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palermograd

Dagli scioperi delle donne a un nuovo movimento di classe

La terza ondata femminista

di Cinzia Arruzza

glasgowIl 23 ottobre scorso, migliaia di lavoratrici delle pulizie di Glasgow, hanno dato il via alla manifestazione sindacale per la parità salariale organizzata da PSI, Unison e GMB Union con un minuto di silenzio, in ricordo delle lavoratrici morte prima di poter vedere il giorno in cui al proprio lavoro venisse finalmente accordata la stessa dignità e lo stesso valore del lavoro dei propri colleghi uomini. In questo atto si esprimeva piena consapevolezza di una lunga storia fatta di umiliazioni grandi e piccole, di lavoro invisibile, non riconosciuto o sottopagato, di ingiustizie e meschinità, così come dell’enormità della sfida lanciata con lo sciopero delle donne. Parità salariale: un obiettivo ragionevole, quasi banale, e tuttavia così difficile da realizzare. A tal punto che il Forum economico mondialeha calcolato che – sulla base delle tendenze e dei dati attuali – ci vorranno almeno 217 anni perché si possa finalmente colmare il gap salariale tra donne e uomini a livello globale. Ammesso che il mondo sia ancora abitabile tra 217 anni.

Una settimana dopo lo sciopero e i picchetti di Glasgow, migliaia di lavoratrici e lavoratori di Google, da Tokyo a New York, hanno abbandonato le proprie scrivanie e postazioni e sono scesi in piazza a protestare in risposta a una serie di rivelazioni pubblicate dal New York Times, concernenti casi di molestie sessuali perpetrate da diversi manager del gigante hi-tech e tenute convenientemente sotto silenzio. Non a caso: Google, al pari di altri giganti dell’economia digitale come Facebook, indossa da anni la maschera del capitalismo progressista, quello che sfrutta, sì, ma senza far discriminazioni tra donne e uomini, trans e cis, gay ed etero, e anzi è contento di pagare i costi di congelamento degli ovuli e tecniche di riproduzione assistita. La protesta, tuttavia, non si è limitata alla denuncia dei casi di molestie sessuali sul lavoro, ma ha articolato una serie di rivendicazioni tra le quali spiccava la richiesta di protezioni e diritti sindacali.

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bandierarossa

A sinistra, ma contromano

di Norberto Fragiacomo

Appunti sparsi su un testo, quello di Fabrizio Marchi, da leggere per capire e imparare qualcosa di utile

81ftyLQuvKL. SY550 Confesso che mi sono accostato a ContromanoCritica dell’ideologia politicamente corretta con estrema curiosità e un tantino di diffidenza: la prima frutto della sincera stima che provo per l’autore, Fabrizio Marchi (uomo di vasta cultura oltre che piacevolissimo commensale), la seconda derivante dal fatto che sovente le raccolte di articoli o riflessioni mancano di unitarietà, sballottano il lettore a destra e a manca negandogli il legittimo piacere di raggiungere infine la meta.

Orbene, il testo ha fugato sin dalle pagine iniziali i miei timori, convincendomi e appassionandomi sempre più: nessuna frammentarietà, al contrario una lucida visione d’assieme che abbraccia ambiti apparentemente distanti ed estranei l’uno all’altro, svelando analogie spesso inquietanti, e riesce a tracciare grazie all’acutezza dell’osservatore un identikit realistico della società capitalista contemporanea. Un saggio vero e coerente, insomma, ma anche indigesto per chi seguita ad abbeverarsi alle fonti dell’informazione sistemica e, per credulità, superficialità o codardia intellettuale, persevera nel ritenere quest’obbrobrio quotidiano “il migliore dei mondi possibili”. Mi correggo: questa categoria di telespettatori giammai si confronterà con l’opera che ho davanti agli occhi e, se per puro caso vi s’imbattesse, la getterebbe lontano inorridita – meglio le favole che ci raccontano.

Su molte di quelle favole Marchi si sofferma, e lo fa affidandosi – oltre che a dati pubblici ma “invisibili” per una platea distratta – a un modo di ragionare rigoroso e serrato che non sente mai il bisogno di sbalordire il lettore con paroloni ed effetti speciali: “si accontenta” di prospettargli un’interpretazione controcorrente del reale.

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il rasoio di occam

Contro l’universalismo (debole) dei diritti umani

Appunti per una nuova “politica di classe” in Italia

di Lorenzo Cini e Niccolò Bertuzzi*

È utile mettere al centro del discorso politico l'individuo? E qual è il rapporto fra individuo e soggetti collettivi? Che ruolo svolgono le identità religiose e culturali nel processo di emancipazione? A partire dal saggio di Cinzia Sciuto, "Non c’è fede che tenga", gli autori propongono una disamina critica della teoria dei diritti umani, considerata un universalismo "falso e, soprattutto, dannoso", al quale contrappongono la necessità di una nuova politica di classe

DIRITTI UMANI 499Disclaimer. Questo è un articolo polemico. La polemica è rivolta a chi ancora oggi spaccia vecchie idee come nuove ricette nel dibattito politico sul come rilanciare la sinistra in Italia. Punto di partenza e spunto per la nostra riflessione è la ricezione complessivamente positiva che in questo dibattito sta avendo il libro di Cinzia Sciuto, Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli 2018), una disamina critica ben fondata e, per molti aspetti, condivisibile sull’adozione di approcci multiculturalisti in società multietniche (come potrebbe ben presto diventare la società italiana).

Tuttavia, il libro spesso acquisisce una vita propria e, con essa, anche il contenuto originario si rende indipendente, giungendo così a significare qualcosa di completamente diverso. Questo ci sembra precisamente il caso del volume sopracitato, la cui divulgazione in Italia ha suscitato un rilevante dibattito pubblico, sulla necessità di rimettere al centro del vocabolario progressista la politica dei diritti individuali. Nucleo centrale di questa tesi è la seguente proposizione: per portare avanti un nuovo e coraggioso progetto riformatore occorre rilanciare con forza la politica dei diritti umani. In particolare, diritti umani da contrapporre ad ogni forma di autorità e identità religiosa e culturale. Lo diciamo subito: a noi questo approccio non convince. Non ci sembra coraggioso e onestamente nemmeno efficace. Ma soprattutto non aggiunge nulla di innovativo nell’odierno scenario politico, incancrenitosi nella contrapposizione apparentemente alternativa tra “sovranisti” e “globalisti”. A nostro modo di vedere, la politica dei diritti individuali non solo non offre un’alternativa credibile, ma di fatto propone un punto di vista che può potenzialmente piacere, su vari aspetti, ad entrambe le fazioni. Più radicalmente, la retorica liberale dei diritti umani contribuisce a rafforzare la dicotomia conservatrice tra “nuovi” nazionalisti e “nuovi” liberali.

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roars

Scuola e lavoro: l’uomo filosofo e il gorilla ammaestrato

di Anna Angelucci

Gorilla ammaestratoMi convince molto l’affermazione con cui Roberto Ciccarelli, autore di Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, apre le sue riflessioni: “Siamo tutti in alternanza scuola lavoro. Non solo il milio­ne e mezzo di studenti delle scuole superiori obbligati a partecipare a un nuovo esperimento sociale, il più grande nella storia della scuo­la italiana”[1].

Siamo tutti in alternanza scuola lavoro: perché è altissima la percentuale di giovani e meno giovani, in Italia – diplomati, laureati, specializzati – che vivono in una condizione di precarietà professionale, che svolgono attività sottodimensionate rispetto alle proprie qualifiche e titoli di studio; lavori spesso occasionali o su richiesta, quasi sempre sottopagati e non di rado non remunerati, soprattutto quando si tratta di lavoro intellettuale, con rapporti a brevissimo termine (3 mesi la media), privi di tutele contrattuali nel presente e di prospettive di prosieguo nel futuro. E che nell’alternanza tra un lavoretto e un altro (un Mc Job e un Bullish Job, come efficacemente vengono definiti oggi lavori dequalificati o del tutto inconsistenti) continuano a collezionare esperienze formative potenzialmente spendibili nel mercato del lavoro: nella neolingua contemporanea si chiama ‘lifelong learning’, società dell’apprendimento costante, ma è una specie di giostra impazzita dell’accreditamento costante da cui non si può mai scendere.

Un milione e mezzo di studenti coinvolti in un massiccio esperimento sociale, davvero il più grande nella scuola italiana, di cui si possono mettere a fuoco i contorni e le implicazioni – in termini di cause e effetti – soltanto ampliando il contesto storico, economico, antropologico in cui si colloca questa gigantesca operazione biopolitica (per dirla con Foucault) o psicopolitica (per usare le parole del filosofo coreano Byung-Chul Han) di formazione dell’homo oeconomicus fin dai banchi di scuola, del soggetto auto-imprenditore, del battitore senza reti di protezione in competizione anche con se stesso, dell’essere umano come unità produttiva, dell’individuo, bambino e adolescente, configurato, psichicamente prima che professionalmente, come un’autopoietica start up.

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lavocedellelotte

Razzismo di Stato e Capitalismo

Django Renato intervista Iside Gjergji

L’attuale fase politica segnata dal governo Lega-5Stelle, un governo che ha il suo marchio di fabbrica nella manipolazione di temi reazionari e in primis del razzismo per coprire la sua sostanziale subalternità al grande capitale e all’UE capitalista, impone un approfondimento teorico e politico, necessario anche nella misura in cui l’opposizione legata all’associazionismo o alla “sinistra” tradizionale spesso non riesce ad andare oltre un astratto anti-razzismo (se non cede, addirittura, alla retorica del “controllo dell’immigrazione”). In questo solco, abbiamo intervistato Iside Gjergij, sociologa (attualmente tiene un corso alla Stanford University), ma soprattutto compagna, impegnata da tempo nello studio dei legami tra migrazioni, razzismo, politiche di Stato e capitalismo (qui sono disponibili alcuni suoi lavori). Giovedì la seconda parte dell’intervista

g0000009LVDL: Nel senso comune il razzismo è concepito come l’ “idea della superiorità biologica di una razza su un’altra”, come un fenomeno strettamente culturale, magari risultato del difficile incontro tra popoli, dell’ignoranza etc., dal quale possono al limite derivare determinate politiche statali. Sul piano storico invece il rapporto sembra ribaltato: il razzismo viene teorizzato per la prima volta quando gli europei entrano in contatto con i popoli indo-americani, la cui inferiorità è giustificata in quanto essi non basavano la propria convivenza sulle istituzioni che all’epoca si affermavano nel vecchio continente (agli albori dello sviluppo capitalistico): la proprietà privata e lo Stato territoriale. Anche oggi il rapporto Stato-Razzismo è più stretto di quanto appare; infatti autori come te non parlano mai di Razzismo in astratto, ma di Razzismo di Stato: potresti approfondire questo concetto?

ISIDE: C’è una frase, attribuita al poeta basco Miguel de Unamuno, che si ripete e diventa virale sui social ogniqualvolta vi è la necessità di comprendere e opporsi a un episodio razzista: «Il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando». Al di là delle intenzioni del poeta, la frase è storicamente falsa, oltre che fuorviante. Falsa perché il razzismo contemporaneo non ha a che fare, in primo luogo, con le credenze, l’ignoranza e l’alterità, e fuorviante perché, nascondendo le radici storico-materiali del razzismo contemporaneo ci indica, come piano di opposizione a esso, soltanto quello culturale. Il danno che ne deriva, da un punto di vista politico, è enorme.

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carmilla

Venaus, 17 e 18 novembre: da Flint a Flint passando per la Valsusa e il Salento

di Sandro Moiso

flint 1Non ho mai apprezzato particolarmente l’opera cinematografica di Michael Moore, ma mi pare che in occasione dell’incontro tra i movimenti che si terrà a Venaus in Valsusa il 17 e il 18 novembre, due dei suoi film, il primo e l’ultimo, possano costituire un ottimo punto di partenza e di arrivo per le riflessioni inerenti alle battaglie che attendono tutti coloro che, sempre più spesso, si contrappongono spontaneamente al modo di produzione corrente e alle sue malfamate “grandi opere”, in nome della difesa dell’ambiente, dei territori e dalla specie umana nel suo complesso.

Nel primo, Roger and Me (1989), sono ricostruite le vicende legate al licenziamento di 30.000 lavoratori dagli stabilimenti della General Motors della città di Flint, situata nel Michigan a poco più di cento chilometri da Detroit, le cui conseguenze hanno portato quella località ad essere, da insediamento industriale legato al ciclo dell’auto qual era, una delle città meno vivibili degli Stati Uniti, con conseguente crescita della criminalità e diminuzione del numero degli abitanti.

Nell’ultimo, Fahrenheit 11/9 (2018), all’interno della descrizione del processo di nazificazione della società americana dell’era Trump, Flint torna in scena sia per il dramma scatenatosi, ufficialmente a partire dal 2014, con l’inquinamento da piombo delle acque distribuite dall’acquedotto locale, sia per l’utilizzo del suo territorio (fabbriche dismesse e quartieri abbandonati tutt’altro che distanti da quelli ancora abitati) come luogo di esercitazione anti-guerriglia da parte dell’esercito americano, con l’utilizzo di armi, esplosivi ed autentiche tempeste di fuoco e di piombo scatenate dagli elicotteri d’assalto.

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tempofertile

Fabrizio Marchi, “Contromano”

di Alessandro Visalli

s l640L’interferenza” è una coraggiosa rivista on line di cui è direttore responsabile Fabrizio Marchi e che fa parte di una crescente e vivacissima area critica con lo stato delle cose presenti, in particolare con l’indirizzo del progetto europeo in quanto parte promotrice della destrutturazione che ci circonda.

In questo libro sono raccolti numerosi articoli usciti sulla rivista che si sviluppano intorno ad alcuni centri tematici ed una tesi-chiave che provo a rendere in questo modo: le varie versioni del ‘politicamente corretto’ sono l’ideologia funzionale allo stato della tecnica e di un modo di produzione che da lungo tempo ha dismesso i ferri vecchi della triade Dio-Stato-Famiglia.

Il punto di partenza dell’argomentazione del testo è che man mano che la società si è fatta “liquida”[1], almeno nel nostro occidente ‘sviluppato’, la centralità della “forma merce”[2] è diventata universale. Ciò che dunque serve all’autoriproduzione di questa società, ed in particolare del suo motore, la valorizzazione del capitale[3], è un umano ‘non sociale’[4], che viene in qualche modo messo a disposizione dalla ideologia del ‘politicamente corretto’[5] che in questo senso è ‘falsa coscienza’[6].

All’autoritarismo delle forme tradizionali si sovrappone e sostituisce, certo gradualmente, una forma sottile, ma più ferrea, di autoritarismo del mercato. In altre parole, la questione non è tanto del “plusvalore non pagato” o di appropriarsi del potere giuridico di disporre della proprietà privata, ma di ridefinire la “forma sociale del valore stesso”, ed il suo feticismo che mette in concorrenza tra di loro tutte le classi e gli individui entro esse, siano essi maschi o femmine.

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dinamopress

Freud e i processi collettivi

di Elvio Fachinelli

In due trascrizioni del 1989 di interventi televisivi per la sede Rai Bolzano, Fachinelli si confronta con il Freud che tratta dei processi collettivi tramite l’analisi della psicologia delle masse e il concetto di totem. Nel primo caso, si mette in evidenza il problema del rito, nel secondo si mostra l’inevitabilità della dissidenza verso la figura paterna 

giochi di bimbiIndividuo, società, religione

Quello dei rapporti tra individuo e società è certamente un problema molto complesso, che ha travagliato generazioni di studiosi e di filosofi e che ha trovato anche Freud in una situazione di interrogazione aperta. Proprio perché così complesso, infatti, non si può pensare che in Freud vi sia una soluzione univoca, valida una volta per tutte. Direi che, da questo punto di vista, si può parlare di una doppia versione freudiana dei rapporti individuo-società. La prima – la più diretta e immediata – vede in pratica nella società l’estensione e l’amplificazione di una serie di problematiche che hanno radice all’interno dell’individuo. In altri termini, nella società ci troveremmo di fronte a una serie di problemi che grosso modo ricalcano le vicende individuali del soggetto, soprattutto quelle infantili.

C’è poi una seconda versione, che in fondo risulta abbastanza isolata all’interno dell’opera freudiana, ma che, a mio parere e a parere anche di altri, è il punto forse più interessante della elaborazione di Freud. Si tratta di una tesi contenuta in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, un testo del 1921 in cui appare fondamentale la presenza dell’altro – l’altro inteso appunto come gli altri individui – all’interno del soggetto stesso, e ciò attraverso dei legami d’identificazione. Freud muove da un esame comparato del comportamento delle folle – delle masse potremmo dire oggi – e dei fenomeni dell’innamoramento e dell’ipnosi, trovando in atto, in tutti e tre i casi, un processo di sottomissione al volere dell’altro: il problema della società si configura così non come una semplice amplificazione dei problemi del soggetto individuale, ma in un certo senso come una situazione di mescolanza, se non di capovolgimento, in cui il soggetto individuale è già intrinsecamente, all’origine, connesso al suo gruppo sociale, alle sue appartenenze esterne.

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contropiano2

Sulla mia pelle: un Cristo contemporaneo tra Kafka e Pasolini

di Vincenzo Morvillo

cucchiborghiLa delinquenza – come anche, con essa, la tossicodipendenza – e la marginalità, la miseria, l’indigenza che spesso le determinano, all’interno di una società capitalistica e sviluppata, sono produttive. Producono cioè l’intero sistema legale, il conseguente apparato di sorveglianza e punizione (per rimandare a Foucault), nonché l’indotto complessivo, in termini culturali, sociali e repressivi. Ma, soprattutto, fanno comodo ai padroni.

«I padroni si servono della delinquenza: additando al disprezzo delle masse – servendosi dei loro giornali – i poveracci, i manovali del furto, quegli sbandati che, con la loro dottrina, hanno instradato al crimine. Si rifanno così una verginità, e abituano la gente a pensare che le uniche rapine, estorsioni, furti, omicidi, sono quelli fatti da questi disperati “pistola in pugno”, e non quelli che ogni giorno commettono (lor signori, ndr), con lo sfruttamento. Preparano l’opinione pubblica alla polizia che spara e uccide, condannando a morte senza processo, dietro il comodo paravento della “difesa della tranquillità dei cittadini”».

E ancora:

«Il carcere è forse l’aspetto più evidente dello scopo di uccidere che si pone il capitalismo. È sempre stato usato per ricattare, spaventare, tenere sottomesso il popolo, e dove l’intimidazione non bastava, è servito per torturare, ridurre a larve umane, uccidere lentamente e legalmente, tutte le volte che i padroni non avevano la forza o il coraggio di fucilare o massacrare nelle piazze tutti quelli che non accettavano passivamente lo sfruttamento e la miseria».

E infine:

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Coordinamenta2

Nodi irrisolti

di Elisabetta Teghil

2007-2017/ dieci anni di femminismo ovvero come il femminismo si è consegnato nelle mani del nemico

nodi irrisolti 1Il femminismo è di gran moda. Se ne fa un gran parlare, non c’è canale televisivo, quotidiano, rivista, sede istituzionale o paraistituzionale che non parli di femminicidio, che non nomini la violenza sulle donne, da quella sessuale agli abusi sul lavoro, dalla necessità delle quote di rappresentanza femminili, di qua o di là, alla disparità di trattamento economico e via discorrendo. Si vendono le cuffie con le orecchie rosa, le borse con il simbolo di genere perfino nei mercatini rionali. Detto così sembrerebbe un gran bene. Invece il “femminismo” che va per la maggiore, svuotato di ogni valenza antagonista e liberatoria, diventato merce e strumento delle logiche di dominio, sta portando ai resti il femminismo tutto.

E’ stato un lungo percorso che si è dipanato dalla fine degli anni’70 fino ad oggi e nella deriva a cui siamo giunte ha una parte importantissima la scelta politica di non affrontare e risolvere alcuni nodi fondanti: la sorellanza, l’emancipazione, la trasversalità, l’interclassismo, il conflitto.

Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 le donne hanno scoperto di essere tutte sorelle nella consapevolezza della comune oppressione. Non più un problema femminile, dunque, di cui tutti quelli che avevano a cuore una società migliore avrebbero dovuto e voluto occuparsi, non più una carenza di attenzione e di diritti a cui la società avrebbe dovuto porre rimedio, bensì una questione strettamente legata ad un modello socio-economico, il patriarcato, assunto e affinato dalla società del capitale, che prevedeva ruoli sessuati precisi, gerarchicamente impostati, in cui il maschile veniva costruito come dominante e il femminile dominato per una resa ottimale degli individui messi al lavoro in una divisione precisa dei compiti e con uno sfruttamento differenziato e gerarchico.

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carmilla

Rapporto su una guerra già da lungo tempo in atto

di Sandro Moiso

notap 599x557Tra il 5 e il 7 ottobre si è svolto nel Salento un workshop internazionale dal titolo “Policing extractivism: security, accumulation, pacification”, già precedentemente annunciato su Carmilla (qui). Nata dalla collaborazione tra il Movimento No Tap, il Transnational Institute, l’Associazione Bianca Guidetti Serra – Puglia e l’Università del Salento-Cedeuam, l’iniziativa, chiusasi con un’assemblea popolare a Melendugno nel pomeriggio di domenica 7 ottobre, ha visto la partecipazione di accademici, rappresentanti di vari movimenti in difesa dei territori sconvolti dallo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie o agricole oppure da grandi opere inutili e dannose e di organizzazioni internazionali che si battono in difesa della Terra e dei diritti dei popoli che la abitano, che hanno dato vita e corpo ad un programma e a un dibattito intenso e mai scontato.

L’attività del workshop, che è stata preceduta il 4 ottobre da una visita al cantiere di San Basilio da parte di una folta delegazione internazionale, ha visto rappresentato al proprio interno gran parte del mondo occidentale, considerato che sia gli accademici che i militanti dei movimenti e delle differenti organizzazioni (tutte rigorosamente apartitiche) provenivano dall’Italia, dalla Francia, dal Regno Unito, dall’Olanda, dal Canada, dagli Stati Uniti, dal Perù e dall’Argentina e, pur con le dovute differenze e specificità locali e nazionali, ha potuto dare vita ad un confronto sui temi dell’estrattivismo inteso come sfruttamento sia agricolo che speculativo dei suoli sia, ancora, come estrazione vera e propria di ricchezza dall’uso dei sottosuoli tramite l’estrazione di materie prime (gas e petrolio in primis), mettendo costantemente in luce come tale accaparramento privato delle ricchezze così prodotte non solo vada a colpire economicamente le comunità interessate, ma anche, e forse in maniera ancora più dannosa, l’ambiente e il futuro delle stesse, locali o nazionali che esse siano.

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idiavoli

Contro la trappola della rassegnazione

Leggere e rileggere Luca Rastello

di Paolo Ortelli

immagine art rastello 1Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo, post mortem. Lo conoscevano in pochi, forse perché era mosso dall’amore per la verità e aveva uno spirito avverso a ogni conformismo e, quindi, alle logiche da cui dipende la visibilità mediatica. Ha vissuto molte vite – giornalista culturale, reporter, analista politico, viaggiatore, narratore, filosofo, redattore, operatore solidale– e ogni volta ha saputo reinventare sé stesso. Ha lottato fino alla fine contro la sua malattia, e lo ha saputo raccontare in maniera per niente retorica nel suo ultimo libro (pubblicato postumo, nel terzo anniversario della sua morte avvenuta nel 2015) “Dopodomani non ci sarà”, romanzo che si presenta più come un laboratorio di scrittura, una miniera di riflessioni filosofiche e politiche, spiazzanti e memorabili. Figura complessa, irriducibile e da riscoprire per i più, l’opera di Rastello rappresenta un prisma formidabile attraverso cui guardare il presente e per «non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione»

* * * *

Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo – post mortem. Le parole che, per esempio, hanno speso per lui intellettuali come Goffredo Fofi, Nicola Lagioia, Alessandro Baricco, Roberto Saviano, Walter Siti, Wu Ming, Giorgio Vasta, si riservano solo ai grandi del pensiero e della letteratura.

Non è un caso che Un passo più in là, documentario sulla sua vita trasmesso da RaiStoria, inizi con una domanda: «Perché erano così in pochi a conoscerlo?». E si potrebbe aggiungere: perché soltanto dopo la sua morte, avvenuta il 6 luglio 2015, è diventato un “mito” letterario?

Lo conoscevano in pochi perché Luca Rastello era mosso dall’amore per la verità (anzi, per le tante verità possibili), da una sconfinata curiosità e un senso purissimo della giustizia; aveva uno spirito inflessibilmente critico e perciò avverso a ogni conformismo, alle orazioni civili e alle logiche markettare da cui dipende la visibilità mediatica.
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ottobre

Infrastruttura 5G e Huawei, tra guerra e de-globalizzazione

di .manproject

china cyberIl 9 settembre alla Fiera del Levante il Ministro Di Maio ha assistito all’accensione, sostanzialmente una demo con la presentazione di alcune future applicazioni, della prima antenna a standard 5G prodotta dal colosso cinese Huawei, presente all’evento anche il management di TIM e Fastweb. Il 28 settembre all’interno di un’attività di lobbying altrimenti usuale, ma in questo caso di alto profilo e di una certa risonanza, presso la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari, lo stesso Ministro in compagnia di altri esponenti del Governo e del Sindaco Virginia Raggi hanno assistito allo Huawei 5G summit. Nel periodo tra i due eventi, verso la metà di settembre, il primo lotto di frequenze 5G (700MHz) è stato assegnato agli operatori, il 2 ottobre si è conclusa anche l’asta per gli altri lotti (3700Mhz e 26GHz).

Il posizionamento italiano di Huawei nel settore delle telecomunicazioni 5G ha tuttavia destato critiche e allerta da più parti. Analisti geopolitici come Germano Dottori, l’economista nonché primo ministro gialloverde in pectore durante le consultazioni successive al 4 marzo Giulio Sapelli e soprattutto l’intelligence statunitense, la quale ha messo in guardia il Copasir contro la penetrazione di Huawei nelle infrastrutture 5G, il quale Copasir ha conseguentemente convocato Di Maio per riferire nelle prossime settimane. Il punto sollevato è quello della sicurezza dei dati oggetto di presunte o possibili azioni di spionaggio da parte del Governo Cinese: a questo proposito è bene fare chiarezza su alcuni punti.

Seppure le tecnologie Huawei venissero adottate massivamente, i cinesi non avrebbero formalmente nessun accesso ai dati degli utenti italiani che sono, entro i termini di legge, gestibili e visibili direttamente soltanto dall’operatore di telecomunicazioni che acquista le frequenze ed eroga il servizio.

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paroleecose

Un altro mondo è impossibile

di Lorenzo Marchese

Appunti su fantastico e utopia a partire da The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir 4L’evoluzione del pensiero è oggi tale, che ogni passo verso la realizzazione di forme nuove sarà un passo per uscire dal vecchio mondo. Uscire! Ma dove andare? Che cosa c’è, di là dal muro? Un senso di orrore vi prende … il vuoto, lo spazio, la libertà … Come procedere senza saper dove? Come perdere ciò che si ha senza capire che cosa si acquista?[1]

1.

La raccolta di saggi The Weird and the Eerie di Mark Fisher (da poco uscita in italiano per una bella edizione Minimum Fax)[2] si propone fin dall’Introduzione un approccio inconsueto alla categoria del fantastico. Il sottotitolo dell’Introduzione, Weird e Eerie (oltre l’Unheimlich), inquadra il concetto di “strano” (trait d’union di due categorie contigue ma non sovrapponibili come weird e eerie) rifiutandone un’esclusiva accezione terrorizzante e distruttiva. Fisher chiarisce subito:

Il fascino di weird e eerie non è sintetizzabile nell’idea che «ricaviamo piacere da ciò che ci spaventa». Ha piuttosto a che vedere con l’attrazione per l’esterno, per ciò che sta al di là della percezione, della conoscenza e dell’esperienza comune. Quest’attrazione comporta di solito una certa dose d’inquietudine, magari anche timore – ma sarebbe sbagliato sostenere che weird e eerie siano per forza spaventosi […] L’esterno ci mette a disposizione un’abbondante dose di terrori. Ma questi terrori non esauriscono tutto ciò che c’è da dire sull’esterno. (p. 8)

Ciò che Freud ha chiamato Unheimlich (tradotto solitamente in italiano come «perturbante») esprime «il modo in cui il mondo domestico non coincide con se stesso» (p. 9). Per Freud, entra in azione «quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato, e via di questo passo»[3].

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noirestiamo

I giovani, una questione non solo giovanile

di Noi Restiamo

Introduzione a Giovani a sud della crisi, a cura di Noi Restiamo e Contropiano

allegato 1 Immagine per articoloSono ormai dieci anni che qualunque testo di politica, sociologia o economia, deve necessariamente includere nelle prime righe dell’introduzione il conteggio degli anni di crisi. Dieci anni in cui ogni analisi è stata necessariamente mossa alla luce di una crisi «sistemica» del capitalismo, un periodo di recessione pari solo a quello del 1929 o seguito alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale; dieci anni che hanno visto crolli bancari, la crisi dei mutui e la gente buttata fuori dalle proprie case, l’aumento senza precedenti della disuguaglianza, il risorgere della povertà assoluta nei paesi «sviluppati» dell’Occidente, la fine del sogno della «convergenza» tra i paesi europei più ricchi e quelli più poveri. E per fare fronte a tutto questo i governi hanno risposto con politiche che hanno ulteriormente sviluppato questi problemi: austerità, tagli allo stato sociale, dalla scuola alla sanità alle pensioni, precarizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico.

Se da un lato la situazione socio-economica rimane drammatica per larghe fasce dei settori popolari, non si può non notare come l’economia europea stia entrando in una fase diversa, benché molto instabile. Anche i paesi che hanno sofferto maggiormente cominciano a mostrare segni di ripresa. Fra i paesi mediterranei Spagna e Portogallo mostrano in particolare segni di dinamismo, ma addirittura l’Italia ha cominciato a mostrare dei timidi segnali di ripresa. Per conto suo la Grecia ha appena visto i funzionari della Troika andarsene dopo un vero e proprio commissariamento durato otto anni, benché rimanga legata ai pesanti vincoli post-memorandum.

Finita la crisi usciamo dunque finalmente dall’incubo? Stiamo veramente vedendo «la luce in fondo al tunnel»? Se alcuni indicatori (il PIL, l’occupazione, gli investimenti…) stanno tornando faticosamente ai livelli pre-crisi, la società non è tornata a essere quella del 2007, così come non sono uguali i rapporti economici e di produzione, la situazione geopolitica e le alleanze internazionali.