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piazzadelpop

Crolla il ponte, muore una città, cade un sistema

di Simone Lombardini

unnamed 1 e1534328472480Il crollo del “Ponte Morandi” nella mia Genova non è stato un incidente fortuito. Non è stato un fulmine. Non è stata un po’ di pioggia. La caduta di quel ponte ha un’origine molto più profonda, nel tempo e nello spazio; non è stato solo un cedimento strutturale quanto più un cedimento morale. Costruito in pieno boom economico, quando l’Italia investiva in grandi opere pubbliche infrastrutturali, era diventato uno dei simboli della rinascita italiana, riscattata dal ventennio fascista e proiettata verso lo sviluppo economico; oggi il ponte del boom è diventato il ponte della morte, dell’incuria e della corruzione, ed è per questo che la sua caduta assume il valore simbolico della triste decadenza in cui versa il nostro paese. Un paese che ha rinunciato al proprio futuro avendo smesso di investire in infrastrutture, un paese senza un piano industriale ma che esporta i suoi talenti umani migliori a centinaia di migliaia ogni anno; un paese dove gli abitanti non fanno più figli, un paese che invecchia soltanto, immobilista e demoralizzato.

La catastrofe del 14 agosto non è ascrivibile a un evento fortuito ma nemmeno a responsabilità meramente individuali indirizzabili a un manipolo di malfattori, sarebbe troppo facile in questo caso: migliaia tra operai, tecnici, ingeneri, geometri e architetti monitoravano il ponte ogni istante di ogni giorno fino al minuto prima del suo crollo, eppure il ponte è caduto comunque. Il fatto è parecchio nebuloso e non aiuta di certo la secretazione da parte del tribunale del filmato ufficiale di Autostrade per l’Italia che riprende per intero la dinamica del crollo (che nessuno ha visto). Tuttavia alcune osservazioni del sistema si possono già fare. Dal 2016 poi è nota alle autorità l’audizione parlamentare dell’architetto Mauro Coletta che denunciava le condizioni di lavoro della Vigilanza sulle concessioni: i dipendenti devono anticipare le trasferte di tasca loro attendendo 4-5 mesi prima di vedere il rimborso (e infatti dal 2011 al 2015 sono passate da 1400 a 850) ma cosa ancor più grave non hanno alcuna assicurazione legale contro i contenziosi giuridici che le concessionarie aprono quando essi segnalano irregolarità.

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piazzadelpop

L’autunno sarà caldo

di Marco Martini & Simone Lombardini

di maio conte salvini ape10Sono passati più di due mesi dalla formazione del governo Conte, espressione dell’alleanza Lega-M5S. Troppo poco tempo per una valutazione esaustiva dell’operato governativo, ma, di fronte ad alcuni segnali che arrivano da più parti, è possibile fare alcune considerazioni generali, che riguardano soprattutto il fronte dell’opposizione. Proviamo a procedere per punti, cercando di capire cosa dobbiamo aspettarci per l’autunno.

CONTRADDIZIONI GOVERNATIVE. Il governo Conte è figlio di un compromesso tra due partiti che da una parte hanno la stessa radice – popolare ed anti-establishment – ma dall’altra divergono anche nettamente per storia, inclinazioni e progetti politici. I 5 stelle rappresentano quella fascia sociale ascrivibile a una parte del ceto impiegatizio e borghese stufo dei partiti tradizionali e quell’ampia compagine di persone precarie o disoccupate che sperano nel vitalizio collettivo (alias reddito di cittadinanza) concentrati soprattutto al Sud. La Lega, come mostrato dalle elezioni, rappresenta invece quel tessuto di piccole e medie imprese e partite IVA concentrato soprattutto al Nord, vittima dell’economia della globalizzazione (concorrenza con i prodotti che arrivano dai paesi in via di sviluppo e con le multinazionali) e impoverito dagli ultimi 10 anni di austerità; ma rappresenta anche quelle fasce sociali povere, comprensive anch’esse di disoccupati, precari o lavoratori che vivono le difficoltà dell’immigrazione nelle periferie e avvertono l’Europa più come la causa che la soluzione della loro condizione. Grande assente, va ricordato, è sempre un grande movimento rappresentante il Lavoro, evidentemente distrutto nella propria unità e identità da anni di riforme che lo hanno parcellizzato, precarizzato, ridotto numericamente, impoverito e dissolto culturalmente e materialmente nell’economia fluida dell’e-commerce, della gig economy e della new economy.

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Nazionalizzare le autostrade!

di Leonardo Mazzei

Le penali sono una tigre di carta: le convenzioni dei "Signori del casello" una vergogna targata Prodi, ma si possono cancellare nazionalizzando la gestione della rete autostradale

timthumbL'aria finalmente è cambiata. Di fronte alla tragedia di Genova, il governo ha annunciato la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. Questa decisione, non solo va incontro ad un sano desiderio di giustizia, ma pone all'ordine del giorno la questione dello stop alle privatizzazioni ed alle liberalizzazioni dell'ultimo quarto di secolo.

Di questo hanno parlato diversi esponenti del governo, a partire dal vice-premier Di Maio. Bene, anzi benissimo. Se son rose fioriranno, ma intanto prendiamo atto di un tempismo e di una rapidità di decisione senza precedenti.

E' ora di iniziare ad invertire il disastroso percorso che ha portato a privatizzare i settori strategici dell'economia: dall'energia alle telecomunicazioni, dalle banche ai trasporti. Ed è proprio da quest'ultimo comparto che si può partire, cominciando con Alitalia e con la rete autostradale.

Limitiamoci qui a quest'ultima questione di estrema attualità.

Chiunque abbia utilizzato con una certa continuità, negli ultimi anni, le autostrade italiane sa perfettamente due cose: che il livello delle manutenzioni è costantemente peggiorato, che i pedaggi sono cresciuti da un anno all'altro ben al di là del tasso d'inflazione.

Insomma, i "Signori del casello" - con i Benetton in prima fila - han trovato la gallina dalle uova d'oro. Tanti profitti e nessun rischio, il tutto garantito da convenzioni scandalose, frutto del Decreto Legge 3 ottobre 2006 n° 262, primo ministro Romano Prodi, ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa (viva l'Europa!), ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi (indipendente in quota Pdci!). Come dire, il centrosinistra al gran completo!

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mondocane

Razzista (d)a chi?

di Fulvio Grimaldi

La guerra del linguaggio rovesciato di chi ha perso potere, ragione e analisi. Cosa c’è dietro la mitopoiesi dei migranti

Apicella ku kuxL'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Scusate la citazione d’esordio, bassamente sovranista, al limite del nazionalismo, certamente populista, con impliciti accenti di razzismo.

 

Parola d’ordine: daje al razzista!

Va bene, mettiamo le mani avanti, prima che mi si rovesci addosso una parte dello tsunami di livore-rancore-odio-fake news con cui la componente criminale dell’attuale classe dirigente uccidentale e il mercenariato dei suoi portantini politici e mediatici cretinopportunisti (in Italia tutta e tutti, escluso qualcuno che oggi sta al governo e chi l’ha votato) sta cercando di esorcizzare quanto capitatogli il 4 marzo e quanto di pur modesto (ma per loro funesto) glie ne è derivato. Per la prima volta, dalla guerra, il popolo ha populisticamente e sovranamente mandato a casa, al diavolo, la dinastia dei regnanti ladri e mafiosi. E questi hanno sbroccato e urlano.

Le mani avanti sono tre: primo, questo non è il mio governo, preferisco quelli di Robespierre e della Comune di Parigi, al limite quello di Fidel prima che se ne andasse il Che; secondo, ritengo i condizionamenti della Lega sul piano economico, ambientale, delle Grandi Opere, dell’amministrazione locale in perfetta continuità con i devastatori neoliberisti destrosinistri e la cultura linguistica del suo leader una sciagura; terzo, è dal 1966 che mi occupo senza soluzione di continuità di coloro dei quali viene ululato che sono vittime del razzismo di questo governo e, alla fin fine, degli italiani che questo governo hanno votato e, toh!, continuano a sostenere in numeri crescenti.

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linterferenza

La guerra civile è già cominciata?

di Riccardo Paccosi

Il "pericolo fascismo" rappresentato dai populisti, il ""perisolo fascismo" rappresentato dai liberal: un'analisi comparativa. Premessa: la "guerra civile", almeno nei presupposti, è già cominciata

mort soldat republicain capaAvverto un clima ch’è ormai di degenerazione assoluta e, dunque, scrivo qualche ultima riga prima di prendermi un’ossigenante pausa dall’ambito mefitico e velenoso del dibattito politico. La polarizzazione ideologica tra sinistra liberal e blocco populista, sta infatti assumendo connotazioni che – in termini di logica di fondo – sono già oggi, a tutti gli effetti, di guerra civile.

Agli albori della Seconda Repubblica, qualcuno notò la situazione di degenerazione costituzionale e democratica venutasi a creare. Una degenerazione ch’era dovuta a ragioni culturali, nonché alle nefaste “riforme” in senso bipolarista delle istituzioni.

Quando nel 1994 si delinearono le due polarità dell’arco politico-istituzionale, infatti, ci trovammo dinanzi a un centrodestra che paventava il “pericolo comunista” e a un centrosinistra che paventava l’avvento d’una “destra golpista”.

A differenza di tutti gli altri paesi d’Europa, dunque, la distruzione per via giudiziaria dei partiti costituenti del Dopoguerra aveva creato, in Italia, una situazione ove il mutuo riconoscimento democratico tra le forze politico-parlamentari veniva improvvisamente a mancare. In ragione di questo clima da “guerra civile strisciante”, da allora, l’Italia divenne il paese europeo più somigliante, sul piano della polarizzazione politica interna, agli Stati Uniti d’America.

Oggi, conclusa l’esperienza della Seconda Repubblica e avviatasi una fase di transizione che ancora non lascia intravedere i contorni della Terza, assistiamo a una fase di degenerazione ulteriore. In questo nuovo ciclo storico, il mutuo riconoscimento democratico è allo zero assoluto e l’odio conseguente fra le due polarità in cui è suddivisa l’opinione pubblica ha ampiamente sopravanzato, in intensità, quello del ventennio berlusconiano.

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la citta futura

La rivoluzione passiva del governo Conte

di Renato Caputo

Per quanto sia una rivoluzione-restaurazione quella portata avanti dal governo Conte, non bisogna accordarsi a chi la critica da destra, ma rilanciare dal basso il processo rivoluzionario

ad0f13d28bcbfa30f47c946d137f9df3 XLIn prima istanza, servirsi della categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”, ovvero di “rivoluzione senza rivoluzione”appare fuori luogo per connotare l’attuale governo in cui pare avere l’egemonia Salvini e la componente oggettivamente reazionaria a lui legata. D’altra parte, se per “rivoluzione passiva” non si intende tanto una rivoluzione dall’alto, ma anche e soprattutto, come fa Gramsci, una “rivoluzione-restaurazione” le cose potrebbero cambiare. Tanto più che Gramsci definisce rivoluzione passiva nella sua epoca non solo e non tanto il “New Deal” rooseveltiano, ma piuttosto il fascismo, nel senso lato del termine che ha una dimensione oltre che pratica per l’Italia, ideologica per l’Europa [1].

Del resto, il concetto di rivoluzione passiva è utilizzato per la prima volta da Gramsci per designare il programma politico e la modalità di direzione egemonica del blocco moderato-liberale del Risorgimento, meglio noto come “Destra storica” (957). Tanto più che la direzione politica esercitata da quest’ultima è il prodotto, è l’espressione dell’“assenza di iniziativa popolare nello svolgimento della storia italiana” (Ibidem). Per cui lo stesso carattere “progressivo” della rivoluzione passiva non è altro che la “reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico e disorganico delle masse popolari con ‘restaurazioni’ che accolgono una qualche parte delle esigenze popolari” (Ibid.). In tal modo diviene pienamente comprensibile il significato di rivoluzione-restaurazione che ha in Gramsci il concetto di rivoluzione passiva, piuttosto che quello di Rivoluzione dall’alto più pertinente a descrivere forme di cesarismo progressivo. Tanto più che, a parere di Gramsci, la rivoluzione passiva è il prodotto della debolezza delle “forze progressive”, che consentono che la classe dirigente politica non sia espressione immediata della classe economica dominante ma sia espressione, piuttosto, del “ceto degli intellettuali” (1360).

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coniarerivolta

Il lungo viaggio verso la Flat Tax

L’ingiustizia fiscale ha radici lontane

di coniarerivolta

lottaditasseNei primi mesi di vita del nuovo governo si è andata delineando sempre più chiaramente la proposta di riforma del sistema fiscale italiano, riassumibile nel cavallo di battaglia leghista della Flat Tax. Il governo ha provato in tutti modi ad associare a questa proposta un messaggio politico semplice e appetibile: si tratterebbe di una sostanziale riduzione delle tasse che sembrerebbe avvantaggiare tutti, lavoratori e imprese, ricchi e poveri, in grado di liberare risorse per l’economia tramite un supposto aumento di consumi e investimenti. A ben vedere, l’impatto macroeconomico della Flat Tax sul sistema italiano sarebbe disastroso dal punto di vista macroeconomico e produrrebbe un sostanziale indebolimento della natura redistributiva delle sistema fiscale. Con la Flat Tax, infatti i redditi più alti sono sottratti a quella maggiore pressione che fa di un sistema fiscale un utilissimo strumento di equità e di redistribuzione all’interno della società.

Per capire in quale contesto la riforma tributaria del governo andrebbe ad inserirsi è bene ripercorrere brevemente l’evoluzione del nostro sistema di imposte fino ad arrivare all’attuale struttura, con particolare attenzione alle imposte sui redditi.

Partiamo da una considerazione importante: il sistema tributario italiano non è lo stesso di 40 anni fa, quando fu introdotta l’imposta sul reddito delle persone fisiche e l’imposta sul reddito delle società di capitali. E’ già stato stravolto da una lunga serie di interventi, di cui l’ultimo annunciato è l’ennesimo di una coerente sequela, che ne hanno minato fortemente la struttura iniziale basata su una forte progressività.

Ad oggi in Italia esiste un sistema di imposte sui redditi articolato su tre pilastri. Un’imposta sul reddito delle persone fisiche, un’imposta sul reddito delle società e un’imposta sui redditi finanziari.

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E.E.: Elettoralismo Estremista

di Leonardo Mazzei

ilpesodellaverita«Coazione a ripetere»: l'interessante caso di Rifondazione Comunista

Ragazzi, stavolta spacchiamo il mondo! Ma, mi raccomando, con prudenza che intanto ci sono l'europee. E' questo il succo della risoluzione approvata dal Comitato Politico Nazionale (Cpn) del Prc il 15 luglio scorso. Un testo che suscita financo una certa tenerezza.

E' commovente, infatti, vedere la dedizione con la quale un partito prepara le sue nuove sconfitte. Toccante la fedeltà al principio del cambiare tutto per non cambiare nulla. E' da un decennio, del resto, che funziona così. Con tre precise costanti. In primo luogo, si cambia ogni volta nome e simbolo. In secondo luogo, si mettono insieme cani e porci. In terzo luogo, la "proposta politica" (vogliamo essere buoni) si riduce alla solita lista della spesa.

Inutile dire come queste tre costanti ne portino con sé altre due: risultati elettorali sempre più declinanti, riflessioni post-voto che ripropongono per il futuro lo stesso schema appena bocciato nelle urne dal destino cinico e baro che si accanisce, chissà perché, su tanta fantasia.

In psicoanalisi si chiama «coazione a ripetere». Un fenomeno così descritto dal Dizionario di medicina della Treccani:

«Tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze».

Lasceremo subito la psicoanalisi per tornare alla politica, ma bisogna ammettere che questa descrizione del fenomeno ci parla assai bene del rapporto tra il Prc e le elezioni. Naturalmente, il problema riguarda l'intera sinistra sinistrata, non solo dunque Rifondazione, che ne è però l'esempio più fulgido ed istruttivo.

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criminitalia

Il punto di non ritorno

di Riccardo Achilli

fantastico tramonto rosso sul salento 1578457La domanda centrale se vi sia un futuro per una sinistra autonoma ed influente è, in un orizzonte temporale ragionevole per poter fare previsioni (diciamo 5-10 anni), a parere di chi scrive, ha riposta negativa. Ho già scritto in relazione alle condizioni necessarie per riavviare sin da subito un percorso di ripartenza della sinistra in un recente articolo ("Sinistra: estinzione o rinascita?" su L'Interferenza) ma, diciamoci la verità, tali condizioni non sono realisticamente praticabili. I gruppuscoli dirigenti attuali, responsabili in massima misura della catastrofe, non hanno alcuna intenzione di mollare, se non celandosi dietro qualche uomo/donna di paglia manovrato/a alle spalle in un simulacro di rinnovamento. Anzi, il governo gialloverde fornisce a questi scellerati l’occasione di ricompattare le loro scarne truppe in una battaglia di sopravvivenza contro immaginifici pericoli razzisti e fascisti artatamente agitati e patologicamente interiorizzati in una sorta di coazione a ripetere ideologica da parte dei propri seguaci. E’ una acquisizione clinica il fatto che alcune delle peggiori psicosi, come ad esempio la paranoia, siano disturbi della funzione del “dare senso” alle immagini, ai simboli ed alle rappresentazioni (Hillmann ha scritto un saggio sulla paranoia molto utile per identificare alcuni sintomi indicativi del morbo mentale che affligge la sinistra radicaloide italiana).

Non essendovi alcun ricambio significativo di ceto politico, non vi sarà alcun ricambio di messaggio e di parole d’ordine e, di conseguenza, non vi sarà alcuna espansione rispetto ai residuali presidi sociali della sinistra (il Pd non fa parte della definizione di “sinistra”, ovviamente) consistenti in segmenti minoritari di ceto medio riflessivo e di militanza tradizionale. Nell’incapacità di dare senso alla fase storica, e quindi di immaginare un posizionamento ed una linea politica attualizzati al contesto reale e non a quello fantasmato, la sinistra terminerà la sua agonia (che dura sin dagli anni Novanta, con il tracollo dei riferimenti ideologici e culturali principali, nelle macerie del muro di Berlino) nella morte definitiva.

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Il cigno nero

di Redazione

cigno nero 200pixel«Mi dicono tu vuoi uscire dall'euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza. (...) Una delle mie case, Banca d’Italia mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo choc straordinario».

Queste parole di buon senso pronunciate ieri da Paolo Savona alle Commissioni riunite di Camera e Senato, hanno scatenato un putiferio. Un coro salmodiante di economisti e politici strillano e seminano il panico. Il colmo è stato raggiunto questa mattina dal deputato piddino Gianfraco Librandi, che sta «valutando l’ipotesi di depositare alla Procura della Repubblica un esposto per verificare se le allusive affermazioni del ministro Paolo Savona costituiscano procurato allarme ai sensi dell’art. 658 del codice penale». Il segno che l'élite eurista, previa campagna di allarmismo e satanizzazione del governo, è pronta a "scatenenare l'inferno".

Sorvoliamo (ci torneremo) sulle specifiche proposte di Savona per far fronte "ad ogni evenienza" — in particolare se la Bce possa davvero "svolgere le funzioni di lender of last resort" (come ogni vera Banca centrale fungere da prestatore di ultima istanza) nel caso di un shock finanziario che farebbe esplodere una crisi di debito.

Il putiferio contro Savona riconferma tre cose in un colpo solo. Primo: mentre all'estero, soprattutto i Germania, si discute senza tabù del "Piano B", in Italia non possiamo farlo, segno evidente che non siamo un Paese sovrano. Secondo: che l'élite nostrana si faccia garante di questo stato di sudditanza mostra fino a che punto è asservita a poteri oligarchici esterni e sia opposta all'interesse nazionale. Terzo: poteri eurocratici ed élite nostrana, saldi nella loro alleanza, si preparano a scatenare l'inferno contro il governo giallo-verde.

Qui sotto l'intervento di Savona, pubblicato in anteprima ieri da SCENARI ECONOMICI.

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linterferenza

I buoni e i cattivi (e i migranti nel mezzo)

di Norberto Fragiacomo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa interessante riflessione di Norberto Fragiacomo, di Risorgimento Socialista, pur non condividendo alcuni passaggi

berardiIl manicheismo dell’entertainment sistemico contemporaneo (informazione+politica irreggimentata) taglia con l’accetta, fra le altre, la delicata questione dei migranti: da una parte i «cattivi» che, animati da pessime intenzioni, vorrebbero chiudere ogni pertugio, dall’altra i «buoni» e accoglienti, che propugnano il c.d. diritto di migrare; sullo sfondo masse di diseredati africani ed asiatici che, oppressi da indigenza e privazioni (e sollecitati dalle paterne esortazioni di presunti filantropi, ma questo appartiene al non detto), si spostano verso il continente «bianco» a rischio della propria vita.

E’ una storia veridica quella che ci raccontano? Prima di stabilirlo tocca esaminare la situazione.

Ispezioniamo anzitutto il campo dei cattivi, ove han piantato le tende i caporioni della destra «razzista, sovranista, populista e xenofoba», che vanno da Orban a un ministro bavarese accostabile addirittura all’AfD, passando per l’eterna perdente Marine Le Pen. In Italia il loro campione è Matteo Salvini, un razzista impenitente che, essendo il vero dominus del Governo Conte – così ci ripetono quotidianamente – trascina con sé pure i 5Stelle (incasellati nell’estrema destra anche se le loro prime proposte di governo profumano di diritti sociali, dopo 30 anni di restaurazione liberista: vabbé, è un dettaglio, al pari delle accuse di «comunismo» seguite al varo del Decreto Dignità).

Cos’ha promesso lo stregone leghista al suo elettorato (in costante crescita, malgrado Repubblica)? Che gli immigrati irregolari verranno espulsi e che non ne verranno accolti di nuovi; che prima di pensare agli ultimi arrivati l’esecutivo si occuperà dei tanti italiani in difficoltà.

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rivoluzione

La prova del budino

Il governo giallo-verde e la classe lavoratrice

di Claudio Bellotti

yellow green line backgroundUn vecchio e noto proverbio inglese dice che la prova del budino è mangiarlo. Calza perfettamente anche per l’esperienza che milioni di persone si apprestano a fare del governo giallo-verde.

Per capirne le prospettive non possiamo accontentarci di giudicare gli avvenimenti a partire dalle parole che rivestono i fatti e le azioni dei diversi partiti. Chi, come gran parte dell’intellettualità progressista di area Pd, pensa di poter “smascherare” o addirittura mettere in crisi questo governo denunciando le incoerenze verbali di Salvini o Di Maio perde il suo tempo.

 

Il voto del 4 marzo

È necessario innanzitutto ribadire che il voto del 4 marzo è stato un voto segnato profondamente dalla condizione sociale. In un certo senso è stato un voto di classe, espresso però in modo passivo, ossia scegliendo (passivamente, appunto) tra gli “strumenti”, i partiti presenti sulla scheda, quelli che meglio si prestavano allo scopo.

Milioni di lavoratori, giovani, precari, poveri, disoccupati hanno detto in modo chiaro e inequivocabile che i partiti che avevano governato fino ad allora non hanno più il diritto di comandare e devono sparire. Pd, Forza Italia e rispettivi alleati sono stati frantumati dal voto quasi unanime di coloro che hanno pagato più pesantemente gli effetti della crisi economica.

È stata la condizione sociale a generare questo risultato: chi ha votato M5S e, in parte, persino la Lega, ha espresso un segnale chiaro: meno precarietà, salari e pensioni decenti, meno diseguaglianze sociali, sostegno a chi non ha lavoro. È stata una protesta rabbiosa e sacrosanta contro le politiche condotte per decenni. Tuttavia questo contenuto sociale del voto si è potuto esprimere solo in una forma politicamente e ideologicamente confusa, mescolando aspetti progressisti con altri pesantemente reazionari. E come poteva essere altrimenti?

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senso comune

Le paure della buona coscienza

di Rolando Vitali

clessidra 850x567«ll modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.» K. Marx. Per la critica dell’economia politica

Sta accadendo, ancora una volta: stiamo attivamente costruendo la base di consenso della reazione e nemmeno ce ne accorgiamo. Stiamo già scivolando nella contrapposizione tra civiltà e barbarie, tra diritti umani e nazismo ecc. che vede la repubblica dei buoni e dei giusti da una parte, e l’abiezione dei disumani dall’altra. Ma come facciamo a non renderci conto che facendo nostra questa divisione non solo contribuiamo al consolidamento dell’egemonia salviniana, ma soprattutto contribuiamo anche ad impedire che una reale alternativa politica progressista possa costruirsi?

Ormai è sempre più chiaro come, ancora una volta, la maggior parte delle forze progressiste italiane si trovi del tutto disarmata nell’interpretare la fase attuale senza cadere in forme di subalternità esiziali per ogni capacità di costruire un’alternativa autonoma. Ancora una volta assistiamo alla totale incapacità di esprimere una posizione politica non subalterna. Ancora una volta siamo schiacciati tra due forme di reazione diverse: liberismo liberale da una parte e liberismo autoritario dall’altra. E stiamo più o meno tutti contribuendo gioiosamente a consolidare questa contrapposizione, ancora una volta…

Da una parte, coloro che scivolano progressivamente nella galassia reazionaria, attratti dalla forza gravitazionale della sua indubitabile effettualità: questi ultimi guardano tutto sommato con soddisfazione al cosiddetto “cambio di rotta” impresso da Salvini e dall’attuale governo, identificandosi supinamente non solo alla narrazione dell’avversario che vuole i migranti prima causa della contrazione dei salari, ma soprattutto alla dicotomia tra universalismo astratto e particolarismo reazionario.

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coniarerivolta

Il rosso e il nero

di coniarerivolta

Pubblichiamo un intervento sul complesso intreccio tra immigrazione e lotta di classe. Molti, troppi, propongono una stretta sui flussi migratori invocando Marx: Marx si maneggia con cura, e quindi proviamo a fare un po’ di chiarezza

28a8ecc9bbda787c9fbf05067a16ff2bL’arrivo di Matteo Salvini al Viminale ha portato, in maniera non sorprendente, a un imbarbarimento del dibattito riguardo agli sbarchi di immigrati. Ci sono pochi dubbi sul fatto che i propositi e gli atti bellicosi del Ministro dell’Interno siano soprattutto un modo per nascondere l’inconsistenza del governo gialloverde riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Unione Europea: appena si è trattato di scegliere se prendersela con le istituzioni che in questi anni ci hanno condannato a recessione, disoccupazione e bassi salari, o con gli immigrati, la Lega non ha avuto dubbi. Per condurli a miti consigli, è bastato poco.

Ciò che è più sorprendente è che molti, a sinistra, sembrano essere d’accordo con le dichiarazioni e le scelte del ministro leghista, in maniera più o meno esplicita. La ragione per questa innaturale convergenza tra persone sedicenti di sinistra e un ministro notoriamente razzista e di destra va ritrovata nel fatto che, secondo gli esponenti di questa strana corrente di pensiero gli immigrati contribuirebbero automaticamente alla riduzione dei salari dei lavoratori autoctoni. Per giustificare questa conclusione, essi ricorrono addirittura a Marx e al suo concetto di “esercito industriale di riserva”. Gli immigrati contribuirebbero ad alimentare tale “esercito”, offrendosi di lavorare per un salario sensibilmente inferiore rispetto a quello dei lavoratori italiani, e finirebbero per far ridurre i salari di tutti i lavoratori.

Chiaramente, non si può negare che il fenomeno migratorio ponga oggettivamente grandi difficoltà quando si ragiona in termini di lotta di classe. Non ci si può nascondere il fatto che un grande afflusso di immigrati possa essere sfruttato in modo tale da favorire il capitale a scapito dei lavoratori (immigrati e non). Vedremo, però, che molti dei ragionamenti utilizzati per adottare una posizione di irrigidimento e regolamento dei flussi migratori poggiano su basi incerte, se non palesemente sbagliate.

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nicol.forcheri

“Flat tax”, “reddito di cittadinanza”, immigrazione e austerity

Chiarimenti sui temi caldi del momento

di Nicoletta Forcheri

horatier davidUna campagna denigratoria basata sulle solite fake news è stata scatenata da una opposizione fittizia che non fa onore alla democrazia e che, arrampicandosi sugli specchi, ha passato al setaccio l’intervento di insediamento alle camere di Conte, pur di trovare appiglio, non su quanto è stato detto, ma addirittura sulle parole non pronunciate (“mancava Nazione o Patria, mancava Scuola, mancava Pace, mancava Banca”!), per scagliarsi in un processo alle intenzioni tanto più veemente quanto più periclitante laddove il concetto era stato comunque compiutamente espresso, anche in assenza della parola.

Sulle espressioni presenti, però, ce ne sono 2 che richiedono chiarimenti: flat tax e reddito di cittadinanza. Queste espressioni sono ingannevoli, e per onor del vero, questa volta non sono i giornalisti che le hanno stravolte, sono gli uffici stessi dei partiti, rispettivamente Lega e M5S ad averle ideate e propagandate! Come dire, un modo per prestare il fianco alle facili accuse di “populismo”, parola per la verità completamente sdoganata dal Premier Conte. Chapeau!

Ma sono espressioni improprie in quanto “il reddito di cittadinanza” dei pentastellati è un semplice sostegno al reddito dei lavoratori disoccupati e suboccupati, conformemente a quanto avviene in tutti i paesi europei tranne in Grecia, sarebbe quindi meglio chiamarlo “assegno di disoccupazione” e assegno di “integrazione al reddito dei suboccupati”, del resto sancito dalla Costituzione.

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