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senso comune

Una classe politica imbrogliona. L’esempio veneto

Enrico Padoan

I referendum consultivi che si terranno in Lombardia e Veneto il 22 ottobre e che chiederanno ai cittadini delle due regioni se “vorranno godere di ulteriori forme di autonomia”, hanno attratto una grande attenzione fra l’opinione pubblica. In questo articolo farò riferimento al caso veneto, analizzando il merito della questione e gli insegnamenti che possiamo trarre a livello politico da questi mesi di campagna referendaria.

Sarò di parte. Milito nel Comitato Veneti per l’Astensione che ha ricevuto il pieno appoggio di Senso Comune. Ritengo che si tratta di un referendum inutile per i veneti ed utile per i partiti. Un referendum non necessario per l’avvio della trattativa Stato-Regione per la cosiddetta “autonomia differenziata” ex art. 116.3 Cost. Un referendum che Zaia ha spacciato per “vincolante”: un “vincolo” auto-imposto che esplicitamente lega una trattativa istituzionale alla buona riuscita di un plebiscito personale. Una trattativa che arriva con 16 anni di ritardo, durante i quali Lega Nord e Forza Italia – le forze politiche che governano il Veneto da 22 anni – hanno governato per 8 anni a Roma, senza ottenere (né seriamente perseguire) alcun risultato concreto. Si sono invece intestardite in complessi iter di riforma costituzionale (bocciata nel 2006 dai cittadini italiani) ed in tentativi (goffi e naufragati) di dare seguito all’art. 119 Cost. (sul c.d. “federalismo fiscale”), anziché perseguire la strada più facile e comoda, ovvero il percorso per l’”autonomia differenziata” attraverso una trattativa fra istituzioni del medesimo colore politico.

orizzonte48

Sovranismo e patriottismo: il linguaggio della costituzione e l'auctoritas del bis-linguaggio

di Quarantotto

1. Puntuale, dalle recenti parole del Presidente del Consiglio, è arrivata al conferma di quanto avevamo evidenziato nello scorso giugno.

Ci pare infatti interessante riportare le parole di Gentiloni di solo una settimana fa (ne esiste una sintesi concorde nelle varie fonti mediatiche, che riportano comunque il video del discorso, a scanso di ogni malinteso):

Gentiloni: sovranismo non c'entra niente col patriottismo "Il revival di questo sovranismo, inteso come ostilità verso i vicini non ci coinvolgerà, non coinvolgerà l'Italia", aggiunge:

'Il consolidamento della nostra identità nazionale - dice il Presidente del Consiglio - è un percorso molto importante, ma non ha nulla a che fare con le spinte sovraniste. Questo patriottismo contemporaneo non ha nulla a che fare con ostilità nei confronti di altre culture e di altri popoli'.

 

2. Certo, a far sorgere l'equivoco sul concetto di sovranismo contribuisce in modo determinante la difficoltà, squisitamente "culturale", di non saper definire la sovranità, nazionale italiana, in relazione alla sua espressa enunciazione normativa fattane in Costituzione (e nei lavori dell'Assemblea Costituente).

comuneinfo

L’agricoltura è un enorme tritacarne

di Francesco Gesualdi*

Nella scala dei bisogni, mangiare e bere sono al secondo posto, subito dopo il respirare. Senza cibo non si cresce, non si impara, non si lavora. Si è larve umane. Secondo la Fao, ottocento milioni di persone sono in condizione di fame cronica, ossia assumono meno di 1800 calorie al giorno. Ma se allarghiamo la visuale anche a chi soffre per altre forme di carenza alimentare, scopriamo che i sottoalimentati sono oltre 2 miliardi, quasi un terzo della popolazione mondiale. Colpa della insufficiente produzione di cibo? Non proprio a giudicare dai 2 miliardi di individui sovrappeso, 650 milioni dei quali decisamente obesi.

Chi mangia troppo, chi troppo poco: schizofrenia di un sistema agricolo che ormai non produce più cibo per la vita di tutti, ma merci per l’arricchimento di pochi. E non certo dei contadini a diretto contatto con la terra, ma di chi occupa ben altre posizioni. Se esaminiamo la filiera agricola scopriamo che il settore è strutturato a sandwich. Sopra ci sono le imprese che forniscono gli ingredienti per l’agricoltura: sementi, fertilizzanti, pesticidi. Sotto le imprese che fanno incetta di prodotti agricoli da rivendere alle industrie alimentari e ai supermercati. Nel mezzo gli agricoltori che finalmente seminano e raccolgono.

tysm

Sgocciola, governo ladro!

di Christian Marazzi

Negli Stati Uniti è in corso un dibattito attorno alla riforma fiscale proposta da poco dalla Amministrazione Trump. Per quanto lontano, gli argomenti di tale dibattito sono a noi assai vicini. Ad esempio, sulle pagine del Financial Times, Martin Wolf, Lawrence Summers e altri ancora hanno scritto senza mezzi termini che si tratta di una riforma regressiva, che le riduzioni delle tasse sulle imprese sono enormi e che, benché necessaria, si tratta di un’occasione mancata che avrà conseguenze nefaste sia sul piano interno che su quello esterno degli Stati Uniti.

Grazie a questa riforma di Donald Trump, i contribuenti del famoso 1% più ricco beneficeranno della metà di tutti i benefici fiscali. I loro redditi dopo il prelievo fiscale aumenteranno dell’8,5%, mentre per il 95% dei contribuenti tale aumento sarà mediamente pari all’1%. Più regressiva di così si muore. Niente male per un presidente che aveva promesso di risollevare le sorti del ceto medio.

Naturalmente, i sostenitori di questa riforma rispondono che un po’ di iniquità non fa male, anzi. La ricchezza dei più ricchi sgocciolerà nell’economia reale perché permetterà di aumentare gli investimenti, e quindi l’occupazione, anche grazie al rimpatrio dei profitti realizzati all’estero dalle imprese multinazionali americane attratte dalla minore pressione fiscale.

ilpedante

A Vienna la fanno profumata

di Il Pedante

Si ritorna a parlare della classifica Transparency International sulla corruzione nel mondo, dove l'Italia si collocherebbe terza in Europa dopo Bulgaria e Grecia. Trattandosi come è noto di corruzione percepita, lo strumento è semmai utile per misurare l'autostima dei popoli più che la diffusione del reato: sicché è già tanto se non ci troviamo in prima posizione. In attesa che escano le nuove pagelle mi piace offrire un contributo pedante al dibattito, di cui propongo nel seguito una prima puntata sulla situazione - quella vera - di un Paese a me molto caro: l'Austria.

***

Qualche mese si fa si apprendeva che nel villaggio di St. Wolfgang, in Alta Austria, la quasi totalità degli immobili non sarebbe in regola con i permessi edilizi, per un totale di 974 infrazioni su 1067 unità: il novantuno per cento. Una vicenda di abusivismo che come già le mazzette di Peter Hartz, lo scandalo delle centraline Volkswagen e altri più o meno noti casi di corruzione (//medium.com/@stat_wald/germania-faro-di-civilt%C3%A0-399d12edf740" target="_blank">qui un promemoria, qui un commento) hanno fatto vacillare per qualche minuto la credenza tutta italiana in un mondo tedesco baciato dal successo perché ligio alle regole.

micromega

Il negazionismo dei globalisti

di Carlo Formenti

Andrew Spannaus, giornalista americano attivo in Italia di cui abbiamo potuto apprezzare il pamphlet “perché vince Trump”, torna con un nuovo saggio sul conflitto fra popoli ed élite, “La rivolta degli elettori” (targato Mimesis come il precedente). Il testo affronta in particolare tre temi: le cause del crescente rigetto nei confronti dell’attuale sistema politico ed economico, le sue forme politiche, l’incapacità dei vecchi poteri di affrontarlo.

Le cause sono sotto gli occhi di tutti, a partire dal vertiginoso aumento delle disuguaglianze, effetto dello sforzo di abbassare il costo del lavoro attraverso outsourcing, precarizzazione, tagli salariali, e della finanziarizzazione dell’economia. Due processi che investono l’intero mondo occidentale, e hanno assunto forme esasperate in Europa dopo Maastricht e l’unificazione monetaria. In Italia la tragedia è iniziata con il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, che ha causato l’esplosione del debito pubblico, per raggiungere l’acme sotto il governo “tecnico” di Monti il quale, non solo si è impegnato a contribuire nella misura del 18% al fondo salva stati laddove le nostre banche erano esposte al 5% (il che significa che non abbiamo contribuito a salvare i Paesi in difficoltà bensì le banche francesi e tedesche che ne avevano finanziato i debiti), ma è anche è riuscito a far crollare il Pil del 5% fra il 2011 e il 2014 (e la produzione industriale del 10).

jesopazzo

Alla fine tutti con D'Alema

Il Brancaccio, la "sinistra" e le prossime elezioni

Care e cari,

siamo sempre noi, quei grandissimi rompiscatole dell’Ex OPG “Je so’ pazzo” di Napoli. Dopo ben quattro mesi vi scriviamo per socializzare le nostre riflessioni rispetto alla costruzione dell’ormai famigerata lista unitaria di sinistra...

Forse ricorderete che a giugno scorso rispondemmo all’appello lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari per la costruzione di “Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”, ponemmo delle critiche sia di merito che di metodo ed evidenziammo il fatto che a rispondere per primi all’appello fossero stati Fratoianni e Civati, esponenti di un ceto politico di sinistra ormai totalmente delegittimato. Avevamo il timore che quell’iniziativa potesse essere il mezzo attraverso il quale i fuoriusciti del Pd potessero riciclarsi. Ci era stata pubblicamente annunciata una risposta dai promotori, e non è mai arrivata. Siamo stati invitati al Brancaccio ad intervenire, ma si preferirono altre facce e altre storie: tutto lo stato maggiore di MDP e D’Alema in prima fila (ma era un caso! Una gentile signora pare gli avesse ceduto il posto…) e sul palco Gotor. Alla faccia di tutti bei discorsi sull’orizzontalità del percorso, la partecipazione dal basso e la democrazia, l’assemblea era blindata e non c’era spazio per alcuna voce critica (per la precisione: alla nostra contestazione si rispose chiamando security e forze dell’ordine).

senzasoste

Si chiama Battisti, non Eichmann

di Redazione

Quando le ceneri di Adolf Eichmann furono disperse in mare, da una motovedetta della marina israeliana, il secchio che le conteneva fu accuratamente lavato in modo che nessun frammento di quella cenere, appartenente al corpo cremato dell’aguzzino nazista, potesse tornare a terra. E’ un fatto noto quanto significativo: i colpevoli di genocidio, come Eichmann, non dovevano, in alcun modo, trovare il conforto simbolico della sepoltura.

Lunga e articolata è la storia delle pene di questo tipo quanto stabile è la forza del concetto che le legittima: ci sono omicidi talmente efferati che non possono trovare sepoltura.

Il punto è che oggi, a oltre mezzo secolo dalla vicenda Eichmann, si tende a confondere il rito di elaborazione questo genere di efferatezze, che rappresentano un’offesa irreparabile ad un popolo fatta con delitti tali da minacciarne la dignità e la stessa esistenza, con l’offesa al sovrano. Insomma si tende a confondere chi ha minacciato l’esistenza di un popolo con chi ha minacciato l’esistenza del sovrano, tendendo a legittimare, per entrambi, la stessa procedura: nessuna estinzione della persecuzione e della pena, anticipo della necessaria, per il ripristino dell’ordine sociale, impossibile sepoltura. Eichmann e Battisti tendono quindi, nell’immaginario come nei riti di persecuzione, a somigliarsi.

dinamopress

La Variante Gentista

di Giuliano Santoro*

Una recensione di "La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento" di Leonardo Bianchi, edito da Minimum Fax. Versione estesa per la rubrica CULT del testo comparso sul manifesto del 12. 10. 2017

Assistendo ad un pensoso consesso di intellettuali e giuristi considerati «di sinistra» chiamati a discutere di beni comuni, chi scrive si trovò di fronte ad un riferimento misterioso e davvero singolare. Uno dei relatori, alto funzionario di stato scopertosi giacobino a fine carriera, menzionò un testo a suo dire risalente all’epoca dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti: «The Hazard Circular». Nessuno in mezzo al blasonato uditorio ebbe il coraggio di porre qualche dubbio o magari chiedere maggiori spiegazioni. Eppure, basta una rapida ricerca per scoprire che il documento in questione è probabilmente un falso, oltre che grande classico del cospirazionismo nordamericano.

Si tratterebbe di una lettera circolante tra i banchieri londinesi di fine Ottocento, con la quale si sosteneva l’abolizione della schiavitù a favore di una forma più sottile di oppressione fondata sul controllo della moneta. Ampiamente menzionata da complottisti di ogni risma e messa in giro da Ezra Pound, la Hazard Circular pare una riedizione dei Protocolli dei Savi di Sion. Contiene tutti gli ingredienti del pensiero reazionario, mescola rimpianto per il mondo tradizionale e condanna per la finanza (non per il capitalismo) in mano ai soliti noti (leggasi: gli ebrei).

thomasproject

Fragilità democratiche: un Lefebvre “inattuale”?

di Chiara Stenghel

Qualche giorno fa, mentre a fine giornata riponevo nello scaffale tomi decisamente meno snelli di Henri Lefebvre, l’occhio è scivolato sulla traduzione italiana, a cura di Cristiano Casalini e di appena cinque anni fa, del testo “Hitler au pouvoir. Les enseignements de cinq années de fascisme en Allemagne”, in italiano Hitler al potere. Cinque anni di nazismo in Germania (Edizioni Medusa, Milano, 2012)Poiché le dimensioni lo consentivano, l’ho riletto velocemente annottando le poche righe che vi propongo in questa breve recensione. Almeno due ragioni mi spingono a scriverne: il silenzio generalizzato attorno alle opere di Lefebvre degli anni Trenta e la tendenza dell’ultimo periodo, seppur sulla scia di un rinnovato interesse rispetto alla sua produzione intellettuale, a privilegiare la riflessione sullo spazio. Queste suggestioni, quindi, vogliono essere un modesto contributo volto a rendere noto al pubblico italiano un’analisi rimasta nell’ombra, offuscata da quel ricorrente “Lefebvre, geografo marxista” che provoca una leggera orticaria a tutti coloro che, come me, passano intere giornate sulle sue opere più filosofiche (e sociologiche, per gli amanti delle ripartizioni disciplinari nette).

Hitler au pauvoir, come mette giustamente in luce Cristiano Casalini nella bella introduzione al volume, rappresenta l’ultimo tassello di una triade sul tema dell’ideologia e della mistificazione scritta a quattro mani con l’amico Norbert Guterman: La conscience mystifiée e Le nationalisme contre les nations che costituisce una delle analisi più lucide del fascismo tedesco in ascesa.

vocidallestero

Il sistema di mutui più folle che abbia mai visto

di Simon Black

Da ZeroHedge un articolo di Simon Black, di Sovereignman, spiega con chiarezza come la crisi dei mutui subprime – che nel 2008 ha travolto il sistema finanziario mondiale – è nata da miriadi di prestiti ipotecari concessi senza scrupoli per specularci sopra a Wall Street. E mostra come l’attuale generale sovraindebitamento negli Usa oggi lasci presagire l’avvicinarsi ineluttabile di una nuova grande crisi (in controluce, tutto l’orrore di una società che costringe i ragazzi poveri a indebitarsi fino al collo per studiare all’Università)

Il motivo per cui c’è stata la grande crisi finanziaria è che Wall Street stava concedendo mutui per comprare la casa anche a persone che non potevano permetterseli.

Fino alla esplosione della crisi, gli investitori erano voracemente affamati di debito garantito da ipoteche immobiliari con rating “AAA”. E così le società finanziarie concedevano molti prestiti anche a mutuatari a rischio (“subprime”) per poi rivenderli a Wall Street. Wall Street ne impacchettava tanti insieme e una delle agenzie di rating più importanti (come Moody’s o Standard & Poor’s) certificava questi mucchi di rifiuti fumanti con una AAA.

AAA secondo la definizione di Moody significa che l’investimento “dovrebbe sopravvivere all’equivalente della Grande Depressione degli Stati Uniti”. In altre parole, è solido come la roccia.

Il ragionamento era questo: un singolo mutuo subprime è in effetti rischioso.

ilariabifarini

Finanzcapitalismo: schiavi del debito

di Ilaria Bifarini

“Di tutti i modi per organizzare l’attività bancaria,
il peggiore è quello che abbiamo oggi”

(Sir Mervyn King, ex governatore Banca d’Inghilterra)

Una delle trasformazioni più inumane del sistema capitalistico industriale, fondato originariamente sull’industria manifatturiera e più in generale di produzione, è quella in capitalismo finanziario, in cui il potere è concentrato in pochi grandi istituti di credito. Le banche hanno cessato il loro ruolo di supporto e di credito allo sviluppo, preferendo investire in prodotti finanziari dai quali viene generato altro capitale, in un sistema autoreferenziale in cui i profitti nascono dalla speculazione, senza passare attraverso il lavoro e la produzione.

In modo graduale, ma anche repentino, il sistema capitalistico ha spostato l’asse dall’economia reale a quella finanziaria e, ancora peggio, alla speculazione che ne deriva, tanto da essere stato ribattezzato “finanzcapitalismo” o “capitalismo ultrafinanziario”.

Orientato alla massimizzazione del profitto ricavato dal denaro stesso, in esso la ricchezza non passa attraverso la produzione di beni o servizi, né è previsto un piano di redistribuzione tra lavoratori e consumatori, ma solo l’accentramento nelle mani di pochi, pochissimi.

gliocchidellaguerra

Gli interessi della Cina in Afghanistan che tagliano fuori gli Stati Uniti

di Lorenzo Vita

Quando si parla di Afghanistan, di solito si tralascia uno degli attori fondamentali dell’Asia: la Cina. Abituati a leggere le notizie sulle truppe occidentali nel Paese, sui rischi del terrorismo islamico, i talebani e gli attori esterni nel grande gioco afghano, Pechino viene sempre tralasciata, come se fosse estranea a tutto ciò che avviene all’interno del Paese. In realtà, è bene ricordarlo, la Cina non solo ha enormi interessi nell’Afghanistan, ma ci confina anche. Un piccolo lembo dell’Afghanistan, corrispondente al corridoio del Vacan, confina con il colosso cinese. E questo confine terrestre, di poche decine di chilometri in totale, rende, di fatto, i due Paesi molto più connessi di quanto si possa credere o di quanto si possa leggere quotidianamente. Questa connessione, soprattutto negli ultimi mesi (forse anni) si sta facendo estremamente rilevante. E può avere un peso specifico molto importante non soltanto sullo stesso conflitto che insanguina l’Afghanistan da ormai 16 anni, ma anche su tutta la struttura geopolitica dell’Asia centrale.

Le ultime mosse cinesi, in particolare dal 2015, dimostrano un costante interesse per l’Afghanistan. Un dato su tutti basta a fugare ogni dubbio su come e quanto Pechino abbia a cuore il problema: l’80% dei diritti estrattivi delle risorse minerarie afghane è in mano alla Cina.

contropiano2

Chi decide? L’esproprio che genera i “populismi”

di Dante Barontini

C’è qualcosa di apparentemente incomprensibile, anche per gli analisti più seri, nell’emergere dei cosiddetti “populismi” in quasi tutte le regioni d’Europa. Se escludiamo lo strombazzare di Renzi sul “Pd come argine ai populismi”, alcuni analisti, presi come sono dall’applicazione degli strumenti di interpretazione forniti dal pensiero unico neoliberista, al massimo arrivano ad identificare un “antagonismo tra centro e periferia” (Carlo Bastasin su IlSole24Ore di oggi, per esempio), sbrigativamente identificati come regioni più dinamiche e quelle più arretrate sul piano economico. Nelle prime si svilupperebbe un “populismo da ricchi” – derivante da una percezione delle istituzioni pubbliche come “troppo lente” rispetto ai cambiamenti nell’economia digitalizzata – mentre nelle seconde prevarrebbe un “sentimento” di abbandono, isolamento, declino, che porterebbe a rivalutare visioni o identità nazional-regionali perse da un paio di secoli o alcuni decenni.

Secondo questa chiave di lettura Catalogna e lombardo-veneto (ma anche Londra, Baviera, Olanda, ecc) si assomiglierebbero molto, e così – sul fronte opposto – Italia meridionale, Grecia, Spagna, Portogallo, ecc.

E’ una chiave narrativa che nasconde e mistifica quel che vorrebbe “chiarire”. Catalogna e lombardo-veneto, per esempio, hanno generato due “populismi” praticamente opposti.

mateblog

Slittamenti a destra del quadro politico, sinistra compresa

La difesa della democrazia moderna in Italia sarebbe affidata a questi qua

di Stefano G. Azzarà

Fu-Rifondazione: non potendosi alleare con il PD di oggi, si alleano con il PD di ieri.

Dopo le elezioni siciliane, la stitica manifestazione del Pantheon sancisce una grandiosa novità politica: il centrosinistra dei poveri trombati. Ovvero la costruenda alleanza tra decaduti: i rifondaroli, Vendola e il partito di Bersani e D'Alema.

Ai primi, cioè le truppe brioscine (in generale assai contente per una legge di coalizione che materializza il sogno d'amore con Siderurgia & Aperitivo), toccherà il ruolo di scopa dietro la porta e forse due o tre seggi per gli amici. Se le grida indignate di questi giorni - è solo questo ciò che in realtà vogliono - riusciranno a tenere abbastanza basso lo sbarramento (diciamo attorno al 3%).

Tutti noi perderemo invece altri 5 anni di tempo e di politica, dopo il nulla che è accaduto dal 2008 a oggi. 

Perché tutto questo?

Il quadro politico nazionale è slittato così a destra dall'inizio degli anni Novanta che D'Alema e Bersani - chi la fa la aspetti - occupano oggi sul piano formale proprio la posizione sistemica che all'epoca aveva Rifondazione Comunista (nel frattempo sostanzialmente defunta sul piano della significatività politica proprio perché non ha più ragion d'essere, essendo questo suo spazio, per quanto marginale, ormai da tempo occupato).

ilcomunista

Goodbye Lenin?*

di Susanna Bhome-Kuby

"Economia della rivoluzione" di Vladimiro Giacché raccoglie gli scritti economici dal 1917 al 1923 del leader della Rivoluzione d'Ottobre. Una lettura che apre interessanti visuali sul nostro mondo di oggi

Quasi niente è sembrato essere meno attuale in questa infuocata estate italiana dei testi di Lenin sulla rivoluzione, ormai centenari. Eppure, credo, dal saggio di ben 520 pagine che Vladimiro Giacché ha recentemente pubblicato (“Economia della rivoluzione”, Il Saggiatore), raccogliendo gli scritti economici di Lenin dal 1917 al 1923, si aprono interessanti visuali sul nostro mondo di oggi. Ciò potrebbe sorprendere alcuni, poiché, con la fine dell`Unione Sovietica, il suo fondatore e i suoi pensieri sono in gran parte scomparsi nell’oblio. L’implosione dell’ex-economia sovietica e la selvaggia degenerazione far west che la seguì immediatamente sono considerati dai più come fase già prevista nel contesto della vittoria globale del capitalismo – una semplificazione che manca di qualsiasi complessità storica.

Dopo quasi tre decenni la demonizzazione anti-sovietica continua e anche nelle prossime settimane potremo leggere qualcosa di simile al riguardo in più di un commento, a meno ché non si preferisca sottacere del tutto l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. E perché mai, quando di “cambio di sistema” non si parla più da tempo? O la storia non è ancora giunta alla sua “fine”?

militant

Da Mentana a Formigli: la normalizzazione politico-culturale del fascismo

di Militant

Proprio ieri, Leonardo Bianchi pubblicava su Vice un opportuno, centrato e illuminante articolo sulla legittimazione del neofascismo attraverso lo sdoganamento culturale mainstream di Casapound, presentata massmediaticamente come faccia pulita di una nuova destra, finalmente compresa nel gioco democratico. Facciamo nostro questo articolo in ogni sua virgola: non si poteva esprimere meglio il significato politico alla base del plateale sdoganamento neofascista (qui il pezzo). Le tragiche comparsate di Mentana e Formigli demoliscono, forse definitivamente, gli ultimi riferimenti all’antifascismo quale collante costituzionale, un recinto politico fuori dal quale quella legittimità è negata esattamente per conto della democrazia. La storiella mandata a memoria e ripetuta dai due mattatori della prima serata (“è la democrazia, attraverso la competizione elettorale, che legittima le forze politiche”) è talmente pretestuosa da confondere i due stessi giornalisti a-fascisti. Ambedue infatti hanno chiarito che non avrebbero partecipato a dibattiti con forze di estrema destra “a destra”(?) di Casapound (riferendosi evidentemente a Forza nuova del cocainomane Castellino). Eppure, tutte le forze neofasciste come Casapound, da Forza nuova al Fronte nazionale, partecipano alle elezioni. Anche Alba dorata in Grecia, anche i neonazisti in Germania. Le elezioni non rappresentano una forma di legittimazione democratica in regime liberale.

comidad

Legge di stabilità o legge di destabilizzazione?

di comidad

Da molti mesi il ministro dell’Economia Padoan ha avviato un suggestivo “story telling” per presentare l’ultima Legge di Stabilità. La metafora al centro della narrazione governativa è stata quella del “sentiero stretto” imposto dalle scarse disponibilità finanziarie. Ormai da decenni i ministri dell’Economia interpretano la parte del Menenio Agrippa di turno, che ci edifica e ci educa con apologhi morali sulla oculata distribuzione delle risorse al corpo sociale. In questo campo però Padoan può avvalersi della sua esperienza al Fondo Monetario Internazionale, che di queste narrazioni morali sulla necessità di “non vivere al di sopra dei propri mezzi” è maestro incontrastato.

Anche l’avarizia è un vizio capitale e, come ogni vizio, ha la sua pornografia. Non c’è dubbio quindi che vi sia una parte consistente dell’opinione pubblica che si lascia solleticare da queste narrazioni morbose di tagli di spesa e di erogazioni finanziarie col contagocce. L’opinione pubblica non viene soltanto affabulata e suggestionata, ma anche “testata” con micro-esperimenti sul campo di pauperismo artificioso e di “spending review”. Come sempre il principale laboratorio è la Scuola, dove, in particolare al Sud, alcuni dirigenti scolastici appositamente imbeccati simulano emergenze finanziarie per poter estorcere con collette agli insegnanti i fondi per pagare le fotocopie per i compiti e per acquistare i registri di classe.

ist onoratodamen

La crisi è (in) finita. E dietro l’angolo è buio pesto

di Giorgio Paolucci

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, è la condotta delle stesse banche centrali che racconta un’altra verità: la crisi non è finita, è in-finita ed è incistata nel modus operandi del capitalismo contemporaneo.  Un cancro metastatico che prima sarà estirpato e meglio sarà per tutti. Per il proletariato, per la società e il pianeta che ci ospita

Da un po’ di tempo non c’è giorno che passi senza che qualche agenzia a ciò preposta non diffonda dati secondo i quali la crisi è ormai alle spalle. In Italia, è bastato che prima l’Istat e poi l’Ocse rivedessero le loro precedenti previsioni sul pil atteso per il 2017 da 1,2 a 1,5 e per il 2018 da 1 a 1,2 per far dire al Presidente del Consiglio che ormai il peggio è passato e al suo predecessore che questo straordinario risultato è da ascrivere interamente all’azione riformatrice del suo governo e in particolar modo al Jobs Act.[1] Renzi non mente; solo che dovrebbe precisare che si tratta soprattutto di contratti di lavoro e non di posti di lavoro.

Infatti, come ha da poco reso noto l’Osservatorio sul precariato dell’Inps, delle 835 mila assunzioni in più registrate lo scorso luglio rispetto al 2016, poco meno del 60% sono contratti a tempo determinato e di apprendistato mentre quelli a chiamata sono passati dai 112 mila del 2016 ai 251 mila del 2017 (+ 124 per cento). Invece quelli a tempo determinato “a tutele crescenti” - il vanto del Jobs act - sono diminuiti del 4 per cento.

pensieriprov

La Lega lavora per lo straniero

di Sandro Arcais

A me l’Italia, sin dal modo in cui si è formata 150 anni fa, non è mai piaciuta. Sin dall’inizio la sua classe dirigente si è distinta per l’ottusa difesa dei suoi privilegi, per l’esclusione, controllo e repressione delle masse popolari e lavoratrici, per il rifiuto costante di un vero riformismo (mica quello delle “riforme” strutturali con cui i ladri di parole da anni ci asfaltano i marroni), e infine per la sua naturale tendenza a vendersi/ci allo straniero pur di mantenere intatti quei suoi privilegi.

Detto questo, so che lo smembramento dell’Italia è l’ultima carta che sempre quella solita classe dirigente è disposta a giocare per continuare a conservare quei suoi privilegi. Non sembra ancora del tutto decisa a giocarla ora. Sta ancora calcolando costi e benefici. Per ora si mantiene ancora solidamente ancorata al “vincolo esterno” della Unione europea che continuerebbe a chiederci e a chiederci e a chiederci … (l’ultima cosa che ci starebbe chiedendo con urgenza sarebbe quella di spiare, controllare e impedire le comunicazioni elettroniche sul web dei cittadini italiani).

Ma c’è chi, evidentemente, la scelta di smembrare l’Italia l’ha già fatta. Non il grande capitale nazionale, bensì il piccolo e medio capitale lombardo-veneto.

Se osserviamo il referendum leghista “a livello terra”, questo non è paragonabile a quello catalano.