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contropiano2

Il bombardiere Hamon affossa Diem25

di Dante Barontini

Nulla come la guerra seleziona chiaramente progresso e reazione. Quando vengono fatti decollare i bombardieri, ogni chiacchiera roboante sulle “magnifiche sorti e progressive” viene tacitata. Perché la faglia tra chi recita una parte e chi fa sul serio passa dai fatti, non più dalle parole consegnate agli ampollosi documenti. Chiunque, insomma, può buttar giù un “programma progressista”, pieno di buone intenzioni su lavoro-pensioni-reddito-scuola-diritti; la prova del budino non sta nella lista della spesa e nella parola più azzeccata, ma in quel che fai quando il gioco si fa tetro. E mai come in questo periodo, le questioni internazionali (Nato e scelte dell’Unione Europea) determinano le vicende economiche e politiche dentro i diversi paesi. Chi sei si vede da come ti schieri su quest’ordine di problemi.

In questo senso, dovremmo addirittura ringraziare Benoit Hamon, divenuto leader dei socialisti francesi – 8% alle presidenziali, poco più del 2% alle recenti elezioni per sostituire due deputati – dopo la tragicomica stagione di François Hollande, per aver rotto il velo dell’ambiguità su questo punto essenziale. Sul sito di Generation-S è apparsa infatti questa dichiarazione decisamente bellicosa sulla Siria, in cui l’unica critica rivolta a Emmanuel Macron è di… aver fatto troppo poco per coinvolgere tutta l’Unione Europea!

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orizzonte48

Trump normalizzato, i subprime "nonprime" e lovuoleleuropa

Il trilemma inconsapevole della politica italiana

di Quarantotto

1. Avevamo da subito avvertito le elites mondialiste che Trump costituiva un accettabile compromesso: tutto sommato, era evidente fin dalla sua ascesa che per le elites Trump fosse, piuttosto che una minaccia, una sorta di "uomo della Provvidenza"-

Certo, la presidenza Trump appariva senza dubbio un tassello essenziale da normalizzare, rispetto allo scopo di mantenere sostanzialmente intatte le strategie oligarchico-mondialiste; ma in potenza permetteva, e sta in parte permettendo, una linea di conservazione a fronte di una verticale perdita di consenso dei partiti "unici", ma bipolarmente divisi nelle apparenze, cui è stata finora affidata la funzione di vendere la "sfida della globalizzazione" come un benefico TINA orwelliano, intriso di tecnicismo pop.

E abbiamo avuto ragione: oggi, riaffermati atlantismo di guerra non difensiva e l'unilateralità delle regole e dei famigerati valori etici che legittimano gli interventi militari (dissimulando l'imperialismo mercatista), i vertici delle elites, e soprattutto i loro mazzieri dei big-media, hanno (per ora?) accantonato la cronaca continua e inesorabile delle mostruose pecche di Trump.

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eurostop

Il documento di Lisbona

Jean-Luc Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e Catarina Martins (Bloco de Esquerda) hanno firmato giovedi una dichiarazione di intenti a Lisbona, da cui chiedono di mettersi ovunque all’opera per costruire un nuovo “ordine” per l’Europa. Potere al Popolo ha aderito a questo documento (vedi più sotto):

Dichiarazione di Lisbona per una rivoluzione democratica in Europa

L’Europa non è mai stata ricca come ora. Eppure non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.

L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, è stata intrapresa un’opera di smantellamento dei sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare cruenza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.

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vocidallestero

Abbiamo finito con la crisi siriana provocata dagli USA e dal Regno Unito?

di Paul Craig Roberts

Paul Craig Roberts commenta a caldo sul suo blog l’attacco missilistico contro la Siria: poco più di un aggressione dimostrativa, accuratamente calibrata per scongiurare una reazione da parte dei Russi. Ma non per questo c’è da pensare che abbia prevalso il buon senso. Piuttosto, la paura di subire come ritorsione un colpo pesante contro la flottiglia statunitense. “Sarebbe un errore concludere che la diplomazia ha avuto la meglio e che è tornato il buon senso a Washington. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Il problema non è risolto. La guerra rimane sul nostro orizzonte”. E il motivo, per Paul Craig Roberts, non è certo la presunta volontà di difendere le vittime dei dittatori. Tutt’altro: è che gli Usa non tollerano che nessun Paese abbia una politica estera o economica indipendente.

Basandosi sull’attacco missilistico molto limitato da parte degli Stati Uniti, gran parte del quale è stato intercettato e distrutto dalle difese aeree siriane, sembra che i militari americani abbiano avuto la meglio sul folle John Bolton e abbiano saggiamente evitato un attacco che avrebbe prodotto una risposta russa. Sembra che non sia stato preso di mira nessun sito significativo siriano, e nessun russo è stato messo in pericolo.

L’ambasciatore americano in Russia ha detto che l’attacco statunitense è stato coordinato con la Russia per evitare un confronto tra grandi potenze. Russia Insider conclude che sia stato un esercizio per salvare la faccia a Trump.

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poliscritture

Le guerre di sinistra

di Giulio Toffoli

Mi è arrivato via internet questo scritto del mio amico. Il Tonto appare chiaramente alterato. Possiamo aiutarlo a uscire dal suo tormento?

“Carissimo amico

ti invio queste brevi righe dettate da un profondo senso di scoramento e di amarezza nei confronti di quel che sta succedendo in queste ore.

Come ci è ben noto l’Italia, sconfitta nella seconda guerra mondiale, non ha nei fatti mai avuto una sua autonoma politica estera. L’Italia è stata nei fatti un paese a sovranità limitata.

Ciò nonostante, lungo i decenni dell’egemonia democristiana non sono mancati i distinguo; infatti la classe dirigente di quegli anni ha cercato di muoversi su una faglia particolarmente calda, come quella che divideva l’Occidente Usamericano dall’Oriente Sovietico, con prudente moderazione. Come dimenticare il fatto che l’Italia non ha partecipato con propri uomini alla guerra nel Vietnam, riducendo l’appoggio all’imperialismo USA a una, molto democristiana, «comprensione». Similmente non sono mancati momenti di divaricazione di opinioni come nel caso del Cile o se si vuole in modo molto più significativo col tentativo di stabilire rapporti particolari alcuni stati nord africani, usciti dalla tutele coloniale, per creare spazi di approvvigionamento energetico autonomi dal dominio delle sette sorelle. Come dimenticare il lavoro dell’ENI e il caso Mattei.

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aldogiannuli

Governo: cosa farà Mattarella?

di Aldo Giannuli 

Un paio di settimane fa mi capitò di osservare, nel corso di un paio di occasioni Tv, che l’ipotesi di un governo del Presidente (o simili) non aveva probabilità alcuna di successo, a meno che non si producesse un evento imprevedibile e drammatico che rendesse impraticabili elezioni anticipare a breve termine. E feci l’esempio dell’esplodere di una grave crisi bancaria, di un attentato jhiadista in Italia o di un terremoto, eventi per i quali sarebbe apparso folle andare a votare e tenere il paese senza governo ancora per molti mesi durante una simile emergenza. Ora l’evento imprevedibile e drammatico si è verificato: la crisi siriana con il brusco peggioramento della situazione internazionale. I missili volano e noi non abbiamo un governo nella pienezza dei suoi poteri.

L’azione degli occidentali è stata circoscritta e molto calibrata, la reazione della Russia è misurata e, almeno per ora, tutta sul piano diplomatico, senza reazioni militari, per cui è possibile che la crisi, pur se gradualmente, stia già rientrando, ma, ai nostri fini questo non ha particolare importanza, perché si è spezzato un incanto, rotto un clima.

In primo luogo nessuno può dire veramente se la crisi stia rientrando o possa esserci a breve una nuova fiammata, e in mesi di tempo la situazione può precipitare di nuovo.

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manifesto

L’irriducibilità dell’oggetto

di Stefano Petrucciani

Storia delle idee. Nuova edizione per i testi di Alfred Schmidt e Hans-Georg Backaus, due classici francofortesi che indagano l’opera di Marx in relazione con l’idealismo tedesco. «La realtà sfugge sempre alla presa del concetto, che non si lascia identificare»

Gli anni Sessanta del Novecento non sono stati solo la grande stagione dei movimenti, ma anche un periodo di straordinario rinnovamento e ripensamento del marxismo. A mio modo di vedere, il maggior rilievo lo hanno avuto tre correnti di pensiero che proprio in quella fase si sono sviluppate, non senza rapporto con i movimenti che attraversavano la società.

Le tre nuove letture del marxismo che hanno segnato il periodo sono state quella operaista di Panzieri, Tronti e Negri, quella althusseriana e quella francofortese. Tre esperienze nate nel cuore del vecchio continente (Italia, Francia, Germania) e molto diverse, anzi persino antagoniste, tra loro.

Il filone operaista e quello althusseriano sono stati certamente più innovativi; il vantaggio della lettura francofortese di Marx, però, stava nel fatto che essa era, almeno a mio parere, decisamente più aderente a quello che Marx era veramente stato.

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micromega

Un sovranismo democratico?

Wolfgang Streeck e il futuro che ci aspetta

di Nicolò Bellanca

La congiuntura politica ed economica attuale, con i suoi problemi e le sue opportunità, tende ad attirare la nostra attenzione, relegando sullo sfondo l’indagine dell’andamento strutturale del sistema sociale in cui siamo collocati. Tuttavia, per elaborare un’efficace strategia politica di Sinistra, accanto a una valida analisi del presente, occorre provare a prevedere quello che accadrà. In precedenti articoli, mi sono soffermato sulle prognosi di due tra i migliori scienziati sociali[1]. Completo la discussione presentando brevemente l’analisi di Wolfgang Streeck[2].

Secondo il sociologo tedesco, possiamo individuare tre tendenze a lungo termine nei paesi a economia matura: un declino persistente del tasso di crescita, un aumento costante del debito (pubblico, privato e totale) e un’esplosiva disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Queste tendenze sono tra loro legate: la bassa crescita, intensificando il conflitto distributivo, accentua la disuguaglianza tra i gruppi, mentre, a sua volta, la disuguaglianza, abbassando la domanda effettiva, riduce la crescita; il settore finanziario si espande, per allargare il credito dei gruppi che più subiscono la disuguaglianza, mentre, a sua volta, un settore finanziario gonfiato, restringendo l’economia reale e le sue possibilità occupazionali, approfondisce la disuguaglianza; gli alti livelli di debito innalzano il rischio di crisi finanziarie, mentre, a sua volta, le crisi finanziarie, moltiplicando le posizioni debitorie più vulnerabili, accentuano la disuguaglianza e rallentano la crescita, e così via.

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ilsimplicissimus

Gli sguatteri alla guerra

di ilsimplicissimus

Come tutti sappiamo la Costituzione italiana ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e nonostante questo un ceto politico, senza distinzione fra destra e sinistra, ha trascinato il Paese in almeno 7 guerre di aggressione negli ultimi 20 anni, tutte ingiustificate e preparate con pretesti, alcune lontanissime dagli interessi italiani e almeno due (Jugoslavia e Libia) del tutto contrarie agli stessi. I responsabili di questo stato di cose, compresi quelli che dopo la dissoluzione  dell’Unione sovietica, avrebbero dovuto lavorare per una uscita morbida da un’alleanza come la Nato che non aveva più senso, si sono invece strenuamente dati da fare per precipitare l’Italia in una condizione coloniale senza uscita. Sprechiamo soldi vitali per la tutela dei cittadini e per l’economia del Paese in avventure ambigue e del tutto inutili, al seguito non solo dei padroni americani, ma persino dei valvassini francesi, inviamo uomini e mezzi laddove non servono affatto, giusto per ribadire lo stato di servitù.

Agli americani non gliene può fregare di meno se mandiamo una delle nostre pochissime e malconce cisterne volanti, peraltro comprate a caro prezzo da loro, nei cieli mediorientali per rifornire i caccia che fanno la guerra alla Siria a suon di bugie sui gas e in appoggio ai tagliagole ingaggiati da Washington, che poi nei momenti liberi fanno qualche ammazzatina in Europa.

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megachip

Tra Roma e Damasco, nulla è come appare

di Pino Cabras

Una lettura del modo in cui si vorrebbe usare l'intervento di alcune potenze nella crisi siriana per giustificare in Italia un governo che annacqui i risultati del 4 marzo

Nulla è come appare nel grande groviglio siriano, l’ombelico di un intrico ancora più grande che si propaga sul mondo. La narrazione dei mass media dominanti è la risultante di infinite manipolazioni. Per chi la accetta passivamente è impossibile capire la realtà. Quella narrazione da noi si intreccia con le eterne pressioni che si scaricano da sempre sulla politica italiana.

Seguo da molti anni in dettaglio la crisi siriana e la vedo come parte di una crisi più vasta, in cui certi equilibri cambiano ogni giorno, mentre certi cliché non cambiano mai.

1) Il bombardamento della notte del 14 aprile tecnicamente non ha avuto nessun impatto strategico-militare reale. Del centinaio di missili lanciati il 70% è stato abbattuto dall’antiaerea siriana che usa vecchi sistemi sovietici. Il rimanente 30% ha colpito perlopiù edifici abbandonati privi di qualsiasi interesse strategico e un laboratorio dove si producevano farmaci.

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senso comune

L’Erasmus della classe disagiata

di Alessandro Volpi

Come molti giovani europei anche io sono partito per uno scambio Erasmus: dopo quasi tre mesi mi concedo qualche riflessione che vuole essere il più generale possibile, in cui i soggetti che compaiono sono – citando Marx – delle semplici “maschere di rapporti sociali”, per cui non se ne abbia a male nessuno, visto che lo stesso scrivente è ben dentro quei processi che cerca di descrivere.

Cosa rappresenta l’Erasmus? Innanzitutto l’Erasmus è una bolla, una bolla divertentissima: pensate di essere gettati in mezzo a centinaia o migliaia o decine di migliaia di persone provenienti da tutta Europa in un luogo che non è un luogo, con nessuna responsabilità nei confronti delle persone che vi circondano, potendo scopare, bere, drogarvi e fare tutte quelle cose che piacciono a tutti in un contesto progettato anche in termini di infrastrutture, attraverso tutta una serie di luoghi dedicati ad agevolare questo tipo di vita. A chi potrebbe non piacere tutto ciò? E questo sia detto senza moralismo di sorta, senza la minima condanna.

Passare del tempo in delle bolle non è di per sé qualcosa di negativo, il parco attrazioni in cui il bambino viene portato la domenica è per lui una bolla, ma sa che il giorno successivo lo aspetta di nuovo la scuola.

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sollevazione2

La sinistra fascista...

di Redazione

Ricordate quale fu il leitmotiv delle élite globaliste dopo il referendum che sancì la Brexit? In preda ad un livoroso sconforto sostennero che per il leave votarono i cittadini più poveri e ignoranti, mettendo in minoranza quelli più colti e illuminati. Stessa musica venne suonata quando venne eletto D. Trump negli Stati Uniti.

Furono diversi gli intellettuali di grido "liberali" che, con la bava alla bocca per la vittoria dei "populisti", non esitarono a proporre di revocare il suffragio universale, per consentire il diritto di voto solo a quelli che se lo meritavano. Un esempio su tutti:

«Mai come oggi tantissime persone assai poco informate prendono decisioni che hanno ripercussioni su tutti quanti. Basta studiare la pochezza dell’attuale campagna presidenziale americana per capire come il problema più urgente nella politica degli Stati Uniti non sia l’influenza delle grandi aziende, dei sindacati, dei media e nemmeno quella dei soldi. Il problema principale siete voi, gli elettori americani. Eliminando i milioni di elettori irresponsabili che non si prendono il disturbo di imparare i meccanismi più basilari della Costituzione, o le proposte e la storia del loro candidato preferito, forse potremmo riuscire ad attenuare le conseguenze della sconsideratezza del loro voto».

Un pornografico odio di classe che nei fatti si traduceva nella riproposizione del voto per censo, proprio come avveniva nelle "democrazie" liberali di un tempo.

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lavoro culturale

Epica stracciona per un figlio. Recensione a 108 metri

di Marco Ambra

L’epica stracciona di 108 metri, una riflessione sul genere che è anche una recensione sull’ultima opera working class di Alberto Prunetti.

Se uno studiato ti chiama signore, mettiti col culo a muro
Renato Prunetti

Scriveva Benjamin, a proposito della crisi del romanzo dell’inizio del XX secolo e di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, che il romanziere e il narratore epico assumono «due atteggiamenti diversi al cospetto del mare». Se lo scrittore epico si ferma sulla spiaggia, e si mette ad ascoltare la voce del mare, raccogliendo oziosamente le conchiglie e i relitti che la risacca trascina a riva, il romanziere è invece colui che naviga verso il mare aperto, laddove la massa d’acqua incrocia l’azzurro del cielo. In tal senso, secondo Benjamin «il luogo di gestazione del romanzo è l’individuo nella sua solitudine, incapace ormai di attribuire valore esemplare alle sue supreme aspirazioni, senza nessuno che lo consigli e neppure in grado di consigliare chicchesia»1. La stessa insormontabile e impotente solitudine che si respira nei romanzi italiani di questo inizio di secolo. Romanzi che vincono premi letterari, fanno tendenza e ispirano affollati festival della domenica in cui sciamano sovraeccitati lettori-individui, per poi sprofondare nel rumore di fondo della prossima pubblicità.

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alfabeta

Da Raoul Peck lezioni di politica e di Jenny-marxismo

di Roberto Silvestri

Uno spettro si aggira nei cinema… Finalmente esce in Italia Il Giovane Marx di Raoul Peck, che esordì alla Berlinale 2016 assieme a I’m not your negro, il documentario su James Baldwin che dette notorietà internazionale all’ex ministro della cultura del governo Aristide. Ed è una bella lezione di marxismo.

Il cineasta haitiano, in coppia fissa alla scrittura con Pascale Bonitzer, critico dei Cahiers du cinéma pregiati, conferma, dopo Lumumba ( e dopo l’ancor più interessante documentario su Lumumba, girato precedentemente e molto autobiografico perché il padre di Peck era un diplomatico che visse l’assassinio del leader progressista dagli uffici di Joseph Kasa Vubu, primo presidente della Repubblica Democratica del Congo indipendente ) la sostanza politica alta dei suoi copioni biografici, mai agiografici né retorici.

Un esempio di questa mancanza di sentimentalismo?

È vero che Engels e Marx brindano, a un tratto, ai “cervelli che davvero pensano e agli spiriti liberi” ma si ricorda anche che della parola “libertà” fanno un uso esagerato soprattutto i borghesi: “sono liberi i padroni di usare la forza lavoro, sempre, ma i lavoratori sono sempre obbligati a venderla”.

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sinistra

Il Sahel è l’ultimo cimitero dei sogni

di Mauro Armanino

Niamey, Aprile 2018. Quello di Lamine per esempio. Passato dall’Accademia di calcio in Costa d’Avorio e poi in quella del Ghana si è poi scoperto a giocare a guardia e ladri coi gendarmi algerini. Lui, da centrocampista, si è trasformato in manovale nei cantieri della capitale. Lamine si nasconde alle forze dell’ordine che fanno collezione di migranti da deportare spostandosi al piano superiore del palazzo. Sarebbe in fuori gioco ma né l’arbitro né la moviola funzionano. Stanco di scappare e di vivere di paura come un topo torna nella sua natale Guinea. Si smarca dopo un paio d’anni di controlli biometrici nella difesa delle biopolitiche dell’occidente. Lamine porta la maglietta numero 8 da quando era bambino. Il sogno si trova tutto nella borsa che porta con sé da Algeri. Si trova in mezzo ad abiti smessi da altri migranti partiti in Marocco, in Tunisia o Libia. Ad ognuno il suo sogno numerato. Quello di Lamine porta fortuna e alla domanda di cosa farà da grande risponde che farà il calciatore. Ha un buon destro e a diciannove anni spera di giocare in Europa, un giorno.

Chi detiene il potere lo sa. Non c’è nulla di più pericoloso dei sogni inesplosi. Da quello di M.L.King, tradito fino ad oggi nella sua patria, a quello dei palestinesi a cui si spara, senza nessuna indignazione, con pallottole reali per morti reali.

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conness precarie

I labirinti dello spazio

Henri Lefebvre tra diritto alla città e ri-produzione metropolitana

di Felice Mometti

È possibile costruire una scienza dello spazio? Una scienza che raggruppi più discipline come un’antropologia dello spazio, una psicologia e una psicoanalisi dello spazio, una storia dello spazio-tempo e una sociologia dello spazio e del tempo, un’economia politica dello spazio? Secondo Henri Lefebvre non solo è possibile. È necessario. Ancor di più dopo aver criticato le illusioni kantiane di uno spazio puro, dato a priori, ed esser approdato alla convinzione che l’impresa non sia più il luogo decisivo in cui si formano il plusvalore, i rapporti sociali di produzione e, più in generale, il modo di produzione come totalità. La riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici, questa è la tesi, si realizza negli spazi della quotidianità, del tempo libero, della cultura, nelle estensioni delle vecchie città, nella proliferazione di nuove città, ovvero attraverso l’intero spazio.

La recente pubblicazione di Spazio e politica. Il diritto alla città II (ombre corte, 2018), una raccolta di scritti di Lefebvre tra il ’70 e il ’72, ha il merito di includerne un paio – Lo spazio e Le istituzioni della società post-tecnologica – che costituiscono dei veri e propri work-in-progress del fare teoria sullo spazio e, precisamente, sullo spazio urbano. In essi si esplicita gran parte dei metodi di analisi, dei presupposti teorici, dei riferimenti politici di Lefebvre. In altri termini, viene mostrato il background della sua teoria sullo spazio.

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mateblog

La Cina popolare è oggi l'unica garanzia che rende nominabile il socialismo e ne fa un progetto politico reale

di Stefano G. Azzarà

Se la Repubblica popolare cinese non avesse resistito all'offensiva restauratrice che ha abbattuto le democrazie popolari in Est Europa al termine della Guerra Fredda, e se anzi non avesse rilanciato il suo progetto per il XXI secolo, la prospettiva socialista sarebbe oggi mero oggetto di studio per gli storici contemporaneisti e, per qualcuno, ricordo nostalgico della giovinezza e del mito. Oppure, ancora peggio, oggetto di investimento psicopatologico per frequentatori di minuscole sette in cerca di conforto.

cina dazi

E' solo grazie a Deng e ai suoi successori, i quali a partire da Tienanmen hanno fatto della Cina un'alternativa strategica globale, se il socialismo è invece ancora una realtà effettuale, un progetto politico attuale e da portare a compimento e un orizzonte di civiltà.

La sfida di una modernità e di una ricchezza sociale integrale, nella quale questione nazionale, questione sociale e sguardo globale-universalistico si fondono e per la quale il capitalismo e le sue irrazionalità saranno solo preistoria.

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quadernidaltritempi

Benvenuti nella vera Panopticon Revolution

di Alessandro Isidoro Re

Logiche e meccanismi di controllo alla luce dell'affaire Facebook /Cambridge Analytica

Ogni disciplina ha il suo tormentone: la filosofia si chiede dall’alba dei tempi se esista davvero un libero arbitrio; la fisica s’interroga sulla nascita dell’universo; la giurisprudenza, spesso, si domanda quale debba essere la funzione del carcere.

Questo dilemma fu uno dei crucci di Jeremy Bentham: filosofo e giurista inglese, campione di originalità (potete osservare tutt’ora il suo cranio imbalsamato presso lo University College di Londra, per suo volere testamentario) vissuto tra diciottesimo e diciannovesimo secolo ed esponente di spicco dell’utilitarismo giuridico: indirizzo che vede la pena come un male (minore) capace di evitare un altro male (peggiore).

Bentham ritenne infatti che fosse necessario punire solo ciò che era utile punire e con il minor sforzo possibile. Per questa ragione, ideò un sistema di sorveglianza penale malignamente perfetto. Il suo nome dice già tutto: Panopticon – che in greco antico significa “Ciò che vede ogni cosa”… L’idea che sta alla base di questa utopia penale è che un solo sorvegliante, all’interno di un carcere, possa controllare tutti i detenuti senza che quest’ultimi possano sapere se in un dato momento siano osservati oppure no. Questo principio, come detto, risponde alle esigenze di quell’utilitarismo giuridico, propiziato proprio da Bentham.

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doppiozero

Come fare del male e continuare a vivere bene

di Francesco Bellusci

Per secoli, da Socrate a Kant, nel modo di analizzare le nostre condotte morali, abbiamo confidato in una sorta di “razionalismo” etico. Anche di fronte ai suoi giudici e agli allievi che lo assistono prima di bere la cicuta, Socrate raccomanda di non rinunciare mai alla conoscenza del bene e all’autoesame che comporta, convinto che dalla conoscenza del bene non potrà non conseguire l’impegno a perseguirlo. Così Kant, che inaugura la riflessione morale moderna, è persuaso che il ragionamento, non intralciato da interessi, inclinazioni o condizionamenti esterni, è sufficiente a obbligarci ad assumere una condotta morale. A entrambi sfugge la fitta trama psicologica che separa e lega allo stesso tempo il momento in cui ragioniamo su quali siano i nostri doveri e il momento della loro traduzione in criteri effettivi di condotta. In altri termini, trascurano che la nostra agency morale, ovvero la capacità di autoinfluenzare le nostre azioni morali, non si compone solo di un aspetto cognitivo, ma anche del repertorio di meccanismi con cui autonomamente motiviamo, regoliamo, monitoriamo, l’attuazione dei nostri pensieri morali. E il più importante di questi meccanismi è rappresentato dalle autosanzioni affettive, che inibiscono condotte nocive o inumane, consentendo di evitare i sensi di colpa, la vergogna e i rimorsi che minerebbero il nostro benessere, qualora cedessimo a quelle condotte, o, addirittura, trattenendoci dal cedere ad esse anche se abbiamo la sicurezza di non essere scoperti.

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la citta futura

Marx al cinema

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Per la prima volta al cinema il Giovane Marx del grande regista haitiano Raoul Peck, in sala dal 5 aprile

Nonostante la vita di Marx ed Engels sia piena di avvenimenti di rilievo e si tratti di due degli intellettuali che hanno avuto la maggiore influenza sulla storia e il mondo contemporaneo, si è dovuto attendere il bicentenario della nascita del Moro di Treviri per poter vedere nelle sale un film dedicato alla sua vita e opera da parte di un grande regista. In effetti, ad eccezione di un dimenticato film girato in Urss più di quarant’anni fa, il film di Peck può essere considerato il primo vero e proprio film su Karl Marx. Quindi la sua uscita nelle sale in Italia dal 5 aprile è un’occasione certamente da non perdere. A questo proposito ringraziamo Malvina Diletti e Valentina Marone di Inter Nos ufficio stampa web che hanno dato la possibilità al nostro giornale di visionarlo in anteprima per i nostri, certamente interessati, lettori.

Il giovane Karl Marx è, in primo luogo, un’ottima occasione per avvicinare le giovani generazioni alla vita e all’opera di due giganti della Rivoluzione come Marx ed Engels. Anche perché il film è incentrato sugli anni giovanili, dal 1843 al 1848, presentandoci la vita e le opere di due giovani tra i 23 e i 30 anni.

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blogmicromega

Cernobbio vota per un governo Renzi-Berlusconi

di Carlo Formenti

Sapevamo da tempo che, estinti i grand commis del nostro capitalismo di stato, spazzato via dalla rivoluzione liberista, l’economia italiana è ora in mano a un’imprenditoria privata di basso profilo, incline a svolgere il ruolo di borghesia compradora per conto della grande finanza e dei monopoli globali, terrorizzata da ogni cambiamento politico “destabilizzante” e incapace di produrre visioni all’altezza di un tempo di radicale e tumultuoso cambiamento come quello che stiamo vivendo. Il meeting di Cernobbio di primavera, dedicato alla finanza, conferma e rafforza tale giudizio.

Richiesti di un parere sul governo più auspicabile, un’ampia maggioranza relativa si è espressa per una coalizione fra centrodestra (con Berlusconi a frenare gli spiriti animali di Salvini) e Pd di rigorosa osservanza renziana (cioè liberista, antisindacale e antipopolare). Il tutto condito da peana (due terzi di giudizi favorevoli) sull’operato del governo Gentiloni, appena “licenziato” dalla stragrande maggioranza dei cittadini elettori, celebrato come un fulgido esempio di “stabilità”. Altre possibili soluzioni - da un governo Di Maio-Pd a una coalizione M5S-Salvini - vengono visti come il fumo negli occhi, a conferma che gli enormi sforzi che Di Maio ha compiuto negli ultimi mesi per liquidare ogni velleità “antisistema” e darsi un’immagine moderata, europeista ancorché critica, attenta a non ledere gli interessi delle élite industriali e finanziarie, non vengono giudicati sufficienti.

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sergiobellucci

La marcia della sinistra

di Sergio Bellucci

Sulla crisi della sinistra si discute molto partendo dal gioco tra partiti, voto elettorale, possibilità o meno di far nascere un governo. Sulla natura della crisi politica poco o nulla si affaccia come area di dibattito. Tutto il confronto è concentrato, mi sembra, sulla efficacia comunicativa del leader, sulla natura della sua leadership, sulla forma, estensione e solidità del cosiddetto “cerchio magico”.

Sarebbe necessario, invece, tornare a discutere delle forme dei poteri, della loro allocazione nei rapporti sociali e sulla collocazione dei partiti sul suo campo. Allora, forse, ci accorgeremo di alcune “solitudini”, politiche e sociali, che negli anni hanno prodotto il quadro politico che attraversiamo. E la descrizione non riguarda solo il nostro paese, ma tutti i paesi ove la rappresentanza politica del mondo del lavoro si era configurata, almeno in partenza, come volontà esplicita di trasformazione degli equilibri dei poteri fino alla volontà di ribaltare quelli esistenti. A cosa doveva servire il “Partito”? E cosa rappresentava nell’immaginario del mondo del “Lavoro”? Il Partito era la “casa”, “l’organizzazione”, la comunità, necessaria alla costruzione di una “alterità sistemica” rispetto ai poteri esistenti. Alterità rispetto ai “poteri” che avevano costruito una loro “forma”, un loro assetto e un consenso, culturale e sociale, in grado di “garantire” gli interessi di chi era in grado di estrarre “ricchezza sulle spalle dal lavoro altrui”, offrendo una retribuzione che consentiva al lavoratore di vivere, ma non di liberarsi dalla schiavitù “lavoro salariato”.

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Di Maio, la coerenza e la Realpolitik

di Simone Santini

La volontà M5S di rimanere nell'alleanza occidentale, nel Patto atlantico, nella Ue e nell'euro, sono forse un tradimento e un esempio di incoerenza? In realtà, niente di nuovo sotto il sole

Destano scandalo, in certi ambienti che hanno qualche rappresentanza sui social, molto meno nella società, le posizioni politiche che sta assumendo Luigi Di Maio. La cosiddetta “apertura” al Pd per la formazione di un nuovo governo e l’aver ribadito, nel messaggio all'uscita dalle consultazioni con il presidente Mattarella, la volontà di rimanere nell'alleanza occidentale, nel Patto atlantico, nella Ue e nell'euro, sono state salutate come un tradimento, l'ennesima giravolta, un esempio di magnifica incoerenza.

In realtà, niente di nuovo sotto il sole.

Durante la campagna elettorale Di Maio ha ripetuto, come un mantra, che in caso di mancata maggioranza avrebbe rivolto un appello a tutte le forze politiche (a tutti i gruppi parlamentari) per formare un governo a guida 5 stelle partendo dal suo programma ma raccordandolo con le altrui priorità. Dunque, Di Maio sta perfettamente rispettando il mandato elettorale nel momento in cui si rivolge alla Lega ed al Pd per instaurare un confronto da cui possa scaturire un accordo di governo sulla base di un contratto programmatico “alla tedesca”.

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sinistra

Perché occuparsi di Oliviero Diliberto?

di Eros Barone

Per la verità, la domanda che dà il titolo a queste considerazioni andrebbe posta al “Corriere della Sera”che pubblica un’intervista all’ex segretario del PdCI, piccola formazione politica ridenominatasi qualche tempo fa, con ammirevole modestia, PCI.

Ma chi è Diliberto? Qualche succinta notizia può bastare a farsi un’idea di questo personaggio micromegasico della sinistra italiana.All’epoca in cui rivestì la carica di Guardasigilli nei due governi D’Alema (1998-2000), il sociologo Salvatore Palidda, studioso delle forze dell’ordine, così ebbe a definire in un’intervista l’operato di Diliberto: “I più strenui difensori delle forze dell’ordine negli ultimi anni sono stati Violante, D’Alema, Minniti. Da anni la sinistra fa a gara per chi deve essere il referente politico. I Gom, squadre speciali violentissime che all’interno delle carceri ristabiliscono l’ordine con vere e proprie spedizioni punitive, sono i protagonisti della “visita” a Bolzaneto. Nell’atto costitutivo avevano a capo un generale dei carabinieri, ex iscritto alla P2. E lo sa chi li ha creati? Lo dica lei... Eh sì, Sua eccellenza Diliberto. Da Guardasigilli fu lui a firmare il decreto di nascita dei Gom. Ma non ha mai spiegato all’elettorato di sinistra il perché”. Che altro dire? Complimenti a Diliberto per questo suo importante contributo alla causa della lotta per la democrazia e il socialismo!

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sinistra

Preve e la verità filosofica

di Salvatore Bravo

La prassi filosofica di Costanzo Preve è stata antinichilista poiché Preve ha testimoniato con la sua vita lo statuto epistemico della Filosofia: la verità, come totalità, interna a processi dialogici e dialettici. La Filosofia contemporanea è innocua in quanto vive ai margini dei saperi, anzi la Filosofia è associata ai movimenti di liberazione dalla verità. In media lo storico della filosofia legge positivamente il dissiparsi della verità dialettica, della totalità, che consente di leggere il contesto sociale e storico. Il trionfo della prospettiva sulla totalità è considerato disalienante, è il materializzarsi dei ditirambi di Dioniso in un mondo liberato dalla gravità perniciosa della verità. Il capitalismo assoluto al suo apice è il regno delle merci, la totalità veritativa è sostituita con la merce e la conseguente poietica. Non essendoci verità, non vi sono limiti pertanto rovesciando l’imperativo kantiano “Usa l’altro come mezzo e mai come fine”, anche se stessi.

Il nichilismo è la pratica alla formazione dell’entificazione del mondo. L’emancipazione dalla totalità è dunque il nichilismo liturgicamente consacrato. Con il trionfo della prospettiva, la storia liberata dai “ceppi dialettici” è solo cenere. Il tramonto della filosofia della storia, è il tramonto della dialettica. Se non vi è alcuna verità, ma tutte le prospettive sono equipollenti, la storia torna all’anno zero senza possibilità che vi sia la progettualità, una verità a cui tendere.

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ilsimplicissimus

Fmi, prove di governo

di ilsimplicissimus

Come ho più volte sostenuto il governo formale del Paese può tranquillamente aspettare perché in mancanza di una decisa discontinuità, appare come un fattore del tutto secondario visto che esiste già un esecutivo di fatto: i poteri europei e i centri dell’economia finanziaria finanziaria che ne sono i burattinai. Anzi a questo proposito abbiano già un documento di programmazione economico – finanziaria stilato dal Fmi e fatto uscire due settimane fa sotto forma di studio, ovvero l’incarnazione più neutra di diktat, che” suggerisce” nuovi e più intensi massacri sociali in diretta collisione con le promesse dei vincitori delle elezioni, ma anche delle ipocrisie dei perdenti.

Si tratta con tutta evidenza del prodotto di amanuensi rincretiniti che continuano a scrivere formule e a consigliare di aumentare le dosi del veleno che ha causato il declino, senza nemmeno accorgersi delle contraddizioni e dei non sensi a cui vanno incontro nel tentare di conciliare l’ideologia con la realtà fattuale: da una parte si dice infatti che l’Italia ha una percentuale di dipendenti pubblici inferiore alla media, che lo Stato spende poco per la scuola e che il livello di investimenti pubblici è insufficiente.

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senso comune

Reddito di avviamento al lavoro: perdere il pelo ma non il vizio

di Beniamino Callegari

Con la proposta sul reddito di avviamento al lavoro, la Lega fa un passo in avanti sul percorso di avvicinamento ad un governo condiviso col Movimento 5 Stelle. Comprendiamo la natura primariamente politica e tattica di questa mossa ma riteniamo un’analisi comunque utile al fine di comprendere cosa sia possibile aspettarci da tale compagine governativa. La proposta in sé, purtroppo, non fa che confermare i nostri dubbi sulla reale capacità di queste forze politiche di rappresentare i veri interessi delle classi subalterne.

Allo stato attuale, la proposta consiste in un reddito di 750 euro mensili per i disoccupati sotto la soglia di povertà, erogato per tre anni in cambio dell’iscrizione ai centri per l’impiego e l’obbligo di accettare la prima offerta di lavoro ricevuta da questi ultimi. Fino a qui le differenze con la proposta stellina sembrano limitate. L’aspetto originale della proposta è che tale reddito è erogato sotto forma di “prestito”, avanzato da Poste e dal sistema bancario con garanzia Cdp.

L’uso delle virgolette è d’obbligo visto che per il primo anno il 50% del reddito erogato è a carico del capitale, percentuale che scende al 30% per il secondo anno ed a zero per il terzo, che il tasso di interesse è zero, e che il piano di restituzione scatta solo nel momento in cui il beneficiario ottiene effettivamente un lavoro, attraverso moderate trattenute sul reddito; a detta del proponente, Armando Siri, si tratterebbe di una rata massima mensile di circa 75 euro.

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dinamopress

Dalla parte della storia

di Pietro Bianchi

La giovinezza di Marx ed Engels, raccontata in un film solo all’apparenza biografico, ma che si concentra sulla congiuntura per mostrare il punto singolare dell’emergenza di una storia, individuale e collettiva

Bruxelles, 1848, ovvero il momento in cui Karl Marx e Friedrich Engels scrivono il manifesto del Partito Comunista. È così che finisce Il giovane Karl Marx di Raoul Peck: un biopic atipico, sentimentale, fatto da un regista haitiano tra i più intelligentemente politici degli ultimi anni e che riprende giusto una manciata di anni nella vita di Marx durante gli anni Quaranta dell’Ottocento fino appunto alla redazione del più famoso manifesto programmatico della storia moderna.

Fare un film su una figura così ingombrante come Marx è un progetto che metterebbe paura a chiunque (Ėjzenštejn, per dire, non c’era riuscito) eppure Raoul Peck riesce a passare dalla porta stretta che vi è tra la fedeltà alla ricostruzione storica (il racconto è molto più meticoloso, anche nei dettagli secondari, di quanto ci si potrebbe attendere da una produzione del genere) e un racconto di estrema semplicità e efficacia su un giovane intellettuale e militante che attraversa uno dei momenti cruciali della storia europea.

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La potenza ideologica della finanziarizzazione

di comidad

Non è di per sé sbagliato affermare che il voto a 5 Stelle e Lega abbia avuto un carattere anti-establishment. Il problema è che un establishment è tale perché dispone anche di una potenza ideologica e quindi condiziona persino le opposizioni. Oggi l’establishment è la finanza e infatti la finanziarizzazione ha assunto il ruolo di senso comune.

Come proposta “alternativa” all’idea del cosiddetto “reddito di cittadinanza” lanciata dai 5 Stelle, la Lega ha parlato di un “prestito d’onore” ai disoccupati, da restituire “comodamente” in venti anni. Si tratta di un’ulteriore spinta all’indebitamento delle masse ed alla finanziarizzazione dei rapporti sociali, cioè la sostituzione dei salari con i prestiti. All’inizio il debito sarebbe nei confronti dello Stato, ma nulla impedisce che un domani un governo in difficoltà finanziarie venda i propri crediti ad agenzie finanziarie private.

“Reddito di cittadinanza” in realtà è uno slogan ingannevole, poiché, per come è stata formulata la proposta dai 5 Stelle, si tratterebbe di un sussidio di disoccupazione un po’ allargato. La proposta economica più “sostanziosa” dei 5 Stelle rimane perciò il microcredito alle piccole imprese. Microcrediti a microimprese che, in quanto strutturalmente sottofinanziate, potrebbero farsi solo concorrenza al ribasso, con ovvi effetti negativi non solo sulla quantità e qualità dell’occupazione ma anche sul tessuto industriale preesistente.

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criticamente

Note su Benjamin

di Federico Sollazzo

In questo breve articolo intendo proporre delle considerazioni sullo storicismo e sull’arte in Walter Benjamin, a partire da alcune cose che ho sentito qua e là e che, l’ispirazione è potenzialmente ovunque, hanno suscitato in me, appunto, quanto segue.

1) Sullo storicismo in Benjamin (a partire dalle Tesi sul concetto di storia).

In Benjamin vi sarebbe una contraddizione tra la critica allo storicismo ed il fatto che egli si accosti al materialismo storico, che a sua volta è una forma di storicismo, che peraltro è quella dominante al tempo. Egli quindi non solo si avvicina a ciò che critica, ma nel farlo si mette dalla parte dei dominanti e non degli oppressi, cosa che invece sarebbe lo scopo della sua critica allo storicismo.

2) Sull’arte in Benjamin (a partire da L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica).

La divisione benjaminiana tra le caratteristiche dell’opera d’arte e le caratteristiche dell’opera riprodotta sarebbe semplicistica. Infatti, oggi vi è la possibilità di realizzare opere che presentano entrambe le caratteristiche, essendo tecnologicamente prodotte e però considerabili come opere d’arte.

I due punti qui sopra, a me suggeriscono le seguenti osservazioni.

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