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contropiano2

“Guerra! Guerra! Guerra!”. Il sistema mediatico è fuori di senno

di Francesco Piccioni

La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.

La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.

Andiamo con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.

Il Financial Times, dicevamo, decide di pubblicare un articolo che raccoglie – a suo dire – alcune “indiscrezioni” provenienti da funzionari iraniani. Il titolo, nella foto qui di fianco, è abbastanza chiaro, seppur incomprensibilmente accompagnato con una foto dalla Russia: “Alcuni insider dicono che l’Iran osserva [possibili] obiettivi militari in Europa se Trump imprimerà un’escalation alla guerra”.

Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.

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perunsocialismodelXXI

Una glossa di Piero Pagliani alla mia polemica con Pasquinelli sulla Cina

di Carlo Formenti e Piero Pagliani

Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?

Caro Carlo,

non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.

Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».

Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico.

Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.

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mondocane

La paolomieleide, Rubio e il richiamo della foresta

di Fulvio Grimaldi

E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla Jobs Act.

Oggi è il vicerè per l’Italia di colui, Marco Rubio, la testa pensante e agente, fasciata di orbace, di Trump, che a metà luglio ha convocato a Washington gli Stati Maggiori della fascistizzazione globale. 66 paesi tra Occidente ligio e Sud disponibile. Ordine del giorno da qui ad Armaggedon e oltre: “Lotta senza quartiere al terrorismo di sinistra”, di cui Rubio si dice convinto che stia risorgendo, dopo averlo dichiarato responsabile di tutti gli attentati dell’ultima metà secolo, e che costituisca la massima emergenza mondiale.

Il documento si chiude con l’appello alle agenzie di intelligence, alle forze di sicurezza, ai governi e ai media, di unire le loro forze “Per schiacciare questo male assoluto per sempre”. L’appello è stato immediatamente recepito da Paolo Mieli. Quello stupefacente Mieli col quale il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, la star del cinema d’attacco Gian Maria Volontè, Toni Negri, Lanfranco Pace, Sergio Bologna, altri ed io, realizzammo i primi numeri di “La Classe”.

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megachip

Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a "Dialog"

di Glauco Benigni

Il forum dove il Complesso Militare Tecnocratico decide guerra, energia e algoritmi doveva riunirsi a Ferragosto in Irlanda. Un data-leak ne ha svelato invitati e agenda: la mobilitazione irlandese ha costretto i padroni dell'algoritmo a sparire

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda.

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mondocane

Venezuela. E c'è chi ne sostiene il tradimento

di Fulvio Grimaldi

I governi criminali di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per facilitare i servizi consolari ai propri cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L'accordo prevede anche il mantenimento della cooperazione tecnica nelle attività di emergenza e di recupero a seguito dei terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009, durante l'amministrazione dell'allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre sottolineato i legami storici tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

 

Il sionismo ha ottenuto ciò che voleva

Le notizie sono quelle che sono e devono essere riportate come tali, ma se non suscitino repulsione è tutt'altra questione. Questo è il culmine di qualcosa iniziato con l'immediata presenza militare delle forze genocidarie israeliane sul suolo bolivariano, con il pretesto di fornire aiuti umanitari dopo il doppio terremoto. Il mondo intero ha assistito con sgomento ai successivi incontri, foto e video del presidente ad interim con gli ufficiali dell'esercito responsabili del più grande genocidio del XXI secolo contro il popolo palestinese.

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analisidifesa

Guerre in Ucraina e Golfo: a settembre maxi stangata per famiglie e aziende

di Gianandrea Gaiani

Rincari delle bollette a settembre e spese annuali in crescita del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese. Lo scrive il Sole 24 Ore che ha chiesto una stima a Nomisma Energia la quale ha indicato, in base agli attuali prezzi all’ingrosso, l’impatto sulle tariffe al rientro dalla pausa agostana.

“Si tratta di una media ponderata (prudenziale) a partire dal prezzo della sola materia prima gas comunicato da Arera per i vulnerabili (l’ultimo, quello per lo scorso luglio, indicava 60 centesimi al metro cubo) – scrive il quotidiano – I 137 centesimi al metro cubo attesi per settembre (contro i 106 di settembre 2025) porterebbero una famiglia tipo a sborsare 429 euro in più a fine 2026 (+29%).

I rialzi del gas hanno influenzato quello dell’elettricità. Secondo Nomisma Energia, a settembre la stima in bolletta è di 31,93 centesimi a kWh (contro i 28,75 di settembre 2026) che porterebbe il nucleo tipo a pagare 85,9 euro in più a fine 2026 (+11% sul 2025). Sommando la spesa per gas ed elettricità, la maggiorazione della spesa arriva a fine 2026 a 515 euro (+23% sul 2025).

Quanto ai carburanti Nomisma Energia ha calcolato ha calcolato per settembre una media di 2,017 euro al litro in più e per una famiglia una spesa annuale di 361,8 euro in più (+22% rispetto al 2025) che aggiunta alle bollette dà un conto di 876,8 euro in più.

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transform

La ricomposizione della classe meticcia. Risposta a Giovanni Russo Spena su estrattivismo sociale e conflittualità territoriale

di Alessandro Scassellati

Questo contributo intende raccogliere e rilanciare le sollecitazioni teoriche di Giovanni Russo Spena, elevando la critica dell’estrattivismo sociale a paradigma interpretativo della contemporaneità. Attraverso la decostruzione dei dispositivi normativi e biopolitici della legge Bossi-Fini, si analizza come il razzismo istituzionale operi quale tecnologia di governo per frammentare la forza lavoro e attutire la crisi del capitalismo stagnante. Rifiutando sia le derive etno-nazionaliste sia l’utilitarismo della retorica liberale, l’analisi si focalizza sulla necessità urgente di una ricomposizione di classe. L’obiettivo politico fondamentale diventa quindi la costruzione di un’alleanza meticcia e plurietnica, capace di radicare il conflitto nei territori e convertire la cittadinanza universale in una piattaforma di emancipazione e uguaglianza sostanziale.

 

La base empirica dell’estrattivismo: asimmetrie di genere, welfare e svalutazione del capitale umano

Per rendere la nostra prospettiva anticapitalistica un’arma analitica efficace, non possiamo limitarci alla sola dimensione macro-politica, ma dobbiamo ancorare il conflitto alla concretezza dei dati e alle dinamiche intersezionali che governano l’estrattivismo sociale. I dati scientifici dell’ISTAT offrono una mappatura quantitativa spietata: sebbene la popolazione straniera rappresenti meno del 10% dei residenti, essa costituisce oltre il 31% della platea complessiva dei poveri assoluti in Italia, con un rischio di scivolamento nell’indigenza di 4,8 volte superiore rispetto ai nativi.

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lafionda

Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza

di Salvatore Minolfi

Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici. 

L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.

I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.

Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste. 

Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…

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fattoquotidiano

L’Iran e l’impotenza dell’impero Usa

di Pino Arlacchi

"Se uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari, i rapporti di forza sono cambiati. Hormuz oggi lo dimostra".

C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.

Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.

Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile.

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mondocane

Quando i topi abbandonano la nave

di Fulvio Grimaldi

Da una cronaca sulla fine dell’impero romano: Il cittadino romano medio non si era accorto che l’Impero era crollato finché, un giorno, strade e ponti cessarono di essere riparati.

Vale per l’impero statunitense, versione finale intestata al Trump che, a scopo di esorcismo, blatera di un’ “Età dell’Oro”.

Nel Mar Rosso, a tener testa agli yemeniti che fanno saltare i trasporti di idrocarburi sauditi, non c’è più una portaerei, né americana, né altra, Nel Golfo Persico, ad assicurarci che Hormuz è nostro, delle tre che Trump vi aveva collocato a dimostrazione della sconfitta dell’Iran né è rimasta una sola. E se è vero che la garanzia della riuscita militare è in prima istanza il morale delle truppe, la “Abraham Lincoln” è come se non ci fosse. E fra un po’ non ci sarà neppure lei.

La notizia che ci dà lo screenshot che riproduco qui sopra da News World America's dice: “Marinai statunitensi disperati hanno cercato di buttarsi in mare dalla USS Abraham Lincoln a seguito del prolungato impegno. Lo rivelano le famiglie”.

La notizia di questa forma di vero e proprio ammutinamento tra i 5000 marinai imbarcati, operativi nello Stretto dal 21 novembre scorso (240 giorni), con crescente scarsità di cibo fresco e bevande, conseguente riduzione delle porzioni, rifornimenti incredibilmente carenti (quanto, del resto, le riserve di missili e intercettori di tutto l’apparato bellico USA), disagio psichico, è diffusa da molti media negli USA e nel Regno Unito. In assenza di copertura da parte della maggioranza dei media, sempre ossequiosi quando si tratta di guerra, a diffondere lo scandalo hanno provveduto le famiglie dei militari.

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altreconomia

La “sovranità finanziaria” dell’Italia e un debito pubblico pari a 3.207,2 miliardi di euro

di Alessandro Volpi

Banca d’Italia ha diffuso a metà agosto le statistiche su finanza pubblica, fabbisogno e debito aggiornate al giugno 2026. Dati utili per comprendere chi ha in mano un debito da oltre 3.200 miliardi, il ruolo dei fondi finanziari statunitensi e l’impatto di rendimenti dei titoli di Stato sempre più “competitivi” ma molto onerosi per il Paese. Il tutto mentre il debito globale, pubblico e privato, è fuori controllo. L’analisi di Alessandro Volpi

* * * *

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.

Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione.

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comidad

Il panopticon in cui le guardie sono i ladri

di comidad

Fino a qualche decennio fa Carl Schmitt era un argomento da specialisti, ma da un po’ di tempo è diventato un autore “popolare”, anche se conosciuto sempre per le solite citazioni. In questa epoca di emergenzialismo cronico, ha avuto particolare diffusione una citazione tratta da un testo del 1922, in cui Schmitt afferma che il sovrano è colui che può decidere lo stato di eccezione, cioè sospendere la legge per adottare le misure atte ad affrontare un’emergenza. Circa cinquanta anni dopo, Michel Foucault disse che la scienza politica non ha ancora tagliato la testa al re, che si sta ancora a chiedersi chi sia il sovrano. Sono passati altri cinquanta anni e in effetti il tema della sovranità, se riconquistarla o cederne sempre di più, sembra centrale nel dibattito politico; ciò mentre la realtà va da un’altra parte. Per tentare di descrivere questa situazione, si potrebbe combinare Schmitt con Foucault, inventandosi un Carl Schmitt in versione “hard boiled”; un fantasmatico “Karl Schmidt” che proponga lo strano ossimoro di uno stato di eccezione permanente, che è diventato la norma, e che si riproduce automaticamente, senza che ci sia un “sovrano”, una figura istituzionale ben precisa, che lo decida. Ciò dissolve non solo la categoria di potere legale-razionale stabilita da Max Weber, ma anche la nozione dei “saperi” funzionali al sistema del “sorvegliare e punire” che Foucault ha descritto, e di cui ha trovato un paradigma nel Panopticon, il sistema di sorveglianza assoluta progettato da Jeremy Bentham nel 1791.

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contropiano2

Il “nuovo” Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni consolari

di Resumen Latinoamericano

Il governo criminale di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas ha interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, del presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

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transform

La fabbrica del nemico: estrattivismo sociale, ricatto biopolitico e la scomposizione etnica della classe

di Giovanni Russo Spena

Mi ha interessato moltissimo il saggio di Scassellati “Povertà dei migranti e ceto medio: le implicazioni politiche dell’estrattivismo sociale“. La categoria di “estrattivismo sociale” è centrale, anche sul piano teorico, perché colloca la “questione migrante”, lo sfruttamento dei migranti come ” scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante” come scrive Scassellati. Condivido molto la tesi del saggio, sia sul piano sociale che culturale. Dialogando con l’autore, sfioro solo alcuni temi, che mi stanno particolarmente a cuore.

 

La costruzione giuridica del nemico e la gestione capitalistica della forza lavoro

Ritengo una torsione imperialista e bellicista l’ossessione della nozione “valori occidentali” , di stampo squisitamente neocoloniale, sulla quale le destre plutocratiche/tecnologiche/feudali stanno fondando il proprio comando. Concordo con il Fanon de “i dannati della terra” : la mano invisibile del mercato del lavoro precarizzato trova la propria protesi disciplinare nel pugno di ferro di uno Stato che, da sociale, diventa sempre più uno Stato di guerra, di polizia, securitario e panpenalistico. Intorno al soggetto migrante viene costruita, anche sul piano giuridico, la figura del “nemico”. È, quindi, un giusto salto di scala analitico l’uso, che Scassellati fa, della categoria di “estrattivismo sociale”, la quale mette a tema lo  “sfruttamento dei migranti  come scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante.

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contropiano2

L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta

di Vijay Prashad*

Per più di tre decenni, gli Stati Uniti hanno trattato la diplomazia mediorientale come un esercizio di dettatura delle condizioni per gli altri. La strategia regionale emergente dell’Iran sta sfidando questo privilegio.

La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.

La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.

Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.

La negoziazione diventa quindi meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.

Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.

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contropiano2

L’America sacrifica le colonie europee

di Alessandro Volpi*

Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive.

Sarà determinante quindi, in particolare, l’azione della Federal Reserve e della Bce.

E’ utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni.

Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana.

In tale gruppo sono presenti:

– l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e i CEO delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan),

– Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute,

– l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty,

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 poliscritture

Covid: dopo la tragedia arriva la farsa

di Paolo Di Marco

Due processi in parallelo, uno contro Fauci negli USA, uno contro Conte in Italia: ma abbiamo ben presente di cosa si parla?

Ricordiamo qualche fatto (v. ‘Covid, l’ultima parola’) che i giornali non riportano più:

– 17 Milioni di morti *

– 40 laboratori di ricerca nel mondo sulla guerra batteriologica finanziati e/o diretti dagli USA (Wade, Bulletin of the Atomic Scientists; Wallace, NYTimes) , tra cui quello di Wuhan ** tramite la EcoHealthAlliance del britannico Peter Daszak, con fondi provenienti dal CDC diretto da Fauci (che smettono solo dopo la fine della sua carica)

– un virus costruito a tavolino tramite l’aggiunta a un virus di pipistrello delle ‘forbicine’ della proteina Spike (Zeynep Tufekci, NYTimes, Alicia Chan, NYTimes) che, gestito a un livello di protezione inadeguato (2 invece di 4), sfugge dal laboratorio e genera una pandemia;

-l’ipotesi della combinazione/trasmissione per via zoonotica nel mercato di Wuhan è pura fantascienza: pipistrelli di una caverna a 500 km di distanza, animale intermedio mai trovato (quello trovato contaminato nel 21 lo era di seconda mano..); notevole l’esibizione sul NYT dell’esperto di zoonosi Qammen che si presenta in divisa da cretino: quella dell’asilo con su scritto “io credo che Kennedy sia stato ucciso da Oswald; io credo che sia stata una pallottola magica che ha rimbalzato tre volte e ferito 2 volte Kennedy e Connally e poi ucciso Kennedy; e poi ‘argomenta’ io credo che per il virus sia stata una trasmissione zoonotica (spillover); ***

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insideover

Il Generale Boni: “Il Donbass è ormai compromesso, Odessa isolata. L’Ucraina rischia il collasso totale”

di Roberto Vivaldelli

Secondo il generale Boni, nonostante la narrazione occidentale, la Russia detiene l'iniziativa strategica su tutti i fronti in Ucraina

Il quadro sul campo in Ucraina appare sempre più cupo. Nonostante la massiccia campagna propagandistica volta a enfatizzare i successi di Kiev e a sminuire quelli di Mosca, dopo oltre quattro anni di conflitto le dinamiche strategiche restano nettamente favorevoli alla Russia. Secondo i dati di AMK Mapping sulle variazioni del fronte nel luglio 2026, le forze russe hanno consolidato il vantaggio territoriale con un’avanzata complessiva di circa 387,2 km², in aumento del 62,23% rispetto a giugno. I guadagni più consistenti si sono concentrati nell’oblast’ di Donetsk (204,4 km²), con progressi significativi anche a Zaporizhzhia (65,6 km²), Kharkiv (57,9 km²) e Sumy (52,6 km²). Nello stesso periodo le truppe ucraine hanno riconquistato soltanto 117,3 km², in calo del 49,67% rispetto al mese precedente, con limitati recuperi presso Dnipro (52 km²) e Donetsk (41 km²). Il saldo netto a favore di Mosca ammonta così a +269,9 km², un incremento mensile del 4.807,28%.Per approfondire la situazione abbiamo intervistato il generale Maurizio Boni, che non usa giri di parole nel descrivere le crescenti difficoltà delle forze di Kiev e le crepe sempre più evidenti nel fronte difensivo ucraino.

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laviniamarchetti.png

L'educazione sionista delle AI

 di Lavinia Marchetti

Come Israele sta cominciando ad avvelenare le fonti (come avvelena i pozzi dei palestinesi) da dare in pasto alle Intelligenze Artificiali

Israele finanzia una rete di siti costruiti per entrare nelle risposte delle intelligenze artificiali. La propaganda israeliana inizia dalle famose “fonti” che tutti richiedono (ormai) sotto un articolo.

Partiamo con l’esempio del test condotto da Drop Site News, dove una persona domanda a un’intelligenza artificiale se gli Stati Uniti trarrebbero beneficio da una maggiore cooperazione militare con Israele. Perplexity risponde immediatamente con un: «Sì». Andando a vedere le fonti, tra le principali troviamo Allyvia.org. Il nome potrebbe suggerire un centro studi o un’associazione civica. Invece dietro quel sito lavora Clock Tower X, società di Brad Parscale, già responsabile della campagna elettorale di Donald Trump. A pagare tutto questo è il governo israeliano, attraverso Havas Media Germany.

Questa provenienza compare, per legge, in fondo alle pagine (ma tanto chi va a controllare l’origine delle fonti?), dove una formula richiesta dal Foreign Agents Registration Act informa che il materiale viene distribuito da Clock Tower X per conto dello Stato di Israele. Il chatbot, però, può prelevare la tesi e lasciare il committente a piè di pagina. All’utente arriva così una bella risposta infarcita di collegamenti e quindi rivestita dell’autorità che abbiamo imparato ad attribuire alle famose “fonti”. La propaganda è già a buon punto, perché entra nelle nostre bibliografie.

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fuoricollana

Ontologia del riarmo

di Antonio Martone

Il riarmo è l’esito di una “narrazione del sospetto”. La paura come unico orizzonte di senso: fobocrazia. Non bastano moderazione diplomatica e ragionevolezza dei governi. Occorre disattivare il meccanismo che ha reso la paura la principale risorsa di disciplinamento sociale

Le discussioni circa il riamo italiano ed europeo costituiscono il compimento di una transizione epocale verso quella che Lucio Caracciolo definisce la “Guerra Grande”. Il nuovo conflitto non riguarda solo i confini territoriali ma costituisce un sisma geopolitico planetario in cui i massimi imperi si trovano simultaneamente in crisi e “temono per la propria esistenza”. In quest’orizzonte, assistiamo al crollo del “principio di realtà”: le narrazioni intossicate finiscono per disinformare gli stessi decisori che le producono.

 

L’economia al tempo del capitalismo di guerra

In questa cornice, l’economia stessa muta natura, diventando “capitalismo di guerra”. Si tratta di una fase in cui lo Stato riprende il controllo dei mercati per finalità securitarie, trasformando il cittadino in un ingranaggio della mobilitazione totale. Il segno tangibile di questa mutazione è penetrato persino nel diritto privato: Saravalle e Stagnaro riportano che un contratto di acquisizione tra due grandi società italiane nel 2024 include una clausola di recesso legata all’art. 5 del Trattato Nato, una clausola che “fino a poco tempo fa, nell’Unione Europea… sarebbe stata impensabile.”

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comidad

Le schizofrenie del bellicismo sanitario

di comidad

La Polonia è il paese di frontiera nello scontro della NATO con la Russia, perciò è del tutto consequenziale che svolga un ruolo di avanguardia nella guerra; ivi compresa quella che viene chiamata “guerra ibrida”. Lo strumento che il governo polacco ha creato allo scopo, è lo Stratcom (Strategic Communications), una struttura del ministero degli Esteri specificamente adibita al contrasto alla propaganda russa. L’iniziativa del governo polacco ha suscitato reazioni compiaciute e celebrative, come un articolo di Linkiesta dell’ottobre del 2024. Oltre ad auspicare che lo Stratcom rappresenti una lezione e una fonte di emulazione per paesi come l’Italia, l’articolo delinea un quadro analitico sia per ciò che concerne i contenuti della propaganda russa, sia per ciò che riguarda il “target” di quella stessa propaganda. I contenuti sarebbero piuttosto rozzi e banali, omogenei ai loro destinatari, cioè quelle persone attratte dai temi cospirazionisti, le stesse persone che poi hanno alimentato le file dei no-vax.

La preveggenza dell’articolo di Linkiesta nell’associare l’emergenza bellica all’emergenza sanitaria, sembra dimostrata dal fatto che il governo polacco sta svolgendo un ruolo di avanguardia anche nella battaglia contro la disinformazione medica. Una proposta di legge per il contrasto alla disinformazione medica è stata approvata dal parlamento polacco pochi giorni fa. Si tratta di una normativa anti-ciarlataneria, che intende rafforzare i diritti del paziente impedendo, anche con multe, la diffusione di terapie “alternative” rispetto a quelle ufficiali.

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lantidiplomatico

BRICS+ oltre il G7 e tramonto del dollaro

La diagnosi di Jeffrey Sachs sul nuovo ordine mondiale

di Michele Blanco

Il panorama geopolitico contemporaneo è segnato dalla fine irreversibile del mondo unipolare, l'ordine dominato dagli Stati Uniti dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Il celebre economista della Columbia University, Jeffrey Sachs, analizza questa transizione non come un collasso catastrofico dell'Occidente, ma come il naturale risultato della convergenza economica globale e dell'ascesa di nuovi poli di potere.

Il presupposto fondamentale di questa analisi risiede nei dati macroeconomici storici, che certificano come il peso economico dell'Occidente sia radicalmente diminuito negli ultimi quarant'anni. Se nel 1980 il blocco formato da Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale rappresentava il 55% della produzione globale, nel 2025 questa quota è scesa a circa il 30%. Al contempo si è assistito al ritorno dell'Asia, la cui quota sul PIL mondiale è passata dal 30% del 1995 a circa il 50% nel 2025, riportando il baricentro economico laddove risiedeva prima degli imperi coloniali europei. Attualmente gli Stati Uniti contano appena il 4% della popolazione mondiale e meno del 15% del PIL globale a parità di potere d'acquisto, superati dal 18% della Cina.

Secondo Sachs, la transizione verso il multipolarismo è stata accelerata da profondi errori strategici della classe politica di Washington. Tra questi spiccano l'illusione neoconservatrice di poter mantenere il primato globale attraverso l'uso della forza e l'espansione della NATO — dinamica che ha generato conflitti costosi e fallimentari in Iraq, Afghanistan e Libia — e l'uso politico del dollaro tramite l'arma delle sanzioni unilaterali e il congelamento degli asset stranieri.

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L’Ucraina e la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra

di Alessandro Volpi

Non sarò breve ma penso che la conclusione possa essere di qualche interesse.

Al rientro dalla pausa estiva il governo varerà il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina.

Il decreto interministeriale firmato dai ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – come tutti i dodici precedenti – è secretato e passerà dal Copasir, il comitato parlamentare della Sicurezza della Repubblica. Dunque il Parlamento voterà a scatola chiusa.

Intanto però è sempre più evidente il ruolo dell’Ucraina nella trasformazione dell’industria europea in una vera e propria economia del riarmo.

Il sistema di finanziamento europeo destinato alle imprese del settore della difesa operanti in Ucraina ha subito una trasformazione radicale, passando dalla semplice donazione di scorte militari a un modello di investimento diretto nella capacità produttiva locale che oggi muove un giro d’affari stimato, per la sola parte di commesse dirette finanziate dall’UE e dai suoi Stati membri, tra i 500 milioni e il miliardo di euro per l’anno in corso, con una proiezione di crescita esponenziale.

Questo flusso finanziario si articola principalmente attraverso lo European Peace Facility e il nuovo Ukraine Facility, ma trova una svolta decisiva nell’impiego degli interessi generati dai beni russi congelati, che per la prima volta vengono dirottati per pagare fabbriche ucraine affinché producano armamenti destinati al proprio esercito.

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La spada nella roccia o della pace disarmata e disarmante 

di Gianni Di Noia

La storia è quella di Galgano Guidotti, un giovane cavaliere nato intorno al 1148 da una famiglia della piccola nobiltà...

La cronaca di tutti i giorni ci parla di conflitti globali e locali diffusi in ogni dove. Sembra che il conflitto sia il naturale punto di sfogo della nostra società di consumi e Mercato. Nazioni in lotta tra di loro per la conquista di territori, di fonti di approvvigionamento. Scontri tra bande di diversa provenienza sociale. Fino alle liti condominiali che arrivano alla violenza fisica.

Sembra poi che il racconto e la cronaca di questi fatti, invece che far nascere un clima di deterrenza che porti a cercare di respingere il conflitto alimenti, invece, un senso di rabbia e produca ulteriore violenza.

Negli ultimi anni a contrastare questa escalation sono arrivati forti gli appelli alla pace di papa Francesco e di papa Leone XIV. Il primo parlava semplicemente di “artigiani della pace” a indicare come la pace si debba costruire con il contributo concreto di ogni persona nel suo vissuto quotidiano.

Papa Leone XIV fin dal primo giorno dell’elezione ha parlato di una “pace disarmata e disarmante”, a ricordare che la costruzione della pace non è solo un atteggiamento individuale non violento passivo, ma una condizione attiva capace di contagiare gli altri, di spegnere le tensioni.

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I negoziati su Hormuz e il fallito attentato a Trump 

di Davide Malacaria

La sospensione dell'intesa con l'Oman all'accoglienza o meno degli Stati Uniti delle richieste iraniane offre spazi di manovra ai tanti sabotatori all'opera, che possono sempre contare sulle tragiche contraddizioni e la fragilità di Trump per far saltare tutto

Trump continua a minacciare: per l’Iran è l’ultima possibilità; se Hormuz non sarà liberato ricominceranno gli attacchi etc. Un disco rotto. Resta, però, che bloccando l’attacco su larga scala previsto per l’inizio della settimana ha dato una chance alla diplomazia, che in effetti si sta muovendo.

Lo sviluppo più rilevante è il dialogo Oman-Iran su Hormuz nel quale si sta concretizzando l’ipotesi di aprire in via provvisoria una rotta aperta al traffico marittimo sotto il controllo dei due Paesi.

Secondo a indiscrezioni si starebbe lavorando a un accordo per cui le navi in entrata nello Stretto dovrebbero interfacciarsi con le autorità di vigilanza iraniane, quelle in uscita con quelle omanite, che dovrebbero però comunicare alle prime il via libera concesso ai naviganti (sembra sottinteso che l’Iran potrebbe revocarlo).

In tal modo, si unificherebbero le due rotte utilizzate finora dalle navi in transito, una più prossima alla costa iraniana e l’altra a quella omanita, con quest’ultima utilizzata da navi spinte dalla Marina statunitense a sfidare la fortuna nel tentativo di eludere il regime di transito imposto dalle autorità di Teheran, che chiede ai naviganti di coordinarsi con esse per attraversare lo Stretto (inutile ricordare che i tentativi di sfuggire alla vigilanza iraniana sono stati spesso vanificati dal fuoco di sbarramento della stessa).

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La guerra con altri mezzi. Come gli Stati Uniti estraggono ricchezza attraverso l’instabilità

«La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.» La celebre definizione di Carl von Clausewitz appartiene a un mondo nel quale la forza si misurava sul campo di battaglia. Le guerre erano combattute dagli eserciti e l’obiettivo consisteva nella conquista del territorio o nella distruzione della capacità militare dell’avversario. Due secoli dopo quella definizione conserva tutta la sua validità, ma i “mezzi” attraverso i quali la politica continua sono profondamente cambiati. Le grandi potenze non perseguono più i propri interessi esclusivamente attraverso la guerra tradizionale. L’informazione, la finanza, i mercati energetici, le sanzioni economiche, la tecnologia e perfino i flussi migratori sono divenuti strumenti di competizione geopolitica. La guerra non è scomparsa: si è trasformata. Questa trasformazione riflette anche un cambiamento del capitalismo.

Per comprendere il presente occorre partire da una constatazione. Gli Stati Uniti non occupano più la posizione che avevano nel secondo dopoguerra. Rimangono la principale potenza militare del pianeta, ma non sono più il centro indiscusso della produzione industriale mondiale. La Cina è divenuta la principale piattaforma manifatturiera globale, mentre il vantaggio competitivo americano si concentra sempre più nella finanza, nell’innovazione tecnologica, nel controllo del dollaro e dei mercati internazionali dei capitali. Se questa diagnosi è corretta, cambia anche la natura dell’egemonia.

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Dalle teorie di Brzezinski a Palantir: come il conflitto in Ucraina è diventato il più grande test bellico degli USA

di Michele Blanco

La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è chiara: la guerra in Ucraina non è soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense pianificata da oltre trent’anni. Una strategia che ha trasformato il territorio ucraino nel principale campo di battaglia e di prova per la nuova guerra tecnologica contemporanea, mentre Kiev continua a pagare un prezzo umano, economico e territoriale altissimo.

Oggi il potere del complesso militare-industriale non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi d'investimento, imprese energetiche, servizi di intelligence e colossi del tech. Questo sistema non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti, ma tende a egemonizzarla, determinandone del tutto obiettivi e strumenti.

L’idea non nasce con il conflitto attuale. Nel suo celebre saggio La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali perni geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato enormi difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.

Da questa prospettiva, l’allargamento della NATO non è stato soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale nell'alleanza occidentale, ma il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica verso i confini russi.

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sollevazione

Catastrofismo climatico e modello sociale

di Leonardo Mazzei

Problemi immediati e questioni di fondo

I prezzi dei carburanti vanno alle stelle? Niente paura, che ci pensa il governo a ridurli un po’, ma solo per il gasolio e solo per dieci giorni! Niente male come presa per i fondelli.

Ad aprile, in piena crisi di Hormuz, scrivemmo che il vero problema per un Paese come l’Italia non sarebbe stato tanto quello degli approvvigionamenti, quanto piuttosto quello dei prezzi. Una previsione, basata anche sui precedenti storici degli ultimi cinquant’anni, che si va sostanzialmente materializzando.

Quell’articolo si chiudeva con l’indicazione di nove punti per la realizzazione di una politica energetica radicalmente alternativa, ed a quelli rimandiamo i lettori che intendessero approfondire il tema.

Qui ci concentriamo invece sulla stretta attualità. Quella che ci mostra l’impotenza dei decisori politici, complici e schiavi come sono della scelta guerrafondaia dell’Occidente da un lato, degli interessi speculativi della finanza e delle grandi compagnie energetiche dall’altro.

Guerra e speculazione sono infatti due lati della stessa medaglia. Senza la guerra non avremmo le strozzature che “giustificano” la speculazione. Senza speculazione, cioè in un mondo quantomeno depurato dalla finanza, la questione dei prezzi energetici sarebbe assai meno grave. Ma, sfortunatamente, abbiamo sia la guerra che la speculazione, ed il risultato è piuttosto evidente.

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Il capitalismo fragile

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità.

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Perché l'Occidente non capisce la Russia in Africa

di Nataliya Vinkler

Da anni i centri di analisi europei e americani si interrogano sulla politica africana della Russia senza riuscire a decifrarne la strategia – Mosca rimane imprevedibile. Esiste tuttavia una chiave di lettura che permette di anticipare con una certa sicurezza le prossime mosse russe in Africa.

In Africa, la Russia viene spesso definita un attore "incomprensibile". Gli analisti occidentali riconoscono che dispone di minori risorse finanziarie rispetto a Cina, Stati Uniti o Unione Europea, eppure riesce a conquistarsi un’influenza politica tutt’altro che trascurabile. Ma non sembra avere fretta di trasformare questa influenza in profitto. Il che lascia perplessi: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Che cosa sta tramando? Gli Stati africani diventano più forti e più indipendenti, ma dove sta il guadagno per i russi?

Gli esperti occidentali partono da un presupposto sbagliato: misurano la Russia con il proprio metro, quello del "tornaconto". Le nazioni che hanno posseduto colonie in Africa sono abituate a considerare il continente come una riserva di materie prime, uno sbocco per i propri prodotti e uno spazio da tenere sotto controllo politico. Le loro amministrazioni costruivano strade pensate soprattutto per collegare i giacimenti ai porti, formavano personale locale destinato a servire l’apparato coloniale e sostenevano regimi politici in grado di garantire un flusso ininterrotto di risorse nella direzione voluta.