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Mentre i media italiani discutono delle dichiarazioni dei padroni dell'IA...
di Alessandro Volpi*
Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti.
In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell'intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo.
Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché, è abbastanza evidente, l'impossibilità di realizzare profitti così alti da ripagare quella montagna di debiti e da mantenere alle stelle i prezzi delle loro azioni.
Qualcuno scrive anche dell'invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.
In realtà, tuttavia, ben pochi di questi media si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.
Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall'oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.
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Il catastrofista Altman a caccia di sussidi
di Emiliano Brancaccio
America oggi C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. E iniziano a interessarsi allo Stato e alla sua ala protettrice
«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.
Per ammettere che l’AI sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.
Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.
Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo. Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’AI dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?
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Netanyahu e Zelensky indeboliti: Trump è più libero
di Davide Malacaria
Al netto dei tragici errori dovuti al suo arrogante narcisismo, quel che conta è che, a causa della nuova debolezza di Zelensky e Netanyahu, in questi giorni Trump si è trovato a godere di una libertà di manovra prima impossibile. E si nota
Netanyahu è più debole, fiaccato dall’inchiesta-bomba di Haaretz che ha dato il destro a tanti di accusarlo di aver lasciato che Hamas attaccasse Israele il 7 ottobre (Hillary Clinton ha ipotizzato finanche che lo abbia permesso per rafforzare la propria posizione). Inoltre, deve riservare tutte le sue energie alla campagna elettorale più dura della sua carriera. Zelensky è fiaccato dalle incalzanti inchieste di NABU e SAP, che stanno falcidiando i suoi fedelissimi, ultimo dei quali il procuratore generale, costretto a fuggire nella notte dal suo Paese.
Fattori che aiutano Trump a cercare la quadra nei conflitti in cui è invischiato, quello ucraino, ereditato dal suo predecessore, e le conflittualità mediorientale, anch’esse in fondo ereditate dal momento che il genocidio dei palestinesi, iniziato sotto la precedente presidenza, ha avviato il processo espansionistico israeliano culminato nel conflitto iraniano, da tempo obiettivo finale di tale espansionismo.
Non che Trump sia esente da gravissime responsabilità su entrambi i fronti, e più su quello mediorientale che sulla prosecuzione della guerra ucraina. Ma più che un protagonista di questi teatri di guerra ne è stato un attore, importante, ma sempre solo un attore, riuscendogli impossibile piegare Zelensky ai negoziati ed essendo costretto ad assecondare l’avventurismo di Netanyahu a motivo dei tanti ricatti che lo costringono e per il troppo potere degli alleati del premier israeliano in seno all’Impero.
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Socializzare i profitti. Una proposta per ripensare l'economia
di Patrizio Paolinelli
Uno dei principi del neoliberismo recita così: se i ricchi diventano ancora più ricchi a giovarne sarà tutta la società. Purtroppo la realtà ha smentito la teoria: nel corso degli ultimi 40-45 anni i ricchi sono effettivamente diventati più ricchi, ma le diseguaglianze sociali sono aumentate e così pure la povertà: fino ad arrivare al paradosso dei lavoratori stabili che non arrivano a fine mese. Dinanzi a un fiasco ormai innegabile alcuni economisti iniziano a interrogarsi e a esplorare strade alternative rispetto a quelle tracciate dal neoliberismo. E proprio in questa direzione muove un libro intitolato: Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene (Meltemi editore, Milano 2025, pp. 260, 20,00 euro). L’autore è Francesco Schettino, docente di economia politica all’Università della Campania "Luigi Vanvitelli".
Il volume offre al lettore gli strumenti per comprendere il paradigma economico dominante, le coordinate per valutarne criticamente i limiti e per intravedere possibili alternative. L'obiettivo è quello di smontare i postulati dell'economia mainstream, di mostrarne l'incapacità strutturale e di spiegare i fenomeni più rilevanti del nostro tempo: crisi cicliche che si susseguono con cadenza ormai quasi regolare, polarizzazione della ricchezza che raggiunge livelli premoderni, distruzione ambientale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, tendenza al monopolio che si manifesta in tutti i settori strategici dell'economia. Fenomeni che la teoria economica dominante, con i suoi modelli elegantemente matematizzati e le sue presunte leggi universali, non riesce a spiegare e addirittura spesso evita di affrontare preferendo rifugiarsi nella finzione di un mondo popolato da individui razionali che massimizzano la propria utilità in un equilibrio perfetto.
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La sindrome dell'apostata arrabbiato
di Francesco Coniglione
Spesso ci si domanda: quale forza li trascina? Dove arriveranno? La domanda riguarda coloro che, dopo avere abbandonato una fede politica, religiosa o ideologica, non si limitano a prenderne congedo, ma sembrano spinti da una necessità più oscura: radicalizzare ogni giorno la distanza dal proprio passato, spingersi sempre più lontano, fino a raggiungere non semplicemente un’altra posizione, ma il rovescio esatto di ciò che furono.
Si potrebbe chiamarla, con formula volutamente polemica e non clinica, «sindrome dell’apostata arrabbiato». Non è il semplice cambiamento di opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza. Non è nemmeno la conversione, che può essere esperienza profonda, drammatica, persino luminosa. Qui parliamo d’altro: dell’uomo che, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Il fenomeno è stato tematizzato tanto nella filosofia morale quanto nella sociologia dei gruppi religiosi. Nel saggio poi noto come Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, Max Scheler distingue l’apostata da chi semplicemente modifica, anche radicalmente, le proprie convinzioni: l’apostata, anche nella nuova fede, non vive anzitutto del suo contenuto positivo, ma della lotta contro quella abbandonata, alla quale rimane perciò legato. Lewis A. Coser ha contribuito a far circolare questa figura nella ricezione sociologica di Scheler, collegandola al tema del risentimento, dell’informatore e della vendetta contro il proprio passato spirituale.
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Yemen: cambia il mondo
Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione: https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titol:3?r=HqRbUeTJKHqVcJczZZ1JSMbNFivEPy6s
Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?
In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.
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Il voto su AfD e le vecchie beghine
di Alessandro Mariani
Ho inoltrato a conoscenti ed amici - tutti dichiaratamente di sinistra, ma che comunque hanno mantenuto negli anni un atteggiamento critico rispetto all’evoluzione degli ambienti politici e culturali progressisti dalla caduta del muro in qua - un recente articolo di Vincenzo Costa (AfD: chi l’ha votata, “L’Antidiplomatico” 7 settembre 26). L’ho fatto prefigurando in parte certe reazioni.
Come c’era da spettarsi qualcuno ha parlato della consueta rancorosità degli ex. Bersaglio mancato perché nel pezzo in questione la recriminazione dell’autore è chiaramente introspettiva.
Altri han detto di un linguaggio plebeo, non degno di un accademico, al che è stato facile replicare che, lungi dal doversi considerare un difetto, lo stile scabro ed essenziale sull’argomento costituisce un pregio. E ciò a maggior ragione date le circostanze (sol che si pensi alla recente polemica sui cittadini poco istruiti che votano a destra).
Solo su un punto le osservazioni hanno colto nel segno: quando mi si è fatto notare che se “l’università e gli studiosi, soprattutto quelli giovani, sono diventati il luogo della muffa” è perché i giovani, sull’esempio dei vecchi, si sono fatti un po' distrarre dall’inseguimento dei fondi comunitari. Ma credo che su questo punto lo stesso Costa concorderebbe.
Paradossalmente invece, la replica in cui poco è mancato che mi si desse dello stalker è quella che mi ha dato uno spunto di riflessione. Rispetto alla mia considerazione per cui la funzione reale della sinistra sia ormai doppiamente inconfessabile, volta essa com’è, oltre alla conservazione di certe prebende, al mantenimento e alla prosperità della pessima destra che continua a collezionare disastri su tutti fronti, definitivamente spazientito qualcuno mi ha detto:
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La sinistra “braminica” che abbaia alla luna
di Salvatore Minolfi
La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty, in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni).
Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).
Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.
Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.
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I becchini della rappresentanza democratica
di Sergio Cararo
L’ennesima “nuova” legge elettorale punta a far quadrare il cerchio e mettere definitivamente la lapide sulla rappresentanza in una democrazia parlamentare.
Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.
In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia di quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.
Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.
Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.
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La lunga marcia dei guerrieri scalzi
Come lo Yemen ha ridimensionato l'impero
di Geraldina Colotti
La lunga marcia dello Yemen contemporaneo non ha bisogno di etichette metodologiche esplicite per reggersi in piedi, perché la materia stessa parla la lingua della lotta di classe, dello scontro tra centri imperialisti e periferie oppresse, e della persistenza della violenza coloniale nella penisola arabica. Per capire come si sia arrivati al punto in cui una milizia di montagna arrivata dal nord dello Yemen è riuscita a paralizzare i flussi commerciali nel Mar Rosso, bisogna riscoprire una storia fatta di fratture materiali, di tradimenti borghesi e di un'unica, radicale esperienza rivoluzionaria che ha segnato per sempre la memoria del paese.
Fino al 1990, il territorio yemenita era spaccato in due metà che rispondevano a logiche storiche profondamente opposte. Nel nord, la Repubblica Araba dello Yemen era dominata da una fitta trama di strutture tribali e feudali, uscite da una sanguinosa guerra civile negli anni sessanta combattuta tra le forze repubblicane sostenute dall'Egitto nasserista e i monarchici foraggiati dall'Arabia Saudita e dall'Occidente, per poi sclerotizzarsi in un regime clientelare, profondamente corrotto e totalmente subalterno agli interessi di Riyad e Washington. Nel sud, invece, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen rappresentava l'unico esperimento di Stato a indirizzo marxista-leninista nella storia del mondo arabo; nato dal distacco violento dal dominio britannico nel 1967, quel governo aveva imposto riforme agrarie radicali, l'emancipazione femminile, la socializzazione dei mezzi di produzione e un legame indissolubile con il blocco sovietico.
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Il pane o le rose?
di Alessandro Testa
La cultura capitalistica “woke”, la falsa dicotomia della risposta e l’esigenza della liberazione dell’Essere Umano completo
La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.
Com’è ormai d’abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull’opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell’ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili.
Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti:
- L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all’interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni ’60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere “svegli” di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012.
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Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale
di Pasquale Liguori
L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.
Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori.
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"Sovranismi neoliberali" e "sovranismi sociali"
di Andrea Zhok
Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.
Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.
A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità e autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.
Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.
Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.
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Innovazione e sicurezza: le parole magiche della cleptocrazia
di comidad
Il dibattito sulle prospettive dell’intelligenza artificiale spazia in un ventaglio piuttosto ampio, che va dal “palladivetrismo” da talk-show fino a proiezioni seriamente argomentate. Accerteremo nei prossimi anni se l’IA sarà stata capace di mantenere le sue promesse di spalancare nuove frontiere tecnologiche e, al tempo stesso, di attuare le sue minacce di distruzione di posti di lavoro. Per il momento ci tocca accontentarci delle evidenze, dei dati di fatto.
Secondo le ricerche pubblicate dal Massachusetts Institute of Technology, soltanto il 5% delle aziende di IA è attualmente in grado di produrre profitti. A fronte di profitti così esigui, le valutazioni dei titoli azionari di queste aziende risultano chiaramente gonfiate; infatti è entrata nell’uso comune l’espressione “bolla dell’intelligenza artificiale”.
Vedremo quando, oppure se, la bolla scoppierà. Il dato certo è che a gonfiare la bolla non sono semplicemente le manovre speculative e tantomeno le aspettative di futuri profitti delle aziende IA. Se Blackrock e il suo braccio nell’IA, Nvidia, continuano ad investire in queste aziende è, evidentemente, perché ritengono che i mancati profitti saranno compensati da qualcos’altro. In realtà alla base di tutto il castello speculativo c’è sempre il caro vecchio denaro pubblico. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha stanziato circa duecentocinquanta miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’IA. Circa cinquanta miliardi di dollari sono stati dati alle imprese in forma esplicita di sgravi fiscali e di sussidi. Una cifra molto maggiore, duecento miliardi, è stata invece distribuita sotto l’etichetta generica di fondi pubblici per la ricerca.
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L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia
di Giuseppe Masala
L'Europa è stata sconvolta da un enorme terremoto elettorale che cambierà il volto del suo panorama politico secondo molti analisti. Ci riferiamo naturalmente alla potente vittoria dell'AfD (Alternative für Deutschland) nel land della Sassonia, nel territorio della ex DDR.
L'AfD è certamente un partito di destra populista ma – a mio avviso – ben difficilmente può essere assimilato ad un partito di stampo nazista, come credo attesti la stessa biografia della sua leader Alice Weidel; donna, lesbica e addirittura sposata con una signora di origine bengalese. Una biografia che non è esattamente l'esempio delle virtù tipiche della “madre ariana” incarnate da Magda Goebbels. Per fortuna della signora Alice, viene da pensare.
Al netto dei soliti espedienti di una certa sinistra ormai imprigionata nei suoi stessi luoghi comuni originariamente propagandati per intrappolare cognitivamente gli ingenui, le uniche domande che contano sono le seguenti: il “format” programmatico e comunicativo della AfD può attecchire nel resto della Germania e, magari, può essere esportato nel resto dell'Europa? A questa domanda ci sentiamo di rispondere con un sì: le popolazioni europee, sempre più in crisi sul piano delle prospettive socio-politiche e a rischio di impoverimento sul piano prettamente economico, saranno sempre di più portate ad abbracciare proposte demagogiche, magari di dubbia realizzazione oltre che di nulla utilità.
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Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco
di Domenico Moro
Prima dell’euro, la Germania era definita da The economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto.
Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni). La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese. Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al suo popolo.
Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).
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Bassi e fessi
di Nico Maccentelli
La batosta delle forze demo-guerrafondaie in Sassonia e la vittoria “bulgara” con il 44% dei nazi di AFD, è il preambolo della debacle imminente un po’ in tutta Europa-UE alle successive elezioni, di chi in tutti questi anni ha gestito le politiche ultraliberiste euro atlantiche, trasformatesi poi in economie di guerra e in aggressione sin dal 2014 e ancor prima alla Russia.
Il disegno politico iniziato con i dem-neocom USA e anglosfera di dividere l’UE dal grande orso, culminata con la distruzione del gasdotto marino Nord Stream e poi con l’escalation bellica demente delle cancellerie europee mentre gli USA trumpiani si sganciavano da tale sconfitta ineluttabile sta dando e darà sempre più i suoi frutti marci. C’è da chiedersi cosa escogiteranno le euroburocrazie cresciute sotto la cappella del deep state statunitense per ripetere il giochino fatto in Romania un paio d’anni fa, quando sono riusciti a trombare un candidato che aveva praticamente vinto le elezioni, Georgescu.
Intanto, come nella famosa fiaba di Esopo La volpe e l’uva, visto che i salottieri dem, cristiano-lib vari, perdono il consenso a partire dall’elettorato (chi ancora vota, non certo grazie a loro…) nazional popolare dei settori più bassi nella scala sociale, c’è chi incomincia a dire che per votare bisogna avere cognizione di causa (quale? ma la loro, certo!), si spera una boutade di questi aristocratici falliti.
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Sassonia: un abbozzo di analisi di classe
di Vincenzo Morvillo
Leggo tante chiacchiere in giro sul voto in Sassonia e la vittoria dell’Afd. Chi si meraviglia. Chi se la prende giustamente con i demo-liberali guerrafondai. Chi con la sinistra istituzionale e radicale. Chi mostra disillusione e se lo aspettava, come il sottoscritto.
Ma nessuno ha provato a fare un’analisi di “classe” del voto tedesco per settori sociali. Ci ho provato con l’ausilio della Ai e con alcuni dati tratti da Die Welt, Reuters, Bild. Ovviamente non è nulla di scientifico. Ma vediamo…
Il dato fondamentale delle elezioni di ieri in Sassonia è che non è più corretto purtroppo descrivere l’elettorato di Afd semplicemente come “piccola borghesia arrabbiata” o “operai dell’Est”. È diventato molto più trasversale, anche se esistono differenze sociali molto nette.
Le prime analisi disponibili indicano soprattutto cinque caratteristiche del profilo sociale del voto Afd. Ovvero operai e lavoratori manuali sono tra i gruppi più favorevoli all’Afd. Già prima del voto gli analisti di Infratest dimap segnalavano una particolare propensione degli operai verso l’Afd.
Uomini più delle donne: il divario di genere rimane significativo. L’Afd è più forte tra gli uomini ma ormai è comunque il primo partito anche tra le donne.
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Storia e futuro dell’ordine mondiale
di Matteo Bortolon
Amitav Acharya, nella sua monumentale opera Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi 2026), ci ha consegnato un testo di ampio respiro, proiettato nell’attualità più stringente ma saldamente impiantato in una prospettiva di storia mondiale. La prospettiva di attualità è palese nel sottotitolo: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente.
Si tratta quindi di un testo leggibile da diverse angolazioni: chi è appassionato di storia delle idee gusterà i capitoli che ripercorrono le antiche civiltà (sumeri, egizi, romani, ecc.); chi ha interesse per le civiltà extraeuropee affronterà con maggior impegno i capitoli che parlano di India, Cina, Giappone, civiltà amerindie. Chi, infine, vede tutto ciò come una mera premessa per affrontare i problemi di oggi correrà agli ultimi capitoli, dedicati all’ordine mondiale statunitense e al suo sgretolamento, tema su cui l’autore aveva già consegnato alle stampe il testo del 2014 The End of American World Order.
Acharya è uno studioso di relazioni internazionali e il centro del suo interesse consiste chiaramente nei rapporti fra entità statuali: diplomazia, competizione, cooperazione, ostilità, guerra. Attingendo a un’erudizione prodigiosa, torna indietro all’origine della civiltà stessa, rituffandoci all’epoca dei sumeri e degli egizi, e da lì procede ad affrontare Persia, India, Cina, mongoli, civiltà amerindie (Maya, aztechi, inca).
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Woke capitalism
di Alba Vastano
Sul tema del pensiero woke è acceso un dibattito che evidenzia quanto il woke non sia sufficiente per garantire i diritti, in quanto non inclusivo dei diritti sociali che dovrebbero essere garantiti e paritari per ogni persona. Il quesito che se ne evince è: perchè ha maggiore rilevanza nelle agende politiche dei partiti della cosiddetta sinistra progressista la questione dei diritti civili rispetto ai diritti sociali, considerando che i due aspetti, per far funzionare lo stato sociale, il welfare, dovrebbero essere strettamente interconnessi?
‘Stay woke’ – restare svegli. Nel Novecento era il motto delle lotte delle comunità afroamericane contro il sistema e le sue ingiustizie incentrate, in particolare sulle persone di colore a cui venivano negati o ristretti diritti paritari e gli spazi sociali.
Diventa poi, ampliandone i contenuti, la lotta per i diritti di genere, delle comunità LGBTQIA, delle disabilità e per la tutela dell’ambiente. Sul tema del pensiero woke, oggi, è acceso un dibattito che evidenzia quanto il woke non sia sufficiente per garantire i diritti, in quanto non inclusivo dei diritti sociali che dovrebbero essere garantiti e paritari per ogni persona. Il quesito che se ne evince è: perchè ha maggiore rilevanza nelle agende politiche dei partiti della cosiddetta sinistra progressista la questione dei diritti civili rispetto ai diritti sociali, considerando che i due aspetti, per far funzionare lo stato sociale, il welfare, dovrebbero essere strettamente interconnessi?
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Riflessioni sulla vittoria dell’Afd in Sassonia
di Andrea Zhok
Le reazioni isteriche di sconforto – ma anche quelle ingenue di soddisfazione – per il trionfo dell’AFD in Sassonia meritano un paio di riflessioni.
1) Chi parla come il solito disco rotto di “minaccia fascista dell’Ultradestra tedesca” dovrebbe aggiornare il software. Categorie come “fascismo” sono inutili per capire la realtà odierna e lo sono da decenni. Parlare di minaccia fascista per un partito che ha affrontato questa campagna elettorale con un manifesto in cui campeggiano le parole Frieden (Pace), Freiheit (Libertà), Demokratie (Democrazia) dovrebbe richiedere qualche riflessione aggiuntiva per non essere ciò che invece sono: cortine fumogene.
2) La AFD da quando nasce nel 2013 ha attraversato molte difficoltà, alcune debacle, fratture interne e mutamenti significativi di linea su punti importanti (es.: posizione su Israele, sull’UE, sul rapporto con gli USA, ecc.) La sua recente ascesa deve essere letta alla luce del tracollo devastante di quello che è stato il partito-stato tedesco cioè i cristiano-democratici (CDU-CSU). Rispetto ad una politica esplicitamente autodistruttiva e guerrafondaia come quella di Merz, l’AFD appare come un’istanza conservatrice nel senso classico di “prudente buon senso”, altro che radicalismo estremista. L’AFD è identificata in prima istanza come il partito che vuole riallacciare i rapporti con la Russia e smettere di alimentare il conflitto con l’Ucraina.
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La macchina del privilegio non ha sterzo, retromarcia e freno
di comidad
L’ex analista della CIA Larry Johnson ha affermato che l’unica spiegazione plausibile del viaggio a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, è quella che si sia trattato di andare a recuperare le salme di appartenenti all’agenzia che sono caduti nei combattimenti in Ucraina. Un dettaglio che conferma questa ipotesi è quello delle dimensioni del Boeing che ha portato Ratcliffe a Mosca; si tratta infatti di un velivolo militare in grado di reggere carichi pesanti come i carri armati, quindi anche il peso di un certo numero di bare. Un ulteriore dettaglio a sostegno dell’ipotesi dell’operazione umanitaria, è la contestuale presenza a Mosca di un diplomatico del Vaticano, che potrebbe aver svolto un ruolo di trattativa presso il ministero degli Esteri russo per favorire il rilascio delle salme degli agenti della CIA, in modo da restituirle alle loro famiglie. La presenza massiccia di personale CIA in Ucraina non è una supposizione, bensì un dato di fatto più volte riferito dalla comunicazione ufficiale, spesso legata alla stessa CIA, come il quotidiano New York Times; in Italia la principale agenzia di stampa, l’ANSA, ha ripreso con dovizia di dettagli le notizie sul radicamento della CIA in Ucraina fin dal 2014 (anche se c’è una documentazione desecretata che fa risalire la penetrazione della CIA in Ucraina addirittura agli anni ’50). Del resto non sarebbe realistico ritenere che, con un numero così elevato di addetti all’intelligence dislocati sul campo, la CIA non abbia dovuto subire delle perdite in Ucraina. Certo, si tratta di bazzecole rispetto ai milioni e milioni di soldati russi morti di cui ci narrano i nostri media.
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Il masochismo programmatico del “campo largo”
di Mauro David*
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese“. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
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L'imminente fallimento dell'Operazione per gli emarginati economici
di Jeffrey Sachs e Sybil Fares - Al Jazeera
La scorsa settimana il Pakistan ha annunciato che non si atterrà alle ultime sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran e che continuerà a intrattenere rapporti commerciali con il Paese confinante. La notizia è arrivata pochi giorni dopo che la Cina aveva rilasciato una dichiarazione simile.
Le sanzioni annunciate dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent il 24 agosto nell’ambito dell’“Operazione Economic Outcast” dovrebbero essere “le sanzioni più severe della storia”, volte a imporre “il più grande isolamento economico coordinato nella storia del mondo”.
In precedenza, il presidente Donald Trump l’aveva definita in un post sui social media «il D-DAY ECONOMICO». Aveva promesso «enormi conseguenze economiche» per qualsiasi nazione che avesse offerto all’Iran «qualsiasi tipo di sostegno».
Sei mesi di bombardamenti e di blocco navale da parte degli Stati Uniti non hanno portato a nessuna vittoria per gli Stati Uniti, quindi il piano ora è quello di ridurre l’Iran alla capitolazione attraverso la fame. Il nuovo approccio è illegale, crudele e fallirà per diversi motivi.
Per cominciare, c’è la lezione della storia. Le sanzioni economiche non fanno cadere i governi determinati a sopravvivere ad esse. Sì, le sanzioni possono impoverire le popolazioni, rafforzare i servizi di sicurezza che controllano il contrabbando e fornire alla nazione presa di mira un punto di aggregazione fondato sulla malizia degli Stati Uniti. Ma non rovesciano i governi.
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Extraprofitti intoccabili: la presa in giro del governo Meloni sui giganti dell'energia
di Alessandro Volpi
Una clamorosa presa in giro, davvero inaccettabile.
Mentre l’Italia del 2026 barcolla sotto i colpi di un’inflazione energetica che ha spinto l'indice dei prezzi al consumo verso un pesante 2,8%, con un incremento del prezzo del gas nel mercato tutelato del 22% e dell'elettricità del 15% in sei mesi, il divario tra chi accumula ricchezza e chi fatica a sopravvivere si è trasformato in un abisso etico prima ancora che economico.
La chiusura dello stretto di Hormuz e le strozzature nella raffinazione hanno innescato un incendio nei mercati, ma a soffiare sulle fiamme è stata anche una speculazione finanziaria cinica che, nei primi mesi dell’anno, ha gonfiato i listini del gas e dei carburanti di una percentuale superiore 25% basata solo sulle scommesse algoritmiche, ben prima che sulla scarsità fisica di materia prima.
In questo scenario di crisi, i giganti del comparto energetico come ENI hanno registrato utili netti con crescite mostruose che sfiorano il 511% in un solo trimestre, accumulando miliardi di euro di extraprofitti mentre la famiglia media italiana si trova a fronteggiare una stangata annua di quasi 1000 euro.
La risposta del governo Meloni, tuttavia, appare drammaticamente insufficiente e intrisa di una profonda ingiustizia sociale, a partire dalla scelta di dilapidare oltre 2 miliardi di euro in sussidi per il gasolio erogati in modo indiscriminato.
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Trump chiama Putin (e non Zelensky)
di Davide Malacaria
Kiev è rimasta ferma nel suo rifiuto di accedere a un negoziato, da cui la distanza con Washington. D'altronde tale rigetto è evidente dalle dichiarazioni di Zelensky, attualmente concentrate sulla richiesta di difese aeree, in particolare Patriot
La notizia della telefonata di Trump a Putin in realtà ne nasconde anche un’altra: non ha chiamato Zelensky, smentendo tutte le anticipazioni che davano per certo che, ricevuto il rapporto sulla visita di Witkoff e Kushner a Kiev e Mosca, il presidente americano avrebbe contattato sia l’uno che l’altro. E anche se decidesse di telefonargli stasera o domani, il ritardo risulterebbe comunque significativo (atto dovuto, obtorto collo).
Ciò segnala che Kiev è rimasta ferma nel suo rifiuto di accedere a un negoziato, da cui la distanza con Washington. D’altronde tale rigetto è evidente dalle dichiarazioni di Zelensky, attualmente concentrate sulla richiesta di difese aeree, in particolare Patriot.
Richiesta che gli stolidi rappresentanti dei Paesi europei hanno accolto, destinando parte dei 90 miliardi di euro (90 miliardi…) concessi in prestito a Kiev all’acquisto di Patriot americani, rimpinguando in tal modo il complesso militar-industriale Usa con soldi che avrebbero dovuto essere investiti nel mercato delle armi europee.
Al di là dell’attivismo dei guerrafondai europei, va sottolineato che Trump e Putin hanno parlato per un’ora e affrontato tematiche più o meno usuali: concordare sulla necessità di porre fine la guerra, di ripristinare le relazioni bilaterali, ribadire che l’idea di un’aggressione russa all’Europa è una bufala etc. Insomma, nulla di nuovo, anche se Rubio, oltre a rilanciare la possibilità di una ripresa dei negoziati, ha parlato di “nuove idee” per la risoluzione del conflitto.
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Torna il nazismo: niente più guerra alla Russia
di Emanuele Maggio
Se quest’ultima frase non vi suona, se non vi tornano i conti, forse state utilizzando categorie interpretative leggermente fuori fuoco.
7 Settembre 2026
Questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Ho trovato i giornali invasi da una parola che credevamo sconfitta dalla storia: nazismo.
È tornato il nazismo in Europa, è tornato il nazismo in Germania!
Si salvi chi può.
Estrema Destra, Ultra Destra, Super Destra, SuperMega Destra, SuperTurboMegaUltra Destra.
Non sanno più che parole usare per spaventarvi.
E voi, razza di pantofolai borghesi, non vi spaventate. Andate persino a mare disertando il fronte ucraino, con il corpo e con la mente, come ha lamentato il sionista Fassino, gli occhi suoi intrisi di pianto. Non piangeva così tanto dall’ultima volta che scoprì di “avere una banca”.
Ma vi rendete conto? Con la vittoria di AfD in Germania si potrebbe persino evitare la Terza Guerra Mondiale. Non succedeva qualcosa di così grave (la pace) dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La redazione di Repubblica con le mani nei capelli, Propaganda Live in lutto, Zerocalcare sconvolto perché la cosa lo devasta.
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AFD: Ambizione Frustrata da (sicura) Delusione
di Alessio Mannino
Piccolo vademecum per uscire vivi dall’alluvione di analisi sul trionfo di Alternative für Deutschland nel Land di Sassonia-Anhalt.
- La vittoria di Afd è prima di tutto la sconfitta della Cdu del grigio Friedrich Merz, ex Blackrock, perdente nato, resuscitato per manifesta inadeguatezza media della classe dirigente di un partito che ha governato sempre, da guida o da secondo, nelle “grosse coalizioni” degli ultimi decenni. Uno che all’indomani della batosta non ha trovato meglio da dire che non c’è stato, sic, “accesso emotivo” con gli elettori. Un cretino politico come pochi.
- Il Land in questione è proprio in mezzo all’ex Ddr, la Germania est, che dall’unificazione con l’ovest sta messa molto peggio del nostro Mezzogiorno (a proposito: che fine ha fatto, questa parola?). Si tratta del principale bacino elettorale dell’Afd. Il risentimento popolare, lì, viene da lontano: deindustrializzazione, depressione economica, disoccupazione giovanile ecc.
- Le parole d’ordine vincenti dell’Afd sono quelle della destra neo-nazionalista un po’ in tutta Europa: anti-immigrazionismo, ostilità allo Stato sociale, orgoglio nazionale ferito da rammendare appellandosi a un sentimento patriottico vissuto in modo vittimistico e rancoroso. Ma risultano vincenti perché, nell’ultimo periodo storico, le altre fazioni politiche si sono abbandonate con una certa lascivia all’elogio della globalizzazione e dell’abbattimento delle frontiere, hanno smontato loro per prime il welfare, hanno abbracciato una supponente cultura da ditino puntato, nel discorso comune passata come woke.
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Il “Minsky moment”: quando la finanza prepara la crisi
di Fabrizio Pezzani
Hyman Minsky è stato uno degli studiosi più illuminati del secolo scorso, per la versatilità e l’originalità delle sue intuizioni nel campo dell’economia e della finanza. Ma le sue idee erano troppo pericolose: mostravano quanto il capitalismo finanziario fosse intrinsecamente instabile e soggetto al dominio di una speculazione tanto pervasiva quanto potenzialmente suicida. Il suo pensiero venne così a lungo oscurato, salvo essere recuperato oggi, quando i fatti sembrano dargli ragione.
L’eretico Minsky metteva in discussione la razionalità dei modelli economici e finanziari che ignoravano l’intrinseca instabilità del capitalismo finanziario. Attraverso una rilettura del Trattato di John Maynard Keynes, evidenziava che “è il sistema finanziario a regolare, in senso espansivo o restrittivo, l’andamento degli investimenti. La morale del messaggio keynesiano è che il sistema finanziario governa l’andamento dell’intera economia” (Hyman Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, 1975).
Minsky osservava come i mercati finanziari – e, in particolare, il ruolo delle banche nel concedere o meno prestiti – e la non neutralità della moneta producessero intrinsecamente oscillazioni e instabilità. L’instabilità finanziaria presenta infatti un andamento ciclico. Le fasi di andamento positivo inducono ad assumere posizioni di rischio e di debito sulla base di aspettative più emozionali che razionali – le aspettative non sono conoscenze, anche se fa comodo pensarlo – e rendono progressivamente più fragili gli stati patrimoniali delle imprese e delle banche, esponendoli a crisi finanziarie sempre più intense, fino alla formazione di bolle potenzialmente disastrose.
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Il caso Ranucci e la questione woke
di Giuseppe Giannini
I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi.
Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di appartenenza. Isolati all’interno del mondo globalizzato, che corre veloce e non aspetta. Proiettati in una dimensione altra, quella virtuale dei social, come via di fuga dal quotidiano insopportabile, in cerca di accettazione, ma anche come occasione dove tutto il risentimento accumulato prende forma. In mancanza di tangibili punti di riferimento - le ideologie - idonee ad indicare la direzione, i singoli, massificati nel consumo, alienati nelle esistenze, incapaci di trovare una narrazione credibile cercano riparo, spesso, inseguendo personalità in grado di sopperire al vuoto di una società sempre più instabile.
Nell’assenza della politica come arte del possibile, di figure autorevoli (gli intellettuali), ecco che emergono, oltre le proprie possibilità e reali volontà, altri soggetti. Solo che queste persone, del tutto rispettabili per le competenze e l’onestà, hanno ruoli e responsabilità diverse.
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