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sinistra

Intensità ed estensione del capitalismo assoluto

di Salvatore Bravo

Il capitalismo assoluto secondo la definizione di Costanzo Preve si caratterizza per intensità ed estensione1 . Il tempo del capitale sciolto da ogni limite ed in quanto tale absolutus, sciolto da ogni limite, investe il tempo in modo totale ed integrale, ogni atto dev’essere finalizzato alla produzione. Il tempo libero è momento del consumo orgiastico e pertanto finalizzato al plusvalore. L’intensità trasforma gli esseri umani in macchine, in automi per il consumo, ed investe lo spazio, l’ambiente, e dunque l’estensione. L’illimitato capitalismo, vera distopia della contemporaneità, incontra il limite, ma lo rimuove, prolifera occultando la contraddizione. L’utopia del capitale si ribalta in distopia, poiché divora la Terra con le sue risorse le quali sono limitale.

 

L’illimitato come problema

L’illimitato divora se stesso non riconoscendo il limite ed espone l’umanità al rischio ambientale ed antropologico. Il fondamento del problema è occultato, il silenzio critico è mediaticamente in atto sugli effetti del capitalismo assoluto. L’estensione divora l’intensità e viceversa. Nella realtà materiale della storia quotidiana si assiste alla scomparsa della pluralità dei paesaggi come della storia. La corrente fredda come direbbe Bloch sta congelando il futuro, annichilendo il presente ed il passato in un eterno ritorno dell’eguale.

La storia deve scomparire sotto i colpi del capitalismo assoluto, affinché non vi sia futuro. Pensare il futuro significa vivere nella tensione consapevole con il presente ed il passato. La storia con le sue testimonianze artistiche secondo la definizione della neosinistra pragmatica ed orientata al capitale è il petrolio italiano, per cui o serve per produrre plusvalore altrimenti la si lascia a se stessa, è indegna di sopravvivere.

 

Dimenticanza e futuro

La cultura della dimenticanza è incultura del futuro, del progetto che rafforza fino a rendere ipostasi le strutture e le sovrastrutture del presente. La stretta economica del capitalismo assoluto avanza con intensità ed estensione e favorisce lo strutturarsi dell’indifferenza. Gli automi consumanti non hanno corrente calda, sono presi dalla quantità, dall’accumulo senza pensieri, ritornano le parole veritiere di Péguy:” Era sconosciuto questa stretta economica di oggi, questo strangolamento scientifico, freddo, rettangolare, regolare, costumato, netto, senza una sbavatura, implacabile, accorto, costante, a modo come una virtù: una stretta in cui si è presi senza che si abbia nulla da ridire e dove chi è strangolato ha l’aria di avere così palesemente torto.2

Lo strangolamento del presente sotto i colpi dell’economico si concretizza in un’ infinità di atti legalmente riconosciuto.

 

Il caso del villaggio neolitico barese

In questi giorni, ma il problema è annoso, si sta consumando un crimine contro la storia in nome del capitalismo assoluto, nell’indifferenza di molti e di non poche Istituzioni. In un quartiere della città, Palese, è venuto alla luce un villaggio neolitico: sul suolo si vorrebbero costruire una serie di ville a schiera. La Soprintendenza di Bari ha tolto ogni vincolo sul villaggio, in quanto non ritenuto di rilevanza storica. Non pochi studiosi, invece, considerano il sito di rilevanza notevole e non un accumulo di pietre insignificante. In questi giorni le ruspe sono tornate a minacciare il villaggio neolitico, malgrado le proteste dei cittadini e di Sabino Mangano che in quanto capogruppo del movimento cinque stelle del Comune di Bari vuole portare la questione a livello nazionale. Ancora una volta si assiste al capitale che agisce a tamburo battente secondo la definizione di Costanzo Preve l’intensità e l’estensione libere dai limiti che solo la politica può dare, saccheggiano il passato in nome di un’economia dell’edilizia fine a se stessa, per rendere il presente indecifrabile ed il futuro un orizzonte da cancellare. La cancellazione del villaggio neolitico sotto il cemento è solo un esempio dell’economia che non conosce altra legge che il guadagno. Gli interessi della comunità la quale necessita di un fondamento valoriale per essere coesa cadono sotto l’ipostatizzazione dell’economia che può tutto ed in nome della quale tutto è permesso. Non possiamo non porci la domanda su quello che resta se si procede a tacitare la storia, la quale è il luogo dei vissuti, delle lotte, delle evoluzioni e delle involuzioni. La cancellazione della storia è il silenzio della sedimentazione dei vissuti, se la storia non è interrogata, se non sono colte le contraddizioni dinamiche che la muovono, non resta che la pratica del nichilismo, del disorientamento di massa. La storia si offre a noi per mostrarci che i modelli sociali ed economici sono plurimi. Vi è il sospetto che nell’ostilità diffusa verso la storia vi sia una forte motivazione ideologica, ovvero, non si deve sapere e conoscere che la condizione attuale è solo una delle innumerevoli possibilità che si sia concretizzata. Non resta che ripensare attivamente le parole di Gramsci:” La storia è maestra di vita, ma ha pochi alunni.”

 

L’astratto nell’economia del capitalismo assoluto

Contro il capitalismo dobbiamo tenere alta la speranza nel quotidiano, perché la storia non è conclusa, ma è aperta al possibile, e tale opposizione deve avvenire in una microfisica della lotta imprescindibile che deve denunciare l’estensione e l’intensità nella sua fatticità. Alain de Benoist ha giustamente affermato che la matematizzazione dell’economia ha il suo interno le faglie del possibile, poiché le previsioni di cui si nutre l’economia dell’estensione e dell’intensità, spesso celano dietro l’apparenza concretezza dei numeri, a cui tanti credono in modo superstizioso, uno scollamento totale dalla realtà nel quale trovare le condizioni per riportale il possibile dove sembrava regnare il determinismo:

La storia, in realtà, è imprevedibile. In essa abbondano tanto le necessità quanto i casi, i paradossi, le incertezze, le eterotelie e le alee. Il mondo dell’interconnessione universale, della liquidità perfetta, che permette una circolazione totalmente “libera” del capitale, non è altro che un sogno. Non si sfugge alla sua “opacità”, a cominciare da quella dei mercati finanziari. La crescente matematizzazione della teoria economica, cui assistiamo da vent’anni, soprattutto nell’ambito del calcolo dei rischi, fornisce, a questo riguardo, solo un’apparente scientificità. La formalizzazione matematica fa guadagnare in eleganza all’economia ciò che le fa perdere in realismo. Essa induce soprattutto a trascurare tutti i fattori impossibili da quantificare, a cominciare proprio dalla nozione di rischio, che dipende innanzitutto dal senso che si dà agli avvenimenti.3

L’economia matematizzata con le sue previsioni, astratta dalle condizioni materiali e storiche non ha all’interno delle sue previsioni la responsabilità etica e comunitaria. L’economia matematizzata che divora la storia non mette in conto che lo sviluppo superstizioso e dogmatico, può portare la crescita della quantità per alcuni, ma a decremento della qualità di vita della comunità, della sua atomizzazione depressiva che rende impossibile anche il godimento, poiché senza memoria non vi è percezione del piacere come della gioia.


Note
1 Costanzo Preve intervista del 31/3/2010 su youtube
2 Charles Péguy, Il Denaro, Castelvecchi, 2016, pag. 51
3 Alain de Benoist, Sull’orlo del Baratro, Arianna editrice, 2012 pag. 36
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Comments   

#1 Ernesto Rossi 2018-09-08 22:10
Capitale, capitalismo, frenesia del guadagno. Sono termini ormai troppo abusati, non dovrebbero mai essere usati, se non in modo motivato. Capitale non è un soggetto; meglio i nomi e cognomi. Il denaro è un mezzo e il fine è il rispetto
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