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jacobin

La Nuova Era cinese tra declino Usa e debolezze Ue

Martino Avanti intervista Alberto Bradanini

Cina PCC Xi JinpingAbbiamo fatto qualche domanda ad Alberto Bradanini, consigliere commerciale all’ambasciata italiana a Pechino tra il 1991 e il 1996 e poi ambasciatore a Pechino nel periodo 2013-2015. Parla del modello cinese, di come dominio della politica sull’economia e piena sovranità siano le condizioni per aspirare allo sviluppo mantenendo come obiettivo finale l’affermarsi del socialismo, per quanto il termine sia oggi mescolato a una forte apertura al capitalismo. «Un insegnamento utile anche all’Italia e l’Unione europea» dice l’ex ambasciatore. Che invita a cogliere l’opportunità di interloquire con la Cina e a un atteggiamento meno subalterno tanto agli Usa quanto al dominio tedesco.

* * * *

Quali prospettive si aprono per l’Italia e per l’Europa con l’ascesa della Cina come protagonista della politica (e dell’economia) internazionale?

L’Europa è un continente politicamente ed economicamente frammentato. Nell’Ue, dove prevalgono le priorità stabilite dal direttorio franco-tedesco, vige la legge della giungla, e non certo quello spirito di solidarietà che pervade le pagine dei Trattati. Sul piano strategico, la Cina avrebbe interesse a dialogare con un’Europa come soggetto politico non solo economico, alla luce della concezione multipolare delle relazioni internazionali che reputa di sua convenienza. Un percorso questo oggi assai improbabile per ragioni endogene, e comunque indipendente dalle scelte cinesi.

Nei limiti menzionati, l’Europa potrà beneficiare dell’interazione con l’economia cinese se riuscirà a essere leader nei settori industriali di punta e nelle tecnologie del futuro. A tal fine però sarebbero necessari massicci investimenti pubblici che sono oggi impediti dalle assurde politiche di austerità di marca tedesca.

L’Italia potrà a sua volta raccogliere qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20% nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca.

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pierluigifagan

Quando inizierà il secolo asiatico?

di Pierluigi Fagan

secolo asiatico 691x1024L’anno prossimo, secondo i calcoli UNCTAD-UN riportati da FT, quando l’insieme delle economie asiatiche calcolate in Pil-PPP, per la prima volta dal 1850, saranno più importanti di tutto il resto del mondo. Naturalmente, questa è solo la riduzione giornalistica di un processo che è di natura storica. Le epoche trapassano come le dissolvenze incrociate, sempre meno del precedente e sempre più del successivo, con tempi più o meno lunghi o lunghissimi. Qualche volta la dissolvenza si ferma, incespica, sembra addirittura ravvoltolarsi, ma a grana grossa funziona così: un’era sfuma nella successiva. Ci si accorge che un’era è finita, in genere, molto dopo che ha iniziato la sua lenta fine, la scelta del momento in cui non più l’una allora l’altra è sempre arbitrario.

La quantità e qualità degli indicatori di questo passaggio è vasta e solida. A grana grossa, l’Asia è il 60% della popolazione mondiale e continuerà ad esserlo nel mentre la popolazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi trenta anni, mentre l’Occidente che era ancora il 30% del mondo ai primi del ‘900 e che oggi è regredito al 15%, tra trenta anni sarà al 12%. Quasi tutta questa contrazione occidentale di peso è dovuta all’Europa, Italia e Germania in testa ed è in dubbio se nei prossimi decenni avremo un unico Occidente coerente e compatto o un Occidente anglosassone ed uno continentale. Nella misura in cui l’intero sistema asiatico, dal dopoguerra (ma con una accelerazione a partire dagli anni ’80), si è votato al moderno modo di stare al mondo, dedicandosi alla produzione e scambio con sviluppo della tecnica, la quantità demografica è destinata a trasformarsi in quantità economica e questa in potenza generale. Nell’analisi tra grandi partizioni continentali, non solo l’Asia supererà l’Occidente, ma risulterà il cliente ideale per la materia energetica degli arabi ed il partner ideale per l’inclusione dell’Africa nella nuova modernità. Fungerà quindi da attrattore e motore mondiale.

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arruotalibera

Con la Nuova Via della Seta la Cina è vicina, anzi è tra noi

di Pino Nicotri

E anziché cercare il dominio politico militare cerca l’incremento degli scambi. Non solo commerciali

TA 17i3 Belt Road 2 1000Il Mediterraneo – una volta il Mare Nostrum – tornerà ad essere ciò che il suo nome significa, e cioè “In mezzo alle terre”, dove per terre si intende l’Europa, l’Africa e l’Asia? E’ possibile, se non probabile o certo. E a riempire concretamente il significato del suo nome sarà il poker d’assi porti italiani di Genova e Trieste e quelli spagnoli di Bilbao e Valencia più quello portoghese meridionale di Sines: questo infatti anche se affacciato sull’Atlantico farà da snodo verso l’Africa. Questi cinque porti saranno i terminali occidentali del gigantesco progetto cinese Belt and Road Initiative, in sigla BRI, noto anche come Nuova Via della Seta, al quale hanno già aderito 60 Paesi più oltre 40 organizzazioni internazionali e che intende stimolare anche con rotte navali non solo l’integrazione dei commerci e delle economie dei tre continenti citati, ma diventare per loro “un percorso che porta all’amicizia, allo sviluppo condiviso, alla pace, all’armonia e ad un futuro migliore”. Lo ha dichiarato a Shangai lo scorso novembre il presidente della Cina Xi Jinping all’International Economic and Trade Forum, al quale il 5 novembre ha partecipato, con il suo secondo viaggio in Cina, il nostro vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio (https://video.repubblica.it/politica/shanghai-la-gaffe-di-luigi-di-maio-il-presidente-xi-jinping-diventa–ping/318842/319471).

Poche settimane dopo avere pronunciato quelle parole il presidente Xi è stato in visita in Spagna dal 27 al 29 dello scorso novembre per proporre l’adesione alla BRI anche alla Spagna, Paese nel quale l’anno scorso la compagnia navale cinese Cosco Shipping Holdings si è aggiudicato il 51%, cioè la maggioranza assoluta, del gruppo spagnolo Notaum Port, gestore dei servizi portuali per le navi container a Bilbao e Valencia. E se la Spagna si è riservata di decidere, il Portogallo invece lo scorso 5 dicembre ha aderito e concesso per la BRI lo sbocco nel porto di Sines, sulla costa meridionale del Portogallo e poco distante dallo Stretto di Gibilterra.

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aboutenergy

Grande Eurasia e le (nuove) vie dell'energia

di Demostenes Floros

Negli ultimi anni, abbiamo assistito all'emergere di un centro geo economico in Eurasia, che si sta strutturando attorno alla Russia e alla Cina. Un nuovo polo di sviluppo che vuole e può diventare un'alternativa al centro euro-atlantico. E c'entra soprattutto il gas

impianto gas evNel 2018, la percentuale di gas fornita ai paesi dell’Ue e la Turchia ha raggiunto il 36,7%, il massimo da sempre” (34,2% nel 2017). Lo ha affermato il Direttore Generale di Gazprom Export, Elena Burmistrova, nel corso del Gazprom’s Investory Day che ha avuto luogo in Singapore il 28 febbraio. Burmistrova ha specificato che il prezzo medio nel 2018 è stato di 245,5 dollari per 1.000 m3 rispetto ai 167 dollari per 1.000 m3 nel 2017 (+ 24,6% anno su anno). Conformemente alle stime preliminari rese pubbliche dalla Gazprom, nel 2018, la compagnia controllata a maggioranza dallo Stato russo ha esportato nell’Unione europea più la Turchia 201,8 Gm3 di gas naturale (potere calorifico: 37,053 MJ/m3), un ammontare pari a più di tre volte la somma degli approvvigionamenti di LNG all’Europa.

Come messo in luce da Bloomberg il 15 febbraio, la costante riduzione della produzione di gas da parte del Vecchio Continente è la principale ragione del rafforzamento della Federazione Russa come primo fornitore di gas naturale dell’Europa, soprattutto dopo che l’Olanda – il secondo estrattore europeo dopo la Norvegia – è diventata un importatore netto di gas per la prima volta da quando iniziarono le estrazioni dal giacimento di Groningen nel 1963.

Sempre a Singapore, Gazprom ha inoltre annunciato che il gasdotto Power of Siberia è prossimo al completamento. Grazie a questa nuova infrastruttura, a partire dal 1 dicembre 2019, la Federazione Russa rifornirà la Cina con 38 Gm3 di gas naturale all’anno per un arco di tempo di trent’anni e un ammontare totale stimato in circa 1 trilioni di m3 di gas. Il contratto stipulato dai due paesi nel maggio 2014 è un take or pay oil-link (collegato al prezzo del petrolio) per un valore complessivo valutato attorno ai 400 miliardi di dollari.

Tuttavia, il 28 febbraio trascorso, Bloomberg rilevava che il colosso energetico aveva perso financial appeal (interesse finanziario) nel corso degli ultimi anni a causa dei significativi costi di investimento sostenuti, i quali avevano ridotto la possibilità di remunerare gli investitori con dividendi più alti.

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pandora

La sfida eurasiatica all’egemonia degli Stati Uniti

di Alberto Prina Cerai

Questo articolo è il primo di una serie di contributi per approfondire il tema della sfida tra Stati Uniti e Cina per l’ordine mondiale. In seguito alle recenti dichiarazioni riguardo ad una possibile adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative – la cosiddetta nuova Via della Seta –, abbiamo deciso di dedicare una serie di articoli alle prospettive strategiche relative alla fase che stiamo vivendo e al possibile ruolo del nostro Paese, che merita un approfondimento di più ampio respiro. Questo primo articolo si propone di fare luce di come e perché la BRI rappresenti una sfida all’egemonia americana. Nei successivi si tenterà di capire come l’Italia possa essere un benchmark per gli equilibri geopolitici tra Washington e Pechino

bandiera121Sin dal 1945 il cuore pulsante della politica estera statunitense è stato preservare «un ordine internazionale aperto e stabile, basato sul libero movimento di beni, capitali e persone» basato su un «balance of power in favore della libertà». Queste iniziative, secondo lo storico Hal Brands, hanno costituito un «impegno bipartisan di lunga data» volto a sostenere «la leadership americana e preservare l’ordine internazionale liberale che il potere americano ha tradizionalmente promosso»[1]. Per chi vede queste continuità, al netto dei grandi cambiamenti che hanno fortemente messo alla prova la tenuta della Pax Americana, la natura e le radici dell’egemonia globale degli Stati Uniti si possono identificare nella lettura esplicita di Henry Kissinger:

«Geopoliticamente l’America è un’isola al largo del grande continente eurasiatico. Il predominio da parte di una sola potenza di una delle due sfere principali dell’Eurasia […] costituisce una buona definizione di pericolo strategico per gli Stati Uniti, guerra fredda o meno. Quel pericolo dovrebbe essere sventato anche se quella potenza non mostrasse intenzioni aggressive, poiché, se queste dovessero diventare tali in seguito, l’America si troverebbe con una capacità di resistenza efficace molto diminuita e un’incapacità crescente di condizionare gli avvenimenti»[2]

La geopolitica del secondo dopoguerra è rimasta fortemente ancorata a questa visione e più in generale all’eredità imperiale degli impegni globali degli Stati Uniti. Harry Truman agli esordi della guerra fredda aveva recuperato l’immagine del paese come grande erede «della Persia di Dario I, la Grecia di Alessandro, la Roma di Adriano, la Gran Bretagna vittoriana […] Nessuna nazione ha avuto le nostre responsabilità»[3].

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  voltairenet

Gli USA: uno Stato-canaglia al servizio della propria economia

di André Chamy*

0 40273Improvvisamente, la classe possidente francese diventa consapevole dell’uso economico che gli Stati Uniti fanno del sistema giudiziario. Dal 1993 il Dipartimento per il Commercio ha creato un Trade Promotion Coordinating Committee e un Advocy Center, direttamente collegato alle agenzie d’intelligence. Più di recente, il Dipartimento di Giustizia ha interpretato le leggi statunitensi in modo da estendere il proprio potere all’estero ed esercitarlo, insieme alle altre amministrazioni, nell’interesse delle grandi aziende USA. Di fatto, i processi intentati contro le imprese europee non sono in relazione con le violazioni di cui vengono accusate. Sono processi concepiti per portarle al fallimento o consentirne l’acquisizione da parte di società USA

In pochi mesi, Frédéric Pierucci è passato brutalmente dallo status di presidente della filiale “calderone” di Alstom a quello di detenuto sottoposto alle drastiche condizioni della vita carceraria statunitense…

Ecco riassunto in poche parole il percorso di un dirigente francese in balìa della giustizia USA… Il caso Pierucci consente di fare diverse considerazioni sul piano economico e strategico.

In un libro-testimonianza, intitolato Le piège américain. Otage de la plus grande entreprise de déstabilisation (La trappola americana. Ostaggio della più grande impresa di destabilizzazione), un ex dirigente Alstom svela i retroscena dell’acquisizione del gruppo francese da parte della statunitense General Electric (GE) [1].

Pierucci, un «fantoccio nelle mani della giustizia americana», fu «vittima della strategia» del PDG Patrick Kron. La storia personale di Pierucci illustra la guerra economica degli Stati Uniti contro l’Europa, finalizzata a impadronirsi dei pezzi da novanta dell’industria del Vecchio Continente, usando la giustizia come leva per piegare le imprese, ricorrendo sia a restrizioni fisiche, quali sono le reclusioni abusive, sia a costrizioni finanziarie, usando l’espediente di ammende esorbitanti che farebbero cadere interi Paesi.

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utopiarossa2

La RPC nel mar cinese meridionale II

Dalle battaglie tra Cina e Vietnam al 2008

di Michele Nobile

L'articolo di Michele Nobile continua la serie sulla politica estera della Repubblica popolare cinese, centrata sull’analisi della situazione nel Mar cinese meridionale. Di Nobile si veda anche «Sul “socialismo con caratteristiche cinesi”, ovvero del capitalismo realmente esistente in Cina», 10 settembre 2018, http://utopiarossa.blogspot.com/2018/09/sul-socialismo-con-caratteristiche.html e «La Cina e la questione dell’egemonia. Il Mar cinese meridionale come banco di prova: attori e scenario (Prima parte)», 10 dicembre 2018, http://utopiarossa.blogspot.com/2018/12/la-cina-e-la-questione-dellegemonia.html e https://sinistrainrete.info/geopolitica/13951-michele-nobile-la-cina-e-la-questione-dell-egemonia.html

cina vietnam 0031. Locale e globale: le battaglie tra Cina e Vietnam nel Mar cinese meridionale

La Repubblica popolare cinese (Rpc), Taiwan e il Vietnam rivendicano la sovranità sull’intero Mar cinese meridionale fin dal termine della Seconda guerra mondiale ma, per un lungo periodo, non furono in grado di concretizzare queste pretese, sia a causa delle loro limitate capacità operative locali che del contesto globale. Durante la conferenza di San Francisco del 1951 - che produsse il trattato di pace col Giappone - la delegazione vietnamita (allora non ancora diviso) rivendicò la sovranità sia sull’arcipelago delle Isole Paracelso che su quello delle Spratly.

Né la Rpc né la repubblica stabilita in Taiwan dalle sconfitte forze del Kuomintang vennero invitate alla Conferenza, ma la delegazione sovietica espresse per conto della Rpc le stesse rivendicazioni del Vietnam, con l’aggiunta delle isole Pratas - amministrate da Taiwan, in realtà si tratta di una piccola isola senza abitanti permanenti che è parte di un atollo corallino solo in parte è sopra il livello dell’alta marea - e di Macclesfield Bank, un grande atollo sommerso tra le Paracelso e le Pratas1.

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pierluigifagan

La questione sino-americana o della lunga transizione multipolare

di Pierluigi Fagan

destinati alla guerra 691x1024Mettendo su una retta le traiettorie di potenza della Cina e degli Stati Uniti d’America, come possiamo aspettarci continuerà la storia? Abbiamo tre possibili esiti principali. Il primo è che in onore alla regola data dalla “trappola di Tucidide”, le traiettorie portino al conflitto aperto, la terza guerra mondiale. Il secondo è che uno dei due contendenti imploda come implose l’URSS terminando il bipolarismo della guerra fredda e lasciando campo libero all’altro contendente. Il terzo è che la retta continui il processo per il quale la Cina si affiancherà a gli USA come potenza principale del mondo per poi diventare un polo di tale magnitudo da condizionare l’intero mondo dove “condizionare” non è “dominare”. Diamoci un quadro di contesto ed analizziamo meglio  le tre possibilità.

 

La nuova era complessa

Si stima che all’anno convenzionale zero, nel mondo ci fossero 250 milioni di persone. Diventiamo 1.250 negli ultimi decenni del XIX secolo, quasi due millenni per quadruplicarci. Poi, dal 1880 al 1950 raddoppiamo diventando 2.500 milioni. Poi ci triplichiamo nei successivi settanta anni arrivando a gli attuali 7.500 milioni. In questa seconda ondata di crescita, ci siamo quadruplicati non più in quasi due millenni, ma in soli centoventi anni. Negli ultimi settanta anni, si sono anche quadruplicati gli stati, passati in breve tempo da 50 a 200. Negli ultimi quaranta anni, tutti gli stati hanno preso a convergere verso un modello sociale simile basato sullo sviluppo di una economia potenziata da tecno-scienza e capitali e lievitata da scambi internazionali. L’aumento così importante ed in tempi davvero brevi delle varietà ed interrelazioni di un sistema, il sistema-mondo, configura una vera e propria inflazione di complessità, tanto da spingerci a definire la nostra era come nuova ed appunto, complessa.

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utopiarossa2

La Cina e la questione dell'egemonia

di Michele Nobile

L'articolo di Michele Nobile inizia una serie sulla politica estera della Repubblica popolare cinese, centrata sull’analisi della situazione nel Mar cinese meridionale. Di Nobile si veda anche «Sul “socialismo con caratteristiche cinesi“, ovvero del capitalismo realmente esistente in Cina», 10 settembre 2018

Arrighi ott 11. Il problema dell’egemonia come combinazione di forza e consenso

Gli Stati Uniti come potenza un tempo egemone ma ora condannata al declino? E la Repubblica popolare cinese (Rpc o semplicemente Cina) come potenza in ascesa e nuovo Stato egemone, se non sul piano planetario almeno in Asia, nel quadro di un sistema internazionale multipolare?

Se l’egemonia è correttamenteintesa come combinazione di forza dell’egemone e di consenso al suo ruolo internazionale da parte delle classi dominanti degli altri Paesi e, almeno passivamente, anche di una parte consistente dei loro popoli, è nel Mar cinese che si mettono alla prova le rispettive capacità degli Stati Uniti e della Cina di mantenere l’egemonia o di costruirne una alternativa.

Più precisamente, è tra i Paesi litoranei della porzionemeridionaledel Mar cinese che meglio si può verificare la tesi di una transizione dell’egemonia dagli Stati Uniti alla Cina. È lì che si confrontano direttamente la «nuova via della seta» marittima di Xi Jinping e il pivotverso l’Asia, nelle forme molto diverse assunte durante le amministrazioni di Obama e di Trump; e anche oltre il problema di Taiwan, è in quell’area che con maggiore probabilità possono verificarsi incidenti o scontri diretti tra unità militari della Rpc e degli Stati Uniti.

Se ben messa a fuoco, la generica idea di un’eventuale transizione del potere suscita numerosi interrogativi circa i modi e la forma che essa potrebbe assumere. Ad esempio: gli Stati Uniti accetteranno di riscrivere le regole dell’ordine internazionale insieme alla Cina? O è possibile che rinuncino alla posizione di egemone per riformare l’ordine liberale mondiale insieme agli altri Paesi a capitalismo avanzato? Oppure, l’egemone in declino tenterà di riprendersi il primato con ultimo colpo di coda? È che genere di grande potenza è la Rpc: è da prendere sul serio la posizione ufficiale del «pacifico sviluppo»? O si tratta di una potenza revisionista? E se sì, allora mira a costruire una sua sfera d’influenza regionale o anche a modificare le regole del sistema globale? Il futuro prospetta una grande guerra costituente tra Stati Uniti e Cina, forse una nuova guerra mondiale? O l’alternativa è un sistema bipolare tra potenze antagonistiche, caratterizzato da una condizione che non è né di pace né di guerra, del genere della guerra fredda?1

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marx xxi

La UE e la BRI: un rapporto complicato

Troubles down the Road

di Vladimiro Giacché

Relazione al V Forum Europeo sulla via cinese: “L’approccio cinese e lo sviluppo europeo in una nuova era” (Academy of Marxism, Chinese Academy of Social Sciences – Associazione Marx XXI – Fondazione Gramsci Emilia Romagna – Istituto Confucio, Bologna – Edizioni MarxVentuno), Bologna, 14 ottobre 2018

europa cina mappa1. Considerazioni introduttive

Nel corso del III forum Italia-Cina, svoltosi a Roma 2 anni fa, avevo messo in luce alcune contraddizioni nel rapporto UE-Cina. [1] Queste contraddizioni derivavano a mio giudizio da tre fattori principali:

1) la natura in sé complessa delle relazioni economiche (mai soltanto economiche, ma sempre intrecciate a obiettivi politici e geopolitici, e comunque determinate dalla formazione sociale prevalente e dalla gerarchia di interessi conseguente);

2) la natura specifica dell’UE (non un’unione politica, ma tutt’altro che monolitica anche da un punto di vista economico; anzi, afflitta da una contraddizione specifica: il fatto cioè che proprio l’integrazione monetaria ha accentuato - per meccanismi sui quali esiste ormai abbondante letteratura - le differenziazioni interne e anzi la vera e propria divergenza economica tra gli Stati che ne fanno parte);

3) infine, il fatto che gli interessi dei diversi Stati dell’Unione non riescono a trovare una composizione armoniosa all’interno dell’UE.

Ritengo che da allora queste contraddizioni si siano aggravate e si stiano oggi ripercuotendo sugli accordi commerciali, sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Europa e anche nei confronti della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, BRI).

 

2. L’UE e la BRI: un atteggiamento poco costruttivo

A quest’ultimo riguardo sta sempre più emergendo un atteggiamento che vede nella BRI un progetto non da condividere, ma da ostacolare. Si è passati da uno “scetticismo passivo” [2] a qualcosa di peggio.

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mondocane 

Il pecoraro fischia, i cani abbaiano, le pecore corrono

di Fulvio Grimaldi

I. Scossarella all’ordine globalista ed è subito terremoto

piramide sociale1Quando, da Capitol Hill, Giove decise di farsi Europa

Partiamo da lontano e di corsa. In molti, compreso me, abbiamo spesso ricordato, alla mano di documenti del governo e dell’intelligence Usa e degli esiti che in questi erano racchiusi e programmati, che nella costruzione dell’Europa si sono avvicendati e intrecciati i progetti geopolitici, gli interessi economici, i messaggi culturali e gli assetti sociali che Yalta ha sancito avrebbero dovuto costituire la governance in Occidente. Assetti sociali e interessi economici che avrebbero assicurato al proconsolato borghese europeo una quota di minoranza nell’azionariato delle corporationsanglosassoni e relative banche, in cambio di una rete di protezione economica, militare, culturale che le consentiva di trasferire ricchezza dai suoi popoli e da quelli a compartecipazione coloniale dalla base della piramide alla sua guglia. Si chiamano UE, BCE e Nato. Quest’ultima intesa alla difesa armata della “supercorporation” che il presidente Eisenhower aveva definito “il complesso militar-industriale”.

Complesso che oggi va aggiornato in Stato Profondo Usa, composto dalla costellazione Pentagono, servizi di intelligence e sicurezza, capitale finanziario e media.

Questi ultimi passati da cani da guardia a sorveglianza sullo Stato, a cani da guardia che controllano i propri lettori e spettatori. Media perlopiù agli ordini e nella proprietà degli attori protagonisti del finanzcapitalismo, tipo Jeff Bezos, o Blackrock Inc,o AT&T, tra i più grossi investitori del mondo. Il nostro caporalato proconsolare nella Nato, in cambio di una rete di protezione economica, militare, culturale che le consentiva di trasferire ricchezza dal popolo allo zero virgola qualcosa, si sarebbe reso disponibile a fare da ruota di scorta, palesemente contro gli interessi del continente che gli era stato affidato, all’imperialismo delle potenze vincitrici.

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megachip

Guerra e crisi sistemica

Conto alla rovescia per il false flag di Idlib?

di Piotr

0005029F piotr conto alla rovesciaConto alla rovescia per l'attacco chimico false flag nella provincia di Idlib?

Parrebbe di sì. Ecco il perché:

 

1) Le minacce degli USA stanno crescendo di giorno in giorno. Idlib non deve essere toccata. Ieri c'è stato l'attacco israeliano e francese contro le postazioni siriane durante il quale è stato abbattuto il ricognitore russo.

 

2) La portaerei Truman, il gioiello della marina imperiale, è ritornata nel Mediterraneo col suo gruppo d'attacco. Il motivo dichiarato dal servizio stampa della Marina statunitense è: "continuare a sostenere gli alleati della NATO, i nostri simpatizzanti europei e africani, i partner della coalizione e gli interessi USA in Europa e Africa”. Interessante che la Siria non sia citata ma l'Africa sì. Io credo che in realtà della Siria in se stessa ormai all'America interessi poco. Quel che poteva ottenere per adesso l'hanno ottenuto Bisogna uscirne a testa alta. Più importanti effettivamente l'Africa e l'Europa.

Il comandante della Sesta flotta nel Mediterraneo, la vice ammiraglia Lisa M. Franchetti (è donna, quindi per il Manifesto deve essere brava per definizione!), si è detta eccitata per avere di nuovo tra loro la Truman e che questa portaerei parteciperà a “tutto lo spettro delle operazioni navali.”. Quali saranno queste “operazioni navali” la brava (per definizione) Lisa M. Franchetti non ce lo dice.

La presenza navale USA-Nato nel Mediterraneo si è intensificata dalla fine di agosto: cacciatorpediniere Ross con 28 missili Tomahawk, poi il Bulkeley e il sottomarino d'attacco Newport News. Mentre il cacciatorpediniere The Sullivans è stato schierato nel Golfo Persico e un bombardiere strategico è stato spostato in una base aerea del Qatar.

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maggiofil

Terza questione di geopolitica: il “cuore della terra” sul fronte orientale

L’ipotesi di Russasia

di Uber Serra e Giorgio Gattei

phpThumb generated thumbnail1. Dal duello al “triello”.

A dar retta a diversi commentatori, all’ultimo incontro di Helsinki del 16 luglio 2018 Donald Trump avrebbe dovuto aggredire Vladimir Putin rinfacciandogli (almeno) l’occupazione della Crimea e l’intervento militare in Siria. Se così si fosse comportato, Trump avrebbe agito come l’ennesimo combattente “da guerra fredda” sopravvissuto alla scomparsa dell’Unione Sovietica. Invece Trump non ha agito così, quasi consapevole (lui o i suoi spin doctors) che l’equilibrio geopolitico è ormai mutato e la vecchia logica della contrapposizione bipolare tra USA e URSS è superata. Le cose si sono fatte più complicate e la situazione va considerata in modo nuovo.

La logica della guerra fredda è stata quella di un duello in cui chi spara per primo vince. Tuttavia nella realtà di quella guerra nessuno dei due antagonisti ha potuto pensare di “buttare la bomba atomica” per primo perché la ritorsione immediata sarebbe stata devastante anche per lui, il che ha consentito, ad esempio, di chiudere per via di telefono (sic!) la pericolosissima crisi di Cuba del 1962. Eppure quel duello è finito, ma come mai? Solo perché l’Unione Sovietica si è fatta esplodere una bomba atomica tra i piedi (a Chernobyl, in Ucraina, nel 1985), dopo di che è stata per lei tutta una frana fino all’ammaina-bandiera rossa dal Cremlino nel 1991. Così il “nemico americano” è rimasto unico e vincitore, sebbene questo “dominio unipolare” sia durato ben poco se già nel 1999 a Mosca era arrivato un Vladimir Putin (ex KGB) intenzionato a riportare alla dignità militare un paese fin troppo umiliato dalla NATO, mentre nel 2001 Washington ha dovuto accettare l’ingresso di una Cina “rossa” nella Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) pur di avere un alleato in più nella “crociata” contro il fondamentalismo islamico attentatore alle Torri Gemelle di New York.

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maggiofil

Seconda questione di geopolitica: il “cuore della terra” al fronte sud

di Uber Serra

main qimg 6c3a155582249923ab6e62a862524e30Nella prima puntata di questa inchiesta sullo stato attuale della narrazione geopolitica autentica (quella di H. Mackinder, per intenderci) s’è detto che per essa c’è un luogo privilegiato del pianeta il cui governo consentirebbe il dominio del mondo: è questo il “cuore della terra” (o Heartland) che coincide con la Russia nella estensione delle steppe dal Dniepr alla Kamciakta. Però la Russia è stretta dal Mar Glaciale Artico a nord e dalla fascia dei deserti asiatici a sud, sicché per esercitare il pieno controllo sul pianeta dovrebbe spingere la propria supremazia su una di quelle “terre di confine” (poi dette Rimlands dal geopolitico americano Nicholas Spykman) che la circondano ad ovest (Europa e Balcani), a sud (Medio Oriente e Persia) e a est (Cina e Corea) e che si affacciano, per l’appunto, sui mari caldi. Proprio per evitare tanta jattura Mackinder aveva affidato, al suo tempo, alle due isole dirimpettaie al continente euroasiatico, la Gran Bretagna e il Giappone, il compito strategico di “salvare” il mondo dalle mire planetarie di Mosca, un compito però che dopo la seconda guerra mondiale, avendo tradito il Giappone il suo “dovere” geopolitico ed essendosi esaurita la Gran Bretagna a sua difesa, è stato assunto su tutti i fronti dai più robusti e onnipresenti Stati Uniti d’America. Ed è questo il “destino” americano che perdura tuttora sebbene l’URSS sia scomparsa, e questo perché la Russia è cattiva non perché zarista, sovietica o quant’altro, ma perché geopoliticamente resta comunque il “cuore della terra”.

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comedonchisciotte

Guerra al terrorismo o al mondo arabo?

Intervista all'American Herald Tribune

Paul Craig Roberts

comedonchisciotte controinformazione alternativa paul craig roberts alexander hamilton 660x330AHT: Lei crede che nessun accordo con Washington possa essere ritenuto degno di fiducia; che cosa ci insegna la storia a questo proposito?

PCR: C’è una maglietta con la scritta: “Certo che puoi fidarti del governo, chiedi agli Indiani.” Alcuni governi sono più degni di fiducia di altri. Reagan, per esempio, aveva detto che avrebbe posto termine alla stagflazione e lo ha fatto. Reagan avevava detto che avrebbe terminato la guerra fredda e lo abbiamo fatto. Eisenhower ci aveva messo in guardia sul pericolo che rappresentava per la democrazia il complesso militare industriale, e noi abbiamo ignorato l’avvertimento.

Sembra che, quando c’è la possibilità di ritagliarsi grosse fette di potere e il governo è nelle mani di persone che perseguono programmi politici occulti, questi programmi vengono portati avanti con l’inganno. Per esempio, la “guerra al terrore” è in realtà una guerra contro quei paesi mussulmani che hanno una politica estera indipendente dai voleri di Washington e di Israele; è una guerra alle libertà civili degli Stati Uniti, ma è anche una guerra a quelle nazioni del Medio Oriente che ostacolano l’espansionismo territoriale di Israele. Ma Washington finge che sia una “guerra per la democrazia,” una “guerra per la libertà dal terrorismo, “ ecc.

I Russi hanno imparato, o avrebbero dovuto farlo, che, per Washington, nessun accordo è significativo. Quando la Russia aveva acconsentito alla riunificazione della Germania, le era stato promesso che la NATO non si sarebbe spostata di un centimetro verso est, ma l’amministrazione Clinton ha portato la NATO fino alla frontiera con la Russia. L’amministrazione Bush ha buttato nel cesso il trattato Anti-ABM e la Russia è ora minacciata dalle batterie dei missili antibalistici che si trovano a ridosso dei suoi stessi confini.