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Revelli, Syriza e dare a Cesare quel che è di Cesare

di Sergio Cesaratto* e Stavros Mavroudeas**

Mentre UE, FMI e SYRIZA cercano di spacciare la favola di una ripresa in Grecia, i fatti rivelano un’altra storia

124317497 591334ec ffdd 48eb a599 7a06bf539b4bIn un recente articolo pubblicato in greco e in italiano Marco Revelli – ospite abituale in Grecia di SYRIZA e del suo governo – fa polemica contro quella che lui chiama pseudo-sinistra, cioè quella che considera Tsipras un traditore e la politica economica di SYRIZA un fallimento.

Si tratta di una polemica gratuita (rivolta anche a uno dei firmatari di questa replica, vedi in Brave New Europe) in cui Revelli accusa questa “pseudo sinistra” di essere nazionalista e di aiutare i nazionalisti e populisti della destra di Nuova Democrazia in Grecia. Revelli, senza alcun fondamento, mette alla pari ogni critica di sinistra della politica di SYRIZA a quella neoliberale di Nuova Democrazia.

Revelli usa come titolo del suo pezzo (in greco) il detto evangelico Dai a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Vediamo se il dovuto che offre al suo Cesare o Dio (SYRIZA, in questo caso) è giusto o no.

Comincia esaltando l’abilità di SYRIZA nell’avere gestito al meglio il programma di austerità della troika, in modo tale da evitare un maggior danno sociale. La prova che dà è come minimo inconsistente o semplicemente sbagliata. I servizi medici sono privi di fondi e con una carenza di personale grave. Per di più SYRIZA nel 3° Memorandum ha firmato acconsentendo a tagli profondi sia nel campo della garanzie sociali che in quello delle pensioni (notare che il 51 % dei nuclei familiari dalle pensioni dipende) e sta mettendo  tutto questo in atto. Questi tagli hanno incrementato il livello di povertà in Grecia anche più di quanto hanno fatto i governi precedenti (il 37 % della popolazione, approssimativamente, è a rischio di povertà o di esclusione sociale).

La protezione dalla messa in vendita all’asta delle case di prima proprietà è stata tolta (in accordo con il Memorandum firmato da SYRIZA). Le aste sulle case della gente procedono a passo più veloce, favorite dal fatto che si fanno per via elettronica, secondo una legislazione che SYRIZA ha prodotto per evitare resistenze pubbliche e proteste.

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Storia, metodo e organizzazione di classe

Il percorso della Rete dei Comunisti in tre pubblicazioni

di Antonio Allegra 

B3 Bertolotti 04 1024x657Comunisti nell’anno zero

Uno stimato compagno di poco più di vent’anni, qualche tempo fa, in una discussione politica all’interno di Potere al Popolo disse più o meno: “Per noi che non abbiamo la vostra età (si riveriva ai quelli dai quarant’anni in su) e non abbiamo la vostra esperienza politica, noi siamo all’anno zero”. Con questa affermazione cercava di marcare una differenza e rivendicava una novità. Quella affermazione contiene più verità di quante forse lo stesso compagno poteva sospettare. Ma denunciava anche alcuni vuoti di consapevolezza storica che devono essere colmati.

Vorrei idealmente parlare a quel compagno più giovane parlando della Rete dei Comunisti e del suo percorso storico, che con due opuscoletti di agile lettura abbiamo cercato di rendere esplicito a tutti, ossia con l’opuscolo “Approcciando la questione del metodo” (giugno 2018) e “Il lavoro teorico della Rete dei Comunisti” (aprile 2018).

Ripartiamo dall’affermazione. Innanzitutto è vero che tra la generazione dei ventenni e dei quarantenni c’è uno iato, una frattura.

Il giovane compagno non ha conosciuto l’esperienza politica “tradizionale” del partito di massa presente nelle istituzioni, nello specifico non ha conosciuto l’esperienza politica di Rifondazione Comunista. Ossia, non ha conosciuto quell’esperienza politica eclettica su cui si sono formati (o sformati) molti giovani compagni di allora, che cercavano uno spazio politico giovanile idealmente ribelle e “contro sistema”. O, meglio ancora, il giovane compagno non si è trovato a vivere quella “normalità” per cui un giovane di quel tipo trovasse “naturale” in qualche modo finire dentro Rifondazione. Oppure, su un versante completamente opposto, non si è trovato a vivere la “normale” condizione di andare a finire dentro a un centro sociale.

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mondocane

L’Intendance suivrà: un “quotidiano comunista” per la guerra e la lotta di classe dell’Impero

di Fulvio Grimaldi

Cari amici, stavolta sono davvero lunghissimo. Era necessario. E’ la mia resa dei conti personale, ma spero anche di molti di voi, con un giornale e un gruppo che ha segnato la storia politica e culturale italiana dell’ultimo mezzo secolo: “il manifesto”, sedicente “quotidiano comunista”, nel quale la parola comunista ha assunto connotati rovesciati rispetto all’uso comune. E’ una storia lunga, piena di episodi, personaggi, eventi, illusioni, disvelamenti, divenuta però via via più trasparente. La trasparenza di un infiltrato imbolsito, che ha perso l’abilità mimetica dei suoi maestri. Ma gli illusi ci sono ancora. Diamogli una mano

rossana rossandaSe una minoranza vuole dominare deve agire per vie occulte, tramando, cospirando, pretendendo, ingannando. I suoi peggiori nemici saranno quelli che denunciano il complotto”. (Aldous Huxley)

“Il modo più efficace per distruggere popoli è negarne e obliterarne la comprensione della propria storia”. (George Orwell)

La grande maggioranza dell’umanità si accontenta delle apparenze, come se fossero realtà, ed è spesso influenzata più dalle cose che sembrano che da quelle che sono”. (Nicolò Machiavelli)

 

Nostalgie amorose di Tommaso Di Francesco

“Linea notte” è quel ruscelletto di notiziole e opinioncelle d’ordine del TG3, spesso bruscamente alterato nel suo andazzo dall’epifania di una specie di convulsa menade da New York, che il mio ex-collega Mannoni, detto Mannoioni, conduce, tra un borborigmo e l’altro, indice di stomaco prospero ma non pacificato, con il placido compiacimento di chi poco sa, ma molto si fida degli ospiti. Accuratamente selezionati, ovvio. Ha una funzione salutare: ti tira giù piano piano le palpebre mentre Morfeo ti mette in assetto di dormitorio i neuroni.

Quasi mai, ma nella notte del 20 luglio 2018 sì, succede che un qualche neurone mezzo assopito venga elettrizzato da un’emissione audiovisiva fuori dal tran tran sulla rana e sulla fava. Ed è stato come un extrasistole nel pacioso elettrocardiogramma del fine giornata di regime. C’era l’ospite Tommaso De Francesco (non proprio giornalista da Pulitzer o poeta da Nobel) che, insieme all’ex-trafilettista di critica tv, Norma Rangeri (mi apostrofò per averla turbata con la messa in onda di scimmie fatte esplodere da scienziati vivisezionisti), oggi dirige il “manifesto”.

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Dove porta il «né... né...»

di Leonardo Mazzei

A proposito di un articolo di Domenico Moro e Fabio Nobile

01153A sinistra non tutti hanno portato il cervello all'ammasso. Qualche giorno fa abbiamo segnalato, ad esempio, un intervento di Gianpasquale Santomassimo totalmente critico verso ogni ipotesi di union sacrée antifascista. Una prospettiva giustamente respinta anche in un recente articolo di Domenico Moro e Fabio Nobile. Purtroppo, però, il ragionamento di questi due compagni, sfociando nella più classica posizione del «né né», conduce nel vicolo cieco dell'assenza di una linea politica. E questo nel bel mezzo di un passaggio cruciale per il nostro Paese.

Il loro scritto vuol essere in realtà un contributo critico sulle vicende interne di Potere al Popolo, ma la parte che a noi qui interessa è quella che concerne il posizionamento proposto nell'attuale fase politica.

Moro e Nobile colgono bene la novità della situazione: «L’Italia presenta una situazione politica inedita: è l’unico Paese in cui non è al governo alcun partito afferente a uno dei due storici raggruppamenti europei, il Ppe e il Pse». L'unico Paese in cui «il bipartitismo tradizionale è collassato». Peccato che ad una descrizione così nitida di un quadro nuovo e dinamico, segua invece la grigia proposta di una linea politica centrista, quella che per semplificare definiamo del «né né».

Apriamo una parentesi per chiarire subito che anche il «né né» può essere talvolta legittimo. Ad esempio, durante i disgraziati anni del bipolarismo secondo-repubblicano (1994-2013, con uno stentato prolungamento nel quinquennio successivo), e nonostante i diversissimi scenari in esso prodottisi nel tempo, ogni seria posizione di classe non poteva che esprimersi in un simultaneo rifiuto tanto del "centrosinistra", quanto del "centrodestra".

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Pap e Sinistra: la questione vera e' rappresentata dai contenuti e dalle proposte

di Domenico Moro e Fabio Nobile

PapLa discussione nella sinistra radicale continua spesso a concentrarsi più sui contenitori politici piuttosto che sui contenuti e il posizionamento di classe. In realtà, siamo convinti che le forme debbano essere dialetticamente connesse alla sostanza e quindi ai contenuti , la cui chiara definizione è centrale in vista della importantissima scadenza delle prossime elezioni europee. Bisogna fare uno sforzo di innovazione nell’analisi e nella proposta politica, perché molte cose, intorno a noi, sono cambiate. L’Italia presenta una situazione politica inedita: è l’unico Paese in cui non è al governo alcun partito afferente a uno dei due storici raggruppamenti europei, il Ppe e il Pse. Certamente il bipartitismo tradizionale, basato sull’alternanza centro-sinistra/centro-destra è in crisi in tutta l’Europa eurista, dove partiti di lunga trazione, come il partito socialista francese, non esistono più. Ma solo in Italia il bipartitismo tradizionale è collassato e per la prima volta sono al governo due partiti, il M5S e la Lega, entrambi euroscettici e fautori di politiche anti-immigrazione.

La situazione dell’area politica di sinistra radicale, a sinistra del Pd, non è mai stata così confusa, le posizioni sono molte e variegate, comprese tra due estremi autolesionistici e politicamente suicidi. Uno secondo cui è giusto appoggiare o comunque aprire una linea di credito al governo Lega-M5S, in funzione anti-Europa a egemonia tedesca e/o anti-capitale transnazionale, e un altro secondo cui si sia ormai alle soglie del fascismo e che quindi bisogna allearsi con tutti quelli che ci stanno, magari anche con il Pd o quantomeno con personaggi che vi erano fino a ieri. La cosa bizzarra è che il modello del comitato di liberazione nazionale pare essere il modello politico di riferimento degli impropriamente detti sovranisti e degli europeisti “a ogni costo”.

Purtroppo, il dibattito non è sempre basato sull’analisi della situazione concreta, cui si spesso si sostituisce l’invettiva con accuse reciproche, che divaricano le posizioni, disgregando ancora di più l’area della sinistra.

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E’ morto Domenico Losurdo, filosofo e marxista

di Rete dei Comunisti - Stefano G. Azzarà*

Pubblichiamo qui il ricordo della Rete dei Comunisti e di Stefano G. Azzarà, che con Losurdo ha studiato e lavorato.

La morte dello studioso, del compagno Domenico Losurdo è una perdita che pesa. Particolarmente in una fase storica, come quella che viviamo, in cui le ragioni dell’alternativa, del riscatto sociale e della liberazione dal lavoro salariato sembrano offuscate e smarrite sotto il peso e la evidente pervasività dell’offensiva borghese.

36310250 10214312247254660 7971513886115364864 nLosurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.

Nei suoi scritti la spinta al mutamento ed alla necessità della rottura rivoluzionaria è sempre presente senza mai dimenticare la storia, l’epopea ma anche la necessità di un bilancio del movimento comunista internazionale e di alcuni suoi grandi interpreti che hanno segnato, in ogni caso, la nostra contemporaneità.

Enormi sono i suoi lavori editoriali e lo studio accumulato nei decenni, sia in Italia e sia in altri paesi. Non a caso Domenico Losurdo è stato apprezzato anche da chi, pur da posizioni teoriche distanti dal marxismo, riconosceva la qualità e la serietà del contributo ideale ed intellettuale di Domenico.

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la citta futura

Crisi della sinistra, ruolo dei comunisti e restaurazione neo-liberale

Marco Paciotti intervista Stefano G. Azzarà

e3D. Stefano, da anni ti troviamo in prima linea sul fronte ideologico della lotta di classe. Tra gli strumenti che metti a disposizione c’è una rivista, di cui sei fondatore e direttore scientifico: “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”. Un titolo che richiama i fondamenti stessi del marxismo che tra il popolo tutto, non solo quello che lavora solo con le mani, non gode di ottima salute. Da cosa nasce, dunque, l’esigenza di un’iniziativa così controcorrente e qualè stata la reazione del mondo accademico italiano ed internazionale?

R. In prima linea mi pare troppo. Diciamo dal divano, visto che non faccio più militanza attiva dal 2009, quando sono stato espulso da Rifondazione Comunista…

Il marxismo come materialismo storico, che è una cosa ben diversa dall’economismo oltre il quale molti compagni non riescono ad andare, ha rappresentato un salto nell’evoluzione delle forme di coscienza dell’umanità che dobbiamo considerare irreversibile: come è accaduto dopo la rivoluzione scientifica copernicana, dopo il marxismo nulla può essere più come prima nell’analisi della realtà; chiunque pretenda di capire il mondo senza confrontarsi con esso, sia pure per contestarlo, difficilmente potrebbe essere preso sul serio. Questo vale anche in ambito accademico, dove coloro che vogliano studiare la società e le sue forme espressive non possono evitare, anche volendo, di utilizzare il concetto di classe sociale.

Il materialismo storico tuttavia non è soltanto uno strumentario scientifico ma ha anche una dimensione politica essenziale. In questo senso, per capire il suo stato di salute nella società e nell’accademia noi non possiamo che applicare autoriflessivamente il marxismo a se stesso.

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la citta futura

Il governo c’è, ora serve l’opposizione

di Renato Caputo

Rischiamo di perdere la possibilità stessa di manifestare la nostra stessa indignazione se non lo facciamo al più presto

3f014ec0c76dec9472ea85e089b96881 XLNel dibattito piuttosto noioso sulla fiducia al governo Conte, si è distinto l’accorato intervento di Mario Monti che ha ammonito la nuova maggioranza, evocando il vero e proprio Deus ex machina dell’attuale farsa che si rappresenta nel teatrino della politica parlamentare: “siate più umili e realisti o arriverà l’umiliazione della trojka, che è una cosa disgustosa e che vi renderebbe un governo semicoloniale”. Se ne deduce che qualsiasi deviazione, per quanto demagogica e populista, dal pensiero unico dominante, neoliberista, comporterebbe un intervento dei poteri forti transnazionali che renderebbero il governo di una repubblica democratica, fondata almeno formalmente sulla sovranità popolare, una semi-colonia. Il ricordo non può che tornare alla tragica vicenda della Grecia che, dopo aver eletto un governo presentatosi con un programma di rottura con le politiche di austerità e intenzionato a cominciare a far pagare la crisi a chi la ha effettivamente causata, il capitale finanziario, è stato “costretto” dalla trojka a riprendere la politica di lacrime e sangue nei confronti delle classi subalterne dei precedenti governi di centro-destra e di centro-sinistra.

Del resto l’alternativa all’umiliazione dell’intervento della trojka ce la ha offerta proprio la politica “umile e realista” del governo Monti, che si è limitato ad applicare le direttive della nota lettera inviata dalla Bce, a firma Draghi-Trichet, imponendo a sua volta una politica di austerità volta a scaricare gli effetti nefasti della crisi sui ceti sociali più deboli, anch’essa in sostanziale continuità con i precedenti governi di centro-destra e centro-sinistra, i cui rappresentanti del resto hanno pienamente sostenuto le politiche del governo Monti.

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la citta futura

Il Popolo “en Marx”

di Alba Vastano

Potere al Popolo riuscirà a ricostituire l’unità dei comunisti, se il progetto riuscirà ad assumere una connotazione prettamente e prevalentemente marxista

8f3e3c616d91a831ec66aed0a5288dd7 XLPotere al Popolo compie sei mesi, un tempo minimo per la costruzione di un soggetto politico nato in una notte e lanciato con un video dai giovani del collettivo Je so Pazzo. Solo sei mesi, ma vissuti intensamente con centinaia di assemblee in tutto il territorio nazionale. Un tempo frequentatissimo da molti orfani della sinistra radicale che hanno visto in Palp una chance da non perdere per tentare di ricostruire un movimento politico che viva di democrazia partecipata e diretta, che faccia finalmente ripartire un’opposizione di classe e popolare e che abbia le potenzialità per crescere e contrastare specularmente le altre forze politiche che ancora dominano il Paese, smantellando lo stato sociale.

A 200 anni dalla nascita del Moro di Treviri, nasce Potere al Popolo sotto la stella guida del grande filosofo della classe operaia, di colui che segnò lo spartiacque fra il capitalismo (i poteri dominanti) e il popolo sfruttato (il proletariato), a cui indicò la via per liberarsi dal potere che lo sfruttava. Indicò alle masse che si riconoscevano come poveri e sfruttati che il loro non era un destino cinico e baro e che la strada per uscirne c’era. Occorreva unirsi e capire chi era il nemico da combattere: il capitalismo.

Uno spettro si aggira per l’Europa, è lo spettro del comunismo… Tremino pure le classi dominanti davanti ad una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere in essa, fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i paesi unitevi” (apertura e chiusura del Manifest der Kommunistischen Partei - Karl Marx e Friedrich Engels).

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bandierarossa

Ma esiste veramente un futuro a sinistra?

di Riccardo Achilli

pittura moderna dettaglio 57750490Sono reduce dall’Assemblea annuale del Network per il Socialismo Europeo, il cui titolo, significativo, consisteva in un domanda: “C’è futuro per la sinistra in Italia?” Devo dire che, alle volte, le risposte più significative ai grandi quesiti derivano da impressioni e sensazioni, più che da complessi ragionamenti. E’ nel corpo vivo della militanza della politica che si colgono i segnali di consapevolezza della situazione e della capacità di riscossa, dopo le sconfitte storiche. Da questo punto di vista, la sensazione è quella di un mondo piuttosto cristallizzato su schemi tradizionali e speranze fideistiche. Nel suo intervento, Giovanni Paglia rimanda ad un imprecisato lungo periodo la speranza incrollabile di una rinascita della sinistra, poiché le contraddizioni del neo-capitalismo produrrebbero inevitabilmente, prima o poi, una nuova forza di sinistra. Si tratta evidentemente di un cascame di cultura politica otto-novecentesca, che positivisticamente attribuisce alla dinamica storica un avanzamento in senso progressivo, scaturente dalle contraddizioni intrinseche della struttura.

Quello che è evidente, invece, è che a protrarsi nel tempo, ed a rafforzarsi nelle fasi di ristrutturazione in senso regressivo del sistema, sono le istanze sottostanti le ragioni storiche della sinistra: la giustizia sociale, l’eguaglianza formale e sostanziale, la liberazione dallo sfruttamento e dall’alienazione dal modo di produzione. Ma non è affatto detto che tali istanza saranno, in futuro, rappresentate da una sinistra politica autonoma. Non è una disquisizione teorica.

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Quel che resta del giorno

di Alfonso Gianni

copertina 3La debacle elettorale della sinistra richiede un’analisi di fondo delle sue cause. Queste non risiedono solo negli ultimi mesi, ma hanno radici lontane. Affondano nella incapacità di fronteggiare in tutti i suoi aspetti l’offensiva neoliberista che ha cambiato il mondo. E ha cambiato l’antropologia e il modo di pensare. L’individualismo competitivo è penetrato nel profondo. La risposta non può essere solo sulla difensiva o puntiforme, ma deve avanzare un’idea di società e di modelli di vita alternativi. La sinistra radicale non ha saputo contrastare la sfida populista. E’ passata da una elezione all’altra non solo perdendo voti, ma cambiando ogni volta la loro composizione. Dimostrando una incapacità a trasformarli in partecipazione attiva e costante. Nello stesso tempo gli insediamenti sociali, quand’anche ci sono, non garantiscono nei tempi brevi i ritorni di voto attesi. Del resto il voto stesso cambia di senso nella postdemocrazia del maggioritario. Eppure le nuove figure del precariato creato dal capitalismo delle piattaforme indicano un campo di iniziativa da cui ripartire.

* * * *

Le elezioni del nostro scontento si sono inevitabilmente trasformate in quelle del nostro sconforto. Tale è lo stato d’animo generale – salvo qualche euforia di facciata del tutto fuor di luogo – che affligge la sinistra nel nostro paese. Ciò che ne resta, se resta. Una sinistra che non ha saputo acchiappare al volo una occasione probabilmente storica, certamente non da poco, rappresentata dalla sconfitta verticale del Pd. Una perdita di consensi e di credibilità, che la stessa sinistra - in questo caso anche quella interna al Pd che avrebbe poi dato vita alla scissione di Articolo1- Movimento Democratico e Progressista (Mdp) - aveva contribuito in maniera assolutamente determinante a fare maturare con l’esito del voto referendario del 4 dicembre del 2016.

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La nuova guerra civile europea

di Sandro Moiso

zad 5 300x260Oggi, 3 maggio 2018, mentre i media nazionali rispettosi soltanto dei vuoti rituali della politica guardano a ciò che avverrà nella direzione del PD, cade il venticinquesimo giorno dell’occupazione militare della ZAD di Notre Dame des Landes da parte dei mercenari in divisa da gendarmi dello Stato francese.

2500 agenti che da venticinque giorni, con ogni mezzo non necessario se non a ferire gravemente i corpi o a violentare i territori percorsi da autoblindo, ruspe e gru e a distruggere campi coltivati, boschi e abitazioni, cercano di cancellare dalla faccia della Francia, dell’Europa e della Terra ogni traccia di una delle nuove forme di civiltà e comunità umana che si è andata delineando negli ultimi decenni sui territori che la società Da Vinci e gli interessi del capitale avrebbero voluto trasformare in un secondo ed inutile aeroporto della città di Nantes.

Un’azione fino ad ora respinta valorosamente dagli occupanti e dalle migliaia di uomini e donne di ogni età e provenienza sociale che si sono recati là al solo fine di manifestare la loro solidarietà con quell’esperimento comunitario e di respingere ancora una volta, come nel 2012 con l’operazione César voluta all’epoca da Hollande allora fallita, le mire del capitale finanziario sul bocage e della repressione poliziesca nei confronti di un esperimento di società senza Stato, senza denaro, senza polizia, senza rappresentanza politica se non diretta dei suoi abitanti.

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Il partito comunista: di massa o di quadri?

di Alexander Hobel*

Intervento al dibattito sui tre fronti della lotta di classe di Roma, del 21 aprile 2018

ManifestoPartitoComunistaIn primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne della Rete dei comunisti per questa occasione di dibattito. È sempre utile confrontarsi su questioni di carattere strategico, liberi da urgenze, scadenze immediate, impegni contingenti.

Il mio intervento seguirà un po’ schematicamente la griglia delle questioni poste dai compagni della Rdc al centro di questa discussione.

 

1. Partiamo dunque dall’attualità o meno dell’idea di partito comunista di massa. Preliminarmente penso che occorra precisare che cosa intendiamo con questa formula, distinguendo tra la forma storicamente determinata di partito comunista di massa che abbiamo conosciuto nel nostro paese (il P.c.i.) e una impostazione più generale: quella di un partito radicato tra le masse, nei territori e nei luoghi di lavoro, in grado di partire dai loro bisogni e interessi materiali, di andare cioè al di là della semplice propaganda per fare leva su questioni concrete, partendo da queste ultime per portare le masse stesse dal terreno economico-rivendicativo su un terreno più generale, quello della politica. È la lezione del Che fare? di Lenin, della frazione e poi del partito bolscevico, che poi informò le linee di sviluppo suggerite ai partiti comunisti già nei primi congressi della Terza Internazionale, e poi nella fase dei fronti popolari: l’esortazione costante a non ridursi a piccole sette in grado di fare solo della propaganda, l’ambizione di fare politica (e la politica, per Lenin, iniziava dove agivano “milioni di uomini”) e a diventare, attraverso un lungo lavoro egemonico tra le masse lavoratrici, maggioritari al loro interno; maggioritari, ossia bolscevichi. In questo senso, mi pare che tale impostazione sia ancora valida e che dobbiamo essere consapevoli della nostra attuale condizione minoritaria senza rassegnarci ad essa, ma lavorando per superarla.

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Bloco de esquerda, Podemos, France Insoumise

Critica al programma di Lisbona

di Renato Caputo

Limiti e contraddizioni di un appello che si fatica a definire alternativo rispetto a DiEM25 e a chi punta a riformare le istituzioni europee

eea4518f1429f185be7035ff9652eb50 XLAnche se nelle elezioni per il parlamento europeo non è possibile presentare liste transnazionali, in questa direzione si muove esplicitamente dal 2016 DiEM25, ovvero Il Movimento per la democrazia in Europa 2025, lanciato dall’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, cui hanno aderito De Magistris e il movimento Generation S, lanciato dall’ex leader del partito socialista francese Hamon. A tale iniziativa hanno tentato di rispondere il 12 aprile il Bloco de Esquerda portoghese, France Insoumise di Mélenchon e gli spagnoli di Podemos lanciando a loro volta, anche in funzione delle elezioni europee previste per il prossimo anno un “movimento comune”. Come base programmatica le tre organizzazioni hanno steso una dichiarazione firmata a Lisbona.

Tale intento unitario è importante in particolare per France Insoumise e Podemos che non fanno parte del Partito della sinistra europea. D’altra parte il coordinamento a livello europeo di queste due forze risulta piuttosto complicato, dal momento che mentre Podemos mira a rappresentare una “alternativa democratica, popolare e in favore dei diritti umani e della sovranità popolare”, ma tutta interna al processo di unificazione europea, France Insoumise mira ad una “uscita concertata dai trattati europei” con il fine di rinegoziare nuove “regole”, ma al contempo, in caso di mancato successo di questo piano A, ha previsto un “piano B”, ossia la “uscita della Francia dai trattati europei”.

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Circa la ‘tentazione’ del populismo democratico

di Alessandro Visalli

La Folla Courtesy of TripheDi recente Michele Prospero, filosofo fortemente impegnato nella critica di leaderismo e populismo, in particolare negli anni che vanno dall’insorgere di Berlusconi a Renzi, passando per il M5S, ha scritto un interessante articolo su Il Manifesto (qui il testo) nel quale segnala la crisi del liberismo anglosassone ed anche, contemporaneamente sia del “liberismo a contaminazione populista”, di marca berlusconiana, sia del “neo-illuminismo europeo”, di marca prodiana. Distingue quindi in queste crisi l’emergere di un vuoto nel quale sono premiate quelle che chiama “chiusure, protezioni e illusioni comunitarie”.

L’articolo si muove chiaramente nell’orbita di LeU, che ne è il soggetto, il “progetto” cui fa riferimento nei primi righi è questo:

Che il voto non abbia premiato la sinistra è così evidente che non vale insistervi oltre. Invece di accanirsi in una metafisica della sconfitta o di trincerarsi in un silenzio che dura ormai da un mese, i dirigenti dovrebbero chiarire cosa fare del modesto bottino elettorale comunque ricevuto. Non ci vuole una disperata opera di contrizione per spiegare perché dal 6% raggiunto alcuni mesi prima alle regionali in Sicilia si è verificata alle politiche una perdita di almeno due punti che ha indebolito di molto il progetto.

Nel seguito immediato l’autore nomina le cause che hanno sottratto “quei decimali di consenso” che avrebbero ridotto la sconfitta elettorale. Questi sono:

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