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la citta futura

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

di Maurizio Donato*

Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare

eng3L'attenzione notevole rivolta negli ultimi anni ai cambiamenti intervenuti nella distribuzione del reddito da numerosi studiosi (Milanovic, Picketty, Deaton) può essere utilizzata correttamente se si considerano le crescenti disuguaglianze come effetto e non come causa della crisi.

 

Salari fermi al livello di sussistenza

Per Karl Marx, la parola “miseria” non indica la povertà assoluta, avendo egli chiarito nel I libro del Capitale (in particolare nei par. 3 e 4 del cap. 23) che la legge dell'immiserimento della classe operaia non è contraddetta dalla possibilità che i salari dei lavoratori crescano durante l’accumulazione di capitale, almeno fino a un certo livello. Nella sua analisi, Marx distingue tre definizioni del salario. In primo luogo, e a un livello più immediato, il salario rappresenta la quantità di denaro che il lavoratore riceve dal suo datore di lavoro: è il salario “nominale” o “monetario”. Tuttavia, in un mondo in cui spetta ai capitalisti decidere quantità e prezzi della produzione, non possiamo accontentarci di considerare i salari nominali, ma dobbiamo considerare la quantità effettiva di beni e servizi che i salari sono in grado di acquistare, cioè i salari “reali”.

vocidallestero

Può accadere di nuovo?

Il campo di battaglia per una rivoluzione teorica in economia

di Antonella Palumbo

Per la nostra serie ‘Experts on Trial’, Antonella Palumbo sostiene la necessità di liberarsi di trite parole d’ordine ‘scientifiche’ che mascherano in realtà scelte sociali e politiche

metropoliSul blog dell’Institute for New Economic Thinking l’economista italiana Antonella Palumbo strappa al neoliberismo – posizione teorica oggi dominante – l’abusata veste di unico metodo scientifico utilizzabile per l’analisi economica. Al contrario, questo quadro teorico, con la sua fede cieca nel mercato e l’orrore ideologico per ogni intervento dello Stato – è solo uno dei tanti possibili che si sono avvicendati nella storia ed è caratterizzato non da una presunta oggettività scientifica, ma da precise scelte politiche e sociali. Se oggi si mostra al capolinea, per gli evidenti disastri che ha provocato e l’incapacità di rispondere ai problemi più urgenti e gravi che affliggono la società, significa che è ora di trovare un nuovo quadro teorico, anche riprendendo idee del passato che possono servire come basi per un pensiero nuovo.

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materialismostorico 

Che cos’è l’economia1

Vladimiro Giacché

Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 297-319Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/612

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Hopper 1 81. Problemi di definizione

Che cos’è l’economia? Anche solo per definire l’oggetto di questa disciplina si incontrano rilevanti problemi. Il dizionario Treccani la prende larga, e offre la seguente definizione: «Scienza, sviluppatasi a partire dal XVI secolo in diverse scuole e teorie, che può essere in generale definita come lo studio delle leggi che regolano la produzione, la distribuzione e il consumo delle merci, con riguardo sia all’attività del singolo agente economico, sia al più generale assetto sociale di uno stato, di una collettività nazionale»2.

Si può quindi definire l’economia come la scienza che studia l’attività economica? Questa definizione, nella sua genericità, è accettabile? Ci sembrerebbe di sì. Ma la definizione canonica di “economia” proposta dall’indirizzo tuttora egemonico negli studi economici, quello neoclassico, è molto diversa. L’ha proposta Lionel Robbins nel 1932: secondo questa definizione l’economia è «la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi»3. La scienza economica è qui definita come lo studio della scelta razionale, del comportamento di agenti razionali. È una definizione astratta, che muove da un radicale individualismo metodologico: l’economia si occupa del comportamento degli individui, non delle regole di funzionamento di un sistema economico e sociale.

sbilanciamoci

La lezione di De Cecco

Riccardo Bellofiore

Un ricordo di Marcello de Cecco, economista sempre stato attento a non separare mai i suoi studi sul potere e sull’economia da un impegno civile e, in fondo, patriottico

moneta impero 800La notorietà internazionale venne a Marcello de Cecco dai suoi studi sul sistema monetario internazionale. Il libro più celebre è Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1890 al 1914 (Einaudi, Torino 1979). Il volume era in realtà già comparso in una prima versione dall’editore Laterza, nel 1971, con il titolo Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914. La ricerca risaliva al 1968, ed era stata stimolata dalla svalutazione della sterlina dell’anno precedente, come anche dalla impressione che l’autore sempre più nutriva che il sistema di Bretton Woods, fondato su ‘cambi fissi ma aggiustabili’, fosse sulla via del collasso. Grazie alla partecipazione ad un progetto di Robert Mundell sulle crisi per la National Science Foundation statunitense de Cecco potè studiare, a Chicago e a Londra, la presunta età dell’oro del gold standard, ma anche la sua interna e crescente fragilità. In un articolo del 1973 comparso, ancora in italiano, nella Rivista internazionale di storia della banca, de Cecco proseguì il discorso commentando la crisi bancaria del 1914, ed impiegando materiali che allora non erano ancora stati resi noti, in particolare le Crisis Conferences tenute da Lloyd George in occasione della crisi del luglio 1914, trascritte dalla moglie Julia Bamford (professoressa di lingua inglese all’Orientale di Napoli). Questo saggio divenne l’ultimo capitolo di una versione ampliata in lingua inglese: Money and Empire. The International Gold Standard, 1890-1914, pubblicata da Basil Blackwell nel 1974. Il volume fu riedito dieci anni dopo da Frances Pinter, con il titolo invertito (The International Gold Standard. Money and Empire), una nuova prefazione e la correzione di una serie di errori segnalati dai recensori della prima edizione.

sbilanciamoci

Come capire la crisi (e come uscirne)

Massimiliano Mazzanti

Una recensione del libro di Sergio Cesaratto, “Sei lezioni di economia”, appena uscito per le edizioni Imprimatur. Utile compendio per capire la crisi più lunga e qualche idea per provare a uscirne

monedas de oro 156751Le ‘sei lezioni di economia’ di Sergio Cesaratto sono un’occasione importante di studio e riflessione per studenti, ricercatori e ‘policy makers’, in tutti tre i casi intesi in un ampio significato. Lezioni di economia e politica, ponendo il tema della distribuzione e formazione del reddito al centro del discorso teorico. Gli studenti possono cogliere l’occasione di studiare e approfondire temi che non fanno generalmente più parte dei corsi di studio di Economia, a parte alcune eccezioni sparse. I Ricercatori, almeno quelli che vogliono intendersi come scienziati sociali ed economisti aperti e costruttori di ponti con altre discipline, possono cogliere l’occasione di riflettere su vari aspetti teorici della macroeconomia e sulle implicazioni di politica che ne seguono.

Il libro riprende il filo di un discorso minato dal prevalere di conformismo culturale, ignoranza teorica e interessi di parte. Si connette in modo complementare, citando alcuni testi del recente passato da consigliare come ulteriori letture al lettore, alle analisi sviluppate da Paolo Sylos Labini (2004, Torniamo ai classici, Laterza)1, Laura Pennacchi (2004, L’eguaglianza e le tasse, Donzelli), Aglietta-Lunghini (2001, Sul Capitalismo Contemporaneo, Boringhieri)2. Narrazioni economiche che sarebbe riduttivo definire ‘di sinistra’. Semplicemente raccontano la teoria economica nella sua maggiore ricchezza, finalizzandola alla creazione di reddito, uguaglianza, occupazione, sostenibilità socio-economica.

politicaecon

Lo “Studio Svimez” di Garegnani del 1962

Note preliminari

Sergio Cesaratto

Pubblichiamo il mio intervento all'incontro organizzato dalla Svimez e dal Centro Sraffa

klimt113Anni di alta teoria

Non c’è stato modo di rintracciare con chiarezza quale sia stato il rapporto formale di Garegnani con la Svimez, il che avrebbe implicato un lavoro d’archivio presso l’associazione. Nel saggio “Note su consumi, investimenti e domanda effettiva”, basato sulla prima parte dello “Studio Svimez” (Garegnani 1962), come per brevità lo definiremo qui, e pubblicato in italiano da Economia internazionale nel 1964-65, Garegnani stesso ci informa che lo Studio fu steso nel 1960-61 e pubblicato in forma ciclostilata (“per uso interno degli uffici”) nel 1962. Quello che sappiamo dalle note biografiche di Fabio Petri (2001), per le quali posso immaginare si sarà avvalso di Garegnani, quest’ultimo, conseguito il dottorato a Cambridge, dal 1958 è a Roma assistente di Volrico Travaglini; è visiting al MIT nel 1961-62, e consegue la cattedra nel 1963 a Sassari (dove era stato però assistente nei due anni precedenti). Anni molto intensi dunque. Nel Rapporto Svimez Garegnani non ringrazia nessuno in particolare, mentre in “Note su consumi” egli ringrazia “per i loro commenti ai manoscritti dell’articolo i professori Claudio Napoleoni, Sergio Steve, Paolo Sylos-Labini, Volrico Travaglini” (Garegnani 1979, p. 4). Da un resoconto di  Fabrizio Barca, la Svimez di Pasquale Saraceno della seconda metà degli anni cinquanta emerge come un vero e proprio “ufficio studi dei governi che videro Ferrari Aggradi, Vanoni, Campilli e La Malfa alla guida dei principali ministeri economici” (Barca 1997, p. 603).

politicaecon

Il vincolo estero è irrilevante, anzi fondamentale

Sergio Cesaratto

Altra fotoQuesto è il primo post che fa seguito alla promessa del libro di approfondirne parti, discutere critiche e quant’altro. Intenderei cominciare con la vexata quaestio del vincolo estero discussa nella quarta lezione del libro. Lo faccio perché è politicamente oltre che economicamente centrale.

La questione è posta semplicemente: “E’ la piena sovranità monetaria, vale a dire il possesso di una banca centrale di emissione di una valuta non convertibile, condizione necessaria e sufficiente per l’implementazione di politiche di pieno impiego?”. Questa è la tesi in genere sostenuta dagli esponenti e sostenitori della Modern Monetary Theory (MMT).

La tesi opposta è quella che vede nell’insorgere di squilibri nei conti esteri l’ostacolo principale alla conduzione di politiche di piena occupazione, problema a fronte del quale la piena sovranità monetaria può solo limitatamente essere d’aiuto. Per vincolo estero si intende l’insorgere di squilibri commerciali (e in generale di partite correnti) prima che le politiche fiscali e monetarie abbiano condotto l’economia in piena occupazione. Un MMT, Philip Pilkington (2013), definisce questa tradizione “kaldoriana” dal nome del grande economista eterodosso Nicholas Kaldor (1908-1986). Questo secondo punto di vista è spesso ricondotto anche all’economista britannico Anthony Thirlwall.

pianoinclinato

L’economia è una scienza?

di Beneath Surface

keynes 2Che l’economia non sia un scienza sperimentale in senso stretto è noto da oltre 200 anni. Non è possibile fare esperimenti “in vitro” tanto per vedere come reagirebbe l’economia se si variassero certi parametri invece di altri, e l’alternativa sarebbe tentare di farlo nella realtà, a rischio di un po’ di macelleria sociale.

È questo il motivo fondamentale che ha condotto i primi economisti a riflettere sui metodi aperti al teorico per studiare questa scienza sociale. Tanto che la prima riflessione economica tocca argomenti importanti per la filosofia della scienza, e in particolare l’epistemologia, la sua branca dedicata all’analisi della conoscibilità dei fenomeni e ai metodi per farne efficace ricerca.

John Stuart Mill delineò un approccio speculativo che continua a influenzare (malgrado i suoi quasi 200 anni e i progressi di statistica e matematica) il modo in cui il pensiero economico viene elaborato e prende forma. Mill partì dalla considerazione che vi sono molteplici correlazioni e influenze reciproche fra fattori transeunti che rendono difficile capire le relazioni che governano l’economia, rendendo arduo l’approccio tipico delle scienze empiriche: raccogliere una gran mole di dati dalle osservazioni e poi dedurne una teoria.

sinistra

Paolo Sylos Labini, un intellettuale economista

di Joseph Halevi

hopper Superstrada a quattro corsie 19561. Introduzione

Durante tre decenni l’Italia è stata il fulcro di un pensiero economico molto avanzato - sia filosoficamente che politicamente - ove si intrecciavano tematiche classiche e keynesiane. Poi dalla fine degli anni 80 tale filone venne accantonato, non per volontà dei suoi principali ispiratori. Il declino coincise con la deriva politico-morale del paese (Sylos Labini, 2002, 2006) assieme all’omologazione subalterna della didattica e della ricerca ai criteri inventati nelle università statunitensi con irreparabile degrado della ricchezza del proprio bagaglio culturale.

E’ mia convinzione che Paolo Sylos Labini abbia costituito, fin dalla metà degli anni 50, il polo di maggior rilievo per la formazione e la crescita di quell’età dell’oro del pensiero economico che in Italia si venne formando nel quarto di secolo successivo alla Liberazione e alla fondazione della Repubblica. La pubblicazione della famosa monografia Oligopolio e progresso tecnico (1956, 1962, 1967) ebbe, in breve tempo, una risonanza internazionale, come testimonia la profonda disamina dello studio svolta -congiuntamente al lavoro di J.S. Bain Barriers to New Competition -da Franco Modigliani (1958) sulle pagine del Journal of Political Economy ancor prima della traduzione in inglese. Il valore universale di Oligopolio, comprovato dalle molteplici traduzioni, è stato ulteriormente sottolineato nel 1993 con la ristampa dell’opera da parte della casa editrice Augustus M. Kelley nella serie Reprints of Economic Classics.

pierluigifagan

Eterodossi di tutto il mondo, unitevi!

di Pierluigi Fagan

antonio manciniIl fine del libro di Cesaratto è condividere conoscenza economica per una più democratica partecipazione politica ai destini del tempo che ci è toccato in sorte da vivere. Corre l’obbligo di ricordare l’abusata citazione del biografo di Keynes (Skidelsky) il quale, dell’economista britannico, raccontava il sottile piacere che provava di origliare -ai party- le conversazioni tra membri dell’ élite, conversazioni che i soggetti conducevano senza rendersi conto di star replicando null’altro che sistemi di idee forgiate da qualche economista a loro ignoto. Se si è un pensatore economico come Keynes, questo potere sulle menti che fanno il mondo, certo fa piacere. Ma se si è un cittadino, corre l’obbligo di capire meglio quali sono questi sistemi di idee, come sono strutturati al loro interno, quali conseguenze portino, sia per lo sviluppo del sistema di pensiero che diviene poi così condizionante per il pubblico dibattito, sia e soprattutto per gli effetti che i tramiti politici ne danno nella  applicazione all’organizzazione economica che poi impatta sulle nostre forme di vivere associato.

Credo sia questo ad aver mosso il professore di Siena a darci le sue sei lezioni, approfondite e comprensibili pur se rigorose e poco inclini alla narrazione, soprattutto rivolgendosi a quanti hanno animo critico verso lo stato economico (quindi politico) della nostra realtà e però scelgono la via facile ma sterile dell’olismo negativo (no a questo, no a quello ed in definitiva no a tutto) senza penetrare il dovuto, la complessità delle idee che poi portano alle scelte.

orizzonte48

"Sei lezioni di economia"

Tra marginalismo, Sraffa e... il vincolo costituzionale

di Quarantotto

http://www.imprimatureditore.it/index.php/2016/08/25/sei-lezioni-di-economia/

Lezioni economia low1. Il libro di Sergio Cesaratto, la cui copertina vedete nell'immagine di apertura, è una piacevole lettura, solida e scorrevole, sia dal punto di vista storico che, ovviamente, teorico-economico. 

Si può non concordare in toto con talune implicazioni che, d'altra parte,  sono comunque dimostrate nel quadro di una rigorosa ricostruzione economica, senza però debordare sul dato istituzionale; ma, nondimeno, anche in questo caso, il libro ci offre una fondamentale spiegazione, particolarmente rilevante per i lettori di questo blog.

La spiegazione di come, e perché, la parte della sinistra in origine comunista, poi in mutevole e variegata definibilità nominalistica e ideologica, sia risultata solo marginalmente - e comunque in modo costantemente "selettivo"- ascrivible al "partito della Costituzione del 1948": su di essa la stessa sinistra marxista avrebbe nutrito una costante "diffidenza", scientifica e, prima ancora, politica (Cesaratto, preoccupandosi del profilo scientifico, ritiene, con ampie argomentazioni, più attendibile Sraffa rispetto a Keynes; ma il primo, a differenza del secondo, è inevitabilmente al di fuori del processo Costituente, come vedremo tra breve).

 

2. Cerchiamo di evidenziare i passaggi del libro da cui scaturisce questa utile, e comunque interessantissima, spiegazione: nella parte in cui ricostruisce, - con l'occhio lealmente dichiarato di un insider -, le vicende della scienza economica italiana "vista da sinistra", Sergio attribuisce un giusto rilievo a Marx, ed alla sua sopravvivenza rispetto al tramontare di alcune, ma non altre, delle sue analisi, e conferisce, come accennato, un grande rilievo a Sraffa.

politicaecon

Lo stato spende prima, poi incassa. Logica, fatti, finzioni*

di Sergio Cesaratto

Introduzione

PEOPLE IN THE SUNLa logica keynesiana (o kaleckiana) conduce gli economisti post-keynesiani a presumere che una variazione delle entrate dello Stato provenienti dalla tassazione o dalla vendita di buoni del Tesoro siano il risultato di una variazione della spesa pubblica, e non il contrario – date le altre componenti autonome che costituiscono la domanda aggregata (AD) e dati i parametri che regolano il moltipli catore del reddito (oppure, in un’analisi di lungo periodo, del super-moltiplicatore)1. La logica di questa proposizione è la medesima applicata dagli economisti post-keynesiani alla teoria degli investimenti: la creazione di moneta endogena finanzia l'investimento (finanziamento iniziale), mentre il risparmio compare solo alla conclusione del processo del (super)moltiplicatore del reddito e costituisce un fondo per il cosiddetto finanziamento finale (o “funding”) (Cesaratto 2016). Mentre la sequenza keynesiana moneta endogena→investimento→risparmio è generalmente accettata, almeno nei suoi termini generali, la proposizione che "lo Stato spende prima" invece non lo è. Come è noto, negli ultimi due decenni gli esponenti della Teoria della Moneta Moderna (MMT) sono stati in prima linea nel sostenere la logica keynesiana (o kaleckiana) di questa proposizione, riempiendo un vuoto teorico del pensiero post-keynesiano stesso. Considerando l’importanza della proposizione, si tratta di una lacuna davvero sorprendente. La preposizione è stata forse data per scontata, ma non dovrebbe esserlo.

lameladinewton

L’economia neoclassica? Una pseudoscienza

conversazione con Francesco Sylos Labini

L’economia è una scienza? I modelli elaborati dagli attuali economisti neoclassici hanno lo stesso potere predittivo delle teorie fisiche? Sono domande importanti perché come i modelli dei fisici sono usati per costruire razzi che mandano in orbita satelliti che ci permettono di usare i nostri smartphones e internet, così i modelli degli economisti neoclassici sono usati dai politici per prendere decisioni che hanno conseguenze sui servizi pubblici, sull’economia reale e sulle nostre scelte di vita. A quanto emerge da una recente disamina l’economia neoclassica può essere classificata come pseudoscienza e comporta una serie di conseguenze negative a vari livelli: in politica, nella società, nella cultura e nella ricerca scientifica. Di questo si discute nell’intervista con il fisico Francesco Sylos Labini.

scienza economia 499Un modello teorico che ambisca a diventare una spiegazione scientifica della realtà dovrebbe produrre predizioni su fatti nuovi che permettano di controllarne l’affidabilità ed eventualmente confutarlo. Il successo empirico è un buon indicatore, non certo infallibile, dell’alta probabilità che una teoria possa aver colto una qualche regolarità della realtà, e possa conseguentemente divenire utile per pianificare azioni sulla stessa realtà. Un modello ipotetico che abbia ambizioni esplicative ma che fallisca il controllo empirico dovrebbe essere abbandonato dai ricercatori, e questo solitamente avviene nelle scienze sperimentali. Talvolta è possibile aggiungere ipotesi ausiliarie, ad hoc, che temporaneamente coprano le falle della teoria, ma un eccessivo accumulo di queste anomalie è segno di scarsa salute della teoria stessa, che andrebbe sostituita con una più aggiornata. Capita tuttavia che una comunità scientifica si affezioni particolarmente a un modello esplicativo e si dimostri talvolta restia ad abbandonarlo, nonostante i suoi ripetuti fallimenti predittivi. Se le resistenze sono dovute a convinzioni arbitrarie derivanti da una determinata visione del mondo (Weltanschauung), e non da ragioni veramente scientifiche, la teoria difesa strenuamente assume i caratteri della pseudoscienza.

sollevazione2

Ciao, ciao Keynes

di Alessandro Chiavacci

keynes112Parte I

Gli amici Moreno Pasquinelli e Leonardo Mazzei, e il gruppo Mpl/Sinista contro l’ Euro/P 101, da anni lavorano per coalizzare le forze sociali e intellettuali per creare una alternativa al presente, con gli occhi puntati su quella che è la questione centrale oggi per l’ Italia, cioè l’uscita dai vincoli dell’euro e dell’Unione europea. Nel fare questo però a mio avviso guardano con troppa condiscendenza  a forze sociali e a teorie che mentre sembrano possibili alleati di un progetto di trasformazione del mondo, hanno anche limiti di fondo che ne inficiano l’utilità dal punto di vista di quella stessa prospettiva.

Una di queste teorie, sulla quale vorrei soffermarmi, è il keynesismo.

Dovendo fare una sintesi ultra semplificata e ingiusta del contributo pratico del keynesismo, potremmo dire che il suo significato è che, poiché il reddito non si traduce sempre in spesa è possibile che la domanda effettiva sia minore di quella che serve a generare piena occupazione,  che perciò, in molti casi,  è necessario integrare la domanda con la spesa pubblica realizzata in deficit.

arruotalibera

I limiti di fondo dell’economia politica

Enrico Galavotti

klimt117Prendiamo un qualunque Manuale di economia politica scritto da un marxista: quello di Antonio Pesenti (Editori Riuniti, Roma 1972). Sin dalle prime pagine si capisce che c’è qualcosa che non va, ovviamente non perché si è contro il capitalismo, quanto perché non si riesce a valorizzare sino in fondo il pregio di un’economia naturale basata su autoconsumo e baratto. Questo è un limite di fondo di tutti i manuali di economia politica, siano essi borghesi o socialisti.

Un manuale marxista di economia politica non dovrebbe porsi anzitutto in antitesi allo sviluppo capitalistico, poiché se si esordisce facendo questo, l’antitesi non sarà mai davvero radicale, ma sempre relativa. Per essere un minimo obiettivi, si dovrebbero anzitutto valorizzare tutte quelle forme di produzione economica in cui non esisteva una forte divisione del lavoro, una propensione accentuata per gli scambi commerciali, l’esigenza di avere tutte le comodità possibili, la necessità imprescindibile di produrre di più in minor tempo e con minor fatica e altre caratteristiche tipiche delle società basate sull’antagonismo sociale.

È vero che è stata la borghesia a inventare la scienza dell’economia, ma quando si parla di economia bisognerebbe anzitutto farne una storia, eventualmente avvalendosi degli studi di etno-antropologia, altrimenti rischiano di apparire falsati i presupposti metodologici della critica materialistica. Non si può fare del “materialismo dialettico” con uno sguardo rivolto solo verso al futuro, senza tener conto che siamo figli di un passato ancestrale, le cui caratteristiche, quando si viveva di caccia, pesca, raccolta di frutti selvatici, erano completamente diverse da quelle che si sono formate con la nascita delle prime civiltà urbanizzate.