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Le contraddizioni di Marx sul valore d'uso ne "Il Capitale"

Addio al concetto trans-storico di valore d'uso

di Ernst Lohoff

Per quanto riguarda il valore d'uso, Marx, durante la sua esposizione ne Il Capitale, si annoda in quella che appare una flagrante contraddizione. All'inizio del Capitale, si legge: «I valori d'uso costituiscono il contenuto della ricchezza, qualunque sia la sua forma sociale. Nella forma sociale che andiamo ad esaminare, essi costituiscono allo stesso tempo i portatori materiali del valore (...) di scambio» (Marx, Il Capitale, Libro I).

Il valore d'uso viene quindi qui assunto come se fosse solo un'altra parola per descrivere la ricchezza sensibile materiale che viene creata dall'uomo, e che viene quindi intesa come se si trattasse di una grandezza trans-storica. Tuttavia, nelle fasi successive dell'esposizione che viene svolta nel I Libro del Capitale, Marx parla di due merci, rispetto alle quali la sua analisi dimostra che: oltre al loro valore d'uso, sensibile materiale, esse possiedono anche un secondo valore d'uso - sopra-sensibile e puramente sociale - che, nell'economia borghese, è anche il loro valore d'uso essenziale. Questo vale anzitutto per la merce generale chiamata in causa: il denaro. L'oro, diventando denaro, viene investito del valore d'uso, che consiste nel rappresentare del valore sotto forma della sua scambiabilità immediata. Questo valore d'uso non possiede né carattere materiale né carattere trans-storico.

La forza lavoro, che, a sua volta ha, oltre al valore d'uso di generare determinati beni  (tessuti, abbigliamento), quello di generare profitto e plusvalore, e tale valore d'uso - il solo che interessi al capitalista - è, anch'esso, puramente sociale in uno specifico senso storico.

Nel II Libro del Capitale, Marx si riferisce al tipo più strano di merce che il capitalismo abbia mai generato: il capitale monetario che viene negoziato come una merce. Questa merce - Marx non può essere più chiaro di così a tal proposito - ha unicamente un valore d'uso puramente sociale. Ad esempio, chiunque prenda in prestito del denaro, lo riceve «come valore che possiede il valore d'uso di creare del plusvalore, del profitto» (Karl Marx, Il Capitale, Libro II). Questo si concilia ancora meno con l'identità, che viene affermata nel primo capitolo del Capitale, fra valore d'uso e ricchezza materiale sensibile. Tale incoerenza presente nell'argomentazione di Marx, può essere risolta senza problemi: bisogna attenersi a quel che fa effettivamente Marx, nel corso della sua esposizione e dire addio all'identità del valore d'uso e della ricchezza materiale e, a partire da questo, alla nozione trans-storica del valore d'uso. L'opposizione fra il valore d'uso ed il valore di scambio non è un'opposizione fra una categoria trans-storica ed una categoria capitalistica specifica, ma è un'opposizione interna in seno alla relazione del valore.

[...]

Chiunque interpreti il valore d'uso come una categoria trans-storica non può che separare, alla stessa maniera, la pratica umana che produce le merci, vale a dire, il lavoro. Di conseguenza, nel I libro del Capitale, è solo nella sua determinazione di lavoro astratto - di lavoro che si pone come valore di scambio - che il lavoro appare come se fosse qualcosa di specificamente capitalista. Il lavoro concreto, al contrario, esisterebbe in tutte le formazioni sociali, senza differenze. Nei suoi scritti giovanili, Marx aveva parlato un linguaggio del tutto diverso, attaccando il lavoro in quanto tale in un modo tanto virulento quanto giusto: «Il "lavoro" è per sua natura l'attività asservita, inumana, asociale, determinata dalla proprietà privata e creatrice di proprietà privata» (Karl Marx, A proposito di Friedrich List, «Il sistema nazionale dell'economia politica»). [La bozza del testo di Marx, per intero, può essere letto qui, nella mia traduzione.]

Ma ne Il Capitale, anziché proseguire questo attacco frontale e specificarlo sul piano categoriale, Marx disinnesca la sua critica, utilizzando il concetto di lavoro in un maniera che si adatta alla religione dominante del lavoro. Ed in questo momento, allora, che la differenziazione fra il lavoro che rappresenta il valore di scambio ed il lavoro che rappresenta il valore d'uso può essere formulata senza problemi, da un punto di vista che concepisce il lavoro - così come lo descrive il Marx degli scritti della gioventù - in quanto forma di attività specificamente capitalistica. L'opposizione fra lavoro concreto e lavoro astratto è un'opposizione interna al rapporto del valore. I due poli - lavoro concreto e lavoro astratto - esistono unicamente all'interno della relazione stabilita dal valore.

[...]

È solo a partire dagli anni 1990 che si cominciano a vedere delle posizioni che correggono questa concezione, sia del valore d'uso che del lavoro concreto. La prima a portare avanti una critica della concezione tronca del valore d'uso, è stata Kornelia Hafner (1993). Krisis ha fatto sua questa critica, e l'ha resa un'occasione per poter riflettere a proposito di una de-ontologizzazione della categoria del lavoro concreto. Il passaggio ad una critica radicale del lavoro, in quanto forma di attività specificamente capitalistica, porta il segno del saggio di Robert Kurz, "Il Post-Marxismo ed il Feticcio del Lavoro", apparso sul n°15 della rivista Krisis [e che può essere letto qui, per intero, nella mia traduzione].


(Estratti da: Ernst Lohoff, "Autodistruzione Programmata. A proposito del legame interno fra la critica della forma valore e la teoria della crisi nella critica marxiana dell'economia politica" - apparso sulla rivista Illusio, 2017)
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