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coniarerivolta

Le miserie della flat tax e gli strali dei liberisti

di coniarerivolta

ppiMentre il Governo inizia a calare le braghe sulla dimensione della manovra, proviamo in questo contributo a tenere alta l’attenzione sul contenuto della stessa, focalizzandoci sugli interventi previsti in materia fiscale.

Transitata nei meandri del convulso dibattito politico che ha preceduto la finanziaria di settembre, la cosiddetta flat tax, nome in codice propagandistico della riforma fiscale voluta dal governo, è infatti entrata nella Legge di bilancio in modo fortunatamente assai ridimensionato, depotenziando fortemente la sua stessa natura costitutiva. Al momento, data la transitorietà della stessa manovra finanziaria sottoposta ad una prima bocciatura dell’UE e quindi ad un iter di probabile modifica, non sappiamo se la riforma fiscale disegnata sarà davvero definitiva. Possiamo però limitarci a capirne la sostanza e a svelare, ancora una volta, la natura miserevole del dibattito che si è scatenato attorno a tale misura.

Dal mito dell’aliquota unica su tutti i redditi al 15% propagandato dalla Lega in campagna elettorale, si era al principio passati all’idea di una tassa duale con doppia aliquota al 15% fino a 75.000 euro e al 20% oltre tale soglia. Nella legge di bilancio, invece, appare una misura assai diversa, ovvero un’estensione del già esistente regime forfettario riservato ai redditi indipendenti (di lavoro autonomo o di impresa) dalla soglia di 30.000 di fatturato alla soglia di 65.000. Incerto, ma probabile, l’ampliamento del regime alla fascia da 65.000 a 100.000 euro con un’aliquota del 20% a partire però dal 2020. Insomma niente flat tax, ma una pallida flataxina o, meglio ancora, una mera modifica quantitativa del regime forfettario. Ma di cosa si tratta?

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roars

Non è l’ignoranza a generare diffidenza per la scienza, ma il burionismo

di Francesco Coniglione

sordi marchese 272787 2Nelle polemiche sulla scienza in Italia si sono contrapposte come figure paradigmatiche da una parte Barbara Lezzi, dall’altra Roberto Burioni; la prima come la rappresentante politica adeguata dell’ignoranza che alberga negli italiani in merito alle questioni scientifiche, il secondo come la sana e autorevole voce della scienza, che dovrebbe risvegliare dal sonno dogmatico gli italiani e distoglierli da insane idee antiscientifiche. Il presupposto di questa rappresentazione è che la scienza fa fatica a farsi strada a causa della indigenza culturale degli italiani che, educati a base di retorica e materie letterario-umanistiche, non riescono proprio a capire nulla di scienza; come si suol dire, proprio “non ce la fanno”, nonostante gli eroici sforzi di divulgazione degli Angela. E la terapia è semplice: massicce dosi di tecnologia, scienza, matematica, da somministrare nelle scuole e in ogni occasione.

Purtroppo questa rappresentazione è falsa, non tanto perché Burioni sia un cattivo scienziato o un ciarlatano (anzi non mettiamo in discussione la sua competenza e caratura scientifica), ma perché a monte di tale quadro v’è una carenza di riflessione sulle origini della diffidenza verso la scienza e sul modo in cui questa dovrebbe essere comunicata. E inoltre, non è affatto vero che sia una peculiarità italiana l’ignoranza scientifica e l’atteggiamento di rifiuto verso la scienza, essendo questo un problema che esiste da decenni e del quale si sono occupati i governi nazionali e gli organismi internazionali, sin dal momento in cui è stata impostata la Strategia di Lisbona (2000). Già in questa occasione era emersa la consapevolezza della necessità di riannodare i nessi che legano democrazia, pubblico e scienza, in quanto «l’immagine che gli europei hanno della scienza si è deteriorata rispetto al passato.

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contropiano2

“L’ho sempre saputo”

Un viaggio ai confini del tempo e della storia

di Vincenzo Morvillo

BalzeraniÈ in uso, tra i grandi giornalisti bellamente accomodati alla mensa del potere, recensire, con lodi sperticate, mediocri libercoli scritti da potenti politici, ricchi signori del mondo o importanti “intellettuali” di regime, dai quali ottenere, in comodato d’uso, il diritto di parola, subordinato alla vendita della propria coscienza, della propria dignità, della propria libertà.

Noi ci pregiamo, invece, di recensire, da queste pagine, L’ho sempre saputo – ultima fatica letteraria di Barbara Balzerani, edita da DeriveApprodi – e di accomodarci accanto a questa donna che, insieme ai suoi compagni delle Brigate Rosse, quei potenti, quei signori e quegli intellettuali – tutti pateticamente rinserrati nella celebrazione narcisistica del proprio Ego smisurato – ha fatto tremare, per oltre un decennio, mettendone a ferro e fuoco le ragioni e, con esse, il sistema di rapporti di produzione e conoscenza, su cui si fondava – e ahimè, purtroppo, continua a fondarsi – il loro arrogante privilegio di comando.

Una donna forte, caparbia, finanche dura, ma non certo priva di quella tenerezza di sguardo e predisposizione alla fratellanza – sociale, mai clericale – con i reietti ammassati nelle periferie delle megalopoli, con i deportati delle banlieue, con i plebei delle baraccopoli di tutti i Sud del pianeta, che ne hanno fatto, ieri, una guerrigliera comunista; oggi, una scrittrice dalla sensibilità lacerante e crudele, dal tratto realistico e magico, dallo stile scarno e spigoloso, seppur ricercato nell’uso di una parola dai profondi echi simbolici e di costrutti densi di coltissime risonanze; e dall’impronta inequivocabilmente marxista.

Fratellanza e tenerezza, dunque, si diceva, alimentate nel silenzio sofferto delle ingiustizie del mondo. Un mondo oppresso dal furore distruttivo del capitale e del profitto, e di cui a pagare dazio sono, da sempre, proprio i dannati della terra.

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sollevazione2

Vaccini: la scienza, la morale, la legge

di Ivan Cavicchi

Appena uscito il libro degli amici Il Pedante e Pier Paolo Dal MonteIMMUNITÀ DI LEGGE. I vaccini obbligatori tra scienza al governo e governo della scienza — ha ricevuto tanto successo quanto suscitato polemiche.

Walter Ricciardi — uno dei grandi sacerdoti della "scienza che non è democratica", nonché paladino dell'obbligo vaccinale, nonché sodale di Roberto Burioni, nonché Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità —, ha chiesto una punizione pubblica esemplare per Giancarlo Pizza, presidente dell'Ordine dei medici di Bologna, colpevole di aver scritto la prefazione al libro IMMUNITÀ DI LEGGE.

E la caccia all'untore si è scatenata....

untorePochi giorni fa il professor Ricciardi, presidente dell’istituto superiore di sanità (Iss) ha inviato una lettera al direttore di questo giornale (Qs 10 ottobre 2018), a mio parere, tanto assurda quanto inquietante, ma nello stesso tempo agli occhi dell’ermeneuta un “iper testo” di grande interesse fenomenologico

La lettera rivolge al dottor Giancarlo Pizza, presidente dell’ordine dei medici di Bologna, una accusa infamante per un medico ippocratico, da paragonare a quella che, a partire dall’ XI secolo per arrivare al XVI, sarebbe equivalsa ad una eresia, e ne chiede le dimissioni, cioè una punizione pubblica esemplare che, riferita allo stesso periodo storico, potrebbe essere l’equivalente del rogo, della decapitazione o dell’impalamento.

 

La lettera e l’accusa

La lettera del professor Ricciardi ritiene un grave reato che, un medico, presidente di ordine, scriva una prefazione ad un libro che critica le cattive politiche e le tendenze oscurantiste sui vaccini del precedente governo. Il titolo “immunità di legge” e il sottotitolo “tra scienza al governo e governo della scienza” chiarisce che non si tratta di un libro no vax.

L’accusa è interessante, soprattutto da un punto di vista logico, infatti essa non è, null’altro, che un sillogismo fondato su una arbitraria quanto intransigente regola transitiva, quella meccanica tipica che è, nello stesso tempo, alla base del pregiudizio e di certi processi sommari:

- siccome…il dottor Pizza ha firmato una prefazione ad un libro critico non nei confronti dell’obbligo vaccinale, attenzione, ma nei confronti delle convinzioni personali per quanto scientifiche del professor Ricciardi che considera l’obbligo vaccinale una strategia profilattica fondamentale…,

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jacobin

Cottarelli, il fascino discreto dell’austerità

di Marta Fana e Lorenzo Zamponi

Ogni domenica appare in prima serata su Raiuno, affabilmente intervistato da Fabio Fazio. Incarna il mito conservatore del "tecnico" che riduce l'economia ad equilibrio dei conti pubblici

Cottarelli 990x361Appare ogni domenica sera, in prima serata, su Raiuno. Affabilmente intervistato dall’ingenuo e sornione Fabio Fazio, mostra tabelle, elenca voci di spesa, snocciola dati. Carlo Cottarelli è diventato ormai una presenza fissa sull’ammiraglia della tv pubblica. Recita il suo Angelus finanziario poche ore dopo quello di papa Francesco, segnando la fine del weekend e il ritorno alle preoccupazioni della quotidianità feriale. “L’economia in prime time non si pensava potesse essere un argomento – ha esordito Fazio domenica 21 ottobre – invece si sta comprendendo quanto sia vitale nella vita di ciascuno di noi”. Un progetto didattico, quindi, di informazione scientifica, con l’idea di fare dell’ex commissario della spending review una specie di Piero Angela dell’economia. Una scelta non casuale e rivelatoria. La promozione di Cottarelli a divulgatore economico per eccellenza della tv di stato, voce neutra e autorevole, in quanto “tecnica”, della scienza che governa le vite di tutti, ci dice parecchio sull’idea di economia che domina il dibattito pubblico, sull’ossessione diffusa per i conti pubblici e il rigore di bilancio e sulla completa rimozione di dettagli come lavoro, produzione, moneta, e lo stesso mercato dall’idea di economia pubblicamente discussa in Italia.

 

L’uomo dei conti

Chi è Carlo Cottarelli e come è arrivato a occupare lo spazio tra Flavio Insinna e Luciana Littizzetto nella domenica sera degli italiani? Laurea a Siena, master alla London School of Economics, incarichi tra la Banca d’Italia e l’Eni, poi nel 1988, giovanissimo, vola a Washington, dove inizia una lunga e fortunata carriera al Fondo Monetario Internazionale, l’istituzione protagonista dei famosi “programmi di aggiustamento strutturale” nel sud del mondo, e più recentemente dell’imposizione di misure di austerità senza precedenti alla Grecia.

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noirestiamo

Il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza alla luce della fase politica

Tra DEF, commissione Europea e propaganda

di Noi Restiamo

Matteo Salvini decreto sicurezza migrantiIl decreto-legge 113 del 2018, meglio noto come decreto Salvini, è diventato uno dei nodi centrali del dibattito politico nell’ultimo mese e mezzo. Per la Lega, oltre che per il social media manager di Matteo Salvini, è diventato un baluardo identitario estremamente importante attorno a cui continuare ad agglomerare sostegno e costruire consenso elettorale – anche a fronte delle difficoltà di reperire coperture finanziare alla flat tax nella legge di stabilità, un altro dei temi agitati con più forza in campagna elettorale e che aveva perso terreno nel discorso pubblico in termini di credibilità. La sua natura liberticida, razzista e repressiva merita ai nostri occhi un approfondimento che sia in grado di dare una lettura politica a quegli aspetti che sembrano più “neutralmente” tecnici.

Purtroppo, molte volte si è avuto prova del fatto che la politica non è attenta alla tenuta costituzionale delle leggi ma al mantenimento dello status quo, che siano poltrone, come per i grillini, o che sia la ben più pesante tenuta della compatibilità europea, come è stato per Mattarella.

L’insussistenza dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza per l’emanazione di un decreto-legge (ex art. 77 Cost.) – format di produzione normativa che spesso è servito ad aggirare le lungaggini e i rischi di rallentamento che caratterizzano i lavori parlamentari –;

l’eliminazione del permesso di soggiorno umanitario, senza introdurre istituti che coprano completamente lo spazio lasciato vuoto, che comporta un peggioramento delle condizioni di vita dei titolari dei nuovi permessi speciali, limitando la possibilità di accedere al Servizio Sanitario Nazionale (ledendo il diritto alla salute, art. 32 Cost.) ed, essendo notevolmente più brevi (invece che i vecchi 2 anni, ora saranno di 6 mesi o massimo 1 anno), ostacolando l’accesso alle prestazioni di assistenza sociale o agli alloggi di edilizia residenziale pubblica1;

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ilpedante

Il cadavere nel pozzo

di Il Pedante

16004Restando sul tema che ha motivato la sospensione di questo blog, ho seguito con interesse le risposte date dall'onorevole Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato, al pubblico di una trasmissione locale andata in onda il 26 ottobre scorso a proposito del disegno di legge n. 770, che porta la sua firma. Il DDL, che si candida a sostituire la legge Lorenzin in tema di vaccinazioni obbligatorie e il cui testo è oggetto di audizioni in Senato in questi giorni, è già stato qui criticato in quanto, collocandosi in perfetta continuità con la norma varata dal governo precedente, ne moltiplica i difetti e ne amplia la forza sanzionatoria, la portata, i destinatari.

Ai lettori - fortunatamente pochi - che ancora si interrogano su quanto sia giustificata l'attenzione ormai quasi esclusiva che dedico al nuovo obbligo vaccinale, dovrebbe bastare il fatto che in tutta la storia d'Italia - inclusa, quindi, quella caratterizzata da ondate epidemiche oggi sconosciute - non si era mai assistito a un'imposizione farmaceutica di massa di queste proporzioni e alla collegata limitazione dei più elementari diritti sociali. Come è logico aspettarsi, la riduzione dei casi di malattie infettive si era invece accompagnata, fino all'anno scorso, a un progressivo allentamento dei già blandi obblighi di vaccinazione senza peraltro incidere negativamente sulle coperture. O dovrebbe ancora prima bastare l'altrettanto inaudita pressione ricattatoria esercitata sui professionisti della sanità che - lo ripetiamo: per la prima volta nella storia nazionale - devono oggi temere provvedimenti disciplinari qualora, in scienza e coscienza, fornissero ai propri assistiti il «consiglio di non vaccinarsi». Ho descritto gli intuibili effetti che questa militarizzazione del personale sanitario sta producendo sull'indipendenza dei medici e quindi sulla fiducia dei pazienti - e quindi sulla loro salute - nel libro Immunità di legge.

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mondocane

Drago buono, san Giorgio no buono

In margine ai travagli di Travaglio, Di Maio, Draghi…

di Fulvio Grimaldi

paolo uccello 001 san giorgio e il drago 1460Ampia fiducia, massimo rispetto… ma decchè?

Li conoscete, questi mantra, vero? Che uno si senta inquisito a torto o a ragione, non c’è verso che non dichiari urbi et orbi “Ampia fiducia nella magistratura”. Che è, un po’, una captatio benevolentiae di chi dovrà processarlo e, molto, tentativo di accreditarsi all’opinione pubblica illibato al 100%. Dai sodali del dichiarante ciò provocherà plauso commosso, dai suoi avversari ghignante spernacchiamento. Personalmente, per quanto avrei ben donde di dichiararmi fiducioso nella magistratura, visto che l’ho scampata indenne da ben 150 procedimenti per reati di stampa (diffamazioni, apologia di reato e simili) quando ero direttore di Lotta Continua, come da più recenti querele giudicate infondate o temerarie, mi morderei la lingua prima di pronunciare quella formuletta che riconosce ai magistrati un’assoluta purezza di intenti e atti. Per un Borelli e un Davigo abbiamo avuto un Carnevale (“l’ammazzasentenze”), per un Di Matteo, un De Magistris, un Robledo e un Woodcock, abbiamo avuto il famigerato “porto delle nebbie romano” e magistrati perseguitati fino al CSM. E che CSM! Dunque, c’è poco da giurare sulla perfezione di chicchessia, né del primo potere dello Stato, né del secondo e neppure del terzo. E pur sempre lo Stato capitalista della borghesia.

 

Carta vince, carta perde

E se Marco Travaglio viene condannato a 95mila euro per aver diffamato il padre dell’ex-premier, uno che entra ed esce da inchieste giudiziarie come fossero il bar sotto casa e a Virginia Raggi tocca vivere sotto un gragnuola di denunce e procedimenti, fino ad ora tutti a vuoto; e se i responsabili di grandi avvelenamenti collettivi, di stragi da amianto o da uranio, di bombardamenti su civili serbi, la fanno franca; e se nelle nostre carceri i colletti bianchi sono meno che in qualsiasi altro Stato europeo, a dispetto dei nostri primati in mafia, corruzione, evasione…

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sinistra

Il governo piccolo-borghese e antioperaio degli ‘amici del popolo’

di Eros Barone

populismo korovin nel mondo1Per comprendere l’evoluzione (o l’involuzione) della situazione politica del nostro paese, occorre prendere le mosse dalla ristrutturazione dei ‘vincoli esterni’ (UE, USA e BRICS) che, oggi come non mai, ne condizionano il decorso. Da questo punto di vista, la legge di bilancio del governo per il 2019 e l’uso politico delle variabili economico-finanziarie (lo ‘spread’ e il ‘rating’) sono lo specchio fedele di contraddizioni e conflitti del tutto interni alle diverse frazioni della borghesia capitalistica , legati a contrastanti indirizzi politici concernenti il rapporto con i mercati internazionali e con gli attuali schieramenti imperialisti. La crisi economica mondiale ha infatti acuito le fratture esistenti nel sistema capitalistico sia a livello verticale, tra la grande impresa monopolistica e la piccola e media produzione nazionale, sia a livello orizzontale, tra le diverse frazioni (industriale, finanziaria, commerciale) del grande capitale. Pur con tutte le mediazioni che ancora si interpongono (ma che sono destinate a ridursi via via che lo scontro si inasprisce), la Lega e il Movimento 5 Stelle sono per l’essenziale, in quanto “nomenclatura di classi sociali” (Gramsci), 1 l’espressione di tali contraddizioni.

L’attuale fase politica si situa dunque nel quadro di una “crisi organica” 2 della mediazione istituzionale di tipo tradizionale e segna una nuova tappa dello sforzo che da tempo vede impegnate alcune frazioni del blocco dominante sul terreno della ricerca di un’alternativa endosistemica al l’europeismo, cioè alla subordinazione dell’eurozona all’asse capitalistico franco-tedesco, quale si è espressa attraverso il ‘connubio’ dei due partiti (PD e FI) con cui, a partire dagli anni novanta del secolo scorso, le classi dominanti, ‘giocando’ sulla regolazione del vincolo europeistico, hanno realizzato una certa unità e difeso i loro interessi economici.

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linterferenza

Una battaglia di Sinistra: riscrivere l’art. 81

di Norberto Fragiacomo

vauro democrazia pignorata banche 01La provocazione “gialloverde” insita nell’ormai celebre rapporto deficit-PIL al 2,4% è stata prontamente raccolta da attori esterni e interni: fra questi ultimi annoveriamo forze politiche liberiste e globaliste (PD, FI ecc.[1]), media ultraeuropeisti e commentatori più o meno schiacciati sulla vulgata sistemica. Tra gli opinionisti sono in parecchi a essere andati fuori tema: c’è chi si straccia le vesti per l’immancabile fascismo ad portas[2] e chi ripete stancamente le usuali giaculatorie sul debito pubblico – ma dalla cacofonia di voci emergono taluni che, più originali, si baloccano con critiche nuove e suadenti. Sta acquisendo credito la seguente posizione: indipendentemente dai suoi contenuti, la manovra in fieri sarebbe incostituzionale perché lesiva dell’articolo 81 Cost. versione 2012, e di conseguenza il Quirinale dovrebbe bocciarla.

Cosa dispone la norma citata? Che “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.” Attenzione: qui non si parla di formale «pareggio» fra entrate e uscite, bensì di equilibrio – vale a dire della necessità che le spese siano finanziate con risorse per così dire buone e comunque proprie, come quelle derivanti dal patrimonio pubblico o il gettito tributario. Il 2° comma difatti precisa che

Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”, mentre il 6° demanda a una legge rafforzata la fissazione di “contenuto della legge di bilancio (…) criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito”.

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micromega

Braccio di ferro tra governo, mercati e UE

Scenari su euro, moneta e democrazia

di Enrico Grazzini

71ZZYQ 52lLLa domanda oggi è: come finirà il braccio di ferro tra il governo giallo-verde da una parte e i mercati e la Unione Europea dall'altra? Il governo Conte riuscirà a far decollare il suo programma economico? Oppure l'aumento dello spread – ovvero del differenziale tra i rendimenti dei titoli di debito italiani e quelli tedeschi - farà fallire le manovre del governo, e forse anche il governo stesso? L'Italia è nella morsa dei mercati finanziari mentre l'Unione Europea è ormai a pezzi e la Commissione UE è in scadenza, ma, come gli animali feriti a morte, è più minacciosa che mai. Di fronte alla crisi italiana ed europea sono possibili diversi scenari sul piano economico e politico. L'incertezza aumenta e gli esiti possono essere drammatici. Un'alternativa però esiste: il governo italiano potrebbe evitare di dipendere esclusivamente dai mercati finanziari e, pur restando nell'eurozona, potrebbe creare dei titoli quasi-moneta per finanziare la sua manovra economica, aumentare i redditi interni e diminuire il debito in euro.

 

Se l'Italia non pagasse gli interessi sul debito pubblico avrebbe il bilancio in pareggio

Il programma espansivo del governo si propone obiettivi di crescita molto ambiziosi (nelle condizioni attuali, probabilmente anche troppo ambiziosi). Per rilanciare l'economia, il governo punta all'introduzione del reddito di cittadinanza – che in realtà è diventato un reddito per l'avviamento al lavoro da garantire ai poveri e ai disoccupati –, all'aumento delle pensioni minime e al rilancio (insufficiente) degli investimenti pubblici. Inoltre deve anche trovare le risorse per servire l'elevato debito pubblico. Per fare tutte queste cose il governo deve chiedere soldi al mercato finanziario - cioè alle banche d'affari nazionali e internazionali, ai fondi di investimento, fondi speculativi, fondi pensione, assicurazioni, ecc -.

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mondocane

Tappare la vita o tappare il TAP

di Fulvio Grimaldi

no tap 2Quando i 5 Stelle stavano dove era giusto stare

Nei percorsi, nelle ricerche e nelle denunce dei miei più recenti documentari – Fronte Italia-Partigiani del Duemila, “L’Italia al tempo della peste” e “O la Troika o la vita” (trailer e selezioni nel mio sito) – mi sono ripetutamente ritrovato a fianco esponenti, attivisti, rappresentanti eletti del M5S. Più loro che di qualsiasi altro partito. E’ un dato di fatto sul quale potete sbertucciarmi quanto volete, ma è un dato di fatto. Che si trattasse del TAV in Valsusa e del Terzo Valico, della base di guerra MUOS statunitense a Niscemi, del TAP e in genere della devastazione ambientale e sociale provocata dal’ossessione fossile. E se il referendum contro le trivelle, seppur mancando per poco il quorum, aveva conseguito una maggioranza schiacciante degli anti-trivelle, il merito ne è andato in gran misura a chi con le sue mobilitazioni di massa ne aveva favorito l’esito, i 5 Stelle. In particolare, attivisti ed eletti 5 Stelle hanno accompagnato e istruito me e la coautrice dei film, Sandra, negli approfondimenti sul terremoto nelle Marche e nel Lazio (quelli che grazie al TAP verranno squartati in coincidenza con le aree più sismiche), al punto che senza la loro conoscenza-competenza-passione non ne saremmo mai venuti a capo. Al punto che ne è fiorita un’amicizia rigogliosa in profondità e nel tempo.

Questi amici mi hanno espresso stamane rabbia, delusione, frustrazione, dolore. La stessa dei disperati e mortificati che in Puglia erano stati mandati in massa in Parlamento sull’onda della loro adesione ai No Tap. Una rivolta di testa e di pancia, come è giusto sempre che sia, contro quanto questo governo ha deciso su una delle più nefaste, sporche e letali delle Grandi Opere. Grandi Opere, cioè grandi devastazioni, ruberia, mafiosità.

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puntocritico

ATAC, perchè privatizzare non è la soluzione

Una risposta e 5 domande all’Istituto Bruno Leoni

di PuntoCritico

atac roma 2Sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, Andrea Giuricin, fellow research dell’Istituto, ha pubblicato recentemente un focus sulla situazione dell’ATAC, l’azienda di trasporto pubblico locale della Capitale: ‘Il buco ATAC peggiora ma è possibile chiuderlo’.

Il saggio elenca alcuni dati relativi ai risultati aziendali, aggiornati al bilancio 2017 dell’ATAC ilancio 2017 dell’ATAC e riassunti in alcuni grafici e disegna il profilo di un’azienda zavorrata dai debiti – quasi 830 milioni di euro solo quelli accumulati nei confronti del settore pubblico (Comune, INPS, Fisco ecc.) – in totale 1,5 miliardi che la società deve ai suoi creditori pubblici e privati e oggi soggetti al concordato preventivo autorizzato di recente dal Tribunale di Roma. Le corse effettuate dal 2012 al 2017 precipitano da oltre 160 a 144 milioni di chilometri annui, il 16% meno di quanto previsto dal contratto di servizio tra ATAC e il Comune di Roma, che scade l’anno prossimo e che il Comune vorrebbe prolungare senza gara fino al 2021. L’età del parco mezzi è alta e in crescita, il che spiega anche l’aumento dei mezzi che prendono fuoco: 14 nel 2016, 20 nel 2017, 9 nei primi mesi di quest’anno.

Per Giuricin il problema è essenzialmente legato ai costi: il costo per chilometro è passato dai 5,94 euro del 2015 ai 6,47 del 2017, contro i 2-2,5 della media europea. Questa situazione sarebbe imputabile in primis alla spesa per il personale, che nel 2014 rappresentava il 44,8% del bilancio, mentre nel 2017 sale al 51,6%. Giuricin cita di sfuggita il dato sull’assenteismo, il 12%, e afferma che ATAC potrebbe fornire lo stesso servizio con 2500 dipendenti in meno.

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marx xxi

Una prima valutazione sul progetto di manovra del governo

di Bruno Steri

Riceviamo dal compagno Bruno Steri e pubblichiamo come contributo alla discussione sulla fase politica che stiamo attraversando 

Palazzo Chigi Roma 2010«L’obiettivo dei comunisti e di una sinistra di classe resuscitata dal coma in cui è precipitata deve essere, quale esito di un’opposizione “intelligente”, il disvelamento delle contraddizioni strutturali contenute nel combinato disposto Di Maio/Salvini & C e, con ciò, il fallimento del patto politico “post-ideologico”». Questo dicevamo una diecina di giorni fa; e questo va ribadito oggi, alla luce del progetto di manovra appena licenziato dal governo.

Detto di passaggio, al suddetto obiettivo ha inteso corrispondere la manifestazione dello scorso 20 ottobre, cui il Pci ha aderito, essendo i contenuti della stessa concentrati nella parola d’ordine «nazionalizzazioni»: ciò al fine di evidenziare l’attrito fra le estemporanee dichiarazioni degli esponenti governativi e il più che probabile perdurare di un’assenza di fatti concreti; ma anche per riappropriarsi di un tema strategico che è nostro, che cioè comparirebbe in primo piano in una nostra proposta programmatica, accanto a una riforma fiscale fortemente orientata in senso progressivo (l’opposto della flat tax) e a una consistente imposta patrimoniale (la stessa che Matteo Salvini ha seccamente escluso) . La fase è difficile e tutt’altro che favorevole dal punto di vista dei rapporti di forza, ma ciò non autorizza a restare silenti in attesa degli eventi. Occorre ricostituire le forze, muovendo sin dall’inizio i passi giusti. E provando a dire le cose giuste.

 

Dare a Cesare quel che è di Cesare

Ma ricapitoliamo i termini della questione. Cominciando in primo luogo col riconoscere a Cesare quel che è di Cesare.

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sollevazione2

Prepararsi alla lotta

di Leonardo Mazzei

Stefano Fassina, Sergio Cesaratto e la Legge di bilancio: appunti critici

Grcka ekonomska kriza Evropska Unija 2Stefano Fassina e Sergio Cesaratto sono di fatto due autorevoli esponenti di quel campo della sinistra patriottica che si va in qualche modo componendo. Al di là delle diverse scelte politiche contingenti, siamo da tempo in larga sintonia con loro sulle questioni di fondo. Non a caso i nostri rapporti sono amichevoli.

Naturalmente questo non significa che non vi siano differenze. E mi pare giusto, e spero utile alla discussione, segnalare alcuni punti critici di due loro recentissimi interventi.

Partiamo dall'articolo di Fassina dal titolo «Lettera Ue dovuta. Confermare deficit al 2,4%, ma riscrivere Legge di Bilancio», dove si sostiene appunto che:

«riconoscere il profilo della Nota di Aggiornamento al Def come condizione necessaria non implica “tema libero” per la scrittura della Legge di Bilancio».

Siamo ovviamente d'accordo, e fra l'altro il parlamento è lì anche per questo. Tuttavia l'argomentazione su come "riscrivere" la Legge di Bilancio non mi convince.

Ma facciamo un passo indietro. Nella prima parte del suo intervento, Fassina fa tre affermazioni importanti: che il problema dell'Europa è il mercantilismo tedesco, che

«sarebbe ora di riconoscere l'insostenibilità sistemica del mercato unico e dell'euro». .. «l’innalzamento degli obiettivi di deficit di finanza pubblica per il prossimo triennio era necessario».

Fin qui non possiamo che condividere in toto.

I problemi nascono nella parte finale dell'articolo, dove il suo ragionamento sulla manovra viene così condensato: