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La fatwa di Giorgio Cremaschi

di Moreno Pasquinelli

Giorgio Cremaschi fatwaIl 12 giugno scorso Contropiano ha pubblicato un pastrocchio di Giorgio Cremaschi dal violento titolo: Adesso basta con i cialtroni che usano Marx per benedire Salvini!

Il pastrocchio si conclude con una scomposta FATWA di vago sapore islamo-stalinista:

«Non è davvero più tempo di buonismo, davvero non si può più essere tolleranti con chi si dichiara comunista e poi lecca i piedi a Salvini. Giù le mani da Marx e andate all’inferno, finti compagni. Lì troverete Bombacci».

Chi sarebbero quelli che bolla come "cialtroni" e poi come "mascalzoni"? Nomi il Cremaschi non ne fa ma denuncia il peccato. Sentiamo:

«Mentre c’è chi aiuta i poveri non nel nome dell’accoglienza, ma della fraternità sociale che è necessaria a tutti. Mentre c’è chi lotta contro la schiavitù stando con gli schiavi, ci sono cialtroni che usano Marx per giustificare il loro e l’altrui razzismo. Usano qualche riga di qualche lettera astratta dal contesto, e spiegano che essere marxisti significherebbe combattere le migrazioni, perché offrono lavoro a basso costo che distrugge diritti e salari. Essi sono ignoranti e in malafede, Marx li avrebbe massacrati come reazionari, come chi sosteneva la “legge bronzea dei salari” o come chi difendeva gli stati confederati del sud, perché la liberazione degli schiavi avrebbe portato forza lavoro a basso costo nel Nord America.. Marx era per il rovesciamento del capitalismo, ma non certo per tornare al Medio Evo e in tutta la sua vita ha sempre combattuto le vandee, comunque esse si presentassero.

Ma la questione non è neanche l’uso sfacciato che questi fanno di Marx; il fatto che le loro fesserie siano riprese e sostenute da leghisti e fascisti che considerano il comunismo come il demonio, li squalifica a sufficienza».

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lantidiplomatico

Focus. Caso Aquarius: che fare ora?

aquarius valencia thegem blog defaultCi sono momenti in cui è giusto prendersi del tempo perché non ci sono risposte semplici e l'impulsività rischia solo di incendiare e imbarbarire il dibattito. Per non finire come Repubblica e Salvini in queste ore, come AntiDiplomatico abbiamo deciso di prenderci del tempo sul caso ormai molto noto della nave Acquarius - l'imbarcazione della ONG SOS Mediterranée partita dalla Libia con oltre 600 migranti e che si è trovata al centro di una querelle che ancora non trova soluzione questo martedì con le resistenze della Ong di accettare la decisione del governo spagnolo di aprire il porto di Valencia. Al momento sembrerebbe che 500 dei 625 migranti arriveranno a Valencia nei prossimi giorni all'interno di imbarcazioni militari italiane. I restanti 125 arriveranno a bordo della stessa nave Acquarius.

E' giusto prendersi del tempo di fronte al proliferare del razzismo incentivato da un ministro degli interni che preferisce giocare sulla vita di disperati invece di alzare la voce con i veri carnefici (Nato, Usa e colonialismo occidentale in primis); è giusto prendersi del tempo di fronte al fallimento fallimentare di chi utilizza l'Europa (dei muri totali, dell'ipocrisia e dell'arroganza dei miliardi di euro alla Turchia e delle sanzioni alla Siria stuprata) come modello di valori e arriva oggi ad osannare la Spagna che dal 2011 (governo Zapatero) ha chiuso tutti i porti e costruito dei muri a Melilla e Ceuta.

E' giusto prendersi del tempo perché risposte semplici non ci sono. La complessità della questione richiede un approccio diverso. Le migrazioni di massa sono un tema di una complessità tale che richiede del tempo.

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linterferenza

Immigrazione: percezione, contraddizione reale, depistaggio

di Fabrizio Marchi

ambulanti abusivi spiaggia 1862473Il fatto che la domanda di contenimento dell’immigrazione se non (in parte) un’aperta ostilità nei confronti degli immigrati provenga dalla “pancia” dei ceti popolari, non significa affatto che questo “sentimento” di ostilità sia giusto e politicamente ben riposto per il solo fatto che provenga da quegli stessi ceti.

La differenza tra la destra populista da una parte e i comunisti e i socialisti dall’altra, è che la prima, a differenza dei secondi, sposa tutto ciò che arriva da quella “pancia”, tutte le contraddizioni e tutte le spinte e le controspinte di vario genere, siano esse “progressiste” o reazionarie, e le alimenta indipendentemente dalla loro natura, gettando benzina sul fuoco – perché il suo unico obiettivo è conquistare consensi purchessia – e mescolare queste spinte con quelle che provengono dai ceti medio e medio alto borghesi di cui sostanzialmente difende gli interessi.

Il populismo di destra (perché ne esiste anche uno di Sinistra, pensiamo a quello latinoamericano, ad esempio, che invece ha svolto e svolge un ruolo positivo perché non è affatto interclassista e rappresenta gli interessi delle classi proletarie e popolari e non a caso è combattuto sia dal grande capitale internazionale che dalle borghesie locali e nazionali alleate con quello), che in Italia è fondamentalmente rappresentato dalla Lega, rappresenta in ultima analisi gli interessi di quella parte di borghesia nazionale che non è riuscita (perché non ne aveva la forza e la “potenza di fuoco” economica) ad entrare a far parte del gotha del grande capitalismo transnazionale e allora si è “rifugiata” in una sorta di difesa del fortilizio, del proprio giardino di casa.

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Sinistra: estinzione o rinascita?

di Riccardo Achilli

cub mirafioriLa sinistra, nel nostro Paese, rischia l’estinzione politica finale. Ancora negli anni Novanta, le forze politiche che potevano a giusto titolo richiamarsi ad una tradizione socialista e comunista rappresentavano il 15% circa dell’elettorato, in un contesto in cui, peraltro, il Pds, pur avendo già avviato la sua parabola di degrado, poteva ancora vantare una linea politica vagamente socialdemocratica. Oggi ci troviamo con un PD strutturalmente schierato sulle posizioni del liberalismo caritatevole, e l’area alla sua sinistra, frammentata in un pulviscolo, vale si e no il 5%. Quando si tornerà a votare, in queste condizioni, quanto rimarrà? La base elettorale del Pd, negli ultimi venticinque anni, è cambiata strutturalmente, ingoiando dosi crescenti di liberismo in cambio dell’agognato arrivo dentro la stanza dei bottoni, e, invecchiando, in una società sempre più diseguale, molti militanti di quello che fu il glorioso PCI, si sono ritrovati a stare dalla parte dei più garantiti, accettando di buon grado una piattaforma politica sempre più destrorsa, un filo-europeismo ritenuto (a torto) custode dei propri risparmi e dei propri asset patrimoniali. D’altra parte, segmenti di sinistra radicale, soprattutto provenienti dalla storia dell’Autonomia e della sinistra extraparlamentare, sono stati risucchiati in modo stabile dal M5S. Lo stesso sindacato fatica sempre di più a fornire rappresentanza unitaria al lavoro, e si rifugia nella rappresentanza di pensionati ed élite di lavoratori ristrette ed ancora legate stabilmente al proprio posizionamento nel modo di produzione.

Il punto di fondo è che non si riesce più a dare rappresentanza unitaria alle istanze del lavoro perché tali istanze sono frammentate e spesso conflittuali l’una con l’altra. I cambiamenti strutturali delle forme di produzione, accompagnati dalle riforme continue delle normative del mercato del lavoro, hanno fatto perdere consistenza alla centralità conflittuale degli operai.

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mondocane

Tutti contro il “governo più a destra della Repubblica”

di Fulvio Grimaldi

Sarà mica perché, con questi chiari di luna, parrebbe il meno di destra dal ’48?

cupolaPremessa fuori tema. La più bella partita da quando c’è il calcio? Quella non giocata tra Argentina e Israele a Gerusalemme, capitale della Palestina. Il rigore più decisivo? Quello mai tirato da Messi, ma che ha fatto il più bel gol della storia.

Ci sono degli analisti, osservatori, esperti, accademici, sapienti talmente acuti nel penetrare la realtà e tirarne fuori la verità nascosta che neanche un trapano, neanche un martello pneumatico riuscirebbero meglio a scovare che c’è davvero, contro le credenze e superstizioni del popolino, dietro la parete e sotto l’asfalto. Tutti Tiresia, tutte Cassandre i nostri profeti di sventure, pioggia di rane, scenari post-atomici. Da queste assonanze tra affini, sodali, compari, fratelli, soci azionisti del Quieto Esistente all’ombra della Cupola che regge l’edificio mondo, e che ora si teme messo a repentaglio, si ergono con cipiglio coloro che la sanno essere lunga e profonda come trapani n.5.

Sono le volpi che hanno capito come, dietro tutta la manfrina dei due mesi di helzapoppin al Quirinale, quello che ha mosso , scompigliato, ricomposto le figurine sul proscenio non era altro che Draghi. Però in seconda battuta. Perché in prima chi può essere il battitore se non un campione della patria del baseball? E fin qui c’eravamo arrivati anche noi: direi che si tratta quasi di un’ovvietà, un luogo comune. Solo che, dopo che il trapano era arrivato a Draghi e da lì ha puntato verso la Statua detta della Libertà, trovatici tutti d’accordo sugli attori in scena, invece sul loro copione e sul finale del dramma farsesco, o della tragicommedia, noi, umili e anche un po’ grezzi curiosoni della geopolitica, ci siamo trovati isolati.

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Lettera da lontano ai sinistrati

di Gigi Roggero

Commento su crisi istituzionale, crisi sociale e crisi della soggettività

blog 1 3 700x300 1Che siamo nella tragedia o nella farsa, meglio cominciare con una battuta. Gioite sinistrati impauriti e indignati: finalmente con il governo Tarella-Tarelli commissionato dal B&B (Bruxelles & Berlino) avremo finalmente il vero reddito non workfarista, la fine della precarietà, l’abbattimento delle frontiere, il welcome ai migranti, il disarmo della polizia. E poi basta con il teatrino delle sparate a cui non si dà seguito: il Tav verrà bloccato senza se e senza ma e l’acqua diventerà pubblica, anzi diventerà vino. È l’Europa che ce lo chiede, viva l’Europa!

Torniamo seri, si fa per dire, e tranquillizziamo le anime belle. Le scrupolose analisi sul contenuto workfarista della proposta di reddito a cinque stelle sono scientificamente ineccepibili e non fanno una piega, ma per noi non è questo il punto, e in fondo non lo è mai stato neppure quando molti compagni si immaginavano nelle vesti del legislatore che deve scrivere dettagliate proposte a cui purtroppo mancava un’unica cosetta, cioè i rapporti di forza per imporle. Il problema, cioè, non è avere o non avere il reddito ideologicamente corretto, il problema è quanto il reddito diventa possibile campo di battaglia, cioè di controsoggettivazione, conflitto, autonomia, rottura. Con i governi di centro-sinistra questo spazio non si è mai aperto né “dal basso” (termine orribile) né “dall’alto” (orribili sono in questo caso quelli che ci stavano e che voi adesso rimpiangete).

E ancora, sempre per fermare la vostra agitazione e conseguente caccia alle streghe rosso-brune (etichetta che, come populismo, ha perso ogni connotazione storica e viene scriteriatamente appiccicata a chiunque non si professi convinto europeista o si sottragga al frontismo democratico): non pensiamo (ma bisogna sempre ripeterlo?) che tra le politiche del razzismo materialista salviniano e le politiche dell’“anti”-razzismo umanitario e strumentale del centro-sinistra non vi siano differenze.

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coniarerivolta

Il “governo del cambiamento”: cambiare tutto per non cambiare niente

di coniarerivolta

menagec3a0troisDopo giorni concitati e continui ribaltamenti di fronte, la crisi di governo si è risolta in un governo Cinque Stelle – Lega. Nel giro di poche settimane è accaduto di tutto e non è accaduto nulla. Il teatrino a cui abbiamo assistito potrebbe essere riassunto in un titolo: storia di una normalizzazione. Le forze politiche intenzionate a formare un governo insieme avevano inserito nella lista dei ministri un nome, quello di Paolo Savona, in passato associato a un fantomatico “piano B”, un piano per l’uscita dell’Italia dall’Euro. Il piano B, più che essere applicato alla lettera, doveva servire, nelle intenzioni degli autori, come strumento di contrattazione per ottenere un ampliamento dei margini di manovra dei governi nazionali rispetto agli stringenti vincoli dei Trattati europei. Si è ben presto capito che anche la semplice minaccia dell’uscita dall’euro come strumento di leverage nei confronti della Commissione e delle altre istituzioni europee era ostativa alla formazione di un governo. Alla fine, pur di ottenere l’incarico, Cinque Stelle e Lega si sono piegati agli ordini di Mattarella, delle Istituzioni europee e dei mercati. Una manifestazione di forza dei guardiani dello status quo e di debolezza dei finti ribelli giallo-verdi, ma anche la conferma che la messa in discussione dei dogmi dell’austerità è ciò che i primi temono di più. Questo il punto dal quale partire per costruire una vera alternativa alla stagnazione e alla precarietà che l’Europa ci impone.

Al di là dei toni da farsa, la telenovela politica messa in scena nei giorni scorsi lascia emergere una serie di nodi sostanziali che vale la pena sciogliere per aver chiara la trama di quanto accaduto e di quanto potrà accadere da qui al futuro prossimo:

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megachip

Governo di cambiamento o governo di attesa?

di Piotr

Difficilmente sarà un governo che farà rimpiangere quelli a guida PD o a guida FI, ma sarà un governo vulnerabile

palazzo chigi ftgIn un post che ho scritto il 30 maggio e ho inviato solo a pochi corrispondenti personali prendevo in considerazione la possibilità di un rientro in gioco di Conte ma lo ritenevo un evento un po' farraginoso.

Ad ogni modo, sia che fosse andato in porto un tentativo numero due di Conte, o che si fosse andati a nuove elezioni, traevo la conclusione che Di Maio, che non ha esperienza degli intrighi e dei giochi di Palazzo e non ha dietro di sé un partito ma un qualcosa di difficilmente definibile, si era fatto prendere per i fondelli dalla vecchia volpe Salvini che aveva usufruito dell'assist di Mattarella (che infatti Salvini ha subito difeso dall'attacco, un bel po' maldestro, dei 5 Stelle).

Salvini sembrava voler puntare dritto alle elezioni in settembre, sapendo che fino ad allora avrebbe avuto il vento in poppa e sarebbe uscito dalle urne come padrone del Centrodestra e forse con una percentuale di voti pari se non superiore a quella del M5S. A quel punto si sarebbero aperti vari scenari, di cui però per adesso non ha senso parlare.

Ma, a quanto pare, il leader della Lega ha giudicato troppo rischioso politicamente rifiutare il rilancio di un governo Lega-M5S che Di Maio ha proposto una volta che si è reso conto del suo errore. Da una parte sarebbe stato un rifiuto poco giustificabile, dall'altro le difficoltà sperimentate dal M5S nei due giorni seguiti all'uscita di scena di Conte permettevano a Salvini di pensare ad un governo a “trazione” leghista.

Il leader leghista potrebbe così fin da subito imprimere al governo quella “cifra” securitaria (praticamente a costo zero) che sta a cuore a buona parte del suo elettorato. E' facile a quel punto prevedere polemiche e reazioni a non finire che metterebbero in ulteriore difficoltà Di Maio col suo elettorato e si creerebbe una situazione difficile per l'attuazione di quanto di sensato il M5S ha voluto mettere nel programma.

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4 marzo - 1 giugno 2018: un primo bilancio

di Leonardo Mazzei

Di Maio SalviniDunque il governo gialloverde ha visto la luce. Frutto di un voto e di una spinta popolare, le èlite non hanno certo rinunciato a condizionarlo. Di più: il Quirinale ha tentato perfino di impedirne la nascita, fino  a cacciarsi in un vicolo cieco che ha poi imposto il successivo compromesso. Che bilancio trarre dalle vicende degli ultimi tre mesi? Cosa aspettarsi adesso? Quale iniziativa per le forze della sinistra patriottica?

Onde non disperdersi troppo nei meandri di una crisi politico-istituzionale senza precedenti, procediamo per punti.

 

1. Dal voto del 4 marzo al giuramento del 1° giugno - Può piacere, oppure no, ma bisogna prendere atto che la spinta popolare espressasi nel voto del 4 marzo una via per consolidarsi, per farsi governo, alla fine l'ha trovata. Ha avuto dunque ragione P101 nello scommettere su questa ipotesi già a metà marzo. Certo, si è trattato di un percorso accidentato e controverso, con una conclusione pasticciata assai, ma l'esito è questo a dispetto del parere di tanti. Chi si aspettava una qualche riedizione delle "larghe intese", cioè di un governo imperniato sulle forze sistemiche battute nelle urne (Pd e Forza Italia) allargato ad una pattuglia di "responsabili" (cioè di quei parlamentari voltagabbana che hanno caratterizzato le ultime legislature) è rimasto deluso. Idem chi vedeva all'orizzonte un governo "tecnico" al servizio dei desideri di Bruxelles, Berlino e Francoforte. E sbaglia ora chi ritiene che il governo Conte non si discosterà dalla politica di quelli precedenti, che esso sia già stato normalizzato dal sistema. Che se così fosse non si capirebbe la violenta campagna anti-governativa dell'intero sistema mediatico in corso in questi giorni.

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lacausadellecose

Caos Italia, ovvero la rivolta del ceto medio

di Michele Castaldo

mat cultCon pazienza cerchiamo di spiegare le cause e i possibili sbocchi dell’attuale caos. Lo facciamo partendo dall’interrogativo che si poneva Boccia, presidente della Confindustria, all’Assemblea annuale di quella potente associazione: «possiamo hic et nunc vincere la sfida della competitività con i nostri partner/concorrenti […] con un blocco sociale sul quale poggia la stessa idea della modernità italiana. Il guaio è che», recita il salernitano don Vincenzo, «questa constitiency dell’impresa e del lavoro, nonostante valga almeno 15-16 milioni di voti, si scopre fragile». Come a dire: perché quello che può essere non è? E’ la classica domanda dell’impotenza dell’individuo che non vuol capire le ragioni vere, cioè le cause dei fenomeni e cerca di rincorrere i propri desideri.

Ora, i 15-16 milioni di voti del bacino cui Boccia fa riferimento è rappresentato da un ipotetico blocco sociale comprendente grosso modo la grande borghesia industriale e tutto il ceto medio. Ma, si domanda la Confindustria, cosa sta succedendo, perché quell’unità che dovrebbe essere del tutto naturale evapora piuttosto che condensarsi e addirittura si presenta in blocchi contrapposti? Perché avanza il populismo di un ceto medio ribelle che mette a rischio le residue forze del nostro capitalismo nazionale? La grande industria ed i poteri forti, cioè le banche, i finanzieri interni e internazionali, quei famosi “mercati”, i pescecani della speculazione finanziaria che vanno in giro a prestar soldi vivendo di usura, non accettano di essere messi a rischio dalle rivendicazioni democratiche di settori cresciuti all’ombra di uno sviluppo dell’accumulazione di una fase che ormai abbiamo definitivamente alle spalle.

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economiaepolitica

Mattarella, la Costituzione e il vincolo esterno

di Luigi Sica

L’affidabilità finanziaria dello Stato ed i vincoli all’indirizzo politico governativo nella crisi del compromesso democratico-sociale. Perché la vicenda della mancata nomina del professor Savona a Ministro dell’Economia e delle Finanze ci dice di più sulla forma di Stato che sulla forma di Governo

mattarella151Dopo il giuramento del Governo Conte si può dire che c’è mancato veramente poco che la XVII legislatura si concludesse senza essersi sostanzialmente mai aperta, con un conflitto istituzionale dirompente in atto e con delle elezioni anticipate che avrebbero avviato il paese verso una ristrutturazione forse inevitabile del quadro politico.

Nella serata di domenica 26 maggio il Presidente del Consiglio incaricato era arrivato a rimettere nelle mani del Capo dello Stato il mandato che gli era stato assegnato quattro giorni prima, avanti all’indisponibilità del Quirinale a nominare Paolo Savona, già ministro del Governo Ciampi, autore in passato di alcune riflessioni tecniche possibiliste rispetto ad una uscita dell’Italia dall’euro, alla carica – ormai cruciale – di Ministro dell’economia e delle finanze. La presenza alla guida del ministero di Via XX Settembre di Paolo Savona era stata fino ad allora prospettata come irrinunciabile dalla Lega, influentissimo partner di minoranza della nascente coalizione governativa. Il Presidente della Repubblica aveva considerato – come poi risultato chiaro nel breve intervento avanti agli organi di stampa – la semplice nomina di un Ministro che si era espresso in passato in maniera possibilista rispetto all’uscita dell’Italia dall’euro, come suscettibile di compromettere la affidabilità finanziaria dello Stato. Questa compromissione veniva in quella sede considerata già un elemento di violazione dei principi costituzionali riguardanti l’equilibrio di bilancio, la partecipazione italiana alla moneta unica e all’Unione europea, la tutela del risparmio.

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linterferenza

Non ci sono vie di mezzo

Ugo Boghetta, Carlo Formenti, Mimmo Porcaro

euro fine1

Mentre scriviamo si sta insediando un governo che è espressione di una coalizione sociale instabile e che è destinato a sua volta a generare instabilità. La coalizione sociale va dalle medie e piccole imprese ai professionisti, dagli operai ai disoccupati e precari. L’egemonia spetta allo strato superiore, quello più direttamente favorito dalla flat tax. Ma questo strato, per recuperare quanto perduto a seguito della globalizzazione, deve necessariamente appoggiarsi allo strato inferiore e quindi abbozzare una redistribuzione di ricchezza. Da ciò nasce un programma che è un mix di reaganismo (taglio delle tasse) e di politica espansiva, una politica che, anche se non può affatto dirsi keynesiana (il deficit serve in gran parte a compensare il minore introito fiscale, l’occupazione è pensata come effetto indiretto della detassazione e degli incentivi alle imprese…) è comunque sufficiente a mettere in allarme la Commissione europea. Quanto maggiore sarà la redistribuzione verso il basso, tanto maggiore sarà l’urto con l’Unione europea. Al contrario, più il governo sarà accomodante con Bruxelles, più entrerà in conflitto coi suoi elettori: e non sarà sufficiente, a quel punto, dirottare la rabbia verso gli immigrati e verso tutte le altre “classi pericolose”. Il dominio incontrastato della borghesia transnazionale ha subito una battuta d’arresto: domani forse riuscirà ad assorbire la defezione della borghesia nazionale, ma per adesso l’acuta sofferenza degli strati popolari e delle piccole imprese fa sì che il governo debba accentuare l’instabilità e mettere sul tavolo, finalmente, le vere questioni. In prospettiva a pesare non sarà tanto quanto scritto nel programma ma l’andamento reale delle contraddizioni e l’emergere della vera natura dei soggetti della coalizione.

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economiaepolitica

Terza Repubblica e “coscienza di classe” dei ceti medi

di Giorgio Gattei, Gianmarco Oro

terza repubblica1. Quando un partito di centrosinistra, come il Pd, esce da sette anni di larghe intese nel nome delle riforme e dell’austerità, forse ci si sarebbe aspettato un messaggio di speranza che parlasse di lavoro e di protezione sociale (entrambi in crisi già da diversi anni) che da parte di una socialdemocrazia europea sarebbe quantomeno augurabile. Ebbene, a questi livelli di disoccupazione, con i molteplici fallimenti delle imprese e una disuguaglianza distributiva sempre più accentuata, a chi si è rivolto il Pd quando ha parlato di aver fatto “cose buone” citando un Pil in crescita e un rapporto debito/Pil leggermente in discesa? A nessuno. Perché perdere le elezioni il 4 marzo, dopo aver fatto a suo dire “cose buone”, è un’aggravante e non una scusante, perché significa che si è perso sul campo più importante, cioè quello della rappresentanza politica.

Dall’inizio dell’esperienza repubblicana tutte le forze politiche, sia di destra che di sinistra, si sono contese l’egemonia della sovrastruttura statale mediando gli interessi economici di quella parte della popolazione che nella composizione sociale, se letta en marxiste, si pone tra la borghesia e il proletariato e che costituisce il cosiddetto ceto medio: impiegati privati e pubblici, liberi professionisti, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, artigiani e commercianti. Per lungo tempo visto a sinistra come l’arma, niente affatto scarica, che la borghesia puntava contro il proletariato per tenere in mano l’equilibrio della distribuzione del reddito in una economia capitalistica, il ceto medio ha approssimato il suo credo politico agli ideali della classe sociale che mostrava di essere la migliore rappresentante dei suoi interessi, condividendo quindi per lungo tempo con la borghesia le aspettative di benessere economico e la coscienza d’elevazione sociale e culturale, sia pure subendo, come il proletariato, lo stato di sottomissione agli stessi rapporti di lavoro coercitivi validi in un mercato concorrenziale.

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Il governo e il gioco dell’Oca

di Militant

il gioco dellocaE così, alla fine, si ritorna al punto di partenza, con la giostra della politique politicienne che in poche ore ha fatto l’intero giro per tornare dov’era partita, impossibilitata a trovare una via d’uscita da quel “bipopulismo imperfetto” fotografato dalle elezioni del 4 marzo. Ogni attore in commedia potrà finalmente ricominciare a recitare la sua parte laddove l’aveva lasciata: la Lega e i Cinque Stelle potranno tornare a promettere mari e monti facendo i conti senza l’oste di Bruxelles, il Pd potrà riprendere la faida interna che dovrebbe portare alla nascita del nuovo partito à la Macron, Forza Italia potrà continuare lentamente ad estinguersi nella speranza che Berlusconi prima o poi resusciti e la sinistra-sinistra potrà ricominciare ad inveire sui social contro “il governo più di destra dalla caduta del regime fascista” cercando così di esorcizzare la sua scomparsa dalla società reale. 

E’ difficile dire cosa abbia determinato la ricomposizione di un quadro istituzionale che solo poche ore fa sembrava avviato a nuove elezioni, ed altrettanto difficile capire chi, con la composizione dell’esecutivo che verrà ufficializzato oggi, abbia portato a casa se non “il risultato”, quantomeno un risultato. Almeno a prima vista Mattarella sembrerebbe riuscito a non perdere completamente la faccia, ottenendo almeno lo spostamento di Savona dal ministero dell’Economia a quello dei rapporti con l’Ue, ma la sensazione però è che si tratta di un palliativo. Se si fosse andati davvero alle elezioni il presidente della Repubblica (per conto dell’unione Europea) si sarebbe trovato con ogni probabilità di fronte ad uno scenario ancora peggiore di quello attuale, con il polo populista che avrebbe fatto il pieno di voti sull’onda del veto della Ue ed il fronte europeista ancora più a pezzi di come si ritrova oggi.

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mondocane

Populisti ante portas, globalisti nel panico

UE verso il bio-tecno-fascismo

di Fulvio Grimaldi

...e poi dicono che sono i russi a interferire nelle elezioni 

sacrifici 1Ci si può illudere e nascondere dietro la formula della “crisi sistemica” del capitalismo, prodromo dell’inesorabile quanto follemente deterministica palingenesi dell’umanità. Ci si può consolare con la visione di un tagliateste (Cottarelli) senza maggioranza che poco avrebbe potuto fare prima che nuove elezioni oppongano al golpe morbido un contraltare elettorale dell’80%. Qualcuno ripiegherà verso il “meno peggio”, inteso come superamento del pericolo mortale “fascioleghista e populista”. Lo scambio tra carnefice e vittima (organico ai nostri tempi) gli consente di convivere con il faux pas mattarelliano per cui la poco istituzionale giustificazione adotta per l’annientamento di una maggioranza di governo, espressa dalla sovranità popolare sancita dalla costituzione, sarebbe “l’irritazione dei mercati”. Quelli che, a loro amici, secondo gli eurofeudatari tedeschi dovrebbero insegnare agli italiani a votarsi contro. E guai a irritare Giove. Per placarlo tocca sgozzare qualcuno sull’ara, fossero anche 17 milioni di elettori. E’ la ciambella di salvataggio che lanciano all’uomo di Castellamare del Golfo (ministro della Difesa che bombardò Belgrado) i progressisti delle varie squalificazioni: dai “comunisti “ sorosiani del manifesto, ai Liberi e Uguali sottopancia del PD, ai benemeriti Cia di tutta quanta la democratica stampa coloniale.

 

No Tap e capisci tutto

Era domenica sera a Melendugno, cittadina a cui il gasdotto mafio-amerikano TAP vorrebbe squarciare San Foca, la più bella spiaggia del Salento, prima di sradicare, in combutta con un falso batterio ulivicida, migliaia di ulivi, ossa, pelle e anima della Puglia, per risalire la penisola lungo la faglia sismica che ha raso al suolo il Centroitalia e sistemare miliardi di tonnellate di gas sottoterra nella bassa padana, in una concentrazione demenziale di stoccaggi, a sollecitazione di altre potenzialità sismiche. Gas che serve al Nordeuropa (noi ne siamo saturi) e ai vari tangentari lungo il percorso dall’Azerbaijan.

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