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tempofertile

Omaggio a James O’Connor

Su “Le spese per capitale sociale: il consumo sociale”, 1973

di Alessandro Visalli

James O’Connor è morto all’età di ottantasette anni a Santa Cruz. Per chi si è trovato a leggere una delle sue opere, a partire dal monumentale “La crisi fiscale dello Stato”, del 1973, con la prefazione di Federico Caffè, o i suoi testi sulla contraddizione tra ambiente e capitalismo, mancherà la sua chiarissima prosa dalla tagliente determinazione.

Del grande studioso marxista però ricorderemo sempre il coraggio e la determinazione.

Per rendergli omaggio rileggerò un capitolo del suo libro del 1973, precisamente il capitolo V, da pag 141 (dopo “Popolazione eccedente e welfare State”, capitolo VI, da pag, 182).

L’intero libro del 1973 mostra come l’azione dello Stato, e per esso il welfare state, sia intrappolata in una serie inestricabile di contraddizioni che risalgono in ultima istanza all’asservimento della macchina statuale agli interessi particolari della riproduzione del capitale. Nella dinamica che si genera (anche nello scontro tra capitale monopolistico e settore concorrenziale) si perde l’interesse generale e si attiva una spirale distruttiva. Nella prospettiva indicata da O’Connor, quindi, lo stato del benessere è condannato ad una continua rincorsa, sempre più affannosa, tra spese sociali via via più inefficienti e la caduta tendenziale del saggio di profitto che cercano di contrastare, mentre lo spazio fiscale si riduce sempre di più.

militant

La “massima peccaminosità” di Diego Fusaro

di Militant

Di fenomenologie del delirium fusariano ne è ormai pieno il web. Ancora oggi, quella scritta da Raffaele Alberto Ventura ci sembra la più centrata nello svelare la natura del “pensiero” fusariano, ibrido posto all’incrocio tra la spettacolarizzazione mediatica e la demenza politica. Ad interessarci sono le critiche, ovvero le argomentazioni utilizzate per smascherare il “fusarismo”. Non sappiamo se Fusaro sia consapevole del compito di cui è investito nella sua onnipresenza mediatica, ovvero la macchiettizzazione del marxismo. Fusaro, a prescindere da cosa pensi di se stesso, arreda i palinsesti televisivi in quanto marxista, ma viene ospitato e sostenuto in quanto ridicolizzazione del marxismo. La meta-narrazione così disposta presenta il marxismo per bocca di Fusaro (cioè di “quelli come” Fusaro: intellettuali con la sciarpa al collo e fuori dalla realtà), Fusaro come soggetto caricaturale, dunque il marxismo come parodia intellettuale. La critica a Fusaro però diviene sempre meno nitida man mano che ci approssimiamo alla sinistra. Per la stragrande maggioranza della quale Fusaro è soltanto «un fascista» (o, nelle sue sfumature, «rossobruno», «geopolitico», eccetera). Per una piccola parte, Fusaro è invece un marxista, di quelli che hanno ancora il coraggio di dire le cose come stanno e via dicendo. Ci sembra che le due invettive manchino di individuare la contraddizione principale, che ha Fusaro come protagonista ma che non riguarda soltanto lui ma l’intellettualità politica nel suo complesso.

gliocchidellaguerra

Tutti i bluff dell’Arabia Saudita: così ha ingannato l’Occidente

di Michele Crudelini

Le recenti vicende che legano Arabia Saudita, Libano, Israele e Iran continuano a sollevare più di un interrogativo. L’unica cosa certa è che il centro di tutti questi intrecci sia Riyad. È l’Arabia Saudita la causa scatenante di tutto. Ed è dunque in essa e nei comportamenti posti in atto dalla casa regnante che vanno ricercate delle risposte, per quanto possa essere difficile trovarne. Ciò che potrebbe emergere è il disegno di un grande bluff costruito ad arte da Riyad. Andiamo con ordine.

 

Macron ha offerto “asilo” ad Hariri

L’ultima notizia sulla crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Libano parla dell’entrata in scena del Presidente francese Emmanuel Macron. Quest’ultimo avrebbe offerto la Francia come terra di rifugio per l’ex Premier libanese Hariri. Tuttavia secondo le dichiarazioni ufficiali di Casa Saud, Hariri non è “prigioniero bensì ospite” a Riyad e ivi avrebbe mantenuto tutte le funzioni che convengono a una persona libera. Se Hariri fosse effettivamente libero come si sostiene a Riyad, perché Macron avrebbe offerto “asilo” al politico libanese? Primo bluff saudita.

Emmanuel Macron è poi lo stesso autore di un viaggio proprio in Arabia Saudita una settimana fa. Il Presidente francese ha avuto modo di parlare sia con l’anziano e abdicante re Salman che con l’ormai designato erede bin Salman.

sollevazione2

Quali alleanze per salvare l'Italia?

Nove tesi sulla questione delle alleanze

di Programma 101

« Per vincere e salvare il popolo ed il Paese che abita sarà necessario il più largo e inclusivo BLOCCO DEMOCRATICO E COSTITUZIONALE. Il fronte di unità popolare è la prima, necessaria tappa, per portare fuori il popolo dal letargo e preparare il terreno alla vittoria»

(1) Si può trasformare la società e in diversi modi, due su tutti: quello autoritario e quello democratico. Noi vogliamo farlo alla seconda maniera, non solo con il consenso dei cittadini, ma con la loro partecipazione attiva al cambiamento, quantomeno della parte più informata, consapevole ed attiva di essi . E desideriamo farlo nell’interesse della grande maggioranza del popolo, ovvero dei cittadini che si guadagnano da vivere con il loro lavoro, salariati e non, e di quelli che, privati del diritto al lavoro sono costretti a vivere di espedienti o addirittura gettati nella povertà e nell’esclusione sociale.

(2) Noi puntiamo quindi a rovesciare il regime neoliberista diventato dominante negli ultimi decenni e rimpiazzarlo con un sistema sociale alternativo fondato su tre pilastri: sovranità popolare, democrazia ed eguaglianza. Siamo fiduciosi della vittoria. La maggioranza dei cittadini ha già capito che il sistema neoliberista è ingiusto, non funziona, che con esso il nostro Paese non ha alcun futuro. Appoggiandosi a questa comprensione noi dobbiamo convincere il popolo lavoratore a contare sulle sue immense ma inutilizzate forze ed a prendere coscienza che l’alternativa non solo è auspicabile ma è realistica.

sinistra

Per tutti i gusti

di Salvatore Bravo

Per tutti i gusti. La Cultura all’epoca dell’età dei consumi è il testo di Bauman il quale è una summa delle tendenze distruttive del turbocapitalismo come direbbe Alain De Benoist. Il turbocapitalismo si caratterizza per il movimento senza mediazione, la fatica del concetto è stata sostituita con la celerità dell’accumulo fine a se stesso. Il movimento del capitalismo avanzato assomiglia ai paradossi di Zenone, si avanza per restare sempre in un punto, per cui il futuro è già reificato, cancellato dalla prospettiva temporale. Il futuro è come il presente, una ossessiva ripetizione in nome del plusvalore, ci si muove secondo l’imperativo della ragione strumentale per orientarsi verso il nichilismo realizzato. Le merci, mentre invadono ogni spazio, banale dirlo, anche quello mentale, rendono l’umanità astratta ed alienata, il connubio è inquietante, poiché minaccia la sopravvivenza della specie. Bauman parla del cacciatore come destino, la cultura asservita al dominio economico produce cacciatori, non più persone, la cui finalità utopica è la caccia perenne:

In una società di cacciatori, la prospettiva della fine della caccia non è allettante, ma orripilante: sarebbe, in fondo, un momento di fallimento personale. I corni da caccia chiamerebbero a nuove avventure, i segugi latrerebbero, risvegliando i deliziosi sogni di cacce del passato; tutt’intorno, gli altri sarebbero all’inseguimento serrato della loro preda, non ci sarebbe fine all’eccitazione e al gioioso clamore...

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“Potere al Popolo”. Impediamo che il morto afferri il vivo

di Dante Barontini

L’assemblea di ieri [sabato 18.11, ndr] a Roma ha mostrato le grandi potenzialità di ciò che si muove fuori dai circuiti della politica servile, quella mainstream, indifferente e ostile alla popolazione, obbediente solo agli input dei “mercati” e delle istituzioni da questi formate.

Merito dei compagni di Je So’ Pazzo, che non è solo un “centro sociale” ma un soggetto politico e sociale attivo nella città di Napoli e dintorni.

La proposta di formare una lista “dal basso” per ricostruire una rappresentanza istituzionale, è stata immediatamente raccolta da soggettività molto diverse, com’era ovvio. Specie le formazioni politiche “storiche” si sono trovate “alleggerite” dal rischio di presentare l’identica proposta e vedersela magari respingere dai mille veti incrociati che sopravvivono a dispetto della logica e, soprattutto, dell’efficienza.

L’attenzione sollevata dal loro appello è stata superiore a quella che avrebbe ricevuto qualsiasi altra analoga chiamata a raccolta. Il che significa sostanzialmente due cose:

  1. a) c’è una fortissima esigenza – diffusa in mille ambienti del conflitto sociale – di avere una rappresentanza politica e istituzionale capace di rappresentarne gli interessi comuni e, al tempo stesso, di mantenere aperti alcuni spazi democratici vitali per il conflitto stesso;

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L’antifascismo ai tempi dell’incantesimo neoliberista

di Sandro Arcais

Il carattere fondamentale del governo del grande capitale neoliberista è la menzogna, la dissimulazione, la mezza verità. Almeno per ora. Fino a quando cioè non avrà finito di massacrare il ceto medio, così da poter tornare all’amore di un tempo: il manganello. Ma non è ancora giunto quel momento. Ancora ha bisogno dell’appoggio e dell’adesione proprio di quel ceto medio che lentamente sta bollendo a fuoco lento, come la famosa rana. E soprattutto ha bisogno dell’appoggio convinto di quel ceto medio “progressista”, “disinistra”, aperto, cosmopolita, a vocazione europea, al limite di un’altra europa, pacifista a casa sua (ma spesso umanitariamente guerrafondaio a casa degli altri), innamorato delle rivoluzioni colorate, noborderista, europadeipopolista, sovranitàeuropeaista, liberista, pareggiodibilancista, una parte del cervello per la costituzione italiana e l’altra parte per i Trattati di Mastricht, una parte per il pareggio di bilancio e l’altra contro i tagli ai servizi sociali, una parte per “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” e l’altra per “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio“. E nessuna comunicazione tra le due parti.

A questo ceto medio, e in particolare modo al ceto medio italiano, il grande capitale neoliberista attualmente ha deciso di fare un regalo: il fascismo. Anzi, i fascisti.

Giunto a questo punto è necessario essere sintetici e diretti.

gliocchidellaguerra

Ucraina, le verità nascoste

Parlano i cecchini di Maidan

di Gian Micalessin

Chi ha massacrato oltre ottanta fra dimostranti e poliziotti riuniti a Maidan Nezalezhnosti, la Piazza dell’indipendenza di Kiev cuore e simbolo – fino a quel fatidico 20 febbraio 2014 – delle manifestazioni a favore dell’accordo di associazione all’Unione europea? L’opposizione anti russa fattasi governo dopo la cacciata del presidente filo russo Viktor Yanukovych ha sempre puntato il dito contro le forze speciali del deposto presidente accusandole di aver mandato una squadra di cecchini a sparare sui manifestanti per affogare la protesta in un bagno di sangue. Già allora però molti sollevavano dubbi e perplessità.

Il primo a contestare quella versione è stato il ministro degli esteri estone Urmas Paet. Rientrato da un viaggio a Kiev compiuto solo 5 giorni dopo il massacro riferisce in una telefonata alla commissaria agli esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton, le rivelazioni ottenute da una dottoressa ucraina che ha esaminato i cadaveri di Piazza Maidan. La telefonata intercetta e diffusa dai media russi è sconcertante.

“La cosa più inquietante – spiega Paet – è che tutte le evidenze dimostrano che le persone uccise dai cecchini – sia tra i poliziotti, sia tra la gente in strada – sono state uccise dagli stessi cecchini…”. Davanti alla perplessità di una Ashton visibilmente imbarazzata il ministro cita la testimonianza della dottoressa ucraina.

aldogiannuli

Puigdemont e Catalogna: tocca difendere anche gli imbecilli

di Aldo Giannuli

Se ci fosse stato bisogno di citare un esempio del generale naufragio della politica nella nostra epoca, questa storia dell’indipendenza catalana sarebbe un caso perfetto. I poveri catalani non c’entrano nulla, ma i loro “dirigenti” sono degli imbecilli al limite della criminalità.

Non pretendo che, in tempi come questi, i politici abbiano una visione strategica del loro agire, ma almeno prevedere la mossa immediatamente successiva dell’avversario dovrebbe essere il minimo.

Prima bestialità compiuta: il referendum di parte. Per la verità, il referendum indetto unilateralmente da uno dei soggetti dello scontro è sempre esistito e si chiama plebiscito, ma esige una condizione imprescindibile: avere la forza militare per imporne il risultato, diversamente, l’antagonista non riconoscerà il risultato. Cosa si aspettavano i dirigenti indipendentisti, che Madrid avrebbe riconosciuto il risultato e lasciata libera la Catalogna?

La reazione di Rajoi è stata quanto di più prevedibile si potessi immaginare: ha ignorato il referendum (che, peraltro, aveva il punto debole di una partecipazione non maggioritaria), poi ha messo in moto la procedura dell’art 155 della Costituzione, come richiedevano i suoi alleati Ciudadanos, quindi c’è stato l’intervento della magistratura che ha disposto l’arresto dei ministri catalani e dello stesso President che, peraltro, ha pensato bene di andare in gita a Bruxelles dove, ovviamente, non ha combinato niente.

la citta futura

“La nostra vita non può aspettare”

di Alba Vastano

La manifestazione dell’11 Novembre a Roma e il crollo del Brancaccio connessi, in modo opposto, dall’emergenza di una vera forza di sinistra

Roma 11 novembre. Un corteo così multietnico, così multiforme forse non si era mai visto nella Capitale. Una piazza Vittorio (punto di raduno) coloratissima dalle migliaia di bandiere rosse e variopinte delle tante associazioni presenti. I manifestanti contro il governo delle banche e della precarietà e dei manganelli, iniziativa, indetta da Eurostop, a cui hanno aderito decine di firme, da Usb, che aveva preceduto la manifestazione con lo sciopero generale del 10 insieme a Cobas e Unicobas, al partito del Carc, al Pci, al Prc e moltissime altre sigle, hanno riempito le vie centrali di Roma. Una popolazione stanca di vivere nell’ombra dei diritti, contrariata e contro un governo che non dà soluzioni e che presta il fianco agli imperialismi europei e americani, ma anche ai Sionisti. Il 10 Novembre, in viale Trastevere, i celerini manganellano, ferendoli in testa, due insegnanti e l’11 c’è un popolo che riempie il centro per protesta contro il governo. Tutti i media tacciono.

 

Dove sono finiti quei servizi, le interviste e le riprese video fatte da giornalisti e operatori tv durante la manifestazione?

Dai monitor delle tv non è apparsa neanche una bandiera rossa, neanche solo come immagine en passant.

lavoro culturale

Una recensione narrativa del libro di Vanessa Roghi “La lettera sovversiva”

di Alberto Prunetti

Pubblichiamo la recensione a “La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole” di Vanessa Roghi (Laterza, 2017) in occasione dell’evento del 17 novembre a Siena: Don Milani. La lettera sovversiva.

Una precedente recensione, a cura di Marco Ambra, era uscita sul nostro blog a ottobre

Certi libri, letti nell’adolescenza, ti cambiano la vita.

Ognuno ha il libro che gli è stato più caro a quindici anni.

Tre libri mi hanno strappato alle botte e al calcio di strada, preparatori ai tornelli delle acciaierie: Lo straniero e Il mito di Sisifo di Albert Camus e Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana. Quest’ultimo forse pesa più degli altri due.

Leggendolo, pensavo che fosse rivolto a me. Ovviamente non ero la professoressa, io ero il mittente. Non mi sentivo infatti tanto diverso da quei ragazzi di Barbiana. Venivo da una famiglia operaia, ero timido di fronte ai potenti e ai ricchi. Nessuno nella mia famiglia si era mai laureato e mi avevano iscritto al liceo non senza esitazioni. Lavoro sicuro alle acciaierie di Piombino o eventuale figlio dottore? Il “pezzo di carta” era lontano, la fabbrica era vicina.

I miei coetanei a quindici anni erano già nella fase in cui i genitori li formavano nella tecnica della metalmeccanica di base. E a me ormai dicevano: te studia.

interessenaz

Insetti e ogm: il cibo del futuro secondo i padroni del mondo

di Enrica Perucchietti

«La frutta era l’unico elemento della loro dieta. Quegli esseri del futuro erano vegetariani rigorosi, e per tutto il tempo che rimasi con loro, pur desiderando un pezzo di carne, fui frugivoro anch’io».

È l’anno 802.701. Il Viaggiatore del Tempo ha appena incontrato una delle due razze che popolano il futuro della Terra: si tratta degli Eloi, creature bellissime, fragili, pacifiche, piccole di statura come bambini, dalla pelle color porcellana e simili tra loro anche nel sesso. Conducono una vita di puro divertimento e sono dotati di scarsa immaginazione e intelletto.

Si tratta di una citazione de La macchina del tempo, uno dei racconti più celebri di H.G. Wells, pubblicato per la prima volta nel 1895. Nell’Inghilterra di fine Ottocento, uno scienziato racconta ai suoi più stretti amici di aver trovato il modo di viaggiare nel tempo, ma non viene creduto. Otto giorni dopo, durante una cena a casa sua, il protagonista ricompare in uno stato alterato, i vestiti in disordine e il volto spettrale: racconterà davanti a una platea sbigottita, di aver viaggiato avanti e indietro nel tempo fino a raggiungere l’anno 802.701, periodo in cui l’umanità è divisa in due tronconi differenti: gli Eloi, appunto, e i Morlock, esseri mostruosi che vivono nelle viscere della terra. Costoro escono la notte per cibarsi delle carni degli Eloi, da loro accuditi e allevati come bestie da macello. Se gli Eloi sono fruttariani, i Morlock non solo sono carnivori ma si cibano addirittura della carne dei fragili Eloi.

sbilanciamoci

Legge di bilancio, la manovra del ‘vorrei ma non posso’

di Andrea Baranes

La legge di Bilancio 2018 è una manovra con poche luci e moltissime ombre, dove i vincoli europei non possono rappresentare un alibi. Anche perchè sarà lo stesso Parlamento a decidere se ratificare o meno, entro l’anno, il Fiscal Compact

La manovra del “vorrei ma non posso”. È questa l’impressione che si ha leggendo la Legge di Bilancio 2018 trasmessa lo scorso 31 ottobre al Parlamento, in notevole ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre prevista dalla normativa. Un ritardo che evidenzia la difficoltà nel chiudere i conti, ma anche l’ulteriore riduzione di spazio di dibattito per un Parlamento che ha sempre meno voce in capitolo sui conti dello Stato.

La sostanza della Legge di Bilancio viene discussa e decisa altrove e in primo luogo viene pesantemente ingabbiata nei limiti e vincoli degli accordi europei siglati dal nostro Paese. In questo senso, se l’approvazione finale della manovra in Parlamento è ormai un atto poco più che formale, entro fine anno lo stesso Parlamento dovrà decidere se ratificare il Fiscal Compact, trattato che ci obbligherebbe a riportare entro venti anni il rapporto debito/Pil al 60%.

Come dire che, indipendentemente dai Governi in carica, ci vincoliamo a venti anni di alta imposizione fiscale, tagli alla spesa e rinuncia a qualsiasi seria politica pubblica di investimento nel nome di un parametro economico deciso oltre due decenni fa.

comidad

Il legame indissolubile tra finanziarizzazione e pauperismo

di comidad

Era davvero difficile prevedere che, dopo dieci anni di feroce austerità - con annesso aumento della disoccupazione - e di tagli alla spesa sanitaria ed alle pensioni, l’aspettativa di vita degli Italiani aumentasse. E infatti quell’aumento non c’è stato. I dati pubblicati dal Rapporto Osserva Salute nel 2016 hanno indicato che, per la prima volta, la vita media in Italia è diminuita, ovviamente con un calo più pronunciato dove maggiori sono stati i tagli, cioè al Sud.

Era invece facilissimo prevedere che l’ISTAT avrebbe imbrogliato sui calcoli per spacciare un presunto aumento dell’aspettativa di vita in modo da giustificare un aumento dell’età pensionabile. Prevedibile anche che i sindacati non avrebbero contestato la falsità dei dati dell’ISTAT, visto che, in base alla vigente parodia del politicamente corretto, diffidenza ed incredulità sono colpe imperdonabili. Ancora più prevedibile il fatto che i sindacati avrebbero preferito dividere i lavoratori, invischiandosi in una trattativa col governo sulla questione dell’esenzioni per i lavori “usuranti”, come se esistessero lavori non usuranti. L’unico lavoro non usurante è quello di comandare, dato che ogni errore può essere scaricato sui dipendenti.

Altrettanto scontato era che l’invecchiamento medio della popolazione lavorativa e la precarizzazione del lavoro giovanile determinassero un calo della produttività in Italia.

iltascabile

Le origini dell’Intelligenza Artificiale

di Andrea Daniele Signorelli*

Negli anni Cinquanta nasceva Mark I Perceptron: la prima macchina in grado di simulare il funzionamento dei neuroni

Nel 1958, un articolo del New York Times presentava una nuova meraviglia tecnologica: “Il cervello elettronico che insegna a se stesso: nel giro di un anno sarà in grado di percepire, riconoscere e identificare ciò che lo circonda, senza bisogno di controllo o addestramento da parte dell’uomo”. Vi ricorda qualcosa? Considerando il gran parlare che si fa dell’intelligenza artificiale, molto probabilmente sì. Le promesse potenzialità di quel cervello elettronico erano ancora più vaste: avrebbe dovuto imparare a pensare come gli umani, diventare cosciente di sé e, un giorno, sarebbe potuto partire per visitare “altri pianeti come una sorta di esploratore spaziale meccanico”.

Insomma, le aspettative erano decisamente elevate; perché allora ci sono voluti quasi sessant’anni per trasformare parzialmente in realtà quelle promesse? Per capirci qualcosa, dobbiamo prima fare un altro passo indietro. Negli anni Quaranta, i biologi stavano sviluppando le prime teorie per spiegare come l’intelligenza e l’apprendimento fossero il risultato dei segnali trasmessi tra i neuroni nel cervello umano. La tesi fondamentale – che poi è quella valida ancora oggi – era che i collegamenti tra alcuni neuroni si rafforzassero attraverso la frequenza delle comunicazioni.

linterferenza

Lo Zimbabwe di Robert Mugabe

Riccardo Achilli

Si chiude la lunghissima parentesi di potere, iniziata nel 1980, di Robert Mugabe. Nelle migliori tradizioni africane, si sta verificando un pochino quello che è successo con il “golpe geriatrico” con cui, in Tunisia, Ben Alì sostituì in modo incruento un Bourguiba oramai troppo anziano per comandare, preservando i gruppi di potere legati al regime.

Mugabe, oramai a 93 anni, stava evidentemente preparando la successione a favore della moglie Grace, di 41 anni più giovane, con il cervello di una “sguattera”, che lo ha spinto a destituire il delfino naturale, il “coccodrillo” Emerson Mnangagwa. Solo che il coccodrillo, compagno di armi di Mugabe sin dai tempi della Bush War con la quale il regime bianco di apartheid della ex Rhodesia venne abbattuto, è l’uomo di riferimento degli apparati di intelligence e dell’Esercito: ex Ministro della Sicurezza dello Stato, della Giustizia e della Difesa, ha solide relazioni con i militari che hanno deposto Mugabe.

Finisce malinconicamente una dittatura feroce e cleptocrate, ma attenzione: dittatura, ferocia e cleptocrazia sono termini occidentali. Non appartengono a categorie africane della politica, dove la democrazia liberale non fa parte del retaggio collettivo, perché non c’è mai stata una borghesia nazionale vera e propria, se non la piccola consorteria di affaristi cresciuti all’ombra dei padroni coloniali, di cui parlava Fanon.

lantidiplomatico

"Che fine hanno fatto i 4mila jihadisti di Raqqa?"

di Alberto Negri*

Il dopo-guerra della lotta al terrorismo è ancora più complicato della guerra. È un conflitto dove in Siria coabitano, tra le tensioni, ambiziosi attori regionali e superpotenze, è un altro capitolo del confronto tra sunniti e sciiti e dello scontro all’interno dello stesso campo sunnita dove gli interessi dei turchi, per esempio, non coincidono più con quelli degli arabi. Erdogan, leader di un Paese Nato, è ormai passato armi e bagagli nel campo di Putin e ha deciso di mantenere in sella Bashar Assad.

Ma ora che sono cadute le roccaforti di Al Baghdadi, quella all’Isis è diventata una guerra ancora più sporca, intorbidata dalla spartizione delle aree di influenza.

Come la caduta dei talebani in Afghanistan nel 2001 non fu la fine di Al Qaeda, il sospetto che la sconfitta territoriale del Califfato non sarà la fine dell'Isis è sempre più forte. E diventa più consistente, dopo il reportage della Bbc che documenta l’accordo dei curdi siriani per l’uscita indenne da Raqqa di 4mila jihadisti armati, foreign fighters compresi, con l’avallo americano e britannico. Un’intesa “segreta” ma già denunciata dai russi ai quali la coalizione a guida Usa avrebbe impedito di bombardare le colonne jihadiste.

La lotta al terrorismo è una realtà a geometria variabile. Viene condotta dagli alleati degli americani e da Washington a seconda degli interessi tattici e geopolitici che guidato i rapporti tra le potenze occidentali e i loro partner arabi.

militant

Schizofrenie borghesi tra Roberto Spada e Jenny Savastano

di Militant

La vicenda di Ostia si iscrive in un quadro di relazioni sociali deteriorate, in cui il rapporto tra criminalità e fascismo si rafforza col procedere della crisi. Allargando la visuale, riusciremmo però a individuare la cornice culturale entro cui si manifesta la schizofrenia borghese che manipola le mitologie della periferia. Ci viene in soccorso un’intervista a Roberto Saviano, ingegnere delle nuove mitopoiesi ribelli. Immediatamente dopo l’aggressione di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi, Saviano si contraddistinse per la posizione più dura: «Ostia capitale di Mafia. […] Per quanto mi riguarda, alla luce di tutto questo, combattere CasaPound significa fare antimafia». Nel congeniale ruolo di sostituto procuratore nazional-popolare, il Nostro invocava la repressione più severa: nessuna pietà per Spada e soci, anzi: indagare anche gli eventuali referenti politici. Molto bene, finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, abbiamo pensato anche noi. Questo il Saviano di lotta, il Pm mediatico che a ideologie unificate proclama il suo j’accuse legalista. C’è però anche il Saviano di governo, artefice di una nuova e perversa educazione criminale. A Repubblica spiega il suo détournament espressivo: «Nel libro Gomorra parlo delle vittime, negli articoli racconto la resistenza dei magistrati. Nelle serie volevo che il punto di vista fosse quello dei boss». Dietro questo pensiero, persino eccessivamente sincero, c’è una visione del mondo che produce mostri sociali.

vocidallestero

L’assalto alle “fake news” è un attacco ai media alternativi

di Dave Lindorff

Da Salon, la denuncia del giornalista americano Dave Lindorff, collaboratore di una grande varietà di testate: la lotta alle fake news è un attacco a chi riporta punti di vista differenti rispetto alla linea mainstream; i media alternativi (e con loro blogger e siti di opinione, aggiungiamo noi) devono difendersi dalle campagne maccartiste che iniziano ad essere lanciate dai media mainstream, in una strategia che cerca di cooptare anche i giornalisti e i giganti del web, attraverso la minaccia, e che non esclude il ricorso alla fine della neutralità di internet. L’ennesima prova che in tutto il mondo occidentale cosiddetto libero le condizioni dell’informazione sono in drammatico declino e che sono sempre più forti le pulsioni verso una svolta decisamente autoritaria, di cui la “polizia del pensiero” sarà solo il primo passo.

* * * *

Sono giorni difficili in cui essere un giornalista serio. Fai il resoconto di una storia oggi, con i tuoi fatti graziosamente messi in fila, e probabilmente te la ritroverai etichettata come “notizia falsa” da qualunque persona alla quale tu abbia incornato le proprie bufale – e anche dagli amici che non condividono la tua prospettiva politica. Per buona misura, diranno che ti sei basato su “fatti alternativi”

Gli storici dicono che il termine “fake news” risale all’epoca della “stampa scandalistica” del tardo 19° secolo, ma il termine è decollato nel 2016, poco più di un anno fa, durante la corsa presidenziale di Donald Trump.

la citta futura

Intelligenza artificiale, parliamone

di Guido Capizzi

L’interesse per l’evoluzione scientifica ed economica con nuovi strumenti coinvolge il futuro del lavoro e deve essere all’ordine del giorno delle scelte politiche

Giornali, periodici e programmi tv non specialistici si sono interessati nelle ultime settimane dell’evoluzione scientifica dell’informatica e della robotica, della fisica e della matematica che si occupano di intelligenza artificiale. Tematica che è legata alle prospettive del lavoro e che, obbligatoriamente, chiama in causa anche la politica e le sue scelte economiche. Parlarne e scriverne diventa necessario.

Incontrando scienziati che dalle aule universitarie ai laboratori di ricerca studiano la materia si soddisfa la curiosità e si comprende quanta strada c’è da percorrere per colmare almeno un po’ la profonda ignoranza sulla tematica.

Quando parliamo di intelligenza artificiale descriviamo, innanzitutto, quell’insieme di studi e di tecniche che sono pertinenti, da un lato, all’informatica e, dall’altro, alla ricerca di logica matematica senza dimenticare le implicazioni di natura filosofica e sociale, dunque coinvolgenti la politica economica. Questo perché parliamo della realizzazione di attrezzature, macchine, programmi per la soluzione di problemi con la riproduzione di attività specifiche dell’intelligenza umana simulandone il comportamento.