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paroleecose

Un altro mondo è impossibile

di Lorenzo Marchese

Appunti su fantastico e utopia a partire da The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir 4L’evoluzione del pensiero è oggi tale, che ogni passo verso la realizzazione di forme nuove sarà un passo per uscire dal vecchio mondo. Uscire! Ma dove andare? Che cosa c’è, di là dal muro? Un senso di orrore vi prende … il vuoto, lo spazio, la libertà … Come procedere senza saper dove? Come perdere ciò che si ha senza capire che cosa si acquista?[1]

1.

La raccolta di saggi The Weird and the Eerie di Mark Fisher (da poco uscita in italiano per una bella edizione Minimum Fax)[2] si propone fin dall’Introduzione un approccio inconsueto alla categoria del fantastico. Il sottotitolo dell’Introduzione, Weird e Eerie (oltre l’Unheimlich), inquadra il concetto di “strano” (trait d’union di due categorie contigue ma non sovrapponibili come weird e eerie) rifiutandone un’esclusiva accezione terrorizzante e distruttiva. Fisher chiarisce subito:

Il fascino di weird e eerie non è sintetizzabile nell’idea che «ricaviamo piacere da ciò che ci spaventa». Ha piuttosto a che vedere con l’attrazione per l’esterno, per ciò che sta al di là della percezione, della conoscenza e dell’esperienza comune. Quest’attrazione comporta di solito una certa dose d’inquietudine, magari anche timore – ma sarebbe sbagliato sostenere che weird e eerie siano per forza spaventosi […] L’esterno ci mette a disposizione un’abbondante dose di terrori. Ma questi terrori non esauriscono tutto ciò che c’è da dire sull’esterno. (p. 8)

Ciò che Freud ha chiamato Unheimlich (tradotto solitamente in italiano come «perturbante») esprime «il modo in cui il mondo domestico non coincide con se stesso» (p. 9). Per Freud, entra in azione «quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato, e via di questo passo»[3].

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noirestiamo

I giovani, una questione non solo giovanile

di Noi Restiamo

Introduzione a Giovani a sud della crisi, a cura di Noi Restiamo e Contropiano

allegato 1 Immagine per articoloSono ormai dieci anni che qualunque testo di politica, sociologia o economia, deve necessariamente includere nelle prime righe dell’introduzione il conteggio degli anni di crisi. Dieci anni in cui ogni analisi è stata necessariamente mossa alla luce di una crisi «sistemica» del capitalismo, un periodo di recessione pari solo a quello del 1929 o seguito alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale; dieci anni che hanno visto crolli bancari, la crisi dei mutui e la gente buttata fuori dalle proprie case, l’aumento senza precedenti della disuguaglianza, il risorgere della povertà assoluta nei paesi «sviluppati» dell’Occidente, la fine del sogno della «convergenza» tra i paesi europei più ricchi e quelli più poveri. E per fare fronte a tutto questo i governi hanno risposto con politiche che hanno ulteriormente sviluppato questi problemi: austerità, tagli allo stato sociale, dalla scuola alla sanità alle pensioni, precarizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico.

Se da un lato la situazione socio-economica rimane drammatica per larghe fasce dei settori popolari, non si può non notare come l’economia europea stia entrando in una fase diversa, benché molto instabile. Anche i paesi che hanno sofferto maggiormente cominciano a mostrare segni di ripresa. Fra i paesi mediterranei Spagna e Portogallo mostrano in particolare segni di dinamismo, ma addirittura l’Italia ha cominciato a mostrare dei timidi segnali di ripresa. Per conto suo la Grecia ha appena visto i funzionari della Troika andarsene dopo un vero e proprio commissariamento durato otto anni, benché rimanga legata ai pesanti vincoli post-memorandum.

Finita la crisi usciamo dunque finalmente dall’incubo? Stiamo veramente vedendo «la luce in fondo al tunnel»? Se alcuni indicatori (il PIL, l’occupazione, gli investimenti…) stanno tornando faticosamente ai livelli pre-crisi, la società non è tornata a essere quella del 2007, così come non sono uguali i rapporti economici e di produzione, la situazione geopolitica e le alleanze internazionali.

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tempofertile

Christopher Lasch, “La ribellione delle élite”

di Alessandro Visalli

elites 4 300x300Il libro di Christopher Lasch fu pubblicato nel 1995, quando il grande intellettuale americano era già morto da un anno, e si presenta come un fondamentale atto di accusa di quel “tradimento della democrazia”, che reca come sottotitolo. Attacca con il piglio di chi si sta separando dalla vita, e può dire tutto, quelle élite che si sono ridotte a separarsi radicalmente dal resto della società e ormai “hanno una visione essenzialmente turistica del mondo”. Più o meno nello stesso anno Richard Rorty, che gli sopravviverà per un decennio abbondante, aveva scritto qualcosa di molto simile, in “Una sinistra per il prossimo secolo”, nel quale accusava il “ceto cosmopolita” di non avere alcun senso di comunanza con il resto della società. Gente che si sente a suo agio solo nei jet, mentre vanno da un posto all’altro [1], e che giudica la middle class come “tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali”. Un ceto, quindi, la cui cifra distintiva è l’arroganza ed il senso di superiorità.

L’attacco, per Lasch come per Rorty, è proprio alle élite culturali, più che a quelle economiche che saranno in particolare attaccate da un altro grande vecchio che ci ha lasciato in quegli anni, Ralf Dahrendorf [2]. Quelle classi intellettuali che si estraniano dagli aspetti materiali della vita e dal mondo della produzione, con la quale sono connessi solo per via del consumo, vivendo alla fine solo in un mondo di “astrazioni ed immagini”.

Christopher Lasch è stato uno storico ed un sociologo di formazione marxista ma poi orientatosi ad una critica sempre più aspra del “progressismo” [3], e alla critica del ‘narcisismo’ [4], senza dismettere, ma anzi approfondendo la sua critica al liberalismo, riprendendo temi populisti e un’attenzione alle strutture tradizionali della società (famiglia inclusa).

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eticaeconomia

Il mercato rende diseguali? Un’introduzione

di Maurizio Franzini e Michele Raitano

Schermata 2015 10 29 alle 10.58.50Negli ultimi tre decenni il funzionamento dei mercati (di tutti i mercati: del lavoro, dei beni, dei capitali) è radicalmente cambiato e la disuguaglianza nei redditi è notevolmente cresciuta praticamente in tutti i paesi avanzati, e certamente in Italia. La disuguaglianza nei redditi disponibili – cioè nei redditi da cui maggiormente dipende il nostro benessere economico – sarebbe cresciuta molto di più di quanto non sia accaduto se l’azione redistributiva dello stato non fosse stata nel complesso efficace; cioè se essa non fosse riuscita a contenere la distanza tra chi sta meglio e chi sta peggio al di sotto di quello che sarebbe stata per effetto della crescita della disuguaglianza nei redditi di mercato che in alcuni paesi, tra cui il nostro, è stata molto marcata.

Questo volume, il primo dei libri del Centro di Ricerca Interuniversitario “Ezio Tarantelli”, è nato da tale osservazione e dalla constatazione che un quota troppo piccola della già non troppo abbondante attenzione prestata alla disuguaglianza economica in generale viene rivolta – ovunque, ed in particolare in Italia – alla disuguaglianza che si genera nei mercati: alla sua altezza, ai meccanismi che la determinano, alla loro corrispondenza con le idee o ideologie prevalenti sul funzionamento del mercato e, in definitiva, con alcuni criteri di accettabilità della disuguaglianza difficilmente confutabili. Non soltanto a questo. Scarsa attenzione viene anche rivolta al modo migliore per contrastare le crescenti disuguaglianze nel caso in cui si decida di farlo e, in particolare, all’appropriatezza di mere politiche redistributive, consistenti in tassazione e trasferimenti.

Le ragioni di questa disattenzione possono, probabilmente, essere largamente ricondotte a due diffuse (e un po’ confuse) idee sulla disuguaglianza che si forma nei mercati che sostanzialmente esentano dal compito di esaminarla a fondo.

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operaviva

Nicchie e comunità imperfette

Il paradosso antropologico

di Massimo De Carolis

È appena arrivata in libreria la nuova edizione de Il paradosso antropologico di Massimo De Carolis (Quodlibet, 2018). Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto della Premessa alla seconda edizione

fiamma montezemoloNeon Afterwords 1 2016 courtesy Kadist 1628x1085Il paradosso antropologico è un tentativo di riflettere sul rapporto fra lo scenario politico contemporaneo e quella che, con un po’ di enfasi, si può definire la natura umana. Mi riferisco, con questa espressione, all’insieme di istanze, bisogni e desideri genericamente umani, che abbiamo motivo di leggere come altrettanti indizi, sintomi o riflessi di una costituzione condivisa da tutti i membri della nostra specie, per quanto le loro concrete manifestazioni non possano che emergere, di volta in volta, all’interno di un percorso di vita specifico e particolare. Isolare, in ciascun caso concreto, il momento genericamente umano, distinguendolo dalle sue declinazioni contingenti, è di sicuro un’impresa azzardata, gravata dal rischio di errore e di illusione soggettiva.

Non sembra però un esercizio dal quale ci si possa esimere, visto che non c’è mai stata, in pratica, cultura umana che non abbia progettato le proprie particolari forme di vita sulla base di una qualche immagine, attendibile o meno, dell’esistenza umana in generale. La natura umana, per definizione, non cambia se non in modo impercettibile nel corso della storia. Può invece cambiare l’immagine della condizione umana su cui poggia la vita individuale e collettiva in un’epoca o un’altra. E cambiano sicuramente le istituzioni politiche e le forme di organizzazione sociale in cui le istanze genericamente umane sono tenute a esprimersi, per tradursi in forme di esistenza stabili e felici. Cambiamenti del genere possono aver luogo, a volte, in modo così rapido e profondo da costringerci a ripensare non solo le strategie esistenziali cui affidiamo la nostra vita, ma anche l’idea dell’umanità dell’uomo su cui basiamo tali strategie. L’ipotesi di fondo del Paradosso antropologico è che, qualche decennio, sia in corso per l’appunto un tale cambiamento radicale. E che l’insieme delle teorie sociali, politiche e filosofiche di cui disponiamo stenti tuttora a cogliere e a descrivere in modo esaustivo il mutamento in corso.

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bandierarossa

Il razzismo oggi. Ologramma o minaccia concreta?

di Norberto Fragiacomo

Paperino razzista e Daffy duckCosa sta succedendo nell’Italia “gialloverde”?

A prestar fede ai notiziari si ha netta l’impressione che il neofascismo abbia rialzato la cresta e – complice la benevola protezione della Lega – facinorosi di destra imperversino nelle città, prendendo di mira gli immigrati e quel poco che residua della sinistra. Fascismo e razzismo ci vengono presentati come una coppia di fatto, dioscuri in rapida ascesa che s’infiltrano in tutti i ceti sociali dissodando il terreno a beneficio di forze autoritarie, nazionaliste, antioccidentali e (magari) guerrafondaie.

Questa narrazione prende spunto da episodi gravi[1] e meno gravi, che vengono “cuciti insieme” dai media in modo da alimentare un allarme che, entro certi limiti, appare giustificato. Che nel nostro Paese operino movimenti che s’ispirano scopertamente al fascismo (Casa Pound, Forza Nuova) è un dato di fatto, ma che questi partiti abbiano un seguito considerevole è contraddetto dall'evidenza degli esiti elettorali: anche sommando i loro voti a quelli di Fratelli d’Italia restiamo ben lontani dai “fasti” del MSI, che negli anni ’70-’80 veleggiava intorno al 7/8%. Chi fa professione d’antifascismo contesterebbe la nostra lettura “minimalista”: anche la Lega, persino il M5S sono sospettabili di fascismo!

Perché? Perché Salvini e i suoi sono (fino a prova incontestabile: sarebbero) razzisti, e dove allignano sentimenti razzisti si annida di necessità il fascismo.

Chiedersi se il fascismo italiano [2] sia stato o meno razzista equivale a formulare una domanda retorica: altroché se lo era – domandare conferma a etiopi, libici, sloveni, persino ai russi invasi. Il fascismo però non si risolve nel razzismo, per un motivo banale: a essere razzista, all'epoca, era il mondo intero, “democrazie” comprese.

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blackblog

Democraticismo radicale e apologia dei pestaggi democratici di sinistra

di Clément Homs

A proposito dell'affare Alexandre Benella e dell'interpretazione kurziana del rapporto capitalistico in quanto stato di eccezione coagulato

pestaggi4Nei giorni scorsi, le sinistre di tutte le scuole, insieme alla sinistra keynesiana ed alter-capitalista, si sono schierate contro quello che a loro appare come una distorsione manifesta rispetto al capitalismo democratico in salsa Macron, e domandano di essere picchiati, secondo le regole dell'arte democratica, da dei veri professionisti dell'ordine capitalista, e non dai semplici incaricati di una tale missione, nemmeno se vengono incaricati da un presidente. Sembra che la cosa sia seria.

 

1 - Ora, quest'idea della fine del capitalismo democratico sfiora l'opinione pubblica, le lotte e la stampa. Si ha come la sensazione che sembrava che il capitalismo e la democrazia, ancora per qualche anno, sarebbero andati di pari passo, mano nella mano. Ci si ricorda che dopo la caduta del muro, Francis Fukuyama profetizzava che questo capitalismo democratico avrebbe rappresentato niente meno che la «fine della storia». Al giorno d'oggi, perfino la stampa borghese sembra essere rinsavita ed aver archiviato, vergognandosene, questa ideologia apologetica-affermativa, riponendola nell'armadio delle illusioni rottamate. Nella fase della decomposizione del capitalismo, allorché la sovranità si è disintegrata (si veda: Robert Kurz, "La fine della politica"), il rapporto giuridico e contrattuale fra gli Stati non può non sgretolarsi, e la forma moderna del diritto anche all'interno di questi Stati viene rimessa in discussione. Ciò significa che il vero nucleo di violenza e di arbitrio del capitalismo e della sua forma giuridica appare a viso scoperto: lo stato di eccezione diventa permanente. Il potere in carica, nel voler mantenere con tutti i mezzi la validità universale del suo principio di realtà, quindi, non difende più la sua propria forma di diritto, ma viola sistematicamente il suo stesso diritto, che non rappresenta nient'altro che il rapporto formale fra i soggetti moderni nella relazione capitalista.

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tempofertile

Immigrazione e questione sociale

di Alessandro Visalli

bambiniaspettano11L’immigrazione è il problema davanti al quale il pluridecennale progetto di unificazione del mercato e, in misura selettiva e minore delle istituzioni europee, rischia di fermarsi e di fare passi indietro che potrebbero, se non razionalmente gestiti e politicamente digeriti, essere rovinosi.

Si tratta di un tema sul quale siamo tornati più volte, ma la cui grande complessità mette in gioco costantemente, come se si allargassero dei cerchi nell’acqua, sfondi sempre più larghi e comprensivi. Si confrontano due posizioni principali: quella di chi, per ragioni morali o di interesse, sostiene la necessità di consentire che le frontiere restino o diventino permeabili e siano attraversate da tutti coloro che sono attratti dalla capacità di inserimento (vera o presunta) nel nostro mercato del lavoro; quella che, per ragioni diverse, percepisce l’urgenza di offrire immediata protezione a chi subisce di fatto la concorrenza delle nuove forze che si immettono sul mercato del lavoro e si candidano ad essere fruitori del welfare. La prima posizione chiede più apertura, la seconda la totale o parziale chiusura delle frontiere.

La posizione che qui si prova ad articolare fornisce le ragioni e spiega il meccanismo attraverso il quale una crescente immigrazione, governata dal mercato, aggrava una condizione sottostante e preesistente di deprivazione e di esclusione che colpisce i cittadini e lavoratori tutti. Di fronte a questa lettura propone di spostare lo sguardo, dalla immigrazione e dal problema dell’integrazione dei nuovi venuti al problema, più ampio, di creare le condizioni perché non sia il mercato a socializzare gli individui ma che questa funzione sia assunta, apertamente e coscientemente, dalla funzione pubblica come recita in più punti la nostra Costituzione.

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oraequi

Verona e dintorni

di Franco Romanò

c570717d b888 480c 82d5 04ec46fcb24f 680x382L’aggressione omofoba e nazista di Verona non può essere ridotta semplicisticamente a effetto dell’esistenza di un governo Salvini (Conte è un prestanome senza dignità e Di Maio solo il primo napoletano che si è fatto fregare da un milanese), sebbene come appare evidente dal 4 marzo in poi le aggressioni di questa natura siano aumentate e con una escalation di pericolosità continua. Non si può tuttavia distaccare questo evento da un processo di più ampia portata e durata nel tempo e che ha le sue origini negli anni ’80 del secolo scorso. Proprio ripensando a questo mi sono ricordato di due libri importanti, uno recente di Marco Revelli, Non ti riconosco, un Grand Tour che comincia in Brianza e finisce a Taranto (guarda caso), Einaudi 2016. Rileggendo la sua drammatica descrizione della fine del mito del nord est, la memoria mi ha riportato al secondo libro, un romanzo – forse il solo - che abbia colto fin dall’inizio che cos’erano i distretti industriali e chi erano i personaggi di quella effimera fortuna: Vita standard di un venditore provvisorio di collant di Aldo Busi, con i suoi due protagonisti, Angelo Bazarovi e Celestino Lometto. Busi seppe condensare in questi due uomini che si mescolano fino a diventare un personaggio unico a due teste, per poi separarsi nel finale, un mostro sociale, i cui esemplari si sono poi moltiplicati. Revelli si occupa marginalmente della tipologia umana, ma mette maggiormente in evidenza gli aspetti tragicomici di alcuni progetti da un punto di vista sociologico e li condensa in due capitoli. Il primo è dedicato a Consonno, paese dell’alta Brianza che avrebbe dovuto diventare la Las Vegas d’Italia, il secondo dedicato appunto ai distretti industriali del nord est.

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carmilla

Il mutualismo tra subalternità e autonomia

di Fabio Ciabatti

1808030 mutualismo coverÈ finito un periodo storico, il movimento operaio conosciuto nel Novecento non esiste più, i suoi strumenti fondamentali, il partito, il sindacato, le cooperative ecc. si sono trasformati in qualcosa di diverso rispetto alle loro origini. Le varie figure lavorative non si rapportano più tra di loro. Il moderno proletariato forma la consapevolezza di sé tramite flussi di coscienza molto complessi, sul posto di lavoro, fuori da esso, sulla rete. La precarietà si è stabilizzata entrando in conflitto con l’accresciuto grado di conoscenza dei lavoratori e lavoratrici, creando una classe più mutevole e dinamica.

Se questo è lo scenario da cui parte Salvatore Cannavò nel suo libro intitolato Mutualismo, la domanda sorge spontanea: come ricostruire “un soggetto che nella sua necessaria, e salutare, pluralità, sia dotato di una qualche unità di intenti e organizzativa”?1 Per dare una risposta politica alla dispersione e alla frantumazione, secondo l’autore, occorre tornare alle origini, ricominciare dal mutualismo degli albori del movimento operaio. In altri termini, la tesi centrale del libro è che il politico, per “‘farsi’ veramente, deve inverarsi in una dimensione sociale”.2 Di conseguenza, il politico oggi non può che essere un processo di socializzazione, nelle lotte e nelle idee, dei vari rivoli di cui si compone il moderno proletariato, un processo di riconoscimento reciproco tra idee di alternativa e bisogni elementari, tra teoria e prassi. “Al tempo della ‘precarietà permanente’ occorre iniettare nel sistema sociale dosi di ‘stabilità’, garanzia, supporto e assistenza”.3

L’argomentazione è, in linea generale, condivisibile. Ogni ritorno alle origini, però, contiene in sé un rischio, quello di leggere la storia che si è svolta tra l’inizio da recuperare e la propria contemporaneità come una sorta di parentesi, frutto del caso, dell’irrazionalità se non addirittura dell’inganno.

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orizzonte48

Vaccini obbligatori: fenomenologia del positivismo scientista a sostegno delle politiche tecnocratiche

di Bazaar

sondaggio vaccini obbligatori 900x450Il dibattito sui vaccini obbligatori, e sulle misure da prendere per chi non rispetta la profilassi, infiamma da tempo.

Graziano Delrio esulta a causa dell’approvazione del decreto Lorenzin in un modo piuttosto singolare: « Ha vinto la ragione, ha vinto la scienza ».

https://twitter.com/graziano_delrio/status/1037353981994065921

Insomma, un decreto legislativo che dovrebbe essere frutto della dialettica politica intorno ai dati empirici offerti dalla dialettica scientifica, si trasforma in uno scontro politico in cui una parte – la parte finanziariamente e mediaticamente egemone – professa di promuovere prometeicamente un sapere obiettivamente vero, definito “scientifico”. Questa parte politica esprime biasimo verso la controparte, che trova perlopiù consenso in chi si informa al di fuori dal circuito mediatico mainstream, e che viene tacciata di essere “insipiente”, “ignorante” del metodo scientifico, “credulona” e affetta da “pregiudizi”: che soffre di un patologico “analfabetismo funzionale”.

Secondo Repubblica il Capo dello Stato avrebbe dichiarato che: «Nei confronti della scienza non possiamo esprimere indifferenza o diffidenza verso le sue affermazioni e i suoi risultati » e che «Non sempre l'uomo interpreta bene la parte di Ulisse alla ricerca della conoscenza e nel saper distinguere il vero dal falso ».

La Lorenzin, di cui porta il nome il decreto, avrebbe invece dichiarato che: « Si tratta di una vittoria della scienza su ignoranza e pregiudizio ».

Secondo il segretario del maggior partito dell’opposizione Maurizio Martina: «è stata battuta la loro visione oscurantista », ovvero la “visione” della controparte politica non favorevole all’obbligo vaccinale.

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asud

ILVA: l’unica scelta libera ce l’aveva il governo

di Rita Cantalino

1456947388 ilvaPrologo

È difficile scrivere qualcosa su quello che sta accadendo a Taranto in questi giorni per una ragione molto semplice: non c’è niente di nuovo. Che il popolo tarantino fosse stato sacrificato sull’altare del progresso e del profitto era un  dato che avevamo acquisito già da tempo. Che ogni reale tentativo di mettere un freno a questa situazione dovesse cadere nel vuoto, lo avevamo visto nel 2012 con il decreto Salva Ilva, che mandò a farsi benedire il lavoro di indagine della gip Todisco e di fatto violò 17 articoli della Costituzione, imponendo la riapertura e la ripresa della produzione di un impianto sequestrato.

Che i tarantini debbano continuare a morire è una cosa che si dice dall’inizio degli anni ’70, quando appunto divenne palese che erano condannati a farlo. Quando cominciarono le denunce, le accuse di allarmismo e tutto quel teatrino che accompagna la difesa strenua dei territori da parte di chi li vive, e la rivendicazione del diritto a spolparli da parte di chi se ne appropria.

Chi scrive non è mai stato di parte rispetto a questo o quello schieramento politico, ha sempre voluto fare dei conflitti ambientali la lente per guardare a questo paese e alle sue contraddizioni, annoverando tra i buoni quelli che pensavano che chi abita un territorio debba decidere cosa ci accade, e che nulla debba ledere questo suo diritto e quello alla salute, e tra i cattivi quelli che invece si imponevano per sopraffare questi ultimi, per arricchirsi o arricchire qualcuno, sulla pelle di qualcun altro.

Non c’è nulla di complicato in questo, come non c’è nulla di complicato in quello che è accaduto a Taranto, dove si è consumata una scelta in questo senso da parte del governo, e dove si è consumato il tradimento da parte di chi aveva promesso di combattere il mostro e ha deciso poi di lasciarlo vincere, come sempre.

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Coordinamenta2

“A proposito di…”

di Elisabetta Teghil

tre[…] La socialdemocrazia non va
a caccia di farfalle.
Il nemico marcia in testa a te
ma anche alle tue spalle.
Il nemico marcia con i piedi
nelle tue stesse scarpe.
Quindi anche se le tracce non le vedi
è sempre dalla tua parte[…]
Claudio Lolli-La socialdemocrazia- da “Disoccupate le strade dai sogni”

Gli appelli all’unità antifascista e antirazzista che si sono moltiplicati recentemente dopo la formazione del nuovo governo concentrano la loro attenzione su aspetti emotivi, specifici e circoscritti omettendo che la mentalità e la visione del mondo di stampo nazifascista è veicolata proprio dal neoliberismo che in Italia trova il suo referente nel PD che si è proposto e lavora per naturalizzare qui da noi la società neoliberista improntata per quanto si proclami “moderna”, a valori feudali, ottocenteschi e nazisti.

Definire la società impostata e voluta dal Pd in questi anni come fascista, definire il PD come fascista non è un insulto banalmente usato nelle situazioni più disparate, e dallo stesso PD tra l’altro, quando si vuole tacitare un avversario politico, ma risponde all’analisi di quello che il Pd ha messo in atto, di come ha trasformato il sociale, di come ha costruito un comune sentire improntato a valori corrispondenti ai principi dell’ideologia fascista.

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la citta futura

Il razzismo, malattia permanente del capitalismo

di Ascanio Bernardeschi

Il capitalismo usa il razzismo per perpetuarsi e per colpire la classe lavoratrice. Per combatterlo non basta l’atteggiamento umanitario ma serve la coscienza di classe che individui il vero nemico

bdece6b7ff7be84908240494aa881aee XLIl razzismo, per quanto abominevole, non è, almeno nella nostra era, una malattia sociale, ma è un carattere fisiologico delle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico, in quanto costituisce una potente leva per fare profitti e per dividere le classi lavoratrici. Per questo, quando se ne presenta l’opportunità, viene scientemente iniettato in dosi massicce nel corpo della società.

Il compianto Domenico Losurdo [1], ha già ampiamente documentato come, fin dagli albori del capitalismo, l’ideologia liberale abbia elaborato una sorta di la de-umanizzazione delle razze indigene come pretesto e giustificazione delle colonizzazioni delle loro terre e dell’intensivo sfruttamento del loro lavoro. Tra i tantissimi intellettuali da lui citati, c’è l’economista apologetico borghese John Stuart Mill, il quale, mentre elogiava la libertà occidentale, sosteneva che “il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari»¡”. Lo stesso Tocqueville, considerato un campione della democrazia, predicava la supremazia occidentale e il rischio di una “misce generation”, cioè la mescolanza di diversi gruppi razziali, per cui si rendeva necessario tenere ben distinta la razza superiore bianca da quelle inferiori, considerate alla stregua di animali parlanti. Lo stesso nazismo e il manifesto della razza fascista trovano i loro precedenti in questa tradizione liberale: un razzismo che non si limitava a de-umanizzare i neri e gli ebrei, ma anche i popoli slavi, così come oggi avviene nei confronti di altri popoli che ci interessa colpire.

Anche la deportazione e la messa in schiavitù dei neri africani per farli lavorare fino allo stremo e senza alcun diritto nelle piantagioni americane necessitava del razzismo quale sovrastruttura ideologica ideale.

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sudcomune

Grandi Opere. Un lenzuolo per coprire le magagne italiche

di Sergio Bologna

lenzuoli 800x429Cosa intende concretamente Piero Fassino quando dice che l’Italia resterà “isolata” se non si realizza la Torino-Lione? Che non mangeremo più camembert? Che per andare a Parigi dovremo passare da Londra? Oppure che ci mancheranno luce, acqua e gas? Non sto scherzando, vorrei che Fassino mi facesse un esempio concreto d’isolamento dell’Italia (o, se preferisce, dell’economia italiana) se il tunnel di base del Fréjus non venisse realizzato. Non è un politico qualunque Piero Fassino, è stato ministro, sindaco di una grande città, non può buttare parole al vento. Anche se il termine “isolamento” lo usasse come metafora o come iperbole, resta il fatto che è un’affermazione, in quel contesto, che fa dubitare della sanità mentale o dell’onestà intellettuale di chi la pronuncia.

Una “Grande Opera” ha senso solo quando “cambia la vita”, quando modifica in maniera sostanziale il sistema degli spostamenti con effetti sociali, economici, urbanistici, territoriali di vasta portata. L’allargamento del Canale di Suez, per esempio, è stato definito una “Grande Opera” ma i suoi effetti sul sistema degli scambi sono stati pari a zero. L’unica ragione per realizzarlo è stata quella di aumentare gli introiti dello stato egiziano ma anche questo obbiettivo è fallito: certe compagnie di navigazione preferivano circumnavigare l’Africa piuttosto che pagare dei pedaggi più cari e lo stato egiziano ha dovuto abbassare le tariffe e in certi casi dimezzarle per non avere un crollo degli attraversamenti. In compenso l’allargamento del Canale ha innescato un riscaldamento delle acque del Mediterraneo dalle conseguenza imprevedibili su uno degli ecosistemi più splendidi del pianeta. Bel risultato vero?