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rinascita

Il mondo di ieri e quello di domani

di Mimmo Porcaro

www inmondadori itIl mondo di ieri sta finendo. In quello di domani si potrà fare veramente politica soltanto a partire da una strategia di superamento dell’euro e della stessa Unione Europea.

Qualunque cosa si voglia pensare di Salvini e Di Maio, l’azione del governo italiano è, al momento, obiettivamente progressiva.

Mostra a tutti che l’Unione è incompatibile con la redistribuzione del reddito e con la stessa democrazia, e costringe una burocrazia priva, per la latitanza di Merkel e Macron, di vera direzione politica a mostrare il proprio volto stupido, arrogante e incompetente.

Tutte le doverose critiche all’azione governativa (su contenuto e forma del c.d. reddito di cittadinanza, su condoni fiscali, flat tax, timidezze e ambivalenze del rilancio degli investimenti, e aggiungiamo pure il Decreto Insicurezza…) servono a definire meglio una posizione non subalterna, ma non possono nascondere questo fatto macroscopico: per la prima volta l’Unione Europea è con le spalle al muro.

Per la prima volta l’istituzione che più di altre garantisce la sottomissione delle classi subalterne italiane è messa in difficoltà da un governo insediato da quelle stesse classi e costretto a rispondere, almeno fino ad un certo punto, alle esigenze del suo elettorato popolare.

Può non piacerci, e non ci piace, che questa dura critica a Bruxelles venga avanzata da gente che non agita certo la bandiera rossa.

Ma conviene ricordare che il governo più “a sinistra” degli ultimi decenni, ossia il “Prodi bis”, rispose alle esigenze di cambiamento del proprio elettorato con una manovra che andava anche oltre il rigore richiesto da Bruxelles.

Oggi c’è un governo che fa il contrario e che con tutta evidenza non esclude l’uscita dell’euro di fronte ad un comportamento aggressivo dei mercati e dell’Unione: e questo spiega tutto.

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sbilanciamoci

Lo scarto tra il Nadef e la realtà economica

di Roberto Romano

Mentre ci sono le prime avvisaglie di un rallentamento economico, secondo il governo in soli 6-7 mesi il Paese dovrebbe crescere di 0,6 punti di PIL in più rispetto al quadro tendenziale. E c’è anche il dubbio che le ingenti risorse impegnate eccedano l’effettiva capacità di spesa della pubblica amministrazione

timthumb18Premessa: politica economica cercasi

La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) del 27 settembre 2018 consegna al Paese le opzioni di politica economica che la compagine governativa intende sostenere. Si esce dalla discussione precaria fatta di promesse, auspici e suggestioni. In altri termini, il NADEF delinea le vere intenzioni del governo.

Lo scenario economico base è cambiato radicalmente rispetto all’inizio dell’anno quando era stato scritto il DEF del governo Gentiloni. Le prospettive di crescita, dei tassi di interesse e l’inasprimento dei dazi, unitamente al rischio di una bolla finanziaria che in molti tentano di scaricare sui Paesi emergenti, condizionano le scelte di politica economica degli Stati.

In Europa la discussione è, se possibile, ancora più complicata. Da un lato ci sono i rigidi vincoli del pareggio di bilancio strutturale e del debito pubblico, dall’altro ci sono le prime avvisaglie di un rallentamento economico che compromette i conti pubblici: meno entrate fiscali, saldi pubblici in crescita in rapporto al PIL – se cala il denominatore tutti gli indicatori di finanza pubblica peggiorano -, crescita della spesa in ragione dei così detti stabilizzatori automatici.

Più precisamente, i saldi di finanza pubblica di aprile non hanno nessun fondamento e sono tendenzialmente peggiorati non per un eccesso di spesa discrezionale, piuttosto per un ciclo economico negativo che potrebbe anche peggiorare se fossero adottate misure pro cicliche. Le prospettive economiche sono, quindi, fragili soprattutto per i Paesi europei che hanno sperimentato la così detta austerità espansiva che ha ridotto il potenziale di crescita e di occupazione come e quanto una guerra; la crisi del 2007 è stata più lunga e profonda di quella del ’29, almeno per l’Italia.

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senzasoste

La scommessa del governo sui bond e la prigione tecnologica del reddito di cittadinanza

Deficit e reddito di cittadinanza: un'analisi oltre il posizionamento politico e la propaganda

di Redazione

soldi euro pacchiLa vicenda della nota di aggiornamento del Def, che sfocerà nella legge di stabilità vera e propria, ha rivelato diverse difficoltà della politica istituzionale. Sia quella al governo che quella all’opposizione. Cominciamo da quest’ultima che si rivela, nei suoi differenti volti, sia folcloristica che ostaggio dei poteri finanziari. Certo, quando si parla di folkore impossibile non menzionare Michele Emiliano presidente della regione Puglia, vero Zelig della politica nazionale, che loda, da esponente PD, i lineamenti della finanziaria gialloverde. O Stefano Fassina, passato dal sottosegretariato alle finanze nel governo Letta a posizioni “sovraniste di sinistra” se non di appoggio, perlomeno, di simpatia verso il governo gialloverde. Il vero folklore sta, comunque, in chi, rispetto alle previsioni di deficit del governo gialloverde, spara al rialzo. Da Palazzo Chigi esce una previsione di deficit di 2,4%? Che male c’è, allora, a sparare 3%, o oltre, accusando di timidezza nel deficit spending gli attuali occupanti degli scranni del governo? Oppure a immaginare finanziarie come si trattasse di Disneyland dove, nella strada principale con le luci e i festoni, c’è tutto dal sociale, al Welfare e magari anche la lotta alla tristezza?

Qui forse non sono chiare due cose.

La prima è che, con le previsioni economiche al ribasso e le clausole di salvaguardia dell’Iva da saldare, non è che questo governo, con una previsione di deficit al 2,4% abbia davvero grandi margini di spesa e di investimento. Su questo, probabilmente, certe lodi sul “coraggio” mostrato dai gialloverdi andranno riviste. Per focalizzarsi sull’entità e sul rilievo, difficilmente risolvibili dai gialloverdi, della crisi fiscale dello stato (che tassa sia troppo, ovviamente le cassi subalterne, e troppo poco, i ricchi, ma non trova mai equilibrio sociale e di bilancio).

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sollevazione2

Emiliano Brancaccio e Benito Mussolini

di Sollevazione

annMalgrado sia sub iudice se Emiliano Brancaccio possa essere considerato un economista "marxista" — non pare che egli accetti la sua (di Marx) fondamentale teoria del valore, e si spiega le crisi generali in base al paradigma del sottoconsumo —, [1] continuiamo a considerarlo tra le migliori economisti del nostro Paese.

Ma un ottimo economista non è per ciò stesso un intelligente politico. Succede anzi spesso, che la competenza settoriale dell'economista di mestiere sia inversamente proporzionale alla sua politica profondità di vedute. Una conferma viene dalla lettura di quanto Brancaccio ha scritto su L'espresso on line dell'altro ieri. [2]

Egli, dopo una rituale critica a certa sinistra sistemica che ha sposato il neoliberismo, si scaglia in modo violentissimo contro una "tendenza ancora più perniciosa", quella degli "ex-compagni" che hanno capitolato alla "bruta reazione fascistoide", "all'onda nera di stampo neofascista", "... che scimmiotta maldestramente con le destre sovraniste e reazionarie nei loro più neri propositi". Di chi parla? Della sinistra patriottica.

Sorpresi da questa sua mossa francamente no, ma sbalorditi per la brutta caduta di stile con la quale il nostro lancia la scomunica arruolandosi così nel mucchio anti-rossobruno dei cretini d'ogni tendenza, questo sì.

Si spiega quindi come mai L'Espresso ospiti i suoi anatemi, essi (dimmi dove scrivi e ti dirò chi sei) sono coerenti con la linea politica della testata che ospita la sua rubrica. [3] Il settimanale, assieme alla sorella La Repubblica, per nome e per conto dei poteri forti liberisti ed eurocratici, guida la più estremistica e spudorata campagna contro il "populismo" ed il governo M5s-Lega.

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espresso

Contro le sinistre "codiste"

di Emiliano Brancaccio

Stralci dell’intervento di Emiliano Brancaccio alla conferenza GUE/NGL tenuta a Napoli il 25 settembre 2018

a populismoPochi mesi fa alcuni giornalisti molto noti in Italia, che potremmo definire “liberali”, parteciparono a una serie di dibattiti con il leader di CasaPound, tenuti proprio nelle sedi dell’organizzazione neofascista. Enrico Mentana è la più nota delle illustri firme del giornalismo italiano che hanno preso parte a quelle iniziative.

Le motivazioni di Mentana e degli altri giornalisti liberali si possono riassumere nella celebre massima attribuita a Voltaire, peraltro apocrifa: “non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire purché tu possa dirlo”.

Ebbene, non saprei esattamente spiegare il perché, ma da qualche giorno la mia mente viene continuamente catturata da un’immagine: quella del militante fascista tipo che ascolta con attenzione e deferenza questa massima, mentre lucida la sua spranga in attesa di qualche nuova testa da spaccare.

***

Naturalmente Mentana non è l’unico responsabile di una sottovalutazione del potenziale di sviluppo della violenza fascista.

La minimizzazione della minaccia nera, talvolta persino le connivenze con essa, sono aspetti tipici del rapporto controverso che molti liberali hanno storicamente intrattenuto con i fascisti.

Persino Benedetto Croce, il più celebre filosofo liberale italiano, commise in fin dei conti un errore di sottovalutazione: egli concepì il fascismo come una banale “ubriacatura”, un accidente pressoché casuale, una fugace “parentesi” causata dalla guerra. Altri studiosi, di orientamento analogo, hanno aggiunto che il fascismo è stato una mera reazione alla minaccia comunista e che in assenza di questa non potrà mai riaffiorare.

Gli odierni liberali la pensano più o meno in questi modi, direi tutti piuttosto rassicuranti. A loro avviso, ieri il fascismo fu una parentesi accidentale e oggi non costituisce una reale minaccia.

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contropiano2

La cura del linguaggio 3. Sovranità, sovranismo e sciocchezze

di Dante Barontini

26229724 576241919385192 4756770682638861436 n 1Un fantasma si aggira per l’Europa. Il fantasma del sovranismo.

Ci perdonerete la parafrasi dell’immortale incipit di Marx, ma poche parole recenti hanno avuto successo quanto questa, anche se praticamente nessuno sa darne una definizione univoca, linguisticamente fondata. Eppure se chiedete a chiunque chi siano i “sovranisti” tutti ve ne indicheranno uno. Probabilmente molto diverso da altri che condividono l’identico stigma. “Quelli lì, insomma, no?”.

Proviamo a fare quel che ogni “bravo giornalista” fa quando si trova davanti a un termine ambiguo: consulta il dizionario. Siccome cerchiamo l’eccellenza – o l’incerta certezza di non scrivere fesserie – siamo andati a vedere sul dizionario più prestigioso, quello Treccani, per trovare una definizione scientifica..

Ma anche la mitica enciclopedia italiana, su questa parola, alza bandiera bianca. Citiamo:

sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.

«Dove il necessario affievolimento di sovranità degli Stati a favore di un ordinamento sovrastatuale non tocca minimamente l’unità politica degli Stati-nazione. Solo da noi si riesce a sposare un “sovranismo” anti-europeo con una devolution anti-nazionale». (Andrea Manzella, Repubblica, 13 novembre 2002, p. 1, Prima Pagina)

«Brexit è la vittoria non del popolo, ma del populismo. […] È la rivincita, in tutto il Regno Unito, di coloro che non hanno mai sopportato che gli Obama, Hollande, Merkel e altri esprimessero la propria opinione su quello che essi si accingevano a decidere. È la vittoria, in altri termini, del “sovranismo” più stantio e del nazionalismo più stupido. È la vittoria dell’Inghilterra ammuffita sull’Inghilterra aperta al mondo e all’ascolto del suo glorioso passato». (Bernard Henry Levy, Corriere della sera.it, 27 giugno 2016, Politica, traduzione di Daniela Maggioni)

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sollevazione2

I 100 giorni del governo giallo-verde

di Leonardo Mazzei

Leonardo Mazzei compie una circostanziata analisi di quanto fatto dal governo Conte, anche considerando quanto detto e/o promesso di fare dai suoi esponenti di punta. Lo scritto si compone di cinque capitoliNe vien fuori un quadro di grande interesse per capire la natura, le aporie ed i limiti del governo. Un'analisi che mentre smonta la campagna di satanizzazione del governo da parte dei poteri forti italiani ed europei—governo tacciato come d' estrema destra se non addirittura fascista — sottolinea come esso provi davvero ad operare una positiva inversione di marcia rispetto alla politiche seguite negli ultimi decenni

1oo giorniCento giorni sono un nulla, un soffio nella vita di una nazione. Per i governi, invece, i primi cento giorni sono importanti, il momento in cui mettere in vetrina i simboli della propria politica. Così è nella società dello spettacolo, dove l'apparenza conta più della sostanza. Lo è un po' meno per lo strano "tripartito" nato il 1° giugno scorso.

L'importanza dell'apparenza è infatti inversamente proporzionale al peso della sostanza. Se un governo è pura continuità rispetto al precedente, si può star certi che metterà subito in bella mostra la propria inutile ma rilucente mercanzia. Pensate a Renzi e capirete di cosa sto parlando.

Se invece un governo porta con sé un vero, per quanto contraddittorio, programma di cambiamento, il discorso cambia. Il peso dell'apparenza si riduce di molto, mentre i riflettori saranno tutti puntati sulla sostanza. E' giusto e naturale che sia così. In questi casi al tipico gioco delle parti tra maggioranza ed opposizione parlamentare si sostituisce bruscamente lo scontro immediato.

Mai si era vista nell'intera storia d'Italia, cioè dall'ormai lontano 1861, un governo accolto dalla totale opposizione dell'establishment. I grandi poteri economici, la Confindustria, la grande stampa all'unisono, spalleggiati ovviamente dall'intera oligarchia eurista, hanno subito dichiarato guerra alla maggioranza gialloverde, i cui ministri (tranne quelli di stretta nomina mattarelliana) sono stati qualificati come incapaci ed irresponsabili, portatori di visioni irricevibili, antiliberiste (vedi la discussione sulle nazionalizzazioni) piuttosto che nazionaliste.

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soldiepotere

La Patria è di destra o di sinistra?

di Carlo Clericetti

569732La sinistra dispersa e litigiosa ha trovato un nuovo motivo di divisione e di insulti. L’occasione è stata la costituzione di una nuova associazione culturale, promossa da Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre e un nutrito gruppo di intellettuali, che ha lo scopo di incidere sul dibattito politico costruendo una cultura per la sinistra dell’attuale momento storico. Ma a scatenale le polemiche è stato soprattutto il nome, che Fassina ha scelto nonostante i dubbi avanzati da alcuni partecipanti alla discussione: “Patria e Costituzione”. Tanto è bastato per attirare l’insulto di moda, peggiore anche di “populismo” e “sovranismo”, ossia quello di “rossobrunismo”, cioè un ibrido tra posizioni di estrema sinistra ed estrema destra.

Se usare il termine “Patria” basta per essere accusati addirittura di filo-nazismo (le “camicie brune”, come si ricorderà, erano appunto i nazisti), bisogna dire che il dibattito politico è scaduto a livelli inferiori a quelli di un Bar Sport. Noti rossobruni, in questo caso, sarebbero per esempio Che Guevara (con il suo “Patria o muerte”), Palmiro Togliatti, Lelio Basso e tantissimi altri che trovano posto nel pantheon della sinistra storica. E persino la rivista dell’associazione dei partigiani (l’Anpi), come ha ricordato Fassina, si chiama “Patria indipendente”.

Sgombrato il campo dagli insulti lanciati non si sa se per ignoranza o malafede, ci si può chiedere perché rispolverare un termine che da molti anni non fa più parte del vocabolario della sinistra. L’intenzione di Fassina e compagni è che i due termini vadano strettamente legati: la “Patria” è quella disegnata dalla nostra Costituzione, i cui principi dovrebbero essere prevalenti rispetto a tutto, anche a quello che viene deciso in sede di Unione europea. Il che ha una logica.

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tempofertile

Tomaso Montanari, “L’identità inventata degli italiani”

di Alessandro Visalli

guttuso la spiaggiaTomaso Montanari ha scritto e pubblicato sul Fatto Quotidiano un lungo e denso articolo che attacca con grande vigore e notevole tensione morale la temuta involuzione identitaria che la destra italiana starebbe suscitando e sfruttando a fini di raggiungere il potere e conservarlo. Il suo punto è fondato, sono anche io convinto che sia in corso un cinico utilizzo, a fini di distrazione dai più pressanti problemi economici, di una problematica molto sentita da parte dell’elettorato della Lega, ma, come si vede dai risultati, anche da parte maggioritaria della popolazione italiana.

Credo, più precisamente, che la Lega stia facendo un gioco molto pericoloso in qualche modo strettamente connesso con le dinamiche politiche interne. Il 4 marzo il paese, come scrivevo in “Fase politica, Aquarius e diversioni” si è spaccato infatti su una linea che attraversa le sue borghesie, portandosi a traino i ceti popolari, e, insieme, che la attraversa geograficamente. In estrema sintesi si è manifestata la defezione della borghesia nazionale rispetto la borghesia coinvolta con il modello economico mercantilista, e rivolto alla competizione per acquisire quote di mercato estero, che è contemporaneamente sotto attacco da parte del vecchio acquirente di ultima istanza americano. Si è formata una maggioranza politica conforme alla maggioranza sociale che ha clamorosamente sconfitto la vecchia coalizione da anni al potere, elitaria quanto a rappresentanza sociale, cosmopolita quanto a cultura e esteroflessa politicamente ed economicamente (con la sua cultura del “vincolo esterno”).

Del resto, la parte della ‘strana’ coalizione che sviluppa questa retorica ha come constituency, detto in modo sintetico quanto brutale, il mondo delle Piccole e Medie Imprese impegnate soprattutto nel mercato interno e poco interconnesse sui mercati globali, i professionisti che con tale mondo e con quello delle famiglie borghesi intermedie sono legati, operai ed impiegati di questi settori.

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coniarerivolta

Guida al dibattito sulla finanziaria

Un ridicolo balletto tra Europa e pagliacci al governo

di coniarerivolta

maxresdefault12“Non sparate sul tetto del 3%” implora l’economista De Romanis dalle colonne del Corriere della Sera di lunedì 10 settembre. Nelle prossime settimane se ne parlerà spesso: il governo giallo-verde sta scrivendo la manovra finanziaria e tutti si chiedono se la spesa pubblica resterà all’interno del perimetro imposto dall’Europa, il famigerato limite del 3% del disavanzo pubblico, oppure se sforerà i confini pattuiti per finanziare un ambizioso (nei numeri) programma di governo, che prometteva un reddito di cittadinanza, la flat tax e l’abolizione della riforma Fornero. Il dilemma è chiaro: tranquillizzare i mercati, l’Europa e la De Romanis, varando la solita finanziaria di tagli e sacrifici, oppure accontentare i propri cittadini, che si aspettano quantomeno un assaggio delle promesse elettorali, ovvero un allentamento della pressione inflitta da dieci anni di crisi? È il dilemma che caratterizza la politica europea da oltre trent’anni, un lasso di tempo tanto lungo quanto privo di colpi di scena: puntualmente, i nostri governi di qualsiasi colore politico hanno eseguito scrupolosamente quello che ci chiede l’Europa, la disciplina di bilancio. Tutto lascia intendere che la parabola del governo “più populista d’Europa” sarà – ingloriosamente – la medesima. Da ultimo, le parole del vicepremier Salvini, quello che sulla carta dovrebbe recitare la parte del duro con l’Europa ma che sembra capace di fare il cattivo solo con i più deboli, gli immigrati imprigionati sui barconi, mentre sfodera un’inaspettata sensibilità quando si confronta con le istituzioni europee: “non sforeremo ma sfioreremo il 3%”. Poesia, che in prosa significa: come tutti i governi che ci hanno preceduto, rispetteremo i vincoli europei ma faremo talmente tanto chiasso da far sembrare che il tavolo stia per saltare. Manco a dirlo, il dibattito pubblico si sta concentrando sul chiasso – come si ci fosse davvero un briciolo di possibilità che il governo giallo-verde vari una finanziaria in controtendenza rispetto all’austerità che sta massacrando il Paese.

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sollevazione2

Lettera ad un amico straniero

di Moreno Pasquinelli

desertoCaro amico,

Mi dici che nel tuo paese c'è una campagna massiccia tesa a far credere che qui avanza il fascismo, che Salvini sarebbe addirittura il nuovo Mussolini. Mi scrivi che la maggior parte degli intellettuali di sinistra, e di estrema sinistra, nel loro rigetto di ogni forma di nazionalismo, giungono addirittura a difendere questa Unione europea, considerata un freno o kathéchon alla barbarie sovranista e "rossobruna". Mi chiedi dunque come stanno davvero le cose in Italia.

Provo a risponderti, nella speranza che quanto scrivo ti sia d'aiuto.

Voglio essere franco, anzitutto sugli intellettuali di sinistra. Qui da noi, nella loro gran parte, essi già oggi occupano la prima linea del fronte nemico. Non sparano solo contro il nazionalismo di marca fascistoide, ma anzitutto contro la sinistra patriottica, costituzionale e sovranista. C’è una sintonia programmatica perfetta tra la potente élite ordoliberista e questi intellettuali.

Il teorema, anzi la prima equazione dell’élite (che questi intellettuali accolgono) è alquanto semplice: populismo=fascismo⁄sinistra patriottica=rossobunismo. Il risultato dell’equazione — siccome il populismo in Italia, nelle sue due versioni, è di massa, anzi ha un’egemonia crescente — è dunque che l’Italia si andrebbe fascistizzando, che le masse popolari si stanno fascistizzando.

Quanto disprezzo borghese in questo giudizio! Quanta distanza dalla realtà e dalle istanze delle masse popolari! Quanto pressapochismo teorico! Quanta disonestà intellettuale! Quanti pregiudizi anti-italiani!

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sollevazione2

Spread: come uscire dalla trappola

di Leonardo Mazzei

Mazzei ci spiega, con parole chiare, chi c'è dietro la trappola spread, come nacque; come e con quali misure è necessario e possibile uscirne

o.171709Il tema non è nuovo. E' lì da sette anni, da quando servì ad intronizzare Monti, portando l'Italia sulla china di un declino di cui ancora non si vede la fine. No, il tema non è nuovo, ma è di nuovo attualissimo. Il signor spread torna a presentarsi non solo come il supremo regolatore delle scelte economiche, ma come l'autentico dittatore dell'eterno "stato d'eccezione" in cui l'Italia si è cacciata entrando nell'euro.

Torneremo a breve sulle alterne vicende che ci stanno portando al decisivo snodo della Legge di Bilancio. Vicende che vedono un triplo e complicato confronto: tra il governo e l'Unione Europea sui numeri del bilancio 2019; tra M5s e Lega sulle priorità dei provvedimenti da adottare; tra questi due partiti e la Quinta Colonna dei poteri sistemici all'interno dell'esecutivo (Tria, Moavero, ecc.) sul grado di compatibilità (politica, oltreché economica) dell'intera manovra. Di certo a nessuno sfuggirà come, in questa triplice partita, la vera arma delle forze euriste sia fondamentalmente lo spread.

Meno di un mese fa segnalammo come i veri eroi dell'attuale opposizione fossero nientemeno che gli speculatori, cioè appunto i "signori dello spread". La novità è che mentre allora sembrava che quest'arma dovesse servire a disarcionare Conte, oggi - avendo valutato l'assenza di alternative politiche - essa viene sapientemente usata dal blocco dominante per condizionare le mosse della maggioranza governativa, imbrigliandola così di fatto in estenuanti mediazioni al ribasso. Vedremo nelle prossime settimane fino a che punto questa operazione avrà successo, ma di certo questo è il problema: la dittatura dello spread, il suo potere condizionante quando non apertamente eversivo.

A due anni dalla storica sconfitta del disegno anticostituzionale di Renzi, la democrazia italiana è di fronte ad una minaccia più subdola, ma più grave.

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aldogiannuli

Ma come funziona il M5s e perché vince?

di Aldo Giannuli

movimento 940A molti il M5s sembra un evento inspiegabile come la “ venuta degli Ixos” e se ne chiedono il perché del successo. Proviamo a spiegarlo ragionando per punti.

1. Il M5s non viene dal nulla: è il figlio (o il nipote) dell’ondata populista nata nei primi anni novanta ad opera di Pannella, Occhetto e Segni portatori di uno schema politico plebiscitario, simil-presidenzialista basato su soggetti fluidi raccolti intorno ad un leader. La Seconda Repubblica è nata ed ha vissuto all’insegna del populismo, ha poi avuto una ulteriore svolta, con l’attuale iper populismo, per il mix fra la comparsa del media ultra-populista, il web e la crisi finanziaria del 2007-2008.

2. Il M5s non è un fenomeno solo italiano: si pensi al Fn francese, ad Afd in Germania, all’Ukip in Inghilterra ecc. Considerato che l’Italia è il paese occidentale che ha più sofferto della crisi e che più stenta a riprendersi, non stupisce che sia il paese nel quale le formazioni iper populiste (Lega e M5s) siano quelle con i risultati elettorali più alti. In comune con le altre formazioni iper populiste il M5s ha la critica della politica in quanto attività separata dalla società civile, il mito dell’autosufficienza del popolo, che non ha bisogno di èlite, il carattere post ideologico, l’organizzazione poco strutturata.

3. Ma il M5s ha proprie peculiarità. Al suo sorgere, esso ha avuto caratteristiche anti-sistema e si è autoproclamato “né di destra né di sinistra” in nome della critica alla democrazia rappresentativa e a favore della democrazia diretta (che, a voler essere pignoli, è una ideologia di sinistra). In verità, esso ospitava confusamente idee tanto di destra quanto di sinistra con una prevalenza di questi ultimi, che ne hanno fatto una cosa ben diversa dal Fn francese o da Afd tedesca. Ma la diversità fondamentale è data dalla Casaleggio Associati, che è un pezzo a sé del progetto del suo fondatore Gianroberto Casaleggio, come strumento per realizzare la democrazia diretta.

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ragionipolitiche

Sogni e realtà

di Carlo Galli

Proponiamo questo intervento di Carlo Galli non solo per la sua spietata critica della cosiddetta "sinistra liberal" di cui il PD è il principale rappresentante nel panorama politico italiano, ma anche perchè molte delle sue argomentazioni possono essere pertinenti anche a buona parte della cosiddetta sinistra "radicale"

ph 194Se il Pd è un partito di sinistra, e se la sua rinascita è indispensabile alla rinascita di questa, allora c’è poco da stare allegri: il suo orizzonte è infatti diviso fra chi non ammette alcun errore e incolpa i cittadini di avere sbagliato a votare, chi vuole cambiare nome come se non si dovesse anche cambiare politica, e chi, come Veltroni non trova nulla di meglio che identificare la sinistra con il «sogno» e la «speranza».

Nel momento di più cupo smarrimento e di più evidente mancanza di strategia, si propone quindi come soluzione della crisi lo stile politico che l’ha generata: uno stile sovrastrutturale, centrato sulla comunicazione e sull’illusione mediatica – al più, corretto dall’ammissione che il Pd non ha saputo stare «vicino a chi soffre», detto con un linguaggio che ricorda più la beneficenza che la politica –; uno stile lontano da ciò che è veramente la sinistra: teoria e prassi, analisi e lotte, materialismo e realismo, disegno di una società futura che parte dall’assunto che la struttura economica, e la cultura che la esprime, è conflittuale e non neutrale, e che quindi la liberal-democrazia non è una universale panacea formalistica che realizza l’accordo di tutti i cittadini ma il risultato, in equilibrio dinamico e precario, di tensioni e di contraddizioni che non si possono togliere né superare in «narrazioni» e in «visioni».

Come lascia assai poco a sperare la decisione – che accomuna il Pd a molta opinione “progressista” – di cercare la via d’uscita dalla impasse politica nella sempre più acuta polemica “antifascista” contro il governo; una mossa che esprime una lettura “azionista” cioè moralistica – o, se si vuole, “liberal” – della politica, a cui la sinistra dovrebbe preferire la analisi storica ed economica sullo stile di Gramsci. Non lo sdegno ma la comprensione dei processi è il solo inizio possibile se la sinistra vuole avere qualche chance di non scomparire.

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ilpedante

Immunità di legge

di Il Pedante

image654Il 25 settembre uscirà nelle librerie per i tipi di Imprimatur Immunità di legge. I vaccini obbligatori tra scienza al governo e governo della scienza (ISBN 8868307510), un lavoro che ho firmato con Pier Paolo Dal Monte a commento dei dibattiti sollevati dal Decreto Lorenzin sull'estensione e l'inasprimento dell'obbligo vaccinale in Italia.

Chi segue questo blog sa che il tema, affrontato già in altri articoli (qui e qui in modo specifico), mi è caro non solo per l'urgenza dei pericoli che rappresenta una «cessione di sovranità» sui propri corpi a un complesso politico ed economico sempre più disperatamente dedito alla concentrazione dei poteri e alla compressione di libertà e diritti per alimentare un modello di sviluppo ormai inequivocabilmente distruttivo, ma anche perché in esso si incarna con una limpidezza senza precedenti, direi in modo quasi finale, il nodo politico di una democrazia incompresa, mal tollerata e declinante.

Nella prima parte del libro, di cui sono autore, si ripercorrono e si contestualizzano le tappe di una reciproca invasione di campo orchestrata da politici, mezzi di informazione e commentatori, tra scienza e governo, dove la prima è stata imbracciata come testa d'ariete per creare spazi interdetti al metodo democratico (ad es. «il tema dei vaccini dovrebbe stare fuori dalla campagna elettorale») in deroga al primo articolo della nostra Carta, mentre il secondo, nominalmente subordinato al principio «superiore» di un preteso consenso scientifico elevato a totem, umiliava a sua volta il metodo della scienza negandone la complessità e lo statuto necessariamente aperto a ipotesi diverse e divenienti.