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fuoricollana

Il multipolarismo visto dall’Occidente

di Antonio Cantaro

Il mondo multipolare è oggi, indubbiamente, il nostro “essere”. Ma è anche il nostro “dover essere”? È anche il farmaco per far fronte al chaos in cui è precipitata la Terra? I fatti ci mostrano continuamente che non è così

USA Israele Iran.jpg1. Questo luogo comune non risparmia nemmeno l’autorevole letteratura che auspica una concezione critica della geopolitica. La geopolitica dei grandi spazi al ‘servizio’ di un nomos ordinante in grado di frenare il dilagante culto della potenza. Così, ad esempio, Roberto Esposito nel noto libro con Cacciari: «La terza ondata di geopolitica risale ai primi anni del Duemila, anticipata e prodotta dallo schianto delle torri gemelle a Manhattan. A crollare con esse era la pretesa egemonica di un’America uscita vincitrice dallo scontro con l’Unione sovietica, ma impossibilitata a omologare il mondo intorno alla propria bandiera. Dopo la fine imprevedibile dell’ordine bipolare, si assiste al rapido declino di quello unipolare. Se dopo il Due, anche l’Uno si rivela irrealizzabile non resta che ordinare il chaos senza soggiacere alla sua prepotenza».

Saggio, ragionevole. Multipolarismo sotto l’egida del politicamente possibile, multipolarismo che muove, alla maniera dell’antica cultura greca, dalla tragedia per cercare l’ordine. Una rinnovata prassi istituente aperta a un confronto produttivo con quel costituzionalismo democratico che non ha dimenticato che è «essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro» e che il diritto nonostante le sue «pretese di universalità ha sempre un’origine locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli».

Questa metafisica della geopolitica ben si sposa con l’empirismo progressista. Una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo multipolare fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così. Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale.

2. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione europea. La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni.

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infoaut2

(E)lezioni tedesche

di Infoaut

gkikdfnutChiamati alle urne gli abitanti del land della Sassonia-Anhalt hanno scelto: oltre il 44% dei voti è andato all’Alternative für Deutschland.

Secondo i dati hanno votato per l’Afd il 42% dei giovani, il 60% degli operai e il 65% di persone con problemi economici. Il dato forse maggiormente significativo è l’affluenza: circa l’80% degli aventi diritto al voto, un trend che si era già espresso con le elezioni federali nel febbraio 2025. Così come la provenienza geografica del voto è confermata: la Sassonia-Anhalt era già stato un bacino importante per il partito di Alice Weidel. Va detto che la Sassonia-Anhalt è un territorio a est della Germania con un PIL tra i più bassi a livello nazionale. Hanno votato tanti giovani e tanti lavoratori per un’opzione reazionaria, xenofoba e sovranista ma soprattutto per un partito che si pone in maniera chiara e netta contro il sostegno all’Ucraina da parte europea e per un riavvicinamento economico alla Russia. 

Che sia un voto in qualche modo di protesta e che la preoccupazione più profonda degli strati popolari sia l’essere trascinati in guerra è un dato piuttosto lampante. A questo sentimento diffuso, che a tratti percepiamo e a tratti raccogliamo in modo più tangibile, si deve aggiungere una lettura materialista legata al fallimento del modello di crescita voluto e incarnato dalla CDU e dunque la crisi sociale e l’impoverimento trasversale non possono che essere stati una variabile determinante. Le fratture dell’ordine globale e l’avversione al progetto americano per l’Europa vengono usate da un partito che ha saputo legare proposte profondamente razziste e reazionarie ad un sentimento popolare diffuso contro le élite tedesche e europee. Questo passaggio politico in Germania, mostra in modo plastico il disastro provocato dalle politiche atlantiste e neoliberali degli ultimi anni che hanno demolito la distinzione fra destra e sinistra per le persone comuni. Dimostra anche che, se queste categorie politiche hanno perso il loro significato storico, solo a destra c’è stata la capacità di sfruttare l’occasione che la storia ha messo sul piatto.

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analisidifesa

Mamma…li russi! Al via le prove generali per demolire la democrazia in Europa?

di Gianandrea Gaiani

depositphotos 604161516 stocContrasto alla guerra ibrida dei russi o prove generali per utilizzare la supposta “influenza putiniana” per soffocare libertà d’espressione e democrazia in Europa? Inutile gridare al complottismo: l’interrogativo è meglio porlo in termini espliciti ora, prima che sia troppo tardi e ci si trovi di fronte al fatto compiuto.

La Germania ha deciso che la Russia è “responsabile dell’attacco ibrido” compiuto all’inizio di agosto con un drone carico di esplosivi all’aeroporto di Lipsia, uno scalo strategico per l’esercito tedesco ma soprattutto per l’Ucraina che qui basa i suoi aerei da trasporto pesante An-124.

“Nel complesso, le indagini della polizia, le modalità operative e le informazioni dei servizi di intelligence dimostrano una responsabilità russa nel tentativo di attentato all’aeroporto di Lipsia”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (nella foto sotto) sostenendo che i “mezzi d’azione osservati si inseriscono nello schema ben noto delle operazioni ibride russe in Europa.

La configurazione dei droni” e l’impiego di “diversi componenti, esplosivi e dispositivi di innesco” rimandano ad “altre operazioni ibride condotte dalla Russia e alla sua guerra contro l’Ucraina”, ha precisato. La tecnologia utilizzata e “l’interazione tra i diversi elementi devono essere qualificate come professionali e rivelano un elevato livello di competenza tecnica, nonché un notevole sforzo organizzativo”, ha proseguito.

Se l’esecuzione finale del “tentativo di attentato” è stata affidata ad agenti cosiddetti “usa e getta”, questi ultimi avrebbero agito “su ordine delle autorità statali russe”, ha aggiunto il ministro a cu ha risposto il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, che ha annunciato la chiusura, entro una quindicina di giorni, dell’ultimo consolato russo rimasto in Germania, quello di Bonn, e di un centro culturale russo a Berlino sospettato di ospitare spie.

Mosca ha risposto chiudendo le sedi del Goethe-Institut in Russia ma la vicenda lascia aperti numerosi interrogativi. Il ruolo di Mosca non si può escludere considerando i rapporti tra Germania e Russia ma Berlino non ha presentato prove e diversi osservatori esprimono dubbi circa la ricostruzione tedesca dei fatti e le responsabilità russe.

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osservatorio contro la mili.png

Recensione a Teoria della classe armata. L’età del potere militare di David Colantoni

di Gianmaria Toffi

600.jpgIl testo di David Colantoni si rivolge al lettore dichiarando un obiettivo estremamente ambizioso: fornire una diagnosi dell’attuale scenario internazionale incardinata sull’emergere, negli Stati Uniti, di una nuova classe sociale (la “classe armata”), costituita dai militari di professione e da tutti quei settori “civili” che sono collegati al complesso militare e a vario titolo coinvolti nella promozione dei suoi interessi: industrie del settore armiero, centri di ricerca sulle nuove tecnologie suscettibili di utilizzo militare, mondo della comunicazione, dell’educazione e dell’intrattenimento. La tesi di Colantoni è che questa nuova classe va a soppiantare la borghesia capitalistica, imponendo i suoi interessi (la produzione di caos sistemico, necessario a giustificare la propria crescita indefinita e l’assegnazione di risorse pubbliche) a scapito della razionalità del sistema economico-finanziario tradizionale; nella fase attuale, iniziata con il declino dell’URSS, la classe armata da “parassita” si trasforma in “parassitoide”, mettendo sempre più in questione la capacità di sopravvivenza dell’ospite capitalistico.

 

La monografia è articolata in tre parti, la prima dedicata alla costruzione e articolazione del concetto di classe armata nel contesto USA, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e con numerosi riferimenti agli attuali conflitti, la seconda al raccordo tra questo concetto e le analisi di vari studiosi statunitensi del militarismo: Lasswell, Wright Mills, Kenneth Galbraith, Fulbright, Melman, la terza all’”estetica necatrix”, ovvero alla costruzione mediatica del “nemico” ed alla legittimazione estetica della sua uccisione. Chiudono il volume due capitoli di conclusioni, con un approfondimento sul processo di militarizzazione nei Paesi europei e l’allarme per la possibile espansione planetaria del militarismo e dell’affermazione della “classe armata”. Il volume è introdotto da una Prefazione di Jeffrey D. Sachs, da un breve testo di Olivier Stone e da un Proemio di Luciano Canfora.

 

Senza pretendere di fornire una sintesi del testo di oltre 500 pagine, mi concentro su alcuni punti nodali e sulle questioni ad essi inerenti.

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ilpungolorosso

I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)

di Il Pungolo Rosso

5478d659 a9c5 b138 2d61 b7b51884fa24La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.

 

Esercitazioni militari in Polonia

La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco.

Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.

Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno.

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megachip

L'Italia importa una cellula della nuova Classe Armata

di Pino Cabras

Crosetto ha nominato consigliere per l'innovazione della Difesa l'ex ministro ucraino Fedorov. Un uomo-sistema che porta a Roma il laboratorio bellico di Kiev: droni, algoritmi addestrati sul fronte, capitali privati. Non europeizziamo l'Ucraina: ucrainizziamo l'Europa

krosett.jpgGuido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov consigliere per l’innovazione della Difesa. Fino a metà luglio Fedorov era il ministro della Difesa dell’Ucraina. La notizia è una delle più importanti dell’anno.

Non è un incarico di facciata. Il ministero italiano parla di droni, di mezzi senza pilota, di difesa aerea. Fedorov ha scritto che aiuterà l’Italia ad adottare le tecnologie della guerra moderna. Ma la parola che conta davvero, e che ricorre in tutte e due le versioni della giornata, è un’altra: portare «su larga scala» quello che il fronte ucraino ha già collaudato. Cioè trasferire qui un modo di produrre e combattere, non qualche brevetto.

Vale la pena raccontare come ci è arrivato, perché non è un dettaglio. A metà luglio Zelensky lo ha rimosso dal governo dopo lo scontro con il comandante in capo Oleksandr Syrsky. In Ucraina la gente è scesa in piazza per chiederne il ritorno, e nelle settimane scorse Fedorov ha fatto un passo che nessuno si aspettava: ha chiesto pubblicamente le elezioni, dicendo che non può essere Putin a stabilire i tempi della democrazia ucraina. Roma è la prima tappa di un giro internazionale, e altri governi si erano fatti avanti prima del nostro.

C’è pure un paradosso tutto italiano che nessuno segnalerà.

Lo stesso Crosetto ha tenuto l’Italia fuori dal PURL, il meccanismo con cui la NATO fa pagare agli europei le armi americane per Kiev. Diciamo no ai bonifici e sì all’architettura.

Chi è Fedorov, allora. È nato nel 1991 a Vasylivka, nella regione di Zaporizhzhia, non ha mai portato una divisa e prima della politica faceva marketing digitale: a ventidue anni aveva già la sua agenzia. Le prime armi politiche le fa nel 2014, e questo pezzo di biografia va raccontato. Si candida alle elezioni parlamentari con 5.10, il partito libertario appena fondato dall’imprenditore Hennadiy Balashov. Il programma stava tutto nel nome: cancellare il sistema fiscale esistente e sostituirlo con due sole imposte, il 5% sulle vendite e il 10% sui salari. Balashov diceva apertamente di voler fare dell’Ucraina un paradiso fiscale mondiale, sul modello di Singapore e dell’Irlanda, e indicava come nemico il controllo dello Stato sull’economia.

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I "terroristi" siamo noi!

Genealogia occidentale della violenza e monopolio politico delle parole

di Lavinia Marchetti

c973f071 1e51 40b3 ad5d 775ee7980ca2 547x365.jpgAbbiamo costruito per ottant’anni la figura del terrorista come colui che minaccia l’Occidente, che ci odia per i nostri “valori”. In realtà ci basterebbe aprire un atlante, leggere qualche archivio declassificato, ma anche solo studiare qualche libro di Storia e contare i governi rovesciati nei decenni, le città bombardate, la storia del colonialismo, della schiavitù, delle deportazioni. A quel punto, dopo questi semplici passaggi, diventa molto complicato collocare la parola “terrorismo” fuori da noi, solo sugli altri.

 

IL PRIVILEGIO DI NOMINARE

Una bomba fatta esplodere in un mercato da un’organizzazione clandestina è considerato “terrorismo”, giustamente. Invece una bomba sganciata da un aereo o da un drone su un quartiere abitato, che uccide 10 volte il numero delle persone della precedente, ma sganciata da uno Stato a noi affine, la definiamo appartenente alla “guerra strategica”. L’intento è il medesimo, seminare panico e creare distruzione. Dunque, perché usiamo denominazioni diverse? Secondo la Treccani, il terrorismo è l’uso della violenza o della minaccia di violenza contro civili o obiettivi non combattenti, con lo scopo di incutere terrore e ottenere finalità politiche.

Edward Said aveva colto con particolare lucidità il potere politico nascosto nel linguaggio, che non riguardava solo il fatto di descrivere la realtà, questo era già lapalissiano ai tempi dei Greci e del Romani, ma la capacità di decidere che cosa conta come realtà e che cosa no. Nel 1987 recensì Terrorism: How the West Can Win, volume curato da Benjamin Netanyahu (esattamente lui). Quel testo, ripubblicato quest’anno da Limes (n. 10/2026, p. XX), diventò per Said un caso esemplare. La sua critica toccò dei punti che per noi, oggi, studiosi e osservatori, appaiono attraverso le sue parole, molto chiari. Said ci spiega che nella cultura politica israelo-americana il “terrorista” non è più una persona che compie un’azione in un contesto storico e politico determinato, ma diventa una categoria fissa, quasi naturale, aggiungo io: una specie di archetipo, di tipo psicologico.

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contropiano2

La fine del “Medio Oriente” americano

di Marc Lynch*

Il sostegno americano all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti potessero ancora avere. Anche la sconfitta di Trump in Iran ha infranto l’illusione di un assoluto dominio militare americano.

La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo che prevedeva il collasso del cosiddetto “Medio Oriente americano” a causa delle politiche statunitensi nella regione. Come si manifesta concretamente questo scenario? E verso dove sta andando il mondo oggi?

Di seguito il testo dell’articolo.

* * * *

Medio oriente soldatini su mappa.jpgIl ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente è giunto al termine. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è stato una delle vittime della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze.

Inoltre, l’incapacità degli Stati Uniti di proteggere le proprie basi negli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha seriamente minato il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la loro rete di basi militari nella regione.

L’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e il suo abbandono di qualsiasi pretesa di raggiungere un accordo con i palestinesi hanno di fatto posto fine alla missione decennale di Washington di forgiare una partnership di sicurezza duratura tra i suoi alleati arabi e Israele.

Per trentacinque anni, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è stato quello di confinare i propri eterogenei alleati in un sistema basato sulla protezione di Israele, inizialmente contenendo l’Iran e l’Iraq, e più recentemente l’Iran e i suoi alleati non statali.

Lungi dall’essere una deviazione da quella strategia, la guerra del presidente Donald Trump l’ha portata alla sua logica conclusione, cercando di eliminare la minaccia iraniana con la forza in un colpo solo.

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“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”

Stefania Valbonesi* intervista Joseph Halevi

appanna stella usa ordine.pngIntervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione  della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.

Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano nei confronti della Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.

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In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui  Paesi amici?

Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica  è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.

In altre parole, è la Nato a  proteggere gli USA, rappresentando a un tempo  il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.

Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.

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contropiano2

IA: la bolla e lo spillo

di Vladimiro Giacché - Michele Tonoletti*

is bolla spillo 656x300.jpgE’ passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare).

I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due studiosi di primo piano, il sospetto che la “bolla” dell’IA sia in un condizione molto più che critica. Se ne è accorto ormai anche Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria. Non siamo al “si salvi chi può”, ma i cigni neri svolazzano da tutte le parti…

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Lo scorso dicembre abbiamo realizzato uno studio dedicato all’ecosistema IA statunitense e alle elevate quotazioni raggiunte dai relativi titoli azionari (1).

Queste le nostre conclusioni di allora:

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acropolis

La tigre di carta: il fallimento della macchina da guerra americana da mille miliardi di dollari

di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies

00 Iran war protest.jpgIl popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite. Le priorità corrotte del governo statunitense lasciano irrisolti i nostri problemi più gravi, minando al contempo gli sforzi globali per affrontarli, dalla distruzione del clima e dell’ambiente naturale al pericolo sempre presente di una guerra nucleare. Come suggeriscono i risultati delle elezioni primarie di quest’anno, la maggior parte degli americani desidera una società che si prenda cura dei suoi cittadini, con un governo che risponda ai nostri bisogni più urgenti. Ciò deve certamente includere lo smantellamento di questa macchina da guerra fallimentare, corrotta, fuori controllo e assurdamente costosa.

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Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute ( SIPRI), gli Stati Uniti hanno speso 21 trilioni di dollari per le proprie forze armate tra il 2001 e il 2024 (in dollari costanti del 2024), una cifra pari alla spesa militare complessiva dei successivi diciotto paesi. L’Iran è a malapena presente in questa lista, avendo speso solo il 2% di quanto speso dagli Stati Uniti, e il SIPRI ha stimato il bilancio militare iraniano per il 2025 a soli 7,5 miliardi di dollari. Come fa dunque l’Iran a tenere testa alla macchina da guerra statunitense, che ammonta a migliaia di miliardi di dollari?

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fuoricollana

Verso un conflitto commerciale UE-Cina?

di Vincenzo Comito

I paesi europei, privi di una leadership politica e pressati in ogni modo dagli USA, sembrano avviati verso la guerra commerciale con la Cina. Ciechi dinanzi al proprio declino e poco lungimiranti nell'accettare la cooperazione cinese anche per contrastare il riscaldamento globale

Conflitto commerciale UE Cina.jpgIl presidente degli Stati Uniti è ossessionato dalla Cina e cerca di trasmettere tale ossessione anche ai paesi europei, che per la verità non sembrano opporre molta resistenza, su questo come su altri fronti.

 

Dopo la Russia, la Cina: un altro nemico esistenziale per l’UE?

Mentre Trump accusa ridicolmente il paese asiatico di aver truccato i risultati delle elezioni statunitensi del 2020 e mentre c’è anche da noi chi lo prende sul serio, i ministri degli esteri dei paesi dell’UE, riuniti a Bruxelles il 13 luglio di quest’anno, hanno espresso una dura valutazione dei supposti rischi posti dalla Cina. Tali personaggi hanno dichiarato ufficialmente in quella sede che Pechino non minaccia soltanto l’economia dell’UE, ma anche la sua sicurezza, sottolineando tra l’altro come l’ambizione comune di Cina e Russia sia quella di assicurarsi un dominio regionale. Essi, con tale valutazione, si allineano così sostanzialmente alla linea dura degli Stati Uniti, che ancora una volta detta la sua volontà ai vassalli e facendo in modo che gli europei usino il loro stesso linguaggio aggressivo. Come al solito la carica delle truppe nel nostro continente è guidata dall’energica Von der Leyen.

Intanto il cancelliere tedesco Merz, sino a ieri reticente quanto alla volontà di dare il via ad un vasto programma protezionistico nei confronti della Cina, conscio come era dei rilevanti interessi contrari delle grandi imprese tedesche, ora sembra allinearsi, sia pure con moderazione, alle posizioni di altri paesi, in particolare della Francia, capofila dei duri. In un incontro a Colonia con Macron, i due capi di Stato hanno concordato sul fatto che i cinesi pongono una minaccia esistenziale all’industria europea, proponendo quindi misure di emergenza sulla questione, pur affermando, con la solita formula di rito, di non volere un “decoupling” dal paese asiatico (Chassany, 2026).

Se tale linea dovesse poi tradursi in atti concreti ne soffrirebbero tutti, ma certamente i paesi dell’UE ne uscirebbero malconci. Ricordiamo, tra l’altro, che il conflitto con il paese asiatico si aggiungerebbe a quello frontale con la Russia e con i dazi ed altri balzelli imprevedibili di Trump. Molti nemici molto onore, o no? E certamente non dei nemici da poco.

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Trump, il voto e il comunismo

di Ottorino Cappelli*

Trump e le manifestazioni.jpgLe elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.

Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.

È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.

È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.

Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.

 

Cambiare le condizioni del voto

Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.

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analisidifesa

L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente

di Gianandrea Gaiani

1771581432590.jpgL’Italia sembra essere in cerca di un ruolo militare nel conflitto in atto nel Golfo Persico e che minaccia di allargarsi al Mar Rosso.

Dopo i raids sauditi sulle milizie yemenite Houthi di Ansar Allah e i bombardamenti congiunti sauditi-statunitensi contro le milizie sciite filo iraniane in Iraq, sospettate di aver lanciato droni contro il territorio saudita, due nuove missioni italiana nella regione del Golfo Persico, emerse nei giorni scorsi, si sviluppano di fatto in zona di guerra.

Il ministero della Difesa ha confermato a fine luglio l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo, fornendo anche dettagli dopo che un articolo di Fausto Biloslavo il 30 luglio su il Giornale ne aveva rivelato la presenza e delineato precisamente i contorni.

“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein” ha reso noto il sito Internet della Difesa.

“Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”, secondo quanto spiega il ministero della Difesa e “la Task Force Air-Arabia è comandata dal colonnello Michele Schiavi. La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.

La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air – Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’Operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.

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Gli USA, l’eterogenesi dei fini della globalizzazione e l’illusione della sfera di influenza atlantica

Tre domande a Mimmo Porcaro

Screenshot 2026 01 21 103207Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi?

Mimmo Porcaro: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro, essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama imperialismo, ed è importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto tale, e segnerà un’epoca intera.

Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak, Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare ad libitum.