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marx xxi

Soros Papers

di Francesco Galofaro*

soros opensocietyCome la Open Society Foundation controlla un terzo del parlamento europeo

Con questo articolo Marx XXI si accinge a pubblicare una serie di approfondimenti sui Soros Papers. Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks. La nostra inchiesta parte dal Parlamento europeo e dal modo in cui la Fondazione esercita attività di tipo lobbistico su un terzo dei deputati eletti nel 2014. Nei prossimi capitoli ci occuperemo più nello specifico della campagna elettorale del 2014 e del modo in cui la Fondazione ha tentato di influenzarla. Infine, approfondiremo le finalità della Fondazione Open Society, per chiederci se il suo modo di procedere non costituisca una minaccia per la democrazia.

 

La fonte

DC Leaks è un sito noto per aver divulgato, in passato, le mail dei partecipanti al congresso democratico del 2016 [1], rivelando come il gruppo dirigente avesse sabotato la campagna elettorale di Bernie Sanders. Nell'agosto del 2016 DC Leaks ha pubblicato 2600 file relativi alle attività e alle strategie della fondazione Open Society. Secondo le accuse delle agenzie di sicurezza USA, dietro la pagina si celerebbe il gruppo russo Fancy Bear, specializzato nello spionaggio cibernetico. Non è certo il modo in cui i documenti sono stati ottenuti. Per ammissione di Laura Silber, portavoce della fondazione, i dati provengono da una intranet utilizzata dai membri del consiglio di amministrazione, dallo staff e dai partner della fondazione [2], il che fa pensare a una gola profonda (whistleblower) interna all'organizzazione, mossa da motivazioni ideali, oppure alla tecnica dello spear phishing, con mail ad personam che sfruttano dati sul destinatario allo scopo di convincerlo a collaborare.

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sbilanciamoci

Il cono Sud e l’economista cileno

F.Nastasi e G.T.Yajima intervistano Ricardo Ffrench-Davis

Il ruolo delle agenzie di rating e delle banche estere ai tempi di Pinochet, il ruolo dello Stato nell’economia allora e oggi, in una intervista all’economista cileno Ricardo Ffrench-Davis di due dottorandi italiani

Teatro nel Cono SudCi troviamo a Santiago del Cile, alla Cepal, la commissione delle Nazioni Unite che si occupa di affari economici per l’America Latina e Caraibi, abbiamo l’occasione di intervistare uno dei maggiori economisti del paese, Ricardo Ffrench-Davis. Il direttore della scuola Cepal, Gabriel Porcile, un uruguayo con due occhi luminosi e grande appassionato di Enrico Berlinguer, lo presenta come la prova ontologica dell’esistenza di Dio, dopo quelle fornite da Sant’Anselmo. Il miracolo sta nel fatto che Ffrench-Davis sarebbe dovuto diventare uno dei Chicago Boys, avendo studiato in quella università negli anni ’50-’60. Ha invece mantenuto uno spirito critico rispetto all’idea che “el mercado lo soluciona todo“. Non ha seguito i suoi connazionali allievi di Friedman nella definizione dell’esperimento liberista svoltosi in Cile dopo il golpe del 1973. E oggi pubblica una nuova versione del suo libro, “Reformas Económicas En Chile (1973-2017)”, un’analisi dell’evoluzione economica del paese. Cominciamo la nostra intervista proprio da qui.

* * * *

  1. Riferendosi agli anni della dittatura militare, si parla dell’economia cilena come di una storia di successo, Milton Friedman lo ha definito un miracolo, un’economia moderna in crescita, con alcuni settori dinamici, soprattutto quelli legati all’export, sebbene con performance negative in termini di povertà e disuguaglianza. Friedman aveva ragione, almeno per i settori più innovativi?

La dittatura fece riforme profonde, basate sull’idea che il mercato, liberato dal ruolo dello Stato, avrebbe guidato bene l’economia. Fu quindi creato uno Stato piccolo, riducendo le tasse sul capitale e non sul lavoro. La struttura sociale cilena però era, ed è ancora, molto eterogenea, con poche persone molto ricche e alti titoli di studio e molte che si trovano nella situazione opposta. Si è fatto abuso della ragione dei pochi.

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oraequi

Opporsi, ma come?

di Franco Romanò

resPremessa

Quella che in atto da alcuni mesi in Italia è la riedizione della strategia della tensione in forme nuove, cui il governo giallo verde sta dando qualcosa di più di una copertura. Proprio perché le forme sono nuove, tuttavia, occorre tenersi alla larga da analisi che proliferano anche in rete e su facebook, che se la prendono con gli aspetti più folkloristici, oppure con comportamenti che sono rivelatori della miseria umana di ministri e altri esponenti di questo governo; con il risultato che criticando tali atteggiamenti non si fa altro che amplificarne il messaggio. Giusto denunciare i fatti più gravi e le contraddizioni palesi della compagine governativa, le violenze, le intimidazioni, le mancate promesse fatte durante la campagna elettorale (mancata reintroduzione dell’articolo 18, nuova introduzione dei voucher, No tav No tap ecc.); ma non le sparate, che spesso sono fatte proprio in base a una strategia comunicativa che si serve delle reazioni pavloviane contrarie per essere diffuse. Ci vuole silenzio, a volte, ma specialmente cercare di capire le ragioni profonde e non superficiali di ciò che sta accadendo e che non verrebbero meno neppure se questo governo cadesse a settembre quando si tratterà di varare la legge finanziaria. Se ciò avvenisse, sarebbe niente altro che il ricatto delle elite neoliberiste sconfitte e non per una opposizione politica che non esiste e neppure una protesta sociale organizzata almeno fino a questo momento, anche se qualche segnalo di risveglio in questo campo c’è; dunque non cambierebbe nulla nelle dinamiche di fondo.

Certi atteggiamenti e provvedimenti del governo e del suo ministro degli interni sono l’accelerazione di un processo in atto da tempo, trasversale agli esecutivi che si sono succeduti.

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La rivolta degli elettori

di Alessandro Visalli

Andrew Spannaus, “La rivolta degli elettori. Il ritorno dello stato ed il futuro dell’Europa”, ed. Mimesis, 2017

caffe filosofi spannau rivolta elettori 1Il libro di Andrew Spannaus, giornalista ed analista americano che si occupa di strategia ed è autore anche di “Perché vince Trump del 2016, scrive nel 2017 questo libro per contrastare la prima reazione dei media mainstream i quali dopo aver sottovalutato universalmente le possibilità di vittoria di Trump (creando le condizioni per uno dei più fragorosi suicidi collettivi della storia politica americana), restano incapaci di capire, come del resto i nostri, il riallineamento in corso.

L’analisi di Spannaus è semplice e netta: il mondo è cambiato nel 2016 ed è l’inizio della fine di un’epoca. Ci sono due avvenimenti che giustificano principalmente l’affermazione dell’autore: la Brexit e ovviamente l’elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America di un improbabilissimo outsider come Donald Trump. In particolare nella seconda circostanza, e dall’inizio delle primarie, l’unico discorso politico che ha dato prova di funzionare è stato l’attacco alle élite politiche ed a quelle finanziarie, sia nel campo democratico come in quello repubblicano. Questo è quello che Spannaus chiama “la rivolta degli elettori”. Peraltro questa protesta era iniziata da tempo, in Italia è citato l’incredibile successo del Movimento 5 Stelle nel 2013 (l’anno in cui inizia questo blog con due post di tenore sociologico: “La cipolla” e “spostamenti”). Quell’anno si assiste in effetti a spettacoli assolutamente nuovi come quello di un altro improbabilissimo leader, Beppe Grillo, che partecipa alle consultazioni per il governo con il Presidente della Repubblica avendo conseguito il maggiore risultato elettorale. Seguirà nello stesso anno un accordo di larga coalizione in Germania, e il sorgere a fine dell’anno della breve parabola di Matteo Renzi, divenuto Segretario del PD, che un paio di mesi dopo accede direttamente al governo. Ma si potrebbe anche ricordare l’incredibile dinamica delle elezioni presidenziali francesi, con i partiti storici che si dissolvono simultaneamente.

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La guerra delle parole

di Carlo Galli

ph 11211. Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica.

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Del Manifesto politico di Carlo Calenda

di Alessandro Visalli

carlo calendaA fine giugno 2018 l’ex Ministro Carlo Calenda ha proposto apparentemente di sua iniziativa la formazione di un’alleanza repubblicana contro i populismi. L’ex Ministro (governi Renzi e Gentiloni), fresco di tessera del Partito Democratico (6 marzo 2018) viene da una carriera di manager (in società finanziarie, nella Ferrari sotto Cordero di Montezemolo e poi come responsabile marketing di Sky) e di funzionario di Confindustria (assistente del presidente con Cordero da Montezemolo dal 2004 al 2008), successivamente entra in politica, ovviamente ancora con Cordero, quando fonda Italia Futura e nel 2013 quando viene candidato in Scelta Civica. Malgrado la sua mancata elezione Letta lo nomina viceministro allo Sviluppo Economico e viene confermato da Renzi inizialmente come viceministro, poi è promosso ministro.

Con un simile curriculum il figlio di un giornalista e di una regista è naturalmente più che titolato a indicare la strada della sinistra liberale che da lungo tempo ha perso le sue radici novecentesche, per ricercarle più indietro. Con il suo “Manifesto politico”, dunque Carlo Calenda lancia il suo guanto di sfida e dopo indimenticabili tentativi come quello di Pisapia si candida a federare le disperse forze della sinistra contro l’orda dei barbari che avanza.

Detto in questo modo è un progetto del tutto velleitario, ma non è l’unico a ragionare sulla rotazione dell’asse politico dal destra/sinistra del novecento al centro/periferia (o all’alto/basso) dell’era populista che si avvia ancora una volta. Lo ha fatto, aiutato in modo decisivo dal sistema elettorale a due turni, il francese Macron (che è il modello di successo dell’area governista), lo vorrebbe fare lo sconfitto Matteo Renzi, dopo la slavina che lo ha travolto insieme a tutta la sinistra italiana (ma anche la destra berlusconiana gli è andata dietro, per non parlare delle microformazioni di centro confindustriale di cui Calenda è espressione).

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Unità del blocco sociale subalterno e spirito di scissione

di Renato Caputo

L’esigenza prioritaria di contrapporre un blocco sociale a quello dominante è solo apparentemente in contraddizione con lo spirito di scissione

ae7d3bea3c07ccb94f647576b4b676d2 XLUn celebre detto di Mao Tse Tung sostiene: “grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è [per noi] favorevole”. Tale massima, apparentemente paradossale, diviene pienamente condivisibile quando la confusione domina nel campo avversario, o comunque si afferma in uno Stato nazione dominato dal nemico di classe. In quest’ultimo caso, significa che l’ideologia dominante, strumento di egemonia del blocco sociale che detiene il potere, è in crisi e anche lo Stato, quale strumento del dominio di classe di un blocco sociale, è in crisi, non riesce a imporre la propria volontà di potenza e questo crea la possibilità di sviluppare un dualismo di potere che produce una situazione potenzialmente rivoluzionaria. Ben diversa è la situazione se la confusione domina nelle fila delle classi dominate e nell’opposizione di classe al dominio della borghesia. Ciò non solo impedisce di sfruttare la situazione favorevole, prodotta dalla grave crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, ma impedisce alle classi subalterne e alle loro aspiranti avanguardie di mettere quantomeno in discussione l’egemonia e il dominio del blocco sociale borghese.

Dunque, è essenziale per i subalterni, gli oppressi, gli sfruttati, per uscire da tale condizione, cercare di contrastare in ogni modo la confusione nelle proprie fila. Tuttavia, sino a qui abbiamo detto cose ovvie, la questione più complessa che ci dobbiamo porre è se in questo determinato momento storico la confusione regni nel nostro campo a livello nazionale e internazionale. Evidentemente la risposta non può che essere in generale, purtroppo, affermativa.

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Se si spera che la “difesa della democrazia” tocchi a Cia, Fbi, Ue…

di Redazione Contropiano

In fondo l'articolo di Michael J. Glennon

intelligence 1Spostarsi dal cortile di casa consente di guardare ai fenomeni con tasso di obbiettività decisamente superiore, specie quando i fenomeni sono perfettamente identici a quelli di casa nostra.

Michael J. Glennon, su Le Monde Diplomatique, svernicia senza pietà la “rivalutazione democratica” della Cia e dell’Fbi, negli Usa, che si è fin qui basata su un unico elemento: queste due servizi più o meno segreti sono entrati in conflitto con Donald Trump, a partire dall’indagine chiamata Russiagate. Un po’ come è avvenuto in Italia, con la magistratura e una parte dei “servizi”, tra Mani Pulite e gli scandali pubblico-privati di Berlusconi.

La debolezza e smemoratezza dei liberal statunitensi sono da questo punto di vista speculari ai deficit intellettuali della cosiddetta “sinistra” italiana, e il guardarle da lontano consente di far risaltare, senza troppa fatica, anche le illusioni degli “ingenui” che ci stanno intorno.

Il punto debole è evidente: incapaci di battere politicamente il mostro fuori dalle regole, emerso nonostante quelle regole, si spera che il vecchio orco antidemocratico – la Cia! – faccia il lavoro che i liberal non riescono a fare. Gli spioni incaricati di distruggere ogni parvenza di movimento o gruppo politico progressista improvvisamente rivalutati come “scudi della democrazia”. Nemmeno nel peggiore incubo…

La via giudiziaria sembra una scorciatoia, ma ha ovviamente le sue pesanti controindicazioni. In Italia (già dai tempi delle “leggi d’emergenza” contro la lotta armata) la magistratura è venuta un “ruolo politico” – scrivere le leggi al posto del Parlamento, decidere quali fenomeni contrastare e come, ecc – parecchio fuori dai limiti indicati dalla Costituzione.

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aldogiannuli

Scacco matto agli stregoni della notizia

La parola a Marcello Foa

di Andrea Muratore

a 2e7f69d0d6b32c202a4180eec8288c02Il mondo contemporaneo è caratterizzato da un dibattito acceso sul ruolo e il futuro dell’informazione: informazione vista sempre come una componente strumentale della modernità, dato che diatribe come quella accesasi sulle cosiddette fake news erano essenzialmente incentrate sulle loro conseguenze a fini elettorali. L’informazione è, in ogni caso, un campo di battaglia dove ogni contendente è interessato a mettere in gioco le sue strategie più raffinate; un ruolo molto spesso sottaciuto è quello giocato, in questo contesto, dagli spin doctor, gli esperti di comunicazione legati al potere politico che, muovendosi nella linea d’ombra tra la comunicazione istituzionale e quella personale dei leader, esercitano un peso determinante nell’orientamento dell’opinione pubblica.

E proprio dell’arma impropria dello spin, delle sue determinanti sociologiche e psicologiche e delle sue importanti conseguenze politiche tratta un testo fondamentale per comprendere l’attualità: si tratta del saggio magistrale di Marcello Foa, Gli stregoni della notizia – Atto secondo, edito da Guerini, versione aggiornata pubblicata nel 2018 di un precedente lavoro di Foa del 2006. Foa, direttore del gruppo editoriale del Corriere del Ticino e titolare del blog indipendente Il cuore del mondo sul sito de Il Giornale, ha alle spalle una lunga carriera giornalistica e nel suo lavoro mette tutte le sue competenze al servizio di un obiettivo fondamentale: svelare i doppi giochi della comunicazione internazionale e snocciolare lo spin in tutte le sue componenti, partendo da esempi storici ben definiti.

Foa ha il merito, infatti, di unire la concretezza della sua analisi a una rigorosa presentazione della storia del fenomeno della manipolazione mediatica al servizio del potere politico-economico. Dagli antesignani degli spin doctor, tra cui spicca il vero e proprio “padre” della propaganda, Edward Bernays, si giunge sino alla vittoria degli “stregoni della notizia” degli Anni Ottanta, ai tempi dell’ascesa di Ronald Reagan e Margaret Thatcher sulle due sponde dell’Atlantico.

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la citta futura

A chi giova il populismo di sinistra?

di Renato Caputo

Le ragioni degli insuccessi delle principali forze populiste di sinistra e i limiti strutturali di una politica populista declinata a sinistra

34291c6bdf650fb782edbdca8ac54bea XLUna volta stabilito il significato scientifico-concettuale del termine sinistra – come proprio di chi nella lotta di classe si schiera con le classi subalterne di contro alle classi dominanti – appare evidente che un populismo il quale, in nome del superamento di tale contraddizione fondamentale giudica inessenziale l’opposizione fra destra e sinistra, giova certamente ai ceti sociali privilegiati che fanno di tutto per non rendere evidente la necessità di tale conflitto, per continuare a portarlo avanti in modo unilaterale dall’alto. Discorso analogo vale per il populismo che intende rideclinare la contraddizione sociale fondamentale come contrapposizione fra ci sta in alto e chi in basso, intendendo con i primi i politici, la “casta” e con il secondo il popolo e i suoi rappresentanti, ovvero la società civile.

Così i rappresentanti dei populisti anti-casta non solo rilanciano il mito reazionario dell’uomo qualunque, ma presentano un ceto politico e amministrativo che non solo non rappresenta affatto gli interessi dei subalterni, ma che è costituito principalmente da esponenti della media borghesia delle professioni, in primo luogo da avvocati. Del resto l’opposizione fra un potere politico, in quanto tale oppressivo, e una società civile – ovvero la sfera economica in cui, nella società capitalista, predomina l’interesse particolare e la concorrenza – è forse la più classica delle rappresentazioni liberali, ovvero della tradizione politica propria della classe dominante nella società borghese. Ecco che la contrapposizione fra alto e basso diviene l’opposizione fra la produttiva e onesta società civile economica – che intende autorappresentarsi sul piano politico – e il parassitario ceto politico tradizionale, di cui per altro sono espressione parte significativa dei principali esponenti del populismo di destra. In tal modo si vorrebbe eliminare qualsiasi autonomia del politico rispetto agli interessi economici dominanti.

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cominfo

Cos’è, per noi, la sovranità?

di Francesco Valerio della Croce*

Note di contributo alla discussione congressuale del PCI sul tema della sovranità

sovranitàQueste righe vengono scritte all’indomani della terribile notizia della morte del compagno Domenico Losurdo. Ed è, quindi, impossibile non prendere le mosse da alcuni spunti importanti della sua elaborazione nel nostro approccio ad un tema che tiene sempre più banco nel dibattito politico nazionale ed internazionale: quello relativo alla sovranità e alle problematiche che essa attraversa (questione nazionale, sovranità costituzionale, sovranità democratica, ecc.).

Assai brevemente, è opportuno ricordare parole fondamentali del prof. Losurdo pronunciate alla prima assembla di lancio dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista, a fine dicembre del 2014:

Per primo il comunismo italiano ha saputo capire la questione nazionale. Per primo Antonio Gramsci ha saputo capire che l’universalismo, l’internazionalismo, deve essere al tempo stesso collegato alla questione nazionale. Gramsci ha detto che Lenin è stato un grande internazionalista, anche perché era profondamente radicato sul terreno nazionale russo. E se appunto noi non riusciamo a capire questo collegamento tra internazionalismo e questione nazionale, certo non capiamo il socialismo dalla caratteristiche cinesi ma rinnegheremmo anche la storia e il patrimonio del movimento comunista e del Partito Comunista Italiano.

Con queste parole, il prof. Losurdo ci ha ricordato il legame indissolubile tra questione nazionale ed internazionalismo, un elemento costante della teorizzazione e della prassi del movimento comunista internazionale, con un peculiare avamposto nella piena consapevolezza di tale inscindibile nesso da parte della storia del comunismo italiano, a partire dai contributi di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti a riguardo.

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maelstrom

Sorteggiare i governanti?

Da "Solar Lottery" di Philip Dick a David Van Reybrouck

di Damiano Palano

Criticando una vecchia idea e nuove sperimentazioni

SorteggioCon una delle sue provocazioni, Beppe Grillo ha in questi giorni proposto di designare i membri del Senato mediante un sorteggio e non con le elezioni. Il sorteggio fu in effetti a lungo lo strumento privilegiato dalle democrazie antiche e dalle repubbliche medievali, che diffidavano delle elezioni, ritenute strumenti destinati a favorire i gruppi sociali più abbienti. E anche di recente varie voci (tra cui quella di David van Reybrouck) hanno sostenuto l'opportunità di integrare i meccanismi elettivi con il ricorso al sorteggio, e alcune sperimentazioni hanno tradotto in pratica (con molti limiti) questa idea.

A proposito di questa discussione, "Maelstrom" ripropone un articolo, apparso in origine sulla rivista "Spazio filosofico", dedicato proprio a una lettura del pamphlet "Contro le elezioni" di van Reybrouck e all'ipotesi di tornare a sorteggiare i detentori delle cariche pubbliche.

* * * *

Rileggendo oggi Solar Lottery di Philip K. Dick, è quasi scontato riconoscere come già in quel primo romanzo fossero presenti molti dei motivi che avrebbero in seguito contrassegnato la produzione dello scrittore americano. Risulta in effetti evidente sin dalle prime pagine come la sua idea della science-fiction tendesse a fuoriuscire dal perimetro di una letteratura di genere destinata allora prevalentemente a un pubblico di giovani (e giovanissimi) lettori, e come la sua raffigurazione di un remoto futuro fosse in realtà una critica della società americana degli anni Cinquanta. Ma più di sessant’anni dopo la sua pubblicazione, si può forse intravedere in Solar Lottery anche una sorprendente prefigurazione delle società dell’inizio del XXI secolo e dei processi che investono le democrazie occidentali. In quel vecchio romanzo Dick immaginava infatti che le società occidentali avessero adottato il sistema della lotteria non solo per distribuire le merci ma anche per assegnare il potere politico.

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la citta futura

Chi sono i sovranisti-costituzionalisti e cosa vogliono veramente

di Alessandra Ciattini

Mondializzazione e sovranismo: due strategie per mantenere in vita il sistema capitalistico?

e78b6e4955151aa3823cbab8d711db2b XLScrive il sociologo francese Jean-Claude Paye su Voltairenet.org che lo scontro tra i democratici e la maggioranza dei repubblicani può essere interpretato come il “conflitto tra due tendenze del capitalismo statunitense, quella portatrice dei valori della mondializzazione e quella che sprona per rilanciare lo sviluppo industriale di un paese economicamente in declino”. Questo conflitto nasce per il fatto che negli ultimi vent’anni, a causa della grave crisi della Russia e dell’arretratezza della Cina, gli Stati Uniti sono stati l’unica superpotenza, ruolo ormai messo in discussione dal risorgere e dall’avanzamento dei paesi rivali. Questo cambiamento di situazione richiede da parte degli Stati Uniti un ripensamento della strategia internazionale, se vogliono rimanere sempre al vertice, come pretende la loro classe dirigente.

La scelta adottata da Trump è quella di rilanciare il suo paese in declino, deindustrializzato a causa della libera circolazione dei capitali e della mondializzazione neoliberale (imposte e volute dalle loro transnazionali), portando avanti politiche di carattere protezionistico – come si è visto negli ultimi tempi –, mandando in frantumi le istituzioni multilaterali (per esempio, il ritiro dalla Commissione dei diritti umani), cercando di stabilire trattati bilaterali, che beneficino l’economia statunitense (come sostiene Alberto Negri); inoltre, come vari analisti scrivono, tentando di ridurre il disavanzo commerciale con la Cina e con la Germania, favorendo il ritorno dei capitali fuggiti e finanziando il rinnovamento delle infrastrutture deteriorate da anni di abbandono.

Sebbene Trump si proponesse misure più energiche, non ha potuto fare di più che beneficiare i redditi più elevati [1], tendenza inaugurata da Reagan, e agevolare il ritorno dei capitali detassati, per fare un favore alle transnazionali, che andranno ad ingrossare gli investimenti finanziari, non trovando altre possibilità di valorizzarsi.

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la citta futura

Sul populismo di sinistra

di Renato Caputo

È possibile un populismo di sinistra?

Dinanzi ai successi del populismo, ci si interroga
se per tornare a vincere ci sia bisogno del cosiddetto populismo di sinistra

dea98c90b76a36d8a03d39347c874102 XLCome è noto, l’attuale governo italiano si autodefinisce, per bocca del suo stesso presidente e garante del contratto fra le due anime che lo compongono, populista. Quello di Salvini è esplicitamente un populismo di destra, di stampo essenzialmente sciovinista, che contrappone il popolo italiano – occultando così le contraddizioni al suo interno fra le diverse classi sociali – agli stranieri immigrati. In tal modo nasconde la contraddizione oggettiva fra l’interesse dei capitalisti a sfruttare la forza-lavoro, per estrarre il massimo plus-valore, e l’esigenza dei salariati di minimizzare tale sfruttamento.

Ciò favorisce evidentemente la classe dominante, che porta avanti anche inconsapevolmente la lotta di classe dall’alto, semplicemente facendo funzionare senza opposizioni significative il modo di produzione capitalista e le sovrastrutture liberali, che hanno proprio questo fine intrinseco. Anche se tale fondamento, in quanto tale, non appare, anzi, è occultato dal “naturale” carattere di feticcio che assume la merce, il denaro e lo stesso capitale, che non appaiono come prodotti del lavoro salariato, ma degli strumenti per il suo dominio. Inoltre il populismo nazionalista di destra tende a offrire al malessere della maggioranza dei ceti sociali subalterni – che subiscono, senza nemmeno avvedersene, il dominio della classe dominante e la sua lotta di classe condotta in modo sempre più unilaterale dall’alto – un capro espiatorio molto più facile, almeno apparentemente, da combattere, ovvero gli stranieri che aspirano a prendere il loro posto di lavoro, la loro porzione di “Stato sociale” e che, in ogni caso, con la loro semplice presenza rendono il proletario e il sottoproletario italiano più facilmente ricattabili.

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Prospettive della UE, governo Conte e sovranità costituzionale

intervista a Vladimiro Giacchè

Pubblichiamo di seguito un’intervista a Vladimiro Giacchè, economista marxista, a cura di Francesco Valerio della Croce

Suzanne Valadon par Henri de Toulouse Lautrec1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione.

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