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kelebek3

Visioni diverse

di Miguel Martinez

A volte, mi capita di leggere una frase che mi colpisce profondamente.

Il blog Abbatto i muri parla di sesso/genere/femminismo e temi affini, da un punto di vista diametralmente opposto a quello di alcune femministe, come ad esempio Marina Terragni.

Sono polemiche molto interessanti, promosse da persone intelligenti, e non voglio entrare qui in merito ai singoli temi.

Ma mi ha colpito una frase che scrive la redattrice di Abbatto i muri. Lei definisce il proprio  femminismo, ma in realtà ciò che descrive va molto oltre, anzi è la base di una delle principali visioni del mondo dei tempi in cui viviamo:

“è decostruzione degli stereotipi di genere, è analisi delle differenze, di classe, identità politica, è intersezione delle lotte, non fissa parametri altri che non siano innanzitutto il partire da se’ e partire da se’, dar luogo all’autorappresentazione, toglie necessariamente il potere/diritto, a chiunque parli di te con la pretesa di rappresentarti, di usarti e legittimare così, attraverso te o quello che di te si vuole raccontare, culture che ci sono nemiche e nemiche per davvero.”

Non voglio polemizzare con nessuna delle singole tesi che lei sostiene, e nemmeno con il concetto di “femminismo”.

Ma rispetto la chiarezza con cui sostiene un punto di partenza, un assioma, che mi è totalmente alieno e che spiega il motivo per cui io mi sento così lontano da ogni rancoroso antagonismo.

Rispetto al mondo, si è qualcosa di negativo: “decostruire”. Nella mia vita, non manca l’aggressività, ma pian piano, ho capito che porre qualunque scioglimento o negazione o lotta al centro di se stessi porta innanzitutto a un’esistenza malata e rancorosa.

Ora, se il mondo è negativo e va sciolto nell’acido, cosa resta? Il partire da sè. Non capisco.

Io sono una scintilla di coscienza che compare per un attimo, sospesa tra grembo e tomba, e magari non così diversa dalla zanzara che mi ronza attorno all’orecchio in queste calde notti di ottobre (hanno sciolto il mondo intero nell’acido del partire da sé, e l’esito è il cambiamento climatico).

Io galleggio su un abisso di storia, respiro un’aria che viene dagli alberi e che condivido con ogni essere vivente.

Sono figlio e nipote, fin dai tempi dei primi esseri sessuati, dei desideri di altri e sono a mia volta progenitore di altre vite, che magari arriveranno a vedere la fine del mondo stesso.

Cammino in mezzo a strade che non ho costruito, toccando muri lisciati da muratori che giacciono non si sa in quale cimitero.

Se mi muovo su veicoli a petrolio lo faccio macinando cadaveri di milioni di minuscoli esseri viventi di cui non so nulla, eppure che si agitavano, volevano, temevano non meno di me stesso.

Ogni volta che mangio, c’è una vita altrui che si conclude dentro di me: un sacrificio all‘umano.

E se vi dico questo, ve lo dico in italiano, che deriva dal latino, che è rimasto incredibilmente simile attraverso centinaia di generazioni di madri e bambine e figlie e figli e madri e bambine, e di quasi tutti loro, non sapremo mai nulla.

Chi parte da sé mente soprattutto a se stesso.

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Comments

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armando
Tuesday, 31 October 2017 22:46
"Partire da sè" è la sublimazione del narcisismo individialistico. Partire da sè per arrivare ancora a sè!. Manca totalmente la consapevolezza che si è individui, e la soggettività si può sviluppare, solo in quanto inseriti in una rete comunitaria (familiare, sociale, politica). Il soggetto autorefernziale che esiste a prescindere dalla relazione cogli altri, è concezione borghese e forma mentis del capitale, per il quale ogni rapporto sociale è mediato dal rapporto mercantile di scambio. A tanto approda il femminismo, in pratica tutto il femminismo, anche quello bene intenzionato. Partire da sè significa negare ogni oggettività, e considerare come verità la propria percezione soggettiva e narcisistica della realtà. Insomma il relativismo assoluto! Ma se si nega la possibilità che esista una verità (anche, magari, difficile da ricercare e definire), diventa impossibile anche solo pensare teoricamente ogni trasformazione sociale.
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Mario Galati
Saturday, 28 October 2017 22:57
Il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici del sesso, era la frase completa.
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Mario Galati
Saturday, 28 October 2017 22:55
Partire da sè, l'autorappresentazione, ovvero: io sono colui che è. La lezione di Nietzsche l'hanno imparata bene (anzi, quella del dio biblico).L'io desiderante che si afferma nel mondo, semplice oggetto dell'espansione del proprio io. La forma ideologica perfetta del capitalismo dell'epoca della massima espansione dei consumi. Il postmodernismo nietzscheano. Cosa c'entri il concetto di classe con questo impianto non si capisce. Ma basta dichiarare che si operano le "intersezioni" e tutto va a posto. Le intersezioni mantengono le differenze; e questo è importante. Una volta riconosciute le differenze e consentita l'"autorapprentazione", fugato ogni "disciplinamento", l'emancipazione è garantita.
Nella scorsa giornata mondiale organizzata dal movimento "femen", se non sbaglio, quello che si richiama a Judith Butler e che pensa di fare la rivoluzione alzandosi la gonna, uno sconvolgente atto "performativo", ho sentito dire da una di queste femministe che tra i loro obiettivi c'era "il riconoscimento delle lavoratrici del sesso". Un grande obiettivo di emancipazione differenzialista, che parte da sé e lì si ferma, non c'è che dire. In fondo, se "non si fissano parametri altri" non occorre affatto superare la prostituzione. E questa non è affatto una condizione di subalternità e sfruttamento. È un lavoro come un altro. Basta riconoscere i diritti di queste "lavoratrici" di uno specifico settore merceologico.
La miseria intellettuale e umana che esprimono certe correnti "sinistre" è nauseante. Il guaio è che queste miserie tendono ad attaccarsi ai reali movimenti di emancipazione come parassiti che ne intralciano e distolgono il cammino.
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