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ist onoratodamen

Intelligenza artificiale: dannazione o liberazione del lavoratore?

di Carlo Lozito

Si annuncia la rivoluzione dell'IA, peraltro già avviata da oltre 20 anni con lo sviluppo di Internet e del web. Sarà una rivoluzione che peggiorerà le già deteriorate condizioni di vita dei lavoratori aprendo scenari sociali di potenziali conflitti i cui esiti sono al momento imprevedibili. Essa fa intravedere, per la prima volta nella storia, la possibilità concreta di far lavorare le macchine al posto degli uomini e di liberarli dalla dipendenza dal lavoro coatto

Intelligenza artificiale. Bolognini IIP Tra privacy e algoritmi. Equilibrio difficile ma necessario articleimageMeno si è meno si esprime la propria vita;
più si ha e più è alienata la propria vita.
Karl Marx

Siamo alla quarta rivoluzione industriale. Il capitalismo, finora, è riuscito a dare un impulso senza precedenti allo sviluppo delle forze produttive che, in poco più di due secoli, ha trasformato profondamente la società. Se guardiamo oltre l'apparente progresso, tanto sbandierato dagli apologeti del capitalismo, constatiamo un disastro sociale ed ambientale senza precedenti storici. Oggi le più colpite sono le giovani generazioni addirittura private della possibilità di progettare il loro futuro tanto è precaria la loro condizione lavorativa ed esistenziale. I fenomeni di karoshi e ikikomori, presenti in Giappone e sempre più frequentemente in Occidente, sono un segno dei tempi che viviamo1.

Mentre si realizzano le strabilianti nuove macchine dell'intelligenza artificiale (in seguito IA), rese possibili dallo sviluppo sviluppo scientifico senza eguali, viviamo contraddizioni spaventose. Alcuni uomini, le ricerche ci dicono siano otto (!), possiedono una ricchezza pari a quella della metà della popolazione mondiale più povera mentre la maggior parte dell'umanità vive la condizione di un'esistenza minacciata quotidianamente dalla precarietà, dall'incertezza, dalla faticosa lotta per conquistare il minimo vitale.

Ora si annuncia la rivoluzione dell'IA, peraltro già anticipata da oltre 20 anni con lo sviluppo del mercato globale, di Internet e del web, destinata nel volgere di un paio di decenni a porre sfide decisive all'intera società.

 

IA: una breve panoramica.

Non possiamo fare un'estesa disamina delle nuove macchine dotate di IA. Diciamo solo che esse incorporano e svolgono molte delle funzioni umane, anche complesse. Ne accenneremo solo, indicando nelle note all'articolo i link ai video in rete che le mostrano.

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sinistra

Nuove note su “lavoro di cittadinanza”, salari minimi, Piano del lavoro e terzo settore

di Jacopo Foggi

lavoro digitale pri 940A poche settimane di distanza dalla più volte rinviata pubblicazione del libro da me curato (Tornare al lavoro. Lavoro di cittadinanza e piena occupazione, Castelvecchi) dedicato al “lavoro garantito”, “occupazione di ultima istanza” o “lavoro di cittadinanza”, che dir si voglia, mi sembra opportuno riprendere il filo del discorso per aggiornarlo alla luce di dibattiti e vicende più recenti ed esplicitarne alcuni aspetti in funzione delle esigenze di sviluppo del nostro martoriato paese.

Per chi si fosse perso il tema di cui stiamo parlando, sintetizziamo brevemente gli elementi centrali. Si tratta di una politica che consiste, almeno in prima battuta, in un intervento pubblico di “occupazione di ultima istanza” che, rifacendosi appunto all’azione delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, vede le istituzioni governative entrare in campo come datori di lavoro di ultima istanza nel momento in cui il mercato prevedrebbe o di non offrire alcun posto di lavoro retribuito oppure di fornirne solo di pagati al di sotto delle soglie dei redditi minimi consentiti e stabiliti per legge, o in generale a livelli di povertà – per la misera retribuzione o per le troppo poche ore. Analogamente al modo in cui la Banca centrale garantisce alle banche e allo Stato anticipazioni o scoperti di conto ad un tasso prestabilito sostenibile nei momenti di carenza di liquidità, stabilendo così un tetto massimo al tasso di interesse e garantendo la circolazione monetaria, allo stesso modo lo Stato decide di fornire un impiego retribuito, a un livello salariale di base ma dignitoso, a tutti coloro ai quali il mercato imporrebbe condizioni inaccettabili, vuoi perché semplicemente inesistenti, vuoi perché troppo basse per essere ritenute socialmente accettabili, stabilendo così un pavimento minimo alle retribuzioni1 .

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patriaecostituz

Perché il lavoro di cittadinanza

di Chiara Zoccarato

New Deal artistsLa proposta di un lavoro di cittadinanza nasce dalla necessità di offrire un’alternativa sostenibile alla disoccupazione e all’inattività, purtroppo in crescita, andando a garantire un reddito a chi ne è attualmente privo. Contemporaneamente, si consente la fornitura di servizi che altrimenti sarebbero fuori mercato, aumentando il benessere della comunità, cioè la ricchezza reale condivisa di beni e servizi, diminuendo la spesa pubblica assistenziale e aumentando il Prodotto Interno Lordo.

Perché è necessario affrontare la disoccupazione? Perché è un problema rilevante dal punto di vista economico, sociale e politico: il disoccupato non ha di che vivere e dipende interamente dai sussidi pubblici, dalla carità o dai parenti; non partecipa all’organizzazione economica e sociale del paese; rappresenta uno spreco di risorse produttive, perché non viene impiegato nella forza lavoro e il suo contributo, grande o piccolo che sia, viene comunque perso. Disoccupazione, sottoccupazione e inattività deprimono la domanda interna e costringono a fare affidamento sulla domanda estera, che non possiamo, e nemmeno vogliamo, controllare; esse, infine, aumentando «l’esercito industriale di riserva», indeboliscono il potere contrattuale nei rapporti di forza capitale-lavoro.

La proposta di attuare programmi di lavoro non è nuova, ha una storia illustre – il New Deal dell’amministrazione Roosevelt, per citare l’esempio più noto – e vanta un pedigree accademico di tutto rispetto, dal momento che a teorizzare l’intervento dello Stato per la creazione di posti di lavoro in modo diretto in fase di recessione economica furono economisti come J.M. Keynes e Hyman Minsky; oggi a spingere per questa proposta è soprattutto la scuola della Teoria della Moneta Moderna (MMT), i cui principi sono alla base delle proposte di Bernie Sanders del Programma di Lavoro Garantito Federale e del Green New Deal.

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contropiano2

OIL, il Lavoro è povero. Figuriamoci lavoratori e lavoratrici

di Alessandro Perri

ghj 1Quando Marx, quello “vero”, dei testi letti direttamente dall’originale in tedesco e non tramite compendi terzi, carenti in termine di comprensione; ebbene quando fece il suo ingresso in Italia, lo fece per mezzo della penna di Antonio Labriola negli ultimissimi anni del XIX secolo.

Questi, fine filosofo prima ancora che socialista della primissima ora, era solito insistere su un punto fondamentale: la praxis, ossia il lavoro come energia, è l’essenza dell’essere umano («l’uomo», scriveva in realtà Labriola…). L’individuo è il suo lavoro, e poiché sono le azioni dell’essere umano che fanno la storia (la cui scrittura, poi, è un capitolo a parte), quest’ultima va intesa come la storia del lavoro, ossia dell’insieme delle attività del genere umano.

A livello «concreto», ne consegue che le condizioni in cui è dato all’essere umano di esprimere la propria natura sono quelle, nel modo di produzione capitalistico, del mondo del lavoro propriamente detto, e dello “stato sociale” in cui queste si esprimono.

Se così stanno le cose, allora il World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo” rilasciato pochi giorni fa dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil, Ilo nella versione internazionale), riveste un’importanza decisiva, al netto della retorica istituzionale e del linguaggio tendente al neutro, come rilevanza-accademica-vuole, per avere un quadro più ordinato del mondo nel suo insieme.

Senza remore, possiamo affermare che il documento rilasciato è un bollettino di guerra, per come questa è intesa al giorno d’oggi nei confronti del mondo del lavoro. Come riassume l’«executive summary» dello studio, che di seguito vi riportiamo nella traduzione italiana, sono molti i dati allarmanti di cui nel futuro difficilmente saremo, o meglio, chi di dovere sarà, in grado di venirne a capo.

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jacobin

Le morti sul lavoro sono un indicatore di classe

di Carmine Tomeo

Ogni anno nel mondo 3 milioni di persone muoiono per infortuni o malattie connesse al lavoro. Ma aumentare i controlli non basta, il problema è il paradigma economico che subordina le vite alla competitività delle imprese

7647Partiamo da un presupposto: una qualsiasi analisi degli infortuni e delle malattie professionali che tenti di abbracciare in maniera complessiva la materia non può prescindere dal considerare i rapporti di produzione esistenti. Una sanzione a questa tesi ci viene dal compianto sociologo torinese, Luciano Gallino: «Le imprese che per risparmiare qualche migliaio di dollari o di euro non predispongono misure adeguate per prevenire incidenti o gravi patologie a lunga genesi rappresentano in modo singolarmente efficace la lotta di classe sui luoghi di lavoro». Una lotta nella quale ogni anno muoiono milioni di persone.

 

Due milioni di morti ogni anno

Le più recenti stime dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) sono agghiaccianti: 2,78 milioni di lavoratori muoiono ogni anno per infortuni sul lavoro (quasi 400 mila) o per malattie connesse all’attività lavorativa (circa 2,4 milioni). Altre 160 milioni di persone contraggono malattie professionali seppure non mortali. Mentre molto spesso un incidente non mortale lascia tracce indelebili nella vita di un numero sterminato di lavoratori: 313 milioni di persone subiscono infortuni che provocano lesioni gravi e gravissime; dati Ilostat confermano che negli ultimi dodici anni, mediamente 2 milioni di persone ogni anno hanno perso in maniera permanente la capacità di svolgere le normali mansioni di lavoro nell’occupazione che avevano al momento dell’incidente; in moltissimi casi, com’è facile immaginare, la lesione ha provocato una totale incapacità lavorativa.

Così, nel tempo che avete dedicato a leggere queste poche righe, da qualche parte nel mondo 153 persone hanno subito un infortunio e 4 di esse hanno perso la vita, ammazzati da un sistema economico che fa stragi (pressoché nel silenzio generale) che non risparmiano nemmeno i minorenni, neppure i bambini.

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Terrore del lavoro e critica del lavoro

La tolleranza repressiva e i suoi limiti

di Ernst Lohoff

terroreLa moderna società occidentale ha preso l'abitudine di autocelebrarsi in quanto asilo di tolleranza e di libertà; per quel che riguarda il soggetto moderno del mercato, dichiara con soddisfazione di non avere tabù. A ben guardare, tuttavia, la sua pretesa assenza di pregiudizi si rivela una mera forma di indolenza, e come il risultato di un adattamento mimetico alla situazione di amministrazione fiduciaria che la società di mercato esige. Questo condiziona i suoi membri ad accettare il fatto che, in ultima analisi, le decisioni relative al contenuto della ricchezza sociale e lo sviluppo delle relazioni sociali non si basano su degli accordi coscienti, ma su un'istanza anonima, in questo caso il mercato . Che si tratti di senape o di detersivo, di preferenze sessuali o di opinioni politiche, tutto quello che può essere messo sul mercato è giusto, e tutto quello che si rivela invendibile è sbagliato. Il moderno soggetto delle merci vive la propria vita senza riserve e pregiudizi solo a partire dal fatto che ha dovuto interiorizzare l'idea secondo la quale il mercato è l'unica istanza legittima di riconoscimento, che ritraduce sempre le relazioni sociali in relazioni di domanda e offerta. L'identità fra tolleranza regnante e sottomissione incondizionata al potere della merce e de mercato. non gli conferisce tuttavia solo le caratteristiche di ciò che Herbert Marcuse ha definito «tolleranza repressiva». Questa connessione interna determina allo stesso tempo sia i suoi limiti che il punto in cui le cose si invertono, il punto in cui l'abbrutimento di un soggetto del mercato, capace di digerire tutto, lascia il posto al puro odio. In una società dove il fatto di essere vendibili è il criterio che decide tutto, opporle un criterio di principio è una cosa inaccettabile ed asociale: significa rifiutare di rischiare la propria pelle, e mancare di disciplina per quanto riguarda il conformare sé stessi alla merce.

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jacobin

Reddito e salario: la vera posta in gioco

di Marta Fana e Simone Fana

Per il blocco neoliberista il principale problema del Reddito di cittadinanza è di essere troppo generoso rispetto alle retribuzioni italiane. Emerge allora il vero oggetto dello scontro: continuare a svalutare il lavoro

Salario minimo Differenza tra reddito minimo garantito e salario minimoDa mesi si parla dei due cavalli di battaglia dell’ultima legge di stabilità: quota 100 e Reddito di cittadinanza. L’audizione alla Commissione Lavoro del Senato sul decreto legge 4/2019 che li introduce si è dimostrata la sede privilegiata in cui vengono scoperte le carte delle parti sociali chiamate a esprimersi. È stato in quel momento infatti che i veri nodi politici sono venuti al pettine: il problema principale del Reddito di cittadinanza è di essere troppo generoso rispetto ai salari italiani: la distanza tra i due è minima e questo comporterebbe che i lavoratori potrebbero rinunciare ai magri salari preferendo il sussidio.

In particolare, Tito Boeri, presidente (in scadenza) dell’Inps, spiega che «secondo i dati Inps, quasi il 45% dei dipendenti privati nel Mezzogiorno ha redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal Reddito di cittadinanza» e che pur considerando il 50% dei trasferimenti meno generosi questi rimangono più alti «dei redditi da lavoro del 10% più basso della distribuzione dei redditi da lavoro». Sulla stessa barricata si trova Confindustria, preoccupatissima della potenziale riduzione dell’offerta di lavoro da parte dei poveri disgraziati, accusa il «livello troppo elevato del beneficio economico. I 780 euro mensili che percepirebbe un single, privo di altro reddito dichiarato, potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese: 910 al Nord (820 per i non laureati) e 740 al Sud (700 per i non laureati)».

La critica, avanzata dal blocco liberista italiano, che si estende al Pd e a Carlo Calenda, è nei fatti infondata dal momento che il Reddito di cittadinanza obbliga i lavoratori ad accettare una delle prime tre offerte di lavoro a prescindere dalla retribuzione, pena la decadenza del diritto al sussidio. Tuttavia, la psicosi provocata dal decreto mette in chiaro quello che fin qui in molti non avevano voluto vedere: l’oggetto dello scontro in atto non è il reddito in sé, ma il diritto del padronato italiano a perseverare nella svalutazione del lavoro e dei salari. Bassi sono e bassi devono restare altrimenti addio competitività.

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coniarerivolta

La pericolosa deriva dei sindacati confederali: negano il conflitto e sposano il liberismo

di coniarerivolta

landiniNel 1927 il Gran Consiglio del Fascismo deliberava la ‘Carta del Lavoro’, il documento simbolo della nascita dello stato corporativo e dell’indirizzo di politica economica che il regime avrebbe condotto di lì in avanti, almeno fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Un indirizzo politico volto all’esplicita negazione del conflitto di classe e, di conseguenza, alla completa sottomissione dei lavoratori agli interessi padronali. Espressioni quali “collaborazione tra le forze produttive”, “solidarietà tra i vari fattori della produzione”, “uguaglianza tra datori di lavoro e lavoratori”, rinvenibili nell’articolato della Carta del Lavoro, trovarono la loro compiuta sintesi nel riconoscimento, da parte del fascismo, dell’organizzazione privata della produzione come “funzione di interesse nazionale” e dell’iniziativa economica privata come motore dell’economia. Una perfetta espressione della visione liberista (con i dovuti e gli opportuni distinguo – si pensi, ad esempio, alla coniugazione del lavoro, presente nella Carta fascista, come “dovere sociale”, in contrapposizione all’ideale liberale del lavoro come “diritto”), che prevede il superamento della lotta di classe in nome di un “armonico” asservimento del lavoro al capitale, ai fini dello “sviluppo della potenza nazionale”.

La caduta del regime fascista non ha comportato, come ben sappiamo, la morte dell’ideale liberal-corporativista di unità tra le forze produttive. Esso appare infatti rintracciabile negli indirizzi di politica economica promossi dai governi italiani dal secondo dopoguerra in poi. Neanche l’alternanza tra governi di centro-sinistra e centro-destra degli ultimi decenni ha minimamente scalfito questa visione. Senza addentrarci in una complessa disamina storica, venendo ai giorni nostri, si può ritenere che quel concetto, pur rimanendo immutato nella sostanza, abbia fatto registrare dei cambiamenti nelle modalità tramite le quali esso viene declinato nel discorso pubblico.

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micromega

La CGIL di Landini, il ruolo del sindacato e la politica economica

di Luca Michelini*

maurizio landini 21. Pur con i limiti di chi non conosce dall’interno le logiche odierne di una grande organizzazione come la CGIL, che pure ho studiato nella sua evoluzione storica ed ho avuto modo di conoscere direttamente, seguire l’azione politico-sindacale di Landini ritengo sia molto importante per cercare di cogliere qualche segnale di risveglio del cd. movimento dei lavoratori.

La notizia importante è stata che Camusso ha appoggiato la candidatura di Landini alla segreteria.

La preparazione di Landini a questo appuntamento è stata notevole, perché per anni ha costruito la propria candidatura, seguendo una triplice strategia.

In primo luogo Landini è sempre stato al fianco dei lavoratori, acquisendo una credibilità sindacale, morale e politica innegabile. La credibilità in politica è fondamentale, soprattutto ora che sono venute definitivamente a mancare solide fondamenta culturali alla politica della sinistra. Certo, sono importanti anche gli esiti delle lotte; ma ancora più importante è che chi dirige le manovre, anche in caso di sconfitta, rimanga leale al proprio schieramento. Landini, d’altra parte, ha girato l’Italia rinsaldando l’organizzazione e lo spirito di tanti lavoratori e di tanti cittadini orfani di una rappresentanza politica capace di difenderli. Né Rifondazione e discendenti, né i partiti che hanno dato vita al PD, né il PD sono stati in grado di farlo, infatti. In fondo, Landini ha dato voce e speranza ai tanti cittadini italiani orfani del PCI. Ha cioè avuto cura di rinsaldare i tanti legami che il movimento operaio, in ogni sua componente (politica, sociale, sindacale) ha costruito in decenni e decenni di vita associativa. Ha fatto cioè l’esatto contrario di quanto si è proposta la dirigenza politica ex-comunista, come notò in un celebre editoriale dedicato a D’Alema il compianto direttore del “Manifesto” Luigi Pintor.

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coniarerivolta

Il lavoro manca ma De Bortoli (purtroppo) c’è: se sei disoccupato la colpa è tua

di coniarerivolta

amelie2Tornano a squillare, se mai se ne fosse sentita la mancanza, le trombe del padronato. Il tema è sempre lo stesso: il lavoro c’è ma i lavoratori, in particolare i giovani, lo scanserebbero mossi da inspiegabile snobismo. Non la drammatica carenza di domanda di lavoro da parte delle imprese, non la più che decennale stagnazione, ma i giovani choosy, ve li ricorderete, che viziati e pigri preferiscono poltrire o dedicarsi agli studi più effimeri, invece che guadagnarsi da vivere. Sul Corriere della Sera, la scorsa settimana, è apparso un articolo di Ferruccio De Bortoli (personaggio ha già fatto capolino sulle nostre onde, e non certo per prendersi applausi) con l’eloquente titolo “Il lavoro c’è. Ma ci interessa?” L’articolo è particolarmente interessante perché condensa in modo sintetico e significativo la visione dominante sul funzionamento del mercato del lavoro e sulle cause della disoccupazione. L’argomentazione è chiara: di lavoro non ne manca, sono i lavoratori che non hanno voglia di lavorare.

Da anni, decine di economisti di ispirazione liberista cercano di convincerci che la cronica disoccupazione europea, che in molti Paesi eccede abbondantemente il 10%, sarebbe da attribuire proprio ai disoccupati che, o non hanno le competenze adeguate a rivestire ruoli e mansioni fortemente richiesti dalle imprese, o mostrano una vera e propria inettitudine, pigrizia e mancanza di volontà ad adeguarsi al salario corrente e alla tipologia di lavori richiesti. La crisi? Il crollo degli investimenti pubblici e privati? Anni di austerità che, facendo sprofondare la domanda aggregata, hanno distrutto la capacità produttiva del Paese? Dettagli! La disoccupazione è, in buona sostanza, colpa di chi per scarsa intraprendenza, non adeguata preparazione o incomprensibile scelta, non lavora.

L’articolo di De Bortoli, nel portare avanti queste tesi, sciorina tutte le convinzioni del pensiero ortodosso in termini di occupazione. Se i lavoratori sono pigri, sarà necessario disincentivare questo loro comportamento: De Bortoli fa riferimento proprio a questa visione richiamando la ormai nota retorica contro le cosiddette politiche passive del lavoro, vale a dire, i sussidi di disoccupazione, gli ammortizzatori sociali e qualsiasi altra forma di trasferimento ai disoccupati.

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jacobin

Pietro Ichino e l’idea corporativa del sindacato

di Simone Fana e Lorenzo Zamponi

In una lettera al nuovo segretario della Cgil, l'ex senatore del Pd propone un'unità nazionale corporativa per la competitività globale. Una faccia nazionalista del neoliberismo che nega l'antagonismo tra lavoratori e imprenditori

ichino jacobin italia 990x361Pochi giorni dopo l’elezione di Maurizio Landini a segretario generale della Cgil, l’ex senatore del Partito Democratico Pietro Ichino gli ha rivolto una lettera aperta, sul sito economico LaVoce.info. Il tema evocato da Ichino è quello dell’unità sindacale, citata da Landini nelle conclusioni al congresso. Ma si tratta di un pretesto per chiarire al nuovo segretario generale che l’establishment liberal italiano non gli perdona il recente passato battagliero, e lo aspetta al varco, invitandolo pacatamente e serenamente a omologarsi a un’idea di sindacato pacificato e addomesticato. Secondo l’ex senatore, «la Cgil ha bisogno di una correzione» e la lettera ne indica la direzione: un nuovo corporativismo aggiornato all’epoca della globalizzazione, in cui qualsiasi conflitto tra capitale e lavoro è rimosso in nome della competitività dell’Italia nel mercato internazionale, e l’interesse dei lavoratori dev’essere sacrificato all’interesse nazionale, che coincide con quello delle imprese. Un corto circuito solo apparentemente paradossale, quello tra neoliberismo globale e corporativismo nazionalista: la logica della competitività serve proprio a questo, a schiacciare gli interessi di classe in nome del supremo interesse nazionale ad attrarre capitali livellando verso il basso i diritti dei lavoratori.

 

Un sindacato da “correggere”

La lettera di Ichino inizia fondamentalmente chiedendo a Landini di cospargersi il capo di cenere per le battaglie portate avanti negli 8 anni passati alla guida della Fiom. Il primo consiglio è quello di lasciar perdere qualsiasi velleità di confronto con la politica, dedicandosi solo alla contrattazione in senso stretto.

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coniarerivolta

Quando la dignità è precaria: note sul Jobs Act 2.0

di coniarerivolta

dignitaNel bel mezzo dell’estenuante iter di predisposizione della Legge di bilancio, quasi sotto traccia il 1° novembre scorso sono entrate a tutti gli effetti in vigore le modifiche in tema di contratti di lavoro a termine e di licenziamenti illegittimi previste dal famigerato “Decreto Dignità” (D.L. n 87/2018, convertito in L. n 96/2018), di fatto il primo provvedimento di marca grillino-leghista.

La gestazione del Decreto Dignità è stata accompagnata da un acceso dibattito e da un ampio ventaglio di polemiche. Da un lato, le roboanti dichiarazioni del Ministro Di Maio, secondo cui il Decreto Dignità metterebbe, una volta per tutte, la parola fine alla precarietà del lavoro in Italia e al Jobs Act di renziana memoria. Dall’altro, il codazzo liberista formato da esponenti dell’opposizione (PD in prima linea con la buona compagnia dei compagni di merende di Confindustria), dall’Inps di Tito Boeri, e dalla stampa padronale, secondo cui il decreto è in realtà lesivo per i lavoratori, in quanto generatore di disoccupazione, licenziamenti e di una riduzione dell’attività produttiva, fino ad arrivare a posizione ondivaghe ed ambigue da parte dei sindacati confederali.

Ebbene, per comprendere se ci troviamo di fronte ad una pur blanda riconfigurazione dell’assetto degli attuali rapporti di forza tra imprese e lavoratori, può essere utile evidenziare le implicazioni politiche derivanti dal Decreto Dignità, in particolare i riflessi immediati in termini di conflitto di classe. Ci concentreremo in questo pezzo solo su alcuni aspetti del decreto, in particolare sul ritorno delle causali per i contratti a tempo determinato, sulla riduzione della durata dei contratti a termine e sull’aumento delle indennità per i licenziamenti illegittimi.

Con riferimento ai contratti di lavoro a termine, il Decreto Dignità prevede i seguenti quattro punti.

A) Se il primo contratto a termine stipulato tra la singola impresa e il singolo lavoratore ha una durata superiore ai 12 mesi, o se comunque si tratta di un contratto a termine successivo al primo stipulato tra la stessa impresa e lo stesso lavoratore, l’assunzione a termine deve essere giustificata dal datore di lavoro sulla base di esigenze temporanee dell’impresa, vale a dire indicando le cosiddette causali, che il Jobs Act aveva del tutto eliminato.

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Il lavoro ci interessa, ma pure il salario

di Teresa Battista*

In un editoriale del "Corriere della sera" Ferruccio De Bortoli sostiene che il lavoro c'è, a mancare sono i giovani talenti interessati a lavorare. Ma la realtà è un'altra e parla di precarietà, basse retribuzioni ed emigrazioni dall'Italia

precari jacobin italia 990x361Pare che i liberali del nostro paese non possano fare a meno di biasimare quotidianamente disoccupati e poveri, quali soggetti privi di ogni etica e intrinsecamente oziosi, scansafatiche. Proprio qualche giorno fa dalle pagine del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli si lancia in un’invettiva contro la classe lavoratrice precaria e disoccupata, usando come alibi il discusso e discutibile “reddito di cittadinanza” da poco approvato dal governo, quale meccanismo che disincentiverebbe i disoccupati a darsi da fare e accettare le centinaia di migliaia di posti di lavoro disponibili. Insomma, parafrasando il titolo dell’articolo citato, secondo lui il lavoro c’è ma non ci interessa. Figuriamoci con un po’ di reddito di sudditanza a disposizione.

Le argomentazioni adottate discendono direttamente dalla teoria neoclassica secondo cui un aumento dei sussidi ridurrebbe l’incentivo per i disoccupati a cercare lavoro perché potrebbero godere di un reddito seppur modesto, rifiutando la fatica del lavoro a cui sono costretti dalla propria condizione sociale. Tuttavia, la realtà e la ricerca scientifica smentiscono ormai da decenni questi argomenti. Il tentativo di riportare i fatti dentro il guscio ideologico del liberismo appare sempre più goffo e velleitario. Vale però la pena ricordare che il contrasto a una politica di sussidi in caso di disoccupazione e/o disagio sociale fa parte di quella corrente teorica che vede ogni protezione delle condizioni di vita dei lavoratori, e più in generale delle fasce subalterne della società, come uno spreco che inibisce il buon operare del mercato e la competitività delle imprese. Abbiamo già visto dove la pluridecennale liberalizzazione e flessibilizzazione del lavoro ci ha portati, con il mondo del lavoro come bersaglio privilegiato delle politiche di deflazione e austerità, di cui fanno parte il blocco del turnover nella pubblica amministrazione e l’esternalizzazione di ampi servizi pubblici.

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quadernidaltritempi

Proletari di tutto il mondo, imprenditorializzatevi!

di Stefano Oricchio

Etnografia di una forza-lavoro nomade e intraprendente: “Entreprecariat” di Silvio Lorusso

Tavola disegno 21okok 1024x678 1024x678Si è soliti pensare che la ricerca di un lavoro rappresenti un passaggio pressoché obbligato nella vita di ognuno. Da qualche tempo tuttavia, soprattutto tra le nuove generazioni, si fa largo l’idea che esso vada piuttosto inventato. In questo senso, lo sviluppo delle tecnologie digitali ha spalancato un mondo, creando nuovi mercati, ruoli professionali e opportunità di inserimento. Non si tratta, però, di un processo pacifico e lineare: anzi, le attuali possibilità si sono intrecciate ancora più a fondo con le solite necessità.

La nuova potenziale forza-lavoro è infatti impegnata in una una competizione fratricida, il cui livello si è innalzato parallelamente a quello di una scolarizzazione sempre crescente per far fronte alle esigenze del capitalismo cognitivo e immateriale. Per emergere, o per uscire quantomeno vivi dalla società dell’incertezza (cfr. Bauman, 1999), occorre allora inventarsi qualcosa, rischiare, sapersi pubblicizzare, essere creativi, multimediali, flessibili e possibilmente poliglotti: occorre, cioè, adottare uno spirito imprenditoriale sulla propria persona che tuttavia non è ascritto alla nascita e bisogna investire risorse che, allo stesso modo, non tutti posseggono. Il risultato è, come si diceva, un intreccio di possibilità e necessità affascinante per alcuni ma terrificante per molti altri.

I dettagli, le modalità, gli effetti e le contraddizioni di questo processo di precaria imprenditorializzazione del mondo sono l’oggetto di Entreprecariat – Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro, un prezioso lavoro firmato da Silvio Lorusso.

 

Una Divina Commedia attualizzata

Entreprecariat riunisce, completa e sistematizza diversi materiali con cui l’autore è già intervenuto a gamba tesa su alcune delle più recenti trasformazioni del lavoro, ben etichettate da questo fortunato neologismo anglofono in cui si fondono imprenditoria e precarietà.

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consecutiorerum

La giornata lavorativa

di Maria Grazia Meriggi*

fancycrave 289499 unsplash 300x200Parlerò da storica soprattutto e quindi cercando di dare conto della pertinenza delle analogie ed esemplificazioni storiche che Marx fornisce intorno al tema della giornata lavorativa e ricordando inoltre, per semplificare, che la durata cronologica della giornata lavorativa, legale e poi anche contrattuale, è il frutto dei rapporti di forza prodotti nel conflitto di classe. Si inizia a definire che cos’è – al di sotto dell’evidenza empirica e contrattuale – la giornata lavorativa.

Una precisazione si rende però necessaria. Dei molti modi in cui sono presenti le narrazioni storiche nel Capitale ne sottolineo soprattutto due. Marx talvolta riassume e sintetizza comprimendo nel tempo in una narrazione in raccourci vicende che si sono sviluppate secondo le linee di tendenza da lui indicate in un lungo arco di tempo. Esempio caratteristico: l’accumulazione originaria in cui Marx comprime il passaggio secolare dall’agricoltura di villaggio con ampie aree comuni alla formazione di una eccedenza di popolazione che alimenta il proletariato industriale passando attraverso le enclosures. Agli inizi del Novecento Paul Mantoux (1906) ha ricostruito analiticamente i passaggi indicati da Marx, attraverso la formazione di un numeroso proletariato di salariati agricoli, attestandone anche la lucidità interpretativa. Altre volte invece – come nel caso di questo capitolo – Marx descrive processi in atto e ricorre a fonti di prima mano che sono le stesse cui ricorrono anche gli storici successivi dell’economia e della società inglesi ed europee del XIX secolo. Queste fonti sono gli atti ufficiali e i materiali statistici prodotti dagli ispettorati del lavoro che di mano in mano si formano presso i ministeri economici. In particolare i famosi blue books, i «libri azzurri» degli ispettori incaricati di verificare il rispetto della legislazione sulle fabbriche. In questo caso Marx è al tempo interprete e cronista appassionato dei processi che descrive con grande fedeltà.