Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

pierluigifagan

Poco prima che sia troppo tardi

di Pierluigi Fagan

Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018

9788815239983 0 0 814 75Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia,  è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi  aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere.

0
0
0
s2sdefault

utopiarossa2

La diplomazia competitiva dell'amministrazione Trump

Le questioni dell'ONU e della NATO

di Michele Nobile

us president donald trump give two1. Il problema della diplomazia competitiva

La diplomazia di George W. Bush voleva essere «trasformativa», cioè volta a costruire e sostenere Stati democratici in collaborazione con «molti partner internazionali»1 . In altri termini, l’esportazione a mano armata della «democrazia» presupponeva la capacità e la volontà di costruire alleanze variabili e su misura dell’intervento militare. Non foss’altro che, al fine di una parziale legittimazione politica, anche l’azione militare unilaterale e al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite doveva combinarsi con il multilateralismo. Senza mai escludere l’azione unilaterale - «se necessario» - in modo simile all’amministrazione Clinton quella di Obama enfatizzò la cooperazione multilaterale e nelle istituzioni internazionali.

In cosa si differenzia l’amministrazione Trump dalle altre?

Uno dei suoi tratti è l’idea della rinascita della competizione geopolitica con la Russia e di quella economica con la Cina, oltre alla critica della teoria della «pace democratica». Tuttavia, ciò va relativizzato.

Con l’esplodere della guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, un altro Presidente avrebbe usato un linguaggio diverso, ma comunque le potenze occidentali non avrebbero potuto accettare supinamente la ricostituzione di una propria sfera d’influenza nell’area europea ex sovietica da parte del Governo russo (il discorso è parzialmente diverso per gli Stati ex sovietici dell’Asia centrale: si veda oltre). E infatti, la principale critica al candidato Trump era, appunto, quella di essere a dir poco accomodante nei confronti di Putin.

0
0
0
s2sdefault

marx xxi

La via yankee al sovranismo

di Riccardo Paccosi

Pubblichiamo la riflessione di Riccardo Paccosi (da Facebook) come contributo alla discussione sulle questioni relative alla difesa della sovranità nazionale

fantasmaHo iniziato a parlare dell’esistenza di una Via Yankee al Sovranismo, più o meno da quando ho iniziato a identificarmi, da un punto di vista marxista, con tale categoria politica. Dunque, intorno al 2012.

Infatti, dall’avvento dell’austerity del Governo Monti nel 2011, si è immediatamente palesato che, a fronte della rigidità tedesca che indirizzava le posizioni dell’Unione Europea imponendo politiche di macelleria sociale a Grecia e Italia, da parte degli Stati Uniti vi era un atteggiamento decisamente più elastico nei confronti della spesa pubblica e del bilancio statale. La troika che impartiva ordine ai governi euro-mediterranei, in altre parole, risultava essere composta dal “poliziotto buono” FMI e dal “poliziotto cattivo” Commissione Europea.

Così, molte figure pubbliche che in quel periodo e a vario titolo si pronunciavano contro l’austerity – per esempio Paolo Barnard, ma anche Stefano Fassina – enunciavano altresì esplicitamente la necessità di cercare sponda politica negli Stati Uniti e nel Fondo Monetario per uscire dalla trappola mortale del fiscal compact e dal controllo tedesco sulla nostra economia.

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti.

Otto anni di austerity hanno quasi del tutto eroso, presso l’opinione pubblica italiana ed europea, il preesistente sostegno alla prospettiva eurofederalista e hanno portato, quindi, il sovranismo al centro del dibattito politico e reso maggioranza parlamentare quelle forze politiche che, con varia gradazione, alle tematiche sovraniste sostengono di rifarsi.

0
0
0
s2sdefault

ilcovile

Nuove armi, terra e mare

Alla luce di Carl Schmitt

di Armando Ermini

11428 1024x694Impossibile per un non esperto valutare se veramente quelle nuove armi di cui ha parlato Putin1, non solo cambiano la guerra navale ma addirittura, come scrive il Sa-ker, annullano l’opzione militare contro la Russia. Fosse davvero cosi, le implicazioni di questo fatto avrebbero conseguenze molto piu grandi della pura strategia militare. Conseguenze geopolitiche, immediate e di lungo periodo, e quindi anche storico-filosofiche, nella misura in cui ogni paese ispira la sua politica, i suoi fini e mezzi su alcuni fondamenti e scelte prima di tutto culturali.

Per stare sull’immediato, rilevo intanto che le parole di Michael Griffin, che sembra non sminuire l’importanza di quelle armi, pongono gli USA ma anche il mondo intero, di fronte all’inquietante scenario di una alternativa secca fra ciò che egli definisce una «sconfitta» o l’uso dell’opzione nucleare. Uno scenario, come sostiene Grasset, che significativamente non contempla la terza alternativa; quella di una presa d’atto realistica da parte americana che un mondo unipolare non è piu possibile, e quindi che è necessaria una ricontrattazione complessiva degli equilibri fra le grandi potenze. Equilibri militari, politici (zone d’influenza), economici, in vista di un nuovo «nomos» della terra, ovvero di un ordine multipolare fondato sul diritto internazionale e sui suoi vincoli cosi spesso disattesi.

Che il sottosegretario americano non contempli tale possibilità, che sembra paragonare tal quale ad una sconfitta del proprio paese, la dice lunga su ciò che gli USA intendono per «convivenza pacifica». Molto pericoloso, evidentemente!

0
0
0
s2sdefault

pierluigifagan

La sinistra alle prese con l'Europa, la Nazione, il Mondo

di Pierluigi Fagan

tot2 2009Tra un anno si va a votare per l’Europa. Su Micromega, G. Russo Spena (qui), sintetizza le posizioni in cui si divide la sinistra europea.

La prima posizione è sostenuta da Linke (Germania) e Syriza (Grecia), dove però la posizione greca rispetto ai diktat della Troika, non ha mostrato apprezzabili pratiche politiche alternative. Cambiare l’UE dal di dentro con intenti progressisti, la difficile linea.

C’è poi Varoufakis ed il suo Diem25 sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre a Benoit Hamon, fuoriuscito dal partito socialista francese ha creato il movimento Génération-s – e da altre piccole forze provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Sinistra transnazionale che vuole democratizzare l’Europa.

Infine, ci sono Bloco de Esquerda portoghese, Podemos spagnolo e France Insoumise francese che hanno firmato assieme la Dichiarazione di Lisbona a cui ha successivamente aderito anche l’italiano Potere al Popolo. Anche qui si vuole costruire un contropotere democratico all’Europa neo-ordo-liberale.

Tutti e tre gli schieramenti mostrano un nuovo interessante fenomeno che è quello del dialogo e del coordinamento tra forze politiche di più paesi. Da tempo lo facevano le forze conservatrici, liberali e socialdemocratiche ovvero le forze di governo, quelle che governano nei rispettivi paesi e quel poco che si decide al parlamento europeo. Interessante che ora anche la sinistra quasi sempre di opposizione (Bloco de Esquerda è l’unica forza al governo oltre a Syriza) faccia i conti con il formato inter-nazionale.

0
0
0
s2sdefault

pierluigifagan

Il conflitto permanente come culla del nuovo mondo multipolare

di Pierluigi Fagan

images687Le scienze sociali che usano come unità metodologica lo stato, ovvero le Relazioni Internazionali e la Geopolitica, non potendo fare esperimenti di verificazione delle teorie, si accontentano di sostenere la loro “scientificità” verificando quanto una teoria si adatti ad eventi storici pregressi. La “Storia” è l’unico dato empirico di validazione delle interpretazioni, fatto già di per sé bizzarro visto che: a) la storia è sempre una narrazione stesa su eventi ben più complessi; b) l’interpretazione ovvero la teoria è, a sua volta, un riduzione della narrazione storica.

Oltre a queste due sospensive ce ne è una ancora più determinante. Se accettiamo come quadro di riferimento macro-storico, ovvero di lunga durata, il fatto di trovarci in una transizione epocale che ci sta portando dall’epoca moderna ad un’altra che ancora non ha nome sebbene cominci a mostrare una sostanza chiaramente complessa, questo ricorso al passato rischia di basarsi sulle pericolose “false analogie”. Il ricorso al conforto di come si sono comportati gli stati nel passato al presentarsi di schemi di ordine di tipo multipolare è naturale vanga fatto, ma da quei confronti dovremmo trarre indicazioni molto relative, deboli, indiziali, poco probanti. Non siamo nella linea di uno sviluppo continuo della stessa traiettoria, siamo nella frattura profonda di un modo con un altro e quindi siamo in terra incognita dove la passata esperienza ha valore marginale.

0
0
0
s2sdefault

marx xxi

La sfida Usa-Cina per l’egemonia tecnologica

di Francesco Galofaro*

usa cina digitalsupremacyTecnopolitica e protezionismo

Questa settimana The Economist [1] ha dedicato la propria copertina alla battaglia tra Stati Uniti e Cina per la supremazia digitale. Pur adottando il punto di vista del governo americano, l’articolo è molto utile per collocare il delicato confronto in corso nel quadro più vasto delle politiche protezionistiche promosse da Donald Trump. I temi di conflitto sono diversi: mercati on-line; hardware; supercomputer; computazione quantistica; navigazione satellitare; Intelligenza Artificiale; armamenti avanzati; sicurezza nelle telecomunicazioni; potere di imporre gli standard internazionali.

Alcuni tra questi problemi, cruciali per la comprensione delle relazioni internazionali contemporanee, andrebbero approfonditi meglio. Ad esempio, gli articoli dell’Economist collocano la supremazia quantistica al primo posto tra i problemi più urgenti, senza tuttavia spiegare di cosa si tratti. Occupandomi professionalmente di computazione quantistica e di Information Retrieval [2], vorrei cogliere l’occasione per spiegare di cosa si tratta, dato che la funzione della comunicazione quantistica è meno intuitiva a comprendersi rispetto ai sistemi di riconoscimento dei volti o agli impieghi dei droni militari.

 

Protezionismo

I liberali condannano ideologicamente il protezionismo di Trump. E’invece più interessante da un punto di vista politico ricostruire i motivi della guerra economica cui stiamo assistendo. Ve ne sono diversi: tra i questi, alcuni sono strettamente legati alla tecnopolitica e alla lotta per l’egemonia tra cyberpotenze.

0
0
0
s2sdefault

altronovec

La Cina nella globalizzazione

di Romeo Orlandi*

Dal numero speciale di "Primo Maggio"

230d6c13 acc9 4283 b192 93941ff54cc8il dragoneMediumLa Cina, nel senso ovviamente della Repubblica Popolare, non è mai stata un magnete intellettuale per la nuova sinistra italiana e internazionale. Ha attratto invece l’attenzione di un variegato gruppo di seguaci che ne esaltavano la fedeltà manichea e si identificavano nella propaganda di Pechino. La liturgia era immutabile, il rosso indelebile, il lessico della Terza Internazionale. L’attenzione apologetica apparteneva ai marxisti-leninisti, per i quali la conservazione del trattino assicurava la linearità di pensiero. Chi derogava dalla linea, indipendentemente dal suo contenuto, era oggettivamente un amico della reazione e del capitalismo. L’analisi serviva a scovare i nemici, a denunciare i traditori. Per queste versioni, la Cina di Mao era la continuazione dello stalinismo – e dunque della retta via – mentre quella di Deng emulava il revisionismo di Kruscev. Le dinamiche della storia sembravano irrilevanti; l’identità manteneva sempre il primato sull’analisi. La verità valeva fino al prossimo Congresso del Pcc, dove chi prevaleva dettava la linea e chi era sconfitto finiva nei campi di rieducazione. Il dibattito che ne derivava non era fertile. Mao era la continuazione o la crisi del bolscevismo? Deng ha salvato il Partito o la Cina? Il Pcc può definirsi ancora comunista? Le domande sono mal poste, probabilmente inutili; negli anni ’60 si sarebbe risposto The answer is blowing in the wind.

Una lente disincantata, minoritaria, ideologica ma non ossificata, ha invece analizzato con spirito critico l’esperienza cinese. Certamente la sua epopea ne è stata glorificata, dalla Lunga Marcia alla guerra civile contro i nazionalisti di Jiang Jie Shi, dal terzomondismo di Bandung alla lotta imperialista.

0
0
0
s2sdefault

megachip

Spigolature dal conflitto mondiale

di Piotr

Nessun dualismo di potere può durare troppo a lungo. Qualcosa dovrà succedere. Uno show-down. Dio ci protegga da questo show-down

index6854Molte voci indipendenti confutano il dramma scritto e rappresentato negli UK sull'avvelenamento della ex spia Sergey Skripal e di sua figlia Yulia.

La prima voce è quella dell'agenzia dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC o OPCW in Inglese) che nel settembre dello scorso anno ha dichiarato di aver rigorosamente verificato la completa distruzione dell'intero programma russo di armi chimiche, compresa la produzione di agenti nervini, con un particolare richiamo alla base di Kizner, oggi tirata in ballo dal governo May.

Questa dichiarazione fu allora sottoscritta anche dagli Inglesi che adesso però la contestano, per ovvi motivi, guadagnandosi i rimproveri del direttore generale dell'OPAC.

Al contrario si sa che gli UK hanno riprodotto il gas nervino di epoca sovietica, presso il Porton Down’s Defence Science and Technology Laboratory.

Lo ha ricordato l'ex diplomatico Craig Murray, una vita nel Foreign Office, e noto per le sue posizioni anti-russe (ad esempio sulla Crimea) che però, evidentemente, non vuole far precipitare sotto la soglia di una minima decenza.

Murray ha portato questi elementi di ragionamento:

1) La Russia non ha più la possibilità di produrre questi agenti; inoltre la struttura dell'agente nervino usato è dubbia. Dovrebbe essere il “Novichok” (nome sconosciuto in Russia) ma l'unico suo punto di produzione, l'Uzbekistan, è stato smantellato proprio da una ditta americana.

0
0
0
s2sdefault

inchiesta

Stati Uniti e Cina nell’era Trump

di Maurizio Scarpari

CINA USA011 1030x615L’irrompere sulla scena di Donald Trump ha prodotto grande sconcerto e uno scompiglio istituzionale di dimensioni impensabili negli Stati Uniti e nel mondo, mettendo in discussione la validità e la solidità del modello di governance occidentale e del concetto stesso di democrazia.[1] Per molti, la politica riconducibile allo slogan “America First” e l’arrogante determinazione con cui viene portata avanti starebbero minando la reputazione e la posizione dominante dell’America nel mondo, favorendo la Cina, pronta a cogliere ogni opportunità per promuovere le proprie relazioni economiche e migliorare la propria immagine internazionale, proponendosi come potenza consapevole delle proprie responsabilità, rispettosa delle regole internazionali e fautrice di un nuovo ordine in grado di rispondere alle esigenze di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.[2]

Ci si chiede se stiamo assistendo al declino degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente in favore di una Cina destinata a diventare entro il 2050 il “grande paese socialista moderno, prosperoso, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello”[3] di cui ha parlato con orgoglio Xi Jinping in apertura del 19° Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) nell’ottobre 2017 come alcuni sostengono, o se sta avvenendo, piuttosto, un semplice riposizionamento funzionale al mantenimento dello status quo.

0
0
0
s2sdefault

lantidiplomatico

Armi Nucleari e Grandi Potenze in un Contesto Multipolare

di Federico Pieraccini

In un ordine mondiale multipolare, con nazioni dotate di armi nucleari, la probabilità di un’apocalisse nucleare diminuisce. Il titolo dell’articolo e la premessa iniziale potranno sembrare controintuitive come affermazioni, ma dopo una lucida analisi si evince uno scenario inedito e per certi versi sorprendente

700x350c50Una doverosa premessa iniziale. Quando parliamo di armi nucleari è bene mettere in chiaro alcuni importanti punti prima di addentrarsi in ragionamenti complicati. L’arma atomica è qui per restare e chiunque creda in un processo di progressiva denuclearizzazione del globo si sbaglia di grosso. Provate a chiedere a qualunque politico Indiano, Pakistano, Cinese, Russo, Nordcoreano o Americano cosa ne pensi dell’abbandono delle proprie armi nucleari. Vi risponderanno che non accadrà mai. Pretendere che una nazione rinunci spontaneamente alla sua più potente arma di deterrenza è semplicemente irrealistico. Ciononostante, vorrei enfatizzare quanto il paradosso della sicurezza derivante dalle armi nucleari sia attuale e centrale in questo articolo. Chiunque dotato di raziocinio potesse servirsi di una bacchetta magica, farebbe scomparire un’arma capace di eliminare la razza umana; il problema è che nel mondo reale questa ipotesi semplicemente non sussiste.

Vi è comunque una contro argomentazione molto valida, secondo cui l’assenza di armi nucleari avrebbe fortemente alterato l’equilibrio durante la guerra fredda, portando ad uno scontro devastante, seppur in termini convenzionali, tra le due superpotenze dell’epoca. In questo articolo proverò ad argomentare come l’arma nucleare possa, specie in futuro, essere garante di pace, piuttosto che di distruzione. Sempre tenendo a mente il grande rischio che l’umanità si è accollata con l’invenzione di un’arma così distruttiva. Una spada di Damocle sul destino dell’umanità, per queste ragioni soprattutto un bilanciamento tra potenze è necessario affinché si possa evitare per sempre una catastrofe nucleare.

0
0
0
s2sdefault

marxismoggi

La Cia e il primato economico cinese

di Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli*

shanghai chinaPersino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.

Il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA) è stato introdotto dopo il 1945 dagli economisti sotto l’egida delle organizzazioni internazionali, al fine di calcolare e confrontare il prodotto interno lordo delle diverse formazioni statali, tenendo conto della differenza esistente tra il potere d’acquisto reale nelle diverse nazioni e astraendo invece dalle eventuali fluttuazioni nel tasso di cambio.

Quindi il prodotto interno lordo di un paese, attraverso l’utilizzo del PPA, viene di regola convertito in dollari internazionali tenendo conto della diversità nei poteri d’acquisto nazionali, differenziandosi a volte – come nel caso cinese e indiano – in modo molto sensibile dal prodotto interno nominale invece espresso da determinati paesi.[1]

0
0
0
s2sdefault

maggiofil

Prima questione di geopolitica: la Russia è cattiva perché… russa!

di Uber Serra

scisma sito1. Secondo lo schema geopolitico proposto dal geografo Alford John Mackinder in una celebre conferenza londinese davanti alla Royal Geographical Society la sera del 25 gennaio del 1904, l’insieme delle terre euroasiatiche (che costituiscono l’“isola del mondo” perché fisicamente compatte dall’Atlantico al Pacifico e dal Mar Glaciale Artico al deserto del Sahara) non è gerarchicamente uniforme, essendocene una porzione che rappresenta a suo dire il perno geografico della storia (come recita il sottotitolo della conferenza) ed il cui controllo politico potrebbe assicurare addirittura il governo del mondo. Su questa porzione di spazio euroasiatico, che Mackinder chiama Heartland ossia il “cuore della terra”, si incardinerebbero infatti le variabili di spazio geografico e di tempo storico che definiscono la nuova “scienza” della geopolitica. E siccome il “cuore della terra” è rappresentato dalla grande estensione delle steppe euroasiatiche che vanno dal fiume Don alla penisola di Kamciakta, esso finisce per coincidere di fatto con la Russia, così che (primo teorema geopolitico) chi la governa potrebbe essere in grado (il condizionale è d’obbligo) d’imporre la propria volontà al resto del pianeta.

0
0
0
s2sdefault

marx xxi

Pechino verso un nuovo “soft power”?

di Diego Angelo Bertozzi

PechinoRiflessiLa Cina “globale” ha prestato sempre più attenzione alla sua immagine, alla diffusione e alla promozione della propria cultura, ben consapevole del fatto che sul “soft power” i passi da compiere sono ancora molti. Ma anche sotto l’aspetto del cosiddetto “potere morbido” occorre ormai sganciarsi da una definizione consolidata – quella che notoriamente fa capo allo studioso statunitense Joseph Nye - perché rischia di “universalizzare” un caso di studio particolare – gli Stati Uniti appunto – per elevarlo a metro di giudizio globale in base al quale la Cina è sistematicamente condannata come Paese privo di particolare fascino e per questo impossibilitata a mettere realmente in discussione l’egemonia dell’american way of life. Mai infatti come in questi tempi di crescente impatto cinese sugli affari internazionali, si è ricorsi a questo tipo di ragionamento, quasi si volesse riaffermare quotidianamente – possiamo chiamarla “ridotta del soft power” - ad una centralità che nei fatti è sempre più in discussione.

Il fatto è che – ed in parte già lo abbiamo visto – che quando si parla di “Beijing consensus” e di capacità attrattiva esercitata dalla Cina popolare il riferimento va fatto ai successi ottenuti sul piano economico e sociale che hanno portato un ex Paese coloniale alla condizione di potenza economica nell’epoca della globalizzazione.

0
0
0
s2sdefault

criticascient

Libia, come si saccheggia una nazione

di Giacomo Gabellini

La storia non raccontata di una Libia divenuta un pericolo per il processo di globalizzazione e che doveva essere ricondotta all’ordine

libya fall of tripoliLa Libia è oramai una mera espressione geografica, per usare un’espressione del principe Von Metternich. Dall’intervento occidentale contro Muhammar Gheddafi, il Paese – le regioni del Sahel con cui confina – è infatti sprofondata nel caos, con un nugolo di fazioni autofinanziate mediante quella che si configura in tutta evidenza come una moderna tratta degli schiavi e armate di fucili, lanciarazzi, pistole, ecc. sottratti dagli arsenali della Jamahiriya ormai distrutta che si contendono il territorio. Una situazione da cui le grandi imprese sperano di trarre ottimi profitti, attraverso l’applicazione di disegni egemonici studiati a tavolino quali quello spiegato al «Corriere della Sera» da Paolo Scaroni, l’ex amministratore delegato dell’Eni riciclatosi come vice-presidente della Banca Rothschild (la stessa in cui si è formato Emmanuel Macron). A detta di Scaroni, «occorre finirla con la finzione della Libia, Paese inventato» dal colonialismo italiano. È necessario «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», cosa che spingerebbe inevitabilmente Cirenaica e Fezzan a dotarsi di propri governi regionali con lo scopo di amministrare in autonomia le proprie ricchezze.

0
0
0
s2sdefault