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militant

Immagini della putrefazione politica della sinistra

di Militant

Come regalare altri milioni di consensi e voti al “populismo”, e come al contempo riuscire nell’ardita impresa di farsi odiare visceralmente da quel “popolo” con cui non si hanno più relazioni, nè umane né tantomeno politiche? Ce lo sta mostrando in questi giorni la “sinistra”, o almeno una parte rilevante di questa, intruppatasi a difesa dei Benetton e del capitalismo privato. Le immagini e le parole nauseabonde urtano ogni sensibilità popolare, collaborando col nemico pur di salvaguardare la propria rendita intellettuale messa in crisi dal populismo di governo. Michele Prospero, ad esempio. Il prototipo più conseguente del baronismo universitario, legato mani e piedi al regime democratico post-comunista, così scrive dalle colonne del Manifesto: «il governo approfitta dei cadaveri e delle macerie ancora calde per sperimentare gli effetti del populismo penale. […] Il governo del cambiamento, senza alcun bisogno di attendere accertamenti, risultanze di inchieste, perizie tecniche, ha avviato le procedure per la revoca sommaria delle concessioni alla società che gestisce le autostrade in combutta con la vecchia politica». La lotta politica sostituita dal cavillismo procedurale, la verità della tragedia nascosta tra le pieghe dell’azzeccagarbugli giuridico, pur di evitare il corpo a corpo con la nazionalizzazione, che è sempre un atto d’imperio, quindi giuridicamente ambiguo. Può dormire sonni tranquilli il cadreghista universitario, non ci sarà nessun esproprio né nazionalizzazione, tutto rimarrà come prima. Il problema tornerà ad essere Renzi e le correnti interne al Pd.

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sinistra

NO(nostante la) GRONDA

di Piotr Zygulski

Attendevo la fine di questa settimana di lutto per dire qualche parola. Da genovese, non mi scandalizzano troppo i mugugni, che anzi ravvivano la nostra identità. Ad ogni modo, cessato il lutto, un po’ di dibattito serio sulle infrastrutture e gli atti politici concreti assunti possono dare un sapore diverso alle passerelle e agli emotivismi che rischiano di imprigionarci a vita.

Con la Gronda alta (che, a differenza dell’ipotesi di variante “gronda bassa”, forse più invasiva, non avrebbe sostituito il ponte Morandi) avremmo avuto solo più ponti a cui fare manutenzione, Morandi incluso. Un ponte che secondo praticamente tutti (favorevoli e contrari alla Gronda) sarebbe rimasto in piedi «altri 100 anni», stando ad un parere dei “competenti” tecnici della società Autostrade SpA, confermato a più riprese dall’Amministratore delegato contro chi avesse avuto dubbi. L’errore dei no gronda è stato quello di fidarsi di ciò per mantenere lo status quo: e invece qualcosa andava fatto; non necessariamente la gronda, comunque. Salvo qualche cassandra che istintivamente lo vedeva come pericolante, nessuno intendeva abbattere il ponte Morandi, perché avrebbe comportato problemi di viabilità. Al contempo si pensava ad un modo per alleggerire il traffico; il progetto del 2006 (poi abbandonato) dell’archistar Calatrava era quello di costruire un ponte in acciaio – idea già degli anni ‘90 – sopra il vecchio viadotto da demolire progressivamente.

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ilcappellopens

Revoca della concessione ad Autostrade? La Convenzione non esiste

di Stefano Alì

Il dibattito sulla revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia si basa sul nulla. In questo caso la convenzione non esiste

Nel caso del crollo del ponte Morandi è stato avviato il terrorismo mediatico a favore della famiglia Benetton. È possibile la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia? Ovvio. Anzi la Convenzione non esiste.

Rabbia e stupore. Queste le reazioni all’intervento di Di Pietro la sera del 15 Agosto a Inonda, su La7.

Certo, occorre comprendere che era proprio Di Pietro il Ministro delle Infrastrutture quando venne sottoscritta la convenzione con Autostrade per l’Italia. Occorre che difenda il suo operato, ma c’è un limite alla decenza.

Eppure Di Pietro è un magistrato penale e dovrebbe sapere che una concessione (atto amministrativo) regolamentato da una convenzione (atto di diritto privato) non può prevedere eventi di natura penale.

Andiamo con ordine. Ecco il video.

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bastaconeurocrisi

Turchia

di Marco Cattaneo

Molti commentatori economici “antisovranisti” stanno utilizzando la crisi turca per contrastare la tesi secondo la quale è (di gran lunga) preferibile emettere e gestire la propria moneta nazionale.

La Turchia sta attraversando forti tensioni finanziarie e la lira turca si sta rapidamente svalutando. Meglio quindi essere nell’Eurosistema, “che ci protegge da questo tipo di problemi"?

No, proprio per niente. I problemi della Turchia nascono da un eccesso di indebitamento in valuta estera, contratto durante i recenti anni di forte crescita economica, domanda interna effervescente e alti deficit commerciali.

Questi eccessi sono la prova delle difficoltà che possono nascere dalla libera e deregolamentata circolazione di capitali: uno dei principi basilari dell’Eurosistema, in effetti.

Indebitarsi in moneta estera è certamente un rischio. Usare l’euro al posto della propria moneta nazionale lo evita ? al contrario. Se si usa l’euro e si cessa di emettere la propria moneta, TUTTI i debiti – pubblici e privati – diventano debiti in moneta estera.

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senso comune

Ripartire da Genova per ribaltare un modello di sviluppo fallito

di Tommaso Nencioni

“Non è il momento della polemica politica!”, questo il mantra dell’oligarchia che vuole celare il proprio fallimento dietro il cordoglio unanime che deve essere mostrato nei confronti delle vittime del disastro di Genova. Non è mai, per l’oligarchia, il momento della polemica politica. Tutto deve essere ammantato dietro una coltre di tecnicismi, o tutt’al più, quando il saccheggio delle risorse pubbliche si trasforma in tragedia, dietro un profluvio di lacrime di coccodrillo. Dobbiamo invece avere la forza di trarre dallo stupro di una intera comunità locale e nazionale un’azione politica ancora più incisiva. Sotto le macerie di Genova sta il fallimento di un intero sistema economico, le cui radici vanno riscontrate nel lungo periodo.

Nell’immediato secondo dopoguerra il crollo delle economie e delle società europee, assieme all’espansione della minaccia sovietica, bussavano alla porta della prosperità capitalistica. Allo stesso tempo, grazie alle fortuite condizioni verificatesi negli anni della guerra, le grandi multinazionali e le banche internazionali con sede sul territorio statunitense disponevano di una ricchezza tale da spingerle ad espandersi a livello mondiale con investimenti diretti all’estero.

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moves

Cassese e la scoperta dell'acqua calda

di Carlo FORMENTI

Note ferragostane sul numero del Corriere del 13 agosto.

L’ineffabile Sabino Cassese, in un fondo dal titolo «Gli Stati non sono sovrani» scopre l’acqua calda: citando i vincoli imposti dai trattati internazionali, ma soprattutto dai mercati (!!!), ci spiega che gli Stati del mondo non sono più (perché lo sono mai stati!?) isole separate e che quindi, checché ne dicano i «sovranisti», non sono interamente sovrani (vedi lo scarto rispetto al titolo dove l’interamente è soppresso, perché la linea del Corriere, com’è noto, è che solo i mercati sono sovrani).

Poi, con sublime faccia nei bronzo, aggiunge che quelli che chiamiamo mercati (forse si è accorto che il riferimento a questa entità fantasmatica non incanta più nessuno) sono fatti di persone cioè…di risparmiatori, investitori, quindi di «popolo».

Incredibile: una volta vigeva l’identificazione (vedi Gramsci) popolo-nazione oggi impera quella popolo-mercati.

Ma se i piccoli risparmiatori sono l’unico dei soggetti qui nominati che faccia effettivamente parte del popolo, che ci azzeccano i grandi investitori (cioè quelli che comandano i mercati, che manipolano, ingannano e sfruttano i piccoli risparmiatori e che campano parassitariamente sui debiti pubblici privati)?

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contropiano2

Ricostruire un paese che cade a pezzi

Oltre il mito del privato e il pareggio di bilancio

di Sergio Scorza

Nell’agenda di un governo serio di un paese in cui ponti, viadotti e gallerie sono a costante rischio di crollo, ci dovrebbe essere al primo punto un grande piano di manutenzione straordinaria e di messa in sicurezza di queste infrastrutture, soprattutto di quelle più vecchie. Invece, ponti, viadotti e gallerie sono stati/e, regalati/e a privati senza scrupoli, che ogni mattina si alzano e si arrovellano sul come cercare di arrivare nel più breve tempo possibile al prossimo aumento dei pedaggi onde poter incrementare i dividendi tra i propri azionisti ed i vantaggi della propria davvero straordinaria rendita di posizione.

E pensare che per verificare la tenuta di un ponte come quello appena crollato a Genova, secondo Renzo Piano, sarebbe bastata una semplice “termografia”, ovvero, una tecnologia che non obbliga i manutentori a faticose e costose perforazioni. Purtroppo l’Italia queste tecnologie non le usa in casa propria, ma le esporta verso paesi in cui le norme sulla sicurezza delle infrastrutture sono certamente più stringenti. Da noi, si sa, basta uno studio legale importante per demolire un quadro normativo farraginoso ed inconcludente e per ipnotizzare un magistratura sempre molto sensibile alle ragioni dei potenti.

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Asini, cinesi e affari nel Sahel

di Mauro Armanino

Niamey, agosto 2018. Nel Sahel sono considerati come i più fedeli amici dell’uomo. Gli asini costituiscono un insostituibile mezzo di locomozione e di trasporto. Nella capitale Niamey, per esempio, hanno un ruolo di primo piano per regolare il traffico e le mercanzie. Persino le numerose fuori strada d’occasione o di contrabbando libico si fermano al loro studiato cambio di corsia. D’abitudine il conducente è seduto sull’animale e con un bastone ritma la direzione e il trotto dell’animale. Portano in giro quanto constituisce l’economia reale del Paese. Legna da ardere, fieno per i capri che saranno presto sacrificati, bidoni d’acqua popolare, immondizie da gettare da un’altra parte e mobili per il trasloco nell’altro quartiere della città. Occasionalmente si impuntano nel mezzo dell’arteria principale della capitale e non si smuovono finchè la loro sovrana volontà non lo decide: a nulla valgono i bastoni, i calci, le spinte e le esortazioni. Offrono una resistenza degna di miglior sorte al potere del padrone. Il bello è che persino i bambini, senza nessuna licenza uficiale, sono al comando delle briglie e del carretto in legno o metallico, che li porta in giro. Con consumata perizia ammaestrano gli asini così come vedono fare dai grandi: a colpi di bastone.

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sebastianoisaia

Disastro capitale

di Sebastiano Isaia

L’età capitalista è più carica di superstizioni di
tutte quelle che L’hanno preceduta. La storia
rivoluzionaria non la definirà età del razionale,
ma età della magagna. Di tutti gli idoli che ha
conosciuto l’uomo, sarà quello del progresso
moderno della tecnica che cadrà dagli altari col
più tremendo fragore (A. Bordiga)*.

Secondo Jena (La Stampa, 15 agosto) «Alla fine delle inchieste e dei processi si scoprirà che l’unico colpevole è il ponte». Una battuta fin troppo scontata che personalmente non trovo particolarmente arguta né ironica. Il vero dramma sociale che ci tocca vivere è che, «catastrofe evitabile e annunciata» dopo «catastrofe evitabile e annunciata» (della serie: cornuti e mazziati, il danno e la presa in giro), non viene mai fuori il vero colpevole dei disastri: un sistema sociale orientato ossessivamente al profitto e che subordina al calcolo delle compatibilità economiche ogni attività pubblica e privata.

Non bisogna necessariamente aver letto l’ingegner Amadeo Bordiga per sapere che «è l’affarismo che detta legge alla “scienza” e alla “tecnica”, pur nascondendosi alle loro spalle e spingendo in primo piano il tecnico, l’esperto, lo specialista» (*); soprattutto quando si tratta di dare in pasto un capro espiatorio all’opinione pubblica colpita dall’immancabile «catastrofe evitabile e annunciata».

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sinistra

A proposito della legge approvata il 19 Luglio 2018 in Israele

di Francesco Giordano

Nel 1917 il futuro primo presidente di Israele Chaim Weizmann, interrogato dal filosofo Arthur Ruppin (anch’egli convinto sionista) riguardo i possibili rapporti degli immigrati ebraici con la popolazione nativa palestinese, rispose in modo seccato: gli inglesi ci hanno assicurato che in Palestina ci sono solo qualche migliaio di kushim (negri) che non contano nulla”.

*****

La legge approvata il 19 luglio 2018 dal governo sionista pare abbia indignato molti, ma a dire la verità non molto.

Un provvedimento esaltato dal premier Benyamin Netanyahu che l’ha definito “un momento chiave negli annali del sionismo e dello stato di Israele” e condannato dall’opposizione (con i testa i partiti arabi), dai palestinesi e dalla stessa Unione europea. A parole.

Certo, non ha indignato tutti quei palestinesi. che han sempre pensato che l’unica possibilità per una vera liberazione fosse la Resistenza, che mai han creduto alle intese con i sionisti, agli accordi di Oslo, alle perenni trattative.

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militant

Stato o privato, questa la scelta

di Militant

Mai avremmo pensato possibile un evento come il crollo del viadotto autostradale di Genova. E’, in tutti i sensi, un fatto mai visto, unico e forse irripetibile. Eppure nella moltiplicazione geometrica di commenti che un avvenimento come questo si porta dietro, stiamo assistendo ad un altro fatto altrettanto unico: la sinistra per Benetton. Non quella “sinistra” con cui vengono definiti Pd, Leu e compagnia varia, protesi ideologica del monopolismo liberista. Parliamo proprio della sinistra radicale in sostegno del capitalismo privato. Pur di combattere il M5S, pur di marcare una discontinuità col cosiddetto populismo, pur di combattere il famigerato Stato nazionale, pur di segnare una distanza col governo giallo-verde, pur di mostrarsi razionali, ragionevoli e più intelligenti del popolaccio che ha mandato al governo Salvini e Di Maio: eccoli schierati con gli interessi della privatizzazione e contro le ragioni della nazionalizzazione. “Non è che i servizi statali siano tanto meglio”, ammoniscono i liberisti di movimento; “con lo Stato le infrastrutture facevano schifo uguale”, ci ricordano i sostenitori dell’ideologia anti-statale; “Stato o privato, rimane sempre capitalismo”, aggiungono incompresi Proudhon del XXI secolo.

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piovonorane

Dopo Genova, la sinistra

di Alessandro Gilioli

A me sembra che - depositata la polvere della tragedia e possibilmente anche quella dello scazzo partitico - questa debba essere un'occasione di profonda riflessione e di totale cambiamento.

E ho detto debba, non possa.

Questa riflessione, a cui la sinistra è oggi obbligata, non può che partire dalle parole di Nadia Urbinati, su Repubblica: «Quello di Genova è l'esito di una politica radicale di privatizzazioni del patrimonio pubblico che dalla fine del secolo scorso ha segnato tutti i governi che si sono succeduti, al di là delle sigle e delle maggioranze». Una politica «più radicale negli esiti di quel che è avvenuto in altri paesi, perfino quelli che come la Gran Bretagna hanno guidato la strada alla privatizzazione dello stato sociale».

La dico altrimenti, probabilmente andando oltre Urbinati: in Italia la sinistra, dopo la caduta del Muro di Berlino e dagli anni Novanta, non solo ha sposato la linea delle privatizzazioni ma ha anche iniziato a flirtare più o meno apertamente con grossi gruppi imprenditoriali e bancari, così diventando parte integrante di una rete politica-economica di potere.

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comidad

Dal sogno europeo al sogno di un mondo commissariato dal FMI

di comidad

La narrazione ufficiale sul “crollo” della lira turca mostra le tipiche stimmate, il marchio inconfondibile, della lobby della deflazione, cioè la lobby della difesa del valore dei crediti: il marchio del catastrofismo e del moralismo. I “Mercati” sarebbero “spaventati” dal possibile “contagio” sulle Borse e sulle banche europee e, ovviamente, dagli effetti sull’Italia. La “colpa” è dell’autocrate Erdogan che, oltre che cattivo, è anche pazzo, infatti grida al “complotto” e invoca Allah. Il mainstream compatto invoca invece l’arrivo in Turchia del Fondo Monetario Internazionale, cioè proprio la centrale della lobby della deflazione. Ma guarda la strana coincidenza.

Certo che anche se nel ruolo del “villain” Erdogan è perfetto, tanto allarmismo ugualmente non ha fondamento. Liretta o non liretta, la Turchia ha pur sempre un tasso di incremento del PIL di circa il 7% annuo, per cui gli operatori economici turchi alla fine i soldi per pagare i loro debiti con i fornitori e prestatori esteri li troveranno. Il fatto che i creditori ci rimettano qualcosa non sarebbe una tragedia se lo strapotere, anche mediatico, della lobby della deflazione non fosse lì a denunciare la lesa maestà e ad imporre una stretta sulle economie emergenti, appunto per evitare che i tassi di sviluppo eccessivi compromettano i cambi e, conseguentemente, il valore dei crediti.

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ilsimplicissimus

Quell’ultimo ponte

di ilsimplicissimus

Il crollo del ponte a Genova è un condensato di lezioni e di avvertimenti che l’informazione mainstream tenta di nascondere, di deformare o di eludere perché essi penetrano come una lama nel ventre molle della politica e delle sue prassi, della nefanda e stupida cornice neoliberista nella quale il Paese è costretto a muoversi grazie alla Ue, della condizione sempre più precaria di tutte le infrastrutture per mancanza di fondi e per la propensione ad opere nuove che portano più consenso, lo sciacallaggio del conglomerato politico affaristico che proprio dalla tragedia prende sfacciatamente spunto per riproporre altre grandi opere come il terzo valico che non servono assolutamente a nulla.

Tutto questo si condensa nel cedimento di un ponte li cui errori di progetto dovuti a tecnologie sperimentali poi abbandonate erano ormai ben conosciuti a livello ingegneristico, che aveva avuto bisogno negli anni di continue opere di consolidamento, poi rarefattesi con la privatizzazione delle autostrade e di cui era già stata proposta la demolizione 14 anni fa. Invece di cercare scuse e pretesti di devastante idiozia, come l’attribuire la caduta ai

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pierluigifaganfacebook

Uno sguardo dal ponte

di Pierluigi Fagan

La metà delle famiglie che ha avuto lutto nei fatti di Genova, ha rifiutato i funerali di stato. La giuria popolare ha già emesso la sentenza: i ponti non debbono crollare, per nessuno motivo, se lo stato vuole privatizzare le responsabilità di gestione dei suoi/nostri beni, allora noi privatizziamo il nostro lutto. La sfera pubblica, comunitaria, è definitivamente infranta, popolo e stato, popolo e politica sono su due monconi di territorio opposti, oggi divisi dal ponte spezzato.

La frattura sembra ripercuotersi a tutti i livelli, anche tra popolo e costruttori dell’opinione che si rivelano esser parte organica di un potere che ha fallito clamorosamente. Quando si arriva a fallire, non si può pretendere dal fallito quell’intelligenza la cui mancanza è proprio la causa del fallimento. Richiedere l’osservanza dei tempi del diritto costituito, invocare il "dramma" delle ripercussioni su i mercati ed il diritto l’impresa, invocare la responsabilità su i messaggi che s’inviano a gli ”investitori esteri”, indicare a giudizio l’impreparazione della nuova classe politica lì da poco più di due mesi, omettere informazioni che comunque tracimano dalle fonti alternative, sono tutte ennesime conferme delle ragioni che hanno portato la fallimento: la perdita di contatto col senso comune.

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Genova: la Strage è di Stato

di Giacomo Marchetti – Potere Al Popolo Genova

Ci sono momenti in cui, purtroppo, ti senti come il protagonista nel finale del capolavoro di Steinbeck: “La Battaglia”, questo è uno di quelli.

Fasi in cui la lucidità rischia di essere una delle vittime collaterali di un avvenimento così traumatizzante da bloccare la capacità di reazione, lasciando che il Nemico ne approfitti per “imporre” la sua gestione e far passare la difesa dei suoi interessi come “Verità”.

Questo va impedito ad ogni costo.

Occorre chiamare le cose con il proprio nome, sfidando la neo-lingua del potere tesa a stravolgere il senso delle cose, e quindi iniziare a dire che ciò che è successo a Genova è una Strage di Stato.

È il risultato cosciente di una filiera di interessi economici protetti da una classe politica trasversale che, nel mentre propugnava le politiche di austerity made in UE per le classi popolari, coltivava i propri affari all’interno di una “simbiosi mortale” tra finanza, imprenditoria e potere politico, dove la rendita privata di un bene pubblico – così come la versione italiana della “finanza a progetto” pubblico/privata – o ancora lo sviluppo di una Grande Opera, ha permesso ai “prenditori” nostrani di drenare risorse pubbliche verso questa trama di poteri, a scapito di tutto il resto, in primis la nostra sicurezza.

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senso comune

L’accelerazionismo, un nuovo dibattito a sinistra

di Jorge Aleman

Secondo una serie di intellettuali, in gran parte di origine britannica, il capitalismo nella sua fase algoritmica e finanziariamente iperconnessa, ha prodotto un collasso antropologico rendendo anacronistiche le narrazioni simboliche della sinistra. Queste mancano di una reale operatività e sono la semplice testimonianza del peso di un’eredità che non ci dice più nulla del futuro. In questa prospettiva, la sinistra e le diverse narrazioni emancipatrici, come i movimenti nazionali e popolari, sarebbero ancorati a un attaccamento malinconico al passato. Con accenti diversi, è ciò che si deduce dal “Manifesto accelerazionista”.

Gli accelerazionisti ottimisti, nel solco di Deleuze aggiornato da Negri, pensano al Capitalismo come un parassita che ostacola lo sviluppo emancipatore che il nuovo “cognitariato”, neologismo che lega conoscenza con proletariato, può mettere in atto utilizzando le nuove tecnologie. Da questa prospettiva ottimista, gli algoritmi e la matematica non appartengono al Capitalismo e possono costituire uno strumento adeguato per reindirizzare il Capitalismo in una transizione verso una società post-capitalista. Questa posizione ha chiaramente un’eco nel Marx del Capitale, che pensava anche che i rapporti sociali della produzione capitalistica costituissero un ostacolo allo sviluppo della produttività moderna.

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militant

Dalla grande opera alla grande manutenzione

di Militant

Immaginare che ad un tratto i capitali privati decidano di trasferire il proprio core business dalla speculazione (di vario tipo: residenziale, infrastrutturale, commerciale, logistica, etc) alla manutenzione del già costruito, significa ignorare il principio di valorizzazione dell’economia privata. Significherebbe costringere quei capitali a muoversi secondo indicazioni pubbliche, cioè politiche. Vorrebbe dire vincolare i movimenti di capitali, affacciarsi cioè nel regno dell’assolutamente proibito. Solo per dare un cenno dell’impresa, proprio oggi, nel classico coro post-catastrofe del “ci vuole più Stato” e del “servono più investimenti”, sul Corriere della Sera Lorenzo Bini Smaghi così raccontava la crisi della Lira turca: «Se c’è un fattore che tende a coagulare i comportamenti di migliaia di operatori è proprio il timore di misure come i controlli sui movimenti di capitale». A pagina uno ci vuole più Stato, ma a pagina trenta si ricorda che questo non deve intromettersi nei processi economici. Vincolare, dirigere, perimetrare la libertà dei capitali di valorizzarsi indefinitamente è il non expedit del capitalismo, ancor più accentuato nella sua fase liberista nella quale stiamo invecchiando.  

Dovremmo allora sperare nei capitali pubblici, nei soldi dello Stato, l’atteso raddrizzatore dei torti dell’economia privata. Anche qui, però, siamo in prossimità dell’allucinazione post-trauma.

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Nazionalizzare è proprio il minimo

di Dante Barontini

Quando ci sono tragedie come quella di Genova è il momento di parlare, non di tacere. Il silenzio possono chiederlo solo i complici.

Del ponte Morandi sappiamo tutto. Basta mettere in fila documenti e valutazioni che erano conosciute solo agli addetti ai lavori e a qualche amministratore con orecchie e occhi tappati. Stanno venendo fuori uno alla volta, come i difetti strutturali di un sistema costruito per far soldi facili. E’ l’Italia dei palazzinari a venir giù come un castello di cartone, e solo ora “si scopre” che buona parte delle grandi opere che hanno cementificato il paese e ingigantito i portafogli dei costruttori sono “a scadenza”.

Sappiamo che le strutture portanti del ponte Morandi – dal nome dell’architetto che l’ha disegnato – sono state costruite in cemento armato e non in acciaio, come il “fratello” ponte di Brooklyn, costruito 60 anni prima. E così quasi tutta la rete autostradale italiana.

Sappiamo che

negli anni Sessanta non si metteva in conto che il calcestruzzo si degrada e poi collassa. Cinquant’anni fa c’era una fiducia illimitata nel cemento armato. Si credeva fosse eterno. Invece si è capito che dura solo qualche decennio”.

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rifonda

Samir Amin, come metafora dell’emancipazione umana, dei popoli delle periferie in primo luogo

di Giorgio Riolo

Scrivevo a suo tempo, alla scomparsa di François Houtart, che era difficile riassumere la ricchezza di una vita, pensiero e azione, così straordinaria. Così si può esordire per questa figura altrettanto straordinaria.

Houtart e Amin, accomunati dall’impegno internazionalista, dall’avere il mondo come orizzonte e come casa. Mondo tuttavia irrimediabilmente diviso, a causa dello sviluppo ineguale, del colonialismo e dell’imperialismo, tra centri sviluppati e periferie condannate al sottosviluppo, tra Nord e Sud. Accomunati dall’aver concepito e fondato nel 1997 il Forum Mondiale delle Alternative, organismo precursore dei successivi Forum Sociali Mondiali.

Persone (compagni, amici) fortunate, come dice Massimiliano Lepratti, valente studioso italiano dell’opera di Amin. Hanno dato tanto, e molto continueranno a dare, e molto hanno ricevuto, dalla vita così intensa e così degnamente vissuta.

Ciò che ora possiamo fare, subito dopo la triste notizia della scomparsa di Amin, è solo un doveroso rendergli omaggio in poche righe. Ben altra riflessione, ben altro impegno, in incontri, seminari, saggi, occorrerebbe dedicare a una delle maggiori personalità del Novecento. Giunta intatta, nello spirito, nella lucidità mentale e nell’impegno militante, ai primi decenni del terzo millennio.

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wallstreetitalia

Analisi controfattuale. Tringali: “Ecco i costi dell’euro”

di Francesco Puppato

Euro si, euro no. Argomento particolarmente di moda e, quindi, discusso.

Sempre più sulla bocca di tutti si stanno avvicendando conversazioni e domande in merito alla convenienza o meno della moneta unica. In molti ancora dicono di non essere abbastanza preparati in materia per poter rispondere; altrettanti dicono di rispondere a pelle, senza però saper dimostrare in maniera concreta la loro idea sulla questione.

Ad ogni modo, la preoccupazione principale sembra essere quella legata ai timori di una iperinflazione, a un default in caso di uscita dall’euro con una moneta nazionale svalutata (sondaggi effettuati su Twitter).

Al contrario, poi, c’è chi sostiene che lasciando l’eurozona l’Italia tornerebbe a correre, proprio come faceva in passato quando era la quarta economia mondiale.

Un punto portato alla luce da alcuni noti economisti, come ad esempio Alberto Bagnai, presidente della VI Commissione (Tesoro e Finanze) è che spesso nelle considerazioni generali si parli di rischi legati all’uscita dalla moneta unica senza però pensare ad un’analisi controfattuale.

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piovonorane

Il futuro era quello sbagliato

di Alessandro Gilioli

Questa mattina a Radio 24 una giornalista di certo non razzista né xenofoba - la sento spesso - ha parlato per più di cinque minuti di "vu cumprà" sulle spiagge, definendoli così a più riprese ma senza alcun sentimento aggressivo. Il suo interlocutore, un ufficiale della Guardia della Finanza, ha fatto lo stesso, anche lui peraltro con tono pacato e non criminalizzante.

Da parecchio tempo questa espressione (assai in voga una quarantina di anni fa, quando nelle nostre strade comparvero i primi ambulanti nordafricani) era stata di fatto autobandita dal linguaggio giornalistico, con l'eccezione delle solite due o tre testate fasciotrash - che poi la usano per provocazione.

Mi ha colpito il ritorno dei "vu cumprà", al mattino, come se nulla fosse, in un contesto né leghista né becero. Mi è sembrato di tornare indietro di qualche decennio. Non per la questione dello "sdoganamento del razzismo" (ripeto, il programma non era affatto xenofobo): proprio nel senso di ritorno al passato, a modalità espressive di quand'ero ragazzo. Un salto indietro nel tempo, insomma.

A quando in tivù Bruno Pizzul, senza alcunissima cattiveria, definiva una squadra avversaria "i simpatici negretti della Costa d'Avorio".

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moves

Turchia: possibilità, effetti ed esiti della crisi

di Giuseppe Masala

Questi (nel grafico sotto, ndr) sono i sistemi finanziari maggiormente esposti con la Turchia. Ad occhio e croce complessivamente il sistema finanziario dell’area euro è esposto per buoni 200 miliardi di dollari. Quanto basta per terremotare tutto.

Ora il punto è semplice ed è una regola aurea eterna: quando il debito è grosso il problema non è del debitore ma del creditore. Dunque l’Europa si trova a dovrer inventarsi qualcosa perché la cosa non precipiti.

Le possibilità sono tre:

1) Salvare la Turchia con una linea di credito probabilmente della BCE. Ma è politicamente praticabile che la UE intervenga anche per salvare la Turchia? Sarebbe benzina sul fuoco del populismo;

2) Lasciar affondare la Turchia e salvare le banche europee impelagate nelle sabbie mobili anatoliche. Ma anche questo è politicamente costosissimo;

3) Andare a Washington e strisciare ai piedi di Trump implorando pietà. Solo i fessi non capiscono che il repentino crollo della lira turca è figlio dell’utilizzo di armi finanziarie della Full Spectrum Dominance USA. Utilizzo dovuto a questioni di ordine politico e militare. Detto questo, anche questa scelta non è priva di costo per gli europei: Trump chiederà un contraccambio molto alto.

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Attacco imminente

di Leonardo Mazzei

Signori cari, il governo gialloverde ha tanti difetti, ma l'opposizione parlamentare è davvero allo sbando. Sbraitare a favore del precariato è l'unica cosa che è riuscita a fare in questi mesi. Complimenti vivissimi.

I sondaggi poi sono impietosi. Nonostante gli errori e le divisioni della maggioranza, M5S e Lega sono dati complessivamente al 60%, contro il 50% di marzo. Certo, la classica "luna di miele" tra breve finirà, e quell'enorme consenso potrà reggersi solo su una Legge di bilancio davvero coraggiosa.

E' su quel banco di prova che i partiti sistemici (Pd e Forza Italia, ormai uniti nella lotta) attendono al varco il governo Conte. Ma l'aspettano a quel passaggio non con le armi dei propri, inesistenti o comunque logori, argomenti, bensì con quelle dei pescecani della finanza.

Renzi, infatti, vorrebbe tornare (risate in sala). «Presto toccherà di nuovo a noi», ha annunciato in diretta facebook, l'ultima prima delle vacanze: quanto ci mancherà! E poi: «A settembre o ottobre vedrete che ci sarà da divertirsi». Dove il suo "divertimento", con tanto di pop corn supponiamo, sta evidentemente nell'assistere all'assalto della finanza speculativa, a colpi di spread, contro l'Italia.

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politicaecon

Le Sei lezioni nella Pampa

Introduzione all’edizione argentina

di Sergio Cesaratto

Le Sei lezioni di economia sono state tradotte in spagnolo dagli amici argentini e verranno presto pubblicate. Sperabilmente seguirà un'edizione per la Spagna. Pubblichiamo l'introduzione all'edizione argentina che fa il punto della situazione economico-politica a due anni dall'uscita del libro

Questo libro è nato in un particolare momento storico per l’Italia. L’elevato tasso di sviluppo economico del secondo dopoguerra è andato nei decenni affievolendosi sino alla recente crisi europea e alle successive assurde politiche adottate che hanno lasciato il Paese più impoverito, sfiduciato, invecchiato e non solo in un senso demografico. Questi anni di crisi hanno tuttavia stimolato migliaia di persone, in particolare giovani, a cercare di capire le ragioni economiche della crisi e delle politiche adottate. Sono stati, in sintesi, gli anni di una riscoperta di massa di Keynes.

Questa consapevolezza di massa si è diffusa, com’è ovvio, attraverso i social network ed i blog. La diffusione delle idee della Modern Monetary Theory (se ne parla nella quarta lezione) hanno contribuito a questa presa di coscienza, così come i libri e il blog di Alberto Bagnai, docente di economia e ora Presidente della Commissione bilancio del Senato. Il lavoro divulgativo di economisti eterodossi come me si è intensificato sin dal 2009.

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Vicenda Monsanto: lo scontro tra bande e la sconfitta di scienza e informazione

di Enzo Pennetta

La notizia è stata rilanciata su tutti i media, la Monsanto è stata riconosciuta colpevole di usare una sostanza cancerogena, il glifosato. Fino a ieri chi lo diceva veniva chiamato complottista. Cosa è cambiato?

La notizia è stata diffusa dall’agenzia ANSA che però ha ‘bucato’ il vero scoop, infatti dire che una multinazionale ha perso una causa per un prodotto cancerogeno e non dire che quel prodotto è quello  che è stato per anni al centro di accesi dibattiti è come non averla data:

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In ricordo di Samir Amin

di Piero Pagliani

La morte di Samir Amin è la perdita di un grande pensatore e di un uomo gentile

Samir Amin è morto. Il grande economista franco egiziano è spirato a Parigi il 12 agosto. Soffriva di tumore al polmone. Nato al Cairo 86 anni fa da madre francese e padre egiziano, nel 1952 ottenne a Parigi la laurea in Scienze Politiche, nel 1956 quella in Statistica e infine nel 1957 la laurea in Economia.

Incontrai Samir in due occasioni. La prima fu al Social Forum Europeo di Parigi, nel 2003. Facemmo insieme buona parte della manifestazione di chiusura parlando a lungo. Ebbe modo di esprimermi diverse perplessità sul “movimento” nonostante l'appariscente riuscita del Forum. Ci rincontrammo di lì a non molto a Milano, dove presentammo in tandem due nostri libri pubblicati da Punto Rosso.

Il pensiero di Samir Amin non è descrivibile in poche righe e nemmeno in poche pagine. Si formò nel crogiolo delle lotte d'indipendenza nazionale in Africa nel dopoguerra, quando si parlava di “Paesi in via di sviluppo”, uno sviluppo poi mortificato dalla rapina finanziaria coordinata dal Fondo Monetario Internazionale quando i capitali mondiali iniziarono a essere reclamati non dallo sviluppo (qualsiasi cosa voglia dire) ma dallo stomaco senza fondo della finanziarizzazione.

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Populismo, democrazia e il ruolo degli intellettuali

di Andrea Zhok

Ho appena letto un interessante articolo di Paolo Ercolani (“Vaccini: l’ignoranza è più popolare della conoscenza”) che mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere in particolare perché avevo appena dialogato con alcune persone, culturalmente formate e ben informate, che però nell’articolo di cui sopra, in quanto scettici verso le autorità, ricadrebbero nell’ambito dei “sudditi ideali”.

Nell’articolo, con un certo involontario senso del paradosso, questi cittadini, definiti “scienziati improvvisati e tuttologi dilettanti” sarebbero “sudditi ideali” perché NON obbediscono all’autorità, ma cercano di farsi attivamente una propria opinione. In sostanza, dopo che per una vita ci hanno insegnato che pensare con la propria testa è il sale di una cittadinanza consapevole, ora chi non accetta acriticamente l’autorità sarebbe addirittura carne da “totalitarismo”.

A scanso di equivoci, l’autorità di cui si parla non è mai una pura e semplice autorità scientifica, ma un’autorità scientifica cui ricorre ad hoc un’autorità politica.

Ora, in questo pezzo, come in molte altre riflessioni dello stesso tenore, vi è a mio avviso un fraintendimento di fondo del fenomeno generale cui stiamo assistendo, fraintendimento che va ben al di là della questione dei vaccini, di cui qui mi disinteresserò.

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linterferenza

La vera natura della Lega

di Fabrizio Marchi

Non c’è dubbio che trent’anni di bombardamento ideologico e mediatico politicamente corretto abbiano prodotto la loro contraddizione, cioè il “neo populismo” di destra. Il capitale, in questa fase storica, ha scelto la “sinistra” come garante politica e ideologica della “governance”, cioè della pace sociale, che è la vera finalità strategica.

E’ evidente che dopo questo bombardamento, i ceti popolari, pur in totale assenza di una vera coscienza politica e di classe, hanno cominciato ad “odorare” e a capire la reale funzione della “sinistra”, quella cioè di copertura ideologica del sistema.

Il problema è che in totale assenza di una forza di classe e socialista, quegli stessi ceti popolari si sono rivolti a destra o al M5S, ed è del tutto naturale che ciò avvenisse, anche perché quelle forze sono state molto abili nel porsi come “antisistema” quando in realtà non lo sono affatto. Anzi, anch’esse, dal canto loro, proprio per questa ragione svolgono una funzione di depistaggio ideologico enorme. Una funzione che noi dobbiamo svelare, così come dobbiamo svelare quella della “sinistra”. Si tratta di due volti dello stesso sistema che, naturalmente, rappresentano anche interessi in conflitto fra loro. Il “sistema” capitalista attuale è una “macchina” estremamente complessa, con conflitti interni di vario genere, e non può essere ricondotto ad un “unicum”.

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sinistra

Gli antichi romani li costruivano, noi italiani li facciamo crollare

di Eros Barone

Chi pensava che noi italiani fossimo con la nostra ingegneria civile i legittimi eredi di quegli antichi romani che sapevano costruire ponti capaci di sfidare i secoli dovrà ricredersi del tutto dopo il terribile disastro del crollo del viadotto autostradale a Genova. Quella fama, oggi da ritenersi del tutto usurpata, aveva già dovuto incassare duri colpi con tre ponti crollati in pochi mesi: quello di Annone Brianza (Lecco) sulla strada statale 36 crollato il 28 ottobre 2016 (un morto), quello di Camerino (Ancona) sull’autostrada A14 crollato il 9 marzo 2017 (due morti) e quello di Fossano (Cuneo) crollato il 18 aprile 2017 per fortuna senza vittime. I tempi gloriosi in cui quella fama fu pienamente meritata risalgono quindi alla grande opera dell’“Autostrada del Sole”, concepita dalla mai troppo rimpianta Prima Repubblica e realizzata in soli otto anni (dal 1956 al 1964) con decine e decine di viadotti, un buon numero dei quali caratterizzati da grande ardimento ingegneristico.

La domanda che sorge di getto è allora la seguente: come mai resistono i ponti di pietra di duemila anni fa e crollano improvvisamente quelli di cemento che hanno pochi anni di vita? I tecnici rispondono spiegando che, a differenza di quanto pensavano i suoi inventori, e cioè che il calcestruzzo (un conglomerato di cemento, acqua, sabbia e ghiaia rinforzato con sbarre di ferro) fosse indistruttibile, nessuno in realtà sa quanto esso possa durare, giacché la resilienza di questo materiale dipende dalla qualità e quantità dei suoi componenti e dell’armatura metallica.

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