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senso comune

Il populismo e il grande complotto rossobruno

di Lenny Benbara

Schermata a 2018 12 06 19 16 15Ormai dall’inizio dell’estate è in corso un’offensiva ideologica per demonizzare quello che è generalmente definito “populismo di sinistra”. Accusata di mescolare le frontiere ideologiche con l’estrema destra, se non addirittura di condurre ad una deriva autoritaria o analoga al cesarismo, l’ipotesi populista sarebbe un pericolo mortale per la democrazia [1]. Peggio ancora, per coloro che si identificano con la sinistra, il populismo significherebbe abbandonare la “società” in favore del “sociale”. Dando la priorità alla questione sociale e gerarchizzando le “lotte” si verrebbe a creare la necessità di rivolgersi all’elettorato popolare del Front National mettendo nell’armadio il femminismo, i diritti LGBT, l’ecologia, la lotta contro il razzismo, ecc. Questo dibattito ci porta in realtà completamente fuori strada.

* * * *

La Francia è immersa nel vecchio dibattito tra la sinistra giacobino-marxista e la seconda sinistra [2] .

La Francia non ha ancora digerito l’innovazione intellettuale della scuola populista, della quale si parlerà più avanti. Innanzitutto è necessario affrontare il contesto ideologico attuale. La sinistra giacobino-marxista viene regolarmente opposta alla seconda sinistra, figlia della critica del Maggio ’68 e della nascita di nuovi movimenti sociali come il femminismo e i diritti LGBT, per citarne solo alcuni.

La prima accusa la seconda di essere stata integrata nel neoliberalismo, che assume come proprie una parte delle nuove richieste di uguaglianza e di democrazia. Questo processo è poi culminato con la nota di Terra Nova [3] del 2011 che ha reso un conglomerato di minoranze il centro della maggioranza elettorale della sinistra detta “liberale-libertaria” e individualista.

La seconda critica la prima per la sua visione ormai antiquata di Stato e organizzazione, per il suo patriottismo, ma anche per il suo riconoscimento tardivo delle rivendicazioni di uguaglianza delle minoranze. In breve, si utilizza il termine “rossobruno” per identificare l’unione di posizioni sociali progressiste con idee più o meno reazionarie sul piano dei valori.

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euronomade

L’insurrezione francese

di Toni Negri

gilets jaunes 1280x640Ragioniamo su quanto avvenuto in queste ultime tre settimane in Francia. Si può chiamare insurrezione? Dipende da come s’intende la parola insurrezione – certo, comunque la si intenda, qualcosa del genere c’è stato. E probabilmente continua. E non son tanto, a mostrarlo, i violentissimi scontri che ormai da due sabati si verificano nella metropoli parigina. Non sono le barricate, gli incendi di automobili sulle strade del centro parigino a mostrarlo e neppure le jacqueries che qua e là si hanno in Francia e i blocchi stradali che si distendono ovunque. Lo dicono quei due terzi di francesi che approvano il movimento generale che l’aumento del prezzo della benzina ha determinato. E questa approvazione va molto al di là dell’eventuale condanna dei disordini accaduti. Interessanti sono a questo proposito gli accenni di insubordinazione che animano gli stessi comportamenti dei pompieri e dei corpi di polizia.

Certamente, c’è ormai in Francia una moltitudine che insorge violentemente contro la nuova miseria che le riforme neoliberali hanno determinato. Che protesta per la riduzione della forza-lavoro al precariato e per la costrizione della vita civile nell’insufficienza dei servizi sociali pubblici, per la bieca tassazione di ogni servizio del welfare, per i giganteschi tagli alle finanze dei governi municipali ed ora, sempre di più, per gli effetti (che si cominciano a misurare) della Loi Travail, e si preoccupa per gli attacchi prossimi al regime di pensionamento ed al finanziamento dell’educazione nazionale (università e scuole secondarie). C’è in Francia, dunque, qualcosa che insorge violentemente contro la miseria e fa seguire a questo un “Macron, démission!” – un attacco cioè alle scelte del banchiere Macron a favore delle classi dominanti. Gli obiettivi dell’insurrezione sono Macron e le tasse.

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sbilanciamoci

Sparigliare i giochi pericolosi in Italia e in Europa

di Sergio Bruno

La situazione è difficile e pericolosa, non per la pretesa fragilità dell’economia italiana, ma perché gialloverdi, Commissione europea e molti stati Ue hanno aperto sul caso Italia un grottesco conflitto, perché si sta discutendo di una sanzione che verrebbe inflitta sulla base di stime e aspettative e non di fatti

italia banda largaCi vuole poco ad argomentare i tratti negativi e pericolosi dei gialloverdi: il loro far leva sull’odio, l’ignoranza del quadro istituzionale, la mancata distinzione tra rispetto delle regole democratiche e maggioranza dei voti, l’insipienza e le contraddizioni del programma di governo su flat tax, condoni, provvedimenti per la povertà, ecc.; ma purtroppo sono proprio questi tratti che spiegano il loro vistoso successo elettorale. Quindi, da sole, queste argomentazioni non servono a molto. Più difficile è per la sinistra capire le poche cose sulle quali i gialloverdi hanno ragione, riconoscere i propri errori pregressi, prendere atto della propria scarsa efficacia persuasiva.

Esemplifico. Quando Salvini afferma che l’erroneità delle prescrizioni della Commissione europea è resa evidente dal fatto che le politiche di centrosinistra, a quelle prescrizioni fedeli, non hanno sostanzialmente inciso sul rapporto debito/Pil, dice cosa giusta e, quel che più conta, politicamente (con)vincente. Tutti sanno infatti che quando le terapie praticate per anni si sono rivelate controproducenti, il loro abbandono appare ai più, a torto o a ragione, molto sensato, mentre non sembra il caso di dar retta ai solenni moniti dei precedenti “professoroni”! Difficile obbiettare, soprattutto se i moniti sono basati su vecchie argomentazioni. Ed il problema non è solo italiano.

I gialloverdi cavalcano un numero limitato di cavalli: tra di essi quello dell’esigenza di avere un saldo di bilancio più espansivo in funzione dello sviluppo e quello di combattere la povertà. Gli obbiettivi sottostanti sono degni e giusti, anche se gli strumenti per perseguirli non lo sono.

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blackblog

Classi medie e proletari nel "movimento dei gilet gialli"

di Agitations

La mobilitazione proletaria e interclassista dei "gilet gialli" suggerisce che esista una rabbia che si cristallizza sotto forme e discorsi differenti a seconda dei blocchi e degli spazi, creando una sorta di atonia critica, se non degli appelli romantici ad essere popolo. Di fronte a questo movimento, non rimane altro da fare che un lavoro noioso: quello di interessarsi ad una settimana di mobilitazioni attraverso quelle che sono le strutture spaziali e demografiche che lo attraversano e che ci danno informazioni a proposito della sua composizione sociale

gilet24Sotto i gilet gialli, delle magliette gialle

Pur non essendo di massa, la partecipazione alla mobilitazione di sabato 17 novembre è stata importante (sebbene più debole di quella di sabato 24 novembre). Le modalità originali di partecipazione erano minime: indossare un gilet giallo oppure metterlo sotto il parabrezza. Nel corso di questa mobilitazione, dei proletari, vestiti da "popolo", manifestavano insieme a dei piccoli padroni e a dei piccoli sfruttatori, al punto che, a prima vista, rimane difficile capire su quali basi profonde affondasse le sue radici l'appello al blocco. Dal momento che qui non si tratta né di un semplice essere stufi delle tasse, né di una jacquerie (e questo, detto al di là dell'anacronismo di tale analogia). Fondamentalmente, questo movimento contesta la diseguale distribuzione dell'imposizione fiscale sui dipendenti salariati e sui commercianti, e ne contesta soprattutto la sua forma indiretta (IVA, aumento globale delle tasse...), ritenuto come «il più ingiusto». Tale movimento avviene in un contesto di stagnazione dei salari, delle pensioni e dei sussidi che si trovano al di sotto del livello dell'inflazione, e in un contesto di diminuzione degli aiuti (APL [sussidio abitativo], Assurance chômage [Cassa di Disoccupazione], CSG [Contribuzione Sociale Generalizzata]), allo stesso tempo in cui «il costo della vita» (alloggi, trasporti, generi alimentari) aumenta. I primi ad essere colpiti da queste inuguaglianze sono gli operai e i dipendenti delle aree suburbane e delle zone rurali, ma possiamo domandarci legittimamente se questi ultimi possono mobilitarsi rispetto a dei luoghi da bloccare che talvolta sono lontani, e mentre il costo per arrivarci potrebbe dissuadere alcuni entusiasti.

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mondocane

Armi di distrazione di massa

Ipocrisie, decerebramenti, spopolamenti

di Fulvio Grimaldi

fgri11“La storia della nostra razza e ogni esperienza individuale sono cucite dalla prova che non è difficile uccidere una verità e che una bugia detta bene è immortale”. (Mark Twain)

https://vimeo.com/300013842 (link a una miaa intervista sulla Grecia realizzata da Patrick Mattarelli. Per aprire il link la password è Ful18vio)

 

Femminicidi. Non solo.

Metto le mani avanti, ricordando che ho dedicato gran parete di un mio documentario, visto da migliaia di persone, al femminicidio, massima espressione della violenza sulle donne. Se ora dico che al momento parrebbe che, schiacciati a terra e ridotti a pezzetti dall’uragano politico-mediatico sulla violenza sulle donne, noi uomini dobbiamo convincerci che, come tali, uccidiamo a gogò, ma non ci ammazza mai nessuno e che, in nessun caso, potremmo avanzare l’inaudita pretesa di essere, a volte, anche noi vittime. Non delle donne, di qualche donna. Sfido la crocefissione morale se dico che questa, come molte altre ondate di unanimismo di classe femminista, fin dagli anni della Grande Contestazione, potrebbe nutrire il sospetto di trattarsi, nell’intenzione dei noti amici del giaguaro, di grande operazione di distrazione di massa? Ho detto sospetto, non certezza. Vediamone gli spunti.

Fatta salva la sacrosanta protesta contro gli ottusi reazionari e facilitatori delle mammane che puntano a rimettere in discussione la 194 e mettere le zampe sull’autodeterminazione delle donne, abbiamo assistito a un tripudio di ipocrisia. Proprio come quella, del tutto analoga e inserita dalle note manone nella stessa strategia, che vede perorare l’accoglienza universale dei migranti e vituperare chi vi avanza qualche riserva. Come quella che nota lo svuotamento di un’Africa e di un Medioriente infestati da guerre innescate ad arte, o assegnati a multinazionali predatrici, e i relativi traffici di gente da spostare da più o meno nobili trafficanti. Svuotare l’Africa, far tracimare l’Europa mediterranea.

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lacausadellecose

Francia, novembre 2018: altro che ‘900

di Michele Castaldo

5bf0c50da6f388263f8b460a“Così dunque il tempo modifica la natura del mondo, […]Impotente a produrre ciò che prima poteva, ma capacedi creare quel che prima non poteva”
Tito Lucrezio Caro

Che succede in Francia? Una protesta spontanea di comuni cittadini che indossano gilet gialli come segno di identificazione e scendono in piazza bloccando strade, autostrade, centri urbani e addirittura depositi di carburante e raffinerie. Il motivo è fornito dall’aumento del prezzo dei carburanti, ma poi strada facendo diventa un movimento di opposizione contro le élite e contro la riduzione del potere d’acquisto, contro le tasse e le imposte, i salari troppo bassi e i servizi pubblici non abbastanza efficienti. Altrimenti detto: è lo scoppio improvviso di un malessere che covava sotto la cenere.

Sgomento e frustrazione fra i commentatori dei notiziari, la stampa è allarmata, cominciano le solite girandole delle tavole rotonde e dei talk show e l’attenzione si focalizza immediatamente su due questioni: a) un movimento improvviso; b) un movimento senza leader. E si cerca immediatamente un paragone con il movimento che per oltre un secolo ha caratterizzato la lotta degli oppressi e sfruttati in Occidente, quel movimento che fu catalogato come novecentista, ovvero quello che partì come Quarto stato nella Francia repubblicana, in Inghilterra, poi successivamente negli Usa e così via, fino all’esaurirsi con la fine degli anni ’80, sancito dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Urss.

A mio parere fanno bene a preoccuparsi i pensatori e intellettuali filo-sistema, perché siamo ad una straordinaria svolta storica, si avete capito bene, una straordinaria svolta storica, lontana anni luce dal ‘900 e dalle sue mobilitazioni affluenti nei confronti di un sistema – un modo di produzione – che cresceva, e una parte di esso, il proletariato, chiedeva quota parte per il suo contributo allo sviluppo.

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mondocane

Libertà di stampa e libertà di parola

Su Wikileaks

di Fulvio Grimaldi

Assange with cat 1 400x264“Tre cose non possono essere nascoste a
lungo: la Luna, il Sole e la Verità”. (Wikileaks)

Fulvio e Julian: si parva licet componere magnis

Il personale è politico, si diceva qualche lustro fa e tanto lo hanno preso sul serio quelli contro cui il concetto era diretto da aver ridotto il nostro personale, ora detto privacy, a setaccio per il quale precipita nel raccoglitore CIA, NSA, piattaforme digitali e nostri servizi, ogni bruscolino della nostra vita. Parto comunque da quel meme per compiere il passaggio da una mia esperienza privata a quella di portata generale, internazionale, planetaria ed epocale di Julian Assange, il detenuto da sei anni in quell’isola di Montecristo che è l’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Loro erano stati i segretari dell’Usigrai, sindacato di sinistra dei giornalisti RAI e poi sono stati e sono segretari della Federazione Nazionale della Stampa, il nostro sindacato. Loro sono Roberto Natale e Beppe Giulietti. Loro raccontavano di essersi dati molto da fare per farmi assumere al TG. Io credo che a favorire il mio passaggio da occasionale interprete simultaneo in Rai, nei tempi del mio ostracismo professionale dovuto alla direzione di Lotta Continua (senza pentimenti alla Sofri), a giornalista dell’azienda, sia stato Piero Badaloni, conduttore di Italiasera e poi di Uno Mattina, ottimo alla macchina, meno in video, che aveva apprezzato i miei trascorsi professionali e ignorato quelli politici.

Comunque, ai tempi in cui ricorsi al sindacato per ottenerne protezione dei miei diritti conculcati da Fausto Bertinotti mediante cacciata su due piedi da “Liberazione”, c’era Roberto Natale, poi opportunamente transitato a portavoce di Laura Boldrini presidente della Camera.

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senso comune

La crisi del ciclo progressista

Panorama sull’America Latina nell’epoca di Trump

di Tommaso Nencioni

america latina 850x638Alla fine del primo decennio del XXI secolo governi progressisti erano insediati nella pratica totalità degli Stati latinoamericani. Dall’Argentina kirchnerista al Brasile di Lula, dall’Ecuador di Rafael Correa alla Bolivia di Evo Morales, dall’Uruguay del Frente Amplio al Nicaragua neosandinista, dal Paraguay dell’ex Vescovo Fernando Lugo al Salvador guidato dal FMLN, la Patria Grande era unificata sotto le bandiere delle sinistre. La leadership riconosciuta dell’intero processo spettava al presidente venezuelano Hugo Chavez. La rivoluzione bolivariana assumeva caratteri via via più radicali, quella cubana godeva di rinnovate credibilità e legittimità internazionali. Venivano ripresi e implementati processi di integrazione regionale come il MERCOSUR e la CELAC, ed erano le forze popolari alla guida di questi processi, mentre le destre per lo più vi si opponevano. Altri ne nascevano su basi totalmente inedite, come l’ALBA. Perfino all’interno dell’OSA – l’organizzazione panamericana estesa ai Paesi al nord del Rio Grande – la posizione degli Stati Uniti rimaneva spesso isolata. Un progetto di zona di libero scambio estesa a tutto il continente su basi neo-liberiste e promossa da Washington – l’ALCA – era stato sdegnosamente respinto dai presidenti di Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela a Mar del Plata nel 2004. Governi che si erano insediati con programmi timidamente liberali – è il caso di quello hondureño di Manuel Zelaya – finivano per entrare nell’orbita di influenza progressista.

Negli ultimi anni stiamo però assistendo ad un netto rovesciamento dei rapporti di forza nel Subcontinente. Il peronismo argentino ha ceduto il potere ad una coalizione di destra guidata da Mauricio Macri. Di destra anche il governo peruviano. I governi di Paraguay, Honduras e soprattutto Brasile sono stati rovesciati da manovre parlamentari al limite della costituzionalità – si parla apertamente di Golpe.

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vocidallestero

Il dibattito sul bilancio italiano e la questione della sovranità

di Jacques Sapir

Dopo lo straordinario successo dell’edizione 2018 del convegno annuale organizzato dall’associazione Asimmetrie – quest’anno intitolato “Euro, mercati, democrazia – Sovrano sarà lei!” – tenuta a Montesilvano (Pescara) il 10 e 11 novembre scorsi, presentiamo la traduzione dell’intervento di Jacques Sapir, già direttore degli studi all’École des hautes études en science sociales di Parigi, direttore del Centre d’études des modes d’industrialisation e membro straniero dell’Accademia Russa delle Scienze. Il discorso ha aperto due intense giornate di conferenze e dibattiti, che hanno coinvolto ottocento spettatori in attento e partecipato ascolto di venti relatori tra economisti, giornalisti, politici e scrittori, italiani ed europei. E dimostra come la sovranità sia un elemento necessario, anche se non sufficiente, alla stessa democrazia

Goofy7Sapir e1541966585536 1280x500L’attuale crisi che oppone l’Italia e la Commissione europea sulla manovra di bilancio italiana, dopo la sua pubblicazione[1], apparentemente verte su alcune percentuali[2]. In realtà, si tratta della questione essenziale di sapere chi è legittimato a decidere del bilancio italiano: il governo, costituito dopo elezioni democratiche, o la Commissione e le sue varie appendici, che pretendono di imporre regole provenienti dai trattati?

Una questione che oggi è fondamentale: si governa in nome del popolo o in nome delle regole? Essa ha implicazioni evidenti: chi ha il potere di governare, il legislatore la cui legittimità deriva dalla sovranità democratica, o il giudice che governa nel nome di un diritto?

Dietro la questione della percentuale di deficit consentito o rifiutato al governo italiano non c’è solo la questione della fondatezza della decisione italiana[3], ma anche quella di sapere se l’Italia è ancora una nazione sovrana. Questo spiega perché il sostegno al governo italiano sia giunto da tutti i partiti per i quali la sovranità è uno dei fondamenti della politica, e in particolare da France Insoumise[4]. La questione della sovranità è quindi di centrale importanza in questo conflitto.

L’aspirazione alla sovranità dei popoli si esprime oggi in molti Paesi e in forme diverse. Eppure questa sovranità è messa in discussione dal comportamento delle istituzioni dell’Unione Europea. Ne sono una prova le dichiarazioni fatte da Jean-Claude Juncker in occasione delle elezioni greche del gennaio 2015 [5].

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jacobin

Le esternalizzazioni: l’altro volto dell’austerità

di Arianna Tassinari

Per anni ci hanno raccontato che affidare ai privati i servizi pubblici razionalizzava spesa ed efficienza, in realtà si è abbassata la qualità e precarizzato il lavoro. Ma proprio nel Regno unito scopriamo che non sono processi irreversibili

esternalizzazioni 990x361Nell’assenza totale di dibattito pubblico, in Italia è sempre più alto il numero di servizi “pubblici” gestiti da attori privati ed erogati da lavoratori ingaggiati con condizioni e salari ai limiti dello sfruttamento. È la realtà dilagante delle esternalizzazioni: un processo strisciante ma sempre più pervasivo che, da vent’anni a questa parte, rende indefiniti i confini del settore pubblico nel nostro paese, creando una corsa al ribasso sul costo del lavoro, sui diritti dei lavoratori e sulla quantità e qualità dei servizi offerti.

 

Le esternalizzazioni in Italia

In generale, per “esternalizzazione” si intende il processo per cui attività e servizi precedentemente prodotti e distribuiti all’interno del perimetro di competenza delle Amministrazioni Pubbliche – sia centrali che locali, come scuole, università, Asl, enti locali –- vengono trasferiti “all’esterno”, ovvero ad imprese private. Seguendo la traccia solcata da precursori come gli Stati uniti e il Regno Unito, anche in Italia questo processo ha assunto negli ultimi vent’anni un rilievo sempre maggiore. Secondo le stime del rapporto Isfol (2011), nel periodo 2004-2009 la pubblica amministrazione in Italia era il quarto settore per il ricorso agli strumenti dell’esternalizzazione, dopo quello dei trasporti, dei servizi finanziari e delle telecomunicazioni – contando per un 17% del valore totale dei contratti nel settore dei servizi esternalizzati.

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marxismoggi

Gli ex combattenti della Grande guerra e l’"orrido" sovranismo piccolo-borghese

Analogie ed errori a cent’anni di distanza

di Domenico Moro 

11544 20140530 172312“Coloro che non ricordano il passato sono costretti a ripeterlo”
George Santayana

Gli errori di cento anni fa

Cento anni fa aveva termine la Prima guerra mondiale. L’Italia ne uscì vittoriosa. Tuttavia, per assecondare le mire imperialiste del grande capitale industriale, pagò un prezzo molto superiore persino a quello della Seconda guerra mondiale: oltre 650mila caduti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati e più di mezzo milione di vittime civili. Inoltre, la guerra provocò una crescita repentina ma squilibrata dell’industria, e, grazie agli enormi profitti e alle sovvenzioni statali, una fortissima centralizzazione del potere economico.

I quattro milioni di ex combattenti, dopo quattro anni di morte e sofferenza nelle trincee, ritornarono alle loro case ma non trovarono lavoro. Nelle città era difficilissimo riconvertire a scopi civili la ridondante industria bellica. Nelle campagne i proprietari avevano sostituito la forza lavoro partita per la guerra con moderni macchinari e non volevano espandere la produzione a causa della riduzione della domanda interna.

La guerra aveva scavato un solco tra le élite e le masse e l’Italia era attraversata da contraddizioni profonde che svilupparono ampie lotte sociali e democratiche. Il Partito socialista vinse le elezioni del 1919 con il 32,28% dei voti, seguito dai Popolari al 20,3% e dai Liberali al 15,9%. Inoltre, tra 1919 e 1920 il Paese fu attraversato da un imponente movimento di occupazione delle fabbriche. Eppure, nel giro di pochi anni la reazione capitalistica portò all’affermazione di una forza nuova, il fascismo, che la sinistra non riuscì a contrastare.

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jacobin

Il popolo non esiste

di Michele Filippini

Una riflessione per sottrarre il pensiero di Laclau alle derive sovraniste e alla subalternità alla destra

populismo 990x361È ormai difficile negare che l’Italia si trovi in un “momento populista”, caratterizzato dall’emergere di forze politiche nuove, nuovi discorsi politici e nuova costruzione di senso comune. Si tratta di una fase che, in altri tempi e con altra sensibilità, Antonio Gramsci aveva chiamato «guerra di movimento», un «interregno», una fase di passaggio verso la successiva stabilizzazione egemonica di un ordine. La rapida ascesa di partiti e personalità nuove (M5S, Salvini), l’altrettanto rapida caduta di altre (Monti, Renzi), l’elevata mobilità elettorale (il M5S che in pochi anni balza al 32,7% o la Lega che passa dal 4% al 32% dei sondaggi odierni) e la politicizzazione estrema di alcuni temi (Europa, migranti, sicurezza) sono tutti segnali di una fase di intensa ridefinizione dello spazio politico, dei soggetti in campo e delle loro parole d’ordine.

In un contesto come questo sembra perdere di significato la contrapposizione che aveva sostenuto quasi tutte le battaglie contro il neoliberismo degli ultimi anni: quella tra un discorso radicale-democratico di attivazione e contestazione del potere, e uno istituzionale governamentale di contenimento attraverso la spoliticizzazione. Al contrario, oggi più che mai il discorso del potere è un discorso populista e radicale, mentre la sua contestazione sembra relegata al piano della critica morale e paternalista. La crisi del neoliberismo ha riattivato le “faglie politiche” sulle quali si costruiscono i soggetti collettivi, e la destra razzista e i qualunquisti nostrani hanno compreso meglio di chiunque altro le opportunità di quest’apertura.

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ragionipolitiche

La crisi dell’Europa e la sinistra che non c’è

di Carlo Galli

ph 123I risultati elettorali in Assia e in Baviera confermano il trend di sgretolamento dei partiti dell’establishment, di centro e di centrosinistra. Come la pelle di zigrino il loro spazio politico si riduce senza sosta, e al contempo le loro aspettative di vita.

È un trend iniziato con la Brexit, proseguito con le elezioni italiane del 4 marzo, confermato dalle vittorie politiche delle forze illiberali in parecchi Paesi dell’Europa centrale. È l’inabissarsi del progetto “atlantico” del secondo dopoguerra, che voleva far coesistere l’economia sviluppata, la democrazia liberale sociale, e la costruzione in Europa di istituzioni sovrastatuali. Ed è il tramonto delle élites, e dei partiti, che lo hanno sostenuto e vi si sono identificati.

Inabissamento e tramonto che non sopraggiungono per cause esterne, ma per le interne contraddizioni che sono esplose quando quel progetto atlantico ha incrociato la globalizzazione, quando la civiltà keynesiana si è trasformata in civiltà neoliberista, quando la costruzione europea, tutta funzionalista, si è trasformata nel dominio dell’ordoliberismo, nell’Europa di Maastricht, dell’euro, di Lisbona. Cioè in un’Europa unita dall’euro ma non dalla politica, da regole e discipline ma non dal consenso dei popoli.

Un’Europa minacciosa per l’Inghilterra, che non ne ha sopportato la burocrazia e i vincoli comunque sussistenti – benché non fosse entrata nell’euro – interpretati come costi e imposizioni ben più gravi dei benefici che ne derivavano. E così ha abbandonato la nave prima che affondasse, alle prime avvisaglie delle crepe. Per lei la civiltà atlantica sarà sostituita dalla “relazione speciale” con gli Usa, se Trump ne vorrà ancora sentire parlare.

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tempofertile

“La sovranità non è uno scandalo ma neppure un feticcio identitario”

di Alessandro Visalli

pericles funeral oration e1447983565646 1038x567Su Il Manifesto, Loris Caruso scrive un articolo dal titolo e parte dello svolgimento promettente, forse il ghiaccio inizia a sciogliersi, ma lentamente. Il sottotitolo, probabilmente della redazione, resta, invece, completamente ghiacciato:

Sinistre. Egemonia non è stabilirsi sul terreno avversario ma disarticolare il suo discorso. Alcuni toni della sinistra neo-nazionalista sono anche inutili dal punto di vista elettorale”.

L’articolo stesso può essere diviso in due parti nettamente separate, nella prima l’autore si pone in via astratta e, ricordando i suoi studi, afferma che il termine ‘sovranità’, come quello di ‘nazione’ non è affatto un abominio impronunciabile. Nella seconda, improvvisamente, si mette dal lato della cittadella assediata della propria comunità elettiva, e promulga una scomunica. Per poterlo fare disegna un avversario di comodo e ne attribuisce la figura a chi più teme[1].

Loris Caruso è un ricercatore alla Scuola Normale Superiore in Sociologia dei fenomeni politici, ed è laureato in Scienze Politiche a Milano, dottorato a Torino, dove nasce nel 1976, autore di “Io ho paura”, e di “Il territorio della politica”, a dicembre 2017 scrive (sempre su Il Manifesto) anche un articolo su “L’anomalia della sinistra italiana” ripreso nella pagina di una delle associazioni oggetto della sua requisitoria, “Senso Comune”. Il ricercatore quarantaduenne, che aveva venti anni al finire degli anni novanta, è piuttosto diverso da me come sensibilità di base, cosa che rende interessante la lettura, ma dal mio punto resta tutto sommato connesso all’assorbimento che molta parte della sinistra occidentale ha compiuto suo malgrado nel clima inospitale del ‘riflusso’[2] e dell’insorgenza del neoliberismo[3], consolidatosi durante i governi di sinistra in Europa e negli USA negli anni novanta.

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la citta futura

Marxisti cinesi e italiani a confronto

di Alessandro Pascale

Il movimento comunista italiano dovrebbe riflettere profondamente sulla necessità di approfondire la questione cinese, la quale rimane oggetto di mistero o di repulsione per molti comunisti italiani che, accettando il giudizio liquidatorio del marxismo occidentale, rischiano di stare dalla parte sbagliata della barricata

3b1f6cfb04191062fa576eb6c620f4fa XLDomenica 14 ottobre si è tenuto a Bologna il “V forum europeo sulla via cinese”. Promosso dall’Accademia di Marxismo presso l'Accademia delle Scienze Sociali della Repubblica Popolare Cinese e dall’Associazione Marx21, il seminario ha visto la partecipazione anche della Fondazione Gramsci Emilia Romagna e dell’Istituto Confucio dell’Università di Bologna, configurandosi come un fondamentale momento di confronto tra i marxisti italiani e alcuni dei più prestigiosi esponenti del think tank cinese, giunto alla terza tappa europea dopo aver tenuto conferenze in Portogallo e Spagna.

Davanti ad una sala gremita (250 persone presenti, molte richieste di partecipazione respinte per insufficienza di posti disponibili) hanno portato i propri saluti e svolto interventi di alto livello anche accademici italiani non prettamente marxisti, oltre a rappresentanti del PCI e del PRC. Assenti invece delegazioni ufficiali di PaP e PC. Il seminario si è strutturato in quattro sessioni, precedute dai saluti di apertura. Vista l'eccezionalità dell'evento, pare utile offrire di seguito un breve sunto di ogni intervento.

 

Saluti di apertura

Ad aprire gli interventi è stato Deng Chundong, presidente dell'Accademia del marxismo e “capo” della spedizione cinese, che ha motivato la partecipazione all'incontro e più in generale la politica attuale cinese così: “l'obiettivo è contribuire al progresso dell'Europa”.

Yang Han, direttore dell'Ufficio stampa dell'Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, ha ribadito che “la Cina non chiederà agli altri Paesi di copiare il suo sistema”, vantando poi i successi della via cinese al socialismo: “il 30% della crescita mondiale, per molti anni consecutivi, è merito della Cina”. Una crescita resa possibile grazie alla politica di “apertura” e “liberalizzazione” nella “globalizzazione” attuale. Han ha criticato gli impulsi crescenti al “protezionismo” che stanno prendendo piede in Occidente di fronte ad una globalizzazione sempre più egemonizzata dalla Cina, proponendo piuttosto la necessità di una “riforma del sistema della governance mondiale”.