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blackblog

Nota preliminare a Robert Kurz: "La crisi del valore di scambio"

di Thomas Meyer

Qui si richiama espressamente, e di nuovo, quello che è un testo fondamentale della critica del valore, "La crisi del valore di scambio. La scienza come forza produttiva, lavoro produttivo e riproduzione capitalista"[ N.d.T: il testo, tradotto in italiano nella sua interezza, può essere letto qui ], scritto da Robert Kurz ormai 32 anni fa. È stato il punto di partenza per i successivi testi ed i successivi libri sulla teoria della crisi, nei quali le idee di questo testo hanno continuato ad essere sviluppate o sono state ulteriormente spiegate, non da ultimo nel contesto di un approccio critico di quella che si è rivelata essere una critica androcentrica del valore, così come è stato formulato da Roswitha Scholz nel suo testo "Il valore è l'uomo" [*1] e in diversi altri testi. Va notato che questo testo fondamentale della teoria della crisi non viene mai menzionato da nessuna parte da Trenkle e Lohoff nel loro libro "La grande svalorizzazione" [*2], dove anche "Il collasso della modernizzazione" [*3] – sempre di Robert Kurz - viene menzionato solo di passaggio, in una nota a piè di pagina.

È disonesto suggerire che la teoria della crisi sarebbe provenuta più o meno dalle loro teste (citando a tale scopo due autori, Postone e Konicz).

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manifesto

Cosa si nasconde dietro l’attacco Usa agli smartphone cinesi

di Manlio Dinucci

Dopo aver imposto pesanti dazi su merci cinesi per 250 miliardi di dollari, il presidente Trump al G-20 ha accettato una «tregua» posticipando ulteriori misure, soprattutto perché l’economia Usa è colpita dalla ritorsione cinese. Ma oltre alle ragioni commerciali ci sono quelle strategiche. Sotto pressione del Pentagono e delle agenzie di intelligence, gli Usa hanno bandito gli smartphone e le infrastrutture di telecomunicazioni della società cinese Huawei, con l’accusa che possono essere usati per spionaggio, e premono sugli alleati perché facciano altrettanto.

Ad avvertire soprattutto Italia, Germania e Giappone, paesi con le più importanti basi militari Usa, sul pericolo di spionaggio cinese sono le stesse agenzie Usa di intelligence che hanno spiato per anni le comunicazioni degli alleati, in particolare Germania e Italia.

La statunitense Apple, un tempo leader assoluta del settore, è stata scavalcata come vendite dalla Huawei (società di proprietà degli impiegati quali azionisti), piazzatasi al secondo posto mondiale dietro la sudcoreana Samsung.

Ciò è emblematico di una tendenza generale. Gli Stati uniti – la cui supremazia economica si basa artificiosamente sul dollaro, principale moneta finora delle riserve valutarie e dei commerci mondiali – vengono sempre più scavalcati dalla Cina sia come capacità che come qualità produttiva.

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contropiano2

Conoscenza contro competitività

A sud della crisi i giovani possono fare la differenza

di Viviana Ruggeri*

Superando la cornice dell’austerità come strumento analitico per comprendere l’attuale fase dell’economia europea, “Giovani a sud della crisi” curato da Noi Restiamo, offre strumenti, dati e chiavi interpretative per individuare e comprendere questi tratti e i costi sociali del mutamento in atto. La direzione del cambiamento, su cui si inscrivono tutte riforme di carattere nazionale (istruzione, ricerca, lavoro, welfare, salute, ecc) pedissequamente coerenti con i piani politici dell’UE, mettono in luce il paradigma della competizione più sfrenata, quale tratto essenziale del modello di sviluppo sociale ed economico che si sta affermando.

Ma ciò implica anche importanti disuguaglianze tra le Regioni d’Europa, con un Nord – a trazione tedesca – sempre più specializzato in produzioni ad alto valore aggiunto ed un sud ( i cosiddetti PIGS) sempre più periferico ed in discesa nella catena del valore. Quest’Europa a due velocità che seppellisce definitivamente quegli obiettivi di coesione sociale e convergenza tra Regioni d’Europa sottesi alla programmazione europea dei fondi strutturali, entra “a gamba tesa” nelle amministrazioni nazionali, dettandone l’agenda e modificandone la missione. E’ indicativo lo stato in cui versa, un settore strategico per lo sviluppo sociale ed economico quale è il sistema dell’education e il comparto della ricerca pubblica.

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aldogiannuli

Che succede nel Pd? Il partito non c’è più

di Aldo Giannuli

Cito dalla copertina dell’Espresso in edicola:

“Il partito che non c’è (più). Sezioni che chiudono. Militanti in fuga, elettori dispersi. Da Torino a Roma, da Genova a Bologna, viaggio fra le macerie democratiche alla vigilia del congresso”

Direi un affresco, più che un titolo, di crudo ma indiscutibile realismo.  Credo che ogni persona di buon senso abbia la percezione dello squagliamento di un partito che ormai sembra avere più candidati segretari che iscritti.

Elettoralmente, forse (molto forse), resisterà per qualche tempo grazie all’insediamento dei tifosi più anziani, ovviamente senza nessuna prospettiva futura. Il Pd è morto ma gli eredi non vogliono seppellirlo.

Perché è successo questo e chi ne ha la responsabilità? Il Pd è finito perché è fallita la formula del partito riformista interno al sistema neo liberista, questa è la semplice verità, ma loro non se ne sono accorti. Nessuno ha tentato una analisi del perché un partito di massa che aveva il 41% dei voti si è ridotto al 17% in quattro anni, perdendo il 60% dei suoi elettori, come se questo fosse normale.

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rinascita

Momento Polanyi contro momento Tsipras

di Carlo Formenti

Da un’intervista dell’agit-prop liberista Federico Fubini all’ex Presidente del Consiglio (nonché consulente di Goldman Sachs) Mario Monti, apprendiamo che in Europa chiamano Tsipras moment “la fase in cui un populista accetta di cambiare strada per salvare il proprio Paese” (traduzione: accetta di calare le brache per salvare il proprio potere).

La definizione è interessante e, non a caso, fa il verso al termine momento Polanyi con cui gli storici dell’economia hanno battezzato la svolta che a metà Novecento, sotto la spinta della Grande Crisi e della minaccia sovietica, i Paesi occidentali hanno intrapreso adottando politiche economiche keynesiane.

Polanyi analizza quel passaggio mettendo in luce la follia delle politiche liberiste che – fra fine Ottocento e inizio Novecento – avevano condotto il capitalismo sull’orlo del baratro fino quasi al suicidio in quanto distruggevano le stesse radici biologiche e sociali del suo potere. Gli economisti critici dell’ordoliberalismo usano oggi il termine momento Polanyi per il ripresentarsi di condizioni analoghe.

Battezzando momento Tsipras la rinuncia di governi, partiti e movimenti a perseguire politiche anti austerity e anti UE con cui si erano inizialmente caratterizzati, l’eurocrazia di Bruxelles rivela il suo terrore nei confronti del momento Polanyi e la speranza di poterlo esorcizzare.

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eticaeconomia

L’Italia dei sovranisti maleducati nell’Europa dei sovranisti perbene

di Roberto Tamborini

Il cosiddetto “sovranismo” che scuote l’Unione europea (UE) e allarma gli europeisti non è un virus sconosciuto giunto da un lontano pianeta, e non verrà sconfitto con l’ipocrisia. La sovranità nazionale è un elemento fondativo della storia europea, e l’accompagna da secoli. La nascita e lo sviluppo delle relazioni e istituzioni sovranazionali culminate nella UE è tuttora, in prospettiva storica, una sorprendente eccezione, ancora incompiuta. Essa continua a costruirsi e definirsi essenzialmente mediante trattati internazionali sottoscritti da stati sovrani. Tali trattati sono il risultato di negoziati che riflettono i rapporti di forza del momento tra i “soggetti indispensabili” (coloro senza i quali non si stipula alcun accordo). Gli interessi dei “soggetti non indispensabili” vengono integrati per rappresentanza o cooptazione, posto però che essi agiscano in maniera appropriata. Caso emblematico i trattati dell’ Unione monetaria che, come noto, sanciscono il punto di equilibrio tra i due principali contraenti, Francia e Germania. L’Italia fu ammessa grazie ai buoni auspici della Francia, ma anche grazie allo status di paese fondatore della UE, alla credibilità e alle relazioni dei leader dell’epoca, e alle loro capacità negoziali.

Nel giro degli ultimi dieci anni l’Europa è stata investita in rapida successione da tre eventi drammatici di enorme portata: la crisi economica e finanziaria, le ondate migratorie, gli attacchi terroristici.

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controanalisi

INPS, migranti e la crescita infinita

di Francesco Erspamer

La tragedia dei liberisti è che non hanno mai dovuto davvero pensare, mai dovuto confrontarsi con la realtà: l’hanno sempre modellata come gli piaceva, come se fossero Dio: ma non sono Dio, sono degli illusionisti, dei venditori di fumo, il cui enorme potere deriva da media servili e di una pervasività senza precedenti; e da risorse economiche immense, ottenute dissipando in pochi anni un patrimonio che la natura aveva accumulato in milioni di anni e le civiltà umane in millenni. E neanche per creare una società emancipata ed evoluta; macchè, la deriva ambientale, morale e culturale l’hanno provocata solo per arricchire oscenamente sé stessi. Lasceranno macerie.

Sto pensando a un personaggio come Tito Boeri, nominato presidente dell’INPS da Renzi pochi mesi dopo il colpo di mano che lo aveva portato a Palazzo Chigi. Cosa ci fa ancora in quella posizione? Perché gli è consentito di andare in tv a dire che avremmo bisogno di dieci milioni di migranti per pagare le pensioni che l’ente da lui diretto dovrebbe erogare? Facile far soldi con uno schema alla Ponzi: ossia chiedendo ai nuovi arrivati di mantenere chi è già dentro. Fino a quando? Dieci milioni di disperati per coprire le pensioni degli italiani: ma poi chi pagherà le loro pensioni e degli altri sessanta milioni che già vivono in un paese sovrappopolato e senza risorse? Immagino che bisognerà importare un’altra ventina di milioni di immigrati. E poi, quando anche loro invecchiassero, chi verserà i contributi per sostenere una popolazione a quel punto prossima ai cento milioni?

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gliocchidellaguerra

Gran Bretagna e Venezuela: ora inizia la guerra dell’oro

di Andrea Muratore

Nello scorso mese di agosto il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha ordinato alla Banca Centrale di Caracas di chiedere alla Bank of England la restituzione di 1,4 tonnellate di lingotti d’oro delle riserve nazionali conservati in custodia a Londra per fare fronte a impellenti esigenze economiche legate alla crisi del Paese. L’importante quantitativo di oro, pari al 10% delle riserve auree venezuelane che complessivamente valgono circa 550 milioni di dollari, è stato tuttavia trattenuto dalla Bank of England, scatenando le violente reazioni dell’esecutivo bolivariano.

Il presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente e vicepresidente del Partito Socialista Unito del Venezuela, Diosdado Cabello ha dichiarato che la mossa della banca britannica “fa parte della guerra dei poteri internazionali contro il Venezuela. […] È una guerra su tutti i fronti: politico, economico, finanziario e sociale. L’unico che manca è il fronte militare”. Secondo il Times, il diniego al ritorno dell’oro in Venezuela è stato avanzato perché si teme “che il governo di Nicolás Maduro lo venda per beneficio personale”.

 

Sull’oro venezuelano è guerra aperta

La base legale su cui si fonda il diniego britannico è controversa.

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blogmicromega

Gilet gialli, i giacobini del web

di Carlo Formenti

Spulciando le cronache sulla rivolta dei gilet gialli che sta sconvolgendo la Francia mi è capitato di imbattermi in quella che ritengo la definizione più azzeccata del fenomeno: in un articolo sul Corriere del 2 dicembre Massimo Nava li ha battezzati i sanculotti del web.

Perché mi piace questa definizione? Mettendo fra parentesi il riferimento alla mobilitazione online (che è ormai caratteristica scontata di tutte le mobilitazioni), mi piace perché evoca quella che è senza dubbio un’analogia forte fra la rabbia delle plebi parigine di fine del Settecento contro gli aristocratici e quella delle plebi postmoderne contro le élite economiche, politiche e professionali delle società neoliberiste.

Rivolte di cittadini impoveriti allora – quando non esisteva ancora un proletariato industriale in grado di egemonizzare il movimento – rivolte di cittadini impoveriti oggi – dopo che decenni di offensiva padronale hanno disarticolato il proletariato moderno, riducendolo a massa informe di individui senza una comune identità sociale.

Certo parliamo di blocchi sociali assai diversi: ieri una massa di piccoli artigiani, miserabili, servi della gleba, piccolo borghesi insofferenti dei privilegi di clero e nobiltà, oggi un miscuglio di disoccupati e sotto occupati, piccoli risparmiatori rovinati dalla crisi, lavoratori e ceti medi impoveriti.

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jesopazzo

Wu Ming, Proletkult (2018)

Recensione senza spoiler ad uso delle masse

“Questi vent'anni ci hanno insegnato che per cambiare il mondo devi cogliere l'occasione. Anche se non è il momento giusto, perché non è mai il momento giusto. E anche se il risultato che ottieni non è il meglio che ti aspettavi, lo devi difendere. Se non sei disposto a farlo, tanto vale che non ci provi nemmeno ...] La Storia è più impaziente di te.”

Dopo mesi di attesa febbrile, chi ha comprato Proletkult il 23 Ottobre scorso forse è rimasto deluso al primo impatto: se la Rivoluzione Francese aveva richiesto un volume – l’Armata dei Sonnambuli – piuttosto spesso e consistente, Proletkult si presenta molto più agile, quasi esile. Forse che la Rivoluzione Bolscevica non valeva, al confronto, almeno due tomi? La delusione, in realtà, era dovuta alla constatazione immediata ed oggettiva che il libro ci avrebbe abbandonato presto; la storia, e la Storia, la spazzeranno presto via.

Proletkult racconta le vicende di una misteriosa ragazzina, Denni, le cui ricerche si incrociano con la vita e il passato di Bogdanov, una delle figure di punta del bolscevismo, uscito sconfitto da un forte scontro teorico con Lenin ma ancora stimato, o quantomeno rispettato. Siamo nel 1927: Lenin è morto da tre anni, lo “stalinismo” non è ancora iniziato, si celebra la Rivoluzione dopo dieci anni, quando tutto è ancora possibile.

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effimera

Il neurocapitalismo e la nuova servitù volontaria

di Giorgio Griziotti

Pubblichiamo la traduzione italiana dell’articolo di Giorgio Griziotti uscito in francese per AOC

Vivete in modo tale che nulla più vi appartiene. Eppure questo padrone ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di più di quanto abbia l’ultimo abitante dell’infinito numero delle nostre città. Ciò che egli ha in più sono i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite.

Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, trad. di Giuseppe Pintorno, Milano, LaVita Felice, 1996. Pag. 31 (e 30 nel testo francese a fronte)

Il neurocapitalismo è la fase bio-cognitiva della valorizzazione: la
connessione mente, corpo, dispositivi e reti appare inestricabile e definisce
la onnipervadenza della mediazione tecnologica. Il soggetto, i suoi desideri,
le sue potenzialità, sono integralmente “messi in valore” dentro la
dimensione di iperconnessione globale in cui tutta l’umanità, dalle savane
alla metropoli, con gradi differenti, è ormai pienamente immersa.

Giovanni Iozzoli[1]

Molti testi, studi e analisi del ruolo delle reti informatiche e dei media digitali sostengono che lo sviluppo del capitalismo contemporaneo sarebbe il risultato di una o più scoperte tecnoscientifiche piuttosto che delle condizioni materiali e politiche già formatesi all’interno del capitalismo industriale. Questa ipotesi pone quindi una discontinuità tra le diverse forme di capitalismo.

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rinascita

I Gilet gialli e le inutili paure di “casa nostra”

di Ivana Fabris

Tutte giuste e tutte le vere le analisi sui Gilet gialli che parlano di trasversalità, di interclassismo e quant’altro.

Ma la sostanza è una e tale resta, a mio modo di vedere: le masse popolari non stanno a domandarsi che etichetta mettersi addosso.

Reagiscono e basta. Si ribellano semplicemente perchè sanno che non ne possono più.

L’esasperazione è palpabile ovunque nei paesi dell’Eurozona. Anche la Germania non è messa meglio, checchè ne dica il mainstream. Infatti già due anni fa si stimava che fossero almeno 3 milioni le persone non in grado di scaldarsi, solo per fare un esempio.

A Bruxelles sanno di essere seduti su una gigantesca mina pronta ad esplodere da un momento all’altro.

La Francia parrebbe farsi promotrice dell’innesco di quella mina. Di suo “parte avvantaggiata” nella capacità di reazione avendo avuto in questi anni un sindacato capace di tener viva la protesta anzichè la rassegnazione, come è successo qui da noi.

E rassegnati lo siamo davvero – quello che si legge e sente da più parti su qaunto avviene in Francia ne è la prova provata – specie quando si dice che quello dei Gilet gialli è un movimento di destra.

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kelebek3

Destre immaginarie

di Miguel Martinez

Le persone di Sinistra sono buone. Non lo dico in senso ironico: semplicemente, vogliono la pace, la giustizia, niente fame e comprensione invece di botte.

Diritti e benessere uguali per tutti gli esseri umani.

Questo punto di partenza porta la Sinistra a definire facilmente chi non è di Sinistra: è uno che vuole la guerra, l’ingiustizia, la fame e le botte. Insomma, è cattivo.

E’ un’idea che va contro la mia esperienza personale.

A parte i serial killer, mi sembra che la gente, come diceva Aristotele, cerchi qualche forma di bene. Insomma, tanti hanno un qualche ideale nella vita, fosse semplicemente quello di faticare meno oppure di far star bene i propri figli.

Tutti però fanno fatica ad ammettere che i loro avversari possano cercare qualche forma di bene. E per questi li immaginiamo sempre come gente disposta a dedicare la propria vita solo a fare il male. Che detto così ha qualcosa di grandioso, a pensarci.

Prendiamo un esempio di segno opposto: Laura Boldrini è una signora che avrà  numerosi e palesi difetti. Solo che i suoi innumerevoli critici sembrano credere che lei voglia davvero distruggere gli italiani e farli picchiare, drogare e violentare dai negri.

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lantidiplomatico

Boeri vuole 10 milioni di migranti per trattarli come schiavi a vantaggio del Capitale Finanziario

di Giuseppe Masala*

Davvero l'intervista a Boeri dalla Annunziata è qualcosa che fa gelare il sangue: secondo questo signore l'Italia dovrebbe importare fino a 10 milioni di migranti per consentire ai conti dell'INPS di essere sostenibili.

A me pare una logica delirante: che senso ha importare milioni di persone dall'Africa quando hai qui il 10% di disoccupazione, non si sa quanti scoraggiati e quanti sottoccupati? Non si capisce, perché in Italia è già difficile trovare qualcosa per gli italiani figuriamoci per delle persone analfabete e non parlanti la lingua italiana (lasciamo poi perdere le diversità culturali). Sempre che l'obbiettivo reale non sia un altro: obbligare queste persone a fare lavori al nero, a salari improponibili e accettando condizioni di vita terrificanti per tenere sotto controllo i prezzi. In altri termini, vuoi rifornire il mercato di pomodori a 2 euro al Kg? Bene, allora devono lavorare persone in condizioni spaventose. Tout se tient in un mondo dove l'unica cosa che conta è il Capitale Finanziario: abbattere il suo principale nemico - l'inflazione - vale bene qualunque compromesso anche etico.

Poi il problema sociale dovuto all'innesco di una terribile guerra tra poveri non si vede dagli attici dei Parioli o di Brera.

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piccolenote

Il G-20 di Mohamed bin Salman

di Piccole Note

L’inutile G-20 di Buenos Aires riempie le pagine dei giornali. Con relativo inutile spreco di inchiostro sui temi del vertice (migranti, clima o altro) che non interessano nulla ai partecipanti, e che produrranno i soliti inutili documenti finali.

L’unica vera notizia che rimbalza sui media è il caloroso abbraccio tra Vladimir Putin e Mohamed bin Salman (MbS), nel suo primo vero tour internazionale dopo l’omicidio Khasohggi. “Fratelli di sangue” li definisce una noticina del Corriere della Sera.

Un modo come un altro per rinfrescare la letteratura anti-russa. In questa sede non si intende difendere Putin, quanto ricordare che i fratelli di sangue del principe reale sono ben altri.

Il primo a dichiarare che occorreva sostenere ad ogni costo il piccolo principe saudita, dato il ruolo strategico che ha il suo Paese per il Medio oriente, è stato Bibi Netanyahu. Significativo in tal senso il titolo di un articolo di Haaretz: "La scelta di Trump di sostenere Mbs ha le impronte digitali di Bibi“.

E magari occorre ricordare anche che mentre il piccolo principe sponsorizzava i tagliagole che facevano strage in Siria, a fianco dei sauditi c’erano Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e tutto il variegato ambito che ha alimentato il fallito regime-change siriano.

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infoaut2

I gilets jaunes affossano il Tav: merci!

di Raffaele Sciortino

Il pezzo che pubblichiamo inquadra la mobilitazione dei gilets jaunes all’interno della profonda e stratificata crisi in cui versa la Francia in relazione a un quadro europeo che va verso la destrutturazione. Sta al lettore tirare le conclusioni sul nesso forte, ancorché non immediato, tra quanto avviene nel paese transalpino, e in Europa, e la lotta No Tav, il cui significato si colloca di fatto ben al di là di qualunque, pur importante, analisi costi-benefici.

Il brano è uno stralcio dal libro I dieci anni che scossero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi di Raffaele Sciortino, che uscirà il prossimo gennaio.

* * * *

Francia… in giallo

L’asse franco-tedesco è normalmente considerato centrale per la tenuta politica della UE. Economicamente sbilanciato a favore del lato tedesco, risulta parzialmente compensato dal peso politico-militare di Parigi, basato sia sulla disponibilità di armi nucleari sia sul controllo neocoloniale dell’Africa occidentale[1]. Nella crisi globale, che ha pesantemente coinvolto il sistema bancario, la posizione francese si è però decisamente indebolita. Senza entrare nei particolari, basterà ricordare che l’economia francese, a differenza di quella tedesca, non ha affatto recuperato i livelli pre-crisi, anzi ne è alquanto lontana, mentre i deficit delle partite correnti, sui quindici-venti miliardi di euro l’anno, si accumulano oramai costantemente andando a incrementare il rapporto debito/PIL, salito dal 68% del 2007 al 97% del 2017. Anche il settore privato, in particolare le aziende, risulta indebitato.

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mateblog

Esistono ancora destra e sinistra?

Il confronto tra Domenico Losurdo e Costanzo Preve

di Stefano G. Azzarà

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campoantimp2

"Potere al popolo": delle due una

di Leonardo Mazzei

A volte ci chiedono del perché parliamo di "sinistrati". Bene, nelle vicende tra Potere al popolo (Pap) e il Partito della rifondazione comunista (Prc) c'è una risposta a questa domanda che può essere sufficiente anche per chi la pensa diversamente da noi.

Dopo lo scontro sullo statuto, che ha portato all'uscita del Prc da Pap, siamo adesso al preannuncio delle carte bollate sull'uso futuro del simbolo. Se nel primo caso se ne erano viste di tutti i colori, sul secondo basta leggere il gentile scambio di lettere tra i fondatori di Pap per farsi un'idea.

Molte sarebbero le cose da dire, ma di tutta questa vicenda una colpisce in modo particolare: la lotta a coltello tra due entità politiche che, stando ai documenti ufficiali, hanno analisi e programmi piuttosto simili tra loro. Nulla di quanto avvenuto stupirebbe più di tanto se al fondo si delineassero davvero due diverse visioni, due diverse strategie, due diverse linee politiche. Stanno così le cose? Al momento c'è da dubitarne assai, ma qualora venissimo smentiti saremmo i primi ad esserne felici.

Quel che sappiamo è che il Prc, assieme a Sinistra italiana (rieccoli insieme!), sponsorizza la scesa in campo del nuovo Salvatore, al secolo Luigi De Magistris.

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tysm

Neofascismo, neoantifascismo?

Una lettura dell’ultimo saggio di Franco Cardini

di Francesco Paolella

Franco Cardini, Neofascismo e neoantifascismo, La Vela, Viareggio 2018, 248 pagine

Dipende certo dal tipo di frequentazioni (digitali e fisiche) che si hanno e dal tipo di letture che si fanno, ma a me sembra che mai come ora ci sia in giro una vera ossessione per il “fascista” (fascista di lotta o fascista di governo). Ancora di più, se possibile, che negli anni Settanta, gli anni dell’antifascismo militante. Fino a qualche mese fa, ci poteva essere la scusa delle elezioni politiche: suscitare la paura per un “pericolo fascista” avrebbe potuto servire per compattare e, magari, far incrementare un nuovo fronte popolare. È anche vero che c’è sempre una campagna elettorale alle porte, quindi può trattarsi – quello della perenne allerta antifascista – di un discorso che rimane, ininterrotto.

Però, al di là dei giudizi sul governo di oggi e sul suo operato, c’è, in questa vera ossessione, qualcosa allo stesso tempo di profondo e di grottesco. Siamo costretti a rivivere, spesso sotto la forma di farsa, vecchie lotte fra antifascisti e anticomunisti: un vero “incubo manicheo”, come lo definisce giustamente Cardini in una pagina di questo suo nuovo libro dedicato al tema: un incubo nel quale le contrapposizioni ideologiche riappaiono in forma nostalgica e isterica, sotto forma di estremismi ottusi. Non che manchi anche la sostanza della questione, ovviamente: ma l’incessante riferimento a regimi passati, a secoli passati, non è che un rigurgito illusorio.

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contropiano2

Crisi del Mar Nero tra Ucraina e Russia

Le provocazioni di Poroshenko

di Fosco Giannini*

Che cosa sta accadendo nel Mar Nero, qual è la natura profonda della crisi che si è, in queste ultime ore, riacutizzata tra Ucraina e Russia in relazione al sequestro delle navi ucraine da parte dalla flotta militare russa?

Occorre andare per ordine, cominciando dai fatti concreti: domenica 25 novembre tre navi ucraine ( le due cannoniere “Berdiansk” e “Nikopol” e il rimorchiatore “Yana Kapu”), dirette dal Mar Nero verso lo Stretto di Kerch, navigano per dirigersi al porto di Mariupol. Da tempo è necessario, e internazionalmente riconosciuto, che le navi ucraine ( e non solo) che transitano in quella zona di mare al largo della Crimea ( Federata con la Russia) chiedano preventivamente, come a livello internazionale fa ogni nave che passa al largo di una costa di un altro Paese, il permesso per proseguire il viaggio. In questo caso le tre navi ucraine dovevano chiedere il permesso alla flotta russa presente al largo della Crimea, così come tante altre volte altre navi ucraine in transito in quella zona di mare avevano già fatto. Ormai una consuetudine. Ma domenica 25 novembre le due cannoniere e il rimorchiatore dell’Ucraina passano senza chiedere nessun permesso alla flotta russa. La violazione della regola è così plateale che suscita immediatamente grandi perplessità, come se quella violazione fosse parte di un disegno prestabilito e la stessa, inevitabile, risposta russa un obiettivo delle navi e soprattutto del governo ucraino.

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contropiano2

Gilet gialli, davvero un mistero?

di Dante Barontini

Il mistero dei gilets jaune francesi attraversa i notiziari e sconcerta, come sempre, le menti “di sinistra”. Intanto qualche leghista italico, che si confessa “commerciante”, prova ad appropriarsi del simbolo (il gilet che è obbligatorio tenere nell’auto) per consegnare a Salvini un pezzo di immaginario. A costo zero.

Il corto circuito mentale, in questo modo, è assicurato. “La sinistra” mediatica italiana – da Repubblica ai residui de il manifesto – conferma completamente il gioco salviniano, assegnandogli di default un movimento che, in Italia, non c’è e non si vede neanche all’orizzonte. Astuti come volpi, davvero…

Naturalmente non mancano i presunti “marxisti” che si dividono nei due campi (“marxisti per Salvini”, assolutamente a-problematici, e “marxisti per Macron”, assolutamente condannanti), alzando un polverone entro cui orizzontarsi è quasi impossibile.

In questo paese sembra diventato “normale” evitare qualsiasi analisi dei problemi oggettivi, o addirittura qualsiasi ricerca delle informazioni, limitandosi a decidere in base a tifoserie e schieramenti immaginari; utili soltanto a confermare se stessi nel proprio immobilismo.

Proviamo perciò a partire dai dati oggettivi.

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rinascita

Dove vanno, dove andiamo? Diamoci una mossa!

di Mimmo Porcaro

Non preoccupatevi, non voglio imporvi meditazioni su temi come “dove vanno le nuvole nel cielo” o “dove sono le nevi d’un tempo”. E nemmeno sull’interrogativo, caro al poeta Paolo Conte, “chi siamo noi, e dove andiamo noi, a mezzanotte, in pieno inverno, ad Alessandria?”.

Parlo di cose più prosaiche – anche se non necessariamente più facili: dove va il governo italiano e dove vanno quelli che, come noi, non stanno né coi gialloverdi né con l’inguardabile sinistra?

Quanto alla direzione del governo bisogna considerare la strategia del partner più forte, che è Salvini, perché la strategia di Di Maio consiste per ora soltanto nel rintuzzare quella dell’alleato-rivale.

Mi pare evidente che Salvini non intende per ora rompere con nessuno, né con l’Unione, né con Di Maio. Il suo scopo principale è quello di massimizzare i consensi di quest’ora fortunata per giungere ad un mutamento dei rapporti di forza nel Parlamento europeo fino a sostituire, se possibile, l’attuale centrosinistra comunitario con un blocco popolari-populisti. Il tutto per poter continuare nel mix liberista-protezionista basato su tolleranza fiscale, deficit (ma senza esagerare), parziale espansione del settore pubblico da utilizzarsi a fini privatistici, protezione del piccolo-medio capitale e, se proprio necessario, di alcune frazioni del lavoro.

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contropiano2

Il “tradimento” degli intellettuali “progressisti”

Ieri sulla Fiat oggi sulla Tav

di Sergio Cararo

“Gli intellettuali se non hanno tradito, tradiranno” . Nelle file della sinistra popolare e di classe siamo cresciuti con questa stimmate nel cervello. In questo c’è molto la diffidenza storica di chi viene da estrazione popolare verso i professoroni e in qualche modo “i ricchi”.

In modo più sofisticato, il filosofo francese Julien Benda scrisse sul “tradimento dei chierici”, un libro usato in modo ambivalente da detrattori e sostenitori. Eppure Benda scriveva negli anni Venti che:

“I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia “bacata”, com’essa si è dimostrata piú volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia “pulita e onesta”. Non è vero niente, dato che la democrazia piú pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono”.

Questa diffidenza verso gli intellettuali, nell’epoca del “pensiero social”, è diventata ostilità vera e propria. Anzi è stata ridotta a macchietta diffondendo l’idea che su ogni argomento, anche quelli più complessi, una opinione valga l’altra, indifferentemente dai dati empirici che ne dimostrano l’aderenza o meno alla realtà. I social e l’habitat grillino hanno seminato questa mala pianta a piene mani.

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vocidallestero

Il debito globale è al suo apice

Ma l’Italia sta meglio di quanto si creda

di Marcello Minenna

Un articolo dell’economista Marcello Minenna su Social Europe spiega gli apparenti paradossi del debito, svelati i quali l’Italia appare relativamente “virtuosa” (se questa parola ha un senso) in quasi ogni aspetto, incluso il debito pubblico. In primis, il debito è sia pubblico che privato, ed è il secondo che i “mercati” temono maggiormente. Inoltre, variabili come l’esposizione verso l’estero e la sovranità monetaria sono cruciali per la sostenibilità. Infine, la sostenibilità fiscale e i sistemi pensionistici e sanitari non entrano nel conto del debito pubblico, ma se così fosse molti paesi dell’eurozona risulterebbero ben più “insostenibili” dell’Italia. Nulla di nuovo per chi segue Goofynomics da anni, ma fa piacere notare che queste semplici verità stanno diventando mainstream

Nel secondo trimestre del 2018 le dimensioni globali del debito hanno raggiunto un nuovo massimo, arrivando a 260.000 miliardi di dollari. Al tempo stesso il rapporto globale debito/PIL ha superato per la prima volta la soglia del 320%. Su questo totale, il 61% (160.000 miliardi di dollari) è rappresentato dal debito privato del settore non-finanziario, mentre solo il 23% è rappresentato dal tanto vituperato debito pubblico.

Gli USA da soli hanno emesso più del 30% del nuovo debito pubblico, con una notevole accelerazione negli ultimi due anni sotto la gestione Trump. Il ministero del Tesoro statunitense è seguito, in questo, dalle agenzie di debito giapponesi e cinesi e, a grande distanza, dalle maggiori economie dell’eurozona.

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politicaecon

La verità sull'Europa

intervista a Sergio Cesaratto

Sergio Cesaratto, economista critico italiano, tra i più noti a livello internazionale, è professore ordinario di politica monetaria e fiscale dell'Unione economica e monetaria europea, economia della crescita e post-keynesian economics all'università di Siena.

Il suo ultimo saggio è intitolato “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, le doppie morali dell' euro”.

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Professor Cesaratto, secondo lei chi è che non rispetta le regole europee?

«L' idea del libro è che quello che non ha funzionato in Europa non è certo colpa dell'Italia. L'Italia ha messo in campo una operazione di risanamento fiscale già dagli anni Novanta, prima dell'euro. Risanamento pagato molto caro: è calata la domanda interna, la produttività non è cresciuta, è stagnata se non diminuita. L'Italia ha fatto uno sforzo enorme, pagato con tagli alla spesa pubblica e effetti negativi sulla domanda interna.

La Germania invece con l'euro ci ha guadagnato, ha perseguito una sua vecchia politica di tenere l'inflazione più bassa degli altri. Con sistemi di cambi fissi come l'euro, gli altri Paesi hanno rinunciato alla possibilità di svalutare, di guadagnare competitività. La Germania ha guadagnato con la crisi del 2008: l'euro si è indebolito e ha rafforzato le esportazioni tedesche».

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lantidiplomatico

Bruxelles ci dice che non dobbiamo crescere

Ha ragione a dirlo Laura Castelli

di Thomas Fazi*

«Guardate che le regole di Bruxelles sono quelle che ti dicono che il PIL non deve crescere oltre la misura che gli dice Bruxelles»

Dopo aver passato gli ultimi giorni a perculare il sottosegretario Castelli per la sua frase sul rapporto spread-mutui - su cui ha parzialmente ragione, come ho spiegato qualche giorno fa - adesso gli economostri (guidati dal prode Puglisi e dai suoi accoliti) si stanno accanendo sulla sua frase sui presunti "limiti" imposti da Bruxelles alla crescita del PIL italiano. Questa la frase incriminata: «Guardate che le regole di Bruxelles sono quelle che ti dicono che il PIL non deve crescere oltre la misura che gli dice Bruxelles».

In questo caso la Castelli ha perfettamente ragione. Quello a cui fa riferimento il sottosegretario è l'output gap, cioè il surreale dato utilizzato dai burocrati di Bruxelles per calcolare la differenza tra il PIL effettivo di un paese ed il suo "PIL potenziale" (le virgolette sono d'obbligo). Con quest'ultimo si intende il tasso di crescita massimo del PIL (e il tasso di disoccupazione minimo) che un'economia potrebbe ottenere senza generare spirali inflazionistiche; cioè il PIL che si avrebbe se l'economia stesse operando al "massimo potenziale", sempre secondo le surreali stime della Commissione europea.

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comidad

Le opposizioni deboli in un dopoguerra non ancora finito

di comidad

Riscrivere il passato è sempre in funzione del presente. Da quindici anni il giornalista Giampaolo Pansa riscrive la storia della Resistenza in un’ottica anticomunista. Ormai i suoi libri non li compra e non li legge più nessuno, ma essi sono ugualmente l’occasione per articoli e per talk-show, cioè per propaganda; una propaganda contro un comunismo che pure, ufficialmente, non esisterebbe più. L’ultima fatica di Pansa è sulla vicenda di un partigiano di fede cattolica ucciso forse (forse!) da altri partigiani di fede comunista.

Il senso di questa ulteriore operazione editoriale-mediatica è quello di accreditare l’immagine di un comunismo aggressivo e rampante, tutto proiettato durante la guerra civile a porre le basi per una presa del potere ad ogni costo. Una guerra civile è un fenomeno particolarmente caotico in cui possono confluire tante componenti: velleità minoritarie, rivalità e vendette personali, ecc. Quando però si analizza la politica di un partito non si può prescindere dalle sue scelte di fondo. È su quel criterio che si valuta se vi sia stato o meno un progetto di presa del potere.

Con la famosa “Svolta di Salerno” dell’aprile del 1944, Palmiro Togliatti (o, per meglio dire, Stalin) gettò sul tavolo un elemento che cambiava lo scenario politico avviando una politica di unità nazionale, dai monarchici ai comunisti, nell’ambito della Resistenza.

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sputnik

Ci si prepara a una guerra “orrendamente devastante”?

di Giulietto Chiesa

Gli eventi nel mare d’Azov, nelle immediate vicinanze del Ponte di Kerch, che funziona perfettamente nonostante le previsioni catastrofiche di Kiev, hanno attirato i titoli di tutti i media occidentali verso un’area marittima su cui nessuno ha mai soffermato la sua attenzione.

Il mainstream — che ignora platealmente, per esempio, la sanguinosa guerra nello Yemen — è diventato improvvisamente attentissimo sulla sorte dei marinai ucraini, in discrete condizioni fisiche, catturati dalla marina militare russa.

Siamo di fronte a una delle infinite "stranezze" che stanno accentuando la "dissociazione cognitiva" di milioni di lettori/spettatori dei giornali e delle tv occidentali. I quali non riescono più a spiegarsi come mai quello che viene raccontato loro non corrisponde più, quasi per niente, alla logica e al buon senso.

Ne è esempio fulgido il fatto che nessun giornale europeo, ma anche nessun giornale americano, ha riportato una notizia che — se fosse stata riferita al grande pubblico — avrebbe provocato sconcerto e terrore. In questo caso ha funzionato un criterio diverso da quello della menzogna. Ha funzionato il criterio del silenzio, che è ben più micidiale della menzogna, in quanto impedisce ogni possibile contestazione, reazione, emozione. La paura, infatti, nasce solo insieme al timore.

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contropiano2

Crisi economica e sistema bancario italiano

di Italo Nobile

Per le banche italiane la crisi del 2007 si inserisce in un processo di concentrazione del capitale iniziato con le riforme bancarie a partire dal 1990 (si pensi alla legge Amato). Le direttive europee sono funzionali all’emersione di un capitale finanziario sovranazionale e dunque l’adeguamento legislativo deve consentire il superamento dell’istituto di diritto pubblico, lo sganciamento dalla norma costituzionale che prevede la tutela del risparmio, l’aumento di capitale (tramite ricorso ai mercati finanziari) necessario per trasformare le banche italiane in soggetti che competano a livello europeo e dunque la pressione sulle fondazioni (che garantiscono il rapporto della banca con il territorio su cui essa si proietta) affinché perdano la maggioranza dei pacchetti azionari. Nello stesso tempo si eliminano quelle norme legislative che impediscono il formarsi di banche che siano sia di deposito (rastrellando il risparmio delle famiglie) che d’investimento. Quest’ultimo processo sarà un fattore d’instabilità dal momento che implicitamente trasformerà i risparmiatori in investitori che di fatto sono sottoposti al rischio di perdere i loro risparmi.

Non a caso già in questi anni le banche italiane cominciano a piazzare alla loro clientela certificati di deposito e obbligazioni proprie invece che titoli del debito pubblico.

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acacciadiguai

Maschi o mafiosi?

di Giovanni Dall'Orto

La sparata della Murgia che paragona il nascere maschio al nascere figlio di mafioso (anche se sei personalmente innocente, comunque trai profitto dalle attività illecite di babbo) è sbagliato per mille motivi.

La Murgia dimentica infatti intenzionalmente che lo stesso vale per figlie e mogli, che tipicamente oltre tutto nelle famiglie mafiose abbiamo visto partecipare attivamente (e non passivamente) alle attività, per l’appunto, famigliare. Il neoliberismo della Murgia le impedisce di capire i modi sociali di ragionare ed agire come entità famigliari (tipici dell’anteguerra anche in Occidente) anziché come individui privati di qualsiasi legame sociale (come il neoliberismo ci vuole, per averci più mobili, secondi le mutevoli esigenze del mercato).

Il problema della Murgia (e di chi concorda con lei) è proprio questa sua adesione all’analisi neoliberista e libertariana, che concepisce solo individui e basta.

Se esistono discriminazioni, è per via di una cosa che si chiama “privilegio”. Che mette lacci e lacciuoli alla libera azione del mercato, che se lasciato agire senza di essi creerebbe la società giusta, in cui ciascuno ha esattamente quel che merita.

Né Murgia né coloro che si dicono d’accordo con lei tengono in minima considerazione il privilegio di classe, che non è mai neppure definito come tale.