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Da Zelensky all’Ungheria: la retorica della corruzione e il ritorno dell’oligarchia
di Gerardo Lisco
Diceva Karl Marx che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa. Oggi quella formula non è solo un aforisma: è una lente attraverso cui leggere la trasformazione delle democrazie contemporanee, sempre più svuotate e sempre meno capaci di rappresentare il demos.
Nel 2019 Volodymyr Zelensky viene portato al potere come volto nuovo, simbolo della lotta alla corruzione, costruito anche attraverso l’immaginario mediatico della serie Servant of the People. Una narrazione perfetta: l’uomo comune che abbatte il sistema. Ma dietro questa rappresentazione si cela un meccanismo già visto. Il passaggio aperto da Euromaidan non è stato soltanto un cambio interno: è stato un riallineamento geopolitico. E ogni riallineamento ha un prezzo. La gestione delle risorse internazionali, in particolare quelle dell’ International Monetary Fund, diventa allora terreno di opacità e conflitto, mostrando come la retorica anticorruzione possa facilmente trasformarsi in strumento di redistribuzione del potere all’interno delle élite, più che in reale rottura con esse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tensioni crescenti, escalation, guerra. La promessa di rinnovamento si traduce in instabilità.
Lo stesso schema si ripresenta oggi in Ungheria, dove il lungo ciclo di Viktor Orbán viene messo in discussione e la figura emergente di Péter Magyar viene presentata come alternativa credibile. Ed è proprio qui che emerge uno degli errori politici più evidenti del campo progressista europeo: l’esaltazione acritica di una figura che, lungi dal rappresentare una reale rottura, proviene dall’interno dello stesso sistema di potere.
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Nel gioco del Golfo entrano “gli adulti”
di Francesco Piccioni
“Non interrompere mai un tuo nemico mentre sta commettendo un errore.” Che sia una massima di Napoleone oppure di Sun Tzu, il significato strategico non cambia. Di errori catastrofici l’amministrazione Trump ne sta accumulando a decine, e il ritmo accelera.
Neanche il tempo di mordersi la lingua per aver stupidamente attaccato un Papa che se ne stava tranquillo sulle sue – Bergoglio, al suo posto, avrebbe fatto fuoco e fiamme – alienandosi il voto dei cattolici negli Usa e guadagnandosi il disprezzo di quelli del mondo, ed ecco scattare il suo “controblocco” dello Stretto di Hormuz.
Nella visione strategica ridicola che regola questa scelta si tratta in fondo di fermare le navi che gli iraniani lasciano passare (quelle dei paesi “amici” e dei “neutrali” che accettano di pagare un pedaggio). Una cosa un po’ complicata sul piano operativo – come spiegavamo ieri – perché una flotta militare non dispone di “doganieri” capaci di discernere tra tipologie contrattuali stipulate online, ma tutto sommato semplice da ottenere “spontaneamente”.
Se, infatti, il presidente del paese militarmente più potente del mondo dice che affonderà le navi che entrano od escono dallo Stretto, chi mai oserà contravvenire il suo diktat?
Detto fatto, una nave cinese – la Paya Lebar – è entrata nello Stretto dirigendosi verso un porto iraniano. Al momento in cui scriviamo (le 8.00 del 14 aprile) si trova al largo dell’isola di Kush, avendo come meta Umm al Qasr.
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Perché un esercito federale europeo è impossibile (e Rutte e von der Leyen sbagliano tutto)
di Enrico Grazzini
L’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”. Solo una Confederazione volontaria potrebbe fare il nostro interesse
La Nato è ormai ripudiata dal presidente americano Donald Trump: l’Europa ha dunque urgente bisogno di una forte difesa comune autonoma, non più subordinata al bullismo statunitense. Ma l’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”, cioè federale e centralizzata a Bruxelles: la difesa comune ha invece una forma confederale perché è basata sulla “Unione dei volontari” avviata da Francia, Germania e Gran Bretagna indipendentemente da Bruxelles e dalla Commissione dell’Unione Europea. Lo scontro con la Russia in Ucraina, la pretesa di Trump di conquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, paese membro della UE e della Nato, e poi le guerre scatenate da Israele e dagli Stati Uniti in Palestina, Libano, Siria, e infine in Iran, danneggiano enormemente l’Europa. Tutto questo ha portato Francia e Gran Bretagna, gli unici due Stati europei che possiedono delle bombe atomiche, a trattare un accordo per la difesa atomica comune, un accordo che ha una proiezione europea.
Inoltre il presidente francese Emmanuel Macron si è accordato nel marzo 2026 con otto paesi europei – tra i quali Germania, Olanda e Polonia (ma non l’Italia) – per dislocare parti dell’assetto atomico francese, aerei cacciabombardieri e altri sistemi, nei loro territori, e per avere un approccio comune alla difesa atomica.
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Dai “No Kings” ai war bonds. Il silenzio imbarazzante sui Fondi cannone
di Leonardo Casetti
Verrebbe da pensare che il profilo acquiesciente della CGIL sull’industria bellica italiana fosse dettato da una sostanziale scelta “ideologica” sotto il segno dell’amor patrio e dell’”interesse nazionale”. Oltre, ovviamente, alla difesa dei valori democratici europei. Il tutto corroborato da una consolidata e ultra decennale concertazione con il padronato e Confindustria in materia di contratti al ribasso e “buone” relazioni sindacali. Ma è solo questo? In tempi di economia di guerra non è capzioso porsi questa domanda visto lo stretto legame con il capitale finanziario.
E’ in questo contesto che in Italia, come nel resto del mondo, assumono un ruolo importante i fondi pensione privati e la loro gestione in investimenti redditizi.
Il 2007 fu l’anno dell’attacco alla previdenza pubblica e al salario differito. E’ di allora la firma di un protocollo tra Governo-Confindustria-CGIL-CISL-UIL. Protocollo che verrà poi convertito in legge aumentando l’età pensionabile e diminuendo le pensioni future. Parallelamente si attua anche la riforma del TFR, già decisa dal Governo Berlusconi in accordo con CGIL-CISL-UIL… Una bella torta da dividere per i broker dei tre maggiori sindacati italiani che siederanno nei CdA dei vari fondi negoziali di categoria, inseriti a forza nei contratti insieme alle imprese.
Una vera e propria mascalzonata di questi sindacati che invece di lottare contro le riforme pensionistiche che hanno allungato l’età pensionabile, e a differenza dei sindacati francesi che hanno promosso lotte durissime contro la riforma Macron, si sono prodigati non solo per convincere i lavoratori a rinunciare alla lotta per diminuire l’età pensionabile, ma anche per farli aderire ai fondi pensione integrativi.
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L’età della pietra e l’ipocrisia della sinistra internazionale
di Fatemeh Sadat-Serki
Questo articolo, scritto, sotto il fuoco nemico, ci è stato inviato da Fatemeh Sadat-Serki a Teheran nel trentaquattresimo giorno dell’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran. Fatemeh è un’attivista sociale di sinistra e una nota ricercatrice nel campo della filantropia d’impresa in Iran, con diversi progetti di successo per l’emancipazione economica e lo sviluppo comunitario tra le comunità più vulnerabili del paese.
* * * *
Sono trascorsi trentaquattro giorni dall’inizio della guerra e i dati che emergono dai vari quartieri di ogni città dipingono un quadro orribile e sconvolgente della palese violazione dei principi umanitari. Secondo i rapporti della Mezzaluna Rossa, al 2 aprile, più di 3000 civili sono stati uccisi. Almeno 117.239 unità abitative civili sono state danneggiate. Più di 300 centri sanitari, scuole, strutture della Mezzaluna Rossa e persino diversi elicotteri di soccorso sono stati presi di mira o distrutti. Questi vengono colpiti dalle tecnologie di distruzione più precise nel contesto dell’indifesa aviazione iraniana. Questi numeri non sono semplici statistiche; sono una testimonianza vivente del crollo dei confini dell’umanità di fronte alla spietata logica della guerra.
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La vera guerra nascosta dalla teoria del pazzo
di Salvatore Minolfi
Un esercizio di base che ogni storico dovrebbe fare con sé stesso, per liberarsi dal sovraccarico caotico e disorientante degli eventi del presente, dovrebbe essere quello di mettere distanza, per provare a ripensare ciò che accade ora dalla prospettiva del futuro e conservare solo quelle due o tre cose veramente essenziali per capire, sbarazzandosi dell’inutile zavorra.
Ci proviamo. Tra cinquant’anni – poniamo nel 2076, a trecento anni dalla rivoluzione americana – come vedremo la guerra scatenata in questi mesi da Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Come la inquadreremo, quando sarà sbiadito ogni ricordo dell’inarrestabile declino cognitivo dei presidenti americani e l’efferatezza patologica dei dirigenti di Isra-Hell sarà l’oggetto residuale di una serie pornografica di B-Movies?
Nessuno vuol negare l’importanza del fattore umano e delle specifiche patologie di questo o quel dirigente, se non altro perché gettano luce sulle condizioni delle società che li hanno selezionati per dirigere i rispettivi Stati. Ma tra cinquant’anni, a chi ragiona del passato, servirà qualcosa di più serio e consistente.
Nel caos apparentemente incomprensibile degli eventi della guerra gli indizi non mancano.
L’Iran, com’è noto, è un paese molto grande: circa 1.650.000 km quadrati, l’equivalente di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi messi insieme. Eppure, di fronte a tale vastità, i nostri serial killers non si sono lasciati sopraffare dal disorientamento.
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Blocco a Hormuz, crack a Washington... Ma follow the money
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”: https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk https://youtu.be/XC9qManzFdk
Il mantra: destabilizzare
Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.
Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.
Il NYT e le sue gole profonde
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Venezuela, la lezione d'aprile
di Geraldina Colotti
Esistono momenti in cui il tempo sembra ripiegarsi su se stesso, come l’Uroboro che si morde la coda: l’aprile del 2026, in Venezuela, non è una semplice ricorrenza del golpe contro Chávez, ma l’eco di quel trauma che si trasforma in scontro presente. Ieri come oggi, l'imperialismo tenta di decapitare la speranza sequestrando il corpo fisico e politico della Rivoluzione. Se nel 2002 lo fece per interposta oligarchia, oggi lo fa calando la maschera e mostrando con arroganza il volto del predatore, colpendo direttamente il Presidente Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores, sua moglie.
È il passaggio dal sabotaggio chirurgico al rapimento di Stato, il tentativo estremo di recidere il legame tra il leader e la sua base. Eppure, proprio in questa escalation di tecnologie belliche mai sperimentate e di menzogne globali, emerge una lezione antica: mentre Washington tenta di gestire una "transizione" che esiste solo nei suoi laboratori di propaganda, il chavismo risponde con la scienza della ritirata strategica. Non una resa, ma il compattarsi della materia politica per proteggere la "semina nuova" di Chávez, perché nessun sequestro può durare contro una coscienza collettiva che ha già preso gusto alla libertà.
Il sequestro di Chávez nel palazzo di Miraflores era arrivato al culmine di un susseguirsi di tensioni determinatesi dopo la mostra d'indipendenza manifestata dal presidente, che non aveva sottoscritto il programma di governo confezionato da Washington per il paese.
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Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
di * * *
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno di quanto le centinaia di miliardi investiti tra Dubai e le altre capitali locali – oggi praticamente azzerati come valore di scambio – avrebbero meritato.
Silenzio assoluto, invece, causa ignoranza (anche nostra, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo) sulle infrastrutture digitali che senza dare nell’occhio erano cresciute in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Anche queste sono ricchezza, potenzialità, potere vero e proprio, disponibilità al dual use (civile e militare insieme), anche grazie all’interconnessione con il resto delle analoghe infrastrutture occidentali.
Una serie di legami a rete che rende totalmente irrazionale e materialmente impossibile il sogno statunitense di America first. Se tutto si tiene ormai da decenni, sbrogliare la matassa può creare solo danni. Soprattutto per chi quella matassa l’ha abbondantemente filata. Ossia gli Stati Uniti.
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Conflitto USA-Iran. L’Italia è in guerra
di Antonio Mazzeo
“Il nostro paese non prende parte e non intende prendere parte al conflitto in Iran”. Così ha assicurato la premier Giorgia Meloni intervenendo in Parlamento l’11 marzo scorso. Due giorni dopo è giunto il sigillo del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella. “L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio”, si legge nel comunicato finale. “Il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico (…) Eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.
Le basi USA e NATO in Italia solo per l’addestramento e il supporto tecnico-logistico delle forze armate di Washington che con Israele hanno aggredito l’Iran in palese violazione del diritto internazionale? No, assolutamente no, con buona pace del Capo dello Stato e del governo. Il belpaese è in prima linea e non solo per le centinaia di militari italiani presenti in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Libano, Gibuti, Somalia e nelle acque del Mar Rosso. In prima linea e belligerante, con un contributo strategico innanzitutto per le operazioni di intelligence e individuazione degli obiettivi dei velivoli con e senza pilota statunitensi.
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Alcune considerazioni sulla politica italiana (ed europea)
di Nico Maccentelli
Il festival “Il tempo dei nostri eroi” che si sta tenendo a Bologna in questi due giorni, caratterizzato dalla documentaristica russa e promosso da forze politiche sotto traccia e la stessa RT, ci deve riportare ad alcune considerazioni.
Ovviamente l’iniziativa non poteva restare inosservata. E i soliti dem fascisti e frattaglie varie del liberalismo di sinistra si sono adoprate per far intervenire le autorità di polizia appellandosi alla famigerata legge europea che vieta la trasmissione di contenuti russi nei paesi dell’UE. Scalfarotto di Italia Viva ha segnalato il caso presso il Governo, sollecitando un intervento in merito da parte dele autorità.
Pina Picierno, vicepresidente del parlamento Europeo, che interviene tutte le volte su iniziative del genere, ha definito questo festival come: “… peggior propaganda putiniana”, dichiarando che “È necessaria una reazione delle istituzioni europee e italiane”.
Non v’è dubbio che le forze liberal europeiste, PD, Italia Viva, Azione di Clenda, radicali, + Europa, quasi tutte in quota al campo largo, si siano trasformate (loro sì) in propagandisti dell’intervento bellico in Ucraina e in censori di qualsiasi posizione politica che tematizzi quella guerra in corso.
Lo abbiamo visto in tante circostanze, con sale negate all’ultimo momento, spazi chiusi come Villa paradiso a Bologna a opera della junta che definire poliziesca per la repressione sui comitati cittadini come alle Besta e al Pilastro è un dato di fatto.
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Contro la scuola neoliberale
di Giorgio Mascitelli
Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20
Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale.
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Il balletto su Hormuz, cercando una via d’uscita
di Francesco Piccioni
Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare a suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.
Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.
Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi e israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.
Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – e “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.
Ha scelto la seconda, per ora. Visto che si era arrivati a un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.
Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.
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I negoziati di Islamabad e la bomba di Melania Trump
di Davide Malacaria
A Islamabad si era quasi raggiunto un accordo, “ma quando eravamo arrivati a un passo dal siglare il ‘Memorandum d’intesa di Islamabad’ ci siamo imbattuti nel massimalismo, nel continuo mutare delle regole del gioco e nella chiusura”. Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi.
Parole che indicano quanto avvenuto durante i colloqui, conclusi con Vance che, tornando in patria, ribadiva il massimalismo Usa del prendere o lasciare. Tre le interpretazioni dei fatti. Gli Stati Uniti hanno dato vita all’ennesima farsa, l’apertura a negoziati fasulli: di fatto, una pausa tattica delle ostilità per aver modo ricalibrare le strategie di guerra, guerra che non poteva continuare così come si stava dipanando perché l’Impero stava perdendo.
La seconda interpretazione è che gli Stati Uniti, accecati dalla solita Hubrys, intendessero ottenere per via negoziale quel che non gli era riuscito con le bombe, pretesa che si è scontrata con il muro iraniano, con Teheran intenzionata a ottenere almeno in parte quanto richiesto nella proposta inviata a Washington e da questa accettata. Infine, terza interpretazione, nel corso dei negoziati Trump ha subito tante e tali pressioni alle quali alla fine ha dovuto cedere, mandando all’aria tutto.
Probabilmente è un mix di queste interpretazioni. Probabile che Trump volesse un negoziato che chiudesse la partita, altrimenti non si spiega la furia epica di Netanyahu e dei neoconservatori americani quando ha annunciato la tregua per aprire i colloqui.
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Rileggere “Postmodernismo” di Jameson
di Marco Fontana
Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson è tornato in libreria per Einaudi. Forse la scomparsa del suo autore nel settembre del 2024 ha incoraggiato una ripubblicazione che si aspettava da troppo tempo, dato che la versione uscita per Fazi nel 2007 era ormai fuori mercato. Rispetto a quella prima e già ottima edizione è cambiato poco: la traduzione è rimasta quella di Massimiliano Manganelli, la postfazione di Daniele Giglioli è diventata una prefazione arricchita da un’aggiunta, e in copertina una scultura di Jeff Koons ha sostituito una foto di Jeff Wall. Com’è ovvio, invece, molte cose sono cambiate dal 1991, anno di uscita del saggio negli Stati Uniti. E se già la prima traduzione integrale del 2007 arrivava in Italia dopo che il dibattito su questi temi aveva dato i suoi frutti più maturi (Ceserani, Raccontare il postmoderno, 1997; Jansen, Il dibattito sul modernismo in Italia, 2002; Luperini, La fine del postmoderno, 2005), ora questo saggio non solo può sembrare appartenere a un’altra epoca, ma può persino essere percepito come il reperto di una stagione intellettuale esaurita – con il postmoderno che è stato dato per morto e con un marxismo ridotto a pezzo da museo già a partire da quegli anni Novanta in cui diventavano egemoni i metodi destrutturanti della French Theory. E tuttavia, a differenza di tanti altri testi coevi, anche a rileggerlo oggi pare che Postmodernismo non sia per nulla invecchiato male.
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Il cavallo di Troia della "Difesa Europea"
di Vincenzo Costa
Rilanciamo questa riflessione che il Prof. Vincenzo Costa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook. Affronta due temi per noi centrali: da un lato, quello della "Difesa europea", uno snodo potenzialmente drammatico per il nostro paese che si potrebbe vedere costretto a sostenere un conflitto con la Russia per volere di Bruxelles, e poi l'alternativa che si sta costruendo in Italia intorno al cosiddetto "campo largo". Riflessioni che meritano di essere lette e dalle quali intavolare un dibattito costruttivo.
* * * *
Niente, io la vedo diversamente da quasi tutti i miei amici.
1) C’è questa tendenza a moralizzare e a sentimentalizzare tutto. Così sembra che il problema sia Trump e le sue uscite demenziali. E allora tutti contro Trump, che essere d’accordo su quello è troppo facile. Ma davvero crediamo che con i democratici sarebbe stato meglio? 70.000 palestinesi sono stati uccisi con Trump o con le bombe inviate dai democratici? La guerra in Ucraina chi la ha voluta? La Siria?
2) Trump è davvero mandato dal signore: c’è un bisogno enorme di sentirsi parte di un noi, e anche se questo “noi” è costruito sul niente va bene lo stesso. Attorno all’essere contro Trump si può costruire un’indignazione che permette di costruire un simulacro di collettività, attorno a un delirio.
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Il coraggio degli iraniani
di Emanuele Maggio
Possiamo parlare un attimo del coraggio degli iraniani? Per favore, mi sembra sia qualcosa da ammettere universalmente, anche da parte di sionisti, islamofobi o esportatori netti di democrazia.
Questi sono stati uccisi in serie, su appuntamento, testa dopo testa. Poi ecco subito il ricambio, un morto che cammina, uno che sa che sarà il prossimo, e lo vedi tranquillamente camminare in pubblico nei cortei, con gli occhi sorridenti e la barba pettinata, pronto al martirio. Poi muore e ne arriva un altro identico, all'infinito. Ciò che doveva scoraggiare il morale dell'aggredito ha finito per scoraggiare il morale dell'aggressore.
Da noi è diverso. L'anno scorso Crosetto osò opporsi al sacrificio del nostro Pil per una guerra non nostra, quella ucraina. Il giorno dopo l'aereo governativo in cui viaggiava atterrò d'emergenza per fumo in cabina. Magari fu solo un'assurda coincidenza, ma da quel momento il pover'uomo è irriconoscibile. Non appena gli sfugge qualcosa di compromettente, si affretta su Twitter a scansare ogni equivoco, con gli errori di ortografia di chi digita con mani tremanti.
Draghi due anni fa, in un suo raro momento di onestà, osò proporre sull'Economist linee guida contro l'architettura economica europea a trazione nordica. Un'intervista che ebbe risonanza mondiale. Qualche giorno dopo andò a fuoco una parte della sua villa (questo ebbe meno risonanza). Da quel giorno non rilascia più interviste sull'argomento né accetta incarichi.
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Hormuz, la Palestina passa - Visto il bluff del pokerista
di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=7iWCoxHLyZM
https://youtu.be/7iWCoxHLyZM
Se c’è una dimostrazione non occultabile della sconfitta e conseguente disperazione, è la carneficina allestita da Israele in Libano. Dagli stretti di Hormuz, bloccati per tutti i carnefici e loro scherani, passa vincente la Palestina.
Gli accordi Sykes-Picot del 1916, in cui Francia e Regno Unito, frantumando il mondo arabo, si spartirono Medioriente, rotte, ricchezza energetica, accordi consolidati dopo il 1970 dal petrodollaro a garanzia di un flusso perenne, rinnovati nel 2020 da un Accordo Sykes-Picot 2.0 chiamato “Accordi di Abramo”, giacciono in pezzi. Frantumati dal missile iraniano, da quello di Hezbollah, delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, degli yemeniti. Tutti in nome della Palestina.
E Trump, allentatosi il cappio di storielle Epstein messogli al collo da Netanyahu, dalla promessa della fine della civiltà iraniana, in una notte è passato al “Ma su, dai, fate i buoni, aprite quello Stretto”.
La risposta: “Prima piantatela anche in Libano. Per ora dallo Stretto passano la Palestina e i suoi amici della resistenza libanese, yemenita, irachena. E i paesi che non vi leccano il culo. Siete due eserciti nucleari, i più potenti della regione, fate una guerra dopo l’altra, ammazzate innocenti, preferibilmente bambini, come se non ci fosse un domani…e vorreste passare per lo Stretto?”
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Per Romano Luperini
È morto nella notte Romano Luperini, maestro e riferimento per diverse generazioni di studiosi, tra cui la mia. Romano è stato un militante politico, uno storico della letteratura, un docente, uno scrittore, un interlocutore dialettico sempre rigoroso e appassionato, grazie alla sua fiducia, citando uno dei suoi studi più noti, nel “dialogo” e perché no nel “conflitto”. I suoi percorsi attraverso i movimenti e gli autori del moderno e del modernismo, categoria, quest’ultima, di cui ha ridefinito con nettezza critica i contorni, restano fondamentali, come tutta la sua produzione saggistica, le monografie sui singoli autori (Verga, Pirandello, Tozzi, tra gli altri) o su categorie e questioni problematiche (il Postmoderno, la critica come ermeneutica, l’allegoria). La sua figura verrà perciò meritatamente ricordata nei prossimi giorni e a lungo termine, ma oggi il cordoglio va naturalmente alla sua famiglia, con un pensiero per tutti quelli che lo hanno conosciuto attraverso le sue lezioni o le sue pagine e hanno avuto il privilegio di condividere con lui anche questi ultimi anni di attività forzatamente ridotta.
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Cuba e le lezioni della storia: l’Iran ci insegna che con l’impero non si negozia
di Luciano Vasapollo
C’è una lezione che la storia continua a ripetere, ma che troppi fingono di non vedere: con l’imperialismo non si negozia senza pagarne il prezzo. E spesso quel prezzo è la perdita della sovranità, della dignità, dell’indipendenza.
Lo dimostra oggi, con drammatica evidenza, quanto sta accadendo all’Iran. La pressione militare e politica esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati si inserisce in una lunga sequenza storica: chi ha ceduto, chi ha accettato compromessi al ribasso, è stato progressivamente smantellato. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il copione è sempre lo stesso.
L’illusione è quella di poter trattare da pari a pari. La realtà è che si entra in un meccanismo in cui la trattativa diventa resa, e la resa diventa subordinazione.
Non è un caso che, nel caso iraniano, la resistenza abbia prodotto un esito diverso rispetto ad altri scenari. Quando un Paese non si piega, quando mantiene una capacità di risposta, l’equilibrio cambia. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere un dato politico: la pace non si costruisce sulla capitolazione.
Lo stesso schema lo vediamo applicato contro Cuba. Qui la strategia è più lenta ma altrettanto feroce: un blocco economico criminale, inasprito negli ultimi anni, che mira a strangolare la popolazione e a piegare un progetto politico che resiste da oltre sessantacinque anni.
L’obiettivo è evidente: costringere alla resa un’isola che ha scelto un percorso autonomo, che ha affermato la propria sovranità e che continua a portare avanti un processo di transizione socialista fondato sull’internazionalismo.
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Gli Usa di Trump sono il grande sconfitto della guerra contro l’Iran. Israele cerca di sopravvivere con la guerra a oltranza
di Alessandro Volpi
L’attuale situazione della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran suggerisce alcune considerazioni di natura generale.
1) Trump ha clamorosamente perso. Ha scatenato una guerra, insieme al governo israeliano, per tentare di porre argine a una crisi verticale degli Stati Uniti: un debito federale quasi insostenibile e con sempre meno compratori esteri, un debito privato colossale, un dollaro debole e soggetto a una brusca perdita di centralità, una perdurante deindustrializzazione, una bilancia commerciale pesantemente negativa, una posizione finanziaria netta da fallimento. A tutto ciò Trump ha provato a rispondere con dazi e con una guerra imperialistica per garantirsi il monopolio dei combustibili fossili e ha fallito miseramente. Ora deve uscire, rapidamente, da una guerra che gli costa 10 miliardi di dollari al giorno e che non può più permettersi, pressato anche dalla base Maga e da una parte dei suoi elettori costretti a pagare la benzina oltre 4 dollari il gallone e a reggere l’impatto dell’inflazione. Soprattutto nei centri rurali, poi si fanno sentire aumento dei prezzi dei fertilizzanti e una concorrenza internazionale che i dazi non riescono a fermare. Le stesse aziende americane sono stanche di pagare la metà dei dazi incassati dal governo federale, mentre i singoli Stati dell’Unione non sopportano le ingerenze del potere centrale. La fine di Trump è davvero vicina.
2) Hanno perso il trumpismo e i suoi adulatori. E’ evidente che la guerra in Iran ha scatenato un’ondata recessiva con cui stanno già facendo i conti paesi, a cominciare da quelli come l’Italia, il cui governo aveva idolatrato la “nuova visione” del mondo di Trump, aggressiva, intollerante, repressiva ma espressione di un “nazionalismo occidentale” vincente, per usare le parole di Giorgia Meloni: una visione che sta frantumandosi di fronte alla complessità della realtà.
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L’onda lunga delle moltitudini d’autunno
di Toni Casano
Quanti padri ha la vittoria referendaria registratasi a ridosso di quest’inizio di primavera? Simbolicamente, in uno con l’immaginario della bella stagione, sembra rifiorire la speranza di una nuova rinascita della gloriosa sinistra istituzionale: è come se si riaprisse la gara del riscatto.
Dopo aver arrancato sulle impervie salite, pare che la squadra sia già pronta sulla linea di partenza per l’avvio dell’ultima tappa, al termine della quale sarà definita la redde rationem elettoralistica tra le maglie nere – fino a ieri in fuga al comando della corsa – e le maglie biancorosate inseguitrice, oggi rinvigorite dall’aggancio della testa del gruppone, pronte a loro volta a lanciare la lunga volata per il rush finale, augurandosi di sferrare il colpo di reni del velocista di razza per tagliare la linea del traguardo per l’agognata conquista della corona d’alloro.
A chiusura dei seggi si sono aperti gli schermi televisivi, dove impazzavano i soliti talk show per seguire lo spoglio referendario, nei quali i dibattiti si facevano sempre più frementi man mano che il risultato delineava con maggior chiarezza l’esito finale. Mentre nell’incertezza iniziale degli instant poll i convenuti rimanevano saggiamente abbottonati dentro gentili schermaglie di intrattenimento.
Con la acclarata e sorprendente vittoria dei NO si apriva, senza più esitazione alcuna, il caravanserraglio del mainstream politicista: qualche intervista raggranellata qui e là fra i colonnelli degli schieramenti avversi, in attesa delle conferenze-stampa dei leader politici (eccezion fatta per la Meloni a cui – come ben sappiamo – gli incontri con la stampa fanno venire l’orticaria.
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“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
* * * *
Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
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Vademecum sul surreale tweet di Crosetto
di Lorenzo Forlani*
Vi racconto quanto accaduto, perché ha davvero del surreale e finisce per fornirci una diapositiva della tragica situazione – anzitutto cognitiva, e solo dopo politica – in cui ci troviamo.
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
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Il lockdown come forma di governo e la ribellione necessaria
di Guido Cappelli
Il momento è arrivato. Come prevedevano quelle sparute “avanguardie” frettolosamente etichettate come “complottisti” ‒ quei pochi che negli ultimi sei anni hanno avvertito del degrado accelerato delle nostre già da tempo periclitanti “democrazie” ‒ torna il lockdown (vale la pena di ricordare sempre che il termine, un anglicismo convenientemente eufemistico che copre una realtà distopica, corrisponde all’italiano “confinamento” e appartiene al lessico carcerario). Questa volta sarà lockdown energetico, annunciato puntualmente dai tristi trombettieri del potere, come il subdolo Open del cinico Mentana.
Non importano i tempi: sarà prima, sarà dopo, ma torneranno (già ci stanno preparando con convenienti dosi di apocalisse imminente) le restrizioni alla mobilità pubblica e privata, la famigerata e distruttiva didattica a distanza, le targhe alterne, le chiusure di locali pubblici, fino ad arrivare ‒ vedrete ‒ al coprifuoco a settembre (se prima l’Iran non ci risolve il problema in altro modo, un tantino più cruento!).
All’orizzonte, i crediti sociali, le quote di carbonio, i lasciapassare per spostarsi. Un’altra sporta di diritti trasformati magicamente in concessioni. Misure che vengono per restare: il commissario europeo all’energia, Jorgensen, ce lo spiattella in faccia:
“Anche se la pace arrivasse domani, in un futuro prevedibile non torneremo alla normalità“.
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Perché Trump e Netanyahu hanno perso la guerra in Iran: è la fine del mondo unipolare
di Paolo Ferrero
Il tentativo dell'imperialismo statunitense di uscire dal declino usando la propria potenza militare convenzionale è stato sconfitto. Si tratta di un ottimo risultato, da festeggiare
Se Tel Aviv non riuscirà a far saltare tutto continuando le sue aggressioni al Libano, la guerra illegale di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran si è conclusa con la sconfitta degli aggressori e la vittoria dell’aggredito, dell’Iran. Si tratta di un risultato assai rilevante che segnala e accentua il declino degli Usa e pone le condizioni per un deciso ridimensionamento del ruolo del criminale stato di Israele in Medio Oriente.
Dopo questa sconfitta – che il criminale atteggiamento del governo israeliano può solo aggravare – il mondo unipolare è largamente archiviato e comincia a delinearsi la possibilità che un mondo multipolare si affermi oltre che nella realtà dei rapporti economici anche nella concretezza delle relazioni tra popoli e stati. Si tratta quindi di un risultato assai positivo.
Vediamo brevemente:
1) Nel mondo unipolare che ha seguito li crollo del muro di Berlino gli Usa hanno fatto il bello e il cattivo tempo. In questo contesto hanno allargato la Nato ad est e posto le condizioni per obbligare la Russia alla guerra in Donbass.
2) La guerra in Donbass invece di spezzare le reni alla Russia ha certificato che la Nato non ha una supremazia militare sulla Russia e in secondo luogo – obbligando quest’ultima a cercare canali alternativi al dollaro per vendere le sue materie prime – ha aperto la strada alla dedollarizzazione del commercio mondiale e quindi alla messa in discussione dell’enorme privilegio di cui godono gli Usa dal 1971.
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Il Frankenstein di Washington: Kiev sabota gasdotti e sfida i suoi stessi padrini
di Fabrizio Poggi
Sullo sfondo degli eventi in Medio Oriente, compreso il terrorismo sionista contro i popoli della regione e con l'attenzione dei media internazionali concentrata sulla situazione energetica di quell'area, passano sott'ombra altre provocazioni terroristiche ai danni di strutture energetiche sul vecchio continente, portate col beneplacito europeista dai nazigolpisti di Kiev, il cui ras sembra agire secondo la formula “tu muori oggi, basta che io muoia domani". Kiev, per quanto si presenti come il “caposaldo del vallo europeo” contro l'autocrazia asiatica e si senta dunque più che “legalizzata” ad agire a proprio piacimento, si muove comunque, alla lunga, seguendo le coordinate dettate dai padrini occidentali.
E quelle coordinate dicono che la guerra in Ucraina deve essere continuata almeno per altri due anni, durante i quali Kiev distruggerà a colpi di droni le infrastrutture russe di esportazione dei prodotti energetici. Lo proclamano apertamente, dice l'ex deputato della Rada ucraina Oleg Tsarev, fonti europee e americane, sulla base di studi analitici. Ora, il fatto è che, in seguito agli attacchi ucraini ai porti baltici e della chiusura dell'oleodotto “Druzba”, «in una settimana le esportazioni russe di idrocarburi sono diminuite del 40%. Ma se questa situazione dovesse protrarsi a lungo, un calo di oltre il 30% delle esportazioni energetiche dalla Russia porterebbe a sconvolgimenti sociali e cambiamenti politici». Ed è su questo che contano gli occidentali.
Sul campo di battaglia, al momento il fronte è abbastanza stabile; le forze ucraine hanno armi e denaro per due anni di guerra. Dispongono di 56 miliardi di dollari in riserve auree e valutarie sufficienti per un anno di guerra.
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Il ruolo di Prevost nell'imperialismo narrativo
di comidad
Il concetto di ateismo è filosoficamente difficile da maneggiare, poiché per negare l’esistenza di qualcosa occorrerebbe preliminarmente definire quel qualcosa. Insomma, per diventare atei bisognerebbe prima essere teologi. Forse non vale la pena di fare tutto questo sforzo, visto che la religione è anzitutto un fenomeno umano; anzi, un po’ troppo umano. L’inattendibilità umana scredita la religione molto di più della inattendibilità divina, perciò è risultato ancor più velleitario voler sostituire la religione trascendente con una religione dell’uomo. Ogni religione è infatti una relazione tra esseri umani, i quali di solito provvedono a smentirsi da soli.
Il 12 dicembre scorso il “Santo Padre” ha concesso una udienza ai “membri del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica”, ovvero i servizi segreti, quelli che oggi si fanno chiamare AISI ed AISE. La notizia è riportata dal Bollettino della Santa Sede.
Il 15 ottobre 2025 si è celebrato il centenario della fondazione del sistema unificato di “intelligence”. Il Servizio Informazioni Militare è stato fondato all’epoca delle cosiddette Leggi fascistissime, e infatti fu largamente coinvolto nella persecuzione degli antifascisti. Il governo ha conferito ampio risalto a questa imbarazzante ricorrenza, e sul sito del governo si trova anche la conferma della notizia dell’udienza papale del 12 dicembre scorso.
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Iran-USA: un pareggio che può cambiare il mondo
di Giuseppe Masala
Con l'insperata tregua mediata dal Pakistan e dalla Cina, Iran e USA si avviano a incamerare un "pareggio" in uno scontro che poteva avere esiti drammatici. Ma pareggio in questo caso non significa che tutto rimarrà come prima; la storia del mondo e ad uno snodo cruciale e questo pareggio cambia per sempre gli equilibri
Quando tutto sembrava avviato verso uno sbocco ancora più tragico di quello visto nel corso dell'ultimo mese e mezzo è arrivata la notizia, tanto insperata, quanto attesa: Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di quindici giorni nei quali si impegnano a trovare una soluzione definitiva al conflitto in corso.
L'accordo che potrebbe avere una rilevanza storica ha visto il Pakistan nel ruolo di mediatore decisivo; secondo alcune fonti nella fase finale ci sarebbe stato anche un intervento della Cina che avrebbe spinto anche i settori più oltranzisti della élite iraniana ad accettare i termini dell'accordo.
Cosa contenga in realtà questo accordo, non è dato sapere visto che le parti parlano di vittoria storica e totale sull'avversario. Secondo le fonti iraniane, Trump avrebbe accettato i dieci punti proposti da Teheran; in realtà, pare evidente, che Trump ha accettato di discuterli in questi quindici giorni di cessate il fuoco. Il che è molto diverso.
I punti più difficili da accettare per Washington del “decalogo” di Teheran sono certamente il (1) mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, (2) l'accettazione di Washington che l'Iran arricchisca il suo uranio, (3) il pagamento di un risarcimento all'Iran da parte degli USA, (4) ritiro delle truppe statunitensi dalla regione.
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Verso il disastro
di Alessandro Volpi*
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte a una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% sui decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
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