
Sartoria politica
di Paolo Bartolini
Un certo disimpegno da parte degli USA rispetto alla NATO (che non implica affatto l'abbandono dei presidi a stelle e strisce presenti sul territorio europeo: gli Stati Uniti hanno bisogno di un'Europa subalterna e funzionale ai loro interessi nell'area) sta spingendo le élite europee orfane dei Dem in direzione di una risposta che possa coniugare capitalismo finanziario e negazione degli errori madornali fatti da molti anni a questa parte.
Il piano di riarmo, battezzato in maniera ipocrita "Prontezza", produrrà una bolla clamorosa di investimenti e profitti nel campo dell'industria militare. Da un lato si pensa di ravvivare l'economia con un rilancio del settore sicurezza/difesa, poi evidentemente si ambisce - cosa irrealistica oltre ogni misura - a indicare il cammino verso un'unificazione politica dell'UE (o quantomeno al coordinamento stabile di iniziative congiunte prese da un nucleo di paesi volenterosi: una specie di NATO europea come spiegava quel personaggio che è Carlo Calenda in uno scontro rovente con Marco Travaglio nel programma Accordi & Disaccordi). Che l'obiettivo degli eurocrati sia la guerra con la Russia entro il 2030, o che lo spauracchio serva solo al progetto di "rafforzamento" della coesione UE tramite un nemico esterno, in entrambi i casi l'Unione europea si dimostra cieca alle vere esigenze dei cittadini. I leader che ci sgovernano da anni, non possono ammettere di aver perso in Ucraina e di aver sbagliato tutto con le loro politiche di appoggio incondizionato a Zelensky (politiche dettate direttamente da Washington e assimilate integralmente da fanatici inclini alla russofobia permanente), allora si atteggiano a nobili statisti e provano a cogliere l'occasione per tramutare un disastro nel rilancio del sogno europeista.
Ragionano così anche intellettuali come Nadia Urbinati. Il problema è che, nella realtà, questo è un incubo, dal quale potremmo uscire (forse) solo con le dimissioni dell'attuale ceto dirigente e con un ripensamento radicale del progetto europeo in direzione di un'Europa solidale, del Welfare (e non del Warfare) e della mediazione pacifica tra attori internazionali nel nuovo mondo multipolare. Va detto, comunque sia, che a oggi non sono desiderabili le due prospettive più amate sui social: 1) disgregare l'UE e correre da soli come Stati nazionali: sarebbe la rovina, probabilmente anche per Francia e Germania, non parliamo dell'Italia; 2) auspicare un'Unione politica a 27 che renda felice Benigni, Serra e Fabio Fazio.
Il punto è che, oltre le partizioni della geopolitica, a comandare sono sempre le classi dominanti, che non hanno nessun interesse a rivisitare il progetto europeo in direzione di una svolta "eco-socialista". Allora, che si fa? La risposta echeggia la sapienza spirituale: essere nel mondo, ma non di questo mondo. Bisogna, come ad esempio stanno facendo in questi giorni delle associazioni contrarie al riarmo, pensare alla creazione di reti transnazionali di resistenza alle logiche di guerra. Mobilitazione politica e culturale di tutti coloro che sono contrari alla china presa dall'UE e dagli Stati che ne seguono passivamente le politiche di indirizzo (l'osceno "libro bianco" sulla difesa), con dialogo aperto e cooperante tra i movimenti e i pochi partiti antiliberisti e pacifisti (in Italia penso soprattutto al M5S). Anche i sindacati, quei pochi che non si sono completamente assopiti per aver respirato il cloroformio presente sul bavaglio tecno-capitalista, devono fare rete e riaprire un conflitto sociale generativo. Ora come ora l'UE è irriformabile. Lasciarla crollare e "andare da soli" è una sciocchezza che può piacere solo ai sovranisti del dissenso indaffarati a catturare su internet le persone smarrite che cercano soluzioni "radicali" per dismettere la fatica del pensiero. Siamo quindi presi in trappola. Possiamo solo lavorare per far sì che - laddove questa Unione europea dovesse riconfigurarsi a forza, perdendo pezzi o ridimensionandosi - le forze socialdemocratiche e critiche verso il capitalismo si facciano trovare pronte per tessere qualche alleanza trasversale (l'idea più volte espressa da Fagan di un'Unione latino-mediterranea è preziosa e sensata) che poggi sui pilastri di un'etica della giustizia sociale e ambientale, e della diplomazia per risolvere le controversie internazionali.
Con una metafora: se l'UE è un vestito che si sta lacerando, non serve illuderci che possa rimanere intatto com'era (aveva tra l'altro numerosi difetti, impossibili da eliminare, nella sua versione originale) e nemmeno pensare di andare in giro solo con una manica o con metà pantalone. Piuttosto, mentre si evita di cadere nelle contrapposte tifoserie, si tratta di collaborare per dare vita a una nuova sartoria che sappia non solo mettere le toppe, ma cucire di notte - come accade nelle fiabe - un nuovo vestito più resistente, comodo e bello del precedente.








































" Si dice, illudendosi di aver detto una gran cosa, che l'arte politica sia l'arte del possibile, ma si dimentica che per il politico nessuno possibile è mai davvero dato: la sua azione è sempre obbligata, il vincolo è il suo elemento, è l'attrito che lo fa volare".
l'Azione Politica "realmente vincente", diventa quindi, sempre, quella che produce quegli insiemi di atti che tramutano le relazioni astratte insite nelle categorie di merce, denaro, valore, lavoro e mercato; del modo capitalistico di vivere, produrre e riprodurre; in un reale la cui azione, appunto, è sempre obbligata. Non si può mai produrre cambiamenti.
Anche il Politico quindi è una categoria del Capitale. Bisognerebbe Produrre qualcosa che vada "al di là" del Politico.
In un certo senso, lo trascenda.
Per ora non c'è riuscito nessuno.
Cordiali Saluti