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Sul primato della pratica e la sua proliferazione conflittuale

di Diego Sarri

In un precedente articolo, intitolato “Il bisogno di un’eresia” abbiamo predicato l’esigenza di apertura, inteso sia come adattamento attualizzante che come produzione attiva di agire politico, delle discipline e pratiche rivoluzionarie. Siamo arrivati, sempre nel suddetto articolo a sostenere ciò analizzando ed esasperando il ruolo di Bachelard in Althusser. Sempre nel medesimo testo abbiamo citato, abbozzato, un’altra grande influenza subita dallo stesso Althusser: Spinoza. Ebbene, con un’analisi identica, tesa ad enucleare ed esasperare il ruolo di Spinoza in Althusser proveremo ad evincere altri principi verso i quali la pratica teorica rivoluzionaria, a nostro giudizio, dovrebbe orientarsi. Parliamo del primato della pratica, e per pratica si intenda anche la teoria, la pratica teorica appunto, ed è infatti la natura pratica e mai trascendentale che ogni dottrina rivoluzionaria vincente dovrebbe possedere che noi predichiamo, nonché la sua “proliferazione”, proliferazione di conflitto, generazione tutta pratica di nodi cioè di conflittualità sul terreno, mai riduzionistico, della complessità sociale.

Un testo capitale per la produzione della nozione di primato della pratica, nell’opera di Althusser è sicuramente “Dal Capitale alla filosofia di Marx”, contenuto nel testo, capolavoro seminariale, intitolato “Leggere il Capitale”.

In questo saggio, il filosofo francese affronta una questione filosofica di natura “gnoseologica”, attinente alla teoria della conoscenza cioè. Ebbene, uno dei bersagli polemici qui sarebbe la teoria della conoscenza di matrice empiristica. Ora, il campo problematico della conoscenza sul terreno empirista viene espresso da Althusser in tre punti sostanziali:

1) La conoscenza è contenuta nel reale come sua parte

2) La conoscenza è separazione tra due parti

3) L’astrazione è eliminazione di una parte inutile

I termini della relazione sono il soggetto, l’oggetto ed il processo di conoscenza. Soggetto ed oggetto sono anteriori rispetto al processo di conoscenza. L’operazione fondamentale, sui cui si baserebbe il processo di conoscenza empirista è l’ASTRAZIONE: operazione con la quale si estrae l’essenza dall’oggetto reale. Questo è un processo reale, per cui al termine del processo il soggetto giungerebbe a possedere l’essenza reale dell’oggetto. Ecco che Althusser, rifacendosi a Marx, all’Introduzione del 1857, introduce una distinzione netta tra oggetto reale ed oggetto di conoscenza. Quindi la produzione di un oggetto reale adesso avviene nel reale, mentre quello dell’oggetto di conoscenza avverrebbe in un altro dominio, quello appunto della conoscenza, che potremmo definire teoretico. Sono ordini diversi. La definizione del dominio della conoscenza, è comunque PRATICA; esso è un apparato storicamente costituito, articolato nella realtà naturale e sociale. Esistono condizioni materiali che determinano il MODO DI PRODUZIONE (nozione decisiva) di una conoscenza. Questa, come qualsiasi pratica risulterebbe da una combinazione di oggetti, mezzi di produzione teorici e rapporti storici. Il pensiero ci appare così come un sistema reale, fondato ed articolato nel mondo reale di una società storicamente data.

Queste considerazione di natura gnoseologica con Althusser acquisiscono uno spessore epistemologico: si parte da una critica gnoseologica per arrivare ad una sorta di “epistemologia politica”, una teoria della scienza, della formazione del pensiero scientifico, come filosofico o teorico in generale, con fortissime ricadute sociali e politiche. L’autore trattato riesce a definire il campo sul quale le scienze, la filosofia, l’attività culturale si sviluppano o inviluppano. Epistemologia che definiamo politica appunto, perchè la scienza di cui parla Althusser non è neutrale, e questa cosa viene ben evidenziata dal momento che la produzione di sapere viene sempre a dipendere da uno specifico modo di produzione. Il solo riconoscimento di questo stato fattivo è un’evidenza che ha carattere politico, ed anche impattante, da un punto di vista storico e contestuale, proprio per il bisogno, attuale, di pensiero CONCRETO ed efficace. Presentando come una questione pratica l’ordine del teorico entriamo in una prospettiva di “praticità” per l’intero ordine sociale. Una tensione che si esprime nella polemica che il filosofo intrattiene con ogni genere di riduzionismo, specie quello “economicista”, la tendenza a ridurre l’intera società alla funzione economica. Ma, sostiene sempre Althusser, l’idea di totalità sociale, il concetto di capitalismo su cui si dibatte la letteratura marxista, è cosa complessa, gerarchica ed a dominante. Complessa, perché composta da strutture ,economiche, culturali, politiche ecc… tra loro comunicanti ma anche relativamente indipendenti; gerarchica poiché esisterebbe una relazione di gerarchia tra le strutture; infine a dominante poiché l’organizzazione definitiva

degli assetti sociali si deciderebbe sul terreno dell’economia, o meglio del cosiddetto MODO DI PRODUZIONE. Nel modo di produzione capitalistico la determinazione viene di ultima istanza viene assegnata all’economia, ma il discorso non è universalizzabile, in società diverse, non capitalistiche questo aspetto potrebbe non ripetersi. L’economia perciò determinerebbe gli assetti sociali ma solo in “ultima istanza”. Si dice appunto SURDETERMINAZIONE, semplificando molto il ragionamento althusseriano, quel gioco che si verifica nella totalità sociale , tra le varie strutture, in ultima istanza però determinato dall’economia.

Ora, a nostro giudizio la prospettiva economicista compie un errore capitale: universalizza, totalizza l’orizzonte strategico, nel senso che nel nesso pratico, ontologicamente fondante per ogni agire politico e che lega la cosiddetta strategia alla tattica, la tattica giungerebbe ad essere una semplice variabile dipendente della variabile indipendente strategica. Il breve e medio periodo, per farla più semplice viene declinato rispetto ad obiettivi di lungo periodo. Il risultato è che, dato che nel breve e medio periodo l’agire politico conosce i maggiori aspetti di concretezza, essendo nella costruzione progressiva, per tappe materiali, che si realizza l’agire politico, ebbene determinando gli aspetti concreti rispetto all’orizzonte strategico, che sconta una indefinibilità tempistica il più delle volte trovandosi spesso carico di utopismo, otteniamo un depotenziamento pratico, una minore concretezza e dunque un rallentamento stesso delle tappe di avvicinamento al fine strategico. Si pensa che l’economia determini in modo onnilaterale, dunque, per fare un esempio semplice, si attacca subito il nemico al cuore, pensando di affrontare un percorso diretto e breve ma attaccando in realtà il nodo di realtà sociale meno attaccabile, meglio difeso dal sistema. Si predica magari la nazionalizzazione del sistema produttivo in una fase di netta debolezza, almeno qui in Italia del pubblico rispetto al privato multinazionale. Oppure si finisce ad ammirare forme di interventismo pubblico oligarchico come quello russo o cinese. Visioni irreali che sopravvalutano il ruolo storico delle forze di rappresentanza orientativamente più tradizionali di una classe operaia in netta difficoltà rispetto ai compiti della rivoluzione. Questa è una della aporie del riduzionismo economicistico, dal nostro punto di vista. Possiamo ben dire che la Rivoluzione di Ottobre sia stata sicuramente un capolavoro di capitalizzazione tattica del momento storico, dato che scontò un’accelerazione rispetto al paradigma egemone spingendo un paese sostanzialmente agricolo verso una rivoluzione di stampo socialista. Se Lenin avesse rispettato l’orizzonte strategico del proprio contesto, basato sulla convinzione che una classe operaia matura avrebbe liberato il mondo, probabilmente la Rivoluzione di Ottobre non si sarebbe mai verificata. Sebbene l’economia determini in ultima istanza, questo non significa che gli attacchi più efficaci debbano essere portati esclusivamente su bersagli economici. Il punto di attacco preferibile deve appunto essere concreto e la concretezza si esprimerebbe appunto nell’ordine del tattico. Quindi è tutto da dimostrare che si debba iniziare a lavorare dalla contraddizione economica, a meno che questa non ci appaia storicamente, con perfetto tempismo e contingenza come la priorità tattica.

Questa semplificazione apparente verso il concreto conduce verso un’ulteriore complessità, in verità. Dimostrata l’attitudine pratica e concreta del metodo dell’agire politico, vogliamo ora sottolineare il terreno sociale su cui si dovrebbe muovere simile praticità creativa, produttiva. Arriviamo dunque al rapporto tra Althusser e Spinoza, risolutivo per la conclusione del nostro ragionamento. Un concetto portante, nella letteratura spinoziana è quello di Dio, di ente perfetto posto in funzione ARCHITETTONICA per l’intera realtà. La nozione è sostanzialistica, nel senso che l’ente perfetto sarebbe anche la sostanza unica ed indivisibile, posta in un rapporto di immanenza rispetto all’intera realtà. Una presenza ubiqua, che non riduce il reale a se ma che esprimendo potenza produttiva genera delle molteplicità, delle infinità ontologiche. Dio, eretto a sostanza unica risolve al proprio interno l’intera natura, non ponendosi però rispetto ad essa in posizione trascendentale. Nel rapporto spinoziano tra l’Uno ed il Molteplice si afferma quel principio di totalità complessa che poi ritroveremo in Althusser. Una società appunto complessa, prodotta su un piano di molteplicità, lungo assi di pluralismo morfologico, con più strutture indipendenti in maniera parziale, dunque anche interagenti in un gioco di reciproche influenze decise, ma solo in ultima istanza, dalla contraddizione economica; tale determinazione di ultima istanza qualifica il MODO DI PRODUZIONE, ossia come si produca nei vari segmenti dell’intero tessuto sociale, sia essa una produzione economica, politica o culturale. Ecco che si chiarisce cosa significhi fare proliferare il conflitto: attenersi ad una opportunità di attacco dislocato ad ogni livello del tessuto sociale, plurale, tatticamente machiavellico, prodotto in ogni possibile nodo o punteggiatura del sistema sociale stesso. Significa occupare ogni aspetto del tessuto sociale in posizione conflittuale, con radicalità trasformativa e rivoluzionare, senza dare priorità ontologiche varie, se non a quello che appare concretizzabile e direttamente attaccabile.

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