Rojava, curdi, Ypg e le sirene della sinistra
di David Insaidi
Nel marzo del 2011 inizia, sull’onda delle “Primavere arabe”, una ribellione anche in Siria. All’inizio solo in una città, Dar’a, per poi propagarsi rapidamente in tutto il resto del paese. Curiosamente, questo accade proprio quando il governo siriano si era mostrato disponibile ad attuare una serie di riforme. Nessuno qui mette in dubbio la legittimità delle proteste popolari e le manifestazioni di malcontento (fin quando sono davvero tali).
Un’osservazione, però, va fatta: credo che non esista alcun paese al mondo in cui non ci sia una parte della popolazione scontenta per qualche motivo, e in cui spesso tale malcontento non si esprima nelle piazze in forma di protesta contro il governo (tranne forse nei paradisi fiscali, i quali però si possono considerare dei paesi ‘artificiali’). Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, non si assiste mai a una rapidissima creazione e proliferazione di gruppi armati e organizzatissimi, i quali in breve tempo vanno a costituire dei veri e propri eserciti, dotati di numerose armi, mezzi, ben finanziati e pronti a combattere.
Se a tutto ciò si aggiungono anche le dichiarazioni di un po’ tutti i leaders occidentali, i quali, a cominciare dall’allora presidente USA, Barack Obama, fin da subito incitavano alla caduta di Assad e all’abbattimento del “regime siriano”, solo un ingenuo può credere che la rivolta armata siriana sia stata del tutto spontanea e che non fosse stata preparata già da tempo, con evidenti contributi (per non dire altro) esterni al paese. Fatto sta che in breve tempo sorge l’ELS (“Esercito di Liberazione Siriano”) e altre formazioni, tra cui il tristemente noto ISIS.
Nel corso della guerra civile in Siria, nel nord del paese nasce anche l’YPG, una milizia curda, che, approfittando della debolezza dell’esercito siriano, si rende autonoma dal governo, creando delle zone indipendenti in regioni con un’elevata presenza di popolazione curda. Con tutto il rispetto per il popolo curdo – un popolo perseguitato da secoli, va detto – e con tutta la simpatia nei confronti della causa curda, non si può tuttavia non domandarsi come mai l’YPG abbia deciso di fare ciò, alleandosi apertamente con gli Stati Uniti e quindi di fatto anche con Israele.
Questi due paesi non hanno mai nascosto le loro mire imperialistiche e guerrafondaie, miranti al dominio di un’area, come il Medio Oriente, considerata per vari motivi strategica. E, allo stesso modo, non hanno mai nascosto la loro indifferenza (quando non disprezzo) verso le popolazioni arabe e tutte le altre etnie (armene, curde, ecc.) presenti nell’area. Ci sarebbe da aggiungere, inoltre, che uno degli obiettivi strategici più importanti di USA e Israele era quello dello spezzettamento dello Stato siriano in diversi piccoli staterelli, più facilmente controllabili, e quindi la creazione di ‘zone liberate’ da parte dell’YPG – anche a prescindere dalle loro intenzioni – andava nei fatti verso quella direzione.
In Italia e in Europa, durante gli anni della guerra in Siria, la causa del popolo curdo ebbe un’improvvisa quanto notevole risonanza mediatica, alimentata dalle imprese dell’YPG contro l’Isis. Non c’era giorno in cui sui social non si vedessero centinaia se non migliaia di immagini di guerrigliere curde (solo donne peraltro) e le loro aree liberate venivano descritte come zone in cui vigeva un sistema politico-sociale avanzatissimo, se non semi-comunista.
Tutto ciò si tradusse inevitabilmente in un’ondata di grande simpatia e sostegno da parte di vaste aree della sinistra, soprattutto radicale, italiana (non so negli altri paesi europei) nei confronti dell’YPG, con tanto di manifestazioni ‘per i curdi’. Non si riuscì a cogliere, viceversa, la natura senz’altro imperialista dell’attacco complessivo che era stato portato avanti nei confronti del governo siriano, ‘colpevole’ di essersi sempre schierato contro gli interessi di Israele e degli USA nel Medio Oriente. Un attacco che ha visto uniti paesi come USA, Israele, Arabia Saudita (e qualche emirato), Francia, Regno Unito e Turchia (quest’ultima in seguito si è distanziata dagli altri, continuando però a occupare pezzi di quel paese, oltre che a combattere contro gli stessi curdi).
Si dice spesso che tutti i nodi vengono al pettine. A distanza di qualche anno da quella che sembrava la conclusione della guerra civile siriana, il governo di Assad alla fine è crollato lo stesso e adesso il paese – più diviso che mai – è ora sostanzialmente nelle mani dei jihadisti tagliagole ‘moderati’ di Al-Jolani, molto più accondiscendenti nei confronti di USA e Israele, di quanto non lo fosse Assad. Ora che l’obiettivo di questi è stato raggiunto, l’YPG e i curdi non servono più. L’esercito siriano jihadista di oggi sta scalzando via le milizie curde dal Rojava e da tutte le altre ‘zone liberate’. Gli ex alleati dell’YPG, ossia gli Stati Uniti e Israele, sorridono compiacenti e lasciano fare.
Il minimo che si possa dire è che i dirigenti dell’YPG, quando avevano deciso di allearsi con Washington, fossero miopi: di casi in cui gli USA hanno prima usato e poi gettato via i loro ‘alleati’ ce ne sono stati parecchi, soprattutto in Medio Oriente (vedi, ad esempio, Saddam Hussein). E il minimo che si possa dire è anche che buona parte della nostra sinistra continua ancora a farsi incantare dalle sirene mass-mediatiche e a inseguire ‘rivoluzioni’ che nel migliore dei casi sono di portata limitatissima e di durata effimera (come nel caso del Rojava), ma in molti altri casi si tratta addirittura di “rivoluzioni colorate”, che altro non sono, se non colpi di Stato ben camuffati. Forse, prima di giudicare, bisognerebbe valutare quale sia la posizione di queste ‘rivoluzioni’ nei confronti dell’imperialismo, specie di quello dominante, ossia quello statunitense, che rappresenta sempre il nemico principale di tutti i popoli oppressi.









































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