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senso comune

La secessione dei ricchi e la questione nazionale

di Raffaele Cimmino

07 01 2019 01 1 1122x561 1Il 15 febbraio prossimo rappresenta la dead line oltre la quale, se le cose andassero come auspicano i governatori di tre regioni – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – ci sarà il voto al Senato, a favore o contro ma senza possibilità di emendamenti, sul regionalismo differenziato. Si tratta di un percorso iniziato coi i referendum consultivi sull’autonomia svoltisi in Lombardia e Veneto il 22 ottobre 2017. Le due consultazioni sull’attribuzione di condizioni particolari di autonomia con l’attribuzione delle risorse necessarie hanno avuto esito positivo. L’Assemblea regionale dell’Emilia Romagina, il 3 ottobre 2017, ha invece approvato una risoluzione per l’avvio del procedimento finalizzato alla sottoscrizione dell’intesa con il Governo richiesta dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

Il regionalismo differenziato è arrivato al traguardo con il governo Conte ma è una pratica istruita dal governo Gentiloni, che, pochi giorni prima delle elezioni del 4 marzo, tramite il sottosegretario Gianclaudio Bressa, ha sottoscritto una preintesa con ognuna delle tre regioni. Largamente simili, questi accordi prevedono all’art. 2 una durata decennale. Saranno immodificabili per dieci anni se non vi sarà il consenso a modificarli della regione interessata.

La devoluzione alle regioni riguarda le 23 materie previste dal terzo comma dell’art. 117, tra cui: politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali e con l’Unione Europea.Le preintese stabiliscono all’articolo 4 che le relative risorse andranno determinate da un’apposita Commissione paritetica Stato-Regione sulla base “di fabbisogni standard superando la spesa storica, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi”. Stabiliscono anche, senza meglio specificare, che “Stato e Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, potranno determinare congiuntamente modalità per assegnare, anche mediante forme di crediti d’imposta, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese”.

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La resistibile ascesa del secondo Matteo

di Leonardo Mazzei

image 5Il 30 maggio 2014, cinque giorni dopo il suo grande successo alle europee, scrissi un articolo all'epoca controcorrente: «La resistibile ascesa di Matteo Renzi». Pare passata un'era geologica, ed invece non sono neppure cinque anni... Al tempo i più gli pronosticavano un ventennio al potere, oggi sappiamo tutti com'è andata.

Adesso c'è un altro Matteo. Non ha ancora i voti, ma solo sondaggi. Eppure son quasi tutti convinti che abbia anche lui un ventennio davanti. Non s'offendano costoro, ma chi scrive queste righe non lo crede neanche un po'.

Grandi le differenze tra il primo e il secondo Matteo. Il primo amato dalle èlite, il secondo no; il primo alla guida di un partito eurista, il secondo alla testa di una forza passata (pur contraddittoriamente) dal localismo al nazionalismo. Capo di un governo quasi monocolore il primo, ministro dell'Interno di un governo di coalizione il secondo. E potremmo continuare.

Assai diverso anche il contesto. Nel 2014 la riscossa delle èlite sembrava ancora possibile, ma solo con qualche invenzione simil-populista. Da qui il passaggio dal grigio pisano Letta al pirotecnico fiorentino Renzi. Oggi la partita si è spostata nel campo populista, nel quale il progressivo prevalere della sua ala destra sembra ai più inarrestabile. Ma è davvero così?

Non lo penso affatto. La crisi italiana è tutt'altro che risolta, ed il Salvini non ha proprio la stoffa del leader - dello "statista" neanche a parlarne - necessaria ad affrontare le prossime tempeste. Ha la forza ed il consenso dell'uomo odiato dalle èlite, ma non pare avere un briciolo di strategia che vada oltre il prossimo appuntamento elettorale.

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linterferenza

Reddito di cittadinanza

Dalle mirabolanti promesse al varo di un sussidio “bifronte”

di Norberto Fragiacomo

sondaggio prima tivvuAccingendomi alla stesura di questa nota, sfoglio con la sinistra il testo del “Decreto legge disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni[1]” nella sua versione (mi auguro!) «definitiva»[2]. Parlare di definitività a proposito di un Decreto legge, fonte provvisoria per natura, è senz’altro inappropriato, ma fra i lasciti del renzismo annoveriamo il proliferare di bozze testuali che si inseguono e si sovrappongono, complicando la vita già di per sé dura dell’interprete, alle prese con norme scritte sempre peggio e raramente intelligibili: l’istituto oggetto d’analisi dovrebbe comunque avere oramai acquisito una sua precisa fisionomia, ed eventuali future modifiche sarebbero cosmesi normativa.

Un paio di settimane fa, su La7, il giornalista Massimo Giannini ha parlato, a proposito del provvedimento, di “cambio di paradigma”, riconoscendo ai pentastellati il merito di aver mantenuto le loro promesse elettorali (cosa che in Italia non è avvenuta praticamente mai nell’ultimo trentennio!). Pur nutrendo seri dubbi sul carattere più o meno rivoluzionario della misura non posso non apprezzare l’onestà intellettuale esibita da Giannini, che pochi emuli ha trovato a «sinistra»: per PD e affiliati il reddito è da buttare (lo stesso vale ovviamente per quota 100, cui nuoce a parer mio l’infelice formula «pensionamento anticipato» contenuta in premessa, che la qualifica come eccezione alla regola, restringendone anche sul piano lessicale la portata innovativa).

Intendiamoci: un socialista o un comunista avrebbero parecchio da ridire sulla filosofia che sta alla base della manovra, poiché essa prevede un sostegno statale che è benevola ma condizionata concessione ai bisognosi anziché riconoscere un pieno diritto al lavoro a cittadini in temporanea, incolpevole difficoltà – e tutti i richiami in premessa al «lavoro» non scalfiscono l’impressione che il reddito sia in fondo un paternalistico aiuto dall’alto.

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Le critiche, la nostra risposta

di Redazione

L'articolo di Piemme sul "decretone" del governo ha suscitato diversi commenti critici, proviamo a rispondere come redazione

eventuale governo pentastellato Le critiche che ci vengono rivolte sono fondamentalmente due. La prima riguarda il giudizio sulle due misure prese, "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc). La seconda, più politica, è una critica al "sostegno critico" al governo gialloverde ad 8 mesi dalla sua nascita.

Sul primo punto — "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc) — bisognerebbe innanzitutto distinguere tra la critica alle misure del governo e quella al nostro giudizio politico su di esse. I commentatori tendono a non operare questa distinzione, ma in ogni caso la sostanza delle critiche è chiara: "il Rdc così come uscito nel decreto è solo un intervento caritatevole ed assistenziale di cui pochi usufruiranno". Esso andrebbe perciò respinto sia per la sua inadeguatezza, sia per la sua natura liberista.

Si tratta di una critica fondata, che ha dalla sua diversi argomenti, fatta da persone (anche se talvolta anonime) che sappiamo non essere animate da visioni pregiudiziali, che arriva tuttavia a conclusioni politiche che consideriamo errate.

Entriamo dunque nel merito, notando però una curiosità, forse rivelatrice assai. Tutte le critiche sono rivolte al Rdc, nessuna a "quota 100". Ora, siccome non pensiamo che i commentatori siano dei leghisti, il problema sta probabilmente altrove. Dove, ci arriveremo con il ragionamento.

Ha scritto Piemme nell'articolo contestato:

«Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio».

Sembrerà strano, ma se diciamo "profondi limiti" intendiamo profondi limiti.

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intellettuale collettivo

Il caso Battisti e la guerra civile degli anni '70

di Alessandro Pascale

Battisti processoLa cattura di Cesare Battisti riapre una pagina torbida e ancora misconosciuta del nostro Paese, quella degli anni ’70, definiti “gli anni di piombo”. Il Totalitarismo liberale che ci governa ha già messo in campo tutte le sue armi per distogliere l’opinione pubblica dai fallimenti dell’attuale Governo in carica e utilizzare strumentalmente il caso per dare la propria versione della Storia. La retorica populista si salda strettamente con il perbenismo borghese e democristiano su cui si è chiusa la Prima Repubblica e costruita la Seconda. Cesare Battisti non è che un pretesto per riattizzare l’odio verso il grande nemico storico: il comunismo. Poco importa che Battisti sia stato o meno genuinamente comunista. Indifferente è il fatto che non sia rappresentativo del marxismo, da lui e da altri “terroristi rossi” ampiamente frainteso. Battisti è stato elevato dalla borghesia a simbolo del comunismo e del peggio offerto in tal senso dalla sinistra degli anni ’70. Mentre Parigi brucia da settimane e l’Occidente si avvia da anni lentamente al suo declino, l’obiettivo vero è rinfocolare l’immagine sempre più sbiadita del fallimento di ogni alternativa al sistema presente. Il rimedio proposto è scontato: ravvivare un’identità “democratica” fondata sulla legalità, sulla pace sociale, sull’odio razziale e sull’associazione al terrorismo per chiunque metta in discussione il regime sociale vigente: il capitalismo.

Il caso Battisti diventa così un passo ulteriore per bombardare il popolo con una nuova ondata di revisionismo storico, marcando chiaramente i colpevoli dei peggiori epiteti: assassini, terroristi, violenti, comunisti, fanatici, rivoluzionari, pazzi, ecc. Al gioco delle armi di distrazioni di massa vince chi offre di più nella sagra delle semplificazioni.

I borghesi l’hanno chiamato “terrorismo rosso” perché banalmente hanno vinto loro, e hanno potuto imporre tale etichetta con la complicità dell’intero ordine “democratico”, compresi quei comunisti che avevano scelto la strada della via democratica al socialismo, illudendosi che il sistema potesse cambiare con le urne.

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ilpedante

Un patto per Paderno Dugnano

di Il Pedante

ondegravFa scalpore in questi giorni la firma apposta da Beppe Grillo accanto a quella dell'ex premier Matteo Renzi in calce a un «patto trasversale per la scienza», promosso dai professori Guido Silvestri e Roberto Burioni. Già. Perché, in effetti, la scienza e l'antiscienza sono un grave problema nel nostro Paese, almeno tanto quanto lo era il traffico nella Palermo di Johnny Stecchino. L'iniziativa non serve insomma a nulla e quindi, per la legge ormai nota, se non serve a nulla serve a qualcos'altro. E non ci vogliono grandi esegesi per capire che qui si dice la scienza per dire le vaccinazioni, un po' come si direbbe l'universo per dire Paderno Dugnano. Perché oggi usa così: per riscattarsi dalla miseria semantica la si prende larghissima e si tirano in mezzo gli archetipi eterni. Si scomodano i venti cosmici per parlare di peti.

La falsa sineddoche ce la spiega Beppe quando fa un esempio di pregiudizio antiscientifico contro cui si dovrebbe lottare: quello «relativamente ad un certo vaccino o modalità di vaccinazione della popolazione». Uno a caso, naturalmente. Come deve essere un caso che tra le centinaia di migliaia di chimici, fisici, astronomi, medici, matematici, geologi, biologi, etologi, agronomi, paleontologi, filologi e altri scienziati che danno lustro al nostro Paese, il patto sia stato partorito da tale Roberto Burioni, omonimo di quel signore che lotta per «i vaccini» come si lottava nel secolo XII per la conversione dei Mori, e da Guido Silvestri, accreditato come consulente del Movimento 5 Stelle in tema di vaccinazioni e ricercatore negli USA per lo sviluppo di un vaccino anti HIV.

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sinistra

Vicoli ciechi e cambiamenti storici

di Eros Barone

edgar degas distanz grace i49812La grande verità della nostra epoca (conoscerla non è ancora tutto, ma senza conoscerla non potrà mai trovarsi nessun’altra verità di una qualche importanza) è che il nostro continente sprofonda nella barbarie poiché i rapporti di proprietà sono vincolati con la violenza ai mezzi di produzione.

Bertolt Brecht

1. Un governo reazionario senza opposizione

Come ho avuto modo di rilevare in un articolo precedente,1 a mano a mano che la crisi politica della borghesia italiana si va intrecciando con il destino dell’attuale governo, acquista una crescente plausibilità, come criterio interpretativo, la nozione gramsciana di crisi organica delle classi dominanti italiane.2 Dal punto di vista oggettivo, il destino del governo Salvini-Di Maio è, peraltro, inestricabilmente connesso con gli irrisolti problemi economici del paese e con le principali questioni della nostra società (quella operaia, quella meridionale, quella industriale, quella scolastica, quella vaticana ecc.). Questioni che una coalizione divisa su tutto, tranne che sulla necessità di aggredire i migranti e gli operai in lotta, non potrà mai né impostare né tanto meno risolvere.

Ma va anche detto che il governo non ha un’opposizione che lo contrasti o lo condizioni in qualche modo, data l’irrilevanza politica di Leu e il disfacimento progressivo del Pd. Così, dopo aver abborracciato una finanziaria clientelare e averla imposta al parlamento senza alcun dibattito per via della ‘trattativa a perdere’ sul livello del deficit condotta con i burocrati della Commissione Europea, non senza un notevole scialo di sorrisi emorroidari a uso e consumo del pubblico dei ‘mass media’, dal presidente del consiglio, Conte, e dal ministro dell’economia e delle finanze, Tria, l’esecutivo adesso arranca, lacerato da divergenze profonde ma non insanabili, stante l’inconsistenza dell’opposizione nel parlamento e il vasto consenso di cui esso gode nel paese.

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I gilet gialli, Toni Negri... e Lenin

di Moreno Pasquinelli

toni negri gilet gialliNella sua grandezza il moderno movimento rivoluzionario italiano ha conosciuto diverse iatture, prima tra tutte quella di essere sorto sotto la cattiva stella di un ribellismo anarcoide, tanto valoroso quanto impotente dal punto di vista politico —id est: incapace di costruire egemonia in vista della conquista del potere statale. Il bordighismo, sotto il cui stemma il partito comunista nacque nel 1921, si presentò come la cura per guarire il movimento dal suo congenito sovversivismo confusionario. Il suo dottrinarismo, dogmatico e paralizzante, come terapia, fu peggiore della malattia. Ed infatti, il bordighismo, miseramente fallì. Negli anni '60 del secolo scorso, dopo quattro lustri di indiscussa egemonia togliattiana, la originaria matrice ribellistica, ora impastata, e non a caso, col vecchio mito sindacalista dei "produttori", risorse sotto le eleganti fattezze dello "operaismo". Di lì venne, nel "decennio memorabile dei '70", la cosiddetta "autonomia operaia" che fu il principale vettore della sovversione sociale, una splendente supernova che quasi tutti travolse nel suo collasso destinale.

 

Cantonate strategiche

Ecco, Toni Negri, cultura grande e mente perspicace, è stato l'esponente di punta della "autonomia operaia" (per questo ingiustamente perseguitato dal potere), e dopo della "autonomia post-operaia" (per questo apprezzato dal potere). Non è qui il luogo per ripercorrere la sua, al contempo, pirotecnica ma, a ben vedere, invariante evoluzione teorico-politica.

Vale ricordare, proprio per capire cosa egli ha scritto del movimento francese dei Gilet Gialli, la sua pornografica infatuazione per l'euro e l'Unione europea ... come "terreno di lotta" — vedi QUI, QUI e QUI — per finire con la supercazzola pronunciata alle porte delle decisive elezioni del 4 marzo scorso:

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illatocattivo

Il demos, il Duce e la crisi

ovvero

Del «pericolo fascista» come diversivo per un golpe annunciato

di Il Lato Cattivo

ilc1119«Non siamo mai completamente contemporanei del nostro presente. La storia avanza coperta da una maschera: entra in scena con la maschera della scena precedente e già non capiamo più niente del dramma. Ogni volta che il sipario si alza bisogna riannodare i fili della trama. La colpa, naturalmente, non è della storia, ma del nostro sguardo, carico di ricordi e di immagini apprese.» (Régis Debray)

Pietà! Non se ne può più di tutto questo blaterare di fascismo e di fantomatici come-back del fascismo. A vedere tutti questi leccaculo vecchi e nuovi – gli Scalfari e i Mughini, le Murgia e le Fornero – agitarsi come isterici su giornali e televisioni, viene quasi voglia di difenderlo, questo dannato governo gialloverde! Ma questi sinceri democratici dove hanno vissuto, di grazia, negli ultimi vent'anni? Si sono forse scandalizzati quando la Troika otteneva la resa incondizionata di Syriza, stracciando contestualmente il risultato del referendum contro il piano di salvataggio? Hanno forse detto «bao» quando il generale Sisi e i suoi compari mettevano fine, con l'implicito benestare del FMI, all'unico governo democraticamente eletto nella storia dell'Egitto? Si sono forse indispettiti quando il duetto fra Unione Europea e spread faceva cadere l'ultimo governo Berlusconi, uscito comunque dalle urne, per sostituirlo con quello dei tecnici capitanati dal signor Monti, che non era stato eletto da nessuno? Tre autentici putsch che, come si vede, si fanno sempre più sovente in guanti di velluto, e quand'anche siano accompagnati da spargimenti di sangue (vedi in Egitto) sono attuati con le migliori intenzioni democratiche. Dopo la «guerra umanitaria» e altri ossimori dal retrogusto orwelliano, dovremo prendere atto dell'esistenza di un altro sorprendente ibrido: il golpe democratico. Così va il mondo: i governi si mantengono o cadono a seconda della solerzia con cui onorano i diktat del capitale mondiale. Diceva un tale che ci sono molti modi per uccidere un uomo. Lo stesso vale per i governi.

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rinascita

La pericolosa illusione della moneta fiscale (e complementare)

di Mario Giambelli

moneta543Da qualche tempo alcuni economisti e/o professionisti che si qualificano esperti in economia, finanza, fiscalità, sovranità e moneta propongono, per correggere le disfunzioni dell’Eurosistema, l’introduzione, in forma gratuita ed aggiuntiva, della c.d. “moneta fiscale” [qualunque titolo che lo Stato si impegna ad accettare per l’adempimento di obbligazioni fiscali (tasse, imposte, contributi ai sistemi sanitari e pensionistici pubblici, eccetera), cioè di titoli finanziari che diano diritto a conseguire, dopo un certo numero di anni dalla loro introduzione, sconti fiscali].

Un diritto di riduzione degli importi dovuti a titolo di imposte (quindi un diritto a beneficiare di uno sconto fiscale) metterebbe in atto un’azione di stimolo della domanda aggregata, intervenendo sulle sue varie componenti e rilanciando contemporaneamente consumi privati, spesa sociale e investimenti. Tanto più la manovra venisse indirizzata verso soggetti con alta propensione e necessità di spesa, tanto più elevato sarebbe l’impatto sulla domanda aggregata.

Chi ricevesse Moneta Fiscale beneficerebbe di un immediato incremento della sua capacità di spesa, la rivolgerebbe all’acquisto di beni e servizi, e riavvierebbe produzione e occupazione. L’introduzione della Moneta Fiscale restituirebbe alle economie nazionali le leve d’azione perse con il passaggio alla moneta unica, senza peraltro compromettere (anzi, consentendo di raggiungere) l’obiettivo di stabilizzare in valore le passività statali da rimborsare in euro, e di ridurle costantemente rispetto al PIL.

La Moneta Fiscale sarebbe quindi la soluzione per dare stabilità ed efficienza all’Eurosistema e per risolvere il problema degli altissimi, inaccettabili, livelli di disoccupazione nell’Europa mediterranea. E tutto questo senza chiedere agli stati dell’ex area marco (Germania ma anche Austria e Olanda) neanche un centesimo di trasferimenti fiscali (soluzione alternativa che costerebbe a questi ultimi paesi il 5% del PIL indefinitamente).

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Accendiamo una luce sul TAV Torino-Lione?

di Aldo Zanchetta

scontri no tav 21 luglio 2012Cosa sanno gli italiani del Treno Alta Velocità Torino-Lione? Ah no, scusate, del “treno trasporto ad alta intensità di merci” Torino–Lione?

Come, non lo sapevate che è questa in realtà la natura del progetto. L’alta velocità (di trasporto passeggeri) è servita a eccitare la fantasia di quegli italiani, tanti sia destra che a sinistra, ammaliati dal mito del Progresso e dello Sviluppo. Alta intensità di trasporto merci che richiede binari diversi, atti a sopportare grandi carichi, rispetto a quelli per l’alta velocità dei treni passeggeri. Due cose fra loro incompatibili sullo stesso binario.

Ho scritto “progetto” e non “realizzazione in corso”. Anche qui l’informazione corrente ha confuso le idee. Sospendere un “progetto” è ben diverso, dal punto di vista finanziario, che sospendere dei lavori in corso, specie se già avanzati. A parte una serie di lavori accessori, fra i quali il tunnel geognostico di Chiomonte (6 mt di diametro e 7 km di lunghezza; sul significato di questa parola oscura tornerò), nessuna opera di scavo del tunnel è stata fino ad oggi appaltata (sta per esserlo, però) e quindi in caso di cancellazione non c’è nessuna penale da pagare, a nessuno, né alle imprese, né alla controparte francese, solo 500 milioni di euri all’Unione Europea, nulla rispetto ai tanti miliardi per la realizzazione di un progetto inutile, che verrebbero gettati al vento (o meglio, in conti correnti bancari ben precisi).

Inutile trasportare le merci? Ma lo sviluppo, il PIL? Allora iniziamo a vedere meglio le cose.

L’idea di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione nacque all’inizio degli anni ’90 del secolo passato nei salotti di casa Agnelli, i grandi patron di Torino. Cioè quasi trent’anni or sono. Coi tempi che corrono 30 anni sono un’eternità. Si prevedeva un ingente aumento di traffico merci con la Francia per cui la linea ferroviaria esistente sarebbe stata presto saturata (ma nessuno ha mai visto le carte su cui era basata la previsione: solo discorsi, non studi circostanziati).

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Gli investimenti pubblici e il "Partito del Pil" 

di Leonardo Mazzei

GrandiLavori3Dopo le buffonate di Confindustria e soci, è possibile discutere seriamente del piano straordinario di investimenti pubblici di cui ha bisogno l'Italia?

Per una strana congiunzione astrale, più esattamente per un'insolita congiuntura politica, sono tornati inopinatamente di moda gli investimenti pubblici. Peccato che tanti li vogliano solo su misura, ritagliati in base ai loro specifici interessi. Generalmente interessi economici, talvolta accompagnati da obiettivi strettamente politici.

Sta di fatto che, all'improvviso, tutti si son messi a parlare di investimenti. Bene, ma un po' d'ordine va fatto. Parla di investimenti il governo, anche se per ora ha messo in cantiere ben poco. Ma ne parlano pure le sfiatate opposizioni, tanto per dire che il governo non gli sta dando la giusta importanza. Parlano di investimenti gli eurofili d'ogni razza e tendenza, giusto per contrapporli a reddito di cittadinanza e "quota 100", sempre dimentichi però del fatto che gli investimenti pubblici son crollati proprio a causa dell'accettazione di quelle regole dell'ordoliberismo euro-germanico che tanto amano.

Nel nostro piccolo, vorremmo parlare di investimenti pure noi, ma per farlo in maniera adeguata dobbiamo prima mettere i puntini su parecchie "i".

Partiremo allora dal contesto politico, arrivando alle cose serie (il piano di investimenti da fare), solo dopo aver liquidato quelle non serie, rappresentate oggi dal pittoresco "Partito del Pil", una delle più disoneste congreghe messe in piedi dall'inizio del secolo, che pure di buffonate ne ha già proposte diverse.

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coniarerivolta

Le miserie della flat tax e gli strali dei liberisti

di coniarerivolta

ppiMentre il Governo inizia a calare le braghe sulla dimensione della manovra, proviamo in questo contributo a tenere alta l’attenzione sul contenuto della stessa, focalizzandoci sugli interventi previsti in materia fiscale.

Transitata nei meandri del convulso dibattito politico che ha preceduto la finanziaria di settembre, la cosiddetta flat tax, nome in codice propagandistico della riforma fiscale voluta dal governo, è infatti entrata nella Legge di bilancio in modo fortunatamente assai ridimensionato, depotenziando fortemente la sua stessa natura costitutiva. Al momento, data la transitorietà della stessa manovra finanziaria sottoposta ad una prima bocciatura dell’UE e quindi ad un iter di probabile modifica, non sappiamo se la riforma fiscale disegnata sarà davvero definitiva. Possiamo però limitarci a capirne la sostanza e a svelare, ancora una volta, la natura miserevole del dibattito che si è scatenato attorno a tale misura.

Dal mito dell’aliquota unica su tutti i redditi al 15% propagandato dalla Lega in campagna elettorale, si era al principio passati all’idea di una tassa duale con doppia aliquota al 15% fino a 75.000 euro e al 20% oltre tale soglia. Nella legge di bilancio, invece, appare una misura assai diversa, ovvero un’estensione del già esistente regime forfettario riservato ai redditi indipendenti (di lavoro autonomo o di impresa) dalla soglia di 30.000 di fatturato alla soglia di 65.000. Incerto, ma probabile, l’ampliamento del regime alla fascia da 65.000 a 100.000 euro con un’aliquota del 20% a partire però dal 2020. Insomma niente flat tax, ma una pallida flataxina o, meglio ancora, una mera modifica quantitativa del regime forfettario. Ma di cosa si tratta?

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roars

Non è l’ignoranza a generare diffidenza per la scienza, ma il burionismo

di Francesco Coniglione

sordi marchese 272787 2Nelle polemiche sulla scienza in Italia si sono contrapposte come figure paradigmatiche da una parte Barbara Lezzi, dall’altra Roberto Burioni; la prima come la rappresentante politica adeguata dell’ignoranza che alberga negli italiani in merito alle questioni scientifiche, il secondo come la sana e autorevole voce della scienza, che dovrebbe risvegliare dal sonno dogmatico gli italiani e distoglierli da insane idee antiscientifiche. Il presupposto di questa rappresentazione è che la scienza fa fatica a farsi strada a causa della indigenza culturale degli italiani che, educati a base di retorica e materie letterario-umanistiche, non riescono proprio a capire nulla di scienza; come si suol dire, proprio “non ce la fanno”, nonostante gli eroici sforzi di divulgazione degli Angela. E la terapia è semplice: massicce dosi di tecnologia, scienza, matematica, da somministrare nelle scuole e in ogni occasione.

Purtroppo questa rappresentazione è falsa, non tanto perché Burioni sia un cattivo scienziato o un ciarlatano (anzi non mettiamo in discussione la sua competenza e caratura scientifica), ma perché a monte di tale quadro v’è una carenza di riflessione sulle origini della diffidenza verso la scienza e sul modo in cui questa dovrebbe essere comunicata. E inoltre, non è affatto vero che sia una peculiarità italiana l’ignoranza scientifica e l’atteggiamento di rifiuto verso la scienza, essendo questo un problema che esiste da decenni e del quale si sono occupati i governi nazionali e gli organismi internazionali, sin dal momento in cui è stata impostata la Strategia di Lisbona (2000). Già in questa occasione era emersa la consapevolezza della necessità di riannodare i nessi che legano democrazia, pubblico e scienza, in quanto «l’immagine che gli europei hanno della scienza si è deteriorata rispetto al passato.

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contropiano2

“L’ho sempre saputo”

Un viaggio ai confini del tempo e della storia

di Vincenzo Morvillo

BalzeraniÈ in uso, tra i grandi giornalisti bellamente accomodati alla mensa del potere, recensire, con lodi sperticate, mediocri libercoli scritti da potenti politici, ricchi signori del mondo o importanti “intellettuali” di regime, dai quali ottenere, in comodato d’uso, il diritto di parola, subordinato alla vendita della propria coscienza, della propria dignità, della propria libertà.

Noi ci pregiamo, invece, di recensire, da queste pagine, L’ho sempre saputo – ultima fatica letteraria di Barbara Balzerani, edita da DeriveApprodi – e di accomodarci accanto a questa donna che, insieme ai suoi compagni delle Brigate Rosse, quei potenti, quei signori e quegli intellettuali – tutti pateticamente rinserrati nella celebrazione narcisistica del proprio Ego smisurato – ha fatto tremare, per oltre un decennio, mettendone a ferro e fuoco le ragioni e, con esse, il sistema di rapporti di produzione e conoscenza, su cui si fondava – e ahimè, purtroppo, continua a fondarsi – il loro arrogante privilegio di comando.

Una donna forte, caparbia, finanche dura, ma non certo priva di quella tenerezza di sguardo e predisposizione alla fratellanza – sociale, mai clericale – con i reietti ammassati nelle periferie delle megalopoli, con i deportati delle banlieue, con i plebei delle baraccopoli di tutti i Sud del pianeta, che ne hanno fatto, ieri, una guerrigliera comunista; oggi, una scrittrice dalla sensibilità lacerante e crudele, dal tratto realistico e magico, dallo stile scarno e spigoloso, seppur ricercato nell’uso di una parola dai profondi echi simbolici e di costrutti densi di coltissime risonanze; e dall’impronta inequivocabilmente marxista.

Fratellanza e tenerezza, dunque, si diceva, alimentate nel silenzio sofferto delle ingiustizie del mondo. Un mondo oppresso dal furore distruttivo del capitale e del profitto, e di cui a pagare dazio sono, da sempre, proprio i dannati della terra.