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lafionda

“Il woke non esiste e guai a chi lo tocca!” Il dibattito nella sinistra alternativa

di Diego Melegari

9788899564971.jpgQuando, nel nostro dizionario critico del neoliberalismo (Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico, Rogas 2024), abbiamo inserito la voce «woke», eravamo dubbiosi per due motivi. Il primo: in Italia la cultura woke non ha mai attecchito nella sua versione statunitense e accademica, e schierarsi in merito rischiava di farci focalizzare su un falso problema, se non di renderci complici di un atto di colonizzazione culturale. Il secondo: la relazione con il neoliberalismo non era affatto immediata. Molti fenomeni woke sono nati anzi in contrapposizione all’assetto capitalistico neoliberale, nella piena consapevolezza della persistenza della disuguaglianza e dello sfruttamento, lontani da quell’assorbimento di tematiche inclusive che il lessico del management e dell’industria culturale avrebbe poi operato (cfr. C. Rodhes, Capitalismo woke come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi 2023).

Molti di questi dubbi tornano oggi, con una certa acredine, dopo il dibattito aperto da Alexandria Ocasio-Cortez e, in Italia, da Giuseppe Conte, soprattutto nelle culture politiche più radicali — quelle antagoniste o intersezionali — che sarebbe ingiusto ridurre alla formula del «neoliberalismo progressista» (in sostanza lo sfondamento del «tetto di cristallo», l’accesso di gruppi storicamente discriminati al privilegio economico, senza toccare i rapporti sociali). Esistono, nelle critiche «da sinistra» alle posizioni di Conte, elementi di verità: è corretto dire che interventi come il suo non chiariscono se, e come, la cultura woke si sia effettivamente declinata nel nostro contesto, lontano dalle estremizzazioni del «woke 1.0» da cui prendeva le distanze Ocasio-Cortez, senza con questo negare la valenza emancipatoria di molte sue istanze. È altrettanto vero che l’etichetta woke è stata impugnata soprattutto a destra per screditare alcune lotte per i diritti — ma anche alcune posture intellettuali della sinistra — e che difficilmente è stata rivendicata come tale da quest’ultima, almeno sul terreno partitico. Vero poi che dentro l’etichetta woke ci sono elementi diversificati, a tratti contraddittori, più o meno permeabili a discorsività diverse, di tipo neoliberale o socialista. Del resto, anche la sinistra ha spesso usato etichette come «sovranismo» o «fascismo» per squalificare, fino a patologizzare, qualsiasi posizione mettesse in discussione alcuni suo tabù, a partire dalla questione nazionale.

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antiper

Rossobrunismo, sovranismo, Putin e Ivan Ilyin

di Antiper

oberburgermeister haken.jpgUno dei termini più abusati nel dibattito corrente è il termine “sovranista” che in genere viene usato a destra come vanto e a sinistra come accusa. Nella sua accezione accusatoria il termine “sovranista” viene spesso sostituito dal suo sinonimo peggiorativo “rossobruno”.

Rossobruno è un termine che veniva usato in origine per marcare quelle frange dell’estrema destra – si pensi ai cosiddetti nazi-maoisti, emersi anche nelle pieghe dello stragismo di Stato [1] – che dichiaravano di guardare con simpatia a Mao o a Stalin, sebbene non certo per l’istanza di emancipazione che quei nomi richiamavano presso larghe masse, bensì come modelli di autocrazia e potenza nazionale.

Oggi, invece, il termine “rossobruni” viene agitato dal mainstream politico-mediatico come sinonimo di “putinisti”; in questa accezione il termine non suscita alcun interesse mentre ben più interessante è l’uso che viene fatto – talvolta, appunto, sotto la denominazione soft di “sovranisti” – per denotare soggetti formalmente collocati a sinistra che, in nome di un presunto realismo geopolitico, tendono ad adottare positivamente categorie tendenzialmente estranee alla storia del socialismo: patria, nazione, sovranità, interesse nazionale… tutti concetti dal carattere interclassista che dovrebbero avere un interesse per le classi popolari solo dopo la conquista del potere politico e che invece sono oggi diffusissimi nonostante la conquista del potere appaia lontana anni luce.

Personaggi come il filosofo Andrea Zhok sono stati accusati, anche da autorevoli intellettuali neo-keynesiani come Emiliano Brancaccio, di proporre riflessioni sovraniste perché sviluppano ragionamenti politici “per nazioni”, senza alcun riferimento alle dinamiche di classe.

In effetti, questo tipo di analisi “per nazioni” è ormai dilagante e la rete è letteralmente invasa da “analisti geopolitici”, moltissimi dei quali sono ex militari (in Italia sono numerosi quelli ospitati, per esempio, dal profilo di Giacomo Gabellini [2]), ex consiglieri strategici (Larry Johnson per la CIA, Lawrence Wilkerson per il Gabinetto del Segretario di Stato alla Difesa USA…, per fare solo due dei numerosi esempi di commentatori di guerra statunitensi che si potrebbero fare), giornalisti ex-embedded (come Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa). E stiamo parlando solo degli analisti geopolitici critici della narrazione mainstream pro-guerra sull’Ucraina e sul Medio Oriente.

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lantidiplomatico

«Dobbiamo costruire l'unità tra le organizzazioni di sinistra e di classe, a livello internazionale»

Geraldina Colotti intervista Xosé Luís Rivera Jácome

mfoeibvkld.jpgPer il programma «Rompiendo Fronteras», condotto con Eduardo Medina Guevara per la Radio del Sur, vi presentiamo una versione ampliata dell'intervista a Xosé Luís Rivera Jácome. Docente di professione, il nostro ospite è responsabile delle Relazioni Internazionali e membro del Secretariado della Confederación Intersindical Galega (CIG).

* * * *

Per iniziare, vorremmo analizzare la realtà materiale della classe lavoratrice in Galizia. Di fronte ai discorsi ufficiali di ripresa economica, qual è la situazione reale in termini di precarietà, perdita del potere d'acquisto e deterioramento delle condizioni di lavoro, specialmente nei settori strategici galiziani?

La Galizia sta vivendo una complessa situazione sociale come conseguenza delle politiche economiche che si stanno portando avanti, dello spoglio a cui è sottoposta, del deterioramento dei servizi pubblici, della mancanza di alternative lavorative per la gioventù, delle difficoltà di accesso a una casa dignitosa e per gli attacchi ai nostri stessi segni d'identità, a cominciare dalla nostra lingua.

La classe lavoratrice della Galizia subisce le stesse conseguenze della gran parte della classe lavoratrice a livello globale, derivanti dal processo di accelerazione e accumulazione del capitale attraverso la proliferazione di riforme del lavoro. Tutte queste riforme peggiorano le condizioni di lavoro e tagliano i diritti, trasformando il proletariato in un grande precariato. Stiamo vedendo salari bassi, impieghi instabili, orari di lavoro estenuanti che impediscono di conciliare la vita lavorativa, familiare e sociale, e un aumento costante della povertà. Oggi la povertà non colpisce solo chi è disoccupato, ma anche una percentuale importante di persone che hanno un lavoro.

La legislazione lavorativa dipende dallo Stato spagnolo. L'attuale Governo di Spagna si vanta di essere «il più progressista della storia» e di avere una ministra comunista; tuttavia, né questo Governo né la ministra hanno fatto nulla per cambiare a fondo la situazione.

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perunsocialismodelXXI

Limiti e pregiudizi del marxismo occidentale

Appunti sugli incontri di Pisa (festa di Ottolina tv) e su un libro di Canfora

di Carlo Formenti

canfora.jpgCerco di raccogliere le idee che mi galleggiano in testa (annebbiata dal caldo infernale di questi giorni...e ci sono ancora idioti che negano la mutazione climatica!) dopo i dibattiti cui ho partecipato, e quelli cui ho assistito, alla Festa di Pisa organizzata da Ottolina TV, e dopo avere letto il libro di Luciano Canfora, Comunismo un’altra storia, appena uscito per i tipi di Feltrinelli. Oltre a recensire quest’ultimo, mi occuperò del confronto che ho avuto con Gabriel Rockhill a partire da due saggi, Who Paid the Pipers of Western Marxism? (Meltemi mi ha appena confermato di averne acquisito i diritti per cui ne uscirà un’edizione italiana) e Requiem for French Theory (un dialogo con Aymeric Monville introdotto da John Bellamy Foster), quindi riferirò di un intervento di Vladimiro Giacché sulla storia dell’economia sovietica, infine riprenderò alcuni temi dei due volumi di Oltre l’Occidente (dei quali ho anticipato le Introduzioni su queste pagine) che io e Visalli abbiamo presentato a Pisa.

* * * *

Queste quattro “stazioni” sono connesse da un filo rosso che mi pare si stia irrobustendo negli ultimi anni: mi riferisco al maturare di una prospettiva storica, filosofica e ideologica che sovverte i dogmi e i luoghi comuni del marxismo occidentale (e il senso comune condiviso da movimenti e partiti delle “sinistre” post sessantottine) e riscrive la storia dell’ultimo secolo di lotta di classe come scontro fra imperialismo occidentale e resto del mondo. Questa nuova visione è venuta crescendo non solo e non tanto grazie ai contributi di singoli autori ma anche e soprattutto a seguito dell’accelerazione temporale prodotta dalla rapida ascesa del socialismo con caratteri cinesi e dalle guerre scatenate in Europa, Medio Oriente e America Latina da un Occidente che non sembra trovare altri modi per fronteggiare la propria crisi egemonica.

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sinistra

Per la conferenza di Erfurt (contributo alla discussione)

di Claudio Nobile

In allegato vi mando per conoscenza il mio contributo scritto per la "Conferenza Internazionale della Sinistra anti-lockdown" indetta dai compagni di Freie Linke Zukunft che si terrà ad Erfurt a fine luglio

cattedrale di erfurt e chiesa di san severoÈ uno scritto, al solito, molto "generico" che non entra come si dice "nel merito" delle questioni salienti... ma... è quello che attualmente "passa il convento"...

Come contributo alla Conferenza vi invio questo scritto nel quale cerco di riassumere il mio pensiero sull’attuale passaggio storico di epocale travaglio e, dentro ad esso, sul momento estremamente critico nel quale ci troviamo addentrati. In seguito dico perché “estremamente critico” specie per noi in Europa e nell’area dell’Occidente collettivo.

Forse questo mio contributo non è esattamente centrato sul “Tema I” della discussione (“Il programma anti-Covid come trasformazione del capitalismo?”) ma cerca di “fare il punto” per sommi capi sulla situazione complessiva in cui inquadrare “i programmi di trasformazioni del capitalismo” in atto. Così come quella che a mio avviso è stata la operazione terroristica globale 2020/2022 legata al Covid-19 (che per me personalmente è stato un “momento spartiacque”) si inquadra in un complessivo periodo di sconvolgimenti epocali legati alla vita (alla oggettiva possibilità di vita) del sistema capitalistico mondiale. Dunque io credo che la risposta ad una delle domande “di fondo” e di carattere generale poste nel documento di convocazione della Conferenza: “esiste un nesso tra le guerre attuali e il programma Covid?” sia senz’altro affermativa.

, c’è “un nesso” fra la catena di sconvolgimenti epocali segnata da questa serie di “date simbolo”, per restare solo agli ultimi anni:

estate 2019 (minaccia di collasso del sistema finanziario globale a partire dal suo cuore nero americano) – gennaio 2020/gennaio 2022 operazione (terroristica) globale Covid-19 (finita grazie alla sollevazione di una parte del popolo cinese che ha imposto la fine repentina della bestiale politica “zero-Covid” attuata dal governo di Pechino) – 24 febbraio 2022 violazione a mano armata russa della “sovranità ucraina” ossia della sovranità sull’Ucraina da parte dell’imperialismo –

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carmilla

Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica

di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00

Heartland 3.pngGli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2

È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale […] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi.

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perunsocialismodelXXI

Solo il socialismo ci può salvare

Appunti a margine di un libro di Giorgio Cremaschi e di un documento del CICIR*

di Carlo Formenti

1847347561 e1576608721715.jpgGiorgio Cremaschi, leader storico della sinistra sindacale (prima CGIL-FIOM poi USB) oggi portavoce nazionale di Potere al Popolo, interviene nel dibattito politico italiano rinverdendo la tradizione del pamphlet. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis Editore) è un classico esempio di questo genere letterario, che si distingue per il fatto che l’autore espone un insieme di analisi, ipotesi e tesi politiche attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di appesantire il testo con un apparato di note e/o con complesse argomentazioni teoriche. Si tratta di una soluzione che incorpora pregi e difetti, a partire dal fatto che, alla chiarezza, fa riscontro il carattere apodittico di affermazioni che richiederebbero maggiore approfondimento. Ma qui non intendo vestire i panni del critico “accademico” per fare le pulci ai limiti formali di questo tipo di operazione. Mi interessa piuttosto mettere in luce tanto i contenuti del libro che mi sento di condividere più o meno integralmente quanto quelli che mi lasciano insoddisfatto o perplesso.

Parto dal titolo. Affermando che solo il socialismo ci può salvare, Cremaschi ha in mente il celebre slogan – Socialismo o barbarie - che Rosa Luxemburg coniò nel momento in cui i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale sprofondavano – con rare eccezioni – nell’ignominia votando i crediti di guerra, sacrificando cioè sull’altare del patriottismo borghese i principi della solidarietà internazionale fra i proletari delle diverse nazioni europee. Il grido della Luxemburg, scrive Cremaschi, è più che mai attuale di fronte all’incombente minaccia di una Terza guerra mondiale, di cui il carnaio ucraino, il genocidio di Gaza e l’aggressione imperialista all’Iran sono altrettanti preludi.

Oggi come un secolo fa la follia bellicista contamina l’Europa, con la differenza che questa volta non mette l’una contro l’altra le nazioni europee, ma scaglia l’intera Europa Occidentale contro la Russia. Va detto che nel libro di Cremaschi manca una chiara ed esplicita ricostruzione delle modalità con cui l’Occidente euroatlantico ha provocato la Russia, mettendola nelle condizioni di intervenire militarmente in Ucraina per proteggere le popolazioni russofone dalla pulizia etnica scatenata dal regime neonazista di Kiev, e per impedire alla Nato di piazzare le proprie armi atomiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.

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kamomodena

Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante

di Kamo

WhatsApp Image 2026 05 14 at 15.07.15.jpegIntroduzione

L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino.

Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato.

Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra».

È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici.

Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire.

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sinistra

Lucciole e lanterne

di Massimo Croci

PINTURA MODERNISTA 61- Provo a esprimere alcune opinioni sulle questioni poste nella “discussione” (che, in realtà, oltre a essere espressa nella forma di correttezza e rispetto reciproco come sempre dovrebbe avvenire tra “compagni”, per tali intendendosi chi si opponga organicamente all’imperialismo, a mio avviso tale non è, non rinvenendosi un reale contrasto di idee tra i due) che oggettivamente viene aperta su “Sinistra in rete” 19/4/26 dalla “lettera aperta a Flavia Manetti” di Algamica - dal contesto dell’articolo si capisce peraltro trattarsi della seconda parte dell’acronimo, Michele Castaldo- riferito all’articolo del 3/04/26, appunto di Flavia (Manetti), sulla stessa rivista, “Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”.

2- Per la verità, i temi proposti sono due, nettamente distinti, benché oggettivamente e soggettivamente interconnessi: A) perché un movimento, seppur non gigantesco come quello del 2003 contro la aggressione di USA e “coalizione dei volenterosi” all’Iraq 1), ma comunque vastissimo e capillare come quello che quasi improvvisamente ha fatto irruzione nella scena mondiale, nella tarda primavera e in particolare nel primo autunno del 2025, non si è poi pressoché in nessun modo formato, almeno in “Occidente”, rispetto all’altrettanto efferata aggressione (benché fino a ora, aprile 2026- quantitativamente molto più limitata quanto entità di vittime e distruzioni) allo Stato, e soprattutto al popolo dell’ Iran?

* * * *

1)Pure il marchio di questa denominazione gli gnomi europei hanno copiato dagli USA, perché così fu definita la alleanza di ben 48 Stati tra cui - cito a caso - Gran Bretagna, Spagna, Italia, Polonia Olanda, Ucraina, Turchia, Giappone, Ruanda, Uganda, Nicaragua (!) che si unirono alla “guida statunitense”nell’aggressione all’Iraq – sotto questo profilo, molta acqua, in questo caso non bella per il blocco imperialista, da allora è passata sotto i ponti (e negli stretti!), considerando che contro l’Iran sia nel giugno 2025 sia dal 28 febbraio 2026 USA e Israele sono rimasti soli nell’aggressione militare all’Iran.

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nicomaccentelli

Sul 25 Aprile e la Resistenza

di Nico Maccentelli

082005260 1f120b7a f1be 487e 88ec 0c97d2c7e356.jpgDa parecchi decenni assistiamo a una storpiatura della Resistenza nei suoi valori. Le liturgie istituzionali hanno fatto da preludio a tutte le operazioni che sono state fatte successivamente e a tappe. In particolare sulla questione comunismo anticomunismo, l’operazione di sdoganamento del fascismo con le foibe e la giornata istituita, che azzera i crimini di massa commessi dal nazifascismo e dai suoi complici ustascia di Ante Pavelic nei Balcani della Yugoslavia.

L’operazione della Brigata Ebraica, che non fu partigiana ma in forze all’esercito britannico del gen. Alexander e operò solo per un mese e alla fine della guerra e dopo la liberazione di Auschwitz a opera dell’Armata Rossa e che sta servendo a sdoganare il suprematismo etnofascista del sionismo israeliano: lo abbiamo visto in questi ultimi anni con la presenza e il beneplacito di PD e ANPI nelle manifestazioni ufficiali di veri e propri squadristi, che a Porta San Paolo per esempio hanno assaltato la parte filo-palestinese della sinistra di classe. Lo scopo ben preparato da ambienti legati all’hasbara è quello di far accettare le porcate criminali del sionismo genocidario e di estromettere la questione palestinese dalle manifestazioni antifasciste. Iniziamo col dire che l’antifascismo ha senso se è concepito come Resistenza all’oppressione fascista in tutte le sue sfaccettature, che universalmente è strumento dell’imperialismo. Ed è proprio questo l’elemento narrativo e di analisi che le liturgie di sistema hanno espunto soprattutto dopo la fine del PCI e la morte degli ultimi testimoni, i partigiani che la Resistenza l’hanno fatta e non a chiacchiere e ci avrebbero potuto dire che le forze titine hanno contribuito alla liberazione dal nazifascismo, che le foibe furono in prevalenza utilizzate dai criminali nazisti contro la popolazione slava, che la partecipazione degli ebrei alla Resistenza fu massiccia ma dentro le formazioni partigiane esattamente come tutti gli altri combattenti e che della Brigata Ebraica non v’era traccia.

Ma l’apoteosi la si raggiunge con il banderismo ucraino, creato e sostenuto dalla NATO in funzione anti-russa. Qui si va ben oltre il PD, l’ANPI, l’ARCI e le ong “di sinistra” varie con le loro visite a Odessa e bandiere di Pravy Sektor davanti alla Casa dei Sindacati che fu teatro il 2 maggio 2014 di un eccidio di antifascisti a opera dei nazi-banderisti del regime golpista eterodiretto dai servizi USA e occidentali.

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Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito

di Pier Giorgio Ardeni

idrante 24.jpgIl libro di Emiliano Brancaccio, uscito nel febbraio 2026 da Feltrinelli, si presenta già da quanto enunciato nella quarta di copertina: «Ormai concentrato nelle mani di pochi barbari, il capitale sta trasformando la libertà, la democrazia e la pace in scorie da eliminare. Contro una tale catastrofe c’è una sola alternativa razionale. E non può venire dal passato». Quale sarebbe? Coniugare la libertà individuale e il comunismo della pianificazione collettiva.

Il tono del libro mantiene fede a quanto appena detto: spesso altisonante, ricco di metafore immaginifiche, scorre per 176 pagine da un enunciato all’altro per arrivare alla tesi finale, espressa sopra. Emiliano Brancaccio, recita il suo profilo, è un docente di economia politica, «protagonista di celebri dibattiti con esponenti di vertice della teoria e della politica economica mondiale» quali gli economisti mainstream Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith (in caso li aveste persi), un economista «innovatore critico degli studi marxisti». Con questo curriculum, Brancaccio si inerpica per il sentiero tracciato dal buon Karl Marx per farci presente che «lo spirito di questo tempo si alberga in una tendenza», la «centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti». Come avrebbe previsto, per l’appunto, Marx. Ricorrendo a neologismi di suo conio come esocapitale – «la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato» – e oltrefascismo transnazionale – in cui «la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà» – Brancaccio arriva ad argomentare che la soluzione starebbe nell’esproprio del grande capitale («un tabù di cui dobbiamo riappropriarci»), democratizzando il controllo delle forze produttive, liberando le energie creative dei singoli individui.

Un programma politico (in chiusura il libro contiene degli «appunti per un manifesto») che non si potrebbe che salutare con un grande evviva. Se non fosse che non si capisce bene chi e come potrebbe arrivare a fare quanto auspicato (i “nuts and bolts” della politica sono assenti dall’alto volare del Brancaccio).

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Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è

di Mimmo Porcaro

7 12227540 large 1 900x600 1Mutamento e inerzia

Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.

A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.

Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie.

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sinistra

Lettera aperta a Flavia Manetti: niente di personale, anzi

di Algamica

questa ferita sia un ponte non un muro la lettera aperta della prof accoltell 6f8218f8 2945 11f1 8e34 721c3b1c5e3e 1440 1080 v3 large liberaScegliamo la compagna Flavia Manetti per una discussione chiara e schietta, a viso aperto, senza rete, per definire alcune questioni teoriche, storiche e politiche di cui siamo stati permeati. Ponendo in premessa che di personale non c’è niente, per quanto riferito ai tanti compagni di militanza comune nelle varie organizzazioni che si sono succedute per oltre 50 anni, e men che meno nei confronti della diretta interessata, persona stimata, onesta, sincera, leale e generosa, nonché di un sano istinto anticapitalistico e antirazzista.

Ma il momento lo richiede, perché il modo di produzione capitalistico è entrato – e finalmente! – in una fase di crisi che ne approssima la sua fine e tutto il nostro vecchio armamentario soggettivista, col quale ci siamo battuti, è diventato un materiale arrugginito e inutilizzabile. Pertanto sarò sfrontato, non diplomatico, ma chiamando le cose per il loro nome.

Diciamo in premessa, attirandoci gli strali dei più, che una vera, radicale, critica al modo di produzione capitalistica è ancora tutta da scrivere. Storcano pure la bocca i tanti e i più, perché la verità è che il modo di produzione capitalistico è stato sì criticato, anche duramente, ma sempre e soltanto da un punto di vista di modello valoriale, supponendo, in modo malcelato, che potesse essere sostituito da un altro modello e da altri uomini, ad esso alternativo durante la sua esistenza. Abbiamo danzato intorno al totem del libero arbitrio come capacità dell’individuo di governare le leggi impersonali di un moto storico incentrato sullo scambio, piuttosto di capire che quelle leggi sottoponevano gli uomini alla loro dinamicità.

Non ci siamo mai correttamente interrogati sul fatto che se un modo di produzione dura per cinque, sei, settecento anni, e che si espande a macchia d’olio piuttosto che essere sconfitto e distrutto, ci saranno state o meno delle ragioni strutturali che i valori e/o i disvalori, nella funzionalità delle sue leggi lo hanno tenuto in vita finora.

Non avendo capito che si trattava di un moto storico, non potevamo capire che le classi che produceva erano tutte complementari, che, pertanto, nessuna di esse potesse dare l’assalto al cielo, separarsi dalle altre o da quella più importante, disarcionandola dal potere per instaurare la propria dittatura, quella della classe più “rivoluzionaria”, il proletariato, proprio quando con la crisi internazionale del modo di produzione imponeva agli operai di comportarsi, nei confronti del capitale, dei capitalisti e del capitalismo, come i girasoli rispetto al sole.

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nicomaccentelli

Bologna è una regola…

di Nico Maccentelli

Schermata 2026 04 05 alle 20.43.28.pngA Bologna censurare è una regola, speculare è una regola, dare spazio a nazi ucraini è una regola, reprimere è una regola…

Un anno e quattro mesi fa, con una delibera comunale, nonostante che il quartiere Savena avesse dato semaforo verde al rinnovo della convenzione (con la modifica di una cogestione), la junta Lepore ribaltava la questione e chiudeva Villa Paradiso, una Casa di Quartiere rea di aver programmato (e poi non fatto) due iniziative reputate “putiniane” dalla stessa junta. Una chiusura sollecitata con molta probabilità da Pina Picierno, una vicepresidente di Parlamento Europeo, più dedita ad andare a caccia di inziative che a suo modo di vedere siano favorevoli alla narrazione russa sulla guerra in corso in Ucraina.

In un’occasione, un incontro al quartiere, Lepore stesso era andato giù a muso duro con i gestori di Villa Paradiso dicendo che se fosse stato per lui li avrebbe cacciati via ben da prima. Un vero sceriffo da far west più che un sindaco di tutti i cittadini. Le Case di Quartiere devono restare una vetrina a uso elettorale e propagandistico del suo PD e della corte dei miracoli di Coalizione Civica, che a differenza dei verdi di Celli (estromesso da Lepore proprio sulla vicenda di Villa Paradiso), con la Emily Clancy a vicesindaco, hanno completamente ribaltato la loro funzione di pressione da sinistra nei confronti della junta a maggioranza PD, assumendo la modalità zerbino.

La questione era così scomoda che l’emissaria della junta ha portato avanti un vero e proprio giochino di sponda per lasciare i gestori in mezzo a una strada fingendo spazi da assegnare loro. Morale: la non più casa di quartiere è andata ai proxy di junta e curia: le Cucine Popolari, che lungi dal fare iniziative, hanno trasformato lo spazio in dispensa e cucina, mentre le femministe di Armonie all’ultimo piano, che se ne erano lavate le mani, un esempio mirabile di “solidarietà” coi gestori, hanno continuate a praticare la loro “critica” alla società patriarcale nel pieno solco di quel dirittumanitarismo e civile che agisce solo nei perimetri dati dal sistema di potere nel versante “sinistra”.

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Il sogno della rivoluzione

di Giuseppe Muraca

Alessandro Barile, Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Milano-Udine, Mimesis, 2026

2026.3.16. MURACA.pngCon il titolo Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta è appena uscito un libro molto importante, a cura di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, una raccolta di saggi che affronta una serie di nodi problematici e che ci aiuta a capire un pezzo di storia repubblicana (la cosiddetta “stagione dei movimenti”). Come si dichiara nel risvolto di copertina «Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate – dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla “questione elettorale” – restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi». Ed ecco l’indice del volume: Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” – di Alessandro Barile, Alberto Pantaloni; Un secondo biennio rosso? – di Diego Giachetti; La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana – di Marco Grispigni; 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia – di Emilio Mentasti; Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta – di Davide Serafino; La Differenza come strumento di liberazione femminile.