Sull’imbarbarimento dei valori etici
di Laura Baldelli
Da “La Sinistra che non c’è”, dialogo tra Claudio Magris e Marco Rizzo, può partire una discussione seria sul rapporto conflitto di classe-diritti civili e sui valori etici nella fase alta della mondializzazione
Domenica 28 marzo sul Corriera della sera Claudio Magris dialoga con Marco Rizzo; infatti più che un’intervista è un dialogo schietto e asciutto tra un uomo di cultura, che ha respirato la mittle Europa di Trieste, ed un politico, un comunista che non ha abiurato e continua a lottare. Nel dialogo si focalizzano alcuni punti nevralgici: perché essere ancora comunisti oggi, le trasformazioni della sedicente “sinistra”, portatrice di valori liberal, sottomessi al mercato, che rifiuta il conflitto di classe, ma si spende per i diritti civili; e poi non ultimo l’imbarbarimento generato dal “culto del mercato”.
La conversazione accende molte riflessioni e mi soffermerò su quest’ultimo aspetto partendo da Marco Rizzo che parla di “valori sottosopra” nel nostro Paese, in cui i lavoratori sono senza coscienza di classe e sono spazzate via anche “le regole della morale borghese”.
La sinistra, o meglio ciò che ne rimane, e l’informazione inseguono i diritti civili individuali, trasformati nella difesa di tutte le trasgressioni possibili, generando dispute e schieramenti sui gusti sessuali ed uteri in affitto; tutto gioca per anestetizzare il conflitto tra capitale e lavoro nell’epoca del neoliberismo rapace, mentre ci sarebbe bisogno di consapevolezza, di dissenso antagonista…..di lotta di classe!
Ma come è stato possibile arrivare a tanto?
Sulla nostra rivista, lo speciale del centenario della fondazione del Partito Comunista Italiano propone analisi storiche che evidenziano come la svolta della Bolognina, preparata per anni con le scelte politiche “sotto l’ombrello della NATO”, “l’eurocomunismo” e l’assenza nella politica italiana del più grande partito comunista del mondo non al governo, abbiano segnato un declino economico, ma anche etico per tutto il nostro Paese; ed anche come l’abiura di molti dirigenti e militanti di base e l’abbandono del conflitto da parte della CGIL a favore della concertazione, abbiano aperto tutte le strade all’accettazione della società del libero mercato, come dottrina inesorabile o addirittura “naturale”, con tutto quello che ne comporta.
La rinuncia alla lotta ha favorito la progressiva sostituzione di valori etici, abbracciando un diverso concetto di libertà: libertà individuali, diritti civili individuali che hanno preso il posto delle lotte per i diritti sociali e solidali, dimenticando che lotta di classe e lotte per i diritti sociali e civili fanno parte della stessa dialettica; di conseguenza è prevalso l’individualismo, principio fondante della società capitalista, quell’illusione di libertà e di infinite possibilità di realizzazione, una specie di rilancio del selfmademan/woman del romanzo inglese del Settecento; ma se non si costruiscono pari opportunità, welfare, diritti sociali, difesa dei beni comuni, pensando ad una società solidale e collettiva, emergeranno solo chi nasce fortunato tra privilegi culturali ed economici e chi si muove spregiudicatamente nel mondo del neoliberismo.
C’è stata una transizione dalla “lotta di classe”, concetto progressivamente sparito dai discorsi politici, verso la “conflittualità sociale”, che accontenta una certa sinistra intellettuale, tutta focalizzata sull’ingiustizie della diseguaglianza razziale, delle discriminazioni sessuali, a cui però si toglie peso politico e sociale se private della lotta di classe; e sui popoli costretti alla migrazione si abbandona la categoria di analisi storica dell’imperialismo.
Oggi in Italia tra terzializzazione dell’economia, delocalizzazioni, chiusure e sostituzione della forza lavoro con i nuovi schiavi dei subappalti del sottoproletariato immigrato, la classe operaia sembra sparita perché ha perso la sua coscienza di classe e questo ha favorito la controffensiva padronale. In un paese dove si punta tutto sulla terzializzazione e non più sulla ricerca innovativa della produzione, la classe operaia non fa più notizia, perché non fa più notizia la disoccupazione conseguenza delle delocalizzazioni e delle svendite delle aziende italiane ai capitali stranieri; l’informazione in tempi di pandemia si concentra sui ristoratori, spuntati come funghi nel miraggio edonistico della massificazione del “mangia, bevi e consuma”, ora con la pandemia candidati ad essere i nuovi poveri. Si va formando da tempo “una classe di subalterni”, subalterni alle multinazionali, subalterni alla finanza, subalterni alla feroce legge del mercato, ma soprattutto subalterni culturalmente.
Ma non basta. Un ruolo decisivo nella trasformazione del tessuto etico-sociale della popolazione italiana, l’hanno svolto le tv commerciali e la rincorsa della Rai ad imitarle con i format di cucina, talent e talk-show politici da avanspettacolo.
Berlusconi, con il suo stile di vita, diffuso dai programmi Mediaset, ha cambiato interessi, gusti, piaceri, emozioni e sentimenti degli Italiani ed anche dei cittadini stranieri residenti, escludendo quelli la cui comunità richiede un’adesione religiosa che permea tutta la vita sociale. Recentemente sui social è apparsa una lettera di un giovane docente, “un j’accuse” contro i nuovi idoli dei giovani, ma anche degli adulti: Maria De Filippi con i suoi programmi ruffiani che esasperano e svendono emozioni intime da una parte e dall’altra spingono con enfasi i giovani dai sogni telecomandati, al successo nel mondo dello spettacolo; ma il programma forse più dannoso è quello degli incontri sentimentali, che speculando sulla solitudine di uomini e donne, trasforma in idoli gente comune dagli spregiudicati modelli relazionali, regalandogli fama, spingendo i telespettatori ad emularli. Che dire dei danni incommensurabili del Grande fratello, dell’Isola dei famosi e di Barbara D’Urso? Una decadenza da tardo impero di consapevoli programmi promotori del riconoscimento sociale dell’apparenza, dell’ostentazione, della bellezza chirurgica e palestrata, dello sdoganamento dell’ignoranza, della spettacolarizzazione del dolore e della maleducazione egoica. Hanno creato con una distorsione educativa, un imbarbarimento sociale, hanno destabilizzato ed impoverito sul piano etico le nuove generazioni, che scimmiottano personaggi inqualificabili senza talenti. Sono un’umiliazione, una mortificazione per chi studia, per chi lavora e paga le tasse, quasi costretti ad una emarginazione sociale, tanto ormai l’influenza è pervasiva.
Come profetizzò Pasolini il consumismo ha corrotto la società molto più del Fascismo ed oggi il vuoto culturale è riempito da tv spazzatura e social dove imperversano gli “influencer”.
Oggi c’è un grande bisogno di lotta culturale per ritrovare i valori etici della Costituzione fondata sul lavoro, sul diritto allo studio e alla salute, per ricostruire una rete solidale tra generazioni, per non essere subalterni, per ricostruire una coscienza di classe e riaccendere la lotta contro i frutti avvelenati del libero mercato, altrimenti le rivolte popolari rimarranno come le jacquerie medioevali e non si trasformeranno in lotte per un cambio di modello economico-sociale.













































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