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linterferenza

Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato

di Antonio Martone

Il paradosso più profondo del nostro tempo risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che da decenni stringe l’Occidente.

Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è una vera e propria tribalizzazione della società.

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I “liberali” son più matti di Trump

di Francesco Piccioni

Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.

Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.

Cosa c’è in comune?

Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Tehran. E’ la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.

Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.

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lantidiplomatico

Ucraina, l'ombra del fronte: mentre Kiev chiede aiuti per la svolta, i russi avanzano a Konstantinovka

di Eliseo Bertolasi

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali. Secondo quanto riportato sulla testata “Politico” da un alto funzionario ucraino della difesa, questa richiesta punterebbe a sfruttare i presunti vantaggi sulla prima linea del fronte e a intensificare la pressione sulla Russia.

La richiesta di 20 miliardi di dollari verrà presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come “Formato Ramstein”, dove gli alleati organizzano gli aiuti finanziari e militari a Kiev.

Parlando in forma anonima, il funzionario ucraino ha dichiarato: “Tutti possono vedere che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma per questo abbiamo bisogno di finanziamenti”.

La questione è stata sollevata dal ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov e da altri funzionari governativi durante una serie d’incontri coi rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

A ciascun alleato verrà chiesto un contributo compreso tra 2 e 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi, si tratterà di aiuti o di prestiti.

Il bilancio della difesa dell’Ucraina per quest’anno è fissato a 4.400 miliardi di grivne (85 miliardi di euro), e i 20 miliardi di dollari si aggiungerebbero a tale cifra.

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manifesto

Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica

di Marco Gatto

Goffredo Fofi ha intrattenuto con la rivista «Confronti» un fitto dialogo. Tra il marzo 2019 e il luglio 2025, mese della sua scomparsa, ha tenuto con regolarità tre rubriche, «Ieri e oggi», «Ribelli» e «A squola», nelle quali ha depositato articoli, ritratti, riflessioni d’occasione, ricordi. La forma narrativa breve, mai davvero bozzettistica e sentimentale, bensì ragionativa e orientata all’esplicitazione di una tesi, è particolarmente congeniale a Fofi e costituisce una delle sue cifre autoriali, come dimostrano i numerosi libri di intervento e di militanza (da Prima il pane a Da pochi a pochi, passando per Zone grigie e per il postumo Arcipelago Sud) e i diari come Pasqua di maggio o Quante storie.

BENE HA DUNQUE fatto «Confronti» a raccogliere questi scritti in Controcorrente. Memoria, scuola e resistenza (Edizioni Con Nuovi Tempi, pp. 354, euro 15), un volume che si apprezza anche per le illustrazioni di Doriano Strologo, capaci di accompagnare, in ideale contrappunto, una collezione di settanta pezzi, chiusa da una sentita nota su Fofi a firma di Michele Lipori e di tutta la redazione. Sono presenti in questi ritratti d’autore molte figure decisive per il percorso intellettuale di Fofi: dai «maestri» e modelli – Danilo Dolci, Aldo Capitini, Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro – ai compagni di strada come Giovanni Mottura (assai intenso il ricordo della comune esperienza a Partinico al seguito di Dolci).

Ma emergono anche i nomi di figure dimenticate – Comparetto, sindacalista e agitatore sociale, campione di «fogli di via» – o di «miti d’oggi» (da Che Guevara a Bob Dylan) e di luoghi (Napoli e Firenze), ulteriori tasselli e spunti per una riflessione sui temi della resistenza, della nonviolenza, dell’impegno civile.

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comidad

La lobby dei creditori prevale perchè non ha bisogno di pensare

di comidad

C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo a un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso. Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.

L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale.

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fuoricollana

Finanzcapitalismo all’italiana

di Alfonso Gianni

Allo stato delle cose nessuno può dire con certezza se al lungo risiko bancario sia subentrata per davvero una pax bancaria. Come vedremo ci sono ancora alcune varianti possibili e caselle da scoprire. Ma quello che è successo in questi ultimi giorni ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto e un altro, o tra una fase dello scontro e un’altra del medesimo, dimostra che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, le crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerra non solo le crea, quindi le subisce, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.

La vicenda italiana si sta incanalando verso un successo per il gruppo Intesa-San Paolo. In un’intervista a un importante quotidiano il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti ha riassunto – a denti stretti – pressappoco così l’epilogo del risiko: nel mercato vince chi paga di più. La stessa cosa veniva spesso ripetuta anni addietro, quando non era banale affermarlo, da Alfredo Reichlin ricorrendo alla locuzione in rima baciata “È l’articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto” per simboleggiare il passaggio al finanzcapitalismo. Di fronte a questa antica potenza, quella del denaro, in qualunque forma essa si presenti, possono assai poco le golden power dei governi, che riescono sì a rallentare i processi, ma non ad arrestarli né far loro cambiare direzione.

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Necessità della politica tra destino e possibilità

Salvatore Bianco intervista Carlo Galli

Carlo Galli è tra i filosofi della politica più prestigiosi nel panorama internazionale. In un suo recente lavoro intitolato “Tecnica”, per le edizioni il Mulino, ha espresso la tesi che la tecnocrazia non esiste. A comandare sono sempre determinati poteri politici, economici e mediatici che si servono della tecnica a scopo di profitto e dominio. Ora, in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio, dal titolo “Necessità della politica”, che verrà discusso con il professor Gennaro Imbriano il prossimo 25 giugno alle ore 18 presso la Feltrinelli di Bologna, gli abbiamo rivolto alcune domande cui ha risposto con la consueta disponibilità.

* * * *

Salvatore Bianco: Nel suo ultimo saggio appena pubblicato da Raffaello Cortina, che si intitola “Necessità della politica”, lei parla di una necessità della politica innanzitutto come produzione di potere inevitabile da parte degli esseri umani in comunità. Potrebbe illustrare questa prima necessità della politica?

Carlo Galli: Ho definito la politica come la umana convivenza vista sotto il profilo del potere. E ho definito kratos, cioè etimologicamente “potere come prevalenza”, il fatto che ogni forma di coesistenza produce e implica potere, e dal potere è resa possibile e mantenuta.

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mondocane

Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?

A che serve e cosa copre il Generale

di Fulvio Grimaldi

Se mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.

Ma visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca, o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.

Il buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda, culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova. Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento.

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doppiozero

Cacciari ed Esposito dentro il Kaos

di Paolo Perulli

“In un momento in cui i cambiamenti centenari accelerano e la situazione internazionale è caratterizzata da caos a seguito di cambiamenti, il mondo si trova di fronte a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la ‘trappola di Tucidide’ e inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?” È Xi Jinping che parla in occasione dell’incontro con Trump il 14 maggio scorso. È lui che usa il termine caos per descrivere lo stato attuale del mondo. Come siamo giunti a questo punto, e quando?

“Nell’istante in cui entrano in scena i primi Stati contrassegnati da una tendenza planetaria – quindi oggi –, in quest’istante anche la questione della libertà dei mari diventa assoluta a livello planetario… Grozio parlava come un dominatore di uno stretto marittimo che fosse posto sotto assedio…”. Si sta parlando dello stretto di Hormuz? No, chi scrive è Franz Rosenzweig e siamo nel 1917, durante la Prima Guerra mondiale. Globus è un abbozzo di teoria storico-universale dello spazio, scritta dal filosofo ebreo che sarà l’autore di La Stella della redenzione. Geopolitica ha a che fare con filosofia e teologia, quindi? Certamente. Scriveva Oswald Spengler in quegli stessi anni (Il tramonto dell’Occidente è del 1918) che il pensiero tecnico ha un’origine religiosa, e un’epoca irreligiosa perfettamente cosmopolita è un’epoca di decadenza.

Entrambi questi autori sono ricordati nel saggio ora dedicato da Massimo Cacciari e Roberto Esposito al Kaos (Il Mulino 2026). Due filosofi scrivono il miglior saggio di geopolitica della nostra epoca. Con buona pace di chi pensa alla geopolitica come affare di strategie militari e di intelligence.

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manifesto

Washington paga e ottiene promesse

di Emiliano Brancaccio

Partita Persia. È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Ma il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa

È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.

Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.

Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.

Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.

In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.

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analisidifesa

Biolaboratori americani in Ucraina. L’intelligence USA declassifica le prove

di Gianandrea Gaiani

Disinformazione putiniana? Complottismi dei filorussi? Macché, era tutto vero e le ricerche statunitensi su agenti patogeni altamente contagiosi hanno esposto per anni a grave rischio l’intera Europa.

Con il comunicato stampa n. 10-26 del 12 giugno 2026, l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) ha ufficialmente squarciato il velo su una delle questioni più controverse degli ultimi anni: la rete di oltre 120 biolaboratori finanziati dal governo degli Stati Uniti in più di 30 Paesi.

Il Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), Tulsi Gabbard, ha reso noto che la documentazione relativa a tali strutture — inclusa la rete presente in Ucraina — è stata declassificata e resa accessibile al pubblico.

L’ammissione ufficiale sui rischi e i finanziamenti Secondo quanto dichiarato dall’ODNI, la comunità di intelligence ha confermato che molti di questi laboratori hanno operato, con scarsa supervisione, nella ricerca su agenti patogeni altamente contagiosi, includendo in alcuni casi studi di Gain-of-Function, cioè la modifica genetica di un organismo in modo da potenziare le funzioni biologiche dei prodotti genici.

Il documento chiarisce che la permanenza di tali strutture in zone di conflitto, come quella in corso tra Russia e Ucraina, espone il territorio e la sicurezza globale a rischi elevati di “compromissione, sequestro o danno”. La rottura con il passato Il comunicato segna una netta discontinuità rispetto alla gestione dell’amministrazione precedente.

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altrenotizie

Lezioni iraniane

di Fabrizio Casari

Ammesso e non concesso che l’intesa intervenuta tra Stati Uniti e Iran trovi la sua formale approvazione, che non sia il 39esimo annuncio seguito da stop and go, la questione, dopo oltre 100 giorni di guerra che hanno cambiato il quadro politico e militare del Golfo Persico e del Medio Oriente, è stabilire chi ne esce sconfitto e chi vittorioso. Come già in precedenza Israele attacca per sabotare l’accordo, sa che la campana suona per Tel Aviv. Perchè il barometro della vittoria indica che l’Iran esce rafforzato sul piano strategico, avendo resistito e contrattaccato e mantenuto intatti territorio, sistema politico e assetto costituzionale, che erano gli obiettivi dell’aggressione israelo-statunitense.

Sul piano regionale i riflessi sono evidenti. È venuta meno l’idea di scambio tra petrolio, dollari e sicurezza su cui le petro-monarchie e gli USA hanno retto decadi di alleanza. L’incapacità dimostrata dagli Usa di difenderle spinge oggi Arabia Saudita e EAU a cercare un’intesa diretta con Teheran e a mettere in forse il ruolo degli USA che, lungi dal proteggerli, li ha resi un bersaglio.

Questo ridisegnerà un cambio globale di strategia statunitense per una regione che continua ad essere decisiva per una economia internazionale che ha ancora nel fossile la sua quota maggiore di generazione di energia e nei fondi sovrani dell’area una capitalizzazione fondamentale per il debito USA.

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lafionda

Capitalismo finanziario e guerra permanente

di Elena Basile

La guerra con l’Iran sembrerebbe aver avuto fine con la firma del MOU prevista per venerdì 19 a Ginevra. I dubbi sulla sua attuazione sono tuttavia leciti. Il MOU si regge sul cessate il fuoco anche a Gaza e in Libano. Quindi finalmente avremmo gli Stati Uniti che tengono sotto controllo Israele?

Secondo molti analisti indipendenti, si tratta invece di una guerra di attrito nella quale la coalizione Epstein cerca, alternando dialoghi e bombardamenti, di distruggere la resilienza iraniana. Teheran non recede dai suoi obiettivi e risponde a ogni provocazione relativa anche al Libano e a Gaza. Impone linee rosse che, una volta violate, vengono sanzionate con rappresaglie su Israele e sulle basi americane nel Golfo Persico.

L’obiettivo occidentale resta quello di indebolire l’alleato della Cina, rivale sistemico, e di destabilizzare il governo teocratico affinché il capitale finanziario USA in crisi possa nutrirsi di nuove materie prime ed energetiche. La Cina, tuttavia, è intervenuta con la sua riconosciuta autorità per porre fine al blocco di Hormuz, che è contrario ai suoi interessi come a quelli di Washington. Se una svolta positiva ci sarà, è grazie a Pechino e alle forze riformiste iraniane che hanno temperato gli obiettivi dei falchi. L’incognita Israele, quale variabile impazzita, permane.

La nuova guerra, non di territori ma di attrito, continua anche tra Russia e NATO per interposta Ucraina. Come nota Andrey Bezrukov, ex agente dei servizi, nel suo discorso al Foro economico di San Pietroburgo, gli occidentali punterebbero a colpire, grazie al sistema Starlink, le infrastrutture strategiche russe e a neutralizzare, con sistemi di difesa come il Golden Dome, le forze nucleari russe. L’escalation occidentale cresce con il sistema della “rana bollita”.

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lantidiplomatico

Pechino annuncia il fallimento della controffensiva statunitense

di Giuseppe Masala

Nei media occidentali è passata sotto silenzio la divulgazione di un fondamentale documento cinese. Si tratta di un report redatto dal CICIR - China Institutes of Contemporary International Relations - l'istituto di ricerca del potente Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), in pratica una sorta di superministero che unisce sia i servizi esteri che quelli interni in un'unica entità, in pratica come se gli USA avessero la CIA e l'FBI unite sotto un'unica regia centralizzata.

Il titolo del documento è "La grande trasformazione globale e il percorso verso la coesistenza tra Stati Uniti e Cina” e già da questo si può desumerne l'importanza perchè il MSS cinese ha l'ambizione, già dal titolo, di inquadrare e descrivere i rapporti di forza intercorrenti tra le due superpotenze e come questi influenzeranno gli equilibri globali, che peraltro già dal titolo sono definiti come in “grande trasformazione” e dunque transizione dal momento unipolare post fine della Guerra Fredda, quando gli USA e l'Occidente ebbero l'egemonia assoluta sul mondo, ad una realtà sempre più attuale dove si delinea un diverso equilibrio di forze.

Da notare che la lente attraverso la quale il Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS) inquadra questa fase storica dei rapporti internazionali è quello della “guerra prolungata” teorizzata da Mao Zedong nel testo scritto nel 1938 per descrivere la guerra con il Giappone. In questo opera, il padre della Cina Popolare teorizza tre diverse fasi nei conflitti di lunga durata: la prima, definita di “Difesa Strategica”, dove la parte più debole in conflitto assorbe l'assalto della parte più forte; la seconda, definita di “Stallo strategico”, quando l'equilibrio si sposta verso la stabilità tra le due parti in lotta e la terza parte che Mao definiva di “Controffensiva strategica” nella quale la parte precedentemente più debole – ribaltando i rapporti di forza originari – prende l'iniziativa e vince.

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Il 12 giugno e la distruzione dell'URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO

di Fabrizio Poggi

12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.

Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.

In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.

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linterferenza

Immigrazione e sciacallaggio politico

di Andrea Zhok

Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.

1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.

2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.

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contropiano2

Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta

di Sergio Cararo

Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.

Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.

Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.

Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.

E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.

Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.

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intelligence for the people

L’Europa è tra i principali sconfitti della crisi di Hormuz 

di Roberto Iannuzzi

Con la crisi di Hormuz e la Libia che resta uno stato fallito, dopo aver rinunciato alle fonti russe l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington

L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.

Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli USA hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.

Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.

Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).

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linterferenza

L’inclusione nel vuoto

di Andrea Zhok

Nell’ultimo post che ho condiviso, compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: “Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma.”

Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra. La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale a una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni.

Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono.

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contropiano2

Il modo sbagliato di criticare il fascismo di Vannacci

di Paolo Desogus

Ieri sera dalla Gruber il generale Vannacci ha mostrato di essere un politico di infimo livello, senza argomenti, sconclusionato, del tutto privo di una lettura del paese e delle sue strutture sociali ed economiche. Dico questo non perché è un fascista. Certo, quello è il principale motivo per contestarlo.

Dico che è un politico senza arte né parte nel senso che non possiede alcun talento che non sia quello del tribuno, dello squallido populista che parla alla pancia della gente disorientata dal tracollo del sistema democratico italiano. Una volta al governo questo personaggio non saprebbe da dove cominciare e sulle grandi questioni finirebbe come una Giorgia Meloni qualsiasi.

Il punto non è però quello. La storia ci insegna che per prendere i voti non occorre essere dei grandi geni della politica. E sicuramente Vannacci, sebbene sia politicamente uno scappato di casa, ha la possibilità di crescere elettoralmente, pur senza avere alcuna qualità di governo.

È questo che mi sembra che non abbiano del tutto afferrato Lilli Gruber e Lina Palmerini. Durante la trasmissione hanno cercato di prenderlo in castagna, hanno messo in evidenza le sue contraddizioni, le sue incoerenze, la vacuità della proposta politica… Come dicevo però il successo di Vannacci non dipende dalla qualità della sua proposta, né dal suo vero talento politico.

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lantidiplomatico

Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture

di Geraldina Colotti

"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.

La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.

La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.

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contropiano2

Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze

di Marco Veronese Passarella*

a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”

Si tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base economica.

Il problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità contributiva.

b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”

Evasione ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente per rinunciare a un’imposta, allora bisognerebbe abolire l’intero sistema fiscale.

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linterferenza

La fatwa del “marxista scientifico” Brancaccio contro i sovranisti reazionari e piccolo borghesi

di Fabrizio Marchi

Non sono entrato e non entro nel merito della polemica in corso da qualche settimana fra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – ampliatasi successivamente ad altri economisti e filosofi politici (fra cui il nostro amico Alessandro Visalli, autorevole saggista e filosofo politico, bollato sprezzantemente dal Brancaccio come “confusionario sovranista”) – perché non ho le competenze sufficienti in materia economica, e quindi mi guardo bene dal farlo. Del resto, fra tutti i saccenti i “tuttologi” se la battono con gli “specialisti”, fermo restando che la democrazia (come la dialettica), come uso dire, è il dialogo fra “ignoranti”. Se così non fosse al mondo avrebbe diritto ad esprimere la propria opinione soltanto lo 0,0001 per mille delle persone, forse, e solo nella materia di propria esclusiva competenza.

Non appartenendo né all’una né all’altra categoria, mi limito, comunque, a considerazioni di ordine esclusivamente umano sul “personaggio Brancaccio”, in base alla mia personale percezione, avendo letto tutti i post da lui scritti in risposta alle obiezioni e alle critiche sollevate dai suoi interlocutori (che in realtà lui non considera tali dal momento che si limita sostanzialmente ad insultarli) e diversi stralci, fra i più significativi, del suo “libro dei sogni”, “Libercomunismo”, estrapolati dagli articoli e dalle analisi dei suoi critici, in particolare quella di Visalli (che è entrato nel merito della materia economica, eccome… https://www.linterferenza.info/attpol/intorno-a-emiliano-brancaccio-e-il-libercomunismo/ ), che abbiamo anche pubblicato su L’Interferenza.

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altrenotizie 

Israele, il business del genocidio

di Michele Paris

Durante la fase più intensa del genocidio a Gaza, in Occidente e tra i regimi arabi si sono sprecate le dichiarazioni di “preoccupazione”, i richiami al diritto internazionale e le rituali condanne degli “eccessi” dell’offensiva israeliana. Dietro questa retorica, tuttavia, il business militare dello stato ebraico non solo non ha subito contraccolpi, ma ha continuato a prosperare come mai prima d’ora. Anzi, proprio il genocidio in corso nella striscia sembra avere trasformato Israele in una vetrina globale ancora più appetibile per quei governi interessati a tecnologie militari sperimentate direttamente sul campo.

I numeri pubblicati nei giorni scorsi dal SIBAT, l’agenzia del ministero della Difesa israeliano incaricata delle esportazioni militari, parlano da soli. Nel 2025 Israele ha esportato armamenti per 19,2 miliardi di dollari, nuovo record storico e quinto anno consecutivo di crescita. Rispetto al 2024, l’incremento è stato del 30%, mentre dall’inizio dell’assalto a Gaza il balzo complessivo dei profitti del comparto militare israeliano supera il 56%.

Il dato forse più clamoroso riguarda però la provenienza degli acquirenti. L’Europa è diventata il principale mercato per l’industria bellica israeliana, con acquisti pari a 6,9 miliardi di dollari, circa il 36% dell’intero export militare. Ancora più significativo è il fatto che i paesi arabi abbiano acquistato più armi israeliane degli stessi Stati Uniti. Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno rappresentato infatti il 15% delle esportazioni, per un valore di circa 2,9 miliardi di dollari, contro il 13% del Nord America.

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Elmetto al campo largo, la strategia di Giorgia

di Michele Prospero

Meloni ha schivato con furbizia il vertice in Montenegro perché ha già iniziato la campagna elettorale. Ha capito, a differenza delle opposizioni, che il referendum non l’ha perso per i tecnicismi della separazione delle carriere o per l’istituzione dell’Alta Corte. A travolgerla è stato l’impatto ideale, oltre che economico e sociale, delle bombe del duo Bibi-Donald. A marzo è stata lei a pagare poiché il ponte con l’amministrazione statunitense, proprio nelle settimane dell’appello al popolo per dirimere le funzioni delle toghe, significava complicità con i raid in Medio Oriente e acquiescenza ai crimini contro l’umanità.

Confida che più in là, a emergenza iraniana spenta e con gli avvoltoi israeliani placati, la sintonia con il tycoon di Washington attenuerà gli effetti negativi sprigionati da una subalternità a Tel Aviv che gronda di sangue. Una volta siglato il cessate il fuoco, la destra intende giocare la vecchia carta del Trump pacifista, preziosa nella gestione dei contraccolpi della questione ucraina. Adducendo un francobollo come pretesto per evitare il tour nei Balcani, Meloni valuta che conviene evitare gli abboccamenti con Parigi, Berlino e Londra. Ha intuito che i tre condottieri, rimasti senza un briciolo di consenso interno, annunciano soltanto guai.

Per ottenere il secondo mandato a Palazzo Chigi, la Madre ha perso l’aereo.

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comidad

La vera costituzione è la mistificazione

di comidad

Non c’è nulla di strano nel fatto che un papa colga l’occasione dell’avvento dell’intelligenza artificiale per riproporre la consueta retorica sulla centralità dell’uomo. Non c’è da stupirsi se i preti usano ogni opportunità per dire messa e pronunciare omelie; il problema semmai riguarda quelli che si arruolano come chierichetti. Meno spiegabile è infatti che tanti “laici” si mettano in cordata con l’enciclica papale per offrire un contributo, anche in chiave critica, per un nuovo umanesimo. Non si tratta soltanto di mantenere un realistico scetticismo sull’effettivo potenziale critico della Chiesa cattolica nei confronti dell’establishment di cui è parte integrante; il problema sarebbe soprattutto di capire se sia serio voler ancora affidare all’umanesimo le prospettive di sopravvivenza e di benessere dell’umanità. Il punto è che per sostituire le classi dirigenti e le opinioni pubbliche, non c’era bisogno dell’arrivo dell’intelligenza artificiale; bastava un distributore automatico o una fotocopiatrice, che probabilmente avrebbero fatto persino di meglio. Nessuna vicenda sfugge al copione preconfezionato, tanto che lo stesso pubblico in sala conosce già le battute e interagisce con la commedia che si recita sul palcoscenico.

A proposito di pessimismo antropologico, un personaggio come Adriano Sofri è un esempio da manuale. La circostanza di essere stato vittima di un abuso giudiziario, non ha affatto nobilitato Sofri; al contrario, egli ha trovato la sua personale via di salvezza nel diventare dispensatore di paralogismi per conto dell’establishment che lo aveva incastrato. Nel caso della grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti, l’espediente retorico più banale era quello di ricorrere all’episodio dell’adultera del vangelo di Giovanni; e infatti Sofri lo ha usato.

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lantidiplomatico

Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale

di Pino Arlacchi

Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.

Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

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antoniomazzeo

Da Al-Dhafra a Sigonella: la rotta dei Triton

di Antonio Mazzeo

Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare?

* * * *

Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran.

Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo.

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analisidifesa

La ragnatela militare e di intelligence allestita da Israele attorno all’Iran

di Giacomo Gabellini

Lo scorso dicembre Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.

Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.

Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.

Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.

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aldous

Follie anglosassoni, saggezze russe

di Alberto Giovanni Biuso

Alcune forme di follia pervasive, clamorose eppure in gran parte disconosciute, attraversano la politica, la cultura, l’esistenza dell’occidente anglosassone e da qui si riverberano anche sull’Europa. La follia del transumanesimo che nelle menti e nei progetti ingegneristici di miliardari tecno-apocalittici come Peter Thiel prende la forma del superamento di ciò che costoro chiamano mortalismo, vale a dire la finitudine umana come di ogni altro ente. In un suo recente pellegrinaggio europeo (Parigi, Roma) dedicato all’avvento dell’Anticristo, Thiel ha definito l’inevitabilità del morire come una ideologia da respingere, condannare e superare, anche e specialmente attraverso lo sviluppo delle tecnologie digitali e delle cosiddette intelligenze artificiali. Anche in questo modo la tecnoteologia politica di Thiel si conferma un esempio, un caso, un’espressione del dominio di «Mammona, il Signore di questo mondo (oggi concretamente la tecno-finanza politico-digitale operata dall’Intelligenza Artificiale)» (Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 94-95).

La follia del servilismo totale, inaudito e privo di ogni pur minima dignità che i decisori politici dell’Unione Europea mostrano nei confronti del padrone statunitense che li insulta, li umilia, li disprezza ma al quale continuano a leccare la mano. È del tutto palese che è nelle intenzioni e nell’interesse degli USA mantenere l’Europa nel suo stato di impotenza e dipendenza, nella divisione tra la sua parte occidentale e quella orientale e slava. È palese ma sembra anche invisibile.