Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

ilpungolorosso

Chantiers de l’Atlantique/Fincantieri …

di Redazione di “il cuneo rosso”

Fincantieri: arruolati nella guerra alla Francia, o uniti nella lotta internazionalista ai padroni e ai governi di Roma e Parigi? Due note sulla vicenda Fincantieri/Chantiers de l’Atlantique, a partire dai fatti

macron fincantieriI fatti sono noti. Macron ha deciso di nazionalizzare “a tempo” i Chantiers de l’Atlantique di Saint-Nazaire: non vuole che Fincantieri, che li ha appena comprati, abbia il controllo su di essi. Pretende che il controllo sia a metà: 50-50, invece che 67-33 a favore des italiens. Altrimenti, minaccia, non se ne fa nulla.

Immediata la reazione del boss di Fincantieri, Bono: “Siamo italiani ed europei, ma non possiamo accettare di essere trattati da meno dei coreani” (stava dicendo: da meno dei musi gialli, ma si è trattenuto per via dei grossissimi affari in ballo con la Cina). Altrettanto secco il ministro Calenda: “Non accettiamo di ridiscutere sulla base del 50-50”. Intorno, il coro della ‘libera stampa’ a suonare la stessa canzone, stesse note, stesse parole, ritornelli, etc., e gonfiare le vene del nazionalismo italiano, dell’orgoglio nazionale italiano contro lo sciovinismo francese e Macron, fino a ieri il bel salvatore dell’Europa, divenuto ora un secondo orrido Marine Le Pen…

Fin qui, niente di particolare, salvo una rettifica di una certa importanza da fare. Certo: è scontro tra stato-capitale francese/stato-capitale italiano, con la posta primaria delle grandi navi di lusso e, soprattutto, delle maxi-commesse belliche – lo chiarisce bene Bono: “I principali programmi militari sono quelli navali.

nuvole

Gig-economy: se il codice è legge

di Gianluca De Angelis

Questo contributo è tratto da un intervento proposto in occasione della conferenza internazionale Logistics: Labour, Infrastructures, Territories, tenutasi il 3 e il 4 Aprile 2017 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia e Psicologia Applicata dell’Università di Padova[1]

gig economyCi siamo trovate a maturare la nostra coscienza
civica, il nostro impegno sociale all’interno di u
contesto dominato da un linguaggio che non siamo
noi a parlare. È il linguaggio che parla noi, perché è
un linguaggio costruito e manipolato retoricamente
per definire i confini in quel mondo: i diritti che hai,
quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e
il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne
vieni espulsa perché quel mondo è costruito come
narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori
da quell’universo ti viene anche strappata la lingua
per dire quello che ti è successo e ti viene rovesciata
addosso la responsabilità. La frusta dell’oltre, appunto.

da Il bene, il male e i loro campioni;
Luca Rastello

conness precarie

Contro il regime del salario

Sul dominio del tempo tra fabbrica e metropoli

di Eleonora Cappuccilli

metro51 608x400Un nuovo regime di produzione che mette a valore l’autonomia e l’autoimprenditorialità; una nuova società dell’io; una nuova economia che si poggia sul lavoro gratuito: questa è l’immagine superficiale dell’economia politica ai tempi del neoliberalismo. Poi c’è il dominio violento che fa leva sul potere pastorale; la rete come modello dello sfruttamento; il lavoro salariato malpagato e ricattato: questa è la faccia nascosta del regime del salario attuale, quel puzzle di condizioni di vita e lavoro dentro e contro cui siamo costretti a muoverci. Guardando da entrambe le prospettive il neoliberalismo appare come un enigma irrisolto, eppure proprio la convivenza di due modelli inconciliabili sembrerebbe costituire la ricetta del suo successo senza storia e senza fine. Lungi dall’essere un insieme monolitico e onnicomprensivo, il neoliberalismo si dà sotto vesti differenti, in luoghi sconnessi. Di volta in volta, mostra un lato diverso per ingannare gli astanti, convincendoli di poter trovare la soluzione allo sfruttamento, anzi, meglio, la chiave per innescare la rivolta, se solo si posizionassero correttamente. In questa rincorsa al nuovo paradigma, si rischia di perdere la bussola per strada.

nuvole

Il lavoro ai confini dell’Europa

di Devi Sacchetto

Supply 572b3a56479d4Per un lungo periodo le analisi sulle trasformazioni produttive si sono concentrate sullo spostamento delle strutture produttive dal cosiddetto nord al sud del mondo. In particolare a partire dal 1990, lo spostamento di capitali dall’Europa occidentale, Nord America e Giappone verso l’Asia, l’Europa orientale e l’America Latina ha subito una forte accelerazione grazie soprattutto alle imprese multinazionali. Negli anni più recenti, tuttavia, alcuni studi basati sulle catene del valore e sulle reti di produzione globali (Barrientos et. al. 2011; Henderson et al. 2002) hanno sottolineato come le strutture produttive si siano articolate, anche geograficamente, in modo molto complesso. In questo articolo presentiamo i risultati di due ricerche rispettivamente sul settore elettronico e su quello delle calzature, per evidenziare come le reti produttive globali si sviluppino non solo dal nord al sud del mondo, ma anche in direzione inversa. In particolare sosteniamo che l’organizzazione di queste reti è basata sul contesto socio-istituzionale delle diverse aree mondiali e sulla composizione della forza lavoro.

paginauno

La Germania incantata

Collettivo Clash City Workers

6566679Il ruolo svolto dalla Germania a livello politico ed economico all'intemo del contesto europeo - e, più in generale, di quello mondiale - è sotto gli occhi di tutti e nelle parole di molti di più.

Il nesso che si è affermato tra le sue performance economiche e la sua preminenza politica ha, inoltre, posto la Germania alternativamente come nemico da combattere o come modello da imitare.

La luce del 'miracolo' tedesco non dovrebbe però impedirci di ricostruirne la genesi, considerarne i fondamenti e, così facendo, cogliere la vasta zona d'ombra che, come vedremo, lo avvolge se si guarda alla realtà sociale. Così facendo emergono delle linee di frattura assai diverse: non tanto lungo i confini geografici bensì interne alla società tedesca stessa, che la accomuna a una situazione presente in tutta Europa.

Due eventi possono essere considerati al contempo come spartiacque della recente storia tedesca e come snodi nel processo di edificazione della sua egemonia:

palermograd

Reddito contro lavoro? No, grazie

di Giovanna Vertova

basic incomeQuando si parla di reddito di base (RdB) sarebbe necessario fare chiarezza, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato ad un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro) [1]. Questa nuova forma di welfare viene presentata spesso dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.

Tale proposta viene giustificata teoricamente con la ricerca di una giustizia redistributiva (Rawls), del superamento o arginamento della povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri).

micromega

Il lavoro? Sempre più irregolare

di Marta Fana

LAVORO irregolare 510Affrontare il tema del lavoro irregolare presenta ampi margini di complessità legati sia alla natura del fenomeno, che per definizione si sottrae alle informazioni ufficiali, sia alle variegate modalità con cui si presenta.

Stando alle definizioni ufficiali, utilizzate dall’Istat, le unità di lavoro irregolare sono quelle «relative a prestazioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia lavoristica, fiscale e contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative»[1]. Dal quadro d’insieme, riportato dall’Istituto Nazionale di Statistica e aggiornato fino al 2014, emerge che il contributo al pil del lavoro irregolare ammonta a 77,2 miliardi di euro, corrispondente a circa il 5,3% del valore aggiunto totale. A questi dati corrisponde una stima di 3 milioni 667mila unità di lavoro irregolare, di cui 2 milioni 595mila relative a posizioni di lavoro subordinato e 1 milione e 72mila a lavoro indipendente (o autonomo).

L’irregolarità aumenta rispetto ai primi anni della crisi (2011) di oltre 100 mila unità, effetto probabilmente dovuto alla tendenza delle imprese a ridurre il costo del lavoro al fine di non essere espulse dal mercato e allo stesso tempo alla disponibilità dei lavoratori ad accettare un rapporto di lavoro anche non regolare per evitare una contrazione drastica del reddito dovuta alla disoccupazione.

effimera

Il lavoro fra Tolomeo e Copernico

di Ottavio Marzocca

scritte sul lavoroDi seguito pubblichiamo – nell’ambito del dibattito su neo-operaismo e decrescita, avviato dal testo di Emanuele Leonardi –  un estratto dal libro di Ottavio Marzocca, Transizioni senza meta: Oltremarxismo e antieconomia (Mimesis, Milano 1998). Malgrado la lontananza nel tempo della sua pubblicazione, questo libro ha ancora un notevole interesse, poiché l’autore vi esamina – fra l’altro – quel passaggio cruciale degli anni Settanta in cui si consumò la crisi dell’operaismo del decennio precedente. Qui ne proponiamo il paragrafo 6 del primo capitolo (pp. 34-39), nel quale Marzocca ricostruisce il maturare dei due diversi atteggiamenti verso il lavoro scaturiti da quella crisi che a sua volta aveva la sua ragione principale nel declino della “centralità” dell’operaio massa. In queste pagine l’autore offre anche indicazioni importanti sulle ragioni per cui il neo-operaismo, da quel momento, superò progressivamente l’uso politico dell’idea di rifiuto del lavoro.

*****

Così Negri ricostruiva nel 1988 il processo che aveva portato alla presa di coscienza delle trasformazioni qui ricordate [polverizzazione della produzione, capitalismo molecolare, fabbrica diffusa, informatizzazione, etc. – NdR] da parte della componente “anti-istituzionale” dell’operaismo:

commonware

Estremismo di centro e lotte sociali in Francia

Dalla Loi Travail alle elezioni presidenziali

di Davide Gallo Lassere

2048x1536 fit opposants loi travail manifestent strasbourg 9 mars 2016Contro la Loi Travail e il suo mondo

Per render conto della primavera francese del 2016, si può trarre ispirazione dallo slogan che ha caratterizzato la mobilitazione: “Contre la Loi travail et son monde[1]. Le lotte francesi del 2016 sono infatti iniziate con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata e una radicalità molto più ampie e generali, che sono sembrate andare ben aldilà della Loi Travail: la Loi Travail e il suo mondo, giustamente. E ciò non tanto perché la Loi Travail, in fin dei conti, sia una riforma trascurabile o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni.

Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese e, più estesamente, del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale “regime europeo del salariato”).

sergiobellucci

Amazon, nuova occupazione o distruzione di posti di lavoro?

di Sergio Bellucci

  • In queste ore, un caro amico, Attilio Romita, conoscendo le mie riflessioni sulla tecnologia mi scrive, in maniera larvatamente polemica, per segnalarmi che la robotizzazione, ne caso di Amazon, produce occupazione e non la riduce.
  • Mentre sto pubblicando viene lanciata la notizia che la Guardia di Finanza accusa Amazon di aver evaso 130 milioni di Euro di tasse solo nel nostro paese. Cioè, fanno occupazione con i nostri soldi? Quelli che avremmo potuto spendere per migliori servizi sociali, sanità pubblica, scuole e ricerca?

amazon magazzinoIl casus belli viene fornito dalla notizia, riportata da alcuni quotidiani come La Stampa, La Repubblica, Il Messaggero dell’apertura di un magazzino di Amazon nel nostro paese. Da questa notizia si farebbe discendere, automaticamente, una “nuova” narrazione sull’impatto della robotizzazione sul lavoro umano. Il solito meccanismo lineare che porta a perdere la complessità dei fenomeni, come spesso accade nelle discussioni economiche che fermano le analisi sulla porta della loro fabbrica. Impatti generali, implicazioni ambientali, risvolti sui cicli di vita, umani e non, restano espunti perché non contabilizzati dalle trimestrali delle aziende su cui si calcola il valore nelle borse. Ma pesano sulla storia di tutti noi e su quella del pianeta.

In particolare, in queste ore la nostra attenzione viene richiamata da un’ottima strategia di marketing comunicativo. Personalmente, devo confessare, che l’operazione ricorda molto l’ossimoro della “guerra umanitaria”, uno dei casi di più efficace ingarbugliamento dei sensi percettivi dell’opinione pubblica che la comunicazione militare abbia mai prodotto.

effimera

Gratificazione o sfruttamento?

Dal lavoro gratuito alle nuove forme di organizzazione e mutualismo 

di Sergio Bologna

workUn testo importante di Sergio Bologna che analizza tre libri collettanei pubblicati di recente, all’interno dei quali, nelle differenze di taglio e di configurazioni, è centrale il tema della gratuità del lavoro contemporaneo, cioè la crisi del “valore” del lavoro (“merce per eccellenza, la madre di tutte le merci”). Si tratta di: Salari rubati, a cura di Francesca Coin, Ombre Corte, 2017; Le reti del lavoro gratuito, a cura di Emiliana Armano e Annalisa Murgia, Ombre Corte, 2016; Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, a cura di Emiliana Armano, Annalisa Murgia e Maurizio Teli, Mimesis, 2017

*****

Il gruppo di ricercatrici e ricercatori che in Italia indaga sulla distruzione del lavoro salariato, la precarizzazione, il lavoro gratuito, l’estrazione di plusvalore dalle capacità relazionali e dagli stati emozionali, ha raggiunto ormai un grado di approfondimento analitico e di ampiezza di sguardo, che hanno permesso d’illuminare anche i lati più nascosti di questo universo del lavoro in costante decomposizione. E’ un segmento della sociologia del lavoro che ha raggiunto risultati eccellenti, in buon parte realizzati da ricercatori precari.

la citta futura

L’uso della robotica e le sue contraddizioni

di Marco Paciotti

In regime capitalistico, l’utilizzo delle macchine causa, oltre al calo dell’occupazione, la caduta tendenziale del saggio di profitto

InmoovIl presente articolo è una riflessione che trae spunto dal materiale didattico preparato dal compagno Domenico Laise, docente dell’Università La Sapienza di Roma e presentato ad un seminario “Sull’attualità del pensiero economico di Marx”, tenuto presso l’Università Popolare A. Gramsci, nell’anno accademico 2016-2017.

Vari studiosi del modo di produzione capitalistico hanno teorizzato la “fine del lavoro”. Essi sostengono che la disoccupazione sia il risultato dell’innovazione tecnologica e dell’introduzione di macchine sempre più avanzate (automazione). In questa narrazione il macchinario assolve la funzione di capro espiatorio su cui spostare l’attenzione delle classi subalterne, in modo tale che esse guardino al robot come il colpevole della miseria in cui esse sono in realtà gettate dai meccanismi di funzionamento immanenti al sistema di produzione capitalistico. Al contrario, la teoria elaborata da Marx ci aiuta a capire che non è il robot a determinare la crescente disoccupazione, ma il suo uso capitalistico. Anzi, attraverso le contraddizioni insiste nell’uso capitalistico delle macchine, che saranno approfondite in seguito, il robot contribuisce alla dissoluzione del modo di produzione capitalistico.

effimera

Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali

Tra sussunzione di soggettività e forme emergenti di cooperazione sociale. Riflessioni introduttive

Emiliana Armano e Annalisa Murgia

Nell’intento di continuare ad approfondire le modalità di accumulazione del capitalismo di piattaforma e soprattutto le nuove configurazioni del lavoro sottese a tale contesto, proponiamo la lettura dell’ottima introduzione di Emiliana Armano e Annalisa Murgia al libro da loro curato insieme a Maurizio Teli: Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, appena uscito per Mimesis/Eterotopie.*

close look nam june paik 900x450 cQuesto testo si inserisce in un percorso di ricerca e di costruzione di spazi di analisi collettiva iniziato nel 2010 con il lancio del progetto Mappe della precarietà e proseguito nel corso degli anni intorno al tema della soggettività precaria, affrontata in differenti contesti, quali ad esempio gli spazi urbani in connessione all’emergere di nuove forme di lavoro gratuito1. All’interno di questo volume la prospettiva che adottiamo aggiunge un nuovo tassello e cerca di ampliare il nostro quadro interpretativo, tuttora in costruzione, ponendosi l’obiettivo di esplorare la soggettività non tanto - o quantomeno non solo - in relazione ai processi di precarizzazione, ma di discuterne le più ampie e intricate connessioni con il cosiddetto capitalismo delle reti. L’obiettivo di questo lavoro collettaneo è infatti quello di fornire alcuni elementi di conoscenza critica sulla costruzione sociale dei nuovi confini tra lavoro e attività che emergono nella produzione di valore negli spazi digitali2. Con la locuzione ‘spazi digitali’ ci riferiamo alla metafora interpretativa delle relazioni sociali mediate dalle tecnologie digitali di rete - l’esempio contemporaneo principale è quello dei social media - intese come spazio relazionale oltre che tecnologico.La storia di questa metafora spaziale aiuta a inquadrare la problematica di ricerca che il volume si pone: se negli anni ‘90 proliferavano documenti dai toni entusiastici - quali la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio3 - caratterizzati dai tratti libertari della californian ideology4, oggi la metafora che sembra meglio descrivere le grandi piattaforme social e tecnologiche è significativamente mutata fino ad assumere le sembianze dei walled garden5, vale a dire di un insieme di spazi chiusi nei quali accesso e circolazione dei contenuti sono controllati.

facciamosinistra

“Lo chiamano amore”

Note sulla gratuità del lavoro

di Anna Curcio

Da AA.VV, Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, Ombre Corte, 2017

gratis“Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato”. Questo l’esergo che Silvia Federici sceglie per un testo fondativo della campagna internazionale Salario al lavoro domestico1. Erano gli anni Settanta e il femminismo marxista era impegnato in un duro confronto critico con Marx, per portare in primo piano la produzione di valore del lavoro riproduttivo. Si intendeva in particolare denunciare la gratuità del lavoro domestico e della cura, svelando le forme intrinseche dello sfruttamento del lavoro delle donne2.

La suggestione di Federici, tutt’altro che datata, ritorna pressoché intatta nel presente, mentre il lavoro gratuito dilaga imponendosi quale nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Stage, tirocini, esperienze di praticantato, straordinari non pagati, volontariato, le innumerevoli forme di gratuità del lavoro intellettuale e artistico e ogni altra sorta di lavoro non retribuito fino alla lavorizzazione del consumo (si pensi soprattutto alle attività che quotidianamente svolgiamo nel web 2.0) stanno ridisegnando la geografia del lavoro contemporaneo. E il lavoro in quanto tale, sganciato dal rapporto salariale, diventa un atto d’amore. È precisamente un atto d'amore quello che oggi il capitale domanda quando chiede di lavorare senza il compenso di un salario, proprio come ha storicamente chiesto alle donne di svolgere gratuitamente e per amore la cura e il lavoro domestico.

eticaepolitica

Potenzialità e limiti del reddito di base

Risposte al questionario di Etica & Politica

Giovanna Vertova
Dipartimento di Scienze Aziendali, Economiche e Metodi Quantitativi
Università di Bergamo
giovanna.vertova@unibg.i

basicincomeQuesito 1.

In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignita pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità.. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano - ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come e possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?

Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana.