerimonia del 9 Maggio strogata in antitesi alla festa sovietica della vittoria sul nazi-fascismo che cosi tanto fa vibrare i cuori dei cittadini dell’Unione, i quali prima di coricarsi, come noto, amano recitare la dichiarazione di Schumann.
Il roboante premio Carlo Magno distribuito ad Aquisgrana più che i nobel teleguidati di Stoccolma ricorda tanto le lauree ad honorem offerte in serie dalle università locali a personaggi famosi o comunque alla page per farsi conoscere nel mondo, o i premi letterari usati come promozione turistica da piccole località amene ma fuori mano.
Buona l’idea degli amministratori di Aquisgrana: chiudere il terzo vertice simbolico dell’Europa lotaringica, dopo Bruxelles e Strasburgo, chiamando in causa nientemeno che la chimera imperiale di Carlo Magno. Una vera e propria invenzione della tradizione.
- Details
- Hits: 404
Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante
di Salvatore Cannavò
La missione della Global Sumud ha svelato i crimini del governo Netanyahu anche ai chi fino a oggi non voleva vedere
Mancano solo il conte Dracula e i nazisti del XXI secolo a condannare il ministro israeliano Ben Givr e la sua parata aggressiva, con tanto di camicia nera, a uso del suo elettorato contro gli attivisti e le attiviste della Flotilla portati in Israele dall’esercito di Tel Aviv. Per il resto le parole di condanna di quelle immagini che tutti abbiamo visto provengono da ogni angolo dello spettro politico. Dalla tribuna più autorevole, la presidenza della Repubblica italiana, che ha ha parlato di «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele», fino alla presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che, in modo congiunto nel corso del vertice con il premier indiano, Modi, hanno guardato il video e definito «inaccettabile ed esecrabile» quanto fatto da Israele nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Non so che altri termini poter utilizzare per quello che è accaduto…» ha detto Tajani. «È una violazione dei diritti di ogni persona anche perché [gli attivisti] non sono terroristi, né persone che hanno commesso dei reati. Sono stati presi illegittimamente fuori delle acque di Israele, non erano armati, non avevano intenzioni violente. Poi uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa, ma non è perché uno è d’accordo o meno che si possa fare quello che è stato fatto. Non è successo davanti alle acque di Israele o davanti alle acque di Gaza. È successo vicino Cipro e questo per noi è una violazione del diritto internazionale, ma soprattutto siamo indignati per quello che abbiamo visto nel video».
- Details
- Hits: 414
Antisemitismo di ritorno, “grazie” a Israele
di Francesco Piccioni
Conoscete bene quel refrain “odio dire che ve l’avevo detto, ma l’avevo detto”…
Fin dall’inizio del genocidio dei palestinesi di Gaza – ben prima dei raid dei coloni in Cisgiordania (con l’appoggio esplicito dell’Idf), due anni prima della guerra all’Iran e dell’ennesima invasione del Libano, quando ancora della Sumud Flotilla si cominciasse a parlare o a essere attaccata in acque rigorosamente internazionali… – avevamo spiegato che il sionismo genocida e impunito sarebbe stata la prima causa del risorgere dell’antisemitismo così come l’avevamo conosciuto nel secolo scorso.
L’”odio per gli ebrei in quanto ebrei” era stato sconfitto a caro prezzo grazie alla Seconda Guerra Mondiale, all’azione dell’Armata Rossa sovietica, ai movimenti operai e popolari di tutto il mondo, e ovviamente grazie ai grandi ebrei che hanno dato all’umanità avanzamenti enormi nella scienza, nella letteratura, in tutte le arti, dalla musica al cinema. Oltre a venerare e studiare Marx, Luxemburg ed Einstein, siamo tutti cresciuti ammirando Dylan, Cohen, Kubrick, Sidney Lumet e centinaia di altri.
Ci siamo poi ritrovati davanti i Netanyahu, i BenGvir e gli Smotrich, i Gallant, i Barak, gli invasati che hanno adottato lo stupro sistematico come strumento di tortura sui prigionieri. Ci siamo ritrovati davanti a esseri di merda come Jeffrey Epstein, promossi “finanzieri” e incaricati di costruire favori e dossier per ricattare il gotha dell’establishment euro-atlantico. E non troppo indirettamente anche i popoli da questo governati.
- Details
- Hits: 421
Per un nuovo pensiero strategico
La Redazione
Forse può risultare ai più ambizioso intitolare questa raccolta di interventi organizzati in varie iniziative e convegni negli ultimi anni dal giornale online “L’Interferenza” Per un nuovo pensiero strategico, ma per essere onesti con noi stessi e con i lettori, in realtà questo è il fil rouge che ha reso necessaria questa pubblicazione. Il nostro non è un tentativo di inflazionare ulteriormente gli scaffali delle librerie con l’ennesimo istant book della politica, della geopolitica o delle questioni di genere, ma la ricerca affannosa di una dimensione perduta, di dare un forse piccolo ma, crediamo, efficace contributo alla ricostruzione di un pensiero materialista, strategico e quindi generale, organico, ovvero tentare di cogliere frammenti della weltanschauung del tempo in cui viviamo. Non con un atteggiamento “nuovista” che rifuggiamo, o il pensare, come ha fatto la sinistra radicale e liberale di questo paese e non solo, di fare piazza pulita della tradizione del Novecento, delle rivoluzioni, delle socialdemocrazie e dell’esperienza storica dei paesi socialisti.
Questo sarebbe presuntuoso e non ambizioso. Cerchiamo invece di tornare a scavare seguendo la tradizione della vecchia talpa, consci che non si inventa nulla, che il mondo storico è tempo stratificato, di lotte di classe e di idee, di innovazioni sociali, di tecniche, di tradizioni ideologiche e culturali e di filosofie. Ma siamo anche convinti che il tempo in cui viviamo è pregno di grandi cambiamenti. La direzione di questi dipenderà molto dalle forze in movimento.
- Details
- Hits: 571
Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo?
di Piersergio Serventi
Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati.
- Details
- Hits: 426
Iran. Attacco Usa annullato o bluff?
di Piccole Note
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l'attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana
Pericolo sventato, sembra. L’attacco all’Iran non si fa. Così Trump su Truth social: “L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, mi hanno chiesto di sospendere l’attacco militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran previsto per domani, in quanto sono in corso negoziati seri e, ad avviso di questi grandi leader alleati, si raggiungerà un accordo pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e non solo”.
“Questo accordo comprenderà, cosa fondamentale, NESSUNA ARMA NUCLEARE ALL’IRAN! In virtù del rispetto che nutro per i suddetti leader, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, che NON effettueremo l’attacco all’Iran previsto per domani, ma ho anche ordinato di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala contro l’Iran in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile”.
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l’attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana.
- Details
- Hits: 468
Iran, Ucraina e la grande illusione occidentale
di Giuseppe Gagliano
Quando la guerra non obbedisce più ai piani di Washington
La guerra contro l’Iran doveva essere, nelle intenzioni americane, una dimostrazione di forza. Doveva confermare l’idea che gli Stati Uniti possedessero ancora tutte le carte: pressione militare, superiorità tecnologica, dominio navale, sanzioni, intimidazione diplomatica. Invece il conflitto ha mostrato l’esatto contrario: Washington dispone ancora di una potenza enorme, ma non riesce più a trasformarla automaticamente in obbedienza politica.
La proposta americana respinta da Teheran non era, nella sostanza, un piano di pace. Era una richiesta di capitolazione. Le condizioni imposte dagli Stati Uniti toccavano il nodo dello stretto di Hormuz, la restituzione della libertà di passaggio, il congelamento delle capacità iraniane e l’accettazione di un ordine regionale scritto altrove. L’Iran ha risposto con una controposizione che conferma il punto essenziale: non si considera sconfitto. Anzi, ritiene di avere più margini di manovra di quanti Washington voglia ammettere.
All’inizio l’obiettivo dichiarato della guerra era il solito: nucleare iraniano, stabilità regionale, sicurezza di Israele, governo di Teheran. Ma con il passare dei giorni il centro dello scontro è diventato Hormuz. È lì che la guerra militare si è trasformata in guerra geoeconomica.
- Details
- Hits: 448
Dalla Cina con disorientamento
di Claudio Conti
Quella dei mercati è stata una sentenza. Dal lato statunitense (che coincide poi con il punto di vista degli altrimenti anonimi “mercati”) l’incontro di Trump con Xi Jinping non ha prodotto i risultati sognati. Qualche Boeing civile in più da vendere, forse un po’ di prodotti agricoli oltre quelli già acquistati dai cinesi, ma poca sostanza economica e soprattutto geopolitica. Troppo poco per festeggiare, e quindi le borse hanno perso parecchio terreno.
Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.
In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
- Details
- Hits: 449

Un eccezionale cronista della seconda guerra mondiale
di Eros Barone
Cari Compagni, sì, Compagni,
perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum” e “panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
Mario Rigoni Stern, messaggio inviato il 20 gennaio 2007, in occasione del Convegno Provinciale dell’ANPI di Treviso.
La figura di Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), nato ad Asiago e definito uno dei più grandi scrittori da Primo Levi, è legata indissolubilmente a quel capolavoro della narrativa basata sulle memorie di guerra che è Il sergente nella neve (sottotitolo: Ricordi della ritirata di Russia). Il racconto, scritto tra il 1944 e il 1945 e pubblicato nel 1953, si divide in due parti, Il caposaldo e La sacca, e narra le vicende dell’autore, sottufficiale degli alpini, impegnato sul fronte russo e successivamente nella terribile ritirata dell’inverno 1942-1943. La prima parte descrive la guerra di posizione, scandita dai riti caratteristici della vita militare: il rancio, la posta, gli sfoghi nostalgici tra i commilitoni sui paesi di provenienza, il cameratismo, la pulizia delle armi. Spiccano i volti di tanti compagni che via via si andranno sempre più assottigliando, ognuno còlto in un particolare atteggiamento o attraverso un’espressione dialettale, come Giuanin, la cui ricorrente domanda: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?», è il leitmotiv del libro. In questa parte del racconto, accanto alla descrizione del paesaggio, la pianura russa dominata dal “Generale inverno”, più severo e incombente che mai, prendono spesso risalto squarci di altre realtà, come quella lontana e familiare delle vallate alpine e quella della stessa terra russa, quale si indovina sotto il manto uniforme della neve, e tanto simile all’altra nel mondo contadino che la popola.
- Details
- Hits: 1167
Ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel “novecentismo” nostalgico o nell'”identitarismo reattivo”
di Alessandro Visalli
AAVV. “Per un nuovo pensiero strategico”, Meltemi 2026
Per Meltemi, collana Linee, esce un volume collettivo che mette insieme atti di convegni promossi dalla rivista “L’Interferenza”. Nell’insieme emerge un documento di fase, come naturale disomogeneo, che raccoglie diciotto autori in quattro parti. L’ambizione del testo è di fornire contributi al rinnovo di un punto di vista materialista che superi la stagione del postmodernismo e del più recente “politicamente corretto”, senza tuttavia rifugiarsi nel marxismo da catechismo. La tesi di fondo, che accomuna la maggior parte dei testi, è che la sinistra occidentale, incluso quella marxista, si è fatta egemonizzare dal ceto medio urbano benestante, assorbendone priorità e battaglie. Tale spostamento ha finito per concentrarla sulle rivendicazioni politico-culturali, mettendo sullo sfondo, per lo più retorico, i temi sociali che ne rappresentavano la ragione di essere durante il Novecento (più precisamente, dagli ultimi anni dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento). Le sostituzioni operate sono: i diritti civili per i diritti sociali, il conflitto identitario per quello di classe, il cosmopolitismo per l’inter-nazionalismo. Probabilmente non per caso questo movimento, in particolare negli ultimi dieci o venti anni, si è accompagnato con lo spostamento di parte significativa dei ceti popolari e lavoratori verso destra. Dove ha trovato, non già un’effettiva difesa dei suoi interessi, quanto un riconoscimento della legittimità del suo risentimento.
Page 1 of 577


























































