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coniarerivolta 

La piena occupazione spaventa il profitto

Perché lottare contro i vincoli europei

di coniarerivolta

Uno dei problemi più sentiti in Italia da decenni ormai è la presenza di una elevata e persistente disoccupazione. Questo fenomeno è una semplice disgrazia che ci tocca sopportare mentre attendiamo la sua scomparsa, o può essere vista anche come uno degli strumenti fondamentali in mano ai capitalisti per disciplinare la forza lavoro? Nelle nostre riflessioni abbiamo fatto spesso riferimento al concetto di ‘esercito industriale di riserva’; tralasciando in questa sede una trattazione dettagliata dell’argomento nella sua genesi e nel suo contesto storico, cercheremo di analizzare cosa concretamente significa questo concetto nelle sue immediate implicazioni politiche ed economiche. Infine, vedremo come esso sia legato alle politiche economiche di spesa in deficit di uno Stato.

L’espressione ‘esercito industriale di riserva’ è stata introdotta da Marx (nel primo libro del Capitale) per fotografare quella massa di disoccupati, rassegnati e scoraggiati rintracciabili in un’economia capitalistica. Marx ricorre ad un lessico militare per mettere immediatamente in luce la funzione che quella massa di disoccupati svolge all’interno di una vera e propria battaglia: la lotta di classe. Tale massa ha infatti la funzione di alimentare la concorrenza tra gli operai per i pochi posti di lavoro disponibili, e assicura quindi quella moderazione salariale che permette ai capitalisti di aumentare i loro profitti.

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micromega

L’importanza del leader: senza non si vince

di Samuele Mazzolini e Giacomo Russo Spena

Da Iglesias a Corbyn, da Tsipras ai modelli latinamericani, qualsiasi progetto ha possibilità di successo soltanto se poggia anche su una leadership forte e carismatica. Oltre la retorica del basso, serve un frontman capace di veicolare i messaggi, costruire narrazioni egemoniche e creare empatia con chi lo ascolta. Un linguaggio semplice e pragmatico. Un volto nuovo che vada oltre i confini della sinistra radicale e che parli alla cosiddetta “maggioranza invisibile”.

Nel giugno 2014, nei seggi elettorali iberici, qualcuno domandava: “Scusi, come si chiama il partito del coleta?”. Il coleta, letteralmente il “codino”, è il soprannome di Pablo Iglesias, il leader indiscusso di Podemos. I cittadini si recavano all’urna senza ricordarsi il nome del movimento, ma bastava l’effige di Pablo, stilizzata e resa simbolo elettorale per l’occasione, a orientarne la matita, catturati com’erano dalla parlantina di quel politologo e giornalista col codino ai capelli che per mesi aveva invaso le televisioni pubbliche, come opinionista, a parlare di redistribuzione delle ricchezze, giustizia sociale e di rottura del sistema. Podemos era nata 5 mesi prima delle elezioni Europee, in una libreria nel quartiere Lavapiés di Madrid, e in pochissimi nel momento della genesi avrebbero ipotizzato quel repentino sviluppo che porterà i viola ad ottenere un sorprendente 8 per cento equivalente a ben 5 europarlamentari e preludio della futura ascesa ai vertici della politica nazionale ed europea.

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effimera

Uno spettro o un folletto?

di Tonino Biffarino

Una recensione alla nuova edizione del Manifesto Comunista. Con saggi e contributi sull’attualità del Manifesto di Karl Marx, Friedrich Engels, a cura di C17, Ponte alle Grazie, Milano 2018

Nel mese di aprile è uscita una nuova edizione del Manifesto, inserendosi nella serie di pubblicazioni che accompagnano i duecento anni trascorsi dalla nascita di Karl Marx. Contiene una nuova traduzione, e la dobbiamo a Marina Montanelli, ricercatrice e (non guasta di certo) attivista politica delle CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario). Il volume è assai corposo; alla traduzione è unito un commento a più voci curato da C17 (una cinquantina di pagine) che accompagna singoli passaggi del testo. Troviamo nomi a noi noti: oltre alla traduttrice Tania Rispoli, Francesco Brancaccio, Alberto De Nicola, Chiara Giorgi, Dario Gentili, Francesco Raparelli, Federica Giardini, Giuseppe Allegri, Giovanna Ferrara, Biagio Quattrocchi, Nicolas Martino. Li abbiamo volutamente voluti ricordare tutti quanti perché hanno fatto un bel lavoro; e lo riconosce ben volentieri anche chi come me non aveva invece per nulla apprezzato il minestrone dedicato alla rivoluzione d’ottobre.

Questo è un volume da tenere per consultazione; è il segnalibro di questa fase un po’ strana che stiamo vivendo durante la transizione che caratterizza il radicale mutamento del processo di estrazione della ricchezza. Non tutti i passaggi del commento sono condivisibili e neppure sono al loro interno riconducibili ad unità completa. Ma forse è proprio questo il bello.

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blackblog

Faust: una nuova storia della Creazione

di Alexis Bétemps

Da quando le nazioni europee hanno rinunciato alle proprie rispettive valuta, è il rigore tedesco a dominare un continente che sta ancora cercando di conquistare una tanto sperata armonia economica. Indubbiamente, si sapeva che su questa materia la Germania era particolarmente scrupolosa: la crisi greca aveva svelato l'inflessibile austerità con cui amministrava sia le proprie finanze che quelle degli altri Stati, secondo quelle che sono ormai le regole del gioco. Sono molti a meravigliarsi di quella che viene considerata la virtù innata di un popolo che usa la medesima parola per designare sia un debito che una colpa. Altri, che preferiscono le cifre all'etimologia, attribuiscono questa tendenza al lontano trauma legato all'iper-inflazione, tornando con la memoria a quando, sotto la Repubblica di Weimar, una birra costava quattro miliardi di marchi.

Ma dal momento che la storia la troviamo iscritta tanto nei dizionari quanto nelle curve delle fluttuazioni finanziarie, va detto che per gli europei la figura di Goethe riveste un carattere particolare. Sia poeta che finanziere, la sua opera però tratta solo in maniera episodica di simili questioni apparentemente così poco letterarie. Tuttavia, nel 2012, è stato proprio all'autore del Faust che il presidente della Banca centrale tedesca, Jens Weidmann, aveva dedicato inaspettatamente un discorso: «Goethe, avrebbe colto il nucleo del problema della politica monetaria?»

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gliocchidellaguerra

La Merkel prepara il suo “piano B”

Gli scenari per un’uscita dall’euro

di Andrea Muratore

Nelle ultime settimane in Germania si è acceso un interessante dibattito sul tema dell’euro e sulla riforma dei trattati comunitari, nel quale ha assunto risonanza la proposta avanzata a un convegno del 14 marzo scorso da un gruppo di influenti economisti vicini all’attuale esecutivo, formato da Hans-Werner Sinn, Clemens Fuest, Kai Konrad e Christoph Schmid, consistente nell’inserimento nella legislazione dell’Unione europea di una procedura espressamente dedicata all’uscita di un Paese dalla moneta unica.

La discussione è decisamente rilevante, dato che la Germania è universalmente riconosciuta come il grande “vincitore” dell’integrazione monetaria, che ha di fatto rappresentato un sostegno fondamentale per la dilatazione del suo surplus commerciale nei confronti del resto del mondo, e indicativa: di fatto, un decennio di crisi economica ha portato in emersione tutte le criticità dell’euro, compresa la mancanza di sostegni concreti alla sua fondamentale irreversibilità.

 

Le lacune del diritto comunitario sull’euro

Il Trattato di Lisbona del 2007 ha riempito una lacuna notevole nel diritto dell’Ue esplicitando, tramite l’Articolo 50, la procedura formale con cui un Paese può richiedere formalmente l’uscita dalla divisa comunitaria. Allo stato attuale delle cose, l’Articolo 50 rappresenta l’unica via legale che permetterebbe a una nazione di sganciarsi volontariamente dall’euro, ma al tempo stesso comporterebbe l’esclusione dall’Unione nel suo complesso e dal mercato comune.

Già nel 1997, in un articolo pubblicato su Foreign Affairs, l’economista statunitense Martin Feldstein notava come proprio le pretese di irreversibilità dell’unione monetaria europea ne avrebbero minato la solidità: “Si tratta di un’unione celeste destinata a durare per sempre […] L’esperienza statunitense con la secessione del Sud potrebbe offrire alcune lezioni circa i pericoli di un trattato o di una costituzione che non prevedono vie d’uscita”.

 

La Germania tra la riforma dell’Unione e il piano B sull’euro

Per la Germania, infatti, l’inserimento della clausola regolatoria per l’uscita dall’euro sarebbe il naturale contraltare a una riforma delle istituzioni europee proposta a fine 2017 dalla Commissione che prevedono l’introduzione di strumenti normativi volti a garantire un certo livello di condivisione del rischio sui debiti pubblici comunitari e un incremento dei trasferimenti ai Paesi periferici. Un varo di tale riforma, ha scritto Marcello Minenna sull’ultimo numero di Limes, “significherebbe per la Germania rinunciare all’assetto corrente […] nel quale l’industria tedesca può sfruttare la robusta ripresa del mercato europeo interno per le proprie esportazioni ultracompetitive”.

La Germania uscirebbe dall’euro solo se questa decisione servisse a preservare il proprio interesse nazionale: e una valutazione fondamentale dell’opportunità passerà dall’analisi di un importante parametro economico europeo, i saldi del cosiddetto Target2.

 

Quel credito da 900 miliardi di euro di Berlino nel Target2

Usando le parole della Bce, il saldo Target2 è “la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante; viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale. […] Target2 è un sistema di pagamento che consente il trasferimento di moneta tra le banche dell’Ue in tempo reale. Questa funzione è definita regolamento lordo in tempo reale”.

Il quantitative easing in via di esaurimento della Bce e i suoi predecessori hanno, negli ultimi anni, portato Francoforte a imponenti acquisti di titoli di debito nazionali che hanno coinvolto le banche centrali nazionali come intermediatori, dilatando di conseguenza i bilanci del Target2, che rifletto debiti e crediti virtuali nel momento in cui due Paesi rimangono ancorati al sistema euro.

Non è un caso che la discussione sull’opportunità per la Germania di uscire dall’euro in futuro si sia palesata dopo che le elezioni italiane avevano turbato notevolmente il panorama continentale: l’Italia, con i 442 miliardi di debito della Banca d’Italia nel Target2, è agli antipodi rispetto alla Germania, che ha visto la Bundesbank raggiungere il credito-record di 913 miliardi!

 

La Germania non vuole perdere il credito nel Target2

Come scritto da Minenna su Business Insider, “ecco dunque che in questa prospettiva si capiscono le preoccupazioni tedesche. Il loro credito “potenziale” di oltre 900 miliardi verso l’Eurozona potrebbe essere di impossibile riscossione se si trovassero di fronte ad un’uscita unilaterale di un Paese Periferico come Italia e Spagna, o anche se fosse il governo tedesco ad optare per il ritorno ad un nuovo marco”. Diversa cosa sarebbe invece una procedura concordata alla cui eventualità di fatto la Bundesbank si prepara da anni, tanto che dal 2012 il suo direttore Weidmann propone un’ipotesi di collateralizzazione dei saldi Target2 dove le banche centrali dovrebbero porre a garanzia di eventuali deficit degli attivi di sicuro valore, come l’oro.

Dalla sua posizione di forza, la Germania si può permettere di stabilire le regole del gioco con cui impostare la riforma dei trattati: mai quanto nel caso in questione è necessario che i Paesi europei mitighino le pretese di Berlino in sede comunitaria, per evitare che la Germania, già vincitrice dell’integrazione, risulti anche l’unica nazione di successo della dissoluzione dell’unione monetaria o di un suo abbandono. Il nuovo governo italiano, sul tema della solidarietà intercomunitaria, sarà chiamato a una sfida cruciale.

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asimmetrie

Non morire per la Germania

di Federico Bosco

Trump contro tutti

Venerdì e sabato si è chiuso uno dei G7 più tesi di sempre. Le attese erano pessime, si dava per scontato che non si sarebbe arrivati nemmeno a un comunicato congiunto, ma durante i lavori è sembrato che le cose stessero andando meglio del previsto. I leader delle sette economie più grandi del mondo sono rimasti in riunione fino a notte fonda per arrivare a un documento finale almeno in parte condiviso, trovando un compromesso tra le loro preoccupazioni e quelle degli Stati Uniti, in particolare sul tema del commercio internazionale. Nel tardo pomeriggio di sabato il padrone di casa, il primo ministro canadese Justin Trudeau, aveva annunciato che i sette grandi accettavano il comunicato finale. Anche Donald Trump aveva aderito al documento conclusivo, e preso il volo per Singapore lasciando il summit in anticipo come previsto. Mentre era in viaggio però Trump ha letto le dichiarazioni di Trudeau, che nella conferenza stampa finale ha definito le tariffe sui metalli introdotte dagli USA col pretesto della sicurezza nazionale “un insulto” per i canadesi, e tanto è bastato per far sì che afferrasse il suo smartphone per affossare il G7 di Charlevoix e i rapporti con il Canada con un paio di tweet (un dritto e un rovescio).

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mateblog

Marxismo o socialsciovinismo postmoderno e spettacolare?

di Stefano G. Azzarà

Flavia Perina batte i marxisti immaginari, i rozzobruni e i sedicenti professori del rancore infinite volte a zero.

per

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels dicevano e dicono ancora oggi a tutti noi: "Proletari di tutti i paesi, unitevi" ("Proletarier aller Länder, vereinigt euch!").

"Unitevi" significa che non esiste un affratellamento immediato, ma che la lotta internazionalistica va costruita attraverso un faticosissimo lavoro del negativo di natura politica, sindacale e culturale (altrimenti non ci sarebbe bisogno di unirsi perché saremmo già uniti).

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comidad

L'Ilva tra nuvole tossiche e nuvole di astrazione

di comidad

L’ennesimo “governo del cambiamento” si è andato a scontrare con le normali emergenze”. Se il dibattito sull’ILVA di Taranto continua ad assumere gli stessi toni spesso esasperati ed esasperanti, è perché risulta astratto; risente cioè di un’assoluta mancanza di contestualizzazione. Anzitutto bisogna capire quanto ha inciso, e quanto incide tuttora, nella vicenda il fatto che lo stabilimento ILVA confini con strutture militari, tra cui una base NATO. Quale che sia il governo in Italia, la NATO ha fatto capire chiaramente che non intende mollare la presa sul Sud del Mediterraneo.

La presenza dello stabilimento ILVA a Taranto è per “caso” diventata di troppo? Ostacola con la sua presenza l’espansione delle strutture militari?

Circa tre anni fa l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina ventilò l’ipotesi di un assorbimento dei lavoratori dell’ILVA nel personale civile della struttura militare dell’Arsenale di Taranto.

Che si tratti di un progetto abbandonato o di un progetto lasciato in sospeso, oppure di una boutade di pubbliche relazioni per far vedere quanto possono essere buoni e utili i militari, ancora non è chiaro.

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sollevazione2

Aquarius a chi?

Ma quanto è umano l'umanitarismo?

di Leonardo Mazzei

Ipocriti. Sul caso della nave Aquarius la gara a chi lo è di più è appena cominciata. Dalle forze dell'opposizione di lorsignori, ai presunti partner di un'Europa allo sfascio, il coro è unanime. L'Italia, o se preferite il governo, avrebbero dato prova di "cinismo" ed "irresponsabilità", giocando sulle vite umane per un mero calcolo politico. A noi pare invece che cinismo ed irresponsabilità stiano esattamente dall'altra parte: il primo alberga certamente a Parigi ed in altre capitali europee, la seconda è il tratto distintivo dello sfascismo antinazionale della nostrana èlite che ancora non si capacita di aver perso elezioni e governo.

Sia chiaro, certi toni salviniani non solo non possono essere condivisi, ma alla fine potrebbero risultare controproducenti per lo stesso governo. Detto questo, cerchiamo di stare ai fatti. Ed i fatti sono semplici, basta osservarli con un minimo di obiettività.

Da anni — ma assai di più dopo la guerra libica voluta dalla Francia nel 2011, cui l'Italia fu spinta a partecipare principalmente da Giorgio Napolitano — il Mediterraneo è attraversato da un traffico di esseri umani su cui lucrano lautamente sia i trafficanti che organizzano il viaggio di tanti disperati, sia i padroni e padroncini che sfruttano le braccia di questi ultimi. Tenendo bene a mente questi due elementi, occorre innanzitutto rispondere ad una domanda: siamo o no di fronte ad una moderna tratta degli schiavi? La risposta è sì, solo i ciechi possono non vederlo. Ma se di questo si tratta, com'è possibile non porsi l'obiettivo di stroncare questo immondo commercio?

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appelloalpopolo2

Le proposte ‘supply-side’ eurorientate del neo governo gialloverde

di Nicola Di Cesare*

In varie occasioni il nuovo governo giallo-verde ha dichiarato che in prima battuta vuole perseguire delle politiche economiche supply-side (rivolte al lato dell’offerta), peraltro finanziate “dal basso” con il temporalmente inevitabile aumento dell’IVA. A mio avviso ciò costituisce un errore che manifesta una incapacità di leggere la realtà economica del paese abbastanza preoccupante.

La priorità per le imprese italiane non è tanto la sostenibilità dei costi fiscali in senso stretto (più avanti parlerò dei costi fiscali occulti o accessori); ma la insostenibilità della debolezza della domanda interna.

Rendere più leggero il fisco per le imprese è un provvedimento che resta nella sua impellenza certamente indiscutibile, ciò che non va bene è la cronologia dell’intervento.

Per la situazione di liquidità generale in cui versano le masse popolari, che come sappiano rappresentano il volano principale della domanda interna per effetto della elevatissima propensione al consumo, il primo provvedimento avrebbe dovuto incidere sul fronte del lavoro salariato:

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tempofertile

Fase politica: Aquarius, diversioni e questione dell’immigrazione

di Alessandro Visalli

Il 4 marzo dalle urne è emerso l’inatteso: una maggioranza politica conforme alla maggioranza sociale. In linea con la logica del proporzionale questa potenziale maggioranza si è tradotta in un nuovo compromesso. E questo su una coalizione sociale che sulla carta rappresenta la maggioranza numerica del paese.

A questo evento, prima o poi prevedibile ma non così in fretta, ha cercato di porre argine il rappresentante della vecchia coalizione sociale cosmopolita ed esteroflessa, estrema minoranza nel paese ma non nei palazzi e nei quartieri che contano.

Il paese si è spaccato su una linea che attraversa le sue borghesie e, insieme, che lo attraversa geograficamente. In estrema sintesi si è manifestata la defezione della borghesia nazionale verso la borghesia coinvolta con il modello economico mercantilista, e rivolto alla competizione per acquisire quote di mercato estero, che è contemporaneamente sotto attacco da parte del vecchio acquirente di ultima istanza americano. La precisa coincidenza di un attacco a fondo alla logica mercantilista, condotto da Trump, e della defezione della borghesia nazionale da questa in ultima analisi danneggiata è davvero singolare.

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lantidiplomatico

#Europeiapriteiporti e soprattutto #Europeibastabombe

di Pino Cabras*

L'entourage del Presidente francese Macron, l'ultimo erede di un'autorità che da molto tempo tiene sigillati i porti verso qualsiasi nave che presti soccorso ai migranti, osa dare lezioni di umanitarismo alle autorità italiane, dando copertura ideologica a molte nostrane improvvisate cattedre di antifascismo, alcune in buona fede, altre ipocrite.

Ci sono quelli che ci descrivono al rimorchio di Salvini. Sono gli stessi che ci dicevano che Mr Felpa ci aveva fregato e che voleva solo le elezioni. I fini analisti "no borders" non si accorgono che il vero rimorchio sono loro, sia delle posizioni verbalmente più oltranziste del segretario della Lega, sia del cinico gioco di Macron e altri che scaricano sull'Italia tutto l'onere della frontiera mediterranea.

Non accetto lezioni di antifascismo né inviti a "scegliersi la parte". Non siete Fenoglio. Non vi ho visti scegliere la parte delle vittime ma quella dei carnefici, quando milizie naziste di Kiev bombardavano il Donbass in anni recenti, causando infiniti lutti e un milione di profughi totalmente invisibili ai nostri media. Non vi ho visti scegliere il diritto internazionale quando Libia, Siria e Yemen venivano aggrediti e trasformati in epicentri di vasti terremoti migratori, devastazioni e pulizie etniche spietate, sotto le macabre risate di Hillary-we-came-we-saw-he-died.

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Per cacciare via Salvini non basterà la retorica umanitaria di una sinistra allo sbando

di Sergio Scorza

Matteo Salvini si è preso il centro della scena politica alla sua maniera per fare la sua personalissima campagna elettorale e per continuare a coltivare la sua tanto irresistibile, quanto estremamente pericolosa, ascesa usando spudoratamente il ministero dell’interno come fosse un ministero della propaganda qualsiasi.

Per lui, Stato e partito si sovrappongono. Vi ricorda qualcuno? Se potesse, farebbe come Erdogan, ma sa che ancora non è il momento. Però ci sta lavorando, e sodo. Il resto, gli utili idioti, gli stanno facendo da confuso e soccombente contorno.

Ma cosa tiene insieme Lega e Movimento 5 Stelle? Sicuramente una vaga promessa elettorale di ripristino di alcuni diritti sociali perduti e l’offerta altrettanto vaga di “protezione” davanti alle incertezze di un mondo sempre più complesso e sempre più veloce. Le manterranno? A sentire il loro ministro dell’economia Tria, totalmente prono ad euro, pareggio di bilancio ed austerity, parrebbe proprio di no.

I risultati delle amministrative già certificano il primo importante crollo di consensi verso la gestione Di Maio e l’evidente, sostanziale, subalternità dei 5Stelle all’inarrestabile protagonismo della Lega di Salvini.

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lantidiplomatico

Bernie Sanders e le migrazioni di massa

"Apertura delle frontiere? E' una proposta di destra"

di Danilo Della Valle

«Come economia globale dobbiamo fare in modo che nei paesi poveri abbiano posti di lavoro dignitosi, istruzione, assistenza sanitaria, nutrimento per la loro gente. Questa è una responsabilità morale, ma non lo fai, come alcuni suggerirebbero, abbassando lo standard dei lavoratori americani»

Il problema delle migrazioni incontrollate è da anni al centro del dibattito politico italiano con varie fazioni che si contendono la palma della “ragione” sulla delicata e spinosa questione. Tuttavia il dibattito politico troppo spesso si concentra solo sul mero tifo tra i “no borders” e gli antimmigrazionisti. Ovviamente, a mio parere, nessuna delle due strade è praticabile. Sull'azione e sul piano politico su cui si muovono gli anti-immigrazionisti ad oltranza c'è poco da dire; far leva sulla paura per il diverso, e per il più povero, è da sempre stata l'arma per ottenere il consenso, a tempo, di una parte di società.

Più complesso è il problema per i “no borders” e per gli “immigrazionisti” tout court, soprattutto quando si collocano idealmente in un ambito di “sinistra”. Sebbene sia davvero impossibile semplicemente pensare di lasciar morire delle persone in mare o negargli aiuto e qualunque Stato Europeo, in questo caso, che si reputi minimamente democratico deve cooperare per aiutare queste persone, mi chiedo: è possibile perseguire la strada dei “senza confine” senza cadere nella trappola del capitale? È possibile perseguire questa strada senza mettere in discussione il sistema economico attuale e l'imperialismo che rappresentano le cause di povertà, guerre e divisioni sociali sempre più accentuate?

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nicol.forcheri

Francia-Africa: ipocrisia vomitevole

di Nicoletta Forcheri

Mettiamo i puntini sulle i. Se c’è un paese, o meglio, l’élite di un paese, ad avere più di tutti provocato la crisi migratoria che sommerge l’Italia e l’Europa, quel paese è la Francia. Primo, con la guerra alla Libia e l’omicidio di Gheddafi, voluto da Sarkozy e entourage (e il clan dei Clinton), tra le altre cose, con lo scopo di accaparrarsi dei contratti DIPLOMATICI commerciali che la Libia e l’Italia di Berlusconi avevano stipulato e sostituirli con contratti con aziende francesi, strappati con la forza, è il caso di dirlo. Secondo, per la situazione di profonda prostrazione e sfruttamento in cui tiene 14 paesi africani più le Comore, sin dal dopo guerra e gli accordi di “decolonializzazione” stretti con De Gaulle. Accordi segreti che in realtà hanno sancito la continuazione del colonialismo puro e semplice.

Come? Con uno schema Ponzi e una moneta. Moneta fiat prestata da chi la crea dal nulla in cambio di tutto. Lo stesso schema imposto da FMI e petrodollaro dal dopo guerra; lo stesso schema poi perfezionato con l’euro. Solo che in Africa è esacerbato e chi crea la moneta è la Francia (cfr. https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2014/02/04/la-zona-franco-appannaggio-del-signoraggio-coloniale-della-francia/ ).

Moneta fiat scritturale, creata a piacimento dalla coppia Banca centrale e Tesoro che lavorano a braccetto appassionatamente, nonostante Maastricht, e nonostante il divieto di accordi tra BC e Tesoro di qualsiasi altro paese europeo dell’eurozona.

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Cronache della transizione

di Pierluigi Fagan

Trump sta rapidamente modificando i rapporti di forza all'interno dell'occidente

Il Giappone sta già andando per conto suo dovendosi anche ricentrare sul suo quadrante geo-naturale che è l’Asia, non l’occidente.

L’Italia, nella nuova configurazione di governo, si presta a ruolo di quinta colonna che vorrebbe usare la spinta americana, per modificare i rapporti di forza interni all’Europa.

La Gran Bretagna è al momento silente e paralitica poiché a sua volta in transizione non avendo ancora mani completamente libere data la procedura in corso di divorzio con l’UE.

Il Canada è sotto bombardamento dazi-NAFTA e comunque, con tutta la simpatia per quel bel Paese, conta quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Rimangono così Francia e Germania.

Sulla Germania già sappiamo molte cose. Accusata di eccesso mercantilista, di far la vergine delle rocce con la Russia con cui continua a fare affari e soprattutto condotte di gas, reticente a finanziarie la NATO da par suo, altrettanto avviluppata in amorosi sensi con la Cina, attaccata con violenza su Deutsche Bank, acciao e suoi derivati manifatturieri, adesso si beccherà le fatidiche barriere sulle auto, core business della sua industria metallica ovvero core economy. Altresì, la Germania è il perno sia del’euro che della UE che sono intesi come suoi sistemi di egemonia.

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manifesto

Usa e Ue in lite, ma unite contro Russia e Cina

di Manlio Dinucci

La strategia resta comune. Lo confermano le ultime decisioni prese dalla Nato, di cui sono principali membri Stati uniti, Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, più il Giappone quale partner, ossia tutte le potenze del G-7

Mentre si spacca il G-7 per effetto della guerra dei dazi, gli stessi litiganti si ricompattano rafforzando la Nato e la sua rete di partner.

La proposta tattica di Trump di ripristinare il G-8 – mirante a imbrigliare la Russia in un G-7+1, dividendola dalla Cina – è stata respinta dai leader europei e dalla stessa Ue, che temono di essere scavalcati da una trattativa Washington-Mosca. La ha approvata invece il neo-premier Conte, definito da Trump «un bravo ragazzo» e invitato alla Casa Bianca. La strategia resta però comune. Lo confermano le ultime decisioni prese dalla Nato, di cui sono principali membri Stati uniti, Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, più il Giappone quale partner, ossia tutte le potenze del G-7.

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antoniomazzeo

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

di Antonio Mazzeo

Se in tempi di “pace” le forze armate superano ogni limite di decenza nelle loro sempre più invasive occupazioni di scuole e attività didattiche, è doveroso interrogarsi su cosa potrebbe accadere in caso di “guerra guerreggiata” nell’Italia della cosiddetta Terza Repubblica. Peggio di così l’anno scolastico 2017-18 non poteva concludersi: sfilate, parate, cori e bande musicali di studenti e militari “uniti nel Tricolore”; party-saluti di alunne e alunni in basi e installazioni di guerra, con tanto di selfie ai piedi di cingolati, carri armati, cacciabombardieri e sottomarini; saggi ginnico-militar-sportivi e gare di corsa al passo dei bersaglieri; borse di studio/formazione e certificazioni per l’alternanza scuola-lavoro nei corpi d’assalto dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica o nelle aziende dell’export degli strumenti di morte.

Sono centinaia ormai le “esperienze” didattico-educative che le forze armate, in assoluta autonomia e fuori da ogni doveroso controllo degli insegnanti, impongono alle studentesse e agli studenti italiani. Realmente impossibile censirle, ma tra quelle svolte nelle ultime settimane ce ne sono alcune che meritano essere menzionate per la loro gravità e il prevedibile impatto negativo sul processo di formazione e crescita di tanti nostri figli.

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Il nuovo disordine mondiale di Usa, Russia e Cina 

di Alberto Negri

G7 in declino. Al tavolo che conta gli europei sono i camerieri. Intanto l’economia-mondo, quella che fa veramente paura a Washington, si riunisce nella città costiera cinese di Qingdao

Il mondo si divide in due, magari pure in tre o quattro parti in competizione tra loro e la remota provincia italica, ambita solo da rifugiati e migranti, litiga per capire dove sta, spaventata di diventare la nuova Cuba del Mediterraneo. Ci manca solo la battuta di Tony Montana-Al Pacino in Scarface «Io un comunista lo ammazzo anche gratis» e poi le abbiamo sentite tutte in questi giorni di G-7 su Putin, la Nato e l’Italia.Sembrava, a leggere i nostri giornali dove milita una bella fetta di tremebondi ex comunisti, che fossimo in procinto di abbandonare l’Alleanza, chiudere la basi e sequestrare 120 testate nucleari agli americani: all’armi, il fantasma di Ghino di Tacco è tornato a Sigonella.

E invece a Trump il premier Conte, un devoto di padre Pio, piace così tanto da invitarlo subito alla Casa bianca: il nostro debuttante è stato l’unico ad abboccare al tweet di The Donald per far rientrare la Russia nel summit, espulsa dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Invito che ha irritato gli altri partner europei ed è stato respinto al mittente da Mosca: «Siamo interessati ad altri formati».

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Salvini e il cortocircuito sovranista a sinistra

di Gianni Fresu*

La nascita del Governo Lega-5 stelle ha definitivamente fatto venire a galla un fenomeno carsico fino a oggi sottovalutato: la migrazione di diversi militanti e ex dirigenti della sinistra di classe in direzione del “sovranismo”. Stando alle loro affermazioni, saremmo di fronte a una profonda cesura storica dalla quale non possiamo estraniarci, pena l’irrilevanza nel Paese. In tal senso, si ritiene non solo legittima, ma necessaria un’apertura di credito nei confronti della nuova “coalizione giallo-verde”, perché considerata più avanzata sul piano delle possibili alleanze e meglio collocata nelle scelte di politica internazionale. La fibrillazione europea attorno alla nascita del governo sarebbe la prova di tutto ciò, inutile far notare loro che pure l’eventuale ipotesi di un governo guidato da Alba Dorata in Grecia o dal Front National in Francia avrebbe creato lo stesso allarmismo. Sembra impossibile l’innamoramento di alcuni ex guardiani dell’ortodossia verso questa alleanza, soprattutto se stiamo ai fatti: in politica estera il governo ha ribadito la centralità della Nato e l’alleanza con gli USA (suggellata dall’apertura di un canale privilegiato con Trump); in politica economica va in direzione di un liberismo sfacciato degno del miglior Monti, solo meno socialmente consapevole, ma per ignoranza; sulla gestione delle emergenze interne, al di là di razzismo e sessismo nemmeno dissimulati, repressione e conservatorismo sono le stelle polari.

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aldogiannuli

Elezioni comunali: sale la Lega, resiste il Pd, tracolla il M5s

di Aldo Giannuli

Con le elezioni comunali di domenica scorsa si è conclusa la tornata di elezioni post 4 marzo confermando e sottolineando le tendenze emerse già in Friuli, Molise e Val d’Aosta: il centro destra avanza e si compatta intorno alla Lega, il Pd si ridimensiona ulteriormente perdendo molte amministrazioni comunali, ma rallenta la caduta, unico ad andare decisamente male è il M5s.

Dei partiti minori (Leu e Fdi) e delle tendenze di dettaglio (ad es i travasi da Fi alla Lega o dal M5s all’astensione o alla Lega) non possiamo dire perché i dati –ancora incompleti- sono troppo frammentati ed occorrerebbe fare una infinità di calcoli per ricavare indicazioni di insieme, inoltre la presenza di molte liste civiche rende meno leggibili i dati. Per cui quello di cui si può parlare sono le tendenze dei principali partiti che, peraltro, sono abbastanza costanti rispetto alle regionali di un mese e mezzo fa. Entriamo nel merito:

a- l’avanzata del centro destra era già evidente in Molise e confermata in friuli, ma non aveva aspetti travolgenti: una avanzata contenuta dove, semmai, prevaleva la redistribuzione interna dei suffragi; nel voto delle comunale la tendenza all’aumento dei voti del centro destra sembra più consistente e lascia ipotizzare flussi non trascurabili sia dal Pd che, ancor più, dal M5s.

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orizzonte48

De Grawe e la "concessione" del liberal-global order ("un errore nel sistema")

di Quarantotto

1. Accadono strani fenomeni.

In apparenza.

E per comprendere questa apparenza, ragioniamoci un po' su.

Un indicatore del "variare" di questa apparenza, può essere la posizione che assume Paul De Grauwe, un economista certamente prestigioso e, probabilmente, il più accreditato e organico all'interno dell'ambiente istituzionale e scientifico-economico dell'Ue.

 

2. Soltanto tredici mesi fa, De Grauwe, chiamato ad esprimersi nel dibattito sull'euro apertosi nel mainstream mediatico italiano, aveva ammesso che la partecipazione all'euro della nostra Repubblica fosse stata un errore, che l'aggiustamento del costo del lavoro da operare per riconquistare la "competitività" fosse "doloroso" ma "anche inevitabile".

Tuttavia, al tempo, concludeva questa indicazione terapeutica con una diagnosi che addossava praticamente ogni responsabilità - di questo errore e di questa necessaria "sofferenza" (secondo una prognosi che aveva effettuato già Padoan dagli scranni dell'OCSE) - alla realtà antropologica e, di conseguenza istituzionale, italiana (sempre qui, p.5):

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militant

L’opposizione possibile al populismo

di Militant

Ci fosse stato Cottarelli, sarebbe stato tutto molto più facile. La sinistra sarebbe comunque scomparsa, divorata dal populismo a quel punto straripante, ma avremmo potuto inserire il pilota automatico della lotta “al governo delle banche” o qualcosa del genere. Il governo populista complica notevolmente le cose. Non è solo il consenso popolare di cui gode, il problema: una quota importante (maggioritaria?) di questo consenso è, in un modo o nell’altro, consenso di classe, voto di classe. Con questo consenso dobbiamo imparare a farci i conti. Ma c’è dell’altro. L’attuale governo incarna, in maniera distorta, la critica allo status quo di larga parte delle classi subalterne del paese. L’alternativa materiale a Conte è Cottarelli, non il comunismo. Era evidente già prima del tentato golpe euro-presidenziale, ma dopo quel passaggio se ne ha l’empirica certezza. Di più, quel passaggio traumatico ha veicolato questa certezza persino nei disinteressati alla politica, cioè nella società reale. La situazione è dunque per ora la peggiore per chi decide di porsi sul terreno dell’opposizione. La possibilità di venire accomunati allo statu quo ante è fortissima, diremmo una quasi certezza. Al momento il fronte contrario al populismo è esclusivamente l’accrocco euro-liberista di Berlusconi e Renzi-Gentiloni, coalizioni declinanti senza più credibilità nel paese (grazie al cielo).

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micromega

La discussione sulla Flat Tax rimuove la riforma fiscale

di Roberto Romano

Sebbene la discussione sulla Flat Tax ponga dei problemi di giustizia fiscale non banali, l’attenzione sul diverso trattamento fiscale dei redditi soggetti all’IRPEF non è corretta.

Siamo tutti d’accordo sulla crisi del fisco, ma si affrontano i problemi senza prospettive strategiche e senza inquadramenti organici. Il dovere fiscale è compreso fra i doveri costituzionali: l’adempimento dei doveri inderogabili è stata definita come una norma chiave in quanto con essa si è voluto affermare che lo Stato è in funzione dell’uomo. Questo principio è ignorato dal governo e dalle tesi dell’opposizione e, quest’ultimo aspetto, solleva dei problemi di politica economica rilevanti. Innanzitutto, tutta la discussione rimuove il tema delle così dette tassazioni sostitutive che vanificano la tassazione progressiva, delineando un quadro legislativo improvvisato.

L’aspetto più grave della crisi sta nel disorientamento del governo e nella rivendicazione del PD di avere già realizzato la Flat Tax per le imprese. Mi spiace dirlo, ma la proposta della Flat Tax persegue un obbiettivo politico attraverso la discutibile strada tecnica. Nei fatti, la proposta non tiene conto della sua pratica inesistenza, se non in quei Paesi periferici e arretrati dove, come ci ricorda “acutamente” Giulio Tremonti, la gente va in ospedale portandosi dietro coperte e medicinali.

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sollevazione2

Comunali: tutto come previsto

di Redazione

Meglio non caricare di eccessivi significati le elezioni comunali svoltesi ieri. Troppo diverse, com'è noto, le dinamiche tra elezioni amministrative locali e politiche nazionali. Il solo dato dell'affluenza alle urne lo conferma: il 4 marzo scorso votarono il 73,1% dei cittadini, ieri nemmeno il 62%.

Le élite, che si aspettavano un'inversione di tendenza rispetto all'ondata dei voti protesta, sono rimaste deluse. Al netto di elezioni che premiano di norma notabilato e clientele locali (spesso nascoste dietro a liste civiche trasversali), il voto di ieri ha confermato che i partiti sistemici (su tutti Pd e Forza Italia) annaspano nella loro crisi e in termini assoluti perdono voti. Discorso che vale anzitutto per i berluscones che nella maggioranza dei casi tracollano a favore della Lega di Salvini. L'avanzata della Lega, com'era ampiamente previsto, è quindi il dato eclatante.

Non cambia quindi niente per le sorti del governo giallo-verde, che ha passato indenne la nottata — sarebbe del resto stato ben strano il contrario, visto che è in carica da qualche giorno.

Non dorma tuttavia, questo governo, sonni tranquilli. Non è la guerriglia sui diritti civili che i grandi mezzi di comunicazione hanno già scatenato che Di Maio e Salvini debbono anzitutto temere (a meno che non commettano errori clamorosi).

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fattoquotidiano

I furbetti di Berlino, il vero problema dell’Eurozona

di Vladimiro Giacché

Il modello mercantilista tedesco imposto ai Paesi dell’area uccide la prosperità della Ue. E poi ci sono le regole, che valgono solo per i deboli

“Il rifiuto della Germania occidentale di perseguire politiche più espansive ha ridotto lo spazio disponibile agli altri Paesi membri di crescere... La strategia restrittiva della Germania Ovest è in grande misura responsabile della stagnazione dell’economia europea nell’ultima decade. I Paesi europei si sono intrappolati in un programma di austerità mercantilista: ciascun Paese cerca di accrescere efficienza e competitività internazionale attraverso la riduzione dei salari relativi e dell’occupazione (e perciò della domanda interna) nell’attesa che gli altri Paesi generino una domanda esterna sufficiente per allargare i suoi sbocchi di mercato”.

Questa analisi lucida e impietosa delle colpe della Germania nella bassa crescita europea non si riferisce all’eurozona e non è stata scritta in queste settimane. E’ del 1986, si riferisce al Sistema Monetario Europeo (il precedessore - meno rigido - dell’euro) e si deve a Pier Carlo Padoan (il nostro ministro delle finanze uscente) e Paolo Guerrieri. È citata da Sergio Cesaratto nel suo ultimo libro, Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, le doppie morali dell’euro (Imprimatur) e ci avvicina nel modo migliore alle tesi principali del libro.

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ilsimplicissimus

L’Argentina e la peste neoliberista

di ilsimplicissimus

E’ di questi giorni la notizia che il Fondo monetario statunitense eufemisticamente chiamato internazionale è sbarcato in Argentina imponendo una svalutazione e misure antisociali la cui entità sarà drammatica, in cambio di un prestito di 50 miliardi dollari necessario per evitare il crollo dell’economia. La cosa ha il sapore di un apologo perché il presidente Mauricio Macrì, neoliberista di ferro, è stato sventatamente eletto dagli argentini proprio per fare le politiche del Fondo monetario che ancora una volta si sono rivelate letali. Come del resto i “consigli” dati dallo stesso istituto negli anni ’90 e che portarono al default del Paese.

Grazie a questi eventi possiamo mettere chiaramente in luce una terza natura del neoliberismo oltre a quella di teorizzazione economica fallimentare e di ideologia politica dei ricchi: ovvero l’uso imperialista di tale dottrina per subentrare nel controllo effettivo dei Paesi. Non si tratta certo una novità perché stesse cose cono accadute nella crisi asiatica degli anni ’90, sono accadute in Grecia e accadono in Europa: la vicenda argentina suggerisce però più chiaramente di altre situazioni che il neo liberismo non è una malattia esantematica contro la quale si sviluppano abbastanza anticorpi da impedire una ricaduta. E’ invece una peste, una tubercolosi dell’anima che lascia immuni per poco tempo e poi può ritornare falcidiare speranze, futuro e diritti.

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contropiano2

Il Gruppo Bildeberg a Torino

Le elìte discutono del nostro mondo, riservatamente

di Sergio Cararo

Intervista a Domenico Moro. Da giovedi fino a domenica a Torino, è in corso la riservatissima riunione del Gruppo Bildeberg, una delle organizzazioni delle elìte internazionali a cui partecipano a vario titolo banchieri, ministri, manager e azionisti delle multinazionali, giornalisti, accademici. Il gruppo si riunisce in hotel o resort di lusso spesso inaccessibili ai comuni mortali in diverse parti del mondo, solitamente in un paese europeo, mentre una volta ogni quattro anni in Canada o negli USA. Tutti i partecipanti sono tenuti all’obbligo della riservatezza sulle discussioni che vi si tengono. Quest’anno è toccato a Torino ospitare la riunione annuale.

Tra gli invitati italiani risultano esserci il delfino della Fiat/Fca John Elkann, il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano. Ma saranno presenti anche gli economisti Alberto Alesina e Marina Mazzuccato, la senatrice a vita Elena Cattaneo, Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, ex dirigente dei servizi segreti e di cui si era parlato anche possibile ministro degli esteri nel nuovo governo, la giornalista Lilli Gruber. Ma ci saranno anche, solo per fare qualche nome,  l’ex presidente della Commissione europea José Barroso, l’ex primo ministro francese Bernard Cazeneuve, Henry Kissinger e il generale statunitense David Petraeus.

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goofynomics

I nemici del paese

di Alberto Bagnai

L'austerità, chi è qui lo ha capito da tempo, e chi non è qui lo sta capendo a sue spese, è non tanto e non solo una politica sulla quantità del reddito (le spese pubbliche sono per definizione redditi privati: nessuno immagina che i Ministeri gettino banconote nel cratere dell'Etna), quanto e soprattutto una politica di redistribuzione del reddito. Innalzare il livello di disoccupazione serve ad abbassare le pretese dei lavoratori e quindi i loro salari, a beneficio di chi vive di profitti. Questa politica potrebbe non sembrare del tutto razionale: a cosa serve avere una fetta più grande di una torta più piccola? Ma una razionalità c'è: il fatto è che, a loro volta, quelli che si spartiscono la fetta più piccola sono sempre meno (si chiama "svuotamento della classe media": l'eutanasia sociale di piccoli imprenditori, grandi professionisti, ecc.).

Naturalmente l'austerità è una politica dolorosa. Non per nulla i fascisti la battezzarono accortamente nel 1926 (come spiega Clara Elisabetta Mattei, in un articolo poi pubblicato qui), dandole questa connotazione morale, sperando che ciò bastasse a renderla palatable (come dicono quelli fichi) agli elettori. Fatto sta che la retorica moralistica non basta ad annichilire la giusta percezione che di norma e in media gli uomini hanno dei propri interessi (percezione che spiega perché il mercato, pur fallendo, sia meglio dell'alternativa: se poi lo Stato ne corregge i fallimenti, è ancora meglio).

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Aria di tempesta sul vertice del G7

E’ il vecchio mondo che muore

di Alessandro Avvisato

Che quello in Canada non sarebbe stato il solito noioso vertice del G7 lo si era capito già nelle scorse settimane. Il summit di Chalevoix di questo fine settimana vedrà palesarsi – pubblicamente e meno pubblicamente – lo scontro tra gli Stati Uniti e i suoi principali partner, infuriati dall’aumento unilaterale dei dazi su alluminio e acciaio. “Con il rischio che si consumi definitivamente la rottura di quel consensus che ha tenuto insieme per decenni i Paesi ricchi” commenta il Sole 24 Ore. Mentre il Financial Times parla di un “multilateralismo senza leadership americana”.

In realtà l’amministrazione Trump non sembra più affidare al G-7 e ad altre istituzioni simili (Wto, Fmi etc.) il compito di riaffermare la leadership mondiale statunitense, piuttosto intende puntare sui rapporti bilaterali, dove pesano di più i rapporti di forza tra gli Usa e i suoi interlocutori. Secondo il Washington Post, Trump avrebbe definito il G-7 “una perdita di tempo” e una “distrazione” rispetto alle trattative con la Corea del Nord, al punto da essere stato tentato di inviare al suo posto nel vertice di Chalevoix il vicepresidente Mike Pence. Dall’agenda diffusa dalla Casa Bianca risulta comunque che Trump in effetti salterà gran parte della seconda giornata della riunione con gli altri capi di stato e partirà a metà mattinata sabato, subito dopo la riunione sulla parità di genere e prima della sessione sui cambiamenti climatici.

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