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ist onoratodamen

2050, una pessima annata

di Egidio Zaccaria

pessima annataIl filosofo tedesco aveva ragione: pensare solo a sé equivale ad un non pensarci affatto[1]. Potrebbe essere questo il pensiero dell’uomo seduto, ben vestito, ormai rassegnato e solo, a braccia conserte ed in maschera a gas. La sua insana passione per il gioco d’azzardo gli ha tirato un brutto scherzo. Non sappiamo cosa pensasse del mondo ma è certamente assuefatto dalla narrazione che prospettava il 2050 come un anno su cui scommettere. È ostinato, fisso dinanzi ad un televisore in rottami, continua ad osservare quella schizofrenica mano di poker dove tutti i giocatori al tavolo sono costretti a rilanciare, rimandare al futuro, per restare in partita anche quando le proprie carte valgono niente. Avrebbe fatto meglio a pensare alla sorti di altri esseri umani, avrebbe potuto capire che dietro quel continuo rilancio si nascondeva un bluff per tirare a campare con altri tre decenni di barbarie capitalista ma possiamo fargliene una colpa?

“Si stima che nel 2050”, questo è l’incipit più di moda degli ultimi anni. Recente è la pubblicazione - televisiva - dei dati OMS[2] sulla Antibioticoresistenza ma se ne discute da tempo. Così su Repubblica nel novembre 2017:

«Un preoccupante futuro post-antibiotico. Si stima che nel 2050 una persona ogni 3 secondi possa morire a causa di un'infezione multiresistente agli antibiotici [..] "futuro 'post-antibiotico' nel quale potremmo non essere più in grado di effettuare interventi chirurgici importanti”, ha spiegato Vytenis Andriukaitis[3].

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idiavoli

Oltre Cambridge Analytica

di I Diavoli

Pillola blu (pt. 1)

Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg di un sistema ben più complesso. È un problema politico. Non è solo Google. O Cambridge Analytica, o Facebook. È Amazon. È Uber. È Angry Birds. È il surveillance capitalism, fondato sull’estrazione dei dati personali

capitalismo estrattivo“Information is power. But like all power,
there are those who want to keep it for themselves”.
Aaron Swartz

Kuala Lumpur, San Paolo, Reykjavík, Pechino, Washington, Abuja, Riad.
Le antiche ley line psicogeografiche, i sentieri viventi della terra che collegavano Stonehenge, le piramidi egizie, le ziqqurat precolombiane dell’America Latina, l’Isola di Pasqua e la Grande Muraglia cinese, sono sostituite da immensi cavi di fibra ottica.

Una quantità incalcolabile di dati viaggia sulla rete che attraversa il globo terrestre alla velocità di centinaia di megabyte per secondo.
Il pianeta si surriscalda. Tonnellate di acqua sono utilizzate in ogni istante per raffreddare gli immensi server che immagazzinano dati a ciclo continuo.

Tutto si crea. Nulla si distrugge.

Ogni dato personale è conservato e catalogato in maniera certosina.
La storia di ogni singolo individuo nel tardo capitalismo è racchiusa in una manciata di gigabyte, gelosamente custoditi da compagnie private con ramificazioni negli apparati governativi, negli eserciti e nei contractor privati. Ben oltre Cambridge Analytica.

Tornato prepotentemente sulle prime pagine dopo l’intervista rilasciata dal presunto whistleblower Christopher Wylie su The Guardian del 18 marzo, il suo nome è il velo di Maya che cela il paesaggio del reale a tinte ancor più fosche.

È la pillola blu di Matrix.

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paroleecose 

Guerre spaziali

di Mario Pezzella

conf wisnik 1024x710 1024x7101. Nei saggi raccolti in Spazio e politica. Il diritto alla città II (Ombre corte 2018)[1], Henri Lefebvre descrive lo spazio come prodotto sociale. Esso non è una forma a priori neutrale o un trascendentale sempre uguale a se stesso: si incurva secondo le linee divisorie della lotta di classe e dei rapporti di potere dominanti, che ne determinano la relatività e la mutevolezza. Non si producono “cose nello spazio”, ma lo spazio stesso, entro cui esse poi assumono configurazione concreta. Il capitalismo novecentesco ha interamente colonizzato lo spazio esistente, in funzione della produzione, circolazione e fantasmagoria delle merci. Anche il tempo acquisisce un valore, dipendente dalla rapidità con cui le distanze sono percorse, che determina la percezione della sua durata rapida o lenta. L’esaltazione della velocità si esaspera fino alla virtuale cancellazione della differenza dei luoghi in una ideale simultaneità sincronica. La distanza tende a divenire un algoritmo mentale ed astratto.

Lo spazio costruito dal capitale negli ultimi decenni del Novecento cancella la distinzione fra tempo di lavoro e tempo di vita, uniformati in un unico tempo produttivo. Non si tratta più solo di riprodurre i mezzi, ma anche i rapporti di produzione: questa “si realizza nella quotidianità, nel tempo libero e nella cultura… attraverso l’intero spazio” (46).

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chefare

Il pluralismo di piattaforma

Un modello “conviviale” di economia politica delle piattaforme?

di Tiziano Bonini

Schermata 2018 04 02 alle 16.57.24Per un po’ di giorni, grazie al lavoro di decine di giornalisti investigativi del Guardian, la storia dei dati degli utenti di Facebook finiti nelle mani di Cambridge Analytica ha occupato l’agenda dei media internazionali.

Ma ora che ne sappiamo un po’ di più, dovremmo chiederci qual è il cuore di questa storia. Per cosa, come cittadini e utenti di Facebook, dovremmo indignarci e protestare? Qual è il punto della vicenda?

Non ci piace che un governo straniero abbia avuto accesso ai dati di milioni di utenti americani di Facebook? Non ci piace che gli spin doctor di Trump (Bannon) abbiano avuto accesso a questi dati? Non ci piace che Facebook non sia stata capace di proteggere la privacy dei propri utenti, come scritto nella sua licenza d’uso? Il problema è chi ha fatto uso di questi dati, o il fatto che questi dati siano stati utilizzati per fini di propaganda?

Perché nel primo caso, anche Obama ha fatto uso di questi dati. Come riporta un bell’articolo di Slate, “la campagna di Obama del 2012 ha utilizzato gli stessi tipi di dati ai quali Cambridge Analytica ha avuto accesso. Obama è stato capace di “targetizzare” gli elettori e i potenziali sostenitori utilizzando software che funzionavano al di fuori di Facebook e che si nutrivano di dati Facebook. Era un problema allora. È un problema ora.

Ma nel 2012, la storia di Obama era una storia di speranza, e i modi tecnologicamente avanzati della sua campagna erano oggetto di ammirazione”.

Se Obama usa questi dati va bene e se invece lo fanno Bannon, Trump o Putin non va bene?

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tempofertile

Il cespuglio inestricabile: la questione delle migrazioni

di Alessandro Visalli

8ada8b01a991faf3f98f4a7470382ef6 LUn urbanista americano attivo dagli anni cinquanta ai primi ottanta, Kevin Lynch, in “Good city form” del 1981 descriveva i processi decisionali, ad esempio quelli coinvolti nelle dinamiche territoriali, come un intreccio di catene, o sequenze, di inferenze e atti che mettono in connessione situazioni, valori e obiettivi; ma “le parti inferiori di tali catene sono sommerse nell’abitudine, mentre quelle superiori si perdono tra le nuvole, per essere rivelate solo in occasioni retoriche”, inoltre e quel che più conta, “catene differenti si mescolano e si separano in modi confusi, sicché le singole azioni derivano da molti valori e hanno conseguenze molteplici, che a loro volta sono collegabili ad altre fonti di valore. Il risultato è un cespuglio [thicklet] piuttosto che una catena, o più esattamente un cespuglio le cui radici e i cui rami si intersecano e si innestano gli uni negli altri” (cit, in. V. Andriello, La Forma dell’esperienza, 1997, p.74).

 

Premessa

Questo cespuglio inestricabile di questioni, tra le abitudini e le nuvole degli alti principi, che mobilita contemporaneamente tanti piani diversi e porta in campo problemi enormi, lo affronteremo qui in quattro passi: in primo luogo conviene fare mente locale ad alcuni sfondi ed alcuni dibattiti, almeno per situare le posizioni, si renderà necessario aprire qualche inciso sulla logica imperiale della costruzione europea a guida nordica e sulla “tecnica dei capponi”; in secondo luogo proveremo a riconfigurare il problema delle migrazioni in un quadro più ampio; in terzo luogo verrà proposto uno schema analitico che scompone il fenomeno delle migrazioni negli effetti di due “economie politiche” reciprocamente interconnesse; nelle conclusioni si prova ad indicare il campo di battaglia vasto nel quale si dovrebbe combattere.

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valigiablu

Siete pronti? Questi sono i vostri dati che i giornali online vendono sul mercato digitale

di Tommaso Tani

computer 1245714 1920 990x510I fatti a cui abbiamo assistito ultimamente suonano – almeno nei titoli delle grandi testate - con toni apocalittici, raggiungendo un livello di distopia da far sembrare 1984 un libro per bambini. Non serve riportare né i fatti né tanto meno le successive analisi – un link all'articolo di Fabio Chiusi è sufficiente per aggiornarvi su tutto. Lo scopo di questo altro pezzo invece è capire se davvero Facebook e Cambridge Analytica abbiano rappresentato l’alleanza malvagia che dal 2014 ci spia e ci manipola. In altre parole, il problema di tutto ciò è il social network di Zuckeberg? Se non ne abbiamo mai fatto parte, possiamo essere al sicuro?

La risposta, per almeno due motivi, è ovviamente no. In primis, perché, con la complicità di chiunque gestisca un sito internet, Facebook ci segue e ci studia anche se non ne facciamo parte. Ogni volta che infatti vedete un bottone blu con “Like”, potete stare certi che siete, in diversa misura ovviamente di volta in volta, tracciati dal colosso americano. Quel pulsante infatti carica del codice all’interno della pagina che gli permette di studiare i vostri dati navigazione e il vostro profilo. Da giugno 2014 infatti, Facebook raccoglie informazioni tramite quel piccolo pulsante, che ci facciate click sopra, che siate loggati o meno, poco conta.

Il secondo motivo per il quale escludendo Facebook dal gioco non potete vivere a pieno la vostra privacy è che quasi tutti i siti web più grandi su cui navigate replicano, su scala diversa ma non troppo, la facilità con cui il social network, fino al 2015, faceva fluire i dati verso soggetti terzi. E, ironia della sorte, uno dei business che più trae giovamento da questa fluidità e spensieratezza di condivisione è il settore editoriale.

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ponsimor

Il «diritto di emigrare»: come la forza del diritto è il diritto della forza

di Dante Lepore

4b3818ddec4b03dda01c8ca8809f7423Quando si entra nel campo dell’onnipotente sacralità inviolabile della legge, della sua natura e del fondamento del diritto, sembra quasi che i principi più elementari della legislazione, del costituzionalismo e delle istituzioni giuridiche in genere, sbandierati come eterni, sacri e immutabili, siano appannaggio universale, se non esclusivo, della tradizione liberale (termine immemore della sua ascendenza autoritaria e ghigliottinarda), nonché della democrazia moderna, a sua volta erede compiaciuta della tradizione liberale come di quella della polis greca più antica da Pisistrato a Pericle ateniese (a dispetto della schiavitù, componente integrante delle sue istituzioni). Modi e forme, questi, atti a magnificare la civiltà occidentale in quanto retta dalle leggi che, nella loro apparente universalità, sarebbero uguali per tutti, più delicate e paciose della restanti forme dispotiche, violente, brutali nella sottomissione dell’altrui volontà, o in preda alla legge della giungla, alla barbarie, ossia a quella condizione in cui ciò che si conquista o si ottiene lo si ottiene appunto con la forza bruta esercitata sulla comunità o semplicemente a detrimento di altri. Ma gli orpelli della civiltà, con i suoi codici civili e le sue leggi, non possono più oggi celare il lato diabolico di questa ostentata sacralità, il fatto che quelli che persino i lavoratori più sindacalizzati invocano come diritti costanti o come rispetto della dignità sono solo il risultato di lotte dure, senza esclusione di colpi, di uso della forza. Viceversa la forza della legge (ius, da iubeo= comando) non è che il risultato di un potere conseguito con coercizione, ricatto o con una violenza fisica originaria, spesso cinica, prepotente e cieca.

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labottegadelbarbieri

Olimpiadi 2026 a Torino? Olimpiadi dello spreco e dell’inganno

di Maurizio Pagliassotti

Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché): le narrazioni tossiche (con “Beppe che telefona in diretta”) e la sindrome di Re Mida

olimpiadi torino 2006«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»

Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.

Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.

Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.

La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:

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globalproject

Decoro, biopotere e nuove forme di governamentalità

Ettore Casellato intervista Carmen Pisanello

CLEANERCarmen Pisanello, col suo libro In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie (Ombrecorte 2017), indaga la nascita, gli scopi e le articolazioni della retorica securitaria, evidenziando il ruolo che i social media hanno e hanno avuto nella creazione dell’immaginario della paura. Pubblichiamo qui un’intervista fatta da Ettore Casellato (attivista del centro sociale Django di Treviso) a margine della presentazione del suo saggio avvenuta il 25 febbraio al Django. Il suo libro e questa intervista possono essere un buon strumento di analisi di quei dispositivi estetici che, come dimostrano i Decreti Minniti o le ordinanze di approvazione del Daspo Urbano, sono divenuti l’agenda politica di tutto il corpo politico italiano. Carmen Pisanello fotografa secondo me un elemento importante. Nell'imporsi della retorica securitaria agisce un principio d’individualizzazione molto pericoloso, quello per cui la governamentalità cerca di separare e isolare gli individui e i luoghi. Così, lo straniero è diverso dall'italiano, il senza fissa dimora dal borghese e conseguentemente sono diversi i luoghi (ex)pubblici a cui possono avere accesso. Questo principio, oltre a facilitare la “normalizzazione” delle persone, minaccia fortemente la socialità, l’aggregazione e le comunità, che sono la base di qualsiasi percorso di lotta e rivendicazione. È un’idea chiaramente fascista di intendere la città e i luoghi pubblici, più o meno esplicitamente nascosta dietro le campagne sul degrado e il decoro.

* * * *

Nel primo capitolo del tuo libro individui nella retorica della difesa e della sicurezza la soluzione che la classe politica fornisce alla complessità della contemporaneità. Ci puoi spiegare come nasce questa retorica e quale ruolo hanno avuto i social media nella sua costruzione?

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sinistra

Il "socialismo" eclettico e piccolo-borghese di Alessandro Visalli

Postille a una controreplica

di Eros Barone

11822807 100221In questa risposta alla controreplica di Alessandro Visalli concernente la mia critica al suo articolo sui fatti di Macerata1 , procederò isolando le frasi in cui egli concentra la sua anticritica e cercherò di contribuire sia ad una migliore conoscenza del modo in cui si pone il problema dell’immigrazione in un contesto imperialistico sia ad una conseguente pratica internazionalista del movimento di classe sia, ‘last but not least’, alla formazione teorica delle nuove generazioni di militanti comunisti. Va da sé che ringrazio Visalli per aver dedicato grande attenzione alle critiche che io e Mario Galati abbiamo avanzato nei confronti della sua analisi, del suo apparato categoriale e delle sue conclusioni, che però differiscono in notevole misura dalla teoria marxista e dal materialismo storico.

Visalli, riferendosi alla questione dell’ortodossia, scrive quanto segue:

Ovviamente confermo di buon grado la sua [di Eros Barone] ortodossia e confesso, il capo cosparso di cenere, la mia cultura borghese. Ciò detto, amico mio e compagno (scusa), credo anche io che il socialismo sia la soluzione.

La questione dell’ortodossia, come ha chiarito correttamente György Lukács, riguarda il metodo e i princìpi, ragione per cui è legittimo che Marx abbia cambiato idea su questa o quella questione (ad esempio, sulla Comune di Parigi, sulla democrazia borghese o sulla possibilità di una conquista pacifica del potere politico), mentre è incontrovertibile che non ha mai cambiato idea su questioni di principio concernenti i fondamenti della teoria e della metodologia del materialismo storico e del socialismo scientifico.

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effimera 

Neuropaesaggi digitali

Rizosfera intervista Tony D. Sampson

Questo articolo esce anche sul sito di Obsolete Capitalism, che ringraziamo

thumb678Partiamo dal tuo primo libro pubblicato nel 2009, The Spam Book da te curato in collaborazione con Jussi Parikka. Si tratta di una antologia che riunisce diversi autori che si cimentano, come recita il sottotitolo, con ‘la faccia oscura della tecnologia’. Perché sentivi l’impellenza di indagare, al tuo debutto come autore e curatore, il lato malvagio della cultura digitale? Lo spam vissuto come intruso, eccesso, minaccia, anomalia – ma anche come opportunità. Lì incontri il virus, cioè il paradigma della ‘devianza elettronica’ che dal 2009 in poi, accompagna spesso il tuo itinerario di ricerca…

Ricordo che io e Jussi immaginavamo, scherzando, The Spam Book come un’antitesi di Road Ahead di Bill Gates, ma la nostra prospettiva del lato oscuro non era tanto quella di un lato negativo e «malvagio». Ci siamo focalizzati su oggetti digitali che altrimenti erano oscurati dai discorsi sulla sicurezza e sul panico epidemiologico che li rendevano «malvagi». Dunque la nostra introduzione, in realtà, mirava a sfidare questa discorsività degli oggetti malvagi; questi sono oggetti anomali ed eventi che sembrano turbare le norme dei network corporate. Stavamo cercando anche di allontanarci dalla sintassi linguistica del virus biologico, che ha definito al tempo gran parte del dibattito sul contagio digitale, intrappolando l’anomalia digitale nella metafora biologica dell’epidemiologia e del neo-darwinismo.

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blackblog

Intelligenza Artificiale e Capitale

di Tomasz Konicz

Nella Singolarità attesa con ansia alla Silicon Valley, emerge il soggetto automatico

AI GO4"Quello a cui stai giocando, può arrivare al 2° livello?"
(Nick Land)

L'umanità, è pronta a servire devotamente i robot, che ben presto saranno fra noi? Questa domanda, che spesso appare nei prodotti-spazzatura dell'industria culturale, potrebbe ben presto diventare abbastanza reale, secondo quella che è l'opinione di molti critici della ricerca sull'Intelligenza Artificiale (AI). Nel caso che i robot volessero ancora governare l'umanità -  e non decidessero di volersi liberare rapidamente di questi irritanti "sacchi di carne", facendo uno spietato remake del film Terminator.

Le voci che ci mettono in guardia circa la ricerca, in gran parte non regolamentata, sull'Intelligenza Artificiale, che viene svolta nei laboratori delle grandi imprese internazionali nel campo dell'alta tecnologia, ultimamente sono sempre più ascoltate - e provengono da una vasta gamma di figure di spicco della comunità scientifica e tecnologica. [*1]

Per Stephen Hawking, fisico noto a livello mondiale, la scoperta qualitativa cruciale avvenuta relativamente alla ricerca sull'Intelligenza Artificiale - a cui ci si riferisce spesso, nell'ambito dell'Intelligenza Artificiale, con il termine di "Singolarità" - potrebbe coincidere con la "fine dell'umanità". [*2] Essa «si distinguerebbe da sé sola, si modificherebbe ad una velocità sempre più crescente. Gli esseri umani, limitati dall'evoluzione biologica, non potrebbero competere con essa e verrebbero eliminati».

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Mario Galati, sulle letture di Macerata: ragione e colonialismo

di Alessandro Visalli

15292 30441 1 PBNella seconda parte della risposta di Eros Barone e Mario Galati al mio testo su Macerata “Lo scontro delle secolarizzazioni”, sono trattati i temi: la violenza e le sue cause e quindi la questione dello “scontro delle secolarizzazioni”; l’interpretazione concettuale dei processi di astrazione del lavoro e della mobilità interregionale; la riaffermazione dell’importanza dell’irrazionale dei riti e del simbolico, con il riferimento alla ‘religione del capitalismo’ e la ‘questione della tecnica’. Nell’ambito di una divisione del lavoro concordata tra di loro, Eros Barone aveva invece scelto di trattare i seguenti temi: della mia accusa, a suo dire, di schematismo e tradizionalismo nei suoi confronti; della dinamica di emigrazioni ed immigrazioni; della proposta di politica economica alternativa e dell’interpretazione dell’ultimo Marx.

Si tratta quindi di un apprezzabile e raro dialogo nel merito al quale non posso sottrarmi: al testo di Barone (“Fisica e metafisica dei fatti di Macerata”) ho quindi già risposto in “Eros Barone, circa ‘fisica e metafisica’: internazionalismo, sinistra e immigrazione”, a quello di Galati (“Ancora su ‘letture del dramma di Macerata’”) lo faccio ora.

Come già detto Si tratta di una sequenza di post che su Sinistrainrete partiva dalla pubblicazione di “Sui fatti di Macerata”, un dialogo con Roberto Buffagni, e che nelle sue articolazioni ha avuto più o meno 3.000 letture.

Per venire al testo, Mario Galati muove da quella che ritiene essere una citazione da un testo di Samir Amin (l’unico autore, tra quelli citati, che i due amici reputano essere adeguatamente marxista).

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Eros Barone, circa "Fisica e metafisica": internazionalismo, sinistra e immigrazione

di Alessandro Visalli

automatDevo ringraziare lo sforzo di Eros Barone e di Mario Galati che si sono divisi il lavoro nel rispondere con grande attenzione e qualità argomentativa al mio testo su Macerata (qui nel mio blog e qui in Sinistrainrete). Nella risposta di Eros Barone “Fisica e metafisica dei fatti di Macerata”, a sua espressa indicazione, vengono trattati i temi: della mia accusa, a suo dire, di schematismo e tradizionalismo nei suoi confronti, avanzata nella mia replica (che quindi rovescia); della dinamica di emigrazioni ed immigrazioni; della proposta di politica economica alternativa e dell’interpretazione dell’ultimo Marx. Mentre nella risposta di Mario Galati “Ancora su ‘letture del dramma di Macerata’”, che leggeremo dopo, sarebbero trattati gli altri temi che i due individuano nel mio testo, ovvero: la violenza e le sue cause e quindi la questione dello “scontro delle secolarizzazioni”; l’interpretazione concettuale dei processi di astrazione del lavoro e della mobilità interregionale; la riaffermazione dell’importanza dell’irrazionale dei riti e del simbolico, con il riferimento alla ‘religione del capitalismo’ e la ‘questione della tecnica’. Si tratta di una sequenza di post che su Sinistrainrete partiva dalla pubblicazione di “Sui fatti di Macerata”, un dialogo con Roberto Buffagni, e che nelle sue articolazioni ha avuto più o meno 3.000 letture.

I due amici si sforzano nelle loro repliche di correggere i miei molti errori in termini di ortodossia marxista, e di questo li posso solo ringraziare.

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nuvole

Buone pratiche scolastiche e prospettive sociali e politiche dell'educazione

di Federico Repetto

La sinistra pedagogica oggi lavora alle buone pratiche per cambiare la scuola, per quanto si può. Ma questo rimanda ad un nuovo patto tra gli adulti per l’educazione dei ragazzi e ad una contestazione dell’egemonia dell’individualismo neoliberale

Telemaco Signorini Bambina che scrive1. Le buone pratiche. La scuola oggi non ha bisogno di un’altra riforma globale, per cui la sinistra docente (in collaborazione con enti locali, con associazioni e movimenti educativi, con i dirigenti scolastici e –a Dio piacendo- col ministero) deve puntare a sperimentare e diffondere buone pratiche d’insegnamento. Ed è quello che già fa da decenni, in particolare a partire dagli anni settanta, ma che oggi deve fare con maggiore intensità, data la situazione disperata in cui versa la scuola (vedi l’articolo di Domenico Chiesa sul documento del CIDI di Torino Cambiamo la scuola)

Del resto la sparuta sinistra politica non può aspirare a responsabilità di governo, almeno in ambito nazionale, e, nelle condizioni attuali, se lo facesse sarebbe probabilmente sconfessata da moltissimi dei suoi elettori.

 

2. Che senso ha oggi dire che la scuola dell’obbligo non può bocciare? In attesa di tempi migliori, e per cercare di accelerarne l’avvento, dovremmo provare ad affrontare di nuovo alcune vecchie questioni, che si ripresentano in forma nuova.

La prima è: è proprio vero che la scuola dell’obbligo non può bocciare? Don Milani parlava delle bocciature di bambini e ragazzi di un’Italia contadina, in cui andare a scuola era comunque più piacevole che lavorare nei campi o in officina. Certo era meglio per loro arrivare alla terza media senza bocciature e acquisire comunque un’idea d’insieme dei programmi, piuttosto che ripetere tre volte la grammatica di prima media e la storia romana.

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