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blogmicromega

Il popolo non esiste, parola di Panebianco

di Carlo Formenti

Le messe in guardia contro il rischio che i sistemi politici occidentali, a partire dal nostro, si trasformino in altrettante “democrazie illiberali” si moltiplicano: non passa giorno senza che politici, giornalisti e intellettuali lancino l’allarme nei talk show televisivi, sulle pagine dei giornali o sui social network. Provo a spiegare perché considero l’abuso di tale concetto particolarmente sintomatico.

Il termine democrazia illiberale allude a una separazione fra principio democratico e principio liberale che, secondo la teoria politica mainstream, troverebbero una sintesi nelle cosiddette democrazie liberali. In realtà il principio liberale – con il suo corredo di diritti individuali e civili, tutela della proprietà privata in primis, protezione della sfera privata dall’invadenza dei poteri pubblici, ecc. – nasce ben prima di quello democratico, il quale, inizialmente concepito come mero principio di rappresentanza e insieme di procedure formali necessarie alla sua applicazione (diritto di voto, ecc.) è stato a lungo appannaggio di esigue minoranze (i cittadini maschi con livelli di reddito ed educazione elevati).

Allorché, fra fine Ottocento e primo Novecento, si ebbe, sotto la spinta delle lotte operaie, una prima irruzione delle masse sulla scena politica che portò all’allargamento del diritto di voto (abbattendo le barriere di censo e, molto più lentamente, quelle di genere), la reazione di classi dominanti e caste intellettuali fu di grande preoccupazione.

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kelebek3

Salvini, Salvini e ancora Salvini!

di Miguel Martinez

Ci sarebbe molto da dire sulle immense migrazioni umane dei nostri tempi: la prima è che sono solo sotto un sottoflusso del vorticoso Flusso Globale.

I salmoni abituati per milioni di anni a fare il giretto da vivi di un angolino del Pacifico, da morti invece vanno dall’Alaska in Cina e tornano negli Stati Uniti, mentre il CO2 che le navi dispensano per fare questo giro finiscono (semplifico) per riscaldare il clima da noi e bruciare i nostri boschi.

Qualunque discorso sulle migrazioni deve partire da qui, o è una perdita di tempo.

Ma resto affascinato dalla maniera in cui Salvini è riuscito a trasformare la questione in un meccanismo da cui lui personalmente può solo uscire vincente.

Un piccolo racconto immaginario.

Facciamo conto che un giorno, un ghanese uccida una ragazza italiana. Nello stesso giorno, due mariti italiani hanno ammazzato le proprie mogli, ma poco importa.

Salvini fa subito un tweet, “buttiamo fuori gli stranieri che uccidono!”

Ora, noi sappiamo tutti che nel Grande Cimitero dei Tweet, miliardi e miliardi di chiacchiere inutili dormono ignorate, come è giusto.

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lantidiplomatico

L'uso dei diritti umani come arma

di Alfred de Zayas* - teleSUR

L'uso dei diritti umani come arma ha trasformato il diritto individuale e collettivo all'assistenza, alla protezione, al rispetto e alla solidarietà, basati sulla nostra comune dignità umana e sull'eguaglianza, in un armamentario ostile ai concorrenti e agli avversari politici. Nella riserva dei diritti umani come arma, la tecnica del "nominare e svergognare" è diventata una specie di kalashnikov dilagante.

Tuttavia, l'esperienza dimostra che nominare e diffamare non allevia la sofferenza delle vittime e soddisfa solo gli obiettivi strategici di certi governi, organizzazioni non governative e una crescente industria dei diritti umani che sfrutta i diritti umani per destabilizzare gli altri e abbastanza spesso per facilitare il “regime change“, indipendentemente da quanto possa apparire antidemocratico e nonostante il principio del diritto internazionale consuetudinario di non intervento negli affari interni degli Stati sovrani. Questa strategia si basa sulla falsa premessa che il ‘nominatore’ possiede in qualche modo l'autorità morale e che il ‘nominato’ riconoscerà questa superiorità morale e agirà di conseguenza. In teoria, questo potrebbe funzionare se il ‘nominatore’ praticasse il "nominare e svergognare’ in maniera non selettiva e si astenesse da ovvi doppi standard. Sfortunatamente, la tecnica è spesso controproducente, perché il ‘nominatore’ ha i suoi scheletri nell'armadio.

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lacausadellecose

Il marxista Cottarelli e i sovranisti di sinistra

di Michele Castaldo

Qual è la differenza che passa tra un materialista e un non materialista? Il primo ragiona delle cose reali, il secondo parla di ideologia.

Chi volesse capirci qualcosa in questo periodo di quello che sta accadendo tra europeisti e antieuropeisti basterebbe che leggesse l’articolo – breve – di Carlo Cottarelli su La Stampa di Torino di mercoledì dieci ottobre, dopo tanti sproloqui sulla fuoruscita dall’euro di una certa sinistra; perché è sempre preferibile leggere i nemici piuttosto che farsi affascinare dai falsi amici.

Due questioni pone il Cottarelli: a) piuttosto che sulla crescita interna è necessario aumentare l’esportazione ed essere più competitivi dei partner europei, in primis la Germania (ahi Germania l’incubo di tutti i resistenti vecchi e nuovi); b) per essere competitivi bisogna ridurre i costi di produzione, aumentare la produttività per ridurre i costi per unità di prodotto a parità di salario. Altrimenti detto: l’A B C della concezione marxista su come funziona il modo di produzione capitalistico specialmente in una fase di crisi acuta come quella attuale.

Cottarelli usa un linguaggio di cui Marx avrebbe detto “senza lasciar nulla fra le righe”, cioè schietto e vero, senza fronzoli, senza pittoresche capriole keynesiane dei bei tempi andati di grigi personaggi di sinistra che ancora pretendono di stare a galla salendo sul carro col vento in poppa del momento.

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la citta futura

Ipocrisie di Stato

di Carla Filosa

Il caso Cucchi è il primo in cui il muro omertoso si è sfaldato dall’interno

Il caso Cucchi ha regalato ultimamente lo spettacolo di una doppia ipocrisia istituzionale: prima nell’occultamento omertoso di un omicidio da proteggere mediante uno “spirito di corpo”, poi, dopo ben nove anni di dolore costretto a negarsi nell’uso del tempo dovuto alla lotta per la verità dell’accaduto, nella parata dello “spirito di corpo” che spalanca le sue porte a scuse formali e a millantate rigidità etiche, frettolosamente approntate per le sole “mele marce”. Non le istituzioni democratiche, ma solo se altri individueranno gli “alcuni appartenenti dello Stato… irresponsabili” – parole del comandante Giovanni Nistri (la Presse, 13.10.’18) – “l’Arma prenderà le decisioni che le competono,… ma non si tratta di una violenza dello Stato ma di alcuni appartenenti dello Stato: lo Stato non può essere chiamato come responsabile della responsabilità di qualcuno”. Il condimento all’espressione della “solidarietà e vicinanza umana” alla famiglia non poteva mancare.

Anche il premier Conte ha sostenuto l’ipocrisia nel non dover coinvolgere “l’intero corpo dei carabinieri e delle forze dell’ordine in generale, che tutti i giorni si impegnano per tutelare le nostre vite, la nostra incolumità, la nostra sicurezza”.

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huffpost

I totem rovesciati

di Andrea Del Monaco

Marx per Le Pen e Salvini. I Gracchi per Bannon e Meloni. Liberismo Ue per Bersani e Pd

Rivendicare Più Europa quando il neoliberismo UE significa austerità, svalutazione del lavoro e riduzione del welfare è il modo migliore per far vincere le destre neofasciste. Quando un esponente del fu centrosinistra rivendica la costruzione mercatista dell'architettura europea Matteo Salvini e Giorgia Meloni brindano. I risultati delle elezioni europee del 2019 vedranno trionfare le Destre se la Sinistra lascia a Salvini e Meloni il monopolio della critica all'austerità. Una conferma di questo pericolo si è avuta nel dibattito tra Marine Le Pen e Pierluigi Bersani su Rete 4 nella trasmissione Quarta Repubblica l'8 ottobre 2018: Le Pen guarda Bersani, e, con pacatezza, ripete ciò che nella mattinata aveva detto nella conferenza stampa con Matteo Salvini: "si fanno arrivare gli emigrati perché sono un serbatoio infinito di manodopera a basso costo... si accetta questa immigrazione massiccia per avere una manodopera molto malleabile con poche difese che accetti qualunque cosa.

Pensiamo a ciò che ha fatto la Germania con i minijobs. Essi hanno fatto sì che si pagassero i lavoratori due euro l'ora. Considero questa una nuova forma di schiavismo, con tutte le conseguenze che comporta per la diminuzione drastica dei salari: se il mercato è pieno di manodopera a buon mercato, ci sarà sempre qualcuno disposto a lavorare a basso costo".

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ilsimplicissimus

L’Italia Def iciente

di ilsimplicissimus

Molte volte, una marea di volte, ho cercato di dire come la strada del servaggio ai trattati europei con i suoi paesaggi politici economici e narrativi, ci stesse trascinando sulla strada della Grecia, un Paese distrutto sul quale tuttavia vi sono persino indegni necrofori che cianciano di resurrezione per strappare un obolo di credibilità verso le teorie più improbabili imposte nel continente e i contenuti reazionari a cui esse portano. Al vero fascismo che si serve persino degli appelli contro il fascismo com’è facile fare quando nella società liquida diventa tale anche il cervello. Ma adesso ho raggiunto la convinzione che questo destino, sia non solo inevitabile, ma anche giusto perché con tutta l’astuzia e la furberia vantate come maggior patrimonio dell’Unesco nello Stivale, ci sono troppi furfanti e troppi creduloni, troppi grassatori di verità e troppi illusi in mala fede.

Forse il panorama completo lo si sta raggiungendo in questi giorni quando attorno al Def si è formata una sorta di ola di bugie che parte da Bruxelles, si trasmette sulle sponde dei grandi giornali e persino su quelle del senato, tutta tesa a denunciare presso i cittadini l’irresponsabilità del documento. Come al solito si tratta di un misto tra infingimenti e tetragona incompetenza che tuttavia gli italiani ingoiano come una pillola di saggezza.

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sinistra

La controriforma degli esami di Stato

Un altro colpo ad una scuola sempre più destrutturata

di Eros Barone

E così il governo Salvini-Di Maio, sotto il formale consolato di Conte (di cui, peraltro, sono sconosciute le idee in materia scolastica e non solo), fornendo un ulteriore contributo alla nefasta opera di destrutturazione della scuola pubblica avviata una ventina di anni fa da Luigi Berlinguer e proseguita dai ministri che si sono succeduti al dicastero dell’Istruzione, ha messo mano alla ‘riforma’ degli esami di Stato, impropriamente definiti dai ‘mass media’ esami di maturità. Artefice di questa ennesima ‘riforma’ (meglio definibile come ‘deforma’ o, senz’altro, come controriforma) è il ministro Marco Bussetti, un esponente leghista che proviene dai ranghi degli insegnanti di educazione fisica, così come proveniva da quelli della scuola per l’infanzia la sua non rimpianta omologa di centro-sinistra che lo ha preceduto. Secondo quanto risulta dalle anticipazioni sul decreto definitivo che sarà presentato nel mese di febbraio del 2019, gli esami di Stato che concluderanno, nella scuola secondaria superiore, l’anno scolastico 2018-2019 prevedono: a) due sole prove scritte, abolendo la terza prova pluridisciplinare, a suo tempo introdotta da Berlinguer; b) l’eliminazione del tema di storia dalle prove scritte (una scelta culturalmente e politicamente rivelatrice per la sua gravità e unilateralità, dovuta, come sembra, al professor Luca Serianni, uno studioso di linguistica che collabora con l’attuale governo); c) l’introduzione di un test Invalsi, che da obbligatorio per essere ammessi agli esami, quale era inizialmente, è stato poi derubricato come non prescrittivo; d) l’abolizione della tesina di apertura del colloquio, che verrà sostituita da una relazione sull'alternanza scuola-lavoro; e) un meccanismo per l’attribuzione del punteggio finale che, rispetto a quello che è stato finora in vigore, aumenta il peso del curriculum formativo (40 centesimi) e riduce quello delle prove scritte e dei colloqui (20 centesimi per ciascuna prova scritta e per il colloquio).

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gustavopiga

Piccole metafore giallo-verdi

di Gustavo Piga

“L’uscita dal Fiscal Compact è condizione necessaria ma non sufficiente per rilanciare l’Italia”.

Questo vado dicendo dal giorno della pubblicazione della NADEF del Governo giallo-verde, complimentandomi per il coraggio di avere liberato in 3 anni 70 miliardi di risorse rispetto al precedente Governo (basta fare la differenza tra i deficit-PIL dei due DEF che somma a circa 4 punti percentuali di PIL).

C’è ovviamente chi mi critica per questa posizione. Sono di due tipi. Il primo tipo è di colui che è a favore del Fiscal Compact. Essendomi battuto per 7 anni contro costoro, evito di spiegare perché non concordiamo (il lettore ignaro troverà in questo blog sufficienti informazioni). Faccio solo notare, con grande soddisfazione, che ci sono anche da considerare quelli che hanno sempre detto che il problema non era il Fiscal Compact ma l’euro: e, guarda un po’, i no-eurini sono ora spariti (anche quelli che ora siedono sui banchi della coalizione di Governo), tutti concentrati ora solo sul Fiscal Compact come male estremo: l’avessero capito prima avremmo perso così tanto meno tempo…

I secondi critici sono una novità. Sono quelli che criticano il Governo perché “sarà pure che non c’è più il Fiscal Compact, che sarebbe un bene, ma guarda come sperperano le risorse con il reddito di cittadinanza e le pensioni”… E dicono che faccio male a difendere questo Governo.

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coniarerivolta

Gli interessi sul debito pubblico ci schiacciano: come reagire al ricatto?

di coniarerivolta

Un grottesco balletto si agita, in questi giorni, intorno alla stesura e l’approvazione della NADEF. Al di là della goffa propaganda del Governo, per altro prontamente smentita dai diversi passi indietro già fatti dalla maggioranza, la futura Manovra sarà ancora una volta all’insegna dell’austerità. Ai cani da guardia della “stabilità” dei conti, tuttavia, non basta. Ecco perché, come accade ciclicamente, si riaffaccia sulla scena lo spauracchio della catena “debito – deficit – interessi”.

Una banalità molto radicata, ed una delle argomentazioni salienti dei critici della spesa in deficit, e quindi dell’accumulazione di debito pubblico è: “poiché abbiamo molto debito pubblico pregresso, dobbiamo spendere moltissimo per interessi: se avessimo avuto meno debito accumulato, oggi potremmo spendere di più per l’economia e fare tante cose buone”. Nel nostro caso il deficit, previsto al 2,4% del PIL per il prossimo anno, implica in realtà un avanzo primario di circa l’1,4% del PIL. Ricordando che l’avanzo primario è la differenza tra entrate ed uscite dello stato, AL NETTO degli interessi sul debito, questo significa che lo Stato italiano sta drenando e sottraendo risorse all’economia (ed infatti la Manovra è univocamente nel segno dell’austerità).

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comidad

La lobby della deflazione divora i suoi figli e materializza i suoi fantasmi

di comidad

È davvero arduo trovare nei documenti preparatori alla prossima manovra finanziaria dell’attuale governo dei segnali di sostanziale discontinuità rispetto al passato. La difficoltà aumenta se il confronto viene fatto con il governo Gentiloni, che aveva già rinunciato alle “riforme strutturali”, aveva avviato qualcosa di simile al reddito di cittadinanza ed aveva persino abolito i voucher, reintrodotti invece dall’attuale governo. Anche nella politica migratoria, occorrerebbe rilevare che lo strapotere delle ONG nel Mediterraneo aveva già subito dei colpi all’epoca del ministro degli Interni Minniti.

Il campo in cui il governo in carica presenta invece una discontinuità è quello della comunicazione. Il governo Conte considera infatti l’ostilità dei media interni ed esteri come un dato di fatto scontato, un contesto con cui fare normalmente i conti. La comunicazione polemica del governo si appunta infatti sul nemico esterno e non più, come per i governi precedenti, sul nemico interno. Ancora ci si ricorda infatti gli epiteti dei passati ministri contro i propri cittadini: “fannulloni”, “bamboccioni”, “sfigati”, “corrotti”, ecc.

Pesano probabilmente su questa scelta anche le teorie di uno degli intellettuali di riferimento del governo, Marcello Foa, il quale presenta nei suoi testi la comunicazione mainstream come un terreno intrinsecamente conflittuale e manipolatorio, legato ad interessi di parte.

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kelebek3

Volare!

di Miguel Martinez

Siamo a Firenze, nel breve periodo in cui fu la capitale d’Italia.

Il primo ambasciatore statunitense è George Perkins Marsh, un signore che ha questo imponente aspetto ottocentesco.

Mentre attende i vari ricevimenti e frequenta i salotti, trova il tempo per scrivere un immenso libro, che si chiama The Earth as Modified by Human Action, “Il mondo modificato dall’azione umana”, in cui analizza minuziosamente l’impatto spesso devastante dell’uomo sulla terra, sull’acqua, sulla varietà di vita.

Un libro pubblicato in italiano – 643 pagie – nel 1872, da Barbera, come L’ uomo e la natura, ossia La superficie terrestre modificata per opera dell’uomo, di “Giorgio P. Marsh”.

Non c’era nemmeno la luce elettrica a Firenze, l’agricoltura industriale era appena agli inizi, e in cielo volavano solo gli uccelli.

C’erano in giro ben poche delle oltre 82.000 sostanze chimiche oggi in uso nelle industrie e ormai insediatesi nei nostri ormoni.

Marsh parte dalla constatazione di come siano state devastate e spesso desertificate le più fertili terre dell’Impero Romano, dal granaio libico alla Sicilia. Ma è interessante come lui riesca a cogliere la questione fondamentale: anche se

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soldiepotere

Non basta il cambiamento, dev’essere in meglio

di Carlo Clericetti

E’ davvero una mossa così incosciente prevedere un deficit al 2,4 %? E’ del tutto inverosimile affermare che il Pil dell’anno prossimo crescerà dell’1,5%? A giudicare dalle reazioni che hanno provocato – più a livello politico e istituzionale che dei mercati – si direbbe che questi obiettivi contenuti nella Nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza, siano opera di una banda di pazzi.

Magari invece ha ragione l’economista Mario Nuti  a parlare di “isteria”. Nel suo blog fa il conto su quale livello del deficit non farebbe crescere il rapporto debito/Pil e, utilizzando le stime del Fondo monetario e ipotizzando prudentemente una crescita nel 2019 dell’1% e un’inflazione all’1,4, ricava che quel rapporto non aumenterebbe fino a un deficit del 3,04%. Ma Nuti, che è un economista serio, fa i conti sui dati reali, mentre la Commissione Ue usa quelli “strutturali”, cioè basati sul calcolo del Pil potenziale: un metodo che persino un gruppo di studio istituito dalla Commissione, nel lontano 2013, aveva giudicato non attendibile e che l’Italia contesta da tempo senza ottenere alcun ascolto.

Più problematico quell’1,5% di crescita. Un altro economista, Massimo D’Antoni, osserva che “le stime sull’impatto della manovra proposte da questo governo appaiono del tutto in linea con quelle considerate valide dal governo precedente (e generalmente accettate come ragionevoli dagli istituti di ricerca)”.

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contropiano2

La lezione di Danilo Zolo

di Italo Nobile

Dopo la morte di Domenico Losurdo, quella di Danilo Zolo toglie dal dibattito pubblico un’altra voce che aveva negli ultimi decenni spesso aiutato il popolo della sinistra, nelle sue varie sfaccettature, ad esercitare un severo vaglio critico sulle procedure di giustificazione (all’insegna dell’universalismo liberale) delle guerre americane. Se il primo aveva scavato nella tradizione liberale alla ricerca delle crepe che compromettevano la credibilità della narrazione politica e giuridica moderna, il secondo sottoponeva a critica le istituzioni cosmopolitiche attuali evidenziandone l’incoerenza alla prova dei fatti.

Tuttavia mentre il primo si permetteva di muovere qualche critica anche a Marx, appoggiandosi però sulle spalle di Hegel, il secondo ha compiuto il suo percorso teorico senza perdere di vista (sia pure non esplicitamente e con riserve polemiche soprattutto sulla questione sociale) la tradizione politica a cui ha dedicato la sua prima pubblicazione (Il personalismo rosminiano: studio sul pensiero politico di Rosmini, Morcelliana, Brescia 1963), l’agostinismo politico e cioè quella forma di realismo che in nome della mancanza di perfezione dell’esistente insiste sui limiti dell’azione umana politicamente intesa, innanzitutto.

Questa matrice viene trasfusa nell’interpretazione del pensiero marxiano relativamente ai rapporti con lo Stato e si ripercuote anche nella critica alla democrazia (e alle sue promesse “da marinaio”) e del globalismo giuridico.

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contropiano2

L’Euro, l’Europa, l’Italia e il Mondo grande e terribile

di Giuseppe Masala

Davvero lascia sconcertati che nelle televisioni nazionali l’attualità politica ed economica sia monopolizzata da un non sense come il risultato delle previsioni econometriche scritte dal governo nel cosiddetto Def che è null’altro che un documento previsionale che lascia il tempo che trova. Basta guardare il medesimo documento degli ultimi dieci anni per vedere che non ne hanno mai azzeccato una.

E allora può essere che una crisi che potrebbe risultare enorme sia causata da un numeretto che da sempre è scritto sulla sabbia? Io direi di no. Ed è ora che tutti, laicamente, usciamo da queste comode gabbie mentali e da queste narrazioni tossiche e infantili.

Vediamo la concatenazione degli eventi significativi:

  1. Trump vince le elezioni in USA e dichiara di avere come cardine del proprio progetto politico ed economico l’assunto che gli USA non sono più disponibili ad acquistare le eccedenze produttive del resto del mondo. In altri termini non sono più disponibili a farsi invade da merci straniere accettando la distruzione del loro tessuto produttivo e di avere sostanzialmente 100milioni di disoccupati.
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manifesto

Cina, la catena di montaggio dell’Intelligenza artificiale

di Simone Pieranni

 La corsa di Pechino all'intelligenza artificiale si basa sul lavoro di migliaia di persone impiegate nell'attività di «etichettatura» di tutti i dati. Un lavoratore che pone le etichette può elaborare 40 oggetti al giorno, guadagnando 10 yuan all’ora, circa 1 euro, per uno stipendio mensile totale di 300 euro

Etichettare qualsiasi cosa: guardare una foto su uno schermo e apporre manualmente etichette, guardare un video e apporre etichette, ascoltare un audio e apporre etichette. Su qualsiasi cosa: il volto di una persona, una strada, una lunga fila di macchine, panorami e luoghi geografici, animali, tutto. Solo in questo modo il fantastico mondo dell’internet delle cose potrà essere possibile nel prossimo futuro. Solo in questo modo le auto senza guida potranno viaggiare, si potranno controllare da remoto tutti gli elettrodomestici di una casa o usare la propria faccia per pagare, prenotare, comprare qualsiasi cosa, o perché le telecamere intelligenti possano fare il loro dovere in questa epoca dalle tendenze sempre più totalizzanti nel controllo sociale.

E COME SEMPRE ACCADE in un sistema capitalistico c’è chi usufruirà – persone, corporation e Stati – dei servizi realizzati da altre persone sfruttate, e non poco, per rendere sempre migliori i servizi. In Cina un «data-tagger», ovvero un lavoratore che pone le etichette alle foto, video e audio che finiranno fagocitati dalle macchine e dagli algoritmi, può anche elaborare 40 foto al giorno, guadagnando 10 yuan all’ora, circa 1 euro, per uno stipendio mensile totale di 300 euro.

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lantidiplomatico

"Che altro serve per un minimo di sdegno? Che altro serve per una protesta dell'occidente alla casa reale dell’Arabia Saudita?"

di Fulvio Scaglione

"Male che vada, Mohammed bin Salman farà qualche telefonata, ricorderà questo o quell’affare, parlerà del prezzo del petrolio o del terrorismo in Medio Oriente. Ma non dovrà nemmeno incomodarsi, il mondo gira così e tutti quelli che devono saperlo già lo sanno."

Se vivessimo in un mondo più o meno normale, oggi tutte le cancellerie occidentali sarebbero impegnate a chiedere chiarimenti e inviare proteste alla casa reale dell’Arabia Saudita. E qualche Governo più deciso degli altri potrebbe magari convocarne l’ambasciatore per avere spiegazioni. Invece quasi tutto tace e, a parte le indiscrezioni lasciate filtrare ad arte dai servizi segreti della Turchia, un silenzio appena imbarazzato accompagna la sorte di Jamal Khashoggi, giornalista assai noto e apprezzato in Arabia Saudita e non solo, visto che di recente era diventato anche editorialista per il “Washington Post”. Donald Trump, grande sostenitore dei sauditi, ha taciuto per giorni e poi si è detto «preoccupato», lasciando a Mike Pompeo, il segretario di Stato, il compito di sfidare il ridicolo e invocare presso i sauditi una «inchiesta accurata» sulla sorte del giornalista.

Il problema è che c’è poco su cui indagare. Khashoggi è entrato nel consolato del proprio Paese a Istanbul il 2 ottobre, lasciando la fidanzata turca sul marciapiede ad attenderlo.

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sollevazione2

PaPatrac

di Piemme

Diversi lettori ci han chiesto un giudizio sulla scissione verificatasi in Potere al Popolo (PaP), in sostanza —dopo le annunciate defezioni del Partito Comunista Italiano e di Sinistra Anticapitalista — della rottura, ben più pesante con Rifondazione comunista.

La rottura del fidanzamento (che divorzio sarebbe stato solo se si fosse consumato effettivo matrimonio) è avvenuta nientemeno che sullo statuto.

Colpiscono i toni durissimi della contesa, segno di una rottura dolorosa quanto irreversibile. Ci pare che ciò stia ad indicare come la disputa sullo statuto nasconda differenze politiche profonde, che tirano in ballo natura, scopi e posizionamento politico. Non chiedeteci chi siano i "buoni" e i "cattivi", i "migliori" ed i "peggiori". Compagni che condividono il nostro punto di vista — quello che considera centrale la battaglia per uscire dalla gabbia dell'euro per la piena riconquista della sovranità nazionale, quindi la necessità di collocarsi in piena indipendenza nel "campo populista" contro l'élite eurocratica — ce ne sono, e stanno, come minoranze, in entrambi gli schieramenti che si sono dati battaglia. Qui l'interrogativo: com'è che i no-euro alloggiano su fronti contrapposti?

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manifesto

L’esercito di insetti del Pentagono

di Manlio Dinucci

Sciami di insetti, che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, attaccano le colture di un paese distruggendo la sua produzione alimentare: non è uno scenario da fantascienza, ma quanto sta preparando l’Agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca scientifica avanzata (Darpa). Lo rivelano su Science, una delle più prestigiose riviste scientiche, cinque scienziati di due università tedesche e di una francese. Nel loro editoriale pubblicato il 5 ottobre, mettono fortemente in dubbio che il programma di ricerca della Darpa, denominato «Alleati insetti», abbia unicamente lo scopo dichiarato dall’Agenzia: quello di proteggere l’agricoltura statunitense dagli agenti patogeni, usando insetti quali vettori di virus infettivi geneticamente modificati che, trasmettendosi alle piante, ne modificano i cromosomi. Tale capacità – sostengono i cinque scienziati – appare «molto limitata». Vi è invece nel mondo scientifico «la vasta percezione che il programma abbia lo scopo di sviluppare agenti patogeni e loro vettori per scopi ostili», ossia «un nuovo sistema di bioarmi». Ciò viola la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 ma restata sulla carta soprattutto per il rifiuto statunitense di accettare ispezioni nei propri laboratori. I cinque scienziati specificano che «basterebbero facili semplificazioni per generare una nuova classe di armi biologiche, armi che sarebbero estremamente trasmissibili a specie agricole sensibili, spargendo insetti quali mezzi di trasporto».

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gliocchidellaguerra

Rovesciare Juncker e Moscovici

Il piano dei sovranisti in Europa

di Lorenzo Vita

Creare un fronte compatto che rovesci l’attuale leadership dell’Unione europea. Prendersi la Commissione e riuscire a costruire un fronte da destra che cambi l’Europa, trasformandola in una realtà confederale. Sono questi gli obiettivi del blocco sovranista per le elezioni europee ma non solo, come dimostrato da Matteo Salvini e Marine Le Pen al convegno dell’Ugl a Roma.

La strategia del fronte sovranista è molto più complessa e articolata di quanto possa apparire. Non c’è solo una campagna elettorale da portare a termine ma cambiare l’Europa. Per farlo il fronte sovranista parte da una certezza: non può fare tutto da solo. C’è bisogno anche del Ppe e di quel vento di destra che sta animando anche parte del movimento moderato dell’Unione europea. Il blocco nato dai movimenti più radicali” non vuole tagliare i ponti con il centro: vuole che il centro si riequilibri a destra. E per farlo, ha al suo interno alleati utilissimi alla causa: Viktor Orban ad esempio, il cui Fidesz rimane nel Ppe, ma anche la Csu di Horst Seehofer e i popolari dell’austriaco Sebastian Kurz.

Nel mirino dei sovranisti non c’è solo quello di strappare consensi, ma c’è anche quello di diventare una presenza costante e necessaria all’interno dell’Europarlamento. Primo step sarà quello delle elezioni europee del 26 maggio 2019 e cercare di diventare la seconda forza politica superando il Partito socialista.

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lantidiplomatico

Jair Bolsonaro, il fascio-liberista che piace ai mercati

di Fabrizio Verde

Insieme al suo consigliere economico, l'ultraliberista Paulo Guedes, vuole privatizzare tutte le aziende statali

La vittoria del candidato fascio-liberista Jair Bolsonaro al primo turno delle presidenziali brasiliane era preventivabile dopo l’esclusione del grande favorito Lula, ma non nei termini in cui questa è arrivata. Dopo un tale risultato ci si sarebbe aspettati mercati in fibrillazione, la moneta brasiliana in flessione rispetto al dollaro, un crollo in Borsa a San Paolo. Visto che potrebbe diventare presidente un negazionista della dittatura, che vorrebbe fucilare i militanti della sinistra e ritiene gli afrodiscendenti dei subumani che «non servono a niente». Insomma, con Bolsonaro presidente si rischia la guerra civile.

Invece niente. I mercati reagiscono con euforia. La Borsa di San Paolo chiude con un rialzo del 5,46% a 87.291, e il real si rafforza rispetto al dollaro del 3,67%, facendo segnare il valore più basso rispetto alla moneta brasiliana dallo scorso mese di agosto.

Il motivo di questa ‘euforia’ è presto detto. Possiede un nome e un cognome. Paulo Guedes. Consigliere economico del fascioliberista Bolsonaro e futuro ministro dell’Economia se l’ex capitano dell’esercito dovesse il 28 ottobre battere Haddad del PT e diventare il nuovo presidente del Brasile.

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motherboard

Abbiamo 12 anni per risolvere il cambiamento climatico o siamo spacciati

di Caroline Haskins

Il '1.5 Degree Report' dell'IPCC avvisa, senza mezzi termini, che per portare a zero le emissioni di CO2 dobbiamo cambiare radicalmente la natura nella nostra società subito

Se siete ancora scettici rispetto al cambiamento climatico, un tool creato dal New York Times e dal Climate Impact Lab ad agosto scorso vi aiuterà a visualizzare il problema — mostrandovi quanto caldo faceva nella vostra città quando siete nati, quanto caldo fa oggi e quanto caldo farà quando avrete 80 anni. A Roma, per esempio, nel 1960 c'è stata solo una settimana di afa infernale, mentre ora la media è di 30 giorni all'anno. E le previsioni per il futuro sono tutt'altro che piacevoli.

I leader mondiali hanno 12 anni per cambiare radicalmente la struttura della nostra società e scongiurare gli effetti più cataclismatici del cambiamento climatico, stando al consorzio più importante al mondo di scienziati del clima.

Le emissioni di diossido di carbonio devono raggiungere lo zero netto entro il 2050, affinché l'aumento delle temperature globali resti sotto gli 1,5 gradi Celsius, stando al "1.5 Degree Report," un documento compilato dall'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), una coalizione di scienziati climatici che lavora per le Nazioni Unite.

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sinistra

Uomini contro

di Eros Barone

Fabrizio Marchi: Contromano, Zambon Editore, Verona 2018

«Siamo soli, schiacciati in questa tenaglia che vede da una parte il neoliberismo in versione liberal e politicamente corretta e dall’altra un neo populismo aggressivo e razzista, di fatto una moderna versione di fascismo. Tuttavia sarebbe sbagliato lasciarsi travolgere dal pessimismo. E’ vero, la fase storica è quella che è, e non si intravede una via di uscita, però è altrettanto vero che ce ne sono state di molto peggiori nel passato. E quelli che hanno vissuto in quelle epoche non avevano alle spalle quel grande tentativo...durato un secolo e mezzo, che abbiamo avuto noi. La storia può essere rimossa, rivisitata, manipolata, deformata, ma non può essere cancellata. E sappiamo anche che la scrivono i vincitori e non i vinti...E noi sappiamo che altri prima di noi, in condizioni molto più difficili, hanno tentato quel famoso assalto al cielo. E se la storia ci ha insegnato qualcosa è che quell’assalto – naturalmente in forme e modalità diverse – verrà certamente ritentato, anche se non possiamo sapere quando, da chi, dove e in che modo.» Nella chiusa del suo libro Contromano (Zambon Editore, Verona 2018) questo è quanto osserva Fabrizio Marchi, il quale davvero non è tipo da perdersi d’animo: «A noi, agli uomini e alle donne di buona volontà...il compito di arare il terreno.»

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militant

Le guerre tra poveri le combattono due eserciti

di Militant

Qualche giorno fa, navigando in rete, ci siamo imbattuti in un articolo di Roma Today in cui si faceva riferimento ad una lettera aperta inviata da alcune associazioni al prefetto in merito alle sorti della ex Fabbrica Penicillina Leo, da tempo in cima alla lista degli stabili da sgomberare. Visto che su questa questione stiamo lavorando da diverso tempo insieme ad altri compagni della Tiburtina (qui, qui, qui e qui), e incuriositi dal fatto che tra i firmatari c’erano alcune associazioni che almeno inizialmente avevano condiviso il nostro percorso, siamo quindi andati a leggerci la versione integrale della lettera. Si tratta di un appello giusto, nobile, umanamente più che condivisibile in ogni sua riga e parola, in cui però manca completamente un pezzo importante di ragionamento sul quartiere e su chi intorno alla ex fabbrica ci vive, e che proprio per questo motivo corre il rischio di risultare politicamente inefficace. Comprendiamo la necessità di accendere i riflettori sulle condizioni di chi per necessità è costretto a sopravvivere in quel in quel rudere pericoloso, ma decontestualizzare l’ex Penicillina dalle condizioni di abbandono, disoccupazione e sofferenza sociale che vive quel territorio rischia di lasciare diviso ciò che invece dovremmo provare ad unire. Dando l’impressione che ci si interessi solo di chi sta dentro e non di chi sta fuori, degli “ultimi”, ma non dei “penultimi”.

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mateblog

PAP e non più PAP. C'eravamo tanto amati

di Stefano G. Azzarà

Mi ero iscritto a PAP da appena cinque giorni per votare lo statuto, dopo 10 anni nei quali non avevo preso nessuna tessera, e PAP era già finita e non si votava più o comunque era inutile votare.

Non so quale, ma un nesso tra queste due cose deve esserci sicuramente...

Adesso, io non non ho idea di quali e quante fossero le fratture interne o di chi sia la colpa e anzi avevo detto da tempo che i promotori non sapevano bene cosa volessero nella vita e che ognuno la girava come gli pareva. Già la faccenda dei due statuti era indicativa di qualche problema ancora non esplicitato.

Tuttavia, ero e sono convinto che - tracciando un confine che escluda Vendola e Fratoianni, dei quali non ci si può fidare - bisogna unire tutto ciò che è stato diviso, per cui mi ero detto che è arrivato il momento di prenderli tutti a coppini e farli ragionare, questi irresponsabili, da una parte e dall'altra.

Leggendo però adesso - anche con un certo amaro divertimento - la merda indecorosa che si stanno scaricando addosso PAP e Rifondazione in queste ore, capisco che non è possibile e c'è da chiedersi come abbiano fatto fino all'altro ieri a fingere di andare d'accordo.

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manifesto

Il Manama night club

di Michele Giorgio

Prostitute asiatiche in semi schiavitù, quartieri a luci rosse e alcol: per i soldati occidentali e i ricchi sauditi il Bahrain è il paese dei balocchi. La sola cosa davvero proibita è la democrazia

Rami sorride mentre mostra gli smartphone più costosi ai clienti sauditi entrati nel suo negozio. Parla un buon inglese e ci sa fare. Con un piccolo sconto e una spiegazione tecnica particolareggiata convince senza fatica i due ad acquistare il telefono di una nota marca che ha tra le mani.

«SONO DEL KERALA, la maggior parte degli indiani che vivono e lavorano qui sono del Kerala», ci dice riferendoci che le recenti inondazioni non hanno toccato il suo villaggio. Rami è uno dei 300mila lavoratori stranieri in Bahrain, circa un terzo della popolazione totale del minuscolo arcipelago del Golfo. Quasi tutti orientali.

È raro incontrare i bahraniti arabi in via al Khalifa e a Bab Bahrain e il centro di Manama appare una piccola India con qualche spruzzo di Pakistan, Sri Lanka e Filippine.

Il profumo delle spezie è penetrante. Tessuti, oggetti e alimenti arrivati dall’Oriente sono il tema dominante nelle strette viuzze della zona. E asiatici sono i commercianti di perle, anche se quella che un tempo lontano era l’orgoglio dei pescatori bahraniti oggi è solo un’attività marginale in un paese che pretende di essere un hub finanziario e che nelle sue costruzioni più recenti imita i più ricchi Emirati e l’alleata Arabia saudita.

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contropiano2

L’industria pubblica va forte, il “privato” è scappato

di Redazione

Il 20 ottobre Us, Potere al Popolo e altre organizzazioni sociali e politiche manifesteranno a Roma per pretendere “Nazionalizzazioni qui e ora!”. Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova è infatti diventato chiaro a tutti che i “prenditori” italiani sono dei fancazzisti che adorano fare soldi stando comodamente seduti a un casello – immaginario o reale, come quello autostradale – a prender soldi grazie a una posizione di rendita monopolistica.

Ma se c’è da produrre, rischiare, inventare, beh, da tempo hanno alzato bandiera bianca e venduto i gioielli di famiglia a società estere. Anche del made in Italy più famoso, ormai, non è rimasto granché.Si salvano piccoli gruppi di giovani “startuppari”, che almeno provano a inventare qualcosa, ma – se bravi – presto cannibalizzati da multinazionali con sedi altrove.

Eppure si continua a raccontare che “il privato è più efficiente del pubblico”, con seriosissimi giornalisti “democratici” che vanno a registrare le molte inefficienze della pubblica amministrazione, ma senza azzardarsi mai a mettere il naso negli affari dei privati (al massimo leggono i mandati di cattura, quando scoppia l’ennesimo scandalo).

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huffpost

Il governo vada avanti

di Stefano Fassina

Nessuna sorpresa per la lettera della Commissione europea arrivata al Ministro Tria ieri sera. Nessuna sorpresa per la preannunciata procedura di infrazione. Il Governo deve andare avanti. Fare passi indietro ora alimenterebbe incertezza. Incertezza genera instabilità e aggrava le prospettive per la finanza pubblica, le banche, le famiglie e le imprese.

Il Governo era consapevole delle conseguenze del significativo strappo sul 'saldo strutturale', sacro e arbitrario parametro della politica economica liberista incisa nei Trattati e nella disciplina mercantilista dell'eurozona. Sono le regole: il Patto di Stabilità e Crescita, il Six Pack, il Fiscal Compact. Certo, sarebbe facile chiedere ai due solerti autori della missiva della Commissione perché non scrivono anche a Berlino per le continue e devastanti violazioni da parte della Germania del limite, generosissimo, al surplus commerciale previsto nel Six Pack. O ricordagli l'arbitrio politico nelle comprensive valutazioni della loro Commissione verso le ripetute violazioni del Fiscal Compact di Francia e Spagna. Ma veniamo a noi.

La lettera da Bruxelles è un atto dovuto. È inevitabile. Il Vice-Presidente Dombrovskis e il Commissario Moscovici dovevano andare in automatico dopo aver ricevuto, giovedì sera, dal titolare del Mef la comunicazione degli obiettivi di deficit "fuori linea".

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contropiano2

La politica, Rifondazione… ma indietro non si torna

di Giovannino Deriu

Non festeggio un risultato elettorale dalla primavera del 1996.

Alle ultime elezioni politiche, quelle del 4 marzo, Potere al Popolo ha raccolto l’uno per cento dei voti ma tra le nostre fila c’è chi stappava lo spumante e io ero perplesso. Dal giorno dopo si lanciò lo slogan “indietro non si torna” e io ero preoccupato.

Indietro non si torna mai, ma qualche volta bisognerà pur andare avanti. Da dirigente del Partito della Rifondazione Comunista ho partecipato più che attivamente agli ultimi due congressi, quelli in cui si è sancita la linea della costruzione di un soggetto politico unitario e plurale. Non un cartello elettorale ma neanche un partito, alternativo ma antiliberista, disobbediente ma non antieuro, il PRC non si scioglie ma cede sovranità, una testa un voto ma solo se a maggioranza qualificata, doppio tesseramento ma in offerta speciale.

Potere al Popolo è quel soggetto politico che vive i bisogni popolari, che organizza chi oggi non è rappresentato, che incide concretamente nella realtà. Non può trasformarsi in una mini federazione di micro partitini già esistenti a cui tutt’al più si aggiunge qualche individuo che la sa lunga qua e là alla bisogna. Potere al Popolo non può ridursi a operazione di ceto politico e non potrà essere l’ennesimo partito della sinistra, un po’ più a sinistra di altri ma meno settario di altri ancora, sedicente radicale e per ciò stesso credibile ma rassicurante.

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rifonda

Trident Juncture 2018

di Gregorio Piccin

Norvegia: Trident Juncture arriva alla sua seconda, attesa edizione. Edizione col “botto”: la più grande esercitazione Nato dal 2002, la più grande e vicina alla nuova cortina di ferro che oggi si attesta a diretto contatto con la Russia. Dal 25 ottobre al 7 novembre scorrazzeranno infatti per le lande norvegesi e i mari e i cieli del Baltico 10.000 veicoli di vario genere, 150 aerei e 60 navi mentre sono attesi dai 40.000 ai 45.000 partecipanti da 30 nazioni diverse. Non stiamo parlando di una rumorosa parata di circostanza, ma di una abnorme manovra di addestramento per la Nato Response Force (NRF), il livello organizzativo più alto della nota alleanza che, a partire dal summit di Wales del 2014, sarà impiegabile per fronteggiare le “…emergenti sfide alla sicurezza messe in atto dalla Russa e provenienti dal Medio oriente e nord Africa…” 

“Emergenti sfide alla sicurezza” provenienti da regioni dove gli stessi alleati, dal lontano 1991, hanno promosso e partecipato a guerre devastanti (Iraq, Libia, Siria e Yemen) e messo in atto embarghi e genocidi.

“Emergenti sfide alla sicurezza” messe in atto dalla Russia, una superpotenza che ha visto, dal 1989 ad oggi, avvicinarsi le amichevoli truppe alleate a ridosso dei propri confini.

Un vero capolavoro di bipensiero orwelliano.