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contropiano2

Il triciclo di Zingaretti

di Giorgio Cremaschi (Potere Al Popolo)

Guardate i tre simboli qui sotto. Il primo è quello della lista che si autodefinisce di sinistra e ambientalista e che sostiene Chiamparino alle elezioni regionali del Piemonte, la più importante consultazione che in Italia il 26 maggio accompagna il voto per le europee. Il secondo è quello di Sinistra Italiana e Rifondazione che si presentano fieramente in alternativa al PD alle elezioni europee. Il terzo è quello della lista dei Verdi e di Possibile, anch’essi in lista per le europee a sinistra del PD.

Cosa hanno in comune le seconda e la terza lista? La prima.

Sinistra Italiana alle Europee, dove ci si conta e basta e non sono in gioco scelte di governo, fa l’estrema sinistra con la sempre disponibile Rifondazione. Dove però è in gioco un potere immediato come in Piemonte, allora il partito di Fratoianni grida viva il PD. E quale PD. Chiamparino è alfiere del TAV e alleato di Salvini in questa impresa, come nel passato è stato il politico più fedele ed utile a Sergio Marchionne. Chiamparino è stato renziano prima di Renzi e persino Macron potrebbe sembrare di sinistra al suo confronto.

Con la lista Liberi Eguali e Verdi, con così poca fantasia si chiama la chiama la sinistra pro Chiamparino in Piemonte, sta dunque Sinistra Italiana assieme ai Verdi e a Possibile, che a loro volta hanno una propria lista alle europee.

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comidad

Un occidente meno laico di Hammurabi mette al rogo Assange

di comidad

Gli avvenimenti riconfermano puntualmente che il progresso civile è un’illusione. Le brutali modalità dell’arresto nell’ambasciata ecuadoriana di Julian Assange da parte delle autorità britanniche, mostrano un intento vendicativo decisamente sproporzionato rispetto all’effettiva entità dell’offesa ricevuta. Non si tratta solo dello scandalo di vedere il “Paese della Libertà” perseguitare un uomo che ha dedicato la vita alla libertà di informazione, ma soprattutto dell’esibizione oscena e molto poco “british” di una spietata determinazione vendicativa.

Migliaia di anni fa il Codice di Hammurabi introduceva quel principio che per l’epoca poteva essere considerato persino “progressista” e “laico”: “occhio per occhio”, cioè la vendetta doveva essere proporzionata all’offesa e non superarla. A distanza di tanti secoli, la vendetta si ripresenta invece nella sua accezione più sfrenata ed esagerata, facendo riemergere il nocciolo arcaico e superstizioso delle gerarchie sociali, percepite come sacre, tanto che chi le viola, deve essere perseguitato e martirizzato a prescindere da ogni considerazione di misura e di opportunità. Un Occidente meno “laico” di Hammurabi.

Assange è certamente un Robin Hood dell’informazione libera, ha utilizzato metodi di hackeraggio per ottenere informazioni riservate e diffonderle universalmente. Una competenza che avrebbe potuto essere usata a scopi personali, è stata invece messa al servizio di una battaglia civile.

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ilsimplicissimus

Oui, je suis Quasimodo

di ilsimplicissimus

Mi piacerebbe sapere quanti euro sono arrivati dalla Francia per i terremoti che in un decennio hanno sfigurato l’Italia centrale, che hanno aggredito decine di migliaia di persone e distrutto monumenti decisamente più interessanti di Notre Dame; l’unica cosa che è arrivata sono stagli sberleffi assurdi e offensivi di Charlie Hebdo . A quella cattedrale parigina ci sono abbastanza affezionato perché un secolo fa ci sono passato davanti moltissime volte per andare da Rue Tronchet, vicino a Place de la Madeleine, fino al Quai des Orfevre o al Palais de Justice spesso passando sul retro e sulla fiancata della cattedrale quando ancora si poteva fare, ma ogni volta mi veniva da pensare a quanto era pasticciata quella cattedrale e come fosse decisamente meno elegante di tante altre chiese francesi, mille miglia distante dalla Saint Chapelle che si trova a due passi, per non parlare di quelle italiane che sono su un altro pianeta o anche di quel gotico estremo che si trova a Colonia e a Ratisbona. Mi permetto di rammemorare, cosa che non faccio quasi mai, perché sento parlare di collette per aiutare i poveri francesi, orbati del loro simbolo, insomma quelli che ogni giorno ci fottono in Libia o fungono da aiuto boia di Berlino contro i nostri conti.

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jacobin

Beati i popoli che non hanno bisogno di mecenati

di Marta Fana*

Il coro di applausi per la "generosità" dei miliardari che finanziano la ricostruzione di Notre-Dame segnala la subalternità della politica, che considera un tabù imporre fiscalmente una responsabilità sociale sui diritti e i beni comuni

L’incendio non era ancora stato domato del tutto quando il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron annunciava una colletta per la ricostruzione della cattedrale di Notre-Dame. A distanza di poche ore, i giornali potevano titolare sulle ingenti donazioni che i milionari francesi hanno subito messo a disposizione. Il giorno dopo Le Monde annunciava che le donazioni provenienti da imprese e “fortune” francesi avevano già raggiunto gli 800 milioni di euro, poche ore dopo la cifra è di un miliardo di euro. Un coro di applausi nei confronti della magnanimità e filantropia di questi miliardari a cui è tanto cara la cultura e la storia.

C’è chi titola Notre-Dame, così il capitalismo salverà la Cattedrale”affermando che «Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che quando le imprese vengono lasciate libere di creare, possono essere anche meglio dello stato». La banalità dell’ideologia neoliberale è racchiusa in questa frase. Lasciare le imprese e i milionari la libertà di decidere dove, come, quanto, quando e come partecipare al benessere collettivo è solo una atto di subalternità della politica al capitale. La storia e la cultura sono beni pubblici, collettivi, la cui cura e promozione non possono essere delegate all’arbitrio privato (si sarebbe donato allo stesso modo se a prendere fuoco non fosse stata una chiesa cattolica, peraltro molto visitata?), ma devono rientrare negli interessi democratici dello Stato.

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carmilla

Gilets Jaunes: la vittoria dei vinti

di Giacomo Marchetti

La fine del mondo si annuncia con segni contraddittori

Il movimento iniziato il 17 novembre dell’anno scorso non dà nessun segnale di cedimento.

22 Atti consecutivi di protesta, 2 scioperi generali (il 5 febbraio e il 19 marzo), due “assemblee delle assemblee” che lo stanno strutturando, la prima a Commercy a fine gennaio, la seconda i primi d’aprile a Saint Nazaire…

L’ultimo Atto aveva come appuntamento “nazionale” Tolosa, uno degli epicentri della “marea gialla”, mentre in tutto l’Esagono più di una cinquantina di realtà politico-sociali – tra cui la maggior centrale sindacale francese la CGT tra l’altro co-promotrice dei due scioperi generali – hanno manifestato per “il diritto a manifestare”, pesantemente minato dall’approvazione definitiva della cosiddetta “lois anti-casseurs” l’11 aprile.

Il Consiglio Costituzionale ha solamente rigettato la possibilità arbitraria – prevista dalla legge – da parte del prefetto di vietare l’accesso ad una manifestazione a tutti i cittadini considerati come potenzialmente “violenti”, non obiettando nulla sugli articoli che autorizzano perquisizioni a tappetto in prossimità dei luoghi dove si svolgono le manifestazioni ed introducendo il reato penale di travisamento che comporta fino ad un anno di prigione e 15 mila euro di multa!

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contropiano2

Verso l’uomo solo al comando

di Dante Barontini

Non ci interessiamo molto del quotidiano cicaleccio della “politica” italiana. Non ci sembra utile correr dietro a battute via twitter che durano meno del tempo necessario a scriverle, perché sappiamo bene quali siano i limiti entro cui viene esercitata la “sovranità” delle scelte politiche – sia in campo economico che militar-diplomatico.

Ma ogni tanto qualche scontro vero, dentro il governo, c’è. Anche se si fa una certa fatica a distinguerlo dalle normali sciocchezze da campagna elettorale permanente.

Un esempio di questo scontro viene dall’incidente diplomatico senza precedenti tra il ministro dell’Interno e nientemeno che i vertici dello Stato maggiore della Difesa – i militari, insomma – dove al centro del contendere c’è in effetti una direttiva ministeriale, non un tweet.

Si tratta della “terza direttiva sul contrasto all’immigrazione clandestina” firmata da Salvini, scritta di corsa con l’intento esplicito di fermare una nuova missione della nave Mare Jonio, gestista dalla ong Mediterranea. Che è a sua volta una trovata a cavallo tra l’umanitario e l’elettorale, con protagonisti politici – Casarini, Fratoianni, ecc.- che non brillano affatto su altri fronti dello scontro politico e sociale.

Fosse soltanto uno scambio di dispetti tra ministri e ministeri, non varrebbe la pena di occuparsene. Di “scontri tra totani” ce ne sono anche troppi ogni giorno.

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blogmicromega

Lavorare meno, lavorare tutti

di Giorgio Cremaschi

Ha ragione il presidente dell’INPS Tridico, dagli anni settanta in Italia non ci sono significative riduzioni dell’orario di lavoro. Anzi, aggiungiamo noi, negli ultimi anni chi lavora, lavora sempre di più.

Ridurre l’orario a parità di salario è necessario oggi e non solo per ridurre la disoccupazione, ma per redistribuire davvero la produttività e per migliorare complessivamente le condizioni di vita. Un lavoratore italiano oggi lavora mediamente 350 oreLavorare meno, lavorare tutti

all’anno in più di un collega tedesco, questo significa che la riduzione d’orario è possibile solo con un radicale cambiamento di politica economica e sociale.

Di fronte alla potente innovazione tecnologica della cosiddetta industria 4.0 non dobbiamo ripetere gli errori compiuti con l’invenzione della categoria del post fordismo. Questa categoria ha confuso il progresso tecnico e un grande cambiamento nella organizzazione del lavoro manifatturiero e nella sua distribuzione mondiale, a favore dei paesi di nuova industrializzazione, con un mutamento di sistema: non è così.

Non ci sono mai stati tanti operai nel mondo come da quando si é cominciato a parlare di fine della classe operaia. Non c’è mai stato tanto lavoro salariato come da quando si è proclamato il suo superamento.

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Assange, quello “spione al servizio di Putin”, secondo il Pd!

di Fabrizio Poggi

Nessuna sorpresa; tutto pienamente prevedibile, ma non per questo meno nauseante. Quel fogliaccio liberal-democristiano che è “Democratica” non poteva mancare all’appuntamento con altre stomachevoli dichiarazioni di intenti.

La consegna, dietro pagamento in contanti, di Julian Assange agli aguzzini britannici e, tramite loro (se non interverrà la mano del MI5 a tacitarne la voce, con qualche “miracolosa” pozione la cui formula può esser mediaticamente attribuita al malefico GRU putiniano) alla “giustizia” yankee, ha incontrato la scontata e vomitevole cantica delle sagrestie del PD.

Andrea Romano: “una spia russa”. Stefano Esposito: “spione al servizio di Putin”. Lia Quartapelle: “tra le reazioni internazionali, destano preoccupazione le molteplici prese di posizione di esponenti del governo russo, Paese che non brilla certo per il rispetto dei diritti dei dissenzienti e per la libertà di stampa”. E pensare che quegli scabrosi estremisti “rosso”-verdi del GUE/NGL lo hanno onorato, lui, quello “spione” di Assange, del premio destinato a giornalisti, whistleblowers e difensori del diritto all’informazione per il 2019, intitolato alla giornalista maltese assassinata Daphne Galizia.

Questo è Julian Assange, come lo rappresentano i democratici atlantisti di via Sant’Andrea della Fratte, 16, a Roma: un inviato del demonio. Peccato che i suoi “mandanti”, l’ambasciata russa a Londra, nel 2012 gli avesse rifiutato rifugio.

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federicodezzani

Caporetto Libia: analisi e rimedi di una sconfitta

di Federico Dezzani

Il 4 aprile, consolidato il dominio su Cirenaica e Fezzan, il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’operazione per la conquista di Tripoli: nonostante si attendesse un ingresso più facile nella capitale, difficilmente il generale desisterà sino alla vittoria totale e difficilmente i suoi sponsor gli negheranno i mezzi necessari all’impresa. Per l’Italia, arroccata sulla difesa del governo di Tripoli, si profila una storica sconfitta: come si è arrivati alla Caporetto libica? Dall’omicidio Regeni all’illusoria speranza del sostegno americano, breve ricostruzione di una disfatta e qualche (superfluo) consiglio per ripartire, spostando il nostro il nostro asse mediorientale.

 

Addio “posto al sole”?

La Libia ci è cara, non soltanto perché è stata meta di uno dei nostri primi viaggi mediorientali (in epoca gheddafiana), ma anche perché col tema libico “debuttammo” in rete come analisti: correva infatti il novembre 2014 (cinque anni fa!), quando scrivemmo “Libia: sfida Russia-USA?”. È un articolo che merita di essere letto, perché nonostante qualche cambiamento intercorso nel frattempo, resta tuttora valido.

Sul tema, da allora abbiamo scritto più e più volte, anticipando talora gli eventi con capacità quasi medianiche: come non rimanere stupiti, a distanza di due anni, leggendo il titolo “Accordi ONU agli sgoccioli: Parigi e Mosca lanciano l’Opa sulla Libia”?

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tempofertile

Circa Carlo de Benedetti, “La nuova America dei millennial vuole più Stato (e più inflazione)”

di Alessandro Visalli

Un articolo di Carlo De Benedetti davvero significativo, non certo per quel che dice ma per la sua autorevolezza ed il suo ruolo, non ultimo nell’editoria. Oggi che persino Rampini queste cose le scrive e dice in televisione, guadagnandosi in risposta facce da scandalo in chiesa, anche il Sole 24 Ore può permettersele qualche volta.

Per l’ingegnere, ormai ottantenne e presidente del Gruppo Editoriale l’Espresso, proprietario de La Repubblica(dunque datore di lavoro di Rampini), L’Espresso e via dicendo, gli Stati Uniti sono oggi sull’orlo di un cambiamento di ciclo storico. Elaborando uno schematismo piuttosto rozzo, ma efficace, attribuisce questo cambiamento all’insorgenza di una nuova generazione che porta al centro della vita pubblica la propria ‘agenda’.

In base alla sua ricostruzione, come i ‘baby boomers’ (la generazione del ’68 e seguenti) hanno portato al potere il neoliberismo, ovvero un assetto economico rivolto contro l’inflazione, al prezzo di far crescere le ineguaglianze, nella difesa della loro forza vitale individuale, così i “millennials”, disgustati dalle crescenti ineguaglianze e traditi dalla disgregazione della middle class[1], vogliono nuovamente “istituzioni forti, governi forti, un senso di una direzione sociale condivisa, impegno civile e – da un punto di vista dell’economia – un rinnovato desiderio di inflazione”.

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la citta futura

Una manovra attendista

di Ascanio Bernardeschi

Il governo vara il Def che, in una situazione economica disastrosa, annuncia nuove ingiustizie e adesione moderata ai dettami europei. Ma le scelte vere sono rinviate al dopo elezioni

“Confermati i programmi di governo: nessuna nuova tassa e nessuna manovra correttiva. Il documento resta in linea con i programmi di governo della legge di bilancio e il rispetto degli obiettivi fissati dalla commissione Ue”. Questa la dichiarazione del governo dopo il varo del Documento di economia e finanza (Def) che dovrebbe illustrare la manovra finanziaria del governo per il prossimo triennio. Una dichiarazione piuttosto reticente visto che l’economia italiana sta cadendo a picco, che questa caduta determinerà minori entrate e che, ciononostante, il governo intende confermare la politica fiscale varata con l’ultima legge di bilancio, contenente tra l’altro la flat tax e il reddito di cittadinanza. Tenuto di conto che dovrebbero essere reperiti anche i soldi per disinnescare le clausole sull’aumento dell’Iva, dove trova il governo le risorse per realizzare questo miracolo nel rispetto dei pesanti vincoli europei? Evidentemente dai tagli alla spesa sociale. Quindi ancora una volta a pagare saranno i più bistrattati. Anche se il Ministero del Tesoro dichiara di “condividere l’enfasi della Commissione europea sulla riduzione del debito” ma “considerazioni di carattere sociale” consigliano di perseguire “un miglioramento del saldo strutturale più graduale” rispetto alle raccomandazioni Ue. Quindi un’adesione con qualche cautela al liberismo delle istituzioni europee.

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aldogiannuli

La sovranità al tempo della globalizzazione

di Aldo Giannuli

Nell’ondata di “politicamente corretto” che ci affligge, alcune parole come “sovranità”, “potere”, “forza”, suonano male e sono impronunciabili senza suscitare reazioni sdegnate nell’uditorio nutrito di pacifismo, non violenza, iper femminismo, ultra ecologismo, pensiero debole o, qualche volta, ultra debole.

Ricordo che durante la prima guerra del Golfo una mia collega di Facoltà se ne uscì con questa frase memorabile: “Dobbiamo pensare ad un uso del diritto non basato sulla forza”, risposi: “Bello! Cosa è il galateo?”. Il Diritto, per definizione è il sistema di norme dotate di potere cogente, piaccia o no. Il resto sono fesserie.

Questa melassa dolciastra ha prodotto il deperimento della cultura politica diffusa, a tutto vantaggio dello strapotere finanziario che, con la politica debole ci va a nozze.

Allora, riprendiamo contatto con la realtà, piedi per terra e recuperiamo le categorie del pensiero politico: “potere” non è una parolaccia, ma è un elemento necessario ed ineliminabile della vista sociale umana. Occorre che qualcuno assuma di volta in volta le decisioni politiche, economiche, giuridiche, sociali, culturali che occorrono alla società.

Produrre, distribuire, difendersi (o, se volete, attaccare), darsi un ordinamento giuridico eccetera, non sono cose che avvengono da sole come la pioggia.

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coniarerivolta

Organizziamo la solidarietà internazionalista: nasce il Forum Venezuela

di coniarerivolta

Riportiamo il nostro intervento di sabato 13 aprile in occasione della prima iniziativa pubblica del Forum Venezuela. A questo link un nostro contributo più approfondito sulla situazione economica del Venezuela, pubblicato nel nostro blog nei giorni più caldi del tentato golpe

Il Venezuela è da mesi sotto attacco da parte di varie fazioni della borghesia interna che, con l’evidente appoggio dei Paesi imperialisti (in primo luogo degli USA, in buona compagnia di una gran parte dei Paesi europei), e approfittando di una complessa situazione interna di crisi economica, cerca di dare una spallata al legittimo governo Maduro – democraticamente eletto e più volte confermato dalla maggioranza dei venezuelani. Non è la prima volta che la rivoluzione bolivariana subisce un attacco frontale da parte dei suoi nemici interni ed esterni, alleati in un blocco comune (si ricordi il celebre tentativo di golpe contro il governo Chavez, fallito del 2002). Questa volta però, sebbene il tentativo dell’ascaro Guaidó sembrerebbe ormai non riuscito, la situazione appare più grave e delicata, in particolare per lecritiche condizioni economiche del Paese che minano la stabilità sociale, rischiando di allontanare una parte dei settori popolari dall’appoggio, sinora forte e coriaceo, al processo rivoluzionario.

Oggi non può che essere il tempo dell’espressione schietta e immediata di un’incondizionata solidarietà verso un Paese che da ormai 20 anni sta portando avanti, malgrado tutti i suoi nemici interni e internazionali, un difficile percorso di transizione verso un modo di produzione assai diverso da quel capitalismo parassitario a base neo-coloniale che lo aveva caratterizzato fino alla vittoria dei partiti bolivariani del 1998.

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patriaecostituz

Città e finanza: cosa insegna la vicenda dello stadio della Roma

di Alessandro Visalli

Partiamo da un dettaglio: la relazione del Dipartimento Trasporti del Politecnico di Torino, a firma del prof. Bruno dalla Chiara, poi integrata con prescrizioni in particolare sui collegamenti ferroviari, sembrerebbe fornire un quadro potenzialmente “catastrofico” (si veda p.35) dell’impatto viabilistico che gli eventi sportivi nello stadio avrebbero su un vasto intorno. Le problematiche, si legge, compaiono appena si consideri l’impatto di “macro area”, ovvero quello che si determina per arrivare o per andare via con mezzi propri dal quartiere di Tor di Valle. La rete primaria esistente, già sovraccaricata, non sarebbe in grado di sopportare senza gravi disfunzioni un nuovo attrattore di traffico di questa importanza e con tali caratteristiche specifiche. I disagi collettivi, ovvero la disfunzionalità urbana indotta, sarebbero quindi “abbondanti, capillari e distribuiti”, come si legge in particolare a pag.28, determinando una situazione “assolutamente non sostenibile da parte della viabilità”. Più in dettaglio, come si legge a pag.34, in assenza di altre azioni, si determinerebbe un “blocco pressoché totale della rete principale di connessione con la location Stadio”, ed anche se il 50% del traffico fosse gestito dal mezzo pubblico. Come affermano tali impatti di tipo “capillare” non possono essere risolti da interventi puntuali come il “Ponte dei Congressi” e dalla viabilità della sola via del mare/ostiense.

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masalafacebook

La Regola di Gita porta il Colbertismo Competitivo in Europa

di Giuseppe Masala

In questi giorni l'agenda istituzionale sulla politica economica è monopolizzata da un solo tema: il possibile aumento dell'IVA da parte del governo. Secondo la narrazione dominante la misura è dovuta alla necessità di mantenere i parametri di bilancio italiani nella traiettoria prevista dalle regole europee. Ma la partita potrebbe essere molto più importante rispetto a quanto ci vene raccontato.

In realtà secondo le alchimie degli economisti del FMI (e segnatamente della sua capo economista Gita Gobinath) l'IVA può essere la chiave di volta con la quale si reintroducono - per via fiscale - le svalutazioni monetarie competitive. Tema come si può capire di cruciale importanza all'interno della zona euro dove, per ovvie ragioni (l'introduzione della moneta unica), questo strumento è stato sterilizzato. Inutile sottolineare peraltro che nell'area, stante la mancanza di trasferimenti tra stati, sono di cruciale importanza gli squilibri di bilancia commerciale all'interno dell'area monetaria.

Venendo al dunque il meccanismo sarebbe il seguente: aumentando l'IVA ma contemporaneamente abbassando o il cuneo fiscale sul lavoro o abbassando altre tasse alle imprese si riesce ad evitare un aumento di prezzo dei beni.

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manifesto

La strategia del caos guidato

di Manlio Dinucci

Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».

Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l’Europa Occidentale, l’Asia Orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia Sud-Occidentale (il Medio Oriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale» [1]. Da allora gli Stati uniti l’Alleanza atlantica sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.

Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa.

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vocidallestero

Salvini prepara l’Italia allo scontro con l’UE

di Tom Luongo

Tom Luongo spiega su Strategic Culture la strategia che intravede nelle mosse del governo italiano. Salvini punta a ottenere un successo alle elezioni europee unendo tutti gli euroscettici sotto la stessa bandiera, per poi sfidare Bruxelles: o cambia o l’Italia se ne va, forte delle sue riserve d’oro, nel frattempo messe al sicuro

Al momento, l’italiano Matteo Salvini naviga a gonfie vele. Dopo avere mandato all’aria un paio di pretestuose azioni legali volte a pregiudicare il suo assalto al Parlamento Europeo del prossimo maggio, Salvini lavora per galvanizzare l’euroscetticismo in tutto il continente, per farne una forza politica rilevante.

Non si tratta di un lavoro facile.

Ma ha perlomeno due importanti alleati. Marine Le Pen del National Rally francese e Viktor Orban, leader ungherese. Salvini e Le Pen si sono incontrati la scorsa settimana per annunciare che faranno campagna elettorale congiunta per le elezioni europee, e per annunciare un grande incontro imminente a Milano.

Tuttavia, questo è solo l’inizio.

Ormai da un anno sostengo che Salvini dovrà essere la persona che pone le basi per una rivolta totale contro l’Unione europea e la partecipazione dell’Italia all’Eurozona.

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tlaxcala

Il martirio di Julian Assange

di Chris Hedges

L’arresto, giovedì scorso, di Julian Assange mette a nudo tutta la finzione del principio di legalità e dei diritti di una stampa libera. Le illegalità commesse dai governi ecuadoriano, britannico e statunitense nel sequestro di Assange sono inquietanti. Sono il presagio di un mondo in cui i meccanismi interni, gli abusi, la corruzione, le menzogne e i crimini, specialmente quelli di guerra, commessi dagli stati corporativi e dall’élite dominante mondiale saranno nascosti al pubblico

Sono il presagio di un mondo in cui quelli che avranno il coraggio e l’integrità per denunciare l’uso improprio del potere verranno braccati, torturati, sottoposti a processi fittizi e condannati a pene detentive in isolamento. Sono il presagio di una distopia orwelliana, in cui le notizie sono sostituite da propaganda, futilità e intrattenimento. L’arresto di Assange, temo, segna l’inizio ufficiale del totalitarismo corporativo che condizionerà tutte le nostre vite.

In base a che legge il presidente ecuadoriano Lenin Moreno ha arbitrariamente posto fine al diritto di asilo di Julian Assange come rifugiato politico? In base a quale legge Moreno ha autorizzato la polizia britannica ad entrare nell’ambasciata ecuadoriana, un legittimo territorio sovrano secondo gli accordi diplomatici, per arrestare un cittadino naturalizzato dell’Ecuador? In base a quale legge il Primo Ministro Theresa May ha ordinato alla polizia britannica di arrestare Assange, che non ha mai commesso alcun crimine? In base a quale legge il presidente Donald Trump ha chiesto l’estradizione di Assange, che non è un cittadino degli Stati Uniti e la cui organizzazione giornalistica non ha sede negli Stati Uniti?

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Uscire dal sottosviluppo: nuove strategie per l’economia del Mezzogiorno

di Salvatore Perri

L’odierno Mezzogiorno. La condizione economica del Mezzogiorno risulta essere preoccupante sotto diversi profili, sia nel rapporto con le altre aree del paese che nel confronto con analoghe realtà europee. Sostanzialmente le regioni del Sud Italia risultano avere un tessuto produttivo debole e frammentato, una forte dipendenza dai trasferimenti pubblici, un tasso di disoccupazione (specie giovanile) più elevato della media nazionale ed europea, una forte emigrazione intellettuale, un ampio settore sommerso, una burocrazia farraginosa ed inefficace ed una presenza pervasiva della criminalità organizzata[1].

La caratteristica di questa situazione non è tanto relativa all’ampiezza dei divari (elevata) quanto alla relativa stabilità nel tempo dei divari stessi, il che suggerisce che un siffatto sistema economico abbia trovato una sua forma di equilibrio, un equilibrio di sottodimensionamento. La debolezza del tessuto produttivo, fatto di piccole e piccolissime imprese che non si mettono in rete non raggiungendo quindi una sufficiente massa critica per diventare distretti industriali, influenza la domanda aggregata condizionandone l’ampiezza a causa del basso valore aggiunto prodotto. La ristrettezza dei margini di profitto, a sua volta, genera un costante ricorso a varie forme di sommerso produttivo, che “integrano” la produzione e consentono agli individui a basso reddito di rifornirsi di merci a basso costo.

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linkiesta

La Libia è persa: il mondo sta con Haftar e l’Italia è rimasta sola e dalla parte sbagliata

di Fulvio Scaglione

Il premier Giuseppe Conte incontra il ministro degli Esteri del Qatar per discutere dell'offensiva del generale Haftar in Libia. Ma non servirà a nulla perché l'Italia non sa qual è il suo posto nel mondo. Oscilla sempre tra velleità e timidezza, ambizione e provincialismo

Oggi il premier Giuseppe Conte, incontra il vicepremier e ministro degli Esteri del Qatar, Bin Abdulrahman al-Thani, per discutere della situazione in Libia e dell’offensiva che il generale Haftar sta conducendo contro il Governo che ha sede a Tripoli ed è guidato da Fayez Al-Sarraj. Quella del nostro governo è una mossa non solo legittima, ma doverosa: il Qatar è uno dei molti Paesi che, come l’Italia, hanno sottoscritto il Piano d’azione per la Libia presentato dall’Onu, sia nella versione originale del settembre 2017 sia in quella arricchita ed emendata in occasione della Conferenza di Palermo del dicembre 2018. Piano a suo tempo approvato anche dagli Usa, dall’Unione Europea e da gran parte dei governi che formano la cosiddetta comunità internazionale. E che poggia su una precisa indicazione: nel gran marasma libico, quella di Al-Sarraj è l’unico governo legittimo. Provvisorio, perché di riconciliazione nazionale, ma legittimo. Tutto bene, quindi? No, tutto male. Gli eventi sul terreno raccontano ben altra storia.

Il generale Haftar continua imperterrito l’offensiva. La sua presa sulla Libia, che già comprende la Cirenaica e il Fezzan, si allarga di giorno in giorno.

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ilsimplicissimus

Libertà in estradizione

di ilsimplicissimus

L’ipocrisia è senza fine, così come la menzogna e la capacità di auto assoluzione di un sistema marcio e dei suoi narratori ufficiali. Julian Assange uno dei veri eroi del nostro tempo e non uno dei tanti pupazzi con cui ci tengono artificialmente allo stato infantile, è stato alla fine arrestato con il cavillo di furto di informazioni in un computer che oltre ad essere legalmente efficace permette di eludere il problema della libertà di stampa. La polizia britannica ha invaso il territorio diplomatico dell’Ecuador , pienamente consenziente dopo aver gettato a mare lo status di asilo e ha sbattuto in carcere il fondatore di Wikileaks: due stati vassalli hanno collaborato per obbedire agli ordini di Washington. E’ l’atto con cui culminano sette anni di bugie e di nascondimenti, ma anche quello con cui va in pezzi la pretesa di libertà di informazione che l’occidente custodisce esattamente come una reliquia: qualcosa che ha un valore solo come immaginario.

E del resto il comportamento della stampa fra noi evoluti consumatori di caramelle per poi essere violentati di verità, è stato a suo modo esemplare facendo da megafono alle ridicole accuse sulla presunta violenza in Svezia di due indefinibili ragazzotte a ore, ignorando o minimizzando il fatto che Assange era già stato precedentemente scagionato dall’accusa dagli stessi investigatori che seguivano il caso o che lo stesso si era detto pronto ad essere interrogato dai procuratori svedesi a Londra, come era successo in dozzine di altri casi riguardanti procedimenti di estradizione in Svezia.

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palermograd

Dio non risponde, e nemmeno la Storia ci sente troppo bene

di Viola Di Grado

Città segrete, periferie ai margini del mondo assenti dalle carte geografiche, la cui esistenza deve essere negata. Sono i luoghi dove la Storia ha fallito più che altrove e le catastrofi ecologiche provocate dal sistema impietoso dei profitti che regola i destini dei popoli, producono il loro frutto malato da tenere nascosto. Per vergogna, per ragioni di convenienza politica, per mettere a tacere le coscienze. La storia di questo romanzo racconta un fatto vero di cronaca e si svolge nella Russia siberiana a Musljumovo, un minuscolo ‘villaggio al confine di tutto’ nel cui fiume, il Techla, furono sversate tonnellate di scorie radioattive. Paradigma di ogni luogo in cui scelte non ce ne sono e si crepa così o niente, nel villaggio di Musljumovo lo sguardo di ciascun abitante si adatta all’orrore in modo da non vederlo, una disperata strategia di sopravvivenza dove la fame di vita delle persone resiste a costo di rendersi ‘complici del contagio’. E che cosa può fare Tamara, giovane insegnante di scienze, sguardo razionale e coscienza vigile che invece vede lucidamente tutto quello che per gli altri ‘diventa normalità’? Cosa può fare se non sostituire l’immaginazione alla paura e alla verità, diluire il suo disgraziato bisogno d’amore sballandosi in una discoteca dove ‘ballare è un modo di stare un po’ vivi in mezzo al male’? Anestetizzando ogni desiderio d’amore e di progetto nell’eucaristia del suo corpo offerto a chiunque in occasioni di sesso compulsivo?

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comidad

La meridionalizzazione avanzante

La lobby della deflazione e le sue colonie deflazionistiche

di comidad

Nelle trattative per la cosiddetta “Brexit” l’Unione Europea ha tenuto la faccia feroce per imporre al Regno Unito le più onerose condizioni di uscita. Il risultato è che oggi il gioco delle parti tra il governo ed il parlamento britannico tiene l’UE sotto scacco. Ciò a dimostrazione che il vero “instrumentum regni” dell’UE è la moneta unica e che i Paesi non aderenti all’area-euro possono, in definitiva, fare ciò che gli pare. Ciò vale per l’ancora potente Regno Unito ma anche per le deboli Polonia e Ungheria.

Uno degli effetti della Brexit è l’aver cancellato una delle maggiori prospettive di sbocco migratorio per le giovani generazioni italiane. Ragazzi allevati all’insegna di “Erasmus” e della “cittadinanza europea” avevano visto nell’Inghilterra una meta ideale a cui aspirare, tanto più in un periodo in cui la persistente deflazione è diventata un incentivo a fuggire dall’Italia. Rimane la Germania come meta migratoria, ma non esercita lo stesso fascino dell’Inghilterra e la lingua non è un ostacolo da poco.

A ben vedere, quindi anche i programmi scolastici avevano già incorporato il destino pauperistico e recessivo dell’Italia, molto prima che la deflazione si manifestasse nei termini più virulenti.

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blogmicromega

Rampini, Assange e la notte della sinistra

di Carlo Formenti

Da troppo tempo il capitale mondiale si è affidato ai servigi d’una sinistra che, ripudiato il classico ruolo di tutela degli interessi delle classi subalterne, si è schierata dalla parte dei potenti. Ora è il momento di sbarazzarsi di questi servi sciocchi che, per voler strafare, si sono sputtanati al punto da non poter più garantire legittimità al regime neoliberista. Allertate dal dilagare del populismo (“uno spettro che si aggira per l’Europa” lo ha definito il New York Times, parafrasando un detto di Marx) le élite dominanti sguinzagliano i migliori cervelli per escogitare alternative. Costoro suggeriscono due possibili soluzioni: da un lato, la cooptazione dei populismi di destra per investirli del ruolo di garanti della continuità del sistema, dall’altro, la ricostruzione di una sinistra social-liberale capace di riottenere il consenso popolare.

L’ultimo libro di Federico Rampini, noto corrispondente di “Repubblica” da New York (“La notte della sinistra”, Mondadori), inscrive l’autore fra i promotori della seconda soluzione. Il libro contiene una serie di feroci critiche nei confronti delle sinistre “fighette”, tali da far impallidire quelle che il sottoscritto ha rivolto contro lo stesso bersaglio (Vedi “Il socialismo è morto. Viva il socialismo”, Meltemi).

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linterferenza

Licenza di informazione

di Norberto Fragiacomo

E’ assurta in questi giorni agli onori della cronaca la preoccupante vicenda delle esplicite minacce rivolte, a mezzo lettera, al giornalista della RAI FVG Giovanni Taormina, “reo” di aver svolto inchieste sui loschi affari di ‘ndrangheta e mafia in regione. La notizia è stata data con grande risalto, scandalo e attestazioni di solidarietà non si sono fatti attendere: in prima fila le associazioni sindacali di categoria, ma pure il Presidente Fedriga e il suo vice Riccardi hanno condannato l’odioso episodio, manifestando la propria vicinanza al cronista.

Reazioni sacrosante e doverose: la libertà di informazione va sempre difesa, specie quando a metterla in pericolo sono organizzazioni criminali ramificate e senza remore a passare dai segnali ai fatti. Un caso, quello di Taormina, che si aggiunge a innumerevoli altri: nomi noti come Saviano e Federica Angeli sono solo la punta di un iceberg, nella cui parte sommersa ritroveremmo coraggiosi pubblicisti e, purtroppo, (per restare in Italia) qualche vittima non adeguatamente protetta in passato dal nostro Stato.

Solidarietà doverosa, dicevo: per molti, ma non per tutti. La foto dell’arresto di Julian Assange, trascinato fuori dall’ambasciata ecuadoregna a Londra da quattro energumeni in borghese sotto lo sguardo ghignante di un poliziotto, non mi risulta aver suscitato particolare indignazione né fra i “colleghi” né fra i politici occidentali – con lodevoli eccezioni, che rimangono però tali.

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sinistra

Poveri ma armati. Il Paese di sabbia si trova a metà classifica

di Mauro Armanino

Niamey, aprile 2019. Siamo ultimi ma non dappertutto. Nel recente rapporto stilato dal sito statunitense Global Fire Power, Potere Globale di Fuoco, il Niger è classificato al numero 25 su 34 Paesi africani esaminati. Il sito americano, che prende in considerazione 50 parametri, classifica la capacità militare dei paesi esaminati, tenendo conto dell’appartenenza al primo, secondo e terzo mondo. Tra le altre cose prende in considerazione la diversità di armi, sospetta presenza di ami nucleari (con un bonus), la capacità logistica, il numero di militari in funzione e le spese militari. In Africa ce la caviamo abbastanza bene e ci troviamo non lontano da metà classifica. Poveri ma armati, consacriamo un buon 25 per cento del nostro bilancio statale per la difesa. Per il Presidente la sicurezza non ha prezzo. L’unico dubbio che permane è quello di sapere per chi è la sicurezza di cui si parla e per la quale si investono miliardi di franchi. In effetti, niente che il mese scorso, secondo un rapporto di OCHA, agenzia ONU che coordina gli aiuti umanitari nel Paese, i morti di civili sono stati 88. A questi si aggiungono i caduti delle Forze Armate e le persone scomparse senza lasciare traccia. Legittima dunque la domanda sul per CHI viene assicurata la sicurezza. Non certo e non sempre per i comuni cittadini o i contadini che vivono alle frontiere. Come per il Paese anche la sicurezza è di sabbia.

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sinistra

Due interventi sul rogo di Notre Dame

 

gliindifferenti

Bruciano le cattedrali nell’Europa neoliberale

di Giuseppe Masala

Una situazione drammatica figlia delle folli regole europee di stabilità di bilancio che impongono la lesina e lo sparagno anche nella salvaguardia di opere di inestimabile valore artistico e storico

Credo che raramente nella vita le persone possano assistere ad eventi di così enorme portata simbolica come l’incendio della cattedrale di Notre-Dame di Parigi avvenuto ieri. Non mi soffermo sulle possibili cause, dolose o colpose che siano, ne tantomeno sulle ipotesi di attentato che circolano in rete.

Ciò che invece mi domando è come mai un monumento di così enorme rilevanza storica e artistica non fosse dotato di tutti gli strumenti tecnologici che oggi la scienza mette a disposizione per preservarlo da possibili incendi. A fare una facile ricerca internet la risposta la si trova abbastanza facilmente.

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cesppadova

L’INVALSIone della scuola

di Antonella Currò

Ci hanno detto che l’inclusione è un obiettivo prioritario, ci hanno spiegato che ogni alunno ha il suo stile di apprendimento per cui la parola d’ordine è personalizzare l’insegnamento, ci hanno formati in corsi fotocopia sulle varie categorie di disturbi e sulle modalità operative per affrontarli, abbiamo studiato la normativa sui BES e relativi strumenti compensativi e dispensativi, abbiamo compilato cataste di PDP e messo in atto tutte le strategie per colmare ogni tipo di svantaggio.

Ci hanno sfranto le gonadi con tutte le teorie pedagogiche più avanzate atte a non lasciare indietro nessuno e favorire ogni stile di apprendimento…evvai col cooperative learning, la flipped classroom, il peer to peer, le mind maps e tutti gli esotismi ad effetto…

Io ligia al dovere ho frequentato mille corsi strapallosissimi sui disturbi specifici rappresentati dai più fantasiosi acronimi etichettanti, elaboro mappe concettuali e schemi, preparo per ogni verifica cinque compiti diversi graduati sulle varie difficoltà, valuto il processo e non la performance, privilegio la sostanza alla forma, premio il progresso piuttosto che il risultato E POI…

La seconda settimana di Aprile tutte le attività didattiche si fermano in ossequio allo svolgimento delle famigerate prove Invalsi, stramaledettissimi test quizzaroli uguali per tutti gli alunni di tutte le classi di tutte le scuole dalle Alpi alla Trinacria, dalla scuola extralusso del Trentino alla baraccopoli dello Zen di Palermo, dal liceo fricchettone agli avamposti di frontiera.

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senso comune

Lettera ad un europeista di sinistra

di Michele Berti

Caro europeista di sinistra,

è con molta simpatia e grande rispetto che ti scrivo queste poche righe in vista delle imminenti elezioni europee. Ti scrivo per puntualizzare alcune questioni che tu spesso sollevi e, mio malgrado, per evidenziarne alcune contraddizioni.

Il mondo che si affaccia nel terzo millennio, oltre ad essere molto complesso, sempre più interconnesso, è tutt’altro che destinato alla “fine della Storia” e si trova popolato ovunque da nuovi spettri e da nuovi scenari politici sia a livello nazionale che internazionale. Il nostro sguardo, forse troppo occidentalizzato, si concentra sulla nostra Europa in cui ovunque, come spesso descrivi, stanno esplodendo fenomeni nuovi e contraddittori che molto spesso con pigrizia etichettiamo con termini adatti ad ogni circostanza. E’ così che parole come populismo, sovranismo, nazionalismo vengono utilizzate in modo tanto diffuso quanto superficiale. Se desideriamo però veramente stroncare gli inquietanti fantasmi del passato che si intravvedono sullo sfondo, è necessario fare i conti con la realtà mantenendosi lontani da concezioni ideologiche che impediscono di cogliere le contraddizioni più evidenti.

Ha infatti contenuto ideologico l’affermazione di aver avuto settanta anni di pace grazie all’Unione Europea. Primo perché Belgrado nel 1999 era in Europa e secondo perché sono state l’egemonia americana e la Guerra Fredda ad impedire nuovi conflitti, che per altro si sono spostati solamente di qualche migliaio di chilometri, se pensiamo alla Siria e alla Libia.

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sollevazione2

Il governo Tria-partito

di Leonardo Mazzei

L'avevamo scritto subito: quello presieduto da Conte non è semplicemente il governo giallo-verde. In realtà esso ha tre componenti, visto che, oltre ad M5S e Lega, è presente anche la Quinta colonna voluta da Mattarella per chiudere la crisi di maggio. Ed il primo rappresentante di questo "terzo partito" al governo è Giovanni Tria.

Il DEF (Documento di Economia e Finanza) 2019, licenziato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri, porta ovviamente (insieme a quella di Conte) la firma del ministro dell'economia. Questo impone la forma, che in questo caso si sposa però con la sostanza. Tria ha imposto un documento asettico, ragionieristico, verrebbe da dire "apolitico", non a caso piaciuto al capo di Confindustria Boccia, che ne ha apprezzato il "realismo".

 

Roba da non credere

Ma che dice il DEF? La risposta è semplice, dato che in buona sostanza non dice nulla. L'ideale per un Paese privato largamente della sua sovranità. Dunque, l'esangue "pensiero" del Tria sarà certo piaciuto a Berlino e a Bruxelles. Viceversa, dubitiamo assai che sia stato gradito dai due vicepremier, i quali però devono adesso decidere cosa voglion fare da grandi.