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comedonchisciotte

Guerra al terrorismo o al mondo arabo?

Intervista all'American Herald Tribune

Paul Craig Roberts

comedonchisciotte controinformazione alternativa paul craig roberts alexander hamilton 660x330AHT: Lei crede che nessun accordo con Washington possa essere ritenuto degno di fiducia; che cosa ci insegna la storia a questo proposito?

PCR: C’è una maglietta con la scritta: “Certo che puoi fidarti del governo, chiedi agli Indiani.” Alcuni governi sono più degni di fiducia di altri. Reagan, per esempio, aveva detto che avrebbe posto termine alla stagflazione e lo ha fatto. Reagan avevava detto che avrebbe terminato la guerra fredda e lo abbiamo fatto. Eisenhower ci aveva messo in guardia sul pericolo che rappresentava per la democrazia il complesso militare industriale, e noi abbiamo ignorato l’avvertimento.

Sembra che, quando c’è la possibilità di ritagliarsi grosse fette di potere e il governo è nelle mani di persone che perseguono programmi politici occulti, questi programmi vengono portati avanti con l’inganno. Per esempio, la “guerra al terrore” è in realtà una guerra contro quei paesi mussulmani che hanno una politica estera indipendente dai voleri di Washington e di Israele; è una guerra alle libertà civili degli Stati Uniti, ma è anche una guerra a quelle nazioni del Medio Oriente che ostacolano l’espansionismo territoriale di Israele. Ma Washington finge che sia una “guerra per la democrazia,” una “guerra per la libertà dal terrorismo, “ ecc.

I Russi hanno imparato, o avrebbero dovuto farlo, che, per Washington, nessun accordo è significativo. Quando la Russia aveva acconsentito alla riunificazione della Germania, le era stato promesso che la NATO non si sarebbe spostata di un centimetro verso est, ma l’amministrazione Clinton ha portato la NATO fino alla frontiera con la Russia. L’amministrazione Bush ha buttato nel cesso il trattato Anti-ABM e la Russia è ora minacciata dalle batterie dei missili antibalistici che si trovano a ridosso dei suoi stessi confini.

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sbilanciamoci

I rischi della guerra economica Usa-Cina

di Vincenzo Comito

La guerra economica tra Stati Uniti e Cina è partita il 6 luglio. Potrebbe riguardare, tra dazi, controdazi e perdita di produzioni, qualcosa come mille miliardi di dollari e portare a una recessione mondiale

Trump Xi Afp U20437914565LwB 835x437IlSole24Ore WebLa guerra economica tra Stati Uniti e Cina, nell’ambito di una offensiva commerciale più vasta scatenata da Trump contro quasi tutto il resto del mondo, è dunque partita davvero, il 6 luglio, nonostante lo scetticismo e l’incredulità di molti.

Sull’argomento sono state scritte molte migliaia di pagine e sono state dette moltissime cose. Cercheremo quindi di concentrare la nostra attenzione, per la gran parte, su alcuni degli argomenti meno esplorati dai media.

 

Le motivazioni di Trump

Ci si è a lungo interrogati sulle ragioni di queste iniziative di Trump.

La spiegazione ufficiale fornita dal presidente è quella che sono presenti degli squilibri inaccettabili nella bilancia commerciale del Paese con la controparte asiatica, mentre per di più le imprese cinesi rubano con la frode o con contratti iniqui le tecnologie americane, mentre intanto le imprese Usa vengono bloccate nei loro tentativi di penetrazione del mercato cinese e mentre infine la Cina sostiene con grandi aiuti statali lo sviluppo delle nuove tecnologie da parte delle imprese locali.

Ma queste motivazioni non sembrano tenere conto, tra l’altro, del fatto che circa il 50% delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono fatte da imprese statunitensi e che, più in generale, oggi le catene del valore dei singoli prodotti sono molto complesse e che spesso la loro produzione tocca oggi anche 10-20 Paesi.

Per altro verso e più in generale, come ci ricorda Paul Krugman (Krugman, 2018), Trump e soci fanno affermazioni sugli effetti delle loro politiche che non hanno alcun riscontro nella realtà: Trump inventa cose di sana pianta e i suoi consiglieri di solito raccontano trionfi economici immaginari.

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maggiofil

E se fossero gli Usa a uscire dalla Nato?

di Carlo dei Galli

8d97fa7a05c48951a1b8e44b36877d2eAll’incontro della Nato a Bruxelles del 12 luglio u.s. il presidente americano Donald Trump ha dato il solito spettacolo: «prende la parola, brucia i due minuti a sua disposizione e travolge gli alleati. Mischia gli argomenti, punta il dito contro le case tedesche colpevoli di vendere troppe auto negli Stati Uniti, fa capire di non volere che i progetti di difesa Ue tolgano commesse alle imprese Usa e che anzi il Vecchio Continente dovrebbe comprare il gas americano anziché quello russo. Poi passa alle spese militari e arriva al punto: chiede a tutti di spendere il 2% del Pil per la difesa entro il primo gennaio 2019, ben prima del 2024 concordato da anni: “Altrimenti faremo per conto nostro”. In sala cala il gelo, mentre una vocina misteriosa recapita alle agenzie di stampa tedesca e belga la notizia shock che in pochi secondo fa il giro del mondo: Trump ha minacciato di abbandonare la Nato se gli alleati non aumenteranno subito i contributi». Gli alleati subito se la fanno sotto e corrono ai ripari: che l’aumento delle spese militari al 2% resti fissato al 2024, però intanto noi ci mettiamo qualche soldino in più. Allora il Trump in conferenza stampa può fare anche il magnanimo: «si presenta sul podio affiancato da Mike Pompeo e John Bolton e annuncia: “Potrei lasciare la Nato, ma ora non ce n’è bisogno visto che ho ottenuto 33 miliardi in più dagli alleati [in realtà, come comunicato dal capo dell’Alleanza Stoltenberg, i miliardi saranno 41, ma erano – guarda un po’ – già preventivati] e la promessa che tutti accelereranno verso il 2%. Prima ero molto triste, ora sono molto felice”… E dall’aereo cinguetta: “Grazie Nato”» (così Alberto D’Argenio su “La Repubblica” del 13 luglio 2018).

Ma sarebbe mai possibile che gli Stati Uniti possano avere convenienza ad uscire dalla Nato, quell’alleanza nord-atlantica che avevano imposto all’Europa occidentale nel 1949 in funzione anti-sovietica? A monte c’è una revisione dell’orizzonte geopolitico di cui Trump si sta facendo paladino.

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Sulla Belt and Road Initiative

Nicola Tanno intervista Diego Angelo Bertozzi

c4d72c83 dbd9 4c19 b13c 237c6063702bLa Nuova Via della Seta è il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all’antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) è un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di più di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, già autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina.

* * * *

1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali?

Della nuova via della seta esistono diverse mappe –che di volta in volta segnalano l’aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale è stata pubblicata nel 2013, mentre l’ultima versione è del dicembre del 2016 e porta alcune novità quali una descrizione più dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell’intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l’Atlantico, così come a est si aprono rotte marittime verso l’Artico e oltre l’Australia. Queste aperture indefinite, così come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell’intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d'azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialità di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici.

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Mutamenti dello scenario geopolitico e geoeconomico

Giuseppe Molinari intervista Andrea Fumagalli

NHDK 73 A61 600x400Con l’intervista a Raffaele Sciortino abbiamo avviato una riflessione sui mutamenti degli scenari geopolitici e geoeconomici mondiali che si stanno determinando. L’interesse è quello di ricomprendere le mosse di breve periodo in un piano di lungo corso e inscrivere le tattiche adoperate dagli attori globali in una strategia complessiva. La partita che si sta giocando è molto più profonda di quello che può sembrare ad un occhio non attento: ad essere in palio, infatti, sono le stesse gerarchie capitalistiche. Questa volta ne parliamo con Andrea Fumagalli, a partire dai passaggi che si sono definiti negli ultimi tempi.

* * * *

Che scenario si sta dando sul piano mondiale dal punto di vista geopolitico e geoeconomico? Pensi che il dominio economico e finanziario statunitense stia giungendo al termine? E’ possibile immaginare un processo di “de-dollarizzazione” considerato anche il sempre maggior peso che sta assumendo il renmimbi cinese?

Io credo che siamo di fronte ad una fase di passaggio nella definizione degli equilibri geoeconomici e geopolitici. Ma, oggi più che mai, a mutare sono i secondi, visto che la messa in discussione delle gerarchie geoeconomiche è già avvenuta nel corso degli ultimi 15 anni, con il cambiamento dei rapporti economici tra Occidente (impersonato soprattutto dagli U.S.A. dopo il grande sviluppo tecnologico della Net Economy e della Silicon Valley) ed Oriente (essenzialmente Cina ed India). Da questo punto di vista, oggi possiamo dire che l’economia cinese ha una dinamica sicuramente più efficiente rispetto a quella statunitense, anche per via delle caratteristiche del sistema cinese, che utilizza un misto di elementi di modernità e di antichità. La modernità sta nella capacità di assumere la leadership nella dinamica tecnologica: le statistiche dell’Ocse ci rivelano come, sin dal 2007/2008, la Cina sia il paese che investe di più nel mondo in R&S e come, dal 2010/2011, l’economia cinese sia trainata dai settori a più alto impiego di tecnologia.

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Poco prima che sia troppo tardi

di Pierluigi Fagan

Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018

9788815239983 0 0 814 75Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia,  è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi  aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere.

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La diplomazia competitiva dell'amministrazione Trump

Le questioni dell'ONU e della NATO

di Michele Nobile

us president donald trump give two1. Il problema della diplomazia competitiva

La diplomazia di George W. Bush voleva essere «trasformativa», cioè volta a costruire e sostenere Stati democratici in collaborazione con «molti partner internazionali»1 . In altri termini, l’esportazione a mano armata della «democrazia» presupponeva la capacità e la volontà di costruire alleanze variabili e su misura dell’intervento militare. Non foss’altro che, al fine di una parziale legittimazione politica, anche l’azione militare unilaterale e al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite doveva combinarsi con il multilateralismo. Senza mai escludere l’azione unilaterale - «se necessario» - in modo simile all’amministrazione Clinton quella di Obama enfatizzò la cooperazione multilaterale e nelle istituzioni internazionali.

In cosa si differenzia l’amministrazione Trump dalle altre?

Uno dei suoi tratti è l’idea della rinascita della competizione geopolitica con la Russia e di quella economica con la Cina, oltre alla critica della teoria della «pace democratica». Tuttavia, ciò va relativizzato.

Con l’esplodere della guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, un altro Presidente avrebbe usato un linguaggio diverso, ma comunque le potenze occidentali non avrebbero potuto accettare supinamente la ricostituzione di una propria sfera d’influenza nell’area europea ex sovietica da parte del Governo russo (il discorso è parzialmente diverso per gli Stati ex sovietici dell’Asia centrale: si veda oltre). E infatti, la principale critica al candidato Trump era, appunto, quella di essere a dir poco accomodante nei confronti di Putin.

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marx xxi

La via yankee al sovranismo

di Riccardo Paccosi

Pubblichiamo la riflessione di Riccardo Paccosi (da Facebook) come contributo alla discussione sulle questioni relative alla difesa della sovranità nazionale

fantasmaHo iniziato a parlare dell’esistenza di una Via Yankee al Sovranismo, più o meno da quando ho iniziato a identificarmi, da un punto di vista marxista, con tale categoria politica. Dunque, intorno al 2012.

Infatti, dall’avvento dell’austerity del Governo Monti nel 2011, si è immediatamente palesato che, a fronte della rigidità tedesca che indirizzava le posizioni dell’Unione Europea imponendo politiche di macelleria sociale a Grecia e Italia, da parte degli Stati Uniti vi era un atteggiamento decisamente più elastico nei confronti della spesa pubblica e del bilancio statale. La troika che impartiva ordine ai governi euro-mediterranei, in altre parole, risultava essere composta dal “poliziotto buono” FMI e dal “poliziotto cattivo” Commissione Europea.

Così, molte figure pubbliche che in quel periodo e a vario titolo si pronunciavano contro l’austerity – per esempio Paolo Barnard, ma anche Stefano Fassina – enunciavano altresì esplicitamente la necessità di cercare sponda politica negli Stati Uniti e nel Fondo Monetario per uscire dalla trappola mortale del fiscal compact e dal controllo tedesco sulla nostra economia.

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti.

Otto anni di austerity hanno quasi del tutto eroso, presso l’opinione pubblica italiana ed europea, il preesistente sostegno alla prospettiva eurofederalista e hanno portato, quindi, il sovranismo al centro del dibattito politico e reso maggioranza parlamentare quelle forze politiche che, con varia gradazione, alle tematiche sovraniste sostengono di rifarsi.

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ilcovile

Nuove armi, terra e mare

Alla luce di Carl Schmitt

di Armando Ermini

11428 1024x694Impossibile per un non esperto valutare se veramente quelle nuove armi di cui ha parlato Putin1, non solo cambiano la guerra navale ma addirittura, come scrive il Sa-ker, annullano l’opzione militare contro la Russia. Fosse davvero cosi, le implicazioni di questo fatto avrebbero conseguenze molto piu grandi della pura strategia militare. Conseguenze geopolitiche, immediate e di lungo periodo, e quindi anche storico-filosofiche, nella misura in cui ogni paese ispira la sua politica, i suoi fini e mezzi su alcuni fondamenti e scelte prima di tutto culturali.

Per stare sull’immediato, rilevo intanto che le parole di Michael Griffin, che sembra non sminuire l’importanza di quelle armi, pongono gli USA ma anche il mondo intero, di fronte all’inquietante scenario di una alternativa secca fra ciò che egli definisce una «sconfitta» o l’uso dell’opzione nucleare. Uno scenario, come sostiene Grasset, che significativamente non contempla la terza alternativa; quella di una presa d’atto realistica da parte americana che un mondo unipolare non è piu possibile, e quindi che è necessaria una ricontrattazione complessiva degli equilibri fra le grandi potenze. Equilibri militari, politici (zone d’influenza), economici, in vista di un nuovo «nomos» della terra, ovvero di un ordine multipolare fondato sul diritto internazionale e sui suoi vincoli cosi spesso disattesi.

Che il sottosegretario americano non contempli tale possibilità, che sembra paragonare tal quale ad una sconfitta del proprio paese, la dice lunga su ciò che gli USA intendono per «convivenza pacifica». Molto pericoloso, evidentemente!

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pierluigifagan

La sinistra alle prese con l'Europa, la Nazione, il Mondo

di Pierluigi Fagan

tot2 2009Tra un anno si va a votare per l’Europa. Su Micromega, G. Russo Spena (qui), sintetizza le posizioni in cui si divide la sinistra europea.

La prima posizione è sostenuta da Linke (Germania) e Syriza (Grecia), dove però la posizione greca rispetto ai diktat della Troika, non ha mostrato apprezzabili pratiche politiche alternative. Cambiare l’UE dal di dentro con intenti progressisti, la difficile linea.

C’è poi Varoufakis ed il suo Diem25 sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre a Benoit Hamon, fuoriuscito dal partito socialista francese ha creato il movimento Génération-s – e da altre piccole forze provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Sinistra transnazionale che vuole democratizzare l’Europa.

Infine, ci sono Bloco de Esquerda portoghese, Podemos spagnolo e France Insoumise francese che hanno firmato assieme la Dichiarazione di Lisbona a cui ha successivamente aderito anche l’italiano Potere al Popolo. Anche qui si vuole costruire un contropotere democratico all’Europa neo-ordo-liberale.

Tutti e tre gli schieramenti mostrano un nuovo interessante fenomeno che è quello del dialogo e del coordinamento tra forze politiche di più paesi. Da tempo lo facevano le forze conservatrici, liberali e socialdemocratiche ovvero le forze di governo, quelle che governano nei rispettivi paesi e quel poco che si decide al parlamento europeo. Interessante che ora anche la sinistra quasi sempre di opposizione (Bloco de Esquerda è l’unica forza al governo oltre a Syriza) faccia i conti con il formato inter-nazionale.

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Il conflitto permanente come culla del nuovo mondo multipolare

di Pierluigi Fagan

images687Le scienze sociali che usano come unità metodologica lo stato, ovvero le Relazioni Internazionali e la Geopolitica, non potendo fare esperimenti di verificazione delle teorie, si accontentano di sostenere la loro “scientificità” verificando quanto una teoria si adatti ad eventi storici pregressi. La “Storia” è l’unico dato empirico di validazione delle interpretazioni, fatto già di per sé bizzarro visto che: a) la storia è sempre una narrazione stesa su eventi ben più complessi; b) l’interpretazione ovvero la teoria è, a sua volta, un riduzione della narrazione storica.

Oltre a queste due sospensive ce ne è una ancora più determinante. Se accettiamo come quadro di riferimento macro-storico, ovvero di lunga durata, il fatto di trovarci in una transizione epocale che ci sta portando dall’epoca moderna ad un’altra che ancora non ha nome sebbene cominci a mostrare una sostanza chiaramente complessa, questo ricorso al passato rischia di basarsi sulle pericolose “false analogie”. Il ricorso al conforto di come si sono comportati gli stati nel passato al presentarsi di schemi di ordine di tipo multipolare è naturale vanga fatto, ma da quei confronti dovremmo trarre indicazioni molto relative, deboli, indiziali, poco probanti. Non siamo nella linea di uno sviluppo continuo della stessa traiettoria, siamo nella frattura profonda di un modo con un altro e quindi siamo in terra incognita dove la passata esperienza ha valore marginale.

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marx xxi

La sfida Usa-Cina per l’egemonia tecnologica

di Francesco Galofaro*

usa cina digitalsupremacyTecnopolitica e protezionismo

Questa settimana The Economist [1] ha dedicato la propria copertina alla battaglia tra Stati Uniti e Cina per la supremazia digitale. Pur adottando il punto di vista del governo americano, l’articolo è molto utile per collocare il delicato confronto in corso nel quadro più vasto delle politiche protezionistiche promosse da Donald Trump. I temi di conflitto sono diversi: mercati on-line; hardware; supercomputer; computazione quantistica; navigazione satellitare; Intelligenza Artificiale; armamenti avanzati; sicurezza nelle telecomunicazioni; potere di imporre gli standard internazionali.

Alcuni tra questi problemi, cruciali per la comprensione delle relazioni internazionali contemporanee, andrebbero approfonditi meglio. Ad esempio, gli articoli dell’Economist collocano la supremazia quantistica al primo posto tra i problemi più urgenti, senza tuttavia spiegare di cosa si tratti. Occupandomi professionalmente di computazione quantistica e di Information Retrieval [2], vorrei cogliere l’occasione per spiegare di cosa si tratta, dato che la funzione della comunicazione quantistica è meno intuitiva a comprendersi rispetto ai sistemi di riconoscimento dei volti o agli impieghi dei droni militari.

 

Protezionismo

I liberali condannano ideologicamente il protezionismo di Trump. E’invece più interessante da un punto di vista politico ricostruire i motivi della guerra economica cui stiamo assistendo. Ve ne sono diversi: tra i questi, alcuni sono strettamente legati alla tecnopolitica e alla lotta per l’egemonia tra cyberpotenze.

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La Cina nella globalizzazione

di Romeo Orlandi*

Dal numero speciale di "Primo Maggio"

230d6c13 acc9 4283 b192 93941ff54cc8il dragoneMediumLa Cina, nel senso ovviamente della Repubblica Popolare, non è mai stata un magnete intellettuale per la nuova sinistra italiana e internazionale. Ha attratto invece l’attenzione di un variegato gruppo di seguaci che ne esaltavano la fedeltà manichea e si identificavano nella propaganda di Pechino. La liturgia era immutabile, il rosso indelebile, il lessico della Terza Internazionale. L’attenzione apologetica apparteneva ai marxisti-leninisti, per i quali la conservazione del trattino assicurava la linearità di pensiero. Chi derogava dalla linea, indipendentemente dal suo contenuto, era oggettivamente un amico della reazione e del capitalismo. L’analisi serviva a scovare i nemici, a denunciare i traditori. Per queste versioni, la Cina di Mao era la continuazione dello stalinismo – e dunque della retta via – mentre quella di Deng emulava il revisionismo di Kruscev. Le dinamiche della storia sembravano irrilevanti; l’identità manteneva sempre il primato sull’analisi. La verità valeva fino al prossimo Congresso del Pcc, dove chi prevaleva dettava la linea e chi era sconfitto finiva nei campi di rieducazione. Il dibattito che ne derivava non era fertile. Mao era la continuazione o la crisi del bolscevismo? Deng ha salvato il Partito o la Cina? Il Pcc può definirsi ancora comunista? Le domande sono mal poste, probabilmente inutili; negli anni ’60 si sarebbe risposto The answer is blowing in the wind.

Una lente disincantata, minoritaria, ideologica ma non ossificata, ha invece analizzato con spirito critico l’esperienza cinese. Certamente la sua epopea ne è stata glorificata, dalla Lunga Marcia alla guerra civile contro i nazionalisti di Jiang Jie Shi, dal terzomondismo di Bandung alla lotta imperialista.

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megachip

Spigolature dal conflitto mondiale

di Piotr

Nessun dualismo di potere può durare troppo a lungo. Qualcosa dovrà succedere. Uno show-down. Dio ci protegga da questo show-down

index6854Molte voci indipendenti confutano il dramma scritto e rappresentato negli UK sull'avvelenamento della ex spia Sergey Skripal e di sua figlia Yulia.

La prima voce è quella dell'agenzia dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC o OPCW in Inglese) che nel settembre dello scorso anno ha dichiarato di aver rigorosamente verificato la completa distruzione dell'intero programma russo di armi chimiche, compresa la produzione di agenti nervini, con un particolare richiamo alla base di Kizner, oggi tirata in ballo dal governo May.

Questa dichiarazione fu allora sottoscritta anche dagli Inglesi che adesso però la contestano, per ovvi motivi, guadagnandosi i rimproveri del direttore generale dell'OPAC.

Al contrario si sa che gli UK hanno riprodotto il gas nervino di epoca sovietica, presso il Porton Down’s Defence Science and Technology Laboratory.

Lo ha ricordato l'ex diplomatico Craig Murray, una vita nel Foreign Office, e noto per le sue posizioni anti-russe (ad esempio sulla Crimea) che però, evidentemente, non vuole far precipitare sotto la soglia di una minima decenza.

Murray ha portato questi elementi di ragionamento:

1) La Russia non ha più la possibilità di produrre questi agenti; inoltre la struttura dell'agente nervino usato è dubbia. Dovrebbe essere il “Novichok” (nome sconosciuto in Russia) ma l'unico suo punto di produzione, l'Uzbekistan, è stato smantellato proprio da una ditta americana.

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inchiesta

Stati Uniti e Cina nell’era Trump

di Maurizio Scarpari

CINA USA011 1030x615L’irrompere sulla scena di Donald Trump ha prodotto grande sconcerto e uno scompiglio istituzionale di dimensioni impensabili negli Stati Uniti e nel mondo, mettendo in discussione la validità e la solidità del modello di governance occidentale e del concetto stesso di democrazia.[1] Per molti, la politica riconducibile allo slogan “America First” e l’arrogante determinazione con cui viene portata avanti starebbero minando la reputazione e la posizione dominante dell’America nel mondo, favorendo la Cina, pronta a cogliere ogni opportunità per promuovere le proprie relazioni economiche e migliorare la propria immagine internazionale, proponendosi come potenza consapevole delle proprie responsabilità, rispettosa delle regole internazionali e fautrice di un nuovo ordine in grado di rispondere alle esigenze di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.[2]

Ci si chiede se stiamo assistendo al declino degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente in favore di una Cina destinata a diventare entro il 2050 il “grande paese socialista moderno, prosperoso, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello”[3] di cui ha parlato con orgoglio Xi Jinping in apertura del 19° Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) nell’ottobre 2017 come alcuni sostengono, o se sta avvenendo, piuttosto, un semplice riposizionamento funzionale al mantenimento dello status quo.

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