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militant

Achtung Banditen 2017 – Partigiani nella metropoli

di Militant

Settantadue anni dalla Liberazione. Ma anche quarant’anni dal 1977. E, sopra ogni cosa, cento anni dalla Rivoluzione. Le stelle dicono che è l’anno buono. Bisogna organizzarsi, fare presto, farci trovare pronti. La lotta al fascismo, ai fascismi mascherati, alle nuove destre reazionarie che soffiano sul fuoco della guerra fra poveri, ci impegnano quotidianamente in quelle periferie nelle quali viviamo, lavoriamo, amiamo e lottiamo. Per questa ragione ricordare il 25 aprile non è uno sforzo di retorica celebrativa, ma pratica quotidiana. E’ sopravvivenza e necessità, ed è così che intendiamo la lotta al fascismo oggi. Giunto alla quinta edizione, l’Achtung Banditen Festival è l’Appuntamento antifascista romano, il luogo e il tempo dove ragionare di politica, dove incontrare compagni da tutta Europa, dove ascoltare musica resistente e garantire la solidarietà economica a tutti i compagni inquisiti per antifascismo. Le quattro edizioni precedenti hanno segnato l’inizio di una tradizione popolare e militante. Questo è l’anno in cui moltiplicare sforzi e successi.

 

Non un passo indietro, ieri come oggi.

L’idea del festival antifascista nasce da una duplice necessità.

La prima necessità è quella di ricostruire un immaginario antifascista.

megachip

L'alba del XX secolo

di Sandro Vero

Recensione del libro di Angelo D'Orsi: 1917. L'anno della rivoluzione (Laterza, Bari 2017)

Si respira un'aria febbrile nelle e fra le pagine dell'ultimo libro di Angelo D'Orsi, 1917. L'anno della rivoluzione. E come potrebbe non essere così? Raccontando minuziosamente le vicende di quello che comunemente è detto l'inizio - il vero inizio - del XX secolo, D'Orsi, da storico militante qual è si immerge (e ci chiede di fare altrettanto) nella temperie di un anno straordinario che sembra contenere, in nuce, tutto quello che sarà il secolo breve, con le sue incredibili conquiste e le sue incredibili miserie, la perdita definitiva di ogni sembianza di innocenza dell'Occidente (ancora presente nel secolo precedente), il dispiegarsi pieno e ormai privo di paraventi ideali della realpolitik praticata dalle cancellerie europee, la guerra come compiuta realizzazione della divaricazione fra tecnologia ed etica, la dirompente avanzata del movimento proletario e le reazioni sanguinarie del potere borghese.

In realtà, come D'Orsi racconta con stile avvolgente, il 1917 non è solo l'anno della rivoluzione, quella realizzata nella Russia post-zarista ma anche quella mancata nei paesi della democrazia liberale, è anche l'anno in cui il volto militare del potere borghese getta via ogni infingimento e si rivela in tutta la sua spietatezza, in tutto il suo disprezzo per la vita, nel crescente ricorso ad un abominevole principio della riduzione a numeri (previsti e poi rilevati) della perdita, mondata di ogni riferimento all'umanità - dolente e offesa - che grida dietro i meri dati quantitativi.

ribalta

Il lavoro nell’era del non lavoro

Cioè lo sfruttamento

di Alessia Fiorillo

Sempre più le persone sono costrette a «formarsi da sé» per accrescere il proprio «capitale umano», e sempre più sono costrette a lavorare a intermittenza, non riuscendo a conseguire quella cittadinanza basata proprio sul lavoro che non c'è più

André Gorz, filosofo e autodidatta di origine austriaca, si forma nel confronto con Sartre e, grazie alla sua analisi del lavoro, diventa un riferimento teorico per il sindacato francese. La sua critica serrata al capitalismo contemporaneo nasce dall’analisi dei cambiamenti del sistema di produzione e consumo. Gorz nel saggio Metamorfosi del lavoro, ci ricorda che il lavoro salariato è un’invenzione moderna: «La caratteristica essenziale del lavoro – quello che noi “abbiamo, “cerchiamo”, “offriamo” – è di essere un’attività che si svolge nella sfera pubblica, è un’attività richiesta, definita e riconosciuta utile da altri che, per questo, la retribuiscono. È attraverso il lavoro remunerato (e in particolare il lavoro salariato) che noi apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociale (vale a dire “professione”), siamo inseriti in una rete di scambi in cui ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferiti diritti su di loro in cambio di doveri verso di loro. Proprio perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è il fattore di socializzazione di gran lunga più importante – anche per coloro che lo cercano, vi si preparano o ne sono privi – la società industriale si considera come una “società di lavoratori” e, in quanto tale, si distingue da tutte quelle che l’hanno preceduta».

contropiano2

Le armi ucraine in mano a fascisti, mafiosi e integralisti islamici

di Alberto Fazolo

La notte del 22 marzo 2017 nei pressi di Karkiv, in Ucraina è saltato in aria un grande deposito di armi, gli inquirenti seguono due piste, il sabotaggio e l'incidente. Ma ce ne potrebbe essere una terza che riguarda da vicino anche gli europei.

Il luogo dell'esplosione si trova ben lontano dalla linea del fronte, fuori dalla gittata dei missili della Repubbliche Popolari del Donbass e comunque in una zona in cui non sono mai arrivati ad operare i reparti speciali. In un primo momento si era parlato della presenza di un velivolo nei pressi del luogo dell'esplosione, ma non ci sono riscontri attendibili.

Un'incidente può sempre capitare quando si maneggiano esplosivi, questa ipotesi non può essere aprioristicamente scartata.

Ricostruire le dinamiche dell'accaduto potrebbe essere assai difficile e forse non si arriverà mai alla soluzione, ma ci si deve interrogare su una terza ipotesi, quella più oscura. L'esperienza insegna che quando salta in aria un'arsenale (soprattutto se, come in questo caso, non ci sono vittime benché gli sfollati siano 20mila) spesse volte si tratta di una messa inscena realizzata per coprire il furto di materiale militare: dopo l'esplosione è impossibile verificare se qualcosa fosse stato precedentemente sottratto dai magazzini.

investigat

Il Controllo della Narrativa sulla Siria

Louis Allday

In questo saggio Louis ALLDAY analizza la narrativa mainstream sulla Siria e i suoi vettori principali : il mito del non-intervento occidentale, l’occultamento di verità scomode sull’opposizione, l‘intimidazione di quelli che mettono in discussione la narrazione e la presentazione dei propagandisti come esperti neutrali

Dal 2011 il flusso di analisi mal informate, inaccurate e spesso del tutto disoneste sugli eventi in Siria è stato inarrestabile. Ho già scritto sui pericoli dell’utilizzo di spiegazioni sempliciste per comprendere il conflitto, un problema che è emerso ripetutamente negli ultimi cinque anni. Tuttavia c’è un problema più grande. Il discorso mainstream sulla Siria è diventato così tossico, distaccato dalla realtà e privo di sfumature che chiunque abbia il coraggio anche solo di mettere in discussione l’impostazione della narrazione della ‘rivoluzione’ in corso, o si oppone agli argomenti di quelli che supportano l’imposizione di una no-fly zone da parte dell’Occidente, può aspettarsi una rapida punizione. Questi dissidenti sono immediatamente attaccati, spesso calunniati come ‘Assadisti’ o ‘Pro-Assad’ e accusati di mostrare una crudele indifferenza verso le sofferenze dei siriani. Una delle tante verità che si sono perse in questo discorso è che l’imposizione di una no-fly zone significherebbe, per usare le parole del più alto generale delle Forze Armate statunitensi, che gli Stati Uniti vanno in guerra “contro la Siria e la Russia”. Voglio essere chiaro dall’inizio che scrivo questo avendo vissuto in Siria e che porto nel cuore i ricordi di quel periodo.

aldogiannuli

M5s, meriti, demeriti e cosa serve, senza complimenti

di Aldo Giannuli

C’è poco da fare: il M5s suscita odio viscerale e sviscerato amore, avversioni profonde ed immotivate e difese spericolate come una arrampicata sull’Himalaya a mani nude. Invano attendersi un giudizio equilibrato. Io vorrei tentare di proporre una base di discussione più pacata, sulla quale forse possiamo anche trovarci d’accordo.

Iniziamo dai meriti, a mio modesto parere, indiscutibili. In primo luogo il M5s è stato determinante nel mandare a gambe all’aria il falso bipolarismo fra Pd e Pdl (o Forza Italia o quel che vi pare tanto ci siamo capiti). Con la sua irruzione sulla scena, nel 2013, ha spinto all’alleanza del Nazareno, che ha dimostrato, una volta per tutte, che centro sinistra e centro destra sono solo due facce della stessa moneta distinte da tratti del disegno di superficie: entrambi (chi più chi meno) “europeisti”, neoliberisti, per la Nato (il centro destra, per la verità un po’ meno), tassaioli, privi di spina dorsale e di visione strategica. Due amebe perfettamente interscambiabili.

Il M5s, presentandosi come altro “da tutti” ha rotto l’incanto. Prima ha determinato la crisi del centro destra, ora è stato determinante ad avviare la frantumazione del Pd. Capisco che questo renda molto nervosi ed ostili quelli di Forza Italia o del Pd (ed anche quelli della Lega), e che per loro questo non sia affatto un merito, come lo è per me, ma il fatto in se è indiscutibile.

vocidallestero

Eurointelligence: Come “Non” Uscire dall’Euro – Versione Cinque Stelle

di Wolfgang Munchau

Il noto editorialista del Financial Times  Wolfgang Munchau,  sul  think tank da lui diretto Eurointelligence,  fa a pezzi l’ipotesi che l’Italia possa uscire dall’euro attraverso un referendum e descrive Luigi Di Maio come un giovane politico del tutto impreparato agli scenari di un’Italexit, la scelta più importante per il paese dalla firma dei Trattati di Roma sessant’anni fa. “Si può facilmente pensare a tutta una serie di scenari, inclusi quello dell’uscita, per l’Italia. Ma c’è uno scenario che possiamo escludere con assoluta certezza: l’uscita dall’euro attraverso un referendum”. Di Maio farebbe bene a prepararsi, e prepararsi bene, o farà la fine di Tsipras

L’unica lezione veramente importante che possiamo trarre dall’episodio di Varoufakis nel 2015 è che, se si vuole lasciare l’euro, si deve essere preparati – sia politicamente che dal punto di vista logistico. Lasciare l’euro non è un semplice punto di programma in una piattaforma politica, un qualcosa di cui parlare con nonchalance in una tavola rotonda o su cui tenere un referendum. È una questione più grossa della stessa Brexit. L’uscita da una moneta unica non può mai essere un processo ordinato, ovunque e in qualsiasi circostanza.

Nel leggere questo resoconto di Gavin Jones su Reuters a proposito della conferenza stampa di Luigi Di Maio, ci ha colpito il fatto che il Vice Presidente della Camera dei deputati, l’uomo che ha le maggiori probabilità di diventare Primo Ministro italiano nel caso le tendenze attuali dovessero persistere,  si sta preparando a un fallimento monumentale.

ilsimplicissimus

Eurodeliri

di ilsimplicissimus

Se c’è qualcosa che mi ha colpito nel sabato in cui le oligarchie Europee hanno festeggiato se stesse, è la comparsa delle sacre stigmate dell’anacronismo che ha avvolto i potenti  rinchiusi nel loro ridotto a recitare un messale logoro e frusto, a imitare in maniera grottesca i riti pieni di speranza di 60 anni fa, con parole ambigue e prive di senso. Ma questo progetto fallito e ormai privo di anima è stato difeso contro il mondo esterno da gigantesche misure di sicurezza per fare paura, schedature sotto forma di controlli, polizia e ancora polizia a sorreggere una messa cantata senza contenuti, parole come aria calda per una mongolfiera di carta  e quel terribile chiacchiericcio mediatico, così straordinariamente unanime, ottuso, in questo caso consapevolmente servile. Insomma il tentativo di tappare la bocca ai terribili antagonisti perché ormai gli argomenti e le illusioni sotto cui viene sostenuta e nascosta la presa di potere della finanza, non sono più credibili e generano rabbia o noia. Essi cercano di fare paura perché hanno paura.

Il momento più significativo della giornata è stato quando il corteo di Eurostop è stato applaudito dalle finestre del  Testaccio, quartiere semigentrificato e dunque valido come test.

carmilla

Piigs: critica dell’economia suina

di Luca Cangianti

Veder scorrere una bibliografia di teoria economica nei titoli di coda non è qualcosa di comune, soprattutto se il documentario cui si è assistito aggancia l’attenzione dello spettatore su un tema ritenuto per soli addetti ai lavori: l’austerità europea e i suoi effetti nefasti sulla vita quotidiana di milioni di persone. Dopo cinque anni di studio sui testi, di riprese e di lavoro in post-produzione, Piigs – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity sarà in sala il prossimo aprile. Realizzato anche grazie a un’azione di crowdfunding, il lungometraggio è diretto da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre, mentre la voce narrante è quella di Claudio Santamaria.1

Intervistando alcuni noti economisti, saggisti e scrittori di orientamento eterodosso (tra cui Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Warren Mosler ed Erri De Luca) il film decostruisce il pensiero economico dominante e le sue applicazioni incorporate nella struttura istituzionale europea. Il montaggio è incalzante con molte sottolineature ironiche, l’esposizione è fluida e divulgativa anche grazie a grafici, animazioni e a una grande quantità di materiale audiovisivo d’archivio. Piigs si concentra sulla pars destruens, cioè sulla dimostrazione che le regole dei trattati europei sul deficit, sul debito e sull’inflazione sono frutto di casualità, pressapochismo e perfino di cialtroneschi errori di calcolo su file Excel.

sbilanciamoci

Sharing economy, Uber alles

Lelio Demichelis

La “sharing economy” ha aperto la strada a una economia basata non sull’innovazione di prodotto ma dei processi organizzativi, mediante la loro disarticolazione e soprattutto l’ulteriore individualizzazione ed esternalizzazione del lavoro

La vecchia economia contro la nuova? I taxisti come i vecchi luddisti che volevano fermare il progresso, ieri rappresentato dai telai meccanici e oggi da Uber e dalla sharing economy? Domande di queste settimane. Ma procediamo con ordine, ricordando subito che la realtà del lavoro è oggi fatta da due mondi apparentemente contrapposti, ma invece coerenti e congrui tra loro: la precarizzazione incessante da un lato (Uber, Foodora, voucher, contratti atipici vecchi e nuovi, JobsAct), dall’altro un’impresa che vuole farsi comunità di lavoro, che inventa gli smart-jobs e persino il manager della felicità per rendere felici i lavoratori. In mezzo: la quarta rivoluzione industriale, i robot e, forse, una nuova disoccupazione tecnologica.

Dunque, la sharing economy. Sfuggente a ogni definizione eppure concreta e pesante nei suoi effetti sociali e sul sistema dei diritti. Soprattutto, difficilmente regolamentabile. Però, la sharing economy, o economia collaborativa o della condivisione, promette cose meravigliose e molti ci credono davvero.

contropiano2

Siamo sull’orlo di una guerra nucleare

di Angelo Baracca* - Claudio Giangiacomo**

Siamo sull'orlo di una guerra nucleare! Non è affatto uno scherzo! Ma qualcuno in Italia lo sa? Ne dubitiamo, visto che tutti i nostri media sono concentrati sulle squallide e inconcludenti vicende della politica italiana, che sicuramente non lascerà tracce visibili nella storia. Perfino le travagliate e interminabili manovre di unificazione/divisione delle sinistre non hanno fatto riferimento a questa vera emergenza per il destino dell'umanità (per la verità, neanche le guerre che dilagano hanno avuto un eco degno del problema), sebbene alcuni dei protagonisti siano di comprovata fede ecopacifista.

Eppure è proprio così, il mondo si trova sull'orlo di una guerra nucleare che riporterebbe la società umana all'età delle caverne! La previsione del più autorevole pool di esperti raccolti nel Bulletin of the Atomic Scientists, il cui Science and Security Board dall'inizio dell'Era nucleare monitora l’imminenza di questo rischio valutando la gravità delle tensioni mondiali, e lo riporta in modo simbolico ma espressivo nel Doomsday Clock (Orologio dell’Apocalisse) che rappresenta l'imminenza del rischio come minuti che mancano alla  “Mezzanotte” della fine del mondo: proprio all’inizio del 2017 il Bullettin ha avvicinato le lancette di mezzo minuto alla fatidica Mezzanotte, a soli 2 minuti e mezzo, rispetto ai 3 minuti dello scorso anno (erano 5 minuti nel 2012).

megachip

Rivelazioni: il jihad di Lafarge-Holcim

di Thierry Meyssan

In occasione dell'uscita del libro di Thierry Meyssan, «Sous nos yeux. Du 11-Septembre à Donald Trump» ("Sotto i nostri occhi. Dall'11 settembre a Donald Trump"), pubblichiamo una serie di articoli che sviluppano alcune tra le numerosissime informazioni in esso contenute.

Dopo l'intervento di Jean-Luc Mélenchon in occasione del dibattito delle elezioni presidenziali francesi, cominciamo con la vera storia del caso Holcim-Lafarge in Siria

DAMASCO (Siria) - Il 2 marzo 2017, la società Lafarge-Holcim ha riconosciuto che la sua filiale siriana «ha rimesso dei fondi a terzi al fine di trovare accordi con un certo numero di gruppi armati, inclusi dei terzi fatti oggetto di sanzioni, al fine di mantenere l'attività e per garantire il passaggio sicuro dei dipendenti e delle forniture da e per la fabbrica». [1]

Già ora, questa industria cementizia costituisce l'oggetto di due indagini. La prima è stata avviata dalle associazioni Sherpa e ECCHR, il 15 novembre 2016, mentre la seconda è stata lanciata dal Ministero francese dell'Economia. Entrambe reagiscono a presunte rivelazioni di Le Monde, secondo cui Lafarge ha versato denaro a Daesh, in violazione delle risoluzioni dell'Onu.

E' importante notare che gli articoli pubblicati il 2 marzo su Intelligence Online (lettera confidenziale appartenente a Le Monde) e dallo stesso Le Monde, il 22 giugno, sono stati redatti da una giornalista esterna a queste pubblicazioni, Dorothy Myriam Kellou.

militant

Nonostante tutto

di Militant

Nonostante la Questura di Roma avesse da settimane fomentato un clima terroristico impedendo di fatto qualsiasi partecipazione “extra-militante”; nonostante tutto il campo della sinistra compatibile abbia lavorato per delegittimare le ragioni del corteo contro le politiche criminali della Ue; nonostante l’universo mediatico, senza eccezione alcuna, abbia censurato qualsiasi ragione politica e aizzato ogni peggiore repulsione verso il corteo anti-euroliberista, la manifestazione di ieri si è imposta come principale fatto politico della stagione. Ha oscurato ogni altra manifestazione – dalle celebrazioni ufficiali alle ridicole sfilate europeiste – con la forza dei numeri: più di 10.000 lavoratori, migranti, precari e studenti hanno dimostrato la propria avversione alle politiche Ue in una Roma mai come ieri blindata oltre l’inverosimile. Un successo oltre le aspettative, tenuto conto del boicottaggio mainstream trasversale e politicamente unificante, che rendeva impossibile solidarizzare materialmente con la manifestazione. La lotta all’Unione europea, al liberismo intrinseco delle sue istituzioni, da ieri è all’ordine del giorno della sinistra antagonista: un passaggio decisivo e qualificante che ha avuto la forza di affermarsi contro tutti i tentativi di pacificazione interessati. Se nei numeri possiamo dirci allora soddisfatti, sul piano più generale dei rapporti democratici e dell’agibilità politica l’atteggiamento del governo, della Polizia e della politica tutta segnano un punto di non ritorno di una gravità inaudita.

micromega

L’importanza dei referendum sul lavoro

di Guglielmo Forges Davanzati

Il prossimo 28 maggio, se non ci saranno interventi legislativi che li rendano superflui, saremo chiamati a votare per i c.d. Referendum popolari per il lavoro, che riguardano la disciplina dei voucher e nuove regole sugli appalti.

Si tratta, nel primo caso, di abolire quella che viene considerata una forma estrema di precarizzazione del lavoro, ovvero il pagamento attraverso buoni lavoro, in assenza di un regolare contratto, originariamente pensati per lavori saltuari e occasionali e ormai estesi in pressoché tutti i settori dell’economia italiana.

Nel secondo caso, il quesito referendario incide sulla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti. Nn caso di esito positivo, per il lavoratore sarà possibile richiedere la retribuzione che gli è dovuta direttamente al committente dell’appalto (a fronte del fatto che oggi è possibile farlo solo con l’azienda che ha ricevuto l’appalto), con un vantaggio per il lavoratore che deriva dal fatto che, nella gran parte dei casi, le aziende committenti sono più grandi e dispongono di maggiori risorse rispetto a chi gli appalti li esegue.

thepostint

Non c'è alcun attacco contro l'Occidente

di Fulvio Scaglione

Ci sono molti attacchi in Occidente ma non c’è una guerra all’Occidente, anche perché i finanziatori dei miliziani dell’Isis sono nostri fedeli alleati e partner d’affari

Dopo attentati come quello nel cuore di Londra, in cui l’inglese Khalid Masood, noto alla polizia per piccoli reati ma non per inclinazioni terroristiche, ha ucciso tre persone e ne ha ferite 40 a pochi metri dal parlamento, una certa dose di retorica è non solo inevitabile, considerata la concitazione del momento, ma anche auspicabile: solleva gli animi, compensa il dolore, compatta le reazioni. Tutto bene, a patto di non crederci troppo.

Masood non ha dato l’assalto al parlamento, perché un parlamento non si assalta con un paio di coltelli. E allo stesso modo non è in corso alcun attacco all’Europa (per non dire all’Occidente), perché la guerra di civiltà non si fa con quattro squilibrati votati al suicidio. Ricordiamo sempre, a scanso di equivoci, quanto detto nel rapporto Europol del 2016: il 35 per cento dei lupi solitari che hanno colpito in paesi occidentali tra il 2000 e il 2015 soffriva di disturbi mentali.

“E sebbene il sedicente Stato islamico abbia rivendicato la responsabilità degli ultimi attacchi”, concludeva il rapporto, “nessuno di essi sembra essere stato sostenuto logisticamente o eseguito direttamente dall’Isis”.

contropiano2

Quando i banchieri confermano le ragioni di Eurostop

di Sergio Cararo

Vedere le proprie tesi confermate – in controcanto ovviamente – dal nemico, è sempre un segnale di efficacia. La prova viene dall’alto, da Peter Praet capo economista della Banca Centrale Europea intervistato oggi dal Il Sole 24 Ore in un inserto speciale dedicato al settantesimo del Trattato di Roma e alle “buone ragioni” dell’esistenza dell’Unione Europea.

Il capo economista della Bce dedica buona parte delle sue risposte a contestare chi sostiene l’uscita dall’euro, ma apparentemente e per paradosso, ne rafforza le ragioni.

In primo luogo Praet conferma l’indissolubile legame tra euro ed Unione Europea:

L'unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l'uno dagli altri”.

L’affermazione è importante per due motivi: il primo è che spazza ogni scorciatoia per chi sostiene l’uscita dall’euro (vedi la destra) ma non l’uscita dall’Unione Europea. In secondo luogo perché conferma che la rottura dell’Eurozona e della moneta unica non può che essere una opzione politica a tutto campo e non solo una escamotage economica.

vocidallestero

Lex Monetae e Diritto Europeo

di Jacques Sapir

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell’Europa, i quali negando che l’uscita dall’euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor’s.  La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell’entrata nell’eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell’uscita…

Tutti conosciamo l’argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell’euro o all’uscita dall’euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l’unica soluzione possibile per l’economia francese: l’argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l’Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all’esistenza della Lex Monetae.

piovonorane 

Sinistra, guarda te stessa

di Alessandro Gilioli

Ha ragione Bersani quando dice che una parte dell'ex popolo di sinistra vota Movimento 5 Stelle: e che è inutile, anzi controproducente, l'invettiva continua verso Grillo e Casaleggio; e che questa invettiva - sia quando è fondata sia quando è strumentale - non riporta indietro un voto, perché ben altri sono i motivi di quella transumanza e non c'è cazzata del M5S che ne diminuisca i consensi.

Ha torto Bersani quando dice, o fa intendere, che l'alternativa a questa invettiva sia la riproposizione di schemi alchemici e addizionali, insomma "l'alleanza", come quella che aveva già rincorso ai tempi dello streaming: fallì all'epoca, quando il M5S era ancora un magma percorso da dibattiti e confronti, figurarsi adesso che vi impera l'ordine grillo-casaleggiano e chi ha l'ardire del dubbio è fuori in un quarto d'ora.

Ha ragioni e torti, Bersani, insomma, e tanto nelle une quanto nelle altre rappresenta bene la schizofrenia della sinistra quando si confronta con quel fenomeno così semplice e così complesso che è il Movimento 5 Stelle, con le cause del suo successo che sfuggono e continuano a sfuggire agli schemi cognitivi con cui ragiona la sinistra stessa.

economiaepolitica

Debito pubblico: le controverse teorie della Commissione europea

di Angelantonio Viscione*

La Commissione europea ha di recente imposto al governo italiano di approvare una nuova manovra correttiva per ridurre il proprio deficit di bilancio. In altre parole, ci viene chiesto ancora una volta di rispettare rigidi vincoli sui conti pubblici con l’obiettivo dichiarato di abbattere progressivamente il debito pubblico[1]. Dietro queste “raccomandazioni” si celano teorie economiche di ispirazione neoclassica che la stessa Commissione europea ha richiamato espressamente nei propri documenti ufficiali[2]. Secondo queste teorie, infatti, un’espansione del deficit finanziata a debito può influenzare negativamente la crescita principalmente attraverso due canali:

(1) L’effetto “spiazzamento” (o crowding-out), secondo cui una politica fiscale espansiva (come, ad esempio, un incremento della spesa pubblica) non fa che “spiazzare” la spesa privata, facendola ridurre talmente tanto da controbilanciare gli effetti positivi della manovra economica. La politica fiscale espansiva finirebbe, infatti, col determinare in vario modo un aumento dei tassi di interesse, con la conseguenza di scoraggiare gli investimenti (che sono diventati appunto più costosi da finanziare) e i consumi (diventati una scelta meno conveniente rispetto al risparmio, ora remunerato con tassi più alti)[3].

manifesto

Spazi sottratti a un neoliberismo vorace

Alessandro Santagata

Il nuovo libro di Piero Bevilacqua "Felicità d'Italia", per Laterza

È da tempo ormai che sulla pagine di questo giornale si parla di « beni comuni ». Il motivo risiede probabilmente nella capacità della categoria dei commons di tenere insieme il piano della riflessione intellettuale con quello più concreto delle lotte in un processo di reciproca contaminazione e su diversi ordini di scala: dalla battaglia per la Val di Susa all’impegno del comitato locale nel più piccolo dei borghi della penisola. La dimensione del comune ha aperto un orizzonte nuovo di riflessione che suggerisce l’ipotesi di un’uscita dalle strette dello statalismo novecentesco e di uno Stato moderno in progressivo deterioramento. È in questa cornice che si può leggere anche l’ultimo libro di Piero Bevilacqua (Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, pp. 214, euro 20).

Territorio, ambiente e agricoltura sono da sempre le fondamenta sui quali l’autore ha impostato la sua storiografia civilmente impegnata. I quattro assi, o se vogliamo i campi d’indagine sui quali poggia questo volume sono il prodotto di una  lunga sedimentazione di studi e di ragionamento: l’alimentazione, dipendente dall’originalità storica e geografica dell’agricoltura italiana; le città, patrimonio di bellezza e forma più alta di organizzazione sociale;  la musica e la canzone napoletana; esempi di un immaginario poetico popolare;