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filosofiainmov

Pensare la politica nel tempo del disordine

di Alessio Lo Giudice 

leaders politici 11. Il potere nel disordine

Sembrerebbe oggi che una nozione tanto vaga, quanto totalizzante, di sicurezza sia in grado di prendere il sopravvento su altre categorie politiche, determinando una riconfigurazione dello Stato di diritto e tendendo così più al suo tradimento che alla sua protezione. La prevenzione dei delitti si ridurrebbe a una sorta di obiettivo apparente, dietro il quale si celerebbe la volontà di stabilire uno Stato di sicurezza fondato su controlli e limitazioni sempre più generalizzati e invasivi.

L’impressione è di trovarsi in una condizione che supera la tipologia del potere nello Stato moderno magistralmente delineata da Michel Foucault. Supera sicuramente il potere sovrano che, in nome della sicurezza del sovrano stesso, dispone della vita e della morte: «il diritto di far morire o di lasciar vivere». Ma supera anche il potere disciplinare, affermatosi a partire dal XVII secolo in particolare, non più fondato esclusivamente sulla gestione della morte bensì, come sostiene Foucault, sulla perpetuazione, e quindi sul controllo, della vita: «Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte».

Il potere disciplinare pare, a prima vista, più affine al paradigma della società del controllo e quindi allo Stato di sicurezza che sembra profilarsi di questi tempi attraverso il mantenimento dell’emergenza. La disciplina dei corpi, la loro amministrazione, la misurata inscrizione, anche attraverso forme di coercizione, dei comportamenti dei singoli entro canovacci prestabiliti e quindi controllabili, tipici appunto della società disciplinare a cui si riferisce Foucault, sembrerebbero coerenti con ciò a cui assistiamo oggi.

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Le “due sinistre”

Dialogo con un compagno di Potere al Popolo

di Alessandro Visalli

sangue e suolo 5B1 5DIl testo che segue è la traccia di un dialogo insieme reale ed immaginario tra due posizioni per la ricostruzione della sinistra (o di una prospettiva socialista, che non è necessariamente la stessa cosa) in Italia. L’occasione è una lettura congiunta di un testo (“Dalla parte del lavoro”) proposto da un gruppo, il Network per il Socialismo (NSE), nel suo recente convegno di Fiuggi, che al momento aderisce a Liberi ed Uguali, anche se in posizione critica e provenendo da Sinistra Italiana (da ora SP, da “sinistra politica”), e la replica a questo di un compagno di Potere al Popolo (da ora SS da “sinistra sociale”). Il dialogo cerca di focalizzarsi più sulle dimensioni che uniscono rispetto a quelle che dividono, ma nel farlo non può evitare di individuare delle differenze nella prospettiva e nella cultura di provenienza.

La sinistra è sempre stata una costellazione di movimenti e tradizioni differenti. La principale differenza focalizzata è quella descritta nel libro “Insieme” di Richard Sennett: tra la “sinistra politica”, figlia del Marx che combatte Lassale, e la “sinistra sociale”, la cui tradizione risale agli sconfitti del socialismo (Kropotkin, Owen, Proudhon). Il movimento socialista ha sempre avuto diverse anime, il socialismo francese e quello tedesco, Proudhon e Robert Owen o Marx ed Engels. Il sindacato come occasione di aggregazione sociale o macchina da guerra a servizio del partito rivolto alla conquista della macchina dello stato, per farne lo strumento di una contro-dittatura (Lenin). Semplificando brutalmente linee che sono molto meno nette (lo stesso Marx contiene idee opposte, in particolare ai due estremi della sua vita), la “Critica al programma di Gotha” o i “Principi di Rochdale” di Owen. Secondo l’immagine che propone Sennett:

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Le origini dell’ondata populista in Italia

di Aldo Giannuli

Questo articolo è tratto da un mio intervento ad un convegno del marzo 2013 presso l’Università Guglielmo Marconi sul populismo. Buona lettura

13086880 1090792260963845 3078808569084915340 o 620x400Il recente successo della lista del Movimento 5 stelle è stato variamente interpretato, ma, nel complesso, si è registrata una vasta convergenza nella sua definizione come movimento populista, il che, peraltro ha un fondamento, dato che lo stesso movimento ha fatto sua questa definizione, un po’ riconoscendosi in essa, un po’ per ritorsione polemica.

Ovviamente si tratterebbe di un “populismo sui generis”, che meriterebbe un’analisi particolareggiata, che, a sua volta, richiederebbe una soddisfacente definizione della categoria “populismo”.

Come è noto, tale qualifica, nel tempo, è stata attribuita a movimenti fra loro molto diversi: dal peronismo alla Cause du Peuple, dal petainismo al gaullismo, dal poujadismo a Lotta Continua, da Getulio Vargas a Mogen Glistrup, da Lazaro Cardenas a Fidel Castro ed anche in tempi recenti la qualifica è riferita ai personaggi come Charles De Gaulle, Ronald Reagan, Ross Perrot e, via via, Collor de Mello, Jordi Pujol, Bernard Tapie, Fujimori, Stanislaw Tyminski, Pym Fortuyn o Jorg Haider.

Un insieme di movimenti, personaggi, fenomeni, talmente eterogeneo, da rendere del tutto sfuggente la categoria. Tutto questo è stato determinato da un uso polemico e spesso improprio del termine spesso attribuito a movimenti che non si riconoscevano affatto come tali. In realtà a definirsi tali ed ad aver elaborato una teoria politica coerentemente populista furono i narodniki (appunto: populisti) russi, dopo la qualifica venne estesa per analogia ai movimenti anarchici (peraltro Bakunin proveniva dal proto-movimento populista) e, via via ad altri fenomeni sempre più diversi.

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Destra. Tristi tropi

di Claudio Vercelli

e book destra coverCome definire, senza correre il rischio di risultare anacronistici, una destra che, oramai, pare essere così pervasiva da occupare spazi e linguaggi, pratiche e narrazioni che un tempo sarebbero appartenute a ben altri soggetti? Aggiungiamo: quanto della matrice fascista e, in immediato riflesso, di quella neofascista, rimane in essa? Ribaltando l’approccio, piuttosto che domandarsi quanto del passato non sia del tutto trascorso non è forse meglio chiedersi cosa il presente richiami ancora di un certo passato, e in quale misura ciò può risultare di nuovo funzionale alla costruzione di una parte delle identità politiche correnti? Il rischio, peraltro, è sempre il medesimo, ovvero quello di girare a vuoto, sfoderando stancamente i toni della polemica nel momento stesso in cui il suo oggetto sembra, ai molti, essere definitivamente evaporato, comunque archiviato, perché ridotto a puro strumento di etichettatura. Utile, per la sua natura di sintesi, è il volume a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini, Destra, editato nella collana Ricerche della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (pp. 120, Milano 2018). La ricognizione nei sette brevi saggi contenutivi è tanto asciutta quanto diretta. Non è incentrata sul fenomeno neofascista in quanto tale ma sulla persistenza di tracce e frammenti d’esso, oltreché delle sue rimodulazioni, in alcune formazioni politiche odierne. Così facendo, se ne identifica l’aspetto sub-culturale, strettamente consustanziale alla stessa democrazia (Piero Ignazi). Il calco fascistoide, infatti, è una sorta di reciproco inverso di quest’ultima.

La quale, infatti, spesso si definisce in opposizione ad esso, ovvero per ciò che non intende essere o divenire. Se diciamo fascismo, e tutte le parole che da esso derivano o sono associabili, a partire dai termini che presentano un prefisso accostatovi (pre, neo, post), ci riferiamo ad un tropo, ossia ad un uso traslato, spesso ampliato, di un termine che assume accezioni, significati, valenze, se non anche a volte valori, tanto ampi quanto eterogenei.

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mondocane

Da Gaza al Quirinale

Popoli fai da noi, cacicchi fai da me. E i Rothschild

di Fulvio Grimaldi

puparoOgni volta che siamo testimoni di un’ingiustizia e non reagiamo, addestriamo il nostro carattere ad essere passivi di fronte all’ingiustizia , così, a perdere ogni capacità di difendere noi stessi e coloro che amiamo”. (Julian Assange)

“Si parva licet componere magnis”, premettevano i latini a un azzardato paragone che conducevano tra cose piccole grandi. Procedimento che adotto per passare dalle nostre squallide, ma non del tutto irrilevanti, piccinerie, alle immensità, per una parte orrendamente efferate e, per l’altra, eroiche, di quanto va succedendo in queste settimane e ore tra i palestinesi di Gaza e gli emuli israeliani dei macellai del ghetto di Varsavia.

 

Cosa ci accomuna, cosa li accomuna

Altra premessa al discorso di oggi è la constatazione di cosa abbiano in comune coloro che hanno portato alla novità di due fenomeni di massa che, fino all’altro ieri, parevano patrimonio di altri, migliori, tempi. E, per converso, a cosa ci porta l’esame epistemologico circa la natura logica dei comportamenti di contrasto a questi fenomeni. Parlo della rivolta di masse popolari a Gaza impegnate in un movimento, la Grande Marcia del Ritorno, che, dopo anni di delega a rappresentanti inetti, inefficaci, rinnegati, divisi e divisivi, si appropria del tema che fu loro fin dal rifiuto della colonizzazione degli anni ’40 e poi nelle due Intifade degli anni ’80 e ’90. E parlo della cacciata, in Italia, dal proprio orizzonte politico di coloro, la coalizione di destra variamente denominata Ulivo, governo tecnico, larghe intese, renzusconismo. Usurpatori che dalla fine del secolo scorso, eletti rappresentanti dei bisogni collettivi, queste masse le hanno conculcate, deprivate, escluse.

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palermograd

Uno Stato che non era un moloch

di Roberto Salerno

autoritarismoQualche giorno fa, Franco Calamida – che proprio nei giorni del sequestro Moro fu tra i fondatori di Democrazia Proletaria – ha ricordato come il terrorismo sia stato “il nostro peggior nemico”. Dopo il massacro dei cinque uomini della scorta, “l’omicidio del leader democristiano, l’atto irreversibile della sua morte trasformava l’oppressore – l’uomo del potere – in vittima e, al contrario, chi si affermava come vendicatore… diventava a sua volta oppressore”, scrisse all’epoca Ninetta Zandegiacomi (su Unità Proletaria, giugno-luglio 1978). A partire dai ragionamenti “alti” di Leonardo Sciascia e Alberto Arbasino, fino all’ultimo improvvisato “dietrologo” fuori tempo massimo, del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro non si è mai smesso di parlare, lungo questi 40 anni che ci separano dal tragico epilogo di via Caetani. In questo intervento Roberto Salerno fa giustizia dei tanti mediocri complottismi, proponendo invece una riflessione sul ruolo transitorio e il fragile potere di chi temporaneamente ha “in mano le redini” delle strutture statali [PalermoGrad].

* * * *

La mattina del 9 maggio del 1978 a due passi da Via delle Botteghe Oscure e a qualcuno di più da Piazza del Gesù venne ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il presidente (dimissionario) della Democrazia Cristiana era stato rapito 55 giorni prima, il 16 marzo, da un gruppo formato da almeno dieci persone.

Per quanto queste due affermazioni possano sembrare – e siano – asettiche, persino su queste alcuni hanno avanzato dei dubbi e ci sono poche certezze. Per esempio sull’orario del ritrovamento ci sono varie incongruenze.

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marx xxi

L’economia della guerra

di Ascanio Bernardeschi

Il presente è una rielaborazione per Marx 21 di due articoli distinti usciti rispettivamente il 21  e il 28 aprile

99753 img089Fine della Storia?

Sul Fatto Quotidiano di domenica 22 Aprile, Furio Colombo, che immagino permanentemente tormentato da due aste di bandiera conficcate nel cervello, quella americana e quella israeliana, si domanda come sia possibile “fare a meno dell’America” e, preoccupatissimo per le acrobazie politiche senza rete di Trump, teme che “il Paese [con la maiuscola] che fino a un momento fa era stato capofila dell’avanguardia” di praticamente tutto lo scibile e tutti i diritti si chiuda in sé stesso e non regali più a noi poveri sudditi il bene prezioso della sua democrazia, la cui esportazione nel mercato mondiale è sostenuta da un elevata capacità competitiva non proprio esattamente sul terreno economico.

Poi conclude: “forse Trump, con tutti coloro che lo stanno imitando, sta rappresentando la profezia di Fukuyama: la Storia [ancora con la maiuscola] si è fermata”. Sì, quella fine della storia di Fukuyama che andava bene e veniva acriticamente richiamata quando serviva a diagnosticare il venir meno dell’antagonismo di classe e dei movimenti antimperialisti dopo l’ ‘89, è ora temuta non perché il modo stia fermo, piuttosto perché, a differenza di quello che pare al Nostro, si sta muovendo troppo, anche se non nella direzione da lui auspicata. E difatti sta ponendo fine all’egemonia americana e affermando un nuovo multipolarismo.

Stiamo attraversando – e, contrariamente a quello che ci raccontano i giornalisti embedded, ci siamo ancora dentro – una delle crisi più catastrofiche del capitalismo. Dopo ogni crisi niente rimane come prima, e le formazioni economico-sociali subiscono dei cambiamenti, talvolta in positivo e talvolta in negativo.

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Israele, UK, Usa, UE; gas nervini e partite di caccia

Stati canaglia all’assalto.Colpi di coda o offensiva finale?

di Fulvio Grimaldi

Israele soldatiChe il mostro sia ferito è indubbio, che abbia la forza per menare colpi di coda, o allestire una soluzione finale è da vedere. La resa dei conti, in ogni caso, ha per obiettivo Putin e la sua Russia, nonché i popoli europei a metà strada tra est e ovest. Quella Russia che, sottratta al magliaro Eltsin e agli avvoltoi interni ed esterni che lo sbronzone aveva invitato alla tavola apparecchiata con le membra mozzate dei popoli sovietici, rimessasi in piedi e in cammino, ha dato l’altolà al processo della mondializzazione imperialista, ha asserito e concretizzato il suo diritto ad avere una parola in merito a se stessa e al pianeta, si è mossa in sostegno di tale diritto e a difesa di chi dalla mondializzazione imperialista doveva essere spianato.

Siamo alle provocazioni che dovrebbero avvicinare quel confronto risolutivo da cui soltanto degli invasati mentecatti, manovrati al potere dalla storica cupola finanzcapitalista, possono aspettarsi una sistemazione dell’ordine mondiale che mantenga in vita l’umanità. Ci stiamo avvicinando a quel confronto, inevitabilmente nucleare, o vi siamo già dentro? That is the question. Vediamo.

 

Il Quarto Reich

La palma degli affossatori di ogni diritto, decenza, morale, umanità, spetta a Israele, ai superatori dei nazisti che dirigono il paese e proclamano il “più morale del mondo” un esercito che va alla partita di caccia contro donne uomini e bambini inermi e, dispiace dirlo, caccia condivisa dall’incirca 80% della sua popolazione che con tale banda di licantropi si schiera nell’occasione di ogni bagno di sangue, da 70 anni a questa parte.

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ilponte

Transizioni

di Lanfranco Binni

a fortini«Populisti, vil razza dannata!». Pianti, lamenti e lai, anatemi borghesi ottocenteschi a esorcismo delle “classi pericolose” alimentano il narcotraffico dei media di regime. Il sistema democratico è in pericolo. L’onda lunga dell’insorgenza diffusa e popolare contro ogni mediazione liberista e socialdemocratica tra potere politico e «popolo» (il popolo «sovrano» della Costituzione inattuata del 1948) che il 4 dicembre 2016 ha abbattuto con un sonoro no la “riforma” anticostituzionale della banda Renzi, grazie a un imprevisto protagonismo degli elettori ignoti (maledette elezioni!), il 4 marzo ha stravolto (anche questa volta con esiti imprevisti) un quadro politico già a rischio di «ingovernabilità». Il disegno furbastro del Pd di resuscitare il patto del Nazareno grazie a una legge elettorale anti M5S si è rovesciato nella disfatta del Pd, nella forte affermazione del M5S (primo partito nazionale), nello squilibrio dei rapporti di forza all’interno della coalizione di destra (sconfitta di Forza Italia e affermazione della Lega come primo partito della coalizione). Numerosi articoli di questo numero del «Ponte» analizzano i risultati elettorali, con punti di vista diversi e diverse valutazioni, come si addice a una rivista di aperto dibattito politico.

Mi preme sottolineare le tendenze che i dati elettorali rivelano:

1) l’astensionismo è stato un fenomeno contenuto, in controtendenza rispetto alle precedenti elezioni politiche e amministrative;

2) il voto al M5S, maggioritario nei collegi del sud e in alcune aree del centro e del nord, ma diffuso in tutto il paese, è stato prevalentemente un voto giovanile (classi di età: 18-35) e popolare;

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micromega

“La sfida populista”, tra demagogia e democrazia

di Nadia Urbinati

Un ebook collettaneo, edito dalla Fondazione Feltrinelli, analizza il fenomeno del populismo evitando visioni manichee e catastrofiste, nel tentativo di comprenderlo nella sua complessità. Che cosa lo rende diverso dalla democrazia, visto che entrambi sono fondati sul principio di maggioranza? Pubblichiamo un estratto dal capitolo di Nadia Urbinati, secondo la quale solo a partire dalla comprensione del populismo come maggioritarismo si può affrontare criticamente il rapporto fra esso e la nostra Costituzione - Per acquistare l'ebook

populismo nadia urbinati 510L’unificazione in alternativa al pluralismo è la dinamica strutturale del populismo nel governo rappresentativo come la demagogia lo era rispetto al governo diretto. Bisogna tener presente che l’impatto dell’appello al popolo è diverso in questi due casi. Infatti, nel governo rappresentativo, la sfera dell’opinione ha più grande rilevanza perché il potere legislativo non è qui a disposizione diretta del popolo; è dunque prevedibile che l’impresa populista si sviluppi nella dimensione ideologica e che possa in teoria restare un fenomeno di opinione, senza conquistare il governo. Diverso è il caso della demagogia antica che aveva un impatto diretto, non solo sull’opinione ma anche sulla legge perché operava in un’assemblea di cittadini dotata del potere sovrano immediato. Tenendo conto di questa differenza tra le due forme di governo democratico, mi servo dell’analisi della demagogia antica per illustrare la relazione conflittuale che essa aveva con la democrazia e proporre un parallelo con l’azione del populismo nel regime rappresentativo: in entrambi i casi centrale è l’uso e l’abuso del principio della maggioranza.

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Il diniego della sconfitta

Comunicazione e manipolazione della verità

di Marco Nicastro

curtain 2757815 1280 608x400Qualche giorno fa, invitato come ospite al programma tv Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber, il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha fatto una serie di affermazioni che hanno attirato la mia attenzione e mi hanno indotto a riflettere ulteriormente su uno dei mali del nostro tempo: la concezione essenzialmente strumentale della comunicazione.

Marco Damilano, ospite assieme a lui per il dibattito, da preparato giornalista qual è esordisce acutamente chiedendo: «Ministro, lei che giudizio dà della sconfitta elettorale prima ancora di dire cosa facciamo domani? Perché il PD ha perso 5 milioni di voti rispetto alle Elezioni Europee del 2014 e addirittura 6 milioni rispetto al periodo di Veltroni? […] Lei, intanto, come si è spiegato questa confitta?». Il Ministro, dopo una veloce disamina sulla crisi della Sinistra europea, che non avrebbe saputo proteggere le classi più deboli dall’inevitabilità della globalizzazione, si sofferma sullo specifico caso italiano e dice: «Noi abbiamo dato la sensazione di essere un Governo che era molto vicino all’eccellenza: io stesso dicevo, quando era viceministro, “l’Italia ce la fa, l’export va bene” e lo abbiamo fatto anche con una certa dose di protervia e di arroganza, del tipo “noi abbiamo risolto i problemi del paese e guardiamo avanti”». Sebbene Calenda rivendichi poi le scelte politiche del Governo, dice anche: «Quello che però penso vada cambiato profondamente è prima di tutto il modo di parlare al Paese […] la Sinistra non deve essere più il partito delle certezze granitiche nella bellezza del futuro […] tutta questa è una retorica che è finita.

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All'1% gli utili idioti dell'Uccidente

di Fulvio Grimaldi

La Siria di Ghouta e la Ghouta di Amnesty, Palmira e Babilonia, i nazifascisti in agguato, il gender e i migranti: quando i “sinistri” condividono distruzioni e distrazioni di massa

Iraq265Quelli “del popolo”

Quelli che risultano più nauseabondi sono sempre gli ipocriti. A partire dal “manifesto” e da tutta la combriccola pseudosinistra dell’imperialismo di complemento, che volteggia nel vuoto dell’interesse e del consenso di un elettorato italiano che, per quanto disinformato o male informato sulle cose del mondo, ha dimostrato di badare più alla sostanza che alle formulette di palingenesi sociale incise sulle lapidi della sinistra che fu. E la sostanza ci dice che mettere tutti sullo stesso piano, 5Stelle e ologrammi nazifascisti, Putin e Trump, opposti imperialismi, migranti in fuga da bombe Nato e migranti attivati dalle Ong di Soros, jihadisti a Ghouta Est e truppe governative, a dispetto dell’immane e unanimistica potenza di fuoco mediatica, poi produce al massimo l’1 virgola qualcosina per cento. Brave persone, certo (esclusi i paraculi fessi dei GuE), ma fuori dal mondo, da chi è il nemico e da come si muove l’1% finanzcapitalista e tecno-bio-fascista nell’era del mondialismo e dell’high-tech. E, permettetemi una risatina, neanche bravi, ma di un narcisismo solipsista che rivela tratti patologici per quanto è dissociato dal reale, quelli della Lista del Popolo (Chiesa, Ingroia, bislacchi e farlocconi vari), trionfalmente giunti allo 0,02%. Ma si puo!

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mentinfuga

Lessico della democrazia

Votare: dovere, rito effimero, diritto per contare?

di Giovanni Dursi

votoIl diritto di voto è garantito dall’articolo 48 della Costituzione della Repubblica italiana, che afferma:

«Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».

Come si può leggere, nella Costituzione il voto è considerato un “dovere civico”. Si dibatte da tempo sul senso di queste parole, anche perché è un “dovere” che non prevede sanzioni in caso di violazione. Il voto sembra essere l’unica espressione simbolica delle prassi democratiche. In realtà, nell’ordinamento italiano esistono 4 strumenti di democrazia diretta:

Petizione (50 della Costituzione)

Legge di iniziativa popolare a voto parlamentare (71 della Costituzione)

Referendum abrogativo (75 della Costituzione, il quale è anche il motivo per cui in Italia non ci sarà mai un referendum come quello che ha portato al Brexit)

Referendum confermativo (138 dell Costituzione)

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contropiano2

Roma, da Capitale del sistema paese a periferia dell’Unione Europea

di Rete dei Comunisti

La Rete dei Comunisti ha organizzato su questo tema un dibattito pubblico a Roma mercoledi 21 febbraio. Una analisi sulle tendenze in corso nel processo di asimmetria forzata del nostro paese e nelle aree metropolitane

20972329La condizione di degrado che pervade gli scenari della parte periferica e maggioritaria del tessuto metropolitano della città capitale non può essere solo materia per statistiche e graduatorie dei centri studi sullo stato delle città , né può essere ridotta a situazione contingente legata al ciclo economico e difficoltà/incapacità gestionali.

Diverse e profonde sono le ragioni dello stato di prostrazione che vive sotto più profili la città, da ricercarsi nella trasformazione degli assetti economico produttivi che ne hanno definito la fisionomia per un’intera fase storica. Uno spostamento del baricentro della struttura portante, intesa come sistema di relazioni sociali, economiche e culturali, da una dimensione pressoché totalmente definita dalla prossimità politica ed istituzionale con la politica nazionale ad una identità “ globale” nello scenario in movimento della costituzione della U.E. Un processo di transizione, dunque, che attraversa l’intero tessuto metropolitano, che riattualizza l’incidenza delle trasformazioni urbane nell’analisi delle varie fasi e di intere epoche, tratteggiando la fisionomia della metropoli funzionale alla rimodulazione del processo di appropriazione privatistica/ accumulazione capitalista

Tentare la sintesi del sostrato di relazioni che ha connotato un intero periodo storico, a sua volta attraversato da radicali trasformazioni, rischia di rivelarsi riduttivo. Tuttavia, il connubio tra gli interessi affaristici della borghesia cittadina e la sfera pubblica, con la funzione di volano dell’intervento economico pubblico nel meccanismo dell’accumulazione (ciclo del mattone), ha indubbiamente svolto un ruolo preminente.

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L’Italia nel ciclo politico reazionario

di Alberto De Nicola

Il cosiddetto “ritorno del fascismo” in Italia fa parte di un fenomeno di dimensioni globali. La sua origine va ricercata nella crisi di egemonia del neoliberalismo e nell’impasse dei movimenti sociali. Per contrastare la torsione autoritaria è necessario mettere in discussione alcuni luoghi comuni che animano il dibattito in rete dopo i fatti di Macerata

556d01718684149f63a71d50169e82ac cartagena spain nuest jr«La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole»: così scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere discutendo di strategie militari. Negli ultimi mesi, e ancora di più dopo i fatti di Macerata, mentre ci si ritrova di fronte alla stessa amara e realistica constatazione secondo la quale non possiamo sceglierci il terreno di battaglia che vogliamo, ci si chiede in quale “forma di guerra” siamo precipitati.

A pochi giorni dall’attentato fascista e dal surreale dibattito politico-mediatico che ne è scaturito, si rincorrono in rete analisi che sembrano ricondurre la situazione attuale al puro e semplice “sdoganamento” istituzionale e mediatico dei gruppi neofascisti. In altri casi, il consenso riscosso dall’ordine del discorso razzista viene trattato come il disvelamento di una qualche natura inconfessabile degli italiani (e dei poveri) rimasta latente e riemersa ora come conseguenza estrema dell’impoverimento economico prodotto dalla crisi.

Di fronte a queste interpretazioni più o meno implicite, lo spazio disponibile per l’azione politica rimane confinato dentro perimetri stretti: al pur necessario antifascismo militante si finisce per attribuire una valenza “eroica“ nella stessa misura in cui cresce il senso di isolamento e accerchiamento nei confronti della società; a medio termine a sinistra si confida nella formazione di governi di larghe intese in grado di frenare l’avanzata della destra più estrema; sul lungo periodo, si invita alla virtù della pazienza, consapevoli che il peggio deve ancora venire e che solo dopo che sarà arrivato, potremo sperare di rialzarci.

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