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Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale
di Mario Pietri
In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.
La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.
1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero
La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.
- Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
- Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
- Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
- E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.
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La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.
di Alessandro Visalli
Nell’antica Cina si chiamava 逐鹿中原 / zhúlù zhōngyuán, ovvero “Dare la caccia al cervo della pianura centrale”. Si tratta di una metafora politica molto antica, che risale alla conquista Zhou (circa anno mille) e struttura un’immaginazione geopolitica che presume tre cose, nella ricerca della sovranità (il Cervo, lù):
- c’è un centro ordinatore, il zhōngyuán, la Pianura Centrale, che è insieme normativo-politico e geografico;
- ogni frammentazione è patologica e va considerata temporanea, sono interregni e vanno riassorbiti;
- la legittimità, conseguentemente, è essenzialmente capacità di unificare.
Zhao Tingyang scrive che:
“il potere politico significa stabilire un ordine sociale mediante la trasformazione di risorse disponibili in risorse controllate, cioè di trasformare la semplice continuazione della vita in un’aspettativa credibile. In questo senso la politica costituisce un tentativo di appropriarsi in maniera ordinata dell’avvenire”[1].
Secondo la massima di Confucio, “che coloro che sono vicini siano felici, e coloro che sono lontani accorreranno alla vostra Corte”, qui si tratta di sviluppare unità (nella Piana Centrale) tramite attrazione, e non espansione. Tingyang parla di un “modello a vortice” che sviluppa una “potente forza centripteta”.
La descrizione è interessante e rende molto vividamente l’idea:
“le numerose parti che entrano a far parte del gioco non riescono a resistere all’attrazione esercitata da tale vortice e si battono l’una dopo l’altra partecipando ‘volontariamente’ al gioco in maniera concorrenziale, mentre altri partecipanti vi vengono trascinati passivamente, e così il vertice si fa sempre più ampio e più forte, fino a raggiungere una situazione di stabilità che è quella che dà forma all’estensione complessiva del paese”[2].
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Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro
di Elisabetta Burba e Maria Pappini
Per blindare l'egemonia Usa, la «dottrina Donroe» punta al controllo fisico delle risorse strategiche. Dal Venezuela alla Groenlandia
L’energia è il cuore dell’ultimo scontro globale: ogni barile venduto fuori dal circuito del dollaro è una crepa nel primato di Washington. Per 50 anni, il sistema ha retto su patti che imponevano ai produttori di scambiare greggio in dollari, alimentando Wall Street e sostenendo i titoli di Stato Usa. Ma oggi, sotto la spinta della de-dollarizzazione, quel modello vacilla. La risposta di Donald Trump è un cambio di passo, che impone la linea dura del controllo delle risorse strategiche.
«La Cina può comprare tutto il petrolio che vuole da noi». Con queste 11 parole, il presidente Donald Trump ha svelato il baricentro dello scontro globale in atto: il petrolio. Lo ha fatto all’incontro con i vertici di Big Oil riuniti alla Casa Bianca il 9 gennaio scorso. Cinque giorni prima, il concetto era stato declinato in modo molto più diretto dal senatore repubblicano Thomas Massie. «Svegliatevi, Maga. Il Venezuela non riguarda la droga. Riguarda il petrolio» aveva detto ai suoi il guastafeste di Trump. Il senatore ribelle aveva messo a nudo la posta in gioco a Caracas: la partita non è morale, è materiale.
https://youtu.be/iaE8lw8_x30
In Venezuela, Iran e Nigeria, i tre Paesi contro cui l’amministrazione Trump ha condotto azioni militari dirette (anche se l’attacco annunciato a Teheran pare sia stato sospeso), il cuore del problema è il petrolio. O, meglio, il dominio fisico delle filiere, come insegna la lezione della Groenlandia, dove la posta in gioco sono le terre rare e il controllo delle rotte artiche. Ma, attenzione, non si tratta di risorse fini a se stesse. Ogni barile di petrolio o di gas naturale che sfugge al circuito americano riduce la domanda strutturale di dollari. Quindi è una minaccia esistenziale all’egemonia di Washington. E il presidente Trump ne è consapevole.
Nella sua strategia, il controllo dei nodi in cui le materie prime passano o vengono estratte è lo strumento per affrontare il problema dei problemi: la dedollarizzazione.
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Guerra ibrida, dal Venezuela all’Iran
di Roberto Iannuzzi
In Iran, come in Venezuela, Trump ha lanciato un’operazione destabilizzante quanto strategicamente incerta, questa volta manipolando e infiltrando, insieme a Israele, le proteste locali
Un filo rosso lega le minacce rivolte all’Iran dal presidente americano Donald Trump, sullo sfondo delle proteste scoppiate nel paese, al recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro per mano delle forze armate USA.
La notizia del blitz che ha portato alla cattura di Maduro era giunta a Teheran mentre nel paese erano in corso manifestazioni di piazza già da alcuni giorni, a seguito del crollo del rial, la valuta iraniana.
Tale notizia aveva fatto scalpore negli ambienti politici della Repubblica Islamica, suscitando un dibattito sulla possibilità che l’Iran divenisse a breve il prossimo bersaglio di Washington. I timori iraniani sono corroborati da analisi americane.
Cosa unisce Iran e Venezuela
Sia l’Iran che il Venezuela fanno parte di quel fronte di paesi che si oppone all’imperialismo e all’eredità coloniale dell’Occidente.
Il legame tra Caracas e Teheran si era rafforzato nei primi anni 2000, quando l’allora presidente venezuelano Hugo Chavez aveva affermato che il suo paese era parte integrante di un “asse di unità” cui appartenevano anche l’Iran ed altri oppositori degli USA.
Entrambi sottoposti a dure sanzioni americane, i due paesi hanno stretto rapporti economici ed elaborato sistemi comuni per cercare di eluderle. Nel 2012, alla fine della presidenza Chavez, investimenti e prestiti iraniani in Venezuela ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, secondo fonti statunitensi.
Il Venezuela è stato anche la porta di accesso all’America Latina per il partito sciita libanese Hezbollah, stretto alleato di Teheran, grazie all’ampia diaspora libanese emigrata nel paese durante la guerra civile in Libano (1975-1990).
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Rivolta iraniana: il sostegno all’Asse della Resistenza nel mirino
di Giovanni Di Fronzo
Nella complessità della situazione iraniana, c’è una questione fondamentale che potenzialmente può costituire un punto d’incontro fra rivendicazioni economiche popolari e mire imperialiste: il sostegno all’Asse della Resistenza.
L’Iran, infatti, si trova a subire un regime sanzionatorio tale da aver portato a una svalutazione a due cifre della moneta nazionale e, contemporaneamente, a sostenere in maniera ingente il complesso di forze che costituiscono il cosiddetto Asse della Resistenza, ovvero Houthi, Hezbollah, Resistenza Palestinese e altre formazioni.
In pratica, entrano in contraddizione le esigenze materiali di ampi strati sociali e il ruolo positivo assunto dal paese sull’arena mediorientale. È innegabile, infatti, che l’unica opposizione geopolitica all’espansionismo sionista e al genocidio, di fronte alla complicità sostanziale dei paesi arabi, sia costituita dall’Asse della Resistenza, al di là di quello che si pensi della sua reale efficacia o della “sincerità” da parte dell’Iran nel sostenere la causa palestinese (fattore, quest’ultimo, pressoché irrilevante dal punto di vista pratico).
Un venir meno di quest’alleanza eterogenea – non esclusivamente sciita, come spesso si dice – che trova un terreno di convergenza sull’opposizione, appunto, al sionismo e all’imperialismo, costituirebbe un formidabile acceleratore rispetto a disegni genocidi e settari in tutto il quadrante mediorientale, da cui lo stesso popolo iraniano non sarebbe immune.
È proprio il sostegno all’Asse di Resistenza che potrebbe essere, realisticamente, nelle mire di un intervento diretto degli USA, in questa fase poco propensi a cambi di regime integrali, ma molto più inclini ad “ammaestrare” i regimi ostili esistenti, a colpi di sanzioni e pressioni politiche.
In verità, già la vittoria elettore del “riformista” Pezeshkian è stata una spia del fatto che parte della popolazione vede l’eccessivo impegno esterno come una distrazione rispetto alle questioni economiche interne. Ma questo è un punto più o meno comune fra tutte le opposizioni illegali, da quelle separatiste a quelle laiche.
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Il sequestro del petrolio venezuelano
di Michael Hudson – The Democracy Collaborative e Sovereignista
La militarizzazione del commercio mondiale di petrolio è il dell'ordine basato sulle regole degli Stati Uniti
Iran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.
Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.
L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell'America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un'economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.
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A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA
di Alessandro Visalli
Per fortuna l’Iran non ha armi chimiche.
Quindi non possono essere agitate fialette con polverine bianche all’ONU.
Tuttavia, il resto c’è tutto.
Foto di donne canadesi intabarrate che bruciano foto, vecchie immagini di archivio di donne in bikini sulle spiagge ai tempi di quella bravissima persona che era lo Scià di Persia (non aveva, peraltro, anche una moglie italiana?), morti nella repressione della rivolta che salgono a vista d’occhio, ma sempre su fonti di volenterose ONG finanziate da noi (e da chi, altrimenti?).
Persone che improvvisamente si scoprono atee e ammazzapreti. Scusate, ammazzaimam. Certezze indefettibili, per le quali l’abbigliamento austero richiesto a uomini e donne (e sì, in Iran, anche quando ci sono andato io gli uomini non possono circolare in luoghi pubblici con pantaloncini corti o canottiere, e le donne neppure, ovviamente) è simbolo di oppressione maschile.
Insomma, l’Iran avrà pure cinquemila anni di storia urbana, essere la fonte di gran parte della cultura che arriva ai greci via Egitto e direttamente, nonché della tecnica e della matematica, avere negli ultimi cinque anni circa 200.000 laureati Stem all’anno (la metà donne) in Iran, contro i ca 80.000 in Italia (poco più di un terzo donne). Avrà decine di religioni che sono praticate liberamente (anche quella ebraica) nel paese. E avrà un sistema democratico parlamentare con elezioni combattute (infatti ora sono al governo i ‘moderati’ e ‘progressisti’). Ma, no, il velo è un ‘oggettivo simbolo di sottomissione’, in quanto paese che ha un regime nel quale la religione è in posizione centrale (come nell’intero Medio Oriente senza alcuna eccezione) l’Iran è per la sottomissione delle donne. Infatti, per l’immaginario occidentale la religione è sempre uno strumento di oppressione maschile, tutte.
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Pillole di bancarotta… e di guerra
di Alessandro Volpi
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una.
Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria.
Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”.
Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse.
In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. Una chiave di lettura che mi sembra sempre più probabile.
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Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno rovesciato il Venezuela
E perché tutto è iniziato in Cina nel novembre 2025
di The Minority Report
Nel novembre 2025, a Hong Kong accadde qualcosa di straordinario che alla maggior parte delle persone sfuggì completamente. La Cina emise obbligazioni per un valore di 4 miliardi di dollari denominati in dollari USA; una transazione finanziaria di routine, a prima vista. Ma quando arrivarono gli ordini, il totale ammontava a 118 miliardi di dollari. Una sottoscrizione trenta volte superiore. Investitori da tutto il mondo si stavano praticamente calpestando a vicenda per acquistare titoli di Stato cinesi.
Ecco la parte che dovrebbe attirare l’attenzione di tutti: queste obbligazioni cinesi hanno iniziato a essere scambiate a “rendimenti inferiori” rispetto ai titoli del Tesoro statunitensi. Rileggetelo con calma. Gli investitori globali accettavano rendimenti inferiori sul debito cinese rispetto a quello americano, nonostante la Cina avesse un rating creditizio inferiore (A+ rispetto all’AA degli Stati Uniti). Nella gerarchia della finanza globale, questo equivale più o meno a un marchio concorrente che vende più di Coca-Cola a un prezzo più alto. Semplicemente non succede. Finché non è successo.
Un mese dopo, gli Stati Uniti iniziarono a mobilitarsi per un potenziale intervento in Venezuela. Se pensate che questi eventi non siano correlati, vi state perdendo la storia geopolitica più importante della nostra generazione. Riguarda il crollo al rallentatore dell’architettura che ha sostenuto il potere americano per mezzo secolo: il ruolo del dollaro come valuta di riserva dominante a livello mondiale. E il Venezuela, incredibilmente, è diventato il ground zero nella lotta per preservarlo.
L’esorbitante privilegio del dollaro
Per comprendere la posta in gioco, dobbiamo comprendere ciò che l’ex ministro delle finanze francese Valéry Giscard d’Estaing definì notoriamente il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti [1].
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Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione al Venezuela dello stato canaglia nordamericano
di Alberto Bradanini
1. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.
Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.
L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.
2. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato.
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L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste
di Mario Sommella
C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.
Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.
Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.
Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.
Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra
Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.
In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.
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Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas
di Alessandro Visalli
1. Il fatto
La notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 con una manifesta violazione di ogni straccio di diritto internazionale che ha come unico antecedente la rimozione di Noriega nel 1989, ad altro passaggio di fase, gli Stati Uniti hanno attaccato e rapito il presidente eletto e legittimo, in quanto riconosciuto dall’ONU e dalla grande maggioranza dei paesi del mondo, del Venezuela, Nicholas Maduro e sua moglie.
L’azione sembra aver visto in una prima fase attacchi con missili cruise chirurgici alle infrastrutture elettriche, ottenuto il black out, misure di guerra elettronica per ‘spegnere’ i radar e disturbare le comunicazioni, quindi azioni di bombardamento di infrastrutture, e, infine, un’azione di commandos. Le prime notizie parlano di ottanta morti venezuelani, circa trenta cubani. Sarebbero stati usati, allo stato delle informazioni disponibili, centinaia di missili cruise per neutralizzare le circa 18-20 batterie di sistemi S-300. Buk M2E e S-125 di fabbricazione russa, forse accecati dalle misure di guerra elettronica.
Il Venezuela è un grande paese, esteso per quasi un milione di kmq (tre volte l’Italia), con una popolazione di circa trenta milioni di abitanti, un reddito pro-capite molto basso, in calo a circa millecinquecento dollari (diecimila a parità di potere di acquisto). Per comparazione, in Italia è da venti a cinque volte maggiore (trentaquattromila in valore corrente e cinquantatremila in termini di parità potere di acquisto).
Questo paese grande, poco abitato, e poverissimo dispone, però, delle maggiori riserve di petrolio del mondo (stimate in trecento miliardi di barili, 17% delle riserve del pianeta), probabilmente anche di oro, abbondanti riserve di metalli ferrosi, bauxite, coltan e altre terre rare. Si tratta di riserve per lo più non sfruttate e di difficile estrazione, il cui sviluppo massivo può richiedere anni, e forse un decennio, immani distruzioni ambientali e la risoluzione di sacche di guerriglia nell’interno.
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Due secoli di russofobia e rifiuto della pace
di Jeffrey D. Sachs
L‘Europa ha ripetutamente rifiutato la pace con la Russia nei momenti in cui era possibile raggiungere un accordo negoziato, e tali rifiuti si sono rivelati profondamente controproducenti.
Dal XIX secolo a oggi, le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza non sono state trattate come interessi legittimi da negoziare nell’ambito di un ordine europeo più ampio, ma come trasgressioni morali da contrastare, contenere o ignorare.
Questo modello è rimasto invariato anche sotto regimi russi radicalmente diversi tra loro – zarista, sovietico e post-sovietico – suggerendo che il problema non risiede principalmente nell’ideologia russa, ma nel persistente rifiuto dell’Europa di riconoscere la Russia come attore legittimo e paritario in materia di sicurezza.
La mia tesi non è che la Russia sia stata del tutto benigna o affidabile. Piuttosto, è che l’Europa ha costantemente applicato due pesi e due misure nell’interpretazione della sicurezza.
L’Europa considera normale e legittimo il proprio uso della forza, la creazione di alleanze e l’influenza imperiale o post-imperiale, mentre interpreta il comportamento analogo della Russia, specialmente vicino ai propri confini, come intrinsecamente destabilizzante e illegittimo.
Questa asimmetria ha ridotto lo spazio diplomatico, delegittimato il compromesso e reso più probabile lo scoppio di una guerra. Allo stesso modo, questo circolo vizioso rimane la caratteristica distintiva delle relazioni tra Europa e Russia nel XXI secolo.
Un errore ricorrente nel corso della storia è stata l’incapacità, o il rifiuto, dell’Europa di distinguere tra l’aggressività russa e il comportamento russo volto alla ricerca della sicurezza. In diversi periodi, azioni interpretate in Europa come prova dell’intrinseco espansionismo russo erano, dal punto di vista di Mosca, tentativi di ridurre la vulnerabilità in un contesto percepito come sempre più ostile.
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"Geopolitica dell’interregno". Prospettive di un 2026 nel mondo post-egemonico
di Mario Pietri
Il 2025 non verrà ricordato come un anno di guerra, perché la guerra, nella storia delle potenze, non è mai un evento eccezionale, ma una costante: una forma ricorrente attraverso cui gli equilibri vengono corretti, spostati, ridefiniti. Verrà ricordato, piuttosto, come l’anno in cui è diventato evidente che l’ordine che ha governato il mondo per decenni ha smesso di funzionare come principio organizzatore, pur continuando a esistere come apparato.
Le istituzioni sono ancora in piedi. Le alleanze non sono formalmente crollate. Le regole continuano a essere invocate, ripetute, difese. E tuttavia, sempre più spesso, non producono più gli effetti per cui erano state costruite.
Ilpotere continua a esercitarsi, ma fatica a generare consenso. Le decisioni vengono prese, ma non orientano il futuro. Le parole vengono pronunciate, ma non organizzano più la realtà. Ciò che viene meno non è la forza in sé, bensì la capacità di dare direzione, di rendere comprensibile e condivisibile il senso del movimento storico.
Per oltre trent’anni, dalla fine della Guerra Fredda in poi, l’Occidente ha vissuto all’interno di una convinzione profonda, raramente dichiarata ma costantemente praticata: che il proprio modello non fosse soltanto dominante, ma definitivo. Che il controllo finanziario, monetario e narrativo potesse sostituire indefinitamente la produzione reale, la coesione sociale e la capacità di sostenere costi materiali nel tempo. Che bastasse governare il linguaggio per governare il mondo.
Nel 2025 questa convinzione non è crollata in modo spettacolare. Non c’è stato un atto finale. Non c’è stata una sconfitta simbolica.
Si è consumata.
Ed è proprio questo tipo di passaggio — lento, ambiguo, instabile — che Antonio Gramsci aveva descritto con il termine interregno: una fase storica in cui il vecchio ordine non riesce più a imporsi come necessario, ma il nuovo non è ancora in grado di presentarsi come alternativa compiuta.
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Beni russi congelati e crediti all’Ucraina: ha davvero «prevalso il buon senso»?
di Giacomo Gabellini
Nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, il Consiglio Europeo ha stabilito che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo.
La nuova linea di credito viene a configurarsi come una rete di sicurezza fondamentale per scongiurare la bancarotta dell’Ucraina, alla disperata ricerca di fondi per erogare stipendi e pensioni, riparare infrastrutture danneggiate dagli attacchi russi e acquistare armi e munizioni.
L’intesa, raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.
Nel dettaglio, la proposta prevedeva l’attivazione di una procedura di conversione dei beni russi sottoposti a congelamento in garanzie per la concessione di un “prestito di riparazione” volto a coprire parte sostanziale dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina per il biennio 2026-2027 – periodo in cui, stima il Fondo Monetario Internazionale, il Paese necessiterà di non meno di 137 miliardi di euro. Lo stesso meccanismo subordinava l’estinzione del debito contratto da Kiev con l’Unione Europea alla disponibilità della Russia a risarcire l’Ucraina per i danni subiti.
Questa opzione sembrava scontare il consenso maggioritario dell’Unione Europea, specialmente alla luce del precedente pronunciamento del Consiglio d’Europa che aveva aperto il varco alla soluzione preferita dai “falchi”.
Lo scorso 12 dicembre, i rappresentanti di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea a eccezione di quelli ungheresi e slovacchi avevano infatti votato a favore del congelamento a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di dollari di asset riconducibili alla Bank of Russia, di cui 185 depositati presso Euroclear.
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