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conness precarie

Trump, l’Alt-Right e la guerra civile come politica di classe

di Felice Mometti

Che Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan Chase, la più grande banca degli Stati Uniti, sia diventato un campione di antifascismo è dura da credere. Soprattutto andando a rivedere il report redatto dalla banca quattro anni fa sulle Costituzioni antifasciste europee, che sarebbero inadatte a favorire l’integrazione europea perché troppo sbilanciate verso i diritti dei lavoratori. Sta di fatto che Dimon ha abbandonato il gruppo dei consiglieri di Trump prima di Richard Trumka, capo dell’Afl-Cio, il più grande sindacato degli Stati Uniti, che ha dato le dimissioni dopo l’esplicito attacco del «New York Times» nei suoi confronti. Un episodio, questo, che riveste un significato simbolico, oltre che reale, non scontato. Dopo i fatti di Charlottesville e l’uccisione dell’attivista antirazzista Heather Heyer, l’élite del management dei principali gruppi capitalistici che ancora manteneva un rapporto di collaborazione con Trump ha deciso di puntare sul rapporto di forza con la Casa Bianca. Costringendo, in questo modo, anche il gruppo dirigente del più grande sindacato a fare un passo indietro nella volontà concertativa con The Donald. Nessun improvviso antifascismo o antirazzismo sta attraversando i consigli di amministrazione delle grandi società e gli esecutivi dei sindacati. C’è invece la valutazione politica della debolezza intrinseca, e quindi della pericolosità sia sul fronte interno che internazionale, della «macchia arancione» che siede nello studio ovale.

mondocane

Yo tengo miedo. In margine a Barcellona

di Fulvio Grimaldi

False Flag, che palle

Con tutto il rispetto per le 14 vittime e i tanti feriti di Barcellona, con tutto, lo sconcerto per i morti “cattivi” ammazzati, o saltati per aria (prassi ricorrente e risolutrice), con ogni apprensione per gli arrestati, predestinati o a casaccio, con tutto l’orrore possibile per il viluppo terroristico in cui ci hanno rinchiuso e con cui ci stanno sterilizzando, viene ormai a noia occuparsi dell’ennesimo attentato False Flag. E’ diventato sfessante ogni volta gridarne al vento obiettivi immediati, scopi finali, lacerazioni logiche, elenco di chi se ne avvantaggia e chi ci rimette, parallelismi con episodi identici, analoghi, affini, contraddizioni, incongruenze, veri e propri buchi neri, colmati soltanto dalla dabbenaggine della gente assordata dal coro complice delle presstitute. Lo facciamo dall’11 settembre, dove l’arrogante insipienza degli autori e il lavoro meticoloso e inconfutabile del contradditorio scientifico e tecnico, ci avevano reso il lavoro facilotto.

 

Un operativo anti-islamico serio mai?

Ora, dopo Nizza, Berlino, due volte Parigi, due volte Londra, siamo all’ennesimo veicolo lanciato nel mucchio, a falcidiare una folla qualunque, priva di qualificazioni politiche, culturali, sociali, militari, composta da cittadini comuni, inermi e inoffensivi di 38 paesi, compresi i musulmani. Come in tante altre occasioni, da Charlie Hebdo – operazioni guardata e protetta da mezzi della polizia, vedi video – in poi, il conducente se la svigna,

sinistrach

Contro Erdogan si candiderà una donna?

Purché sia fedele all’UE e alla NATO!

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan da quando ha rotto con l’islamista Fethullah Gülen non piace più molto all’Occidente: ha intensificato le relazioni con la Russia e la Cina, ha fatto limitare l’uso del dollaro nelle transazioni commerciali internazionali, reprime le ONG filo-americane come Amnesty International, impedisce la balcanizzazione degli stati nazionali bombardando i militanti separatisti curdi di PKK/YPG armati da Washington, spedisce in esilio gli alti ufficiali dell’esercito collusi con la NATO, non cede alle richieste europee su Cipro, ecc. Insomma sembra che l’imperialismo atlantico abbia perso il controllo sul proprio burattino.

L’Occidente ha dunque deciso che Erdogan deve essere sostituito. E forse l’UE e gli USA potrebbero aver già stabilito la loro “alternativa”. Per ora nessuna candidatura è certa, ma alcune testate giornalistiche di quelle che contano hanno già deciso al posto dei turchi in perfetto stile coloniale.

L’alternativa a Erdogan, stando al “Time” del 14 luglio scorso, è donna, si chiama Meral Aksener, ed è già stata ministro degli interni per il l’ex-DYP, un partito liberale filo-occidentale al governo negli anni ’90 in piena foga privatizzatrice. Poi, quando il vento cambiava, si è trasformata in “nazionalista” assumendo addirittura incarichi nel MHP, il partito che fu espressione dei “Lupi Grigi”, da cui però è stata recentemente allontanata.

ilsimplicissimus

Ramblas

di ilsimplicissimus

Nel febbraio scorso 200 mila persone sono sfilate a Barcellona in nome dell’accoglienza per i migranti mettendo in grave imbarazzo il governo di Madrid che sta facendo di Mellilla e Ceuta due fortezze destinate a deviare ogni flusso migratorio dalla penisola iberica ad altre penisole mediterranee, immaginate quali. E quelle stesse 200 mila persone, assieme a qualche altro milione si recheranno alle urne il prossimo 1 ottobre per decidere sull’indipendenza della Catalogna in un referendum fortemente osteggiato da Madrid che raccoglie l’ovvia solidarietà di Bruxelles e di Washington.

Ora però con l’attentato al furgone di Barcellona (con tanto di passaporto lasciato nel veicolo) e con l’enigmatico macello  di Cambrils in cui sono stati uccisi cinque kamicaze con cinture esplosive finte, due cose appaiono chiarissime: bisogna diffidare dell’immigrazione che porta con sé l’oscuro periglio e bisogna rimanere uniti contro il terrorismo. L’elemento romanzesco, sia pure banale, ripetitivo e raffazzonato, c’è tutto, compresa un rivendicazione dell’Isis, prima fatta, poi smentita, poi di nuovo asserita dall’ineffabile signora Rita Katz, l’avvertimento della Cia (su Rai uno c’è mancato poco che l’ improvvisata cronistucola della vita in diretta non si inginocchiasse pronunciando tanto numinoso acronimo) uscito stranamente in tempo reale e infine il delirio della Cnn che ha messo in relazione l’attentato delle Ramblas

soldiepotere

Se i robot si prendono il lavoro

di Carlo Clericetti

L’11 marzo scorso l’Università di Firenze e l’Associazione italiana per l’intelligenza artificiale hanno organizzato il convegno “Uomo e robot, metamorfosi di un’alleanza”. Sempre più ricerche sostengono che in un futuro molto prossimo l’automazione cancellerà gran parte dei posti di lavoro, mandando la disoccupazione alle stelle (altri invece ridimensionano questi timori). Qui di seguito il mio intervento: il problema non si risolve fermando l’impiego delle macchine. Alla base di ogni teoria economica c’è un’idea di società: ne serve una che ripensi l’organizzazione sociale in funzione del progresso tecnologico.

Pochi giorni fa un economista insignito del Nobel, Eric Maskin, ha espresso queste idee: "Decidere sulle tasse e sulla spesa - chi debba essere tassato e per quali beni pubblici si spende - è affidato ai cittadini e ai loro eletti. (…) I tecnici prendono decisioni migliori di chi è eletto su politiche la cui efficacia non può essere facilmente giudicata dai cittadini, o che richiedono tempi lunghi prima che se ne vedano in pieno i risultati".

Non sono idee nuovissime: ne ha parlato qualche anni prima, per esempio, tal Platone, proponendo il “governo dei filosofi”, cioè i “tecnici” dell’epoca.

fattoquotidiano

I numeri falsi di Nannicini sul lavoro

di Marta Fana

In vista dell’autunno, i temi più caldi tornano a essere quelli del lavoro e delle pensioni. Dalla maggioranza e suoi megafoni celebrano le riforme degli ultimi due anni, soprattutto il Jobs Act. Un ritornello che compete con le hit estive: non soltanto la crisi è alle spalle, ma addirittura, dice a Repubblica l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini, le aspettative del governo sugli effetti del Jobs Act erano inferiori a quel che poi si è osservato. L’economista della Bocconi sostiene che “rispetto a più di un milione di posti di lavoro bruciati dalla crisi, in due anni è stato colmato quasi l’80%, in gran parte con lavoro stabile”.

Secondo i dati della Rilevazione delle forze di lavoro dell’Istat, a fine trimestre 2017 si contano ancora 363.489 lavoratori in meno rispetto al 2008. Nel 2014, ultimo anno di recessione tecnica, la contrazione degli occupati rispetto al 2008 ammontava 811.431 unità. Il recupero millantato da Nannicini si ferma al 55% dei posti persi e non all’80%. Il tasso di occupazione nel primo trimestre 2017 è il 57,2% contro il 58,6% del 2008, record negativo europeo. Il dato più lampante è quello della distribuzione anagrafica dei nuovi occupati tra il 2014 e il 2017: quasi un milione di lavoratori in più tra gli over 50, mentre tra i 35 e 49 anni si contano ancora 373 mila lavoratori in meno e soltanto un aumento di 60 mila unità per gli under 35.

comidad

Il governo offre ai terremotati il cappio del microcredito

di comidad

Non è affatto indifferente che i media attribuiscano a Kim Jong-un l’irrealistico epiteto di “dittatore”, piuttosto che quello di addetto alle pubbliche relazioni della casta militare nord-coreana. Kim Jong-un svolge in Corea del Nord un mero ruolo di simbolo di continuità istituzionale, ma è evidente che tutte le scelte di carattere economico e militare del regime prescindono dalla sua persona. Anche se l’espressione “casta militare” ha un’accezione negativa, essa presuppone comunque un contesto ed una storia; proprio ciò che il sistema della propaganda “occidentale” non vuole ammettere, in quanto tutto deve essere ricondotto a patologie individuali. Si riduce quindi tutto a una fiaba moral-demenziale, nella quale Kim Jong-un interpreta la parte di una sorta di Gollum del “Signore degli anelli”: un essere inferiore che vorrebbe velleitariamente accedere ad un potere che non gli spetta e, per questo motivo, si abbrutisce ancora di più.

Ma il sistema occidentale non combatte solo i “dittatori” che rivendicano un’indipendenza, in quanto combatte soprattutto i propri stessi popoli. Per tale motivo anche interi popoli possono essere criminalizzati e inquadrati dalla propaganda in patologie morali. Le istituzioni sovranazionali svolgono proprio la funzione di Super-Io incaricato di spegnere le velleità di autonomia economica dei popoli che “vorrebbero vivere al di sopra dei propri mezzi”.

infoaut2

La Fedeli fa e disfa scuola e università e nessuno se ne accorge

Una grossa polemica scatenata sui titoli di studio conseguiti dalla Ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli ha aperto il suo mandato. Il tentativo di renderla un personaggio banale che nel suo mandato non poteva che fare strafalcioni ed essere incapace ha funzionato, tutti ci abbiamo un po’ creduto. Ma nel frattempo la Ministra si è messa a lavoro continuando quel lavoro di riconfigurazione in un nuovo sistema di scuola e università. Solo negli ultimi giorni alcune importanti misure che investiranno la vita di milioni di giovani in formazione sono state firmate dalla Ministra.

 

Liceo breve

La riforma del liceo breve era già stata minacciata dal premier Renzi con la Buona Scuola, ma è la Fedeli a renderla operativa. 100 classi cominceranno da quest’anno scolastico la sperimentazione del nuovo progetto didattico che termina dopo 4 anni con l’esame di maturità.

Circa 1050 ore annuali anziché 900. Grandi promesse su un innovativo sistema didattico. Grandi promesse su una maggiore possibilità di entrare nel mondo del lavoro.

E la continua ossessione che fa sobbalzare nel sonno tutti i ministri e premier nel nostro Paese, l’ adeguamento a un modello europeo.

comuneinfo

Lo sguardo della Cina sul Venezuela

di Raúl Zibechi

Al di là di quanto possano sostenere le estemporanee dichiarazioni di Donald Trump, non sono certo le precarie condizioni della democrazia né esattamente l’eredità chavista del Socialismo del XXI Secolo la maggiore preoccupazione che spinge gli Stati Uniti ad avere tanta fretta di liberarsi del governo di Nicolas Maduro. Per comprenderlo, basta dare un’occhiata al profilo della presenza strategica cinese: il Venezuela è un “socio” importante per noi, sostiene il Global Times, rivista di proprietà del Quotidiano del Popolo. Caracas riceve già quasi la metà dei rilevanti prestiti cinesi nella regione sudamericana e a Pechino sono intenzionati a mantenere una solida presenza nell’area, del tutto indipentemente dal colore politico dei governi che si succederanno. Gli investimenti più importanti sono naturalmente quelli nel settore petrolifero e, se tutto va come deve andare, presto il mercato cinese è destinato a superare quello statunitense per l’export venezuelano

Conoscere i criteri che usa la potenza emergente sull’America Latina, e in particolare sul Venezuela, è sommamente importante giacché raramente i loro mezzi di comunicazione lasciano intravedere le opinioni che circolano nel governo cinese. Il 1° agosto la rivista cinese  Global Times ha pubblicato un esteso editoriale intitolato “Venezuela un microcosmo dell’enigma latinoamericano” .

Il Global Times appartiene all’organo ufficiale del Partito Comunista della Cina, Quotidiano del Popolo, ma si focalizza su temi internazionali e le sue opinioni hanno maggiore autonomia del media che lo patrocina.

linkiesta

Caso Regeni e Ong, la resa senza condizioni della sinistra “senza se e senza ma”

di Fulvio Scaglione

Salda sulle questioni di principio, in fuga dalla politica e dalla realtà dei fatti: ecco perché la sinistra sta perdendo sia la partita libica, sia quella egiziana. Perché conosce la realtà, ma la nega, rifugiandosi nei principi e nei preconcetti

È un copione già molto visto ma le ultime settimane è stato riproposto come nuovo. La sinistra in fuga dalla politica si aggrappa a qualunque salvagente purché sia di quelli “senza se e senza ma”, cioè eviti di pensare, distinguere, agire e magari sporcarsi le mani. Le ultime ciambelle della serie sono le polemiche sulle Ong nel Mediterraneo e il cosiddetto “caso Regeni”.

Sul tema dei migranti e della gestione dei flussi abbiamo avuto il varo del “codice Minniti”, il gran rifiuto di Medici senza Frontiere, gli interventi della guardia costiera libica sostenuta dagli aiuti italiani. E infine il ritiro delle navi delle Ong, ora attraccate in Turchia, a Malta, in Tunisia, in Italia.

La sinistra-sinistra, senza se e senza ma, ha scelto Medici senza Frontiere. Prima contro un codice all’acqua di rose che è parso del tutto legittimo alle autorità Ue e a quelle internazionali e accettabile pure alla Conferenza episcopale italiana, che quanto ad accoglienza non può ricevere lezioni da nessuno.

mondocane

Golden standard e bigiotteria. Gli infami delle fake news

Ordigno Regeni su Medioriente e Mediterraneo

di Fulvio Grimaldi

Da quelli che danno la caccia alle informazioni che disturbano l’establishment dei ladri, corrotti, mafiosi, massoni, assassini seriali, che governano i vari paesi dell’area euro-atlantica, che hanno già stabilito sanzioni, radiazioni, eliminazioni, punizioni per chi insiste a diffondere quelle per le quali hanno inventato il termine “fake news” (notizie farlocche), o che, come la Boldrini, le promuovono da noi, il New York Times, house organ della lobby insraelo-talmudista internazionale viene giudicato la Bocca della verità, il Golden Standard del giornalismo mondiale.

E non potrebbe che essere così, dato che questo giornale è stato negli anni dell’assalto terroristico, militare, agrochimico, farmaceutico e finanziario, dei globalisti all’umanità, del trasferimento della ricchezza globale dal 99% all’1%, ben rappresentato da quegli 8 individuo che hanno più di quanto hanno 3, 5 miliardi di conseguentemente poveri, delle 7 guerre di Obama, lo strumento principale della lobotomia transorbitale operata sui cervelli dei sudditi dell’Impero.

Il giornale che, con i suoi soci nelle campagne di demolizione della verità, Washington Post, CNN, Guardian, giù giù fino agli sguatteri mediatici italiani, è diventato la bandiera di uno storicamente inusitato blocco nichilista sinistre-destre

goofynomics

Due domande ai giuristi

di Alberto Bagnai

Ci siamo occupati altrove della piddinitas juridica: quello strano atteggiamento di certi nostri colleghi di altro settore, in virtù del quale essi "sanno di sapere" tante verità economiche, senza aver mai in realtà acquisito la grammatica e la sintassi dell'economia (e questo non sarebbe un difetto), e senza essersi mai posti una domanda sulle fonti da cui traggono cotanta sicumera (e questo è un difetto, perché, quando gratti un po' la superficie, vedi che la loro fonte delle fonti è sempre il dottor Giannino).

Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria.

senso comune

Perché Formenti sbaglia sulle “vittime meridionali”

Stefano Poggi

Questo commento di Stefano Poggi vuole essere un primo contributo ad un dibattito su un tema che evidentemente richiederà una discussione plurale ed articolata. Nelle prossime settimane, quindi, pubblicheremo altri pezzi a riguardo

Carlo Formenti, intellettuale di provenienza autonoma e di riconosciuta apertura teorica, ha recentemente espresso su Facebook un giudizio abbastanza inequivocabile sull’istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali da parte della Regione Puglia a guida Partito Democratico. Formenti, in particolare, ha attaccato i suoi pari intellettuali meridionali, rei di essere “negazionisti” della verità storica: cioè di quel «processo di colonizzazione interna subito [dal meridione] da parte dal capitalismo settentrionale e dello stato sabaudo».

Lungi da me iniziare un dibattito di storiografia ottocentesca. Pur da (aspirante) storico dell’Ottocento, sono consapevole di non avere la preparazione che invece – mi par di capire – Formenti possiede. Mi permetto, piuttosto, di fare qualche considerazione sparsa a riguardo di questa (a mio parere significativa) uscita.

1. Da veneto, non può che divertirmi questo inseguimento della retorica neoborbonica (perché di questo si tratta), che vede nella storia italiana dell’Ottocento uno scontro fra Nord e Sud (con le iniziali maiuscole, ovviamente).

sollevazione2

Italia-Euro-Germania, un triangolo impossibile

di Piemme

«Sarà facile persuadere la Germania?
certo che no. (...) La Germania intende rafforzare la normativa fiscale e assoggettare i Paesi che non si adeguano a qualcosa che assomiglia, in pratica, a un governo coloniale, esattamente quello che è successo alla Grecia, ma su scala più vasta».
Wolfgang Münchau

Dopo le elezioni tedesche, se diamo per scontata la vittoria della Merkel, il governo tedesco, forte dell'appoggio di Macron, darà un'accelerazione alle manovre di "riforma, rafforzamento e integrazione dell'Unione europea".

Ma cosa deve intendersi per "riforma, rafforzamento e integrazione"?

La Commissione di Junker ha posto di recente sul tavolo le sue proposte. Formalmente rappresentando l'Unione, essa tenta di dare una botta al cerchio e una alla botte, proponendo soluzioni farraginose che sulla carta dovrebbero tuttavia rappresentare un compromesso tra i diversi e in certi casi opposti interessi nazionali.

Che questo non sarà possibile non lo diciamo soltanto noi, ce lo dice l'autorevole economista Wolfgang Münchau con un editoriale sul Financial Times, tradotto e pubblicato sull'ultimo numero di L'ECONOMIA del Corriere della Sera.*

znet italy

Fuoco , furia e paura

di Pepe Escobar

Fate attenzione ai mastini della guerra. Le stesse “persone” dell’intelligence che vi hanno  fatto sapere dei  neonati strappati dalle incubatrici dagli iracheni “cattivi” così come anche delle inesistenti Armi di Distruzione di Massa, stanno ora facendo circolare la teoria che la Corea del Nord abbia prodotto una testata nucleare in miniatura in grado di adattarsi al suo missile balistico intercontinentale  ( ICBM)di recente testato.

Questo è il nucleo di un’analisi completata in luglio dall’Agenzia di Intelligence della Difesa (DIA). Inoltre, l’intelligence degli Stati Uniti crede che Pyongyang abbia ora accesso fino a 60 armi nucleari. Sul campo l’intelligence statunitense sulla Corea del Nord è praticamente inesistente, quindi queste valutazioni nel migliore dei casi sono congetture.

Però, quando sommiamo le congetture con un libro bianco annuale di 500 pagine, pubblicato all’inizio di questa settimana dal Ministero della Difesa giapponese, i campanelli d’allarme cominciano a suonare.

Il libro bianco mette in evidenza che il “progresso significativo” di Pyongyang è la corsa agli armamenti nucleari e la sua “probabile” (le virgolette sono mie) capacità di sviluppare testate nucleari miniaturizzate in grado di adattarsi alle punte dei suoi  missili.

Questa “probabile” capacità viene annegata in un’ipotesi assoluta.

gliocchidellaguerra

Cina e Russia disinnescano la bomba coreana

di Lorenzo Vita

Mentre Donald Trump e Kim Jong Un alzano i toni dello scontro e continuano a minacciarsi a vicenda, altri due Stati, Russia e Cina, stanno spendendo tutte le energie delle rispettive diplomazie per evitare che l’escalation verbale tra Washington e Pyongyang arrivi a un punto di non ritorno. Dall’inizio dell’aumento delle tensioni fra i due Stati, Mosca e Pechino non hanno mai nascosto la necessità di fermare il prima possibile questa deriva militare dai risvolti potenzialmente tragici, ed entrambi i Paesi hanno spesso fatto in modo che il regime di Pyongyang ragionasse evitando di minacciare ulteriormente gli alleati degli Stati Uniti con test missilistici e proseguimento del programma nucleare. Per Russia e Cina l’eventualità di un conflitto nella penisola coreana, per differenti ragioni, sarebbe, infatti, un disastro che metterebbe a repentaglio non soltanto la stabilità regionale, ma anche un sistema di alleanze e rapporti che fanno dell’Asia orientale un sistema sostanzialmente collaudato di collaborazione fra le due superpotenze. E proprio per questo motivo, entrambi gli Stati hanno appoggiato la risoluzione presentata all’Onu dagli Stati Uniti con la quale si chiedeva l’irrigidimento delle sanzioni nei confronti del regime coreano. Una mossa con cui hanno voluto dimostrare di non essere fieri sostenitori di Kim e nello stesso tempo di essere pronti a costruire un muro eurasiatico che fronteggiasse apertamente gli Stati Uniti.

tysm

Bambini pericolosi

di Francesco Paolella

Alberto Gaino, Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2017, 222 pagine, 15 euro

Partiamo dalla realtà di oggi: che aiuto si garantisce ai bambini “disadattati”, a quelli con difficoltà di apprendimento o di comportamento, e a quelli con problemi neuropsichiatrici gravi? Cosa si fa per evitare di tornare a “doverli” semplicemente custodire in strutture chiuse, così simili ai vecchi manicomi? Il rischio, di sicuro a causa in primo luogo della nostra eterna crisi economica, è davvero quello di tornare indietro di quaranta o cinquantanni:

Il personale dei servizi pubblici è stato tagliato pesantemente, le liste d’attesa si sono allungate in modo impressionante, non si conosce neppure il fabbisogno delle richieste per affrontare il disagio mentale della nostra gioventù. Per cui, come si possono programmare gli stanziamenti di risorse e interventi? Si tampona: è la sola politica che si conosce in Italia (p. 155).

La diffusione e, in molti casi, la qualità dell’assistenza sanitaria e del sostegno scolastico non fanno che mostrare sempre più chiaramente l’ipocrisia democratica oggi dominante: enunciazione di principi egualitari, ma tagli delle risorse: tutti hanno diritto a tutto, ma solo chi ha qualcosa (o ha molto) può difendersi e salvare i propri figli.

sinistra aniticap

Liceo di 4 anni, ovvero il Groupon dell’istruzione

di Matteo Saudino

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico. Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo. Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista. Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi. Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona. Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia:

petiteplaisance

Il giovane Marx», di György Lukács

Salvatore Antonio Bravo

L’intera opera di Marx è finalizzata dall’amore per l’umanità che si fa pensiero consapevole della disumanità di ogni condizione di alienazione, e di ogni reificazione negatrice della libertà

Il giovane Marx di György Lukács è un testo indispensabile per riconfigurare il pensiero di Marx, il filosofo ungherese ricostruisce la processualità genetica del pensiero di Marx, applica la categoria della totalità che gli consente di rappresentare la linea evolutiva-genetica del suo pensiero da cui emerge la personalità di Marx. Il filosofo di Treviri appare come un pensatore che non teme il rischio del nuovo, e specialmente non teme la solitudine e l’isolamento. Il confronto dialettico con la sua epoca svela, il filosofo con la sua personalità affilata, pronto alla critica, ad assumere posizioni filosofiche originali. La formazione giovanile, già nella sua tesi di laurea, nella quale pone a confronto il pensiero di Democrito ed Epicuro, rileva il fine sostanziale della sua opera: l’emancipazione sociale e politica. Hegel aveva interpretato Epicuro e la Stoa come momenti secondari della storia della filosofia. Marx interpreta Epicuro come un filosofo illuminista, il cui intento è la liberazione dell’uomo dalle paure che gli impediscono di vivere una vita degna d’essere vissuta: «Hegel, coerentemente con la sua teoria generale della storia della filosofia, aveva visto nella Stoa e nell’Epicureismo solo dei momenti di secondaria importanza dello svolgimento della filosofia ellenistico-romana che solo nello scetticismo sarebbe pervenuta alla vera sintesi.

ilsimplicissimus

Heil, mister Trump

di ilsimplicissimus

L’elezione di Trump è stata una manna: ci mostra l’America com’ è, senza gli abiti dell’imperatore, senza il bon ton politico ideologico, senza mitologie e leggende accumulatesi in un secolo. Ci mostra l’America di Monroe e della sua dottrina, quella di Benjamin Harrison che ne mise a punto gli strumenti, quella di William McKinley che inaugurò con la guerra cubana un colonizzazione tanto più tracotante quanto più dissimulata; ci indica gli States di Woodrow Wilson e la sua prima riduzione in ceppi dell’Europa o quelli di Coolidge che portarono al Crollo di Wall street o quelli di Eisenhower, di Johnson, della famiglia Bush. Lincoln e Roosevelt giacciono come soprammobili, fanno da alibi alle teorie dell’eccenzionalità americana, ma  alla fine salta fuori per bocca del presidente che “rimarremo sempre il paese più potente al mondo!”. Heil.

La crisi coreana se così la vogliamo chiamare mette finalmente allo scoperto tutto questo verminaio: si minaccia la distruzione atomica per chi volesse mettere a punto armi potenzialmente in grado di colpire gli Usa, già questo basta per costituire una minaccia e giustificare l’Armageddon. Poco importa se queste minacce abbiano solo una remotissima probabilità di realizzarsi e siano anzi una dimostrazione di debolezza,  il fatto centrale della vicenda è che la tracotanza americana non risponde a minacce dirette, è completamente gratuita e ormai non ha nemmeno bisogno di pretesti per manifestarsi.