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micromega

La questione foibe e la verità di Stato

di Angelo d’Orsi

Ho voluto attendere che il 10 febbraio fosse alle nostre spalle, prima di scriverne. Sapevo ovviamente che la “questione foibe” sarebbe ritornata puntualmente, come ogni anno, all’onore (o meglio al disonore) delle cronache. Sapevo che come per il Venezuela, come per il Tav (solo per fare due esempi), si sarebbe verificato il bombardamento mediatico-politico, e le tifoserie si sarebbero eccitate, scendendo in campo, ma a differenza di questi due esempi, in cui comunque i due campi hanno la possibilità di esprimersi, sia pure con uno dei due svantaggiato dalla schiacciante forza del mainstream, per “le foibe” la sproporzione è immensa: si tratta di un’autentica “guerra ineguale”.

La narrazione delle foibe, mendace e infondata, anticomunista “a prescindere”, è divenuta, in quest’anno di grazia 2019, verità di Stato, con tanto di sanzioni per coloro che se ne distacchino. La situazione è stata aggravata dalla convergenza tra opinionisti (che di regola non sanno nulla di ciò su cui opinano) e politici (i quali prescindono completamente dalla verità). E a dispetto dei risultati della ricerca storica seria, che ha certificato qualche centinaio di infoibati, spesso semplicemente cadaveri (vittime “naturali” della guerra, ma anche persone giustiziate) che sono stati gettati in quelle cavità per ragioni di “praticità” in tempi difficili, dove non c’era spesso modo né tempo di dare degna sepoltura ai morti.

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iltascabile

Avicenna e la sinistra aristotelica di Ernst Bloch

recensione di Francesco Raparelli

La materia e la forma. Che poi è un altro modo per dire corpo e anima. Con l’anima, la parte attiva, dinamica, e il corpo che passivamente subisce la volontà dell’anima. In questo dualismo, così classico da sembrare intoccabile, c’è una civiltà, un rapporto tra i sessi, lo sfruttamento di chi lavora, la distruzione della natura. Contro questo dualismo, che è anche e soprattutto religioso, da sempre si batte il materialismo, secondo cui la materia è eterna, le cose singole sono solo modificazioni di questa materia, corpo e mente non sono distinti e di certo la mente (attiva) non comanda il corpo (semplicemente passivo). Conosciamo i grandi riferimenti dell’antichità di questa corrente, con i loro libri bruciati dai cristiani o scomparsi: Democrito, Epicuro, ovviamente Lucrezio e il De rerum natura. Ernst Bloch, nel suo lavoro in generale e più in particolare nel suo Avicenna e la sinistra aristotelica (Mimesis edizioni, 2018), propone un’altra genealogia: quella araba.

Nel mezzo del medioevo orientale, Bloch individua un “Illuminismo” giunto assai prima di quello francese ed europeo. I filosofi che lo animano, in testa Avicenna (Ibn Sīnā, ca. 980-1037), sono “medici prima che monaci, naturalisti prima che teologi”. Tra loro splende Averroè (Ibn Rushd, 1126-1198), e a loro dobbiamo la traduzione e il commento delle grandi opere aristoteliche – che altrimenti, in buona parte, sarebbero andate perdute.

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pandora

“Tornare alla crescita” di Pierluigi Ciocca

di Luca Picotti

Recensione a: Pierluigi Ciocca, Tornare alla crescita. Perché l’economia italiana è in crisi e cosa fare per rifondarla, Donzelli Editore, Roma 2018, pagine 224, 19 euro (scheda libro)

I presupposti, geografici e politici, che stanno alla base della struttura economica italiana sono la carenza di risorse naturali, l’alta densità della popolazione e la frammentazione sia orografica che politica, con mercati spesso segmentati e poco interconnessi a causa del deficit infrastrutturale.

Nonostante questi limiti intrinseci di ordine sistemico, la storia economica dell’Italia unita presenta successi di enorme rilievo: nei 150 anni dall’Unità il PIL pro capite è aumentato di 13 volte, contro una media dell’Europa occidentale di 10; nel 1861 la speranza di vita alla nascita era di 30 anni, oggi gli italiani sono tra i più longevi al mondo con una speranza di vita che va ben oltre gli 80 anni; lo Human Development Index, un indice compreso tra lo 0 e l’1 che comprende reddito, salute e istruzione, è passato dallo 0,19 del 1870 allo 0,94 di oggi.

In particolare, vi sono stati due periodi di grande accelerazione e sviluppo, caratterizzati da dinamismo imprenditoriale, apertura internazionale, incrementi di produttività e da salari in ascesa: l’età giolittiana (1900-1913) e gli anni del cosiddetto miracolo economico (1950-1969). L’opposto è accaduto in tre fasi, l’età di Crispi, quella di Mussolini e gli ultimi venticinque anni.

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sinistra

Corrotti, corruttori e corruttibili

Resistenze di sabbia

di Mauro Armanino

Niamey, 9 febbraio 2019. Ci risiamo. Nell’indice sulla percezione della corruzione del 2018, pubblicato qualche giorno fa da Transparency International, ci troviamo al numero 114 su 180 iscritti. Due punti persi rispetto all’anno precedente quando abitavamo la casella numero 112. Inezie se paragonati alla Somalia, prima in ordine inverso, o altri Paesi in via di corruzione. Quanto all’Italia, pur facendo parte del continente ‘meno corrotto’ secondo la stessa agenzia, è classificata comunque tra i 13 Paei più corrotti dell’Europa. Ad ognuno le sue corruzioni. Qui da noi anch’esse sono di sabbia, si spostano a piacimento dalla polizia alla dogana e hanno tendenza ad accumularsi nella politica. Nulla di nuovo insomma, sotto il sole del Sahel e di quello che splende altrove. I grandi corrotti non cercateli qui. La stessa Transparency è figlia del sistema che la genera. Cercateli invece tra gli azionisti delle banche, nelle direzioni delle multinazionali e in coloro che, in tutta impunità, orientano le grandi scelte politiche del sistema-mondo. Sono ben vestiti, hanno uno stile di vita incompatibile con gli altri umani e per certo hanno le mani pulite. Sono loro i grandi corruttori che viaggiano in tutta impunità.

Quelli di cui si parla nei rapporti sulla Trasparenza sono i piccoli corrotti, quelli che, per intenderci, usano le carriole o alle dogane fanno la cresta sui documenti e le merci. Pesci piccoli che poi nelle foto di propaganda appaiono con soldi da mano a mano, Euro o franchi CFA come va di moda da queste parti.

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ilcorrosivo

Una pietra tombale sul TAV

di Marco Cedolin

Finalmente dopo oltre 20 anni di slogan da bar dello sport, parole esperite a vanvera, menzogne senza ritegno vendute un tanto al chilo al mercato delle marchette da giornalista chic, per la prima volta si parla con serietà del TAV Torino – Lione e lo si fa sulla base della prima seria analisi costi – benefici riguardante l'opera, portata avanti da una commissione di esperti indipendenti e non di qualche grottesca analisi pilotata, costruita ad arte (neppure troppo bene) da un gruppo di dipendenti della consorteria che il TAV lo voleva costruire ad ogni costo, perché portava miliardi nelle loro tasche....

Come avrebbe potuto facilmente immaginare chiunque avesse studiato anche solo superficialmente la questione, l'analisi resa pubblica oggi dal Mit ad opera di una commissione capitanata dall'architetto Marco Ponti (non certo un NO TAV ma un esperto di trasporti di fama mondiale che ha un curriculum da fare impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e si è sempre dichiarato un liberista convinto) ha bocciato impietosamente l'opera dichiarando che i costi supererebbero i benefici per una cifra contabilizzata orientativamente fra i 5,7 e gli 8 miliardi di euro.

In parole povere il TAV (come in tanti abbiamo scritto per decine di anni in libri ed articoli) viene certificato come un'opera priva di senso, in grado di sperperare miliardi di denaro provenienti dalle tasche dei contribuenti, senza alcuna prospettiva di ottenere un ritorno economico dell'investimento.

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lantidiplomatico

L'Italia salva la dignità dell'Europa rispetto al bullismo USA sul Venezuela

di Strategic Culture

È comicamente ironico. La Francia ha richiamato il suo ambasciatore da Roma con una dichiarazione di presunta "ingerenza" dell'Italia negli affari politici interni francesi. Questo avviene mentre la Francia e altri stati europei si uniscono alla sfacciata campagna degli Stati Uniti per rovesciare il presidente eletto del Venezuela, Nicolas Maduro. L'ironia non può andare oltre.

La querelle tra Francia e Italia non è che l'ultima di una lunga sfida tra il presidente francese Emmanuel Macron e il neoeletto governo di coalizione a Roma. Il governo italiano è un'improbabile coalizione tra il movimento a cinque stelle - di sinistra – Movimento 5 stelle - e un partito di destra, La Lega.

Entrambe le parti sono molto critiche nei confronti della creazione dell'Unione europea e delle politiche capitaliste neoliberiste che l'ex banchiere Rothschild della Francia, diventato presidente Macron, incarna.

Roma ha anche criticato la Francia per le sue responsabilità nel fomentare enormi problemi di immigrazione per l'Europa e l'Italia, in particolare attraverso gli interventi militari criminali di Parigi, insieme con gli Stati Uniti e altre potenze della NATO, nel Medio Oriente e nel Nord Africa.

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conness precarie

Il reddito che abbiamo e quello che ci manca: poche certezze e alcune domande

di ∫connessioni precarie

Il governo gialloverde ci ha dato il suo reddito e probabilmente è anche l’unico che poteva darci. Chi, anche in mezzo allo scontento del nostro movimento, ha coltivato aspettative diverse ha semplicemente dimenticato un vecchio suggerimento utile a chi voglia varcare senza problemi una porta aperta: tenere presente che gli stipiti sono duri. Lavoro comandato più tintinnio di manette e qualche centinaio di euro: ecco in breve la formula del reddito di cittadinanza italico. A parte le perversioni manettare di alcuni esponenti di questo governo, si tratta di una versione del reddito minimo in linea con la logica di fondo dell’Hartz IV tedesco, dell’RSA francese o del JSA britannico: «sostenere e pretendere», affinché il divano sia sempre troppo scomodo per restarci seduti. Il sostegno infatti è minimo, mentre le pretese sono tante e il reddito si rivela per quello che è: la forma neoliberale del governo di poveri e precari sulla soglia dell’indigenza, della loro mobilità e occupabilità. Che il reddito di cittadinanza concesso dal governo ne sia un’espressione particolarmente feroce lo hanno detto in molti e con valide argomentazioni. Non ci dilungheremo dunque in un’analisi delle singole misure coattive, disciplinanti, poliziesche o sull’impianto moralistico che sottende il decreto, per altro coerente con il rigurgito di sani valori «borghesi» che appesta l’aria di questo paese e non solo.

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sinistra

Integralismo economico e culto dell’astratto

di Salvatore Bravo

Domenico Losurdo nel 1991 pubblica il testo La comunità la morte l’occidente Heidegger e l’«ideologia della guerra», è l’anno della fine dell’Unione sovietica, è il trionfo del liberismo, la storia da quel momento cambia ad oriente ed a occidente, si accelerano i processi di economicizzazione delle comunità. L’Unione sovietica con la sua presenza legittimava un mondo di valori altri rispetto all’americanismo mercatile e specialmente nell’occidente limitava, con la sua esistenza politica ed ideologica, l’esiziale avanzata del liberismo. Il testo del 1991 è profetico nelle sue intenzioni, con la fine dell’Unione sovietica ogni ideale internazionale politico ed antropologico scompare dall’orizzonte culturale. L’economicizzazione livellatrice avanza, i trattati europei si avvicendano, si viaggia in direzione euro, tutto avviene per opera di plutocrati, mentre i popoli senza punti di riferimento partitici ed ideologici assistono alle trasformazioni, spesso senza consapevolezza. L’integralismo economico è vincente, la globalizzazione inaugura un nuovo tipo di umanità dedita al valore di scambio a livello planetario, umanità astratta in quanto sradicata da ogni tradizione, da ogni storia, un essere umano senza volto con l’unico intento prometeico di dominare sui mercati. L’onnipotenza mercantile trascorso l’ottundimento iniziale, dei primi anni, comincia a mostrare le proprie contraddizioni.

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genova citiy strike

Il pilota automatico e la lotta di classe

di CityStrike

Qualche mese fa proponevamo una riflessione sul concetto di sovranità  a partire da un allora recente fatto politico, ovvero il diniego da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a nominare l'economista Paolo Savona alla carica di Ministro dell'economia. La questione era molto semplice, Savona rischiava di assumere una linea nei confronti dell'Ue non tollerabile dall'establishment economico-finanziario. Il tutto a prescindere dalla reale validità delle posizioni economiche di Paolo Savona che ritenevamo e riteniamo ancora molto discutibili.

La storia oggi si ripete tale e quale con la questione venezuelana, laddove Mattarella interviene per riportare il nostro paese nel solco delle posizioni espresse dagli stati europei, e per ribadire la fedele subalternità dello Stato italiano ai partner statunitensi, ovvero a fianco del golpista Juan Guaidò scelto dagli USA, dopo che i 5 Stelle avevano assunto una posizione intelligente, utile perlomeno a scongiurare una carneficina alla quale, invece, evidentemente aspirano i sostenitori del golpe.

Si tratta di un fatto molto grave: il Presidente della Repubblica interviene a gamba tesa contro le cautele governative indicando la necessità di sostenere un golpe totalmente antidemocratico e ingiustificabile a norma del diritto internazionale. Il tutto amplificato dalle posizioni della Lega Nord che, a stretto giro, fa sapere di essere d’accordo con il Presidente della Repubblica unendosi a un ampio fronte costituito dalla destra estrema, dal PD e dai media.

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sollevazione2

Cosa ci dice l'Abruzzo?

di Leonardo Mazzei

Cosa ci dicono le elezioni abruzzesi? Tre cose sono evidenti: la vittoria della destra a trazione leghista, il significativo arretramento dei Cinque Stelle, la relativa ripresa del centrosinistra ma non del Pd.

Se questi sono i fatti, è però opportuno andare un po' più in profondità.

La tentazione di ricavare scenari nazionali dal voto amministrativo è forte, ma spesso fuorviante. Bisogna infatti ricordarsi sempre tre banalità: che le regionali non sono le politiche, che la differenza della partecipazione al voto tra queste due elezioni è abissale, che forti oscillazioni elettorali - spesso anche in tempi ravvicinati - sono ormai la norma.

Che le regionali non siano le politiche dovrebbe essere cosa ovvia. Diverso il sistema elettorale, più forte il peso del notabilato e del sistema delle preferenze. Rimanendo all'Abruzzo, come si spiegherebbe altrimenti l'enormità di cinque liste della coalizione di destra ed addirittura otto di quella di centrosinistra? E' chiaro che si tratta di trucchetti acchiappavoti che penalizzano fortemente la solitaria corsa di M5S.

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comedonchisciotte.org

Goodbye al dollaro

di Chris Hedges*

L’inetta e corrotta presidenza Trump ha dato involontariamente il colpo fatale all’Impero Americano con l’abbandono del dollaro come principale valuta di riserva del mondo. Sempre più nazioni in tutto il pianeta, specialmente in Europa, hanno perso la fiducia che gli Stati Uniti possano agire in maniera razionale e che, anche meno, possano fungere da guida nelle problematiche che riguardano la finanza internazionale, il commercio, la diplomazia e la guerra. Queste nazioni stanno silenziosamente smantellando un’alleanza con gli Stati Uniti vecchia di settant’anni e stanno mettendo a punto sistemi alternativi per gli scambi bilaterali. Questa riconfigurazione del sistema finanziario mondiale sarà fatale all’Impero Americano, come affermano da molto tempo lo storico Alfred McCoy e l’economista Michael Hudson. Attiverà una spirale di morte economica, con un’inflazione alle stelle che causerà una massiccia contrazione della presenza militare d’oltreoceano e farà precipitare gli Stati Uniti in una depressione prolungata. Trump, invece di rendere nuovamente grande l’America, si è involontariamente dimostrato il più spietato becchino dell’impero.

L’amministrazione Trump ha capricciosamente sabotato le istituzioni globali, fra cui la NATO, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che forniscono copertura e legittimità all’imperialismo americano e alla sua egemonia economica planetaria. L’Impero Americano, come fa notare McCoy, è sempre stato un ibrido degli imperi del passato. Aveva sviluppato, scrive,

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carlobertani

Abruzzo: Due scenari

di Carlo Bertani

Le elezioni in Abruzzo non hanno raccontato molto sulla politica nazionale, perché ci sono di mezzo antiche questioni clientelari, molte legate al terremoto dell’Aquila del 2009. Rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2014, il M5S ha preso circa la stessa percentuale, intorno al 20%: la differenza è che il centro-destra, mediante il “traino” di Salvini, ha spodestato il precedente presidente di centro-sinistra. Capisco che, per chi segue ancora queste vittorie/sconfitte sempre nell’ambito della dicotomia destra/sinistra, possa interessare. Personalmente, non lo ritengo così importante, però un’analisi più approfondita è necessaria.

La vicenda elettorale toccherà probabilmente gli equilibri nella gestione degli appalti, che “vireranno” verso il centro destra. Il tandem Giorgetti-Berlusconi gioisce, anche se il Cavaliere non tocca nemmeno quota 10%, perché l’obiettivo dei due è far saltare l’alleanza “impuria” con i 5S e restaurare un bel governo di destra a livello nazionale. Per Salvini la questione è più seria poiché, senza quel 10% di Berlusconi, il governo di destra non si farà mai e, dunque, si ripiomberebbe in un dejà vu che vedrebbe la Lega appoggiare sì i grandi appalti – come una parte del suo elettorato desidera (tutti quelli di Berlusconi) – mentre sul fronte europeo l’Italia finirebbe sotto il tallone di Bruxelles. Il cavaliere, oggi, per Bruxelles è una garanzia. E Salvini, unito a Berlusconi, perderebbe senz’altro molti voti da parte delle persone che oggi lo voterebbero, ma senza l’ingombrante Cavaliere.

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sinistra

I comunisti e il colonialismo di ritorno

di Michele Castaldo

Uno degli aspetti più complicati di questa fase storica è costituito dal passaggio difase del moto- modo di produzione capitalistico.

La questione posta all’ordine del giorno riguarda il Venezuela e le mire fameliche dei paesi occidentali in crisi. Questi minacciano un intervento dall’esterno per aiutare la formazione di un governo che dovrebbe favorire i padroni del mondo (così essi si ritengono) nella gestione delle materie prime a prezzi a lor signori convenienti. In nome della rapina petrolifera? No, in nome – manco a dirlo – della democrazia.

La differenza tra il vecchio colonialismo e quello odierno è piuttosto consistente, perché il vecchio si collocava in una fase espansiva e “radiosa” del modo di produzione capitalistico, mentre quello odierno è espressione di una crisi di sistema di tutto il movimento storico del modo di produzione capitalistico. Famelici e briganti furono prima, famelici, briganti e guerrafondai sono quelli moderni. Non cogliere però la differenza ci aliena la possibilità di una riflessione nei confronti delle nuove generazioni.

Per il caso in questione ci vorrebbe ben altro che poche note, ma se si vuole capire potrebbero anche bastare. Veniamo perciò al dunque senza troppi giri di parole.

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sinistra

Il mutualismo e lo stato

di Francesco Ciafaloni

Il mutualismo e i servizi forniti dallo stato come diritti non sono in conflitto tra loro ma complementari. Anzi l’iniziativa personale e l’aiuto reciproco sono indispensabili al funzionamento di uno stato sociale universalistico. Lo dicono la Costituzione e le leggi; ed accade nella realtà. Si tratta di una realtà faticosamente costruita, ora sotto attacco, in pericolo, ma non di utopie o formalismi giuridici. Gli abusi, le disfunzioni frequenti, l’uso dello stato come mangiatoia, non possono cancellare la necessità e la realtà dei servizi pubblici.

La Repubblica si fonda, prima che sulle strutture sociali elementari, sul lavoro dei cittadini (art.1 Cost.). Non è solo un principio: è la realtà di fatto. Una società non solo deve reggersi, ma di fatto si regge, sul lavoro, sull’impegno che mettiamo nel guadagnarci da vivere, nell’affrontare i problemi, nel riparare ciò che si rompe. Ci sono eccezioni: i ricchi, che possono non lavorare e pagare altri che lavorino per loro; ci sono gli invalidi, in tutti i sensi; ci sono i disoccupati involontari; ci sono i criminali, che tolgono ad altri invece di lavorare, ma di norma tutti cerchiamo di badare a noi stessi.

Subito dopo, all’articolo due, la Costituzione prevede il dovere di “solidarietà politica, economica e sociale”. Forme di solidarietà elementare tra compaesani, tra compagni, di mutuo aiuto, sono state e rimangono la base della convivenza.

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communia

Il femminismo del 99% è l’alternativa anticapitalista al femminismo liberale

intervista a Cinzia Arruzza

La femminista italiana Cinzia Arruzza è professoressa presso la New School of Social Research di New York e autrice del libro “Le relazioni pericolose: matrimoni e divorzi tra marxismo e femminismo”. Ha sostenuto lo sciopero internazionale delle donne negli Stati Uniti ed ha appena terminato di scrivere un Manifesto per un femminismo del 99% insieme a Nancy Fraser e Tithi Bhattacharya, che verrà pubblicato in autunno. In questa intervista le abbiano rivolto domande sulla relazione tra capitalismo e patriarcato e tra genere e classe, alla luce della nuova onda femminista su scala internazionale.

Qual è l’obiettivo e qual'è la tesi principale contenuta nel Manifesto per un femminismo del 99%?

Il femminismo del 99% è l’alternativa anticapitalista al femminismo liberale che negli ultimi decenni, viste le scarse mobilitazioni ed il basso livello di lotte in tutto il mondo, era diventato egemonico. Con l’espressione femminismo liberale ci riferiamo ad un femminismo incentrato sulle libertà e sull’uguaglianza formale, che ricerca appunto l’eliminazione delle diseguaglianze di genere, ma con strumenti che sono accessibili solo alle donne che appartengono all’elite. Pensiamo ad esempio al tipo di femminismo incarnato da donne come Hillary Clinton o al femminismo che in Europa sta diventando un alleato di molti governi in tema di politiche islamofobe “in nome dei diritti delle donne”, come spiega Sara Farris in un suo recente libro (In the Name of Women′s Rights: The Rise of Femonationalism).

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ilsimplicissimus

Vi scrivo come nuovo presidente del Venezuela

di ilsimplicissimus

Oggi ho intenzione di buttarmi nell’arena: mi dichiaro ufficialmente legittimo presidente del Venezuela. Nessuno mi ha eletto a tale carica? Chissenefrega nemmeno Guaidò se è per quello. Nessuno mi conosce? Bé prima del golpe morbido dell’insignificante ometto al servizio del King Kong ossigenato della Casa Bianca, l’80 e passa per cento dei venezuelani non sapeva chi fosse questo Guaidò. E badate che le statistiche diffuse dai media provengono da rami locali di società americane, quindi ritoccati più che si può in favore di Washington. Con tali presupposti chiunque sul pianeta ad eccezione di Maduro, l’unico ad essere stato eletto a questa carica, può dichiararsi presidente ed essere “investito” della carica da Washington e dai sui servi europei: a un patto però, che in veste di presidente riconosciuto da tutti salvo che dal popolo che dovrebbe governare, autorizzi interventi militari stranieri o in seconda istanza faccia cadere davanti all’Onu la secolare questione dei confini della Guyana. Ci sarebbe da divertirsi se milioni di persone si dichiarassero presidenti del Venezuela, se non altro farebbero vergognare gli autori di questa drammatica farsa che tuttavia è perfettamente in linea con la spogliazione di sovranità dei popoli e l’autoritarismo delle decisioni calate dall’alto Siamo ormai un po’ tutti venezuelani.

D’altra parte gli americani hanno sempre più fretta di chiudere la partita col governo venezuelano e mettere un loro burattino a Caracas: ne va di 5 miliardi barili di petrolio e di alcuni triliardi di metri cubi di gas, tanto per cominciare.

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gliocchidellaguerra

Di Battista “rompe” l’asse con Trump: “L’Europa si sganci dall’America”

di Lorenzo Vita

Il governo italiano ha tre politiche estere: quella della Lega, quella del Movimento 5 Stelle e quella di Enzo Moavero Milanesi. E oggi, Alessandro Di Battista ha infranto un altro tabù: l’asse con gli Stati Uniti di Donald Trump. Una sinergia che sembrava essere l’unico vero architrave dell’agenda estera italiana del governo giallo-verde, insieme alle forti aperture nei confronti della Russia. E di cui il viaggio di Giuseppe Conte a Washington doveva essere la certificazione.

Ma quest’asse nato dall’insediamento di Conte non sembra essere così netto. E lo dimostrano le parole di uomo estremamente rilevante per il Movimento 5 Stelle, che resta il principale partito di maggioranza dell’esecutivo. Ai microfoni di Lucia Annunziata, Di Battista ha infatti calato una carta decisamente importante affermando senza mezzi termini che “l’Europa avrà un futuro se si sgancerà dagli americani”. Una frase importante che arriva in un momento già di forti tensioni in seno alla maggioranza e in ottica internazionale dopo la frattura con Parigi.

Di Battista non è un ministro, non rappresenta il governo, ma certamente non è un uomo che parla a titolo esclusivamente personale. Rappresenta un segmento fondamentale del Movimento 5 Stelle ed è lui che guida da qualche settimana il fronte “movimentista” dei pentastellati dopo una fase di rigido “governismo” in cui il partito aveva assunto una linea molto più filo-occidentale e legate agli Stati Uniti.

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alfabeta

Una morale smart per il nuovo millennio

di Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi si è diffusa sui giornali italiani la notizia infondata che il presidente della commissione europea Juncker avrebbe chiesto scusa per la politica di austerità condotta contro la Grecia, tant’è vero che alcuni esponenti del governo si sono affrettati a parlare di ‘lacrime di coccodrillo’ e di ipocrisia. Vorrei innanzi tutto rassicurarli: il presidente della commissione non si è macchiato di un simile comportamento riprovevole, si è limitato a chiedere scusa per l’avventata austerità, anche se le riforme strutturali restano essenziali e per gli insulti piovuti sui greci. Insomma, in Grecia è stata fatta la cosa giusta, anche se un po’ brutalmente (eppure mi ricordo che allora la questione della rapidità dei provvedimenti era considerata essenziale dalla troika). Ecco, si tratta di un peccato veniale forse dettato dall’eccessivo entusiasmo europeista.

In realtà, anche se le scuse fossero state più articolate e fondate, dal punto di vista pratico non sarebbe cambiato molto: non è certo un presidente a fine mandato che può cambiare le politiche che tuttora sussistono in Grecia o rinegoziare gli obblighi che graveranno su questo paese per tutto il secolo. Da un punto di vista pragmatico, il comportamento di Juncker e di Dijsselbloem, che lo aveva preceduto nell’ammissione che il prezzo pagato dal popolo greco era stato troppo pesante (senza scusarsi peraltro), è comprensibilissimo per vari motivi: è chiaro che il fantasma della Grecia è stato decisivo per l’affermazione elettorale di tante forze politiche sovraniste, che verosimilmente alle prossime elezioni europee modificheranno radicalmente la composizione del parlamento di Strasburgo.

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volerelaluna

La tariffa dell’acqua è una truffa?

di Paola Ceretto

La tariffa dell’acqua è una truffa? Lo dice il Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino nel dossier presentato il 22 gennaio scorso al Caffè Basaglia di Torino. La responsabilità risale al Governo Berlusconi IV che, per neutralizzare il referendum del 2011, nel complice silenzio dei Comuni italiani, ha privatizzato il sistema di governo del Servizio Idrico Integrato abolendo il Comitato Nazionale Vigilanza sulle Risorse Idriche (COVIRI), struttura di supporto del Ministero dell’ambiente, ed esternalizzandolo ad ARERA (Autorità di Regolazione Energia Reti e Ambiente).

ARERA (=Bengodi) è finanziata con la tariffa dell’acqua riscossa dalle aziende che gestiscono il Servizio Idrico Integrato, nella misura dell’1‰ (uno per mille) dei ricavi. Al 31 dicembre 2017 aveva un deposito bancario attivo di € 80.744.896 e ha compiuto operazioni immobiliari milionarie che non hanno giustificazione.

Il Collegio di ARERA è composto dal presidente e quattro membri (nominati con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e che durano in carica sette anni). Percepiscono 240.000 € annui cadauno, a cui vanno aggiunti, per il 2017, ulteriori € 148.555 complessivi di rimborsi spese.

Il compenso dei Revisori dei Conti è di € 35.000 annui per il Presidente e di € 31.500 ciascuno degli altri, quasi il doppio del limite massimo dei compensi dei Revisori dei Comuni con più di 500.000 abitanti e notevolmente più elevati dei compensi applicati nel settore privato. Godono inoltre di un rimborso spese complessivo di € 33.906.

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sinistra

Inclusione o emancipazione

di Salvatore Bravo

Lessico unidirezionale

I sistemi di potere proliferano, divengono capillari, strutturano i pensieri diffondendo parole, escludendone altre: censura linguistica-lessicale. La contrapposizione, il polemos (Πόλεμος) linguistico è la condizione della democrazia, della comunità viva che veicola con le parole il confronto concettuale. In assenza di polemos linguistico non vi è che lo scorrere delle parole lungo un asse unidirezionale. Le parole sono apprese, ripetute, formulano rappresentazioni finalizzate a puntellare la caverna dei nostri mondi. Il sole che illumina fuori della caverna, il bene, è la libertà di parlare con cognizione di sé, dei modi di produzioni, la parresia (dal greco παρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto). Non vi è comunità che con la parola plurale, dialettica, in cui ci si confronta per capire, si studia la storia per evidenziare in modo contrastivo le differenze. Un mondo senza parole dialettiche è unidirezionale, convoglia verso uno spazio ed un tempo eguale per tutti. La forza del sistema è nel ridurre le differenze a simulacro, ad imitazione del loro essere essenziale, della loro natura. Il simulacro è l’immagine allo specchio svuotata di ogni suo contenuto formale, di ogni passaggio alla potenza all’atto. E’ possibile per tutti dichiarare la propria differenza, ostentarla fino al ridicolo, purché non intacchi la struttura dell’economia.

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rinascita

Lalaland -INI

di Ugo Boghetta

A proposito dell’ineffabile manifestazione dei sindacati del 9 febbraio.

E così Cgil Cisl Uil sono scesi in piazza, ma le ragioni di questa mobilitazione sfuggono.

Criticano questo o quel taglio ma non una parola sui motivi ed i colpevoli di questi tagli: i tecnocrati di Bruxelles. In effetti, se volevano contare sulla manovra avrebbero dovuto manifestare in autunno, ma in quel tempo sarebbe stato impossibile non criticare anche l’Unione Europea. Ma questo non si può fare. E’ proibito. Anche sindacati cosiddetti radicali si allineano. Ho letto volantini che criticano questa o quella riduzione di stanziamenti, ma non una riga su chi li ha pretesi!

E così tutti, volenti o nolenti, partecipano al ballo contro il governo gialloverde. Non è un buon inizio Landini!

Questo fa perdere ai sindacati ulteriore credibilità e già è scarsa. Manifestano contro quota 100 quando sono stati silenziosi sulla Fornero ma qualche migliaia di lavoratori potranno andare a casa.

Criticano il reddito di cittadinanza quando la povertà è raddoppiata: qualche milione di persone avranno un reddito. Certo sono provvedimenti che hanno problematiche, non hanno un senso strategico, ma per la prima volta c’è un po’ di redistribuzione e risarcimento sociale. E, alle porte, non c’è un governo migliore.

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ilcorrosivo

Robot e super-armi: la guerra del futuro sarà sempre più sporca

Marco Cedolin intervista il generale Fabio Mini

Le guerre del passato e le guerre del futuro rappresentano due elementi radicalmente differenti fra loro, oppure in fondo a prescindere dall’evoluzione tecnologica si tratta sempre della solita “sporca guerra” che purtroppo ben conosciamo? E la pace che ci viene “venduta” come tale nel corso degli ultimi decenni lo è davvero o si tratta semplicemente di una guerra combattuta in forme differenti?

Ne parliamo con il generale Fabio Mini, esperto conoscitore di questioni geopolitiche e strategia militare e oggi autore di svariate pubblicazioni su questi argomenti, dopo essere stato capo di Stato maggiore del comando Nato per il Sud Europa, comandante della missione di pace interforze in Kosovo nel 2003, oltre ad avere svolto molti altri incarichi di primaria importanza.

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Le guerre del XXI secolo saranno un’evoluzione di quelle del passato o si svolgeranno su un piano inclinato radicalmente differente?

È già passato il primo ventennio del XXI secolo e la guerra non è cambiata. Anzi i potenziali cambiamenti offerti dall’evoluzione tecnologica devono fare i conti con l’involuzione dei conflitti sempre più caratterizzati dal ricorso a metodi a dir poco barbarici. Abbiamo fatto passi indietro nella regolamentazione degli usi e costumi di guerra, i potenti hanno fatto ricorso all’eccesso di potenza cercando di ridurre i rischi e i deboli hanno fatto ricorso all’eccesso della violenza irrazionale e immotivata.

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chefare

Per non diventare sudditi del Re digitale dobbiamo sviluppare algoritmi di libertà

di Michele Mezza

La scala del calore che fino a oggi ha governato le economie del mondo, con vapore prima e petrolio poi, come fonti di energia che determinavano le gerarchie degli Stati, ora è gradualmente sostituita dalla scala del calcolo, in cui sono le agenzie globali, come appunto google e Ibm, che partecipano alla corsa quantica, a determinare le relazioni di comando nel pianeta. In questa spirale irrompono ora i nuovi algoritmi quantici che per potenza di calcolo promettono di sbriciolare già l’insuperabile complessità della blockchain.

Sembra un gioco di società, in realtà è una terribile e permanente prova di forza, che si sottrae a ogni controllo sociale e democratico, rinchiudendo in ambiti elitari le fasi di un potere che si vuole supremo.

Più calcolo, più automazione, più autonomia dei sistemi digitali, meno esseri umani che possono incidere sul futuro.

L’automatizzazione della documentazione, come la blockchain delle criptomonete ci indica, porta all’automatizzazione della governance finanziaria, come le banche centrali stanno studiando, che alla fine ci proietterà come soluzione inevitabile, anzi auspicata, a quella democrazia automatica di cui parlava Virilio già a metà degli anni novanta, e che Parag Khanna già vede realizzata a Singapore.

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pandora

“Il lavoro del futuro” di Luca De Biase

di Luca Picotti

Recensione a: Luca De Biase, Il lavoro del futuro, Codice Edizioni, Torino 2018, pp. 178, 15 euro, (scheda libro)

Le grandi trasformazioni tecnologiche ed economiche che stiamo vivendo pongono problemi, sfide e punti interrogativi del tutto inediti. Dinanzi a questa realtà in continuo divenire, la ricerca di nuovi linguaggi e schemi concettuali risulta necessaria se si vuole comprendere il presente e immaginare il futuro.

Il lavoro, inteso come identità sociale, espressione di sé e percorso di realizzazione delle proprie aspirazioni, rappresenta un campo di indagine particolarmente soggetto alle trasformazioni tecnologiche e sul quale si addensano, volgendo lo sguardo all’orizzonte dei prossimi decenni, numerose incognite. Quali mestieri verranno spazzati via dalle nuove tecnologie? E quali altri compariranno sulla scena? Verso quali studi converrà indirizzare le generazioni a venire? Quali competenze saranno necessarie?

Luca De Biase, giornalista e saggista, nel libro Il lavoro del futuro, edito da Codice Edizioni, rilancia e approfondisce un’inchiesta sviluppata per Il Sole 24 ore sul mondo del lavoro. Attraverso dati, interviste, testimonianze e lucide osservazioni, De Biase indaga attorno agli sviluppi dell’automazione, della gig economy e più in generale di un mercato del lavoro in costante mutamento.

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coniarerivolta

Le briciole di cittadinanza tra salari da fame e strepiti liberisti

di coniarerivolta

Nel dibattito di questi giorni sul reddito di cittadinanza si è sottolineato, da più parti, che tale misura avrebbe come effetto collaterale indesiderato quello di scoraggiare i disoccupati dalla ricerca di un posto di lavoro.

L’accorato allarme è stato lanciato da diversi dei soggetti coinvolti nelle audizioni informali che si stanno tenendo al Senato. Tra i primi a suonare il campanello d’allarme troviamo Pierangelo Albini di Confindustria, a capo dell’area Lavoro e Welfare dell’organizzazione padronale. Ai senatori della Commissione Lavoro ha voluto sottolineare che “i 780 euro mensili potrebbero scoraggiare dal cercare un impiego considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30 si attesta a 830 netti al mese”. Analoghe preoccupazioni sono state espresse dall’onnipresente Fondo Monetario Internazionale, che nel consueto report sulla situazione del Paese ha affermato che il livello del reddito di cittadinanza è troppo alto, addirittura “fissato al 100% della linea di povertà relativa in confronto al 40-70% indicato nelle buone pratiche internazionali”. Inoltre, l’immancabile presidente dell’INPS Tito Boeri ha parlato di “rilevanti effetti di scoraggiamento”, in quanto quasi il 45% dei dipendenti privati del Sud ha “redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal reddito di cittadinanza a un individuo che dichiari di avere un reddito uguale a zero”. Infine, le ‘preoccupazioni’ di Confindustria e Boeri sono state prontamente fatte proprie dal PD, nella persona della senatrice Iori.

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marx xxi

Introduzione a Totalitarian Trends Today

di Mark Epstein*

Siamo lieti di annunciare, come redazione di Marx21.it, l'avvio di una collaborazione con Mark Epstein, compagno marxista statunitense di ambito accademico. Ci informerà periodicamente sulle questioni di politica interna ed estera degli USA e sugli sviluppi culturali internazionali. Quella che segue è la sua introduzione al volume “Totalitarian Trends Today”, che offre uno spaccato misconosciuto al pubblico italiano delle ricerche portate avanti da alcuni settori del marxismo statunitense. Sono lieto di annunciare che Epstein ha annunciato di avviare come prossima lettura “Il Totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale”. Spero che potrà trovarvi quell'analisi marxista del fenomeno totalitario di cui lamenta in questo articolo la mancanza. Questo è stato uno dei miei scopi che credo di aver portato adeguatamente a termine [Alessandro Pascale]

Per scaricare il saggio (in lingua inglese) oggetto della presentazione premi qui

Questo saggio è contenuto in un volume collettaneo, TotArt: The Visual Arts, Fascism(s) and Mass-society (Newcastle: Cambridge Scholars Press, 2017), dedito alle arti visive durante le varie forme di fascismo, interpretato come il vero totalitarismo, quello della destra, come prosecuzione del capitalismo “by other means”, ca. come forma di ‘emergenza’ quando confrontati da crisi sia economicamente, che politicamente che socialmente più serie.

Il saggio passa in rassegna una serie di contributi recenti che tutti notano, in diversi modi, l’emergere di fenomeni associati a forme di controllo e dominio totalitario, la maggior parte di area non-marxiana (F. William Engdahl, Mike Lofgren, e Sheldon Wolin) il cui interesse risiede in aspetti diversi.

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comidad

La politica partigiana e il lobbismo super partes

di comidad

A distanza di poche settimane dal suo “trionfo” per la cattura del latitante Battisti, per una sorta di nemesi, Salvini ha dovuto assaggiare a sua volta gli esiti dell’incertezza delle categorie giuridiche. Se Battisti ha dovuto subire l’etichetta di “assassino” in base a quella dilatazione concettuale che è il “concorso morale”, la stessa dilatazione concettuale ha consentito ad una Procura di incriminare il ministro degli Interni per “sequestro di persona” nel caso della nave Diciotti.

In base alla ricostruzione dei fatti nel caso della nave della Guardia Costiera Diciotti, nel comportamento di Salvini potevano essere ravvisati gli estremi dell’omissione di soccorso, che è già di per sé un reato grave. I magistrati hanno invece optato per l’ipotesi di reato del sequestro di persona, come se i migranti raccolti dalla Diciotti fossero in possesso di un regolare passaporto con visto d’ingresso e fossero stati vittima di un atto di pirateria. In pratica un organo dello Stato ne ha delegittimato un altro.

Il “salvinismo” è una bolla che di per sé avrebbe i giorni contati. Il leader della Lega ha infatti preso per i fondelli il proprio elettorato, enfatizzando e spettacolarizzando la questione degli sbarchi, dimenticandosi che i migranti entrano anche e soprattutto per altre vie e che, a riprova di ciò, in Italia i clandestini sono già centinaia di migliaia; così tanti che non avrebbero potuto entrare solo con i barconi.

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sinistra

Il bisogno di metafisica

di Salvatore Bravo

Il secolo trascorso ed il presente sono secoli senza metafisica, ogni limite è stato ed è trasceso in assenza di una definizione di bene e di male. Tali paradigmi sono liquidati come cianfrusaglie del pensiero, oziosi rompicapo senza soluzione. Il problema metafisico è annichilito, espulso dalle accademie, spesso pronunciato con parole appena udibili anche dalla chiesa. Le forme di totalitarismo sono proliferate in assenza di metafisica, nella loro metamorfosi, come l’essere polivoco di Aristotele, hanno un fondamento comune non riconosciuto: l’astratto. Ogni totalitarismo ambisce alla perfezione, vuole eliminare ogni differenza, la fatica del molteplice da cui rielaborare il concetto, i totalitarismi esigono la perfezione, calano sul mondo della vita una cappa astratta a cui ci si deve adattare. La perfezione non vuole dialogo, nega ogni principio ontologico fondato sulla parola, al suo posto campeggia l’ideale della perfezione, il quale si pone oltre ogni distinzione dialettica tra bene e male, è sottratto dallo spazio e dal tempo, luoghi cognitivi dove si viene a determinare il senso del bene e del male, dove l’uno ha significato nella presenza dell’altro. La perfezione non conosce dialettica, si ripiega su se stessa, si presenta nella forma dell’ipostasi dinanzi alla quale non si può che accettare senza consenso, senza concetto. Ogni totalitarismo assimila per espellere le differenze e presentarsi con il suo radicale monismo.

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micromega

In nome della democrazia, ignorando le lezioni della storia

La questione Venezuela

di Angelo d’Orsi

Il Venezuela troneggia sulle prime pagine, ancora. Ed è diventato argomento da bar. Quanti nostri concittadini sapevano qualcosa di questo grande paese latinoamericano? Ora sono tutti pronti a dire la loro, imbeccati opportunamente dagli influencer, ma senza dedicare una mezzora a studiare la questione. L’insegnamento di Gramsci (“studiare approfonditamente le questioni prima di parlarne”) è completamente disatteso: del resto, i primi a non sapere nulla sono gli opinionisti, che infatti giganteggiano sui media, mentre gli esperti vengono tenuti alla larga. Quanti di coloro che stanno firmando un appello a Mattarella in queste ore perché il governo italiano riconosca il golpista Guaidó sanno che cosa è accaduto in Venezuela in questi anni? Quanti hanno cognizione delle leggi venezuelane, a cominciare dalla Costituzione Bolivariana? E così siamo davanti ai due partiti: Guaidó vs. Maduro, e viceversa, e spesso anche dalla parte del secondo gli argomenti appaiono generici e mere petizioni di principio, per giuste che siano. Le tifoserie occupano il campo, “a prescindere”.

Intanto, forte della infelice, scorretta esternazione del Presidente della Repubblica, che ha invitato l’Italia a “raccordarsi” con l’Unione Europea, ossia ad aderire alla mozione passata nel Parlamento dominato da una solida maggioranza di destra, il PD, addirittura sta per presentare una interpellanza parlamentare, pronto ad allearsi, come sul Tav, con l’altra destra (il PD è un partito che con la sinistra non ha più nulla a che fare): una mozione di sostegno al giovane autoproclamato presidente venezuelano. Siamo davvero a un passo dalla follia, il “cupio dissolvi” di quel partito ogni giorno ci riserva una bella sorpresa.

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contropiano2

I tedeschi scoprono che il loro modello è fallito

di Pasquale Cicalese

Sta suscitando scalpore in tutta Europa il documento preparato dal ministro dell’economia tedesco Peter Altmaier – “Piano Industria 2030” – perché prevede l’intervento dello Stato nell’economia, sia come “arrocco” per difendere i campioni nazionali da scalate ostili (si pensa ai cinesi, ma non solo), sia per avviare un salto tecnologico nelle grandi e medie industrie tedesche.

In particolare si parla di formare una sorta di “nuova Iri” per entrare in colossi quali Deutsche Bank, Bosch, Daimler ecc.

Altmaier, nel suo documento. parla di investimenti pubblici nei settori dell’intelligenza artificiale, nelle piattaforme di connessione informatiche, nelle biotecnologie, nella guida autonoma e nell’aerospaziale. Tutti settori dove dominano colossi americani e cinesi. Inoltre ritiene che entro il 2030 l’apporto dell’industria rispetto al pil debba aumentare dal 22 al 25% in Germania e dal 16 al 20% in Europa, considerando un grave errore la deindustrializzazione di molte aree europee a cui bisogna porre rimedio.

Da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire…

Solo accennando al Trattato di Lisbona, esso prevedeva che l’UE a 500 milioni di abitanti divenisse entro il 2020 l’area economica più innovativa del mondo. Dalle parole di Altmaier scopriamo invece che il cuore industriale europeo è dietro di almeno 20 anni rispetto ai grandi sommovimenti produttivi mondiali.