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Non sarà un pranzo di gala

di Sergio Cararo

Non saremo mai abbastanza grati al Corriere della Sera per la sua esistenza e per le cose che scrivono i suoi editorialisti. Essi infatti ci facilitano il compito nell’individuare i nemici, le cose che pensano, quello che vogliono e il senso profondo dell’inimicizia tra classi e interessi sociali contrapposti.

L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 2 dicembre (“I politici e la cuoca di Lenin”), ci fornisce tutto il materiale utile per riaffermare, anche nel XXI Secolo, il senso e il segno del conflitto di classe nel nostro e negli altri paesi, alle prese con con classi dominanti ispirate dal liberalismo politico e dal liberismo economico.

L’editoriale del Corriere comincia e conclude con una tesi: il governo è roba da competenti. Di solito questi sono solo i “simili” ai proprietari e ai giornalisti del Corriere stesso. Chi rimette in discussione tale asimmetria è un incompetente, un avventurista, un nemico mortale. E’ una ideologia talmente intrisa della propria pretesa superiorità morale (e del senso di una sorta di destino manifesto per il dominio dei “borghesi”) che cercano di insinuarla come dogma anche nella scuola, una istituzione universale nata per dare opportunità e visioni più ampie di quelle dell’homo economicus ispirate dai bocconiani e dai loro simili.

Scardinare questa ideologia è qualcosa di più e assai più appassionante che un semplice ricambio di governo. E’ la differenza tra amministrazione dell’esistente e sostituzione di priorità sociali e poteri decisionali conseguenti.

E’ per questo che la “Cuoca di Lenin” o il Che Guevara che si improvvisa economista per necessità, rappresentano un incubo per i ricchi e i loro passacarte. Un incubo ben presente nell’inizio e nella conclusione dell’editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera, tanto da fargli scappare un “lapsus”.

Questo incubo non è l’incompetenza ma le scelte su priorità e interessi sociali contrapposti. Il boom delle disuguaglianze sociali anche nel nostro paese (secondo Geminello Alvi tornate ai livelli del 1881), conferma che i “competenti” amministratori del capitale, hanno lavorato scientemente dagli anni ‘80 per ripristinare questa s/proporzione nei rapporti sociali. Hanno costruito a tale scopo apparati complessi e sovranazionali come l’Unione Europea e la Nato. Hanno condotto una guerra interna con questo obiettivo e oggi vorrebbero che tale scenario venisse accettato dalle classi subalterne e sconfitte come inevitabile, immodificabile, anzi il migliore possibile.

Sanno che tale pretesa non è realistica e stanno cercando di smantellare con ogni mezzo anche gli strumenti minimi della democrazia rappresentativa. L’attacco della banca d’affari JP Morgan alle Costituzioni troppo garantiste dei paesi euromediterranei, ne era l’espressione più evidente.

Panebianco, e prima di lui Polito, ne hanno riproposto il senso profondo dalle pagine del Corriere della Sera, evocando il rischio della incompetenza “del popolo” al governo come minaccia e rimettendo per questo in discussione la democrazia rappresentativa. La categoria del populismo viene usata come una clava per demonizzare spinte e programmi assai diversi e talvolta contrapposti tra loro. Fino a demonizzare l’idea stessa del “potere al popolo”.

Fino ad oggi l’entrata in campo di una opzione politica, sociale ed elettorale che la dichiara sin dal nome – Potere al Popolo appunto – era stata ignorata pubblicamente ma ha cominciata ad essere osservata con attenzione nei think thank della borghesia liberale (e forse anche nelle Questure). Il fatto che a Panebianco sia sfuggita come lapsus nelle righe del suo editoriale è emblematico.

Se rappresenti un problema politico per le classi dominanti prima ti ignorano, poi ti deridono (come ha fatto con una caduta di stile non imprevedibile ma assai discutibile Luciana Castellina su Il manifesto), infine ti combattono. Ci stiamo arrivando.

Le cuoche e i cuochi di Lenin sono ormai diventati molti, sconfitti, arrabbiati, ancora troppo dispersi, ma stanno sperimentando come unire le forze e metterle in campo, dentro e oltre le elezioni. Se ci riusciranno, il Corriere della Sera e il mondo insopportabile che rappresenta non potranno certo aspettarsi un pranzo di gala. Che Potere al Popolo sia!!!

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