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La dittatura commissaria in Italia e nelle democrazie occidentali
di Leo Essen
La libertà politica e la sicurezza dei cittadini sono garantite dalla divisione dei poteri. E la divisione dei poteri, stando ai manuali di dottrine politiche – ne prendo due a caso, Chevalier e Galli – è quella descritta da Montesquieu e contempla la balance tra potere giudiziario, esecutivo e legislativo, ai quali si affiancherà il quarto potere: la stampa, o opinione pubblica.
Chevalier è meno appiattito di Galli sul liberalismo, anche se è più infido. Prima di introdurre la questione della divisione dei poteri e della balance, chiarisce che la distribuzione dei poteri avviene tra le varie forze concrete esistenti. Sono le forze e le contro-forze in campo a delineare il governo moderato. La sua natura, dice Chevalier, implica che ci siano poteri intermedi, ovverosia corpi intermedi, contro-poteri e contro-forze. Questi contro-poteri e contro-forze sono le autonomie distribuite nei Parlamenti territoriali, nei ceti, nelle corporazioni, nelle città, nelle giurisdizioni signorili. Sono queste contro-forze particolari che resistono con ostinazione alle indebite invasioni del sovrano, e la resistenza deve essere fatta con il becco e con gli artigli.
La divisione dei poteri non è, per così dire, una divisione astratta. Montesquieu – sin qui la lettura di Chevalier è rigorosa – non distingue tra l’ufficio e l’ufficiale. Il potere non è un istituto, ma è sempre e soltanto una forza concreta, operativa, attuale, storica, dunque plurale. Di fronte all’avanzata del potere astratto del sovranismo assoluto, Montesquieu prende la posizione di quei poteri che resistono a questa avanzata e chiede per essi il giusto riconoscimento e la dovuta autorità, se non autonomia. Un’autorità che il nascente Stato burocratico liberale non vuole riconoscere.
Qualche pagina dopo, ritornando sui propri passi, Chevalier ribadisce l’importanza della divisione dei poteri. Dice che, se la stessa persona o lo stesso corpo esercitasse tutti e tre i poteri, allora tutto sarebbe perduto. Qui avviene un lieve e innocuo slittamento: uno sdoppiamento tra ufficio e ufficiale, tra la forza in campo e l’istituto, tra l’ordine costituito e l’ordine costituente.
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La russofobia e il suicidio dell’Europa
di Michele Prospero
La categoria della Russia come minaccia esistenziale rientra in una militarizzazione del pensiero che indica l’entrata nell’alveo di una condizione di guerra. Il suo impiego vagamente schmittiano comporta la perdita di ruolo della politica, che scivola in prossimità del duro terreno dell’inimicizia militare. Interroga molto questa conversione bellica dell’agire, che reclama la confisca dei beni, chiude centri culturali e impone il silenzio ai musicisti. L’accelerazione armata non viene sollecitata dai fanatici delle milizie fondamentaliste o dai cascami residuali di antiche ideologie. La banalità della trincea è diventata l’habitus dei liberali, dei tecnocrati, degli uomini d’affari, degli opinionisti. Sono i pragmatici, i razionali, i moderati immuni al populismo, i tecnici lungimiranti e i letterati più rispettabili a sognare la dolce morte, non le teste calde che si arrovellano tra i pensieri più nascosti e inconfessabili. Sono i cacciatori dei nemici della società aperta ad aver consegnato i loro pensieri al fragore delle bombe. I liberali europei censurano la Biennale, i politici festeggiano quando a un pianista russo è proibito esibirsi, le penne vendono l’espressione insulsa di “forgiare” l’europeo nuovo, con l’elmetto pronto per gettarsi dinanzi alla tempesta e all’assalto. In troppi hanno introiettato per intero l’ideologia della guerra elaborata dall’ampio meta-partito armato (media, industrie militari e ceti politici fiancheggiatori). A tutta pagina Repubblica del 2 settembre titolava “La guerra di Putin all’Europa”. Il giorno dopo, la stessa immagine di uno stato di emergenza bellica è proposta dal quotidiano Domani. Il politologo norvegese Glenn Diesen nel 2022 ha pubblicato una monografia dal titolo Russophobia, dedicata alla tecnica della propaganda che, per accelerare il conflitto, prepara identità binarie e stereotipi per aggredire la malattia mortale insediata al Cremlino.
La narrazione dei media, “con le varie sfumature di grigio per dicotomizzare l’Altro”, inventa un mondo rovesciato. Non è l’Europa a essere co-belligerante, con i governi liberali che diventano gli architetti di una lunga guerra per procura, ma è Mosca a offendere la sovranità del vecchio continente. Con sabotaggi, provocazioni, droni vaganti, interferenze nei giochi elettorali che giustificano le elezioni per incapacità popolare, i maghi del Cremlino sondano la reattività delle risposte della Nato e i tempi delle strategie di Bruxelles. Destinando armi e risorse a sostegno della resistenza di Kiev, la Commissione europea è in realtà parte attiva del dramma che ormai stuzzica troppi appetiti.
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La Sassonia è il mondo
di Algamica*
Chiediamo scusa al lettore se siamo costretti a essere pedagogici e didascalici, nel commentare cosa sta accadendo in Europa, la cui la Sassonia è solo un anello dell’insieme della catena.
Visto che tale regione si trova in Germania citiamo un famoso filosofo tedesco vissuto a cavallo dei secoli diciottesimo e diciannovesimo, quell’Hegel che insieme a tante rozze cialtronerie definì un sintetico concetto tra padrone e schiavo come doppia schiavitù. Era nato in un momento dove la rivoluzione industriale si avviava per il suo apogeo, dunque sull’onda di uno straordinario movimento ascendente di sviluppo.
Detto rapporto di doppia schiavitù, in una fase che tendeva a superare la schiavitù, per introdurre un nuovo rapporto di subordinazione, quello del proletariato rispetto al proprietario dei mezzi di produzione, che assumeva la connotazione di borghese. Si delineava così un diverso rapporto che definiamo di complementarietà. Dunque di subordinazione sì, ma di complementarietà, con la finalità del profitto, se riferito al singolo capitalista, ma con una finalità di sviluppo, di ricchezza e di progresso, se riferito all’insieme del complesso industriale che cresceva.
Una finalità, quella dell’insieme delle industrie che si sviluppavano, che non aveva niente di nuova coscienza sociale da parte dei borghesi, come certi personaggi alla Weber erano portati a far credere. Si trattava di un processo del tutto impersonale, con leggi impersonali legate allo scambio.
Tralasciamo anche volutamente, in queste note, una delle questioni più infami, ovvero l’operato dell’uomo bianco in agricoltura che usava il suo simile, l’uomo nero come schiavo, al pari delle bestie. Lo facciamo per poter meglio focalizzare la questione delle questioni: la complementarietà nel percorso storico del modo di produzione capitalistico che in quanto moto ha una fase di nascita, un’altra straordinariamente ascendente, e un’altra declinante. È nella legge della fisica.
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Con la Cina e oltre
di Franco Romanò
La Repubblica popolare cinese è sugli scudi, per tutti: dai grandi manager alle leadership politiche, che lo dicono a mezza voce perché devono comunque ripetere il mantra dei diritti umani violati in Cina, dopo aver chiuso gli occhi di fronte al genocidio sionista in Palestina. L'ammirazione è palpabile anche quando è espressa obtorto collo, con un misto di paura, inquietudine e stupore per i successi in campo economico e non solo. L'intento di questo scritto è di riflettere sulla Cina attraversando la sua storia recente e partire da un giudizio netto: considero la Cina uno stato socialista, governato da un partito comunista che, con caratteristiche proprie, è una parte importante del marxismo novecentesco che più volte ho criticato e dal quale continuo a pensare che occorra separarsi. Tuttavia questa è una vicenda che riguarda prima di tutto la sinistra europea e chi si richiamava al comunismo sempre in Europa, ma pretendere di giudicare solo in base a questo l'attuale politica della repubblica popolare cinese sarebbe presuntuoso e anche peggio. La diversità fra le nostre storie non va rimossa, ma neppure assolutizzata. Nel mio studio mi riferirò ai pochi commentatori che hanno cercato di comprendere la Cina attuale senza pregiudizi: Pino Arlacchi, in primo luogo, sia in alcuni articoli recenti – uno in particolare pubblicato sul Fatto quotidiano - sia nei suoi libri, che risalgono alle radici storiche profonde che ispirano l'attuale dirigenza cinese. In secondo luogo gli interventi di Lucio Caracciolo e della rivista Limes più in generale. Infine, ai pochi commenti che nel portale Sinistra in rete condividono come me la convinzione che quando parliamo di Cina stiamo parlando di un paese socialista, anche se poi alcuni giudizi concreti non sempre convergono.
La Cina dopo la vittoria dell'impero statunitense
Il dato da cui secondo me occorre partire è che dalla morte di Mao in poi il governo cinese ha fatto i conti con il proprio recente passato in un modo assai diverso dall'ex Unione Sovietica, nonostante le somiglianze fra le loro storie recenti. La Russia ha reciso il proprio legame con l'esperienza socialista e sovietica, la Cina no.
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Sulla Cina e la transizione al socialismo
di Giulio Bonali
Da semplice compagno di base quale sono sempre stato (purtroppo da molto tempo autocontraddittoriamente “senza partito”) mi pongo, credo doverosamente, dei problemi anche teorici, stimolato dalla lettura di scritti di autorevoli intellettuali organici (o che dovrebbero e forse vorrebbero essere organici al partito rivoluzionario del proletariato per il comunismo; se esistesse).
Mi rendo ben conto che così facendo inevitabilmente rischio di sostenere molte e grosse fesserie, che però qualcuno di tali intellettuali (auspicabilmente) organici (o comunque aspiranti tali) potrebbe (o forse dovrebbe) cercare con pazienza e buona volontà di criticare, aiutando noi compagni di base a superarle (quando ero giovane, in un’ altra era geologica, avrei esposto i miei dubbi e problemi teorici in quel “covo di stalinisti”, come amabilmente la chiamavano parlando fra di loro i “compagni” -absit iniuria verbis- miglioristi “alla Napolitano” della città, che era la sezione del PCI del mio quartiere, la per me gloriosa ”Bruno Ghidetti” di Porta Romana a Cremona, che ho avuto la fortuna di frequentare. Oggi sono ridotto -siamo ridotti- a proporli a Sinistra-in-Rete …e meno male che esiste questa lodevolissima testata telematica!).
Recentemente sono stato indotto ad arrovellarmi intorno alla questione del capitalismo di stato nell’ ambito della società capitalistica e nella dittatura del proletariato (durante la più o meno lunga e travagliata transizione al socialismo), soprattutto in seguito alla lettura di un ottimo scritto di Carlo Formenti sulla Cina proprio in questa sede.
Sono convinto che una serie di importanti problemi in proposito nasca da taluni residui di utopismo che, loro malgrado, affliggono le teorizzazioni dei fondatori e degli autori comunemente ritenuti classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin e altri meno unanimemente riconosciti come tali). Residui che a mio parere dipendono da una certa sopravvalutazione delle potenzialità della cultura umana e delle sue auspicabili realizzazioni; ovvero, correlatamente, da una certa sottovalutazione degli insuperabili limiti naturali alle possibili realizzazioni culturali della civiltà umana.
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Prossima fermata: Pechino?
di al. ba.
Negli ultimi mesi, il variegato mondo multipolarista italiano si è immerso in un acceso dibattito sulla natura politica ed economica della Cina contemporanea: Pino Arlacchi, Alberto Bradanini, Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Orazio Di Mauro, Carlo Formenti, Vladimiro Giacché, Massimo Leoni, Davide “Dazibao” Martinotti, Fabio Massimo Parenti, Moreno Pasquinelli, Ernesto Screpanti, Roberto Sidoli, Alessandro Visalli, e le riviste e i canali come Marx21, Pungolo Rosso, Ottolina TV, Tracce di classe ecc, sono tantissimi i singoli e i collettivi che stanno pubblicando video, rilasciando interviste o scrivendo libri, saggi e articoli sul tema. A grandi linee, c'è chi propende per una Cina socialista o quantomeno in via di transizione al socialismo e chi per una Cina capitalista se non addirittura imperialista. Personalmente, per affrontare la questione credo che sia utile riassumere le domande che ci dovremmo porre, senza la pretesa di rispondere ma con l'ambizione di contribuire in tal modo a chiarire il campo su cui dovrebbe svolgersi lo scontro, un po’ troppo inquinato da toni polemici e personalismi francamente ridicoli dato lo stato di subordinazione e marginalità in cui il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti versa (se non altro nel nostro paese).
Per cominciare partirei dall'Italia, sulla cui natura dovremmo essere tutti d'accordo. Il perché di questa scelta diverrà chiaro più avanti. Il nostro è uno Stato borghese in cui il modo di produzione capitalista è largamente dominante ma non unico. La maggior parte della ricchezza è di gran lunga prodotta col fine di valorizzare il capitale investito ed assume la forma di merce creata mediante lo sfruttamento del lavoro salariato. Ciononostante, accanto e in subordine, una quota parte della ricchezza materiale è prodotta sotto forma di merce da parte di soggetti non capitalisti: cooperative, artigiani, professionisti, contadini, enti pubblici ecc, oppure prodotta direttamente sotto forma di valori d'uso da parte della pubblica amministrazione, degli enti caritatevoli (il cosiddetto “terzo settore”) e dai domestici, siano essi estranei o appartenenti al nucleo familiare. Pertanto, in Italia, esistono residui di modi di produzione antichi (sfruttamento del lavoro schiavistico degli immigrati clandestini nelle campagne, del lavoro servile in casa, auto-sfruttamento e lavoro di sussistenza) e sono comparsi i prodromi di un modo di produzione socialista (lavoro cooperativo e cosiddetto “pubblico”).
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I fantomatici rossobruni di Stefano Cappellini
di Matteo Falcone
Nella categoria “Libri che abbiamo deciso di leggere noi per evitare che li leggiate voi” – a proposito: come la vedete come possibile nuova rubrica? – c’è il nuovo saggio del neodirettore de la Repubblica Stefano Cappellini, “Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia” (UTET, 2026).
Un libro che potete anche risparmiarvi di leggere, perché – anche se infiocchettato come una indagine storico-politica del rossobrunismo, con una particolare attenzione per l’attualità – sembra solo una nuova operazione di perimetrazione del dicibile e dell’indicibile, tra quello che si può e quello che non si può sostenere e dire nel dibattito pubblico. Andiamo un po’ più a fondo e con ordine per renderci conto della strumentalità delle tesi di Stefano Cappellini.
In primo luogo, Stefano Cappellini spiega bene che il libro vuole essere un testo polemico nei confronti dei c.d. rossobruni, descritti come quell’insieme variegato di individui o soggetti politici che, in ogni epoca, risulta essere non solo particolarmente influente, seppure marginale e minoritario, ma anche politicamente pericoloso, in quanto il suo obiettivo è quello di minare le fondamenta delle democrazie (prima quella liberale poi quella democratico-sociale del dopoguerra). L’autore nelle prime pagine del suo libro lo spiega bene: «il primo obiettivo del rossobrunismo di ogni epoca [è] una delle tendenze più inquietanti del nostro tempo: la separazione del popolo dalla democrazia». D’altronde, «il rossobrunismo sa incanalare lo spirito del tempo. Ha la capacità di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo, di sfida coraggiosa all’opinione dominante». Il rossobrunismo, dunque, è pericoloso perché «sa come separare il popolo dalla democrazia».
Con questo libro, allora, Cappellini vuole metterci in guardia dal sottovalutare questo fenomeno.
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Socialismo o barbarie: l’urgenza ineludibile di scelte responsabili
di Giuseppe D'Elia
La neolingua orwelliana, come è noto, «era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero». In tal senso, le istituzioni UE, nello scorso decennio, in nome della “responsabilità” e con formule di neolingua pura come “austerità espansiva” hanno letteralmente devastato la società greca, smantellando il welfare, mettendo a regime di profitto privato – per la minoranza più “intraprendente” – anche i servizi sanitari essenziali, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei cittadini greci, con rapporti di lavoro più precari, orari di lavoro e turni estenuanti e un generale e diffuso impoverimento, determinato dal rapporto tra andamento ribassista dei salari e incremento dei prezzi al consumo, in una dinamica per la quale si è costretti a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno e a pagare tasse mediamente più alte per servizi pubblici sempre più scarsi, sia in termini quantitativi che qualitativi.
«La libertà è schiavitù», del resto, è esattamente uno dei tre inquietanti slogan del Partito totalizzante del Grande Fratello di Orwell, nel suo profetico “1984”. E non si tratta di un caso isolato ed eccezionale. Qui in Italia lo abbiamo visto benissimo, anche se con una maggiore gradualità rispetto al cappio imposto alla Grecia: lavoro povero e sempre più precario che produce una dinamica dei salari reali medi sostanzialmente bloccata ai livelli ribassisti degli anni Novanta del secolo scorso. In un recente rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) si legge testualmente che «i dati esaminati confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento, con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione. Nello stesso arco temporale, la debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde».
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Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro
di Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
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Un nemico su misura
di Mario Sommella
Dall’ordine esecutivo del settembre 2025 al vertice di Washington del 16 luglio 2026, l’amministrazione Trump ha costruito per gradi l’organizzazione terroristica che dice di combattere, e ha chiesto a oltre sessanta governi, Italia compresa, di certificarne l’esistenza
Il 16 luglio 2026, nella sede del Dipartimento di Stato a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha aperto la Ministerial on the Resurgence of Political Terrorism davanti alle delegazioni di oltre sessanta Paesi, sessantasei secondo le ricostruzioni giornalistiche. Nel discorso inaugurale ha sostenuto che la dottrina antiterrorismo occidentale ha avuto per decenni un punto cieco, la violenza politica proveniente da sinistra, e che quel vuoto avrebbe consentito di derubricare atti terroristici a legittime forme di espressione politica quando la causa era gradita. Ha descritto una minaccia in crescita che, ha detto, non può più essere negata né ignorata, e ha chiuso invitando gli alleati a schiacciare per sempre quel male.
Il problema che i governi invitati si sono trovati davanti non riguardava la condanna della violenza politica, che nessuno di essi contesta. Riguardava l’oggetto stesso della mobilitazione. Antifa non è un’organizzazione. Non ha una leadership, non ha un registro di aderenti, non ha quote associative, non ha una struttura di finanziamento, non rivendica azioni in forma unitaria, non pubblica documenti programmatici. È un’abbreviazione, nata nella Germania degli anni Trenta e riemersa negli Stati Uniti a metà dello scorso decennio, che designa un orientamento politico prima ancora che una pratica: l’opposizione al fascismo. Nella sua forma più organizzata si riduce a collettivi locali, autonomi e spesso effimeri.
Come è arrivato un movimento privo di struttura a occupare il centro della dottrina antiterrorismo della prima potenza militare del mondo? La risposta non è in un’inchiesta di intelligence, ma in una sequenza amministrativa durata dieci mesi, in cui ogni passaggio ha fornito la copertura formale al successivo.
1. Una cronologia in sei mosse
Il 22 settembre 2025, dieci giorni dopo l’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump firma un ordine esecutivo che designa antifa come organizzazione terroristica interna e la descrive come un’impresa militarista e anarchica che invocherebbe apertamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti.
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Occidente. Entropia e Persistenza
di Antonio Cantaro
L’entropia non è più solo una distopia ma la realtà. La “regolazione entropica” che scarica all’esterno, nei Sud e nelle periferie del Mondo, i costi dello sviluppo estrattivista non ci preserva più dal disordine interno. Il capitalismo ha davanti a sé, commentava ironicamente un vecchio socialista, i secoli contati. Si sbagliava: qualcosa è avvenuto. Quel che è avvenuto è che il tramonto dell’Occidente tardo moderno non è più solo materia per la grande letteratura. È entrato nei nostri corpi, nelle nostre giornate. L’errore del “catastrofismo ottimista” non è tanto quello di rallegrarsi per l’entropia, quanto di non vedere la persistenza dell’Occidente, la sua perdurante vocazione a durare, ad andare oltre, ad offrire risposte, per quanto emergenziali, al disordine. Ne è un segno inequivocabile l’universale diffusione di una parola sulla quale anch’io in passato ho, sbagliando, ironizzato. Resilienza. Resilienza degli Stati, delle aziende, delle comunità, degli individui. Dunque, entropia e persistenza.
1. Al contrario del “catastrofismo ottimista”, il “catastrofismo realista” è consapevole della contestuale presenza nell’Occidente tardo moderno di entropia e di persistenza. Essendo realista il suo obiettivo è quello di individuare e mobilitare le forze della storia in grado di limitarne la vocazione distruttiva. Limitarne gli eccessi nella sfera domestica, tipicamente regolando l’uso dei social media e dell’intelligenza artificiale. Limitarne gli eccessi e la forza distruttiva nella sfera internazionale, lavorando affinché al “vecchio” mondo unipolare sotto l’egida degli Stati Uniti subentri un mondo multipolare, un ordinamento internazionale in grado di frenarne la vocazione entropica.
È il punto di vista geopolitico e geo giuridico. Ma è una prospettiva realista? Temo di no. Sono, anzi, giunto alla conclusione di un acuto filosofo della politica, Antonio Martone: l’odierna multipolarità è lungi dall’essere un’autentica alternativa all’unipolarismo imperiale. L’odierna multipolarità è una Westfalia atomica, è guerra freddo-calda permanente, un simulacro del mondo post seconda guerra mondiale che peraltro non è stato il migliore dei mondi possibili. Gli Stati satellite del mondo multipolare – in America, in Asia, in Africa, in Europa – conservano l’apparenza della sovranità ma in realtà sono subordinati alle capitali dell’Impero e alle sue oligarchie attraverso l’insediamento di una classe politica locale integrata nelle reti del potere globale.
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Per chi suona la campana
di Marco Savelli
L’appello dell’enciclica "Magnifica Humanitas" ad una “pace disarmata e disarmante” ha reso evidente una frattura nella comunità dei credenti. La componente cattolica più vicina al magistero papale potrebbe forse essere spinta verso un’autonoma presenza politica organizzata, sganciata dall'intero arco partitico esistente
In questi tempi tristi, che con lo scorrere dei giorni si presentano sempre più come “tempi ultimi”, gettare uno sguardo meditato su quanto si muove e si agita nel mondo ecclesiale – e in generale nella comunità dei credenti – diventa una chiave interpretativa importante. La chiave per comprendere se possano ancora esistere degli argini alla rincorsa folle all’autodistruzione intrapresa da un mondo che non riesce più a trovare efficaci coordinate politiche, e non solo, che possano costituire gli orizzonti di riferimento per una nuova convivenza umana.
Uno scenario inquietante.
Il paradosso segnalato anche dall’ultima enciclica papale Magnifica Humanitas è che siamo finiti in un tunnel buio e apparentemente senza sbocchi, in cui la “ragione laica” sembra non avere più strumenti per contrastare una deriva protesa irreversibilmente verso la guerra. Sembra, anzi, che questa “ragione” sia in prima linea nell’incentivare e nell’accelerare un confronto militare che riconsegnerà i pochi sopravvissuti all’età della pietra. Per farsi un’idea di quanto rischia di materializzarsi con una Terza guerra mondiale non più a pezzi ma dilagante e devastante come un’interminabile sequenza di fuochi d’artificio, basta tornare per un attimo alle immagini iniziali de L’alba dell’uomo di 2001 Odissea nello spazio (1968) di Kubrick, a quelle immagini di violenza animale, bruta e incontrollata come unica forma di relazione tra umani nei tempi della preistoria molto prima della comparsa del logos. In effetti, a partire dall’ultima enciclica, a me pare che il papa americano sia tra le poche figure consapevoli del rischio di totale annientamento di un’umanità in preda alle convulsioni di dominio e sopraffazione esaltate dalle nuove tecnologie.
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Riflessioni estive, vale a dire eterne, sul mondo di oggi e quello a venire
di Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
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Burro o cannoni
di Luciano Bertolotto
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: Essa suona per te.
Follia del potere
Un tale chiede: vuoi burro o cannoni?
Cerco su Internet. Sembra che la domanda non sia nuova... Gente di potere, Goering (1936), Mussolini(1938) e, in versione più moderna, Draghi (2022) l'hanno copiata dai nazionalisti tedeschi (prima guerra mondiale).
La frase di Draghi (preferiamo la pace o il condizionatore acceso?) è solo apparentemente diversa. Subdolamente contrappone un atto ostile nei confronti dei russi (che poi, peraltro, si è rivelato autolesionista)alle ordinarie condizioni di vita dei cittadini.
Op-là...doppio salto mortale a cui siamo stati addestrati: quando si dice pace si intende guerra e viceversa. Stravolgere il senso delle parole, fino a ribaltarlo interamente, è una delle più odiose manifestazioni dell'arroganza del potere
Quesito di tragica comicità ma, proprio per questo, capace di sollecitare riflessioni.
Prima fra tutte: perché fare una domanda, in tutta evidenza, retorica? Nessuno, neppure un demente, si aspetta una risposta. Disporre del potere gioca brutti scherzi. Fino ad arrivare a considerare gli altri privi di un pensiero minimamente complesso, incapaci di andar oltre formule binarie.
A credere(probabilmente in buona fede; non sono abbastanza intelligenti per dubitare...) che non possano esistere alternative alle loro verità. Stupidi e presuntuosi ma non innocui. Le conseguenze le conosciamo. Quasi sempre sono i potenti a fare la guerra. O, meglio, a farla fare agli altri.
Non a tutti piace l'idea di lasciarci le penne dietro una bandiera. La grande maggioranza di chi campa normalmente , ha paura di missili, droni e carri armati.
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Da Kiev a Roma, istruzioni per fabbricare un nemico interno
di Pino Cabras
Maccartismo-piciernismo: dal bando di Russia Today alla costruzione del nemico interno: il progetto di legge importa in Italia la grammatica ucraina della guerra, trasformando dissenso, negoziato e pace in sospetto politico permanente e schedatura civile
Lunedì 20 luglio 2026, ore 14:30, sala stampa della Camera dei deputati. Carlo Calenda, Pina Picierno, Marco Lombardo, Federica Onori e la tesoriera di Europa Radicale Federica Valcauda presentano il progetto di legge “STOP alla propaganda russa in Italia”, corredato da un dossier il cui titolo merita di essere assaporato con calma: “La Peste Putiniana”.
Fermiamoci sul titolo, perché i titoli sono confessioni. Chi nomina una peste ha già prescritto la terapia: quarantena, cordone sanitario, disinfestazione. Con una peste mica si discute, e nemmeno si vota, figuriamoci se ci si confronta in un’aula parlamentare: l’unico approccio è eradicarla. La metafora medica applicata agli avversari politici ha una genealogia lunga e sinistra, e chi la maneggia dovrebbe almeno avere la decenza di conoscerla. Qui invece viene brandita da questi improbabili medici della peste con l’entusiasmo del neofita, come se patologizzare il dissenso fosse un’invenzione fresca di giornata e non il gesto inaugurale di ogni stagione di caccia all’untore.
I proponenti diranno che si tratta di ben altro: c’è un regolamento europeo che vieta la diffusione dei contenuti di Russia Today, il governo non lo attua, il progetto di legge colma la lacuna, pazienza se esiste una Costituzione con l’art. 21. Tutto qui, tecnica legislativa voodoo-bonsai. Prendiamoli sul serio per un momento, perché è esattamente così che comincia sempre: con un perimetro stretto, tecnico, retoricamente legalistico. Il problema è che questo film lo abbiamo già visto, per intero, dai titoli di testa a quelli di coda. È stato proiettato in Ucraina lungo vent’anni, e conoscere quella trama è il solo modo per capire cosa ci viene proposto oggi a Roma.
La grammatica prima della guerra
Chi giustifica ogni misura ucraina con l’invasione del 2022 dovrebbe spiegare come mai la macchina della stigmatizzazione fosse già a pieno regime molto prima.
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