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Manifesto per una critica di classe alle vaccinazioni obbligatorie

Alcun* genitori (e non) amanti dello spirito critico

free vax 2017 189747.660x368Il dibattito sui vaccini in Italia, se di dibattito si può parlare, ha raggiunto livelli infimi, e soprattutto ci ha annoiato profondamente.

Nella percezione diffusa, esistono solo posizioni mostruose: il genitore no-vax egoista e terrapiattista e lo scienziato arrogante e paternalista (sullo sfondo, gli spettri del Bambino, bene supremo della Patria, sempre a rischio di diventare un piccolo untore, e dell’Immigrato, il Grande Untore riattivatore di vecchie malattie che la nostra superiore civiltà aveva debellato).

Vorremmo dire qualcosa anche noi. Forse qualcosa di sinistra (!).

Siamo per la libertà vaccinale, intanto.

Siamo free-vax, dunque, ma questo non significa che siamo terrapiattisti, complottisti o appassionati di scie chimiche. L’uso del pensiero critico non è un pacchetto all inclusive prendere-o-lasciare. A ben vedere, anzi, è una pratica tipica del metodo scientifico.

Non siamo irrazionalisti: riconosciamo il valore della ricerca scientifica, del suo metodo e di molti dei suoi risultati. Tuttavia, non siamo neanche scientisti: siamo consapevoli che la scienza trova applicazione solo all’interno dell’impresa scientifica (e le regole le sceglie il capitale, al momento) e non in un’iperuranico mondo della “verità”. Sappiamo anche che la scienza non è neutra: riflette la propria storia, i rapporti di potere vigenti (i rapporti di classe, oseremmo dire...), la congiuntura economica, gli immaginari dominanti.

A ben vedere, vorremmo che le promesse del metodo scientifico venissero rispettate: nessun dogma, libera discussione, no al principio di autorità.

Diciamolo subito: non crediamo che i vaccini siano un male in sé, né che non possano esistere, in assoluto, casi in cui sia necessario l’obbligo di somministrarli a vaste fasce di popolazione.

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chefare

Mark Fisher: per un’economia politica dell’inadeguatezza

di Francesca Coin

N00544 10Il due marzo abbiamo presentato a Esc Realismo Capitalista, il libro di Mark Fisher di recente tradotto dalla nuova casa editrice NERO (2018). È stata l’occasione per provare a mettere in fila alcuni pensieri circa l’importanza di questo autore, al netto dei molteplici riverberi emotivi derivanti dal significato politico, intimo, intellettuale, del suo pensiero e della sua vita.

Vorrei ragionare non tanto sul pensiero o sulla figura di Mark Fisher, ma proprio sulla “Funzione Fisher”, espressione che Valerio Mattioli, traduttore e curatore del libro, riprende nella sua splendida introduzione da Robin Mackay, per provare a sintetizzare la capacità di Fisher di intrecciare i piani discorsivi più eterogenei sino a toccare i nodi meno manifesti della nostra sensibilità politica.

Ho incontrato il lavoro di Mark Fisher nel 2011, nel momento in cui Capitalist realism era già uscito e Fisher stava lavorando alla pubblicazione di Ghosts of my Life. Il mio incontro con il suo lavoro nasceva dal bisogno di trovare dell’aria oltre la cultura politica italiana. Ero rientrata da pochi anni in Italia, e nella mia testa erano rimaste aperte questioni biografiche, teoriche e politiche che non riuscivo ad articolare. Erano anni di letargo, per me, come avrebbe detto Deleuze, anni in cui provavo a rimettere le parole insieme, con dei piccoli balbettii che seguivano il corso dell’intuizione, degli incontri o del caso.

Il nodo fondamentale era il bisogno di capire che cos’è che aveva così profondamente lacerato la mia capacità di agire nel mondo, cos’era stato così violento da farmi perdere le parole, in una specie di processo di de-alfabetizzazine e ri-alfabetizzazione continua. L’attrazione per gli scritti di Mark Fisher nasceva qui.

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vocidallestero

La fusione tra Amazon e apparati statali

Un segnale della deriva del neoliberismo verso il neofascismo

di Elliott Gabriel

Il neoliberismo è un’ideologia che aspira a rompere qualsiasi regola, a superare qualsiasi limite, nella sua corsa volta a mercificare tutto per trarne un maggior profitto. In questa foga iconoclastica, che strada facendo si infarcisce di un lessico mistico e di dogmi semi-religiosi, tutto ha un suo prezzo, anche la verità, le opinioni, la privacy. Amazon, che da semplice sito di e-commerce ha esteso il suo campo di azione all’hosting di siti web, all’editoria e ai servizi di sorveglianza, sta oggi abbattendo ogni barriera tra pubblico e privato, tra stato e business. Con gli enormi mezzi economici e tecnologici a sua disposizione, le ripercussioni di questa “rottura” sono potenzialmente catastrofiche

amazon2 001 1186x500Quest’anno potrebbe passare alla storia come un punto di svolta, in cui il mondo ha finalmente preso coscienza del lato oscuro dell’onnipresenza dei colossi della Silicon Valley nella nostra vita quotidiana. O almeno, così si spera.

Da Amazon a Facebook, Apple, Google, Microsoft e PayPal – tra le altre –& sono trapelate rivelazioni& che confermano il continuo abuso dei dati degli utenti da parte di società monopolistiche, nonché il loro crescente ruolo come fornitori di tecnologia di sorveglianza per lo stato di polizia, i militari e le agenzie di detenzione per migranti degli Stati Uniti.

A marzo è scoppiato lo scandalo dei dati degli utenti di Facebook raccolti da Cambridge Analytica, che utilizzava le informazioni personali per creare milioni di “profili psicologici” dettagliati per la campagna presidenziale di Trump. Appena due settimane dopo, lo staff di Google è andato in subbuglio sulla questione del “Progetto Maven”, una piattaforma di intelligenza artificiale che potenzierà enormemente le capacità della flotta mondiale di droni militari degli Stati Uniti di raggiungere i bersagli automaticamente. Di fronte allo sdegno pubblico e al dissenso interno, l’azienda& ha ritirato la sua& candidatura a rinnovare il& contratto col Pentagono, che scade il prossimo anno.

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I lati oscuri del web (e come possiamo ancora provare a salvarci)

di Luca Pantarotto

datacenter 640x420C’era una volta il futuro. Per buona parte del Novecento l’abbiamo sognato, inseguito e temuto, sulla cresta di un’onda tecnologica sempre più inarrestabile che sembrava porsi l’obiettivo di tradurre in realtà, nella seconda metà del secolo, ciò che i più audaci scrittori di fantascienza avevano immaginato nella prima. Negli anni ’80 e ’90 la mia generazione si è nutrita, a tutti i livelli dell’immaginario, di scenari futuristici in cui l’uomo si sarebbe invariabilmente trovato al centro di dinamiche di controllo o di conflitto legate a una crescita sfrenata del ruolo delle macchine nella nuova società, accompagnata di volta in volta da vari gradi di inquietudine, dall’ansia generica e sottile all’apocalisse imminente.

Un genere di storie che seguiva più o meno sempre la stessa curva: da una situazione iniziale di entusiasmo tecnocratico che portava l’umanità a delegare alle macchine funzioni e competenze sempre più estese, dall’amministrazione domestica al controllo degli armamenti nucleari, si scivolava verso un punto di non ritorno in cui le macchine stesse, ormai detentrici di intelligenza e capacità decisionali perfettamente autonome, si accorgevano di non aver più bisogno dell’uomo, apprestandosi quindi ad assoggettarlo, incorporarlo o sostituirlo. Finché qua e là iniziavano a formarsi nuclei di resistenza che, in formazioni via via più cospicue, sferravano l’attacco finale al centro del potere in nome del ritorno alla libertà e una società nuovamente antropocentrica.

Le implicazioni di un topos così fertile sono evidenti, e infatti negli anni si è costruita, intorno alla contrapposizione uomo-macchina, una vera e propria tecnomitologia coesa e perfettamente definita nelle sue caratteristiche. E poco importa che poi il futuro abbia preso un’altra direzione, e che oggi gli scenari catastrofici che per decenni hanno alimentato il nostro immaginario suonino più fantascientifici delle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione.

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La mano invisibile degli algoritmi

I dieci comandamenti della governance

di António Covas

dataismo4È possibile che dopo tutta quest'abbuffata di caso e necessità, fatta così tanto di determinismo e di casualità, di così tanta arte, politica e filosofia, ci troveremmo ad essere ostaggi della governance algoritmica, o finiremmo per diventare i credenti del dataismo?

Ci troviamo nella piena digitalizzazione della società, delle persone e delle cose. D'ora in poi, ogni cosa è intelligente "in modo digitale": la casa, l'automobile, l'azienda, l'ufficio, la scuola, la strada, l'ospedale, ecc. Tutto acquisisce una vita propria, quel che è reale è virtuale, e quel che è virtuale è reale, e ogni cosa snocciola informazioni per tutto il tempo. È questo il futuro radioso che ci era stato promesso dall'economia dell'informazione, dall'analisi dei dati, dai Big Data, ovvero dalla religione del dataismo.

Dopo la mano divina, e dopo la mano invisibile del mercato, siamo arrivati alla mano seducente e benevola dei Big Data. L'economia dei Big Data è, se vuoi, la mano invisibile della libertà di circolazione dell'informazione. Più dati, sempre più dati, e saremo così sempre più vicini alla verità, in questo grande bazar che sono i processori di dati, l'universo degli algoritmi e del meta-algoritmi. Il razionale del dataismo consiste nel trovare una norma standard di comportamento e, a partire da essa, prevenire l'incertezza e la deviazione che viene sempre percepita dalla nostra imperfetta razionalità biologica. La grande ambizione dell'intelligenza razionale del dataismo è quella di sostituire la "nostra imperfezione", che dopo tutto è la nostra coscienza emozionale ed individuale e la nostra intersoggettività. In questo senso, con molta benevolenza, possiamo dire che gli algoritmi sono una sorta di fratelli più vecchi, se vogliamo, dei narratori autorizzati della nostra esistenza. Ed è meglio seguirli! In un oceano di informazioni, solo questi calcolatori universali, gli algoritmi, hanno la capacità analitica in grado di processare e trattare così tanti "dati irrilevanti" di natura infra-personale.

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inchiesta

La fine della gioventù

Come la precarietà del lavoro sta cambiando il mondo

di Paolo Botta

generazioniNegli ultimi decenni il nostro paese, come del resto tutti i paesi della UE, ha posto in essere significativi cambiamenti nelle politiche economiche e sociali che avevano caratterizzato la fase successiva alla seconda guerra mondiale. Ciò ha determinato un consistente riassetto dello status di tutti i principali attori in campo, anche se le trasformazioni più evidenti hanno riguardato l’universo giovanile. In questa nota mi soffermerò su questo segmento di popolazione, cercando di evidenziare i principali mutamenti che lo hanno caratterizzato nel tempo.

 

Come nacque la gioventù

Una volta, in tempi molto lontani, il genere umano si distingueva poco al suo interno rispetto all’età anagrafica. Forse la distinzione più evidente era tra l’infanzia e l’età matura perché presto si assumevano ruoli adulti, che si mantenevano per tutta la vita. La vecchiaia avanzata era il tempo della saggezza e della riflessione e durava poco.

Poi venne la società industriale, ma poco cambiò perché quando si era ancora poco più che bambini si era catapultati in ruoli adulti: gli infanti erano costretti a svolgere lavori faticosi e massacranti più dei padri. In questa situazione non si aveva il tempo di essere quello che oggi chiamiamo comunemente giovane, perché subito si diventava adulti e poi vecchi senza soluzione di continuità.

Ad un certo punto, però, qualcosa cambia. Lo sviluppo della società industriale rende necessario richiedere ad un numero crescente di persone una qualche presenza nella scuola. In passato solo pochissimi eletti potevano intrattenersi per periodi più o meno lunghi negli studi prima di entrare nel mondo del lavoro.

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Intelligenza artificiale, filtri e contenuti sui social 

di Fabio Chiusi

“L’odio resterà. A sparire saranno i diritti e le libertà degli individui”

mobile phone 1087845 1920 990x510L’approvazione nelle scorse ore della contestata riforma europea sul copyright da parte del Comitato Affari Legali del Parlamento UE, se confermata in assemblea plenaria, segnerà una rivoluzione copernicana per la creazione e condivisione di contenuti in rete. Se fino a oggi le piattaforme digitali si presumevano non responsabili dei contenuti dei propri utenti, ed erano chiamate a rispondere solo in seguito a segnalazione di contenuti illeciti già pubblicati, da ora saranno costrette a intervenire prima ancora che vengano pubblicati.

I critici le chiamano censorship machines, macchine da censura. E hanno ragione: nel nome della tutela del diritto d’autore, si instaura un meccanismo per cui ogni contenuto deve passare il vaglio preventivo di una serie di algoritmi — opachi e ignoti al legislatore come all’opinione pubblica — il cui compito è creare una sorta di barriera all’ingresso alla rete. Se al check-point algoritmico si presenta per esempio un video che, in tutto o in parte, corrisponde a un contenuto protetto sulle liste fornite dai titolari del copyright, allora va bloccato prima ancora della pubblicazione.

Anche se la normativa europea non lo chiama così, si tratta in tutto e per tutto di un sistema di filtraggio. Idea pericolosa in sé, ma che lo diventa ancor più se si pensa che si tratta di un controllo a priori per nulla trasparente, dai contorni vaghi e senza che si comprenda di quali meccanismi di tutela e appello disponga chi si vede rimuovere, e automaticamente, contenuti perfettamente leciti.

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pierluigifagan

There is no alternative?

di Pierluigi Fagan

51YabGja3kL. SR600315 PIWhiteStripBottomLeft035 SCLZZZZZZZ L’argomento che qui trattiamo è la tesi sostenuta dall’economista e storico americano Robert J. Gordon, nel suo celebre “The Rise and Fall of American Growth” (Princeton University Press, 2016), beneficiato di non so quanti premi editoriali, critiche molto rispettose e giudizi altrettanto ossequianti da parte di K. S. Rogoff e di L. Summers, nonché da premi Nobel quali R. Solow, G.Akerlof e P. Krugman di cui alleghiamo qui una recensione tradotta in italiano. Ammettiamo di non aver letto le 784 pagine dell’originale che pare siano assolutamente godibili per le parti descrittive delle reali condizioni di vita prese con narrativa concreta e circostanziata, tanto quanto per le molte tabelle, indici, statistiche molte delle quali confezionate proprio dall’Autore a supporto della sua inedita tesi. Ci siamo riferiti ad un companion book che ne riassume le tesi (una sorta di Bignami, se ci è consentita l’analogia) ed ai molti articoli su di lui scritti, nonché alle sue conferenze, le TED (qui) ma anche la più estesa conferenza alla LSE di un’ora e mezza (qui). Alle tesi del professore della Northwestern, per quanto inedite e fuori del coro, a chi scrive, non risulta siano state opposte obiezioni forti. Certo poiché la tesi portano ad un certo pessimismo per il futuro ed essendo il futuro impredicibile in via di principio, si può apprezzare la sua ricostruzione storica e poi mantenere out look più ottimisti, ma più che certezze predittive, l’opera di Gordon è secondo noi apprezzabile in senso storico ed in quanto materializzatrice di quel fenomeno che chiamiamo economia, soprattutto per il mondo occidentale e soprattutto ora che la crescita orientale sembra mostrare fenomeni di “grande convergenza” con quella occidentale come abbiamo segnalato già qui.

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ilpedante

Il Ministero della Verità

di Il Pedante

Questo articolo è apparso in versione leggermente ridotta e riadattata su La Verità del 15 giugno 2018

hqdefaultNella mattinata di mercoledì 6 giugno ho avuto il piacere di partecipare ai lavori del convegno Propaganda in the EU organizzato da Marco Zanni nelle sale del Parlamento Europeo a Bruxelles, dove ho presentato il personaggio e i lavori de Il Pedante (qui le slide). Nel corso dell'evento è stato denunciato con forza il fenomeno della «lotta alle fake news» con cui si mira, anche nel nostro Paese (leggasi l'inquietante DDL Gambaro, n. 2688), a limitare la libertà di espressione sulla rete internet adducendo la «falsità» e l'«odio» di alcuni suoi contenuti. A modesta integrazione di quanto è già stato detto in quella sede, mi piace sviluppare qui una riflessione pedante sul tema.

Il punto più dirimente e rivelatore del baraccone giuridico delle «fake news» è naturalmente il fatto che, nella pratica quando non anche nella teoria, si indirizza solo alle informazioni diffuse «attraverso piattaforme informatiche» (DDL Gambaro, art. 1), cioè su internet e i social network, facendo salvi i canali della stampa «accreditata» e delle istituzioni. Come ha esemplificato Marcello Foa, le notizie false, anche solo per distrazione o conformismo, sono però «democratiche» e toccano tutti, dall'anonimo commentatore di Twitter alle segreterie di Stato. Le bufale della provetta di Colin Powell, dell'esecuzione dell'ex fidanzata di Kim Jong Un o della morte del giornalista e dissidente russo Arkadij Babchenko, che colpivano rispettivamente i governi nemici dell'Iraq, della Corea del Nord e della Russia di Vladimir Putin (soddisfacendo così anche i requisiti dell'«odio») o, ancora, le accuse senza prove rivolte al governo siriano in una serie di attacchi alla popolazione civile o a quello russo nell'attentato all'ex spia Sergej Skripal, trovavano spazio anche su testate giornalistiche considerate autorevoli e prestigiose.

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il rasoio di occam

Ai confini della docenza. Per la critica dell’Università

di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

ai confini della docenza per la critica dell Universita 499Sottoposta negli ultimi anni a un processo di revisione normativa che non ha pari nell'ambito della pubblica amministrazione, l'università italiana appare profondamente in crisi. Ma quali sono le ragioni che l'hanno ridotta in queste condizioni? Se lo chiedono Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova nell'Introduzione al volume "Ai confini della docenza. Per la critica dell'Università", uscito per i tipi della Accademia University Press (Torino), che può essere scaricato gratuitamente qui. Ringraziamo i curatori e la casa editrice per averci gentilmente concesso di pubblicare il testo.

Non è facile parlare di Università, per una serie di motivi. Prima di tutto perché, nonostante il comune sentire, da quando è stata introdotta la prima riforma di cui parliamo, la riforma Berlinguer del 2000 (anche se certo si dovrebbe e potrebbe andare indietro, sino alle molte ambiguità della legge Ruberti del 1990) l’Università è diventata la cavia per una sequenza di innovazioni organizzative permanenti, e devastanti, che stanno distruggendo un ciclo superiore di insegnamento che spesso poteva essere di esempio per gli altri paesi. Da allora, ogni Governo ha legiferato sull’Università. Ogni Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha continuato, con scadenza quasi mensile, a emanare decreti che (contro-)rivoluzionano la vita accademica. L’Università è così sottoposta ad un permanente riassetto organizzativo, e ad uno stravolgimento della sua filosofia e della sua funzione, che è di grave danno per la struttura degli studi e dell’insegnamento: qualsiasi teoria dell’organizzazione degna di questo nome sa che, introdotta una innovazione, occorre lasciar passare del tempo, metterla pienamente in pratica, prima di introdurre nuove modifiche: non si ha, altrimenti, la possibilità di valutarne gli effetti.

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cambiailmondo

Immigrazione, emigrazione, cooperazione

di Rodolfo Ricci*

accoglienza immigratiNell’analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche è opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che consentano di ricostruire una unità di lettura dei fenomeni migratori in quanto effetti – e allo stesso tempo concause – dei mutamenti strutturali che li producono e che li alimentano.

Dal punto di vista giuridico, accanto al diritto di migrare o di libera circolazione, di accoglienza, di inserimento e di integrazione nei paesi ospiti (un diritto richiamato nei testi più antichi di tutte le civiltà: “ero straniero e mi hai accolto”), va recuperato il diritto – moderno – di poter vivere dignitosamente nei luoghi e paesi di origine, oppure di potervi tornare in condizioni e con opportunità di re-inserimento civile, sociale e lavorativo, dignitoso; senza questa possibilità il diritto ad una libera circolazione rischia di celare la forzatura all’espatrio, all’emigrazione forzata, qualità che purtroppo contraddistingue la quasi totalità degli esodi emigratori almeno negli ultimi due secoli.

L’attenzione univoca al diritto di spostamento e di stabilimento nasconde la ragione essenziale e profonda dei movimenti di masse di persone, innescati, oggi come ieri, dai movimenti paralleli di concentrazione di capitale, dallo sfruttamento incondizionato di grandi aree e territori periferici a vantaggio di quelli centrali e la necessità di disporre nei centri direzionali della produzione e della finanza di grandi quantità di risorse umane sottratte, senza alcuna contropartita, ai territori periferici di partenza.

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scenari

Donne, razza e classe

Ginestra Bacchio intervista Cinzia Arruzza

angela fro1In occasione della recente uscita in Italia di un classico del femminismo contemporaneo come Donne, razza e classe di Angela Davis (trad. it. di M. Moïsee A. Prunetti, a cura di C. Arruzza, Edizioni Alegre, Roma 2018, 304 pp.) abbiamo colto l’opportunità di porre alcune domande sul libro alla curatrice dell’edizione italiana, prof.ssa Cinzia Arruzza, attualmente Associate Professor of Philosophy presso la New School for Social Research di New York.

* * * *

D: Il testo di Angela Davis da lei recentemente curato in edizione italiana, Donne, razza e classe, è stato pubblicato per la prima volta in America nel 1981. Come lei stessa attesta nell’Introduzione, il suo nucleo programmatico era già contenuto e in parte delineato nell’omonimo articolo che la Davis scrisse durante la sua prigionia nei primissimi anni ’70. Il periodo storico in cui quest’opera è stata elaborata è quindi, non solo temporalmente, estremamente distante da quello odierno. Secondo lei è corretto rapportarsi a quest’opera esclusivamente come importante documento storico femminista o in esso è ancora possibile ritrovare delle linee guida per interpretare un contesto storico e sociale come il nostro?

R: Il libro di Angela Davis ha rappresentato uno dei testi fondativi del femminismo nero e, a partire dagli anni ’90, del femminismo dell’intersezionalità. In questo volume Davis offre una ricostruzione storica e un’interpretazione della nascita e dello sviluppo del femminismo statunitense, a partire dall’emergere del movimento suffragista e dei suoi rapporti con l’abolizionismo. All’interno di questa ricostruzione Davis analizza alcuni momenti chiave che determinarono frizioni e rotture tra il movimento femminista e il movimento Nero di liberazione e, soprattutto, tra un certo femminismo liberale bianco e gli interessi e i bisogni della grande maggioranza delle donne di colore e di classe lavoratrice.

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la citta futura

Piattaforma informatica per la democrazia

di Pasquale Vecchiarelli

In vista dell’assemblea di Potere al Popolo programmata a Napoli per il 26-27 maggio, proponiamo un contributo alla discussione sul tema dello strumento della piattaforma informatica

a45484ba179cef1dbc1529b14ac4e4b2 XLL’introduzione di una tecnologia all’interno di un processo sociale non è una questione che attiene al piano esclusivamente pratico ma si ripercuote sul piano teorico delle sovrastrutture.

Anche se viviamo nell’era dell’informatica non tutti hanno dimestichezza con tale strumento e anche chi ha una dimestichezza pratica a volte trova difficile cogliere i legami profondi e le linee di sviluppo che tale mondo pratico si trascina con sé a livello delle sovrastrutture e nelle relazioni umane. È interessante, dunque, cogliere all’interno della proposta politica di utilizzare una piattaforma informatica per gestire la democrazia interna di Potere al Popolo le finezze di carattere tecnico e porre anche lo sguardo alle ricadute sul piano teorico.

Come ricordava la compagna e professoressa Alessandra Ciattini nella sua prima lezione del corso di Storia della riflessione sulla religione tenuto presso l’Università Popolare A. Gramsci, sollecitata sul tema in oggetto: “[…] le persone debbono sentirsi parte di una comunità, debbono condividere una serie di idee, debbono avere dei legami, dei dissidi […] la piattaforma non può sostituire l’affinità politica. Gramsci intende l’attività politica come un processo di cambiamento interiore a cui deve corrispondere un cambiamento profondo del comportamento. Il marxismo è una teoria scientifica ma in Marx c’è anche un afflato etico politico, una presa di posizione nei confronti del mondo... La scelta del razionalista, che consiste nel conoscere e dunque nel poter trasformare il mondo, è una scelta morale”.

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effimera

Governo umanitario, neoliberalismo e populismo

di Valerio Romitelli

Una recensione di Valerio Romitelli al libro di Didier Fassin, Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, da poco pubblicato in Italia per DeriveApprodi, nella traduzione di Lorenzo Alunni. Il testo ha suscitato dibattito sulla lista di Effimera. A breve pubblicheremo un confronto tra Salvatore Palidda e Valerio Romitelli proprio a partire dai lavori di Fassin e dai temi da lui trattati

Governo umanitarioÈ uscita la traduzione in italiano del libro di Didier Fassin, La raison humanitaire. Une histoire morale du temps présent, pubblicato in Francia nel 2010 (Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, traduzione di Lorenzo Alunni, DeriveApprodi, Roma, 2018). L’autore che può essere considerato uno dei più importanti antropologi contemporanei, docente e direttore di ricerca in prestigiose università francesi e statunitensi, è già noto al pubblico italiano per la traduzione di sue non poche opere (Fassin, 2013, 2014, 2016).  In questa ultima tradotta egli presenta nove rapporti di inchieste svolte tra il 1996 e il 2003, cinque in Francia e quattro tra Sudafrica,Venezuela, Palestina e Iraq. Tema ricorrente: “La messa in pratica della ragione umanitaria all’interno delle politiche rivolte alla vita precaria” altrimenti dette anche “politiche della sofferenza”, (p 24). Rapporti di grande interesse, dedicati a svariati ed eterogenei casi di studio. Ad esempio, le iniziative condotte da psichiatri e psicologi nelle periferie di alcune città francesi al fine di attivarvi luoghi d’ascolto per giovani disagiati o l’epidemia di Aids che all’inizio del 2000 ha toccato particolarmente i bambini sudafricani o ancora l’esperienza di Ong intervenute nei territori occupati da Israele al momento della seconda Intifada. Le dotte, puntuali e affascinanti analisi di Fassin non temono di cimentarsi coi problemi più scabrosi di simili tragiche situazioni. Il suo approccio che si vuole “analitico” (p. 15) e “critico”, senza astenersi dal discutere in dettaglio del senso da attribuire a questo termine (pp. 313-19), lo porta non di rado a conclusioni a dir poco scomode. Si può così comprendere ad esempio come gli interventi psichiatrici e psicologici tra i giovani delle periferie francesi abbiano finito per tacitare ogni ineguaglianza sociale non traducibile nel linguaggio della salute mentale (p. 25), mentre a proposito dell’epidemia di Aids in Sudafrica appaiono tutti gli equivoci e i fraintendimenti derivati dalla “mobilitazione emotiva” alimentata attorno a stereotipate figure di bambini sofferenti.

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napolimonitor

Lontano dal podio. Quando il ’68 investì lo sport

di Giovanni Iozzoli

resli outNel fiume torbido di celebrazioni relative al cinquantennale del movimento del ’68 – una narrazione edulcorata portata avanti da pentiti, dissociati e millantatori di ogni sorta – si distinguono qua e là, alcuni lavori di rigore storiografico e autentico interesse: è il caso di Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978 (Mimesis pp. 284), dei ricercatori modenesi Gioacchino Toni e Alberto Molinari, i quali indagano l’impatto travolgente che il movimento esercitò su tutti gli aspetti della pratica e della cultura sportiva, dalle ribalte olimpioniche alle dinamiche dello sport di base. Fino al 1968, la pseudo ideologia pedagogico-sportiva decoubertiana, aristocratico-borghese e perbenista, aveva collocato lo sport in una dimensione di neutralità rispetto alle contraddizioni della società – il mito eterno di Olimpia che seda i conflitti. A partire dal ’68 la pretesa di intendere lo sport come luogo incontaminato viene messa in discussione, in sintonia con la rapida crescita delle culture critiche in ogni ambito sociale. Quello sportivo comincia a diventare uno spazio “conteso”, in cui visioni e pratiche confliggenti maturano e si scontrano.

Il rapporto politica-sport è affrontato dagli autori ricostruendo in forma antologica le rappresentazioni date dalla stampa italiana degli eventi epocali di quella stagione. Sono spesso reazioni di scandalizzata chiusura verso ogni contaminazione del sacro perimetro sportivo, ma anche prime inedite forme di attenzione per i risvolti sociali di quel mondo, fino ad allora mai considerati. Nella bella prefazione di Gian Paolo Ormezzano, l’anziano maestro del giornalismo sportivo (e non solo) rivendica di essere stato il primo a inserire, nel suo Tuttosport, una breve rubrica sull’attualità quotidiana – e di come questa cosa, oggi scontata, corresse il rischio, all’epoca, di sembrare un’eresia.

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