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La catena di comando, il caso Cucchi e altre domande

di Redazione Contropiano

“Chi sa parli”: così ha affermato il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, intervenendo alla trasmissione Porta a Porta sulla morte di Stefano Cucchi.

Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.

Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.

Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi.

Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.

Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.

Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.

Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?

Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina… rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.

Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?

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C’è poi un secondo filone di domande che sorge da quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.

Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”. ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.

In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:

Una mossa (la confessione di Tedesco, ndr) che ha una sola ragione «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».

Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (comissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.

Anche gli “accordi incoffessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”

L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».

Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.

Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeo che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri…

Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).

Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.

Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o lumpenproletariato criminale.

E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.

Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.

E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.

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