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A.I. e vita umana

di Paolo Bartolini

Mentre attendo con curiosità e impazienza la traduzione italiana del nuovo libro di Miguel Benasayag dedicato all’“intelligenza” artificiale (il titolo della prima edizione in spagnolo, di prossima uscita, è illuminante: L’intelligenza artificiale non pensa. E il cervello neanche), mi soffermo sul compito della filosofia rispetto alla fascinazione crescente che l’AI esercita sull’opinione pubblica. Indubbiamente le conseguenze della diffusione dei programmi di “intelligenza” artificiale saranno notevoli, soprattutto sul versante del lavoro e dell’occupazione. Non vi è dubbio, inoltre, che sul piano della creazione dei contenuti assisteremo a una pletora di stimoli artificiali in ogni campo della conoscenza. Quale posizione etica adottare dinnanzi a questi rivolgimenti epocali che promettono di impattare massicciamente sulla nostra realtà quotidiana? Ecco, la filosofia mi pare possa aiutarci a non affrontare questo passaggio in modo superstizioso e a porci delle domande all’altezza della sfida. Questo le macchine non possono farlo davvero: interrogarsi con inquietudine, porre domande sensate e attivare il pensiero critico, sono atteggiamenti mediati dal linguaggio che riguardano un vivente impegnato nel mondo, incapace di prevedere ogni sviluppo degli eventi sul pianeta, preso tra memoria e oblio, sapere della morte e aspirazione a una vita piena.

Sono le nostre incertezze e i nostri desideri ad aver mobilitato la tecnica moderna, la scrittura formalistica degli algoritmi, la speranza di “controllare” sempre più l’evento della vita che sfugge dal perimetro del calcolo e dal finto-possesso veicolato dai segni morti del potere e del denaro. Colpisce allora come si cerchi, da più parti, di farci apprezzare l’evoluzione rapida e sbalorditiva dei sistemi di AI, destinati – così si dice – a maturare forme di apprendimento spontanee, ad autoriparare i danni strutturali, forse un giorno a provare emozioni vere e proprie.

Qui il filosofo deve porsi in ascolto e comprendere bene quale sia il livello concreto del discorso. Possibile che non si realizzi che la descrizione delle macchine digitali di nuova generazione, è quella di un artefatto con capacità umane amplificate, o meglio “aumentate”? Mentre trascuriamo con indifferenza le fragilità della nostra specie, fino ad auspicare un’umanità implementata grazie a protesi e microchip che ne estendano le facoltà di memoria, progettazione ecc., ci estasiamo immaginando presunte “intelligenze” robotiche che fatalmente si approssimano alle caratteristiche dei viventi organici/culturali che siamo. Qui dovremmo sentire puzza di bruciato, soprattutto perché la costruzione di questi dispositivi di nuova generazione è il risultato di una specifica configurazione socioeconomica, storicamente determinata: quella capitalistica incentrata sul sistema delle merci. Mi sembra, a dirla tutta, che mediante la narrativa mainstream che magnifica l’innovazione a ogni costo, si stia diffondendo l’ennesimo diversivo tossico. Sappiamo tutti che i programmi di AI provocheranno danni cospicui alla professionalità di certe categorie umane, riducendo il lavoro pagato e sostituendolo con “intelligenze” più funzionali all’esecuzione degli ordini e al raggiungimento dei risultati auspicati. Perché è così raro, invece, che si parli di tecnologie finalizzate a garantirci, a parità di salario, la riduzione della giornata di lavoro a cinque/sei ore per massimo quattro giorni di impegno settimanale? Perché bisogna umanizzare le macchine quando l’andamento del neoliberismo imperante procede incessantemente a reificare gli umani, deprivandoli di sicurezza, beni relazionali, margini di partecipazione democratica alle scelte effettuate nei luoghi dell’agire politico? Quale apprendimento, quale “coloritura emotiva” interessano i programmatori e, a monte, i finanziatori della ricerca sull’“intelligenza” artificiale? Penso, senza pregiudizi di stampo umanistico, che la tecnologia possa anche essere usata per fini condivisibili, eppure servono consapevolezza e progetti di ampio respiro, guidati da una conoscenza opportuna delle differenze strutturali che separano il vivente dall’artificiale. Chi si lascia stregare da questo animismo 2.0 (assai lontano dall’animismo frequentato da altre culture, centrato sulla continuità e sul dialogo tra umani e non umani nell’ottica di una deep ecology), finirà quasi sicuramente per osannare la potenza straordinaria del tecno-capitalismo e il suo immaginario dove i prodotti della ricerca tecnologica al servizio del capitale finiscono per sembrare, nel lungo periodo, più umani e degni di rispetto di noi. Quasi potessimo aspettarci dagli algoritmi risposte percorribili alle emergenze del nostro tempo, prima su tutte quella ecoclimatica. Per questi e altri motivi ritengo che il ruolo della filosofia sia quello – nel ricordare che l’essere umano è un essere naturalculturale, quindi essenzialmente tecnico nel suo divenire – di porre sotto esame le intenzioni, i discorsi e le pratiche che stanno alla base della rivoluzione AI degli ultimi anni. Ci accorgeremo forse, seguendo le traiettorie di un fenomeno tanto affascinante quanto idealizzato, che sono alcuni umani ben determinati, mossi da interessi specifici, a prospettare al mondo l’avvento di menti disincarnate, esenti da angosce esistenziali, rispettose dei comandi ricevuti, ma profondamente flessibili e “intelligenti” nella soluzione dei problemi sottoposti alla loro potenza di calcolo. Rottamare i lavoratori, il dibattito politico, le fragilità dei corpi e dei cuori, per farci guidare da nuovi simbionti artificiali inclini a un crescente potenziamento delle capacità iscritte nei circuiti al silicio di cui sono fatti: questo è ovviamente il risvolto distopico di quanto sta accadendo. Una possibilità auspicabile, e in controtendenza, è quella di mettere queste tecnologie al servizio di una riorganizzazione/riconversione della società in senso ecologico e solidale, liberando tempo di vita per gli umani sottraendolo agli eccessi del lavoro salariato. Tempo per la cura, per l’amore, per l’espressione creativa, per la formazione. Tempo per metterci in cerchio e parlare della paura e della gioia, dei nostri sogni e degli incontri imprevisti. Nulla che possa desiderare una macchina, la quale non desidera, non aspira al bene, non teme il male, piuttosto funziona per soddisfare il folle sogno umano di congelare nel sapere la vita che, inevitabilmente, tra-passa ogni segno lasciandolo dietro di sé, spoglia di un passaggio inafferrabile. Lo spirito, come il vento, soffia dove vuole.

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Comments

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Carlo
Thursday, 28 September 2023 21:23
Hare Krishna Hare Krishna
Krishna Krishna Hare Hare
Ma da che parrocchia è uscito questo?
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