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socialismo2017

L’intrigo catalano e la chiarezza italiana senza effetti

di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

La Catalogna ci darà molto da discutere e da pensare nei prossimi giorni e mesi, e inevitabilmente, in un caso così complicato (che, colpevolmente, negli ultimi tempi, quasi nessuno ha qui in Italia seguito con cura) un giudizio complessivo potrà maturare solo per gradi. Per ora ci limitiamo a fare qualche breve precisazione, anche in risposta ad alcuni commenti ad un nostro recente articolo che ci sono parsi troppo influenzati da “schieramenti preliminari” che in questa vicenda non aiutano molto. Chi sostiene, da sempre o da ieri, la centralità attuale dello stato nazionale come migliore risposta al dominio capitalista è generalmente contrario all’indipendentismo catalano. Chi appoggia le “piccole patrie” è entusiasticamente favorevole. E il ragionamento troppo spesso finisce lì. Per noi la cosa è invece molto meno lineare.

Facciamo una premessa: noi pensiamo che la lotta di classe e popolare debba prendere per concretezza le mosse dallo stato nazionale e rivendicarne l’autonomia e la sovranità, come condizione necessaria ad iniziare un mutamento politico all’interno ed un nuovo patto cooperativo fra stati all’esterno. E pensiamo che le secessioni localistiche o regionalistiche siano più un sintomo che una cura del male: derivano dall’indebolimento degli stati voluto dal capitalismo globalista, ed aggravano questo indebolimento aumentando la disgregazione. Disgregazione che è una delle forme di realizzazione della globalizzazione stessa, che predilige connettere le “piccole patrie” dentro a sistemi sovranazionali, giudate da forme ademocratiche e sostanzialmente tecniche, che avere a che fare con patrie troppo grandi. Anche quando le secessioni interessano, come quasi sempre avviene, le regioni o le zone più ricche di un paese che rivendicano la restituzione del divario tra il dato ed il ricevuto, tale rivendicazione, in epoca di turbolenza globale, potrebbe rivelarsi assai miope. Tu contribuisci al 55% della ricchezza fiscale di uno stato, e vuoi riavere tutto indietro. E sei disposto alla secessione. Benissimo. Sappi però che quando si tratterà di far sentire il tuo peso in sede internazionale, tu potrai far pesare solo quel 55% e non il 100% come in passato. E’ così che le indipendenze preparano future e maggiori dipendenze.

Se tutto questo è astrattamente vero, la realtà concreta può essere però molto più complicata, ed ogni rivendicazione di autonomia o indipendenza, espressa da uno stato contro poteri sovranazionali o da una regione contro lo stato centrale, deve essere giudicata per gli effetti che essa ha e può avere sulla lotta di classe e sugli schieramenti geopolitici.

In Catalogna ci sembrano oggi coesistere, in una proporzione che non sappiamo ben definire e che comunque non sarà certamente statica, spinte “leghiste” e spinte popolari, posizioni (dominanti) filoeuropeiste e posizioni antieuropeiste (per quanto si tratti di un antieuropeismo che per ora non si pone affatto il fine immediato dalla rottura). Al momento la mobilitazione sembra attivare la componente popolare (vedi lo sciopero generale) e produce un importante effetto su scala internazionale, mettendo in luce la natura antidemocratica di quello stesso stato spagnolo che è portato ad esempio di crescita virtuosa dall’Ue, e la natura antidemocratica della stessa Unione, farisaicamente propensa a garantire, quando le serve, quella sovranità nazionale di cui fa regolarmente strame per meglio sottomettere i lavoratori. Certo, la soluzione più ragionevole per consentire al popolo catalano di far veramente sentire la propria voce nei confronti della Spagna, dell’Unione e degli istituti della globalizzazione sarebbe la costruzione di un’ipotesi federalista. Ma la realtà dei conflitti non è mai “sobriamente ragionevole” e pone, seccamente, dilemmi a volte inattesi. Noi pensiamo che oggi la ripresa di una lotta popolare e di una critica di massa all’Ue siano favoriti più dalla lotta del movimento catalano che dalla difesa dello stato spagnolo, agente di quella borghesia transnazionale che è il primo nemico dei lavoratori. Domani gli eventi potrebbero farci dire altro. In ogni caso, per noi la centralità dello stato nazionale non è uno schemino astratto, ma la forma concreta in cui si pone il problema dell’autonomia dei lavoratori e delle classi popolari. E sappiamo che gli stati nazionali possono svolgere questa funzione solo se vengono profondamente riformati, consentendo un protagonismo di tutte le classi e nazionalità che al loro interno si sentono oppresse. Se l’autonomia dei lavoratori e la critica progressiva ad uno stato autoritario (longa manus dell’Ue) sono incarnate, in alcuni luoghi e per alcuni momenti, da una rivolta regionalista, ben venga la rivolta regionalista. Staremo con questa rivolta finché svolgerà questa funzione, e cercheremo di imparare tutte le lezioni che una concreta mobilitazione popolare ci può dare. Ce ne distanzieremo se e quando si mostrerà pienamente interclassista e filoeuropeista. Ancora una volta l’analisi concreta della situazione concreta è la discriminante. Vedere come le contraddizioni fondamentali si esprimono nella realtà, prendendo forme sempre originali. Si può sbagliare l’analisi, ma non si può rinunciare a farla, limitandosi a tifare per gli uni o per gli altri.

In Italia, invece, non c’è nessuna Catalogna, salvo pappagalli che ora cercano di reinventarne alcune. In italia il problema è la riconquista costituzionale dell’indipendenza dall’Unione Europea. La cosa è fin troppo chiara. Qui la sinistra è però davvero indietro. È l’unica sinistra che non rivendica il proprio paese, la propria nazione come ambito prioritario di una politica popolare, di classe per il cambiamento.

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Comments   

#3 Francesco Zucconi 2017-10-12 02:06
Dove e` scritto:"È l’unica sinistra che non rivendica il proprio paese, la propria nazione come ambito prioritario di una politica popolare, di classe per il cambiamento."

Ecco, io trovo che per risolvere tale problema gigantesco e che rende la sinistra comunista complice, serva e succube di quella classe alto borghese che regge le sorti dell' occidente (classe alto borghese che è sì transnazionale, ma è incentrata sui gusti, sulle università delle elites anglosassoni e, principalmente, sull'arsenale militare e finanziario anglo-statunitense) sarebbe necessario ripercorrere, attraverso studi storici seri e ben documentati su documenti spesso dislocati ovvia,ente all'estero, le tappe fatte attraversare alla sinistra italiana, dal 1943 al 1947.
Mentre un grande italiano come Croce non votava la ratifica di uno dei più umilianti trattati di cessione della sovranità nazionale mai siglato nella storia, e questo dopo che la nostra marina e il nostro esercito si erano messi ad operare attivamente dalla parte giusta, la nostra sinistra resistenziale continuava tranquillamente ad avere "piccoli" arsenali militari clandestini, a compiere violenze non meno atroci del peggiore squadrismo e cominciava a creare quella caricatura di storia patria che vedrebbe come indispensabile per la liberazione del paese dalla peste nazi-fascista, l'azione di quei pochissimi eroi, che veramente dissero no al passato, che spesso pagarono ciò con morte anche gloriosa, ma che, sul piano militare e fattuale furono assolutamente un fatto trascurabile e del tutto non indispensabile.

Ora, per chi ha letto libri come "Mission Accomplished SOE and Italy 1943-45" del prof. David Stafford, o i libri del grande storico britannico Geoffrey Swain, o come
"Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955" di R. Wörsdörfer, ma anche come il facilmente reperibile "il Golpe inglese" di Giovanni Fasanella, i contorni del tracciato fatto far percorrere a tale sinistra, non solo dagli eventi, ma anche dai profondi strateghi britannici,
maestri nella e della guerra psicologica, appaiono assai chiari. Attenzione, non si tratta di complotti, cappucci o cappuccetti... Alla fin fine si tratta semplicemente di lasciare ad essa sinistra l'appannaggio di potersi fregiare del titolo di "veri liberatori", con tanto di onori, riconoscimenti, gratificazioni psicologiche e la non necessità, specie per gli intellettuali, di fare seriamente i conti con il ruolo di vero partito popolare di massa quale fu quello fascista, e di poter continuare a fare sino allo spasimo gli antifascisti. Certamente ciò
contribuì e contribuisce a mantenere, possibilmente approfondire, le già profonde divisioni morali tipiche in un paese, sconfitto nel modo in cui fu sconfitta l'Italia. Nel far questo si doveva (e si deve...) contribuire a rendere irrecuperabile, o almeno a inaridire al massimo le fonti di quella spiritualità che nasce, sgorga in un popolo quando si costruisce come Nazione libera. L'Italia aveva firmato un trattato che, di fatto, imponeva che il paese rinunciasse ad una sua politica estera, fondamento irrinunciabile di ogni vera libertà civile. Impedire una ricomposizione nazionale è un modo, economicamente anche assai vantaggioso, per contribuire a tale "impotenza" nazionale. L'omaggio reso a "quanto fanno bene all'estero", non importa se in Russia, in Giappone o alla city di Londra e, di converso, quanto è stracciona, piagnucolona, impotente e corrotta, spendacciona, indebitata, "l'Italietta piccolo borghese" fa parte del copione...
A pensarci bene, tutti i paesi hanno ricomposto piuttosto benino la frattura della guerra. L'Italia no. L'Italia provò, con il centro sinistra, a fare una politica nazionale industriale e i comunisti cercarono ogni attimo per creare lo scontro, per aumentare le divisioni per far naufragare il progetto, (che, di fatto, contribuirono a liquidare definitivamente con la politica delle liberalizzazioni e della cessione ai "mitici privati", del patrimonio degli italiani, agli inizi degli anni '90): normale lotta politica si dirà; poi, però, leggendo i documenti declassificati, si vede su quali ulteriori graticole erano costretti a muoversi i dirigenti democristiani... Altro che "italietta piccolo borghese"...
Tutti i paesi hanno avuto un '68. L'Italia lo ha avuto per 10 anni! Morti, feriti, giudici costituzionali comunisti, con figlie filo-terroriste...E tutti i contestatori o mandanti di omicidi ignobili, che oggi scrivono o pontificano o dirigono o hanno diretto i più importanti quotidiani nazionali o hanno avuto incarichi ministeriali etc etc, come "perdenti" non c'è male; è un piacere perdere in questo modo...
In Italia, l'ultimo, e nel dopoguerra UNICO, capo politico degno di questo nome, venne rapito in un modo militarmente così professionale, mai più visto, né in Italia né all' estero, da dar veramente da riflettere sulle mirabili capacità organizzative che stavano dietro tale unicum, mirabilia! Dove si annidano in maggior quantità i negatori dello sfondo geopolitico ineludibile per capire le trame dell'omicidio del professore di mistica fascista?
Un presidente come Leone si mette di traverso agli affari della Lockheed; naturalmente il giornale radical chic al servizio dei servizi statunitensi lo copre di fango, vilmente, ma chi fornisce la massa di manovra? Chi tributerà a tale giornale la massima adesione sentimentale? Quanta distanza umana, politica e sentimentale tra quel giornale e l'universo spirituale tipicamente cattolico e italiano di Aldo Moro! Eppure i "nostri" cercano per tutti gli anni '80, 90' e oltre, l'omaggio di tale giornale, con un'enfasi ed un senso di inferiorità che meriterebbe in sé un'autoanalisi di gruppo da parte di certa sinistra; forse perché quel giornale attaccava il finanziatore di... Arafat...?
Potrei continuare, chi vuol capire ha capito. Un fatto emerge con forza: dovendo nel 1945 il P.C.I. rinunciare, a malincuore, molto a malincuore sul confine orientale, ad una prospettiva rivoluzionaria, ma, nello stesso tempo, non potendo il P.C.I. aspirare al potere in Italia per i ben noti motivi, è potuta prosperare in esso, accanto e a fianco di moltissimi fulgidi esempi di potenziali leaders nazionali, una classe intellettuale e politica di irresponsabili nei confronti del destino spirituale, culturale e materiale della nazionale italiana da renderli naturaliter servi degli eredi dei loro veri, antichi e ahinoi! abili e ben vivi e vegeti manovratori...
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#2 Mario Galati 2017-10-10 21:58
Naturalmente, quella italiana non è una questione astratta e la posizione assunta è condivisibile.
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#1 Mario Galati 2017-10-10 21:03
Ma scusate. Pensate di aver fatto l'analisi concreta della situazione concreta e di aver tratto deteminazioni conseguenti?
Ammettete che le spinte europeiste sono dominanti. Sulle spinte leghiste rispetto a quelle popolari (sinceramente democratiche, "proletarie", o ipocritamente opportunistiche subalterne, localistiche?) non vi pronunciate. Eppure il punto è essenziale.
Dopodichè concludete che per ora appoggiate il separatismo. Poi si vedrà.
Per ora? Ma non è una posizione pilatesca?
Per il resto, sulle questioni astratte (stato nazionale o meno, situazione italiana) sono d'accordo con voi..
Su quelle concrete, che però stabiliscono le vere posizioni, no. Lenin definiva questo atteggiamento codismo.
E' proprio l'autonomia dei lavoratori e della sinistra che è in gioco in catalogna. E anche la nostra, visto che la nostra posizione ha ricadute anche in Italia. Non eccessive, data la nostra marginalità, purtroppo. Ma se continuiamo a subire l'influenza degli avversari, che gettano fumo sotto forma di sinistrismo parolaio, non ne usciremo più.
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