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Riflessioni estive, vale a dire eterne, sul mondo di oggi e quello a venire
di Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
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Burro o cannoni
di Luciano Bertolotto
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: Essa suona per te.
Follia del potere
Un tale chiede: vuoi burro o cannoni?
Cerco su Internet. Sembra che la domanda non sia nuova... Gente di potere, Goering (1936), Mussolini(1938) e, in versione più moderna, Draghi (2022) l'hanno copiata dai nazionalisti tedeschi (prima guerra mondiale).
La frase di Draghi (preferiamo la pace o il condizionatore acceso?) è solo apparentemente diversa. Subdolamente contrappone un atto ostile nei confronti dei russi (che poi, peraltro, si è rivelato autolesionista)alle ordinarie condizioni di vita dei cittadini.
Op-là...doppio salto mortale a cui siamo stati addestrati: quando si dice pace si intende guerra e viceversa. Stravolgere il senso delle parole, fino a ribaltarlo interamente, è una delle più odiose manifestazioni dell'arroganza del potere
Quesito di tragica comicità ma, proprio per questo, capace di sollecitare riflessioni.
Prima fra tutte: perché fare una domanda, in tutta evidenza, retorica? Nessuno, neppure un demente, si aspetta una risposta. Disporre del potere gioca brutti scherzi. Fino ad arrivare a considerare gli altri privi di un pensiero minimamente complesso, incapaci di andar oltre formule binarie.
A credere(probabilmente in buona fede; non sono abbastanza intelligenti per dubitare...) che non possano esistere alternative alle loro verità. Stupidi e presuntuosi ma non innocui. Le conseguenze le conosciamo. Quasi sempre sono i potenti a fare la guerra. O, meglio, a farla fare agli altri.
Non a tutti piace l'idea di lasciarci le penne dietro una bandiera. La grande maggioranza di chi campa normalmente , ha paura di missili, droni e carri armati.
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Da Kiev a Roma, istruzioni per fabbricare un nemico interno
di Pino Cabras
Maccartismo-piciernismo: dal bando di Russia Today alla costruzione del nemico interno: il progetto di legge importa in Italia la grammatica ucraina della guerra, trasformando dissenso, negoziato e pace in sospetto politico permanente e schedatura civile
Lunedì 20 luglio 2026, ore 14:30, sala stampa della Camera dei deputati. Carlo Calenda, Pina Picierno, Marco Lombardo, Federica Onori e la tesoriera di Europa Radicale Federica Valcauda presentano il progetto di legge “STOP alla propaganda russa in Italia”, corredato da un dossier il cui titolo merita di essere assaporato con calma: “La Peste Putiniana”.
Fermiamoci sul titolo, perché i titoli sono confessioni. Chi nomina una peste ha già prescritto la terapia: quarantena, cordone sanitario, disinfestazione. Con una peste mica si discute, e nemmeno si vota, figuriamoci se ci si confronta in un’aula parlamentare: l’unico approccio è eradicarla. La metafora medica applicata agli avversari politici ha una genealogia lunga e sinistra, e chi la maneggia dovrebbe almeno avere la decenza di conoscerla. Qui invece viene brandita da questi improbabili medici della peste con l’entusiasmo del neofita, come se patologizzare il dissenso fosse un’invenzione fresca di giornata e non il gesto inaugurale di ogni stagione di caccia all’untore.
I proponenti diranno che si tratta di ben altro: c’è un regolamento europeo che vieta la diffusione dei contenuti di Russia Today, il governo non lo attua, il progetto di legge colma la lacuna, pazienza se esiste una Costituzione con l’art. 21. Tutto qui, tecnica legislativa voodoo-bonsai. Prendiamoli sul serio per un momento, perché è esattamente così che comincia sempre: con un perimetro stretto, tecnico, retoricamente legalistico. Il problema è che questo film lo abbiamo già visto, per intero, dai titoli di testa a quelli di coda. È stato proiettato in Ucraina lungo vent’anni, e conoscere quella trama è il solo modo per capire cosa ci viene proposto oggi a Roma.
La grammatica prima della guerra
Chi giustifica ogni misura ucraina con l’invasione del 2022 dovrebbe spiegare come mai la macchina della stigmatizzazione fosse già a pieno regime molto prima.
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In God we trust
di Leo Essen
Con un gesto generoso, Andrea Zhok chiede un impegno per la democrazia. Lo chiede proprio a chi, come il sottoscritto, non ci crede più; a chi pensa che sarà sempre la stessa cosa, che non cambierà mai niente. Lo chiede a chi ha smesso di crederci quando ha visto candidarsi alle politiche Fantozzi (cioè Paolo Villaggio, per D.P.), quando ha visto che, per raggiungere uno scopo, bisognava servirsi di certi mezzi, e che Fantozzi era uno di quei mezzi. Lo chiede a chi ha sempre pensato che i mezzi non sono innocenti, che non sono semplici strumenti.
Zhok si rivolge a persone come me e le invita a lasciar cadere questa forma di intransigenza. La democrazia non è perfetta, dice. Quella che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, e che ha permesso ai nostri genitori di emanciparsi dalla povertà e dall’ignoranza, era piena di limiti. Non era facile, ma era pur sempre qualcosa. Era la migliore forma di democrazia che avessimo conosciuto dalla Rivoluzione francese in poi. Di quella cosa pubblica oggi resta soltanto la speranza – o, come dice Zhok, la fede – che possa ancora darsi, tornare a farsi viva.
È una presa di posizione generosa proprio perché non poggia su nulla. Non si affida ai numeri, non esibisce statistiche, tendenze o leggi storiche. Mette in gioco soltanto se stessa. Anzi, ancora meno: mette in gioco una promessa. Una promessa leggera, disarmata, che non cerca puntelli esterni, non pretende di giustificarsi con fatti, dati o deduzioni. Tutte motivazioni storiche ed empiriche, dunque inevitabilmente parziali e contestabili, sempre esposte alla polemica e alla gazzarra, come accade anche tra professori universitari che sembrano voler fare gli influencer.
È una professione di fede che mette a rischio soltanto la promessa e l’impegno a mantenerla. È il rischio della decisione stessa, della scelta, dell’eccezione.
È una chiamata alla quale si dovrebbe rispondere come rispose Abramo. È un rapporto che non passa attraverso la mediazione della ragione, della morale condivisa o della logica corrente, sempre pronte a trascinare tutto nel fango.
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Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive
di Gennaro Imbriano
Recensione a Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, 249 pp.
L’ultima fatica di Carlo Galli – Necessità della politica – si presenta come un libro complicato, che si colloca a un alto livello di astrazione (storica e teorica), la cui ambizione è quella di ricostruire scientificamente l’apparato categoriale che ha caratterizzato la riflessione filosofica sulla politica. È necessario, per cogliere appieno le tesi contenute in questo volume, qualificarne in prima battuta lo statuto epistemologico: la ricerca di Galli mira a una definizione della politica (e, come vedremo, della sua necessità) in chiave teorica sulla scorta di una ricostruzione genealogica condotta mediante una felice combinazione di storia concettuale, storia del pensiero politico e storia della filosofia.
Il libro di Galli si sviluppa, inoltre, su un doppio livello temporale, che si tratta di intendere fin da subito. Da un lato aspira a ricostruire, retrospettivamente, i modi in cui la tesi che la politica sia necessaria è stata posta nella storia del pensiero filosofico-politico occidentale. Per altro verso si propone di mostrare l’attualità di questa tesi nel contesto della «terza fase della politica del secondo dopoguerra» (così, come vedremo, Galli definisce lo scenario attuale), «una fase tutta collocata nel ventunesimo secolo» (p. 233), che segue le prime due, ovvero i trent’anni gloriosi (1945-1975) e il periodo propriamente neoliberale (1975-2008), del quale sperimenta la crisi, approfondendola e non risolvendone le contraddizioni strutturali (pp. 233 segg.).
Kratos e arché. Intorno alla necessità della politica
Galli muove la sua indagine seguendo la dialettica – per un verso oppositiva, per altro fatta di relazione e co-appartenenza, mediazione e coesistenza – tra kratos e arché, i due momenti che compongono la sostanza del potere (pp. 9-14). Questo è, anzitutto, kratos: il lato oscuro, violento, ma anche espressivo – di volontà, di energia, di autoaffermazione – del potere, che si esprime anzitutto nella sua immediatezza, misurandosi con altri poteri e dominandoli (o soccombendo di fronte a essi). Se questo è, in certo senso, il lato originario del potere, si tratta – secondo modalità variamente intese dalle diverse tradizioni di pensiero – di metterlo in forma, neutralizzando le sue prerogative distruttive e potenzialmente nichilistiche e inquadrandolo nella struttura di una arché.
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È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
di Irene Doda
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.
Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.
I limiti e i bias dei modelli commerciali
L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.
In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono.
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Sette tesi sulla crisi della politica
di Antonio Martone
Prima tesi
Il cosiddetto fenomeno Vannacci rappresenta uno degli effetti della crisi antropologica che attraversa l’Italia e l’Occidente nel suo insieme. La sua forza risiede nella capacità di dare forma politica a un disagio già largamente diffuso, di offrire un nome e una direzione a qualcosa che esisteva prima di lui e che continuerà a esistere dopo. Sarebbe dunque un errore interpretarlo semplicemente come un episodio mediatico o come una deviazione temporanea del consenso: esso appartiene a un processo storico più ampio, nel quale le tradizionali forme della rappresentanza moderna hanno progressivamente perduto la capacità di organizzare l’esperienza collettiva. I partiti, le ideologie, le grandi narrazioni politiche del Novecento avevano svolto una funzione precisa nella produzione del senso. Esse fornivano agli individui un orizzonte entro cui collocare la propria esistenza sociale. Queste strutture si sono svuotate — hanno smarrito la capacità di abitare l’esperienza reale delle persone — e il campo è rimasto vuoto. È stato occupato da altro: forme di identificazione più immediate, più viscerali, più capaci di parlare direttamente al corpo e alla paura. Comprendere Vannacci significa dunque comprendere l’ordine che lo ha reso possibile, e farlo senza la consolazione di poterlo liquidare come fenomeno eccezionale o transitorio.
Seconda tesi
La globalizzazione economica, il paradigma neoliberale e la rivoluzione tecnico-digitale hanno determinato quella che io definisco e-city: uno spazio iperconnesso, abitato da soggetti mobili e sradicati, in cui il ritmo accelerato del presente ha liquidato memoria e attesa come categorie dell’esperienza umana. La e-city non è semplicemente la città elettronica contemporanea nel senso urbanistico del termine: è una forma di vita e un regime temporale. È un’organizzazione dell’esperienza che seleziona secondo criteri di adattabilità, velocità e produttività.
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Come è stata trasformata la parola “complottista” per colpire chi pensa con la propria testa
di Alessandra Ciattini
Da tempo mi occupo di ideologia e in particolare del modo in cui le ideologie sono create, diffuse e propagandate con strumenti sempre più perfezionati rispetto a quelli già alquanto raffinati impiegati dalla Sacra Congregazione "de Propaganda Fide", ossia il famoso è dicastero storico della Curia romana istituito nel 1622 da Papa Gregorio XV come risposta alla Riforma iniziata da Martin Lutero.
Questo organismo oggi è diventato la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ed ha come obiettivo organizzare l'attività missionaria cattolica e gestire l'evangelizzazione del mondo. E non solo di quello non cattolico, perché -come sosteneva papa Wojtyla- oggi occorre ricristianizzare l’Europa, che si è lasciata prendere dal materialismo edonistico proprio della precedente fase capitalistica e che in parte ancora resiste.
Come si può notare gli obiettivi di Propaganda fide erano senza dubbio grandiosi e si potrebbe pensare che la complessità del mondo odierno li faccia apparire eccessivi, esagerati. Eppure, non è così, come mostrano gli attuali conflitti e guerre di varia natura che mirano a ripristinare un dominio incontrastato ormai insostenibile. Purtroppo, il realismo non sembra essere un’inclinazione propria delle attuali classi dirigenti.
Che le parole non siano delle mere etichette da appiccicare alle cose, lo avevamo imparato da tempo. Eric Hobsbawm ci aveva insegnato che, per esempio, nelle scienze sociali la parola identità è apparsa negli anni Sessanta e che gradualmente ha sostituito la parola classe per indicare il legame tra un certo gruppo di individui. Come si può capire non si è trattato di un cambiamento superficiale, perché ha messo in discussione uno dei fondamenti sul quale si basavano organismi politici e sindacali, finendo col frantumarli e ponendo al loro posto gruppi che condividono soggettivamente certi atteggiamenti e certe rivendicazioni, in molti casi persino contraddittori con la loro stessa collocazione sociale. Si è trattato di un processo profondo che ha contribuito alla depolicitizzazione delle masse, previsto e auspicato da Z. Bzrezinski sin dal 1968, ossia proprio in un momento storico in cui il sistema capitalistico non sembrava ben accetto a tutti.
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Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea
di Infoaut
Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.
Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità.
La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato – invano – una via di fuga dal pantano iraniano.
La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi sociali del campo “sovranista” italiano ed americano.
1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano – concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori.
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Vannacci, il prodotto politico del capitale
di Osservatorio Repressione
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.
Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno soltanto l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.
L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.
Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.
La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.
Come ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.
Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie.
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La maschera razionale della nuova barbarie
di Paolo Massucci
Nella nostra epoca del tardo capitalismo riemergono, con l’eclissi della prassi e l’apoteosi del profitto privato, inquietanti ideologie irrazionaliste e anti-umaniste.
Nel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema", proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.
Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica?
Il tramonto di Hegel e la negazione dell'etica kantiana
Il concetto di "antifragilità" - neologismo che indica la proprietà di un sistema di trarre beneficio dal disordine - sposta il baricentro dell'etica dall'individuo al sistema. Siamo qui agli antipodi dell’etica kantiana, che vedeva nell'uomo un fine in sé e mai un semplice mezzo. Per Kant, la dignità umana risiedeva nell'autonomia della volontà e nell'obbedienza a un imperativo categorico che protegge l'universale attraverso il rispetto del particolare. In Taleb, questo rapporto viene invertito e pervertito: l'essere umano è ridotto a pura funzione strumentale per l’efficienza del sistema.
Se il sistema "impara" attraverso l'errore, l'individuo che fallisce decade a pura unità informativa, a scarto necessario affinché l'intero “organismo” possa adattarsi: a un dovere morale verso il singolo si sostituisce un dovere di efficienza verso la struttura.
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Le parole del Papa, gli atti della guerra
di Alfonso Gianni
“Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1
Leone XIV
Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.
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Da Germania anno zero a Germania anno 2.0... C’ero, ci risiamo, ci sono
di Fulvio Grimaldi
Preambolo dinastico
Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.
Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.
Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.
Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.
Premessa bombarola napoletana
E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.
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Qualche riflessone sull'enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas
di Roberto Fineschi
I
La mia tradizionale passione/perversione per le questioni ecclesiastiche mi ha ovviamente portato a leggere la prima enciclica di Leone XIV, dal titolo Magnifica humanitas, dedicata alla dottrina sociale della chiesa, con particolare attenzione alla questione scottante dell’Intelligenza Artificiale[1].
Disclaimer importante: come sempre queste mie riflessioni non riguardano il vasto mondo cristiano e cattolico nel suo complesso, composto di molte anime e realtà; al solito, mi riferisco alle posizioni ufficiali della gerarchia vaticana che si manifestano attraverso documenti come encicliche, il catechismo, ecc.. E, al solito, non si intende punzecchiare la spiritualità personale di alcuno con commenti arditi, ma solo discutere di questioni teoriche e storiche legate specificamente a quelle posizioni con i loro risvolti politici e sociali.
Il tema preponderante dell’Intelligenza artificiale non è però isolato; il papa riprende molte delle questioni chiave del magistero sociale della chiesa, non a caso inaugurato dal suo omonimo predecessore Leone XIII con la celeberrima Rerum Novarum. Questa è l’occasione per ribadire alcuni dei principi basilari - e per larghi aspetti controversi - di tale magistero.
Pur tra tutti i distinguo possibili, premetto che è da sottolineare la netta presa di posizione contro la guerra e la degradazione della dignità umana nelle dinamiche correnti; nel far questo, quella del papa è voce quasi unica nel panorama internazionale che conta. Ciò va evidenziato e ne va dato merito.
Per quanto riguarda la parte più nettamente dedicata ai problemi legati all’intelligenza artificiale e alla digitalizzazione, l’enciclica ricalca le considerazioni già da tempo diffuse in ambito critico in quanto a possibile manipolazione, intesa non solo come mero condizionamento esterno, ma come creazione disfunzionale della personalità, alla pericolosa eterodirezione e automazione dei processi decisionali in campo economico, sociale, educativo, ecc. In questo non è particolarmente originale per chi abbia un minimo di familiarità con tali argomenti; i moniti vanno comunque per lo più nella direzione giusta. Molto più “leggera” invece la parte propositiva, l’elaborazione di alternative, la proposta di un modello in positivo[2].
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Magnifica humanitas laus fallaciarum
di jolek78
…] smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo
L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è uscita il 15 maggio, e nel giro di una settimana avevo già letto più o meno tutti gli elogi possibili. I cattolici di sinistra (leggasi: cattocomunisti) l’hanno celebrata per l’anticapitalismo esplicito; i critici della tecnologia (leggasi: tecnoscettici) per il monito sulle Big Tech; i giornali generalisti per le citazioni pop – Tolkien, Beethoven, Schindler’s List; perfino qualche ateo dichiarato, in giro per i social, si è tolto il cappello davanti alla lucidità con cui un Papa nomina la concentrazione di potere computazionale nelle mani di pochi. Alla presentazione, nell’Aula del Sinodo, sedeva tra i relatori Chris Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’AI. Non è un dettaglio: è la firma di un documento che vuole essere preso sul serio anche da chi i modelli li costruisce davvero.
Di lodi, insomma, ne ho lette abbastanza. Io però voglio fare l’esercizio opposto.
Non perché Magnifica Humanitas sia un brutto testo – è anzi notevole, ed è proprio per questo che merita di essere trattato come un argomento e non come un’omelia. Voglio leggerla come si legge una dimostrazione: seguendo i passaggi uno per uno, e fermandomi nei punti dove il ragionamento si rompe (spesso). Premetto una cosa, per onestà, visto che è la regola della casa: su buona parte della diagnosi sono d’accordo. L’analisi del potere tecnologico privato – gli attori transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi, l’opacità degli algoritmi, i dati come bene comune sottratto alla collettività, il lavoro invisibile e sfruttato che alimenta i modelli – è roba che firmerei domani. Il bersaglio di questo pezzo non è la politica dell’enciclica. È la sua logica. E smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo.
Una nota di metodo prima di cominciare. L’enciclica conta duecentoquarantacinque paragrafi, e la parola “dignità” vi ricorre centouno volte. Non è un tic stilistico: è la chiave di volta dell’intero edificio. E le chiavi di volta, in un ragionamento, sono esattamente i punti che vanno testati per primi – perché se cede quella, cede tutto il resto.
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