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Sull'idea di rivoluzione e sulle rivoluzioni (degli altri)

di Andrea Zhok

Zhok smonta l’immaginario occidentale della rivoluzione come avventura creativa: il caos non genera automaticamente ordine. Le rivoluzioni, eventi rari e sanguinosi, hanno senso solo vicino al collasso; altrimenti producono autoritarismo, frustrazione proiettata e illusioni mediatiche persistenti collettive

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l’incipiente, incontenibile rivoluzione nella “polveriera iraniana” ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la “rivoluzione” come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

“Rivoluzionario” è diventato nel ‘900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po’ ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. Si tratta di un’operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c’è alternativa al lasciare – obtorto collo – ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l’apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

Le rivoluzioni più “facili” sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già “rivoluzionata”. Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d’indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.

La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, e in cui regolarmente molti deboli e innocenti vengono sacrificati.

Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.

La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione “riuscita” è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti.

Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.

Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un’illusione dipendente da quella forma di “provvidenzialismo laico” che è l’idea di “mano invisibile” di Adam Smith. L’idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l’equilibrio).

Solo che questa è una favola.

Una rivoluzione è un’iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).

Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario, per cui deve passare, una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un’opzione rarissima, quasi un’opzione di scuola, di solito un esito fortuito, comunque assai differente dagli ideali rivoluzionari.

La RIVOLTA – che non è ancora rivoluzione – può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo “sciopero generale” ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)

Qual è il punto di questa digressione? E’ un punto abbastanza semplice – e spero che ci si astenga da applicarvi scatolette categoriali pronte, tipo “moderatismo”, “riformismo”, “conservatorismo”, ecc.

Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d’essere quando NON sono colpi di stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre).

Quando c’è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d’essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall’arbitrio.

All’uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento.

Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica.

Le rivoluzioni si fanno quando non c’è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.

Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte a una tradizione letteraria postilluminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell’Occidente moderno.

Si tratta della sensazione di vivere all’interno di un meccanismo anonimo, colossale e oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell’autorealizzazione.

Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del “sistema” e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche “giorno di ordinaria follia”. Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne, in una prigione senza sbarre.

A partire da questo sentimento diffuso si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (chi ricorda come nei primi giorni della pandemia circolasse, accanto all’ovvia preoccupazione, una strana inconfessabile eccitazione di fronte a una grande Frattura, una Rottura della quotidianità?)

Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci venga dipinto in maniera plastica il Volto dell’oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e che riducono le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni.)


Tratto da: https://www.facebook.com/andrea.zhok.5/posts/pfbid036iGxCuSW4YRq1yMr7umHKKB9eu7K35HikLMkCpJFN1PA1pMjGxdNM162V6Kjkjcql
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Comments

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Lorenzo
Sunday, 18 January 2026 10:04
Intervento alquanto strampalato e inatteso. L'idea che le rivoluzioni si facciano solo quando non c'è più niente da perdere è una sciocchezza facilmente documentabile (si pensi alla rivoluzione americana, o a quella francese, o a quelle risorgimentali, o agli sforzi rivoluzionari sia socialisti che fascisti nell'Italia uscita dalla prima guerra mondiale).

Zhok sembra specchiare la mentalità del gregge europeo occidentale incanutito, mediatizzato e consumistizzato, aggrappato al proprio stucchevole consumismo e impaurito dal suo continuo declinare. Proprio il rattrappimento spirituale e il disagio verso il futuro lo incoraggiano a identificarsi con sconvolgimenti lontani che non minaccino la sua routine e che la scatola che ha installato al posto del cervello gli descrive in termini propizi/politicamente corretti.

Però non bisogna nemmeno dimenticare che questo gregge per tre volte di seguito a votato per una mezza (diciamo un quinto di) rivoluzione (5 stelle - Salvini - Meloni) e ogni volta l'eletto ha tradito le promesse elettorali il giorno dopo il voto. La frustrazione e la l'identificazione cogli scazzottamenti altrui nascono anche di qui.

Personalmente vedo qualsiasi società esistente o progettata o sognata come un aggregato di pregiudizi tutti egualmente goffi, arbitrari e reciprocamente contraddittori, dai quali mi ritengo perfettamente svincolato. Simpatizzo con atteggiamenti rivoluzionari per il piacere estetico di vedere la melma di mitologie di regime che mi crescono attorno calpestate (nella consapevolezza che saranno istantaneamente sostituite da altre analoghe), e pel piacere esistenziale di vedere la rovina e la disperazione di tante scimmie glabre.

E se in mezzo a tante pecore bianche finirà nella m... anche una pecora nera come me la sua sventura non sarà di troppo. Alla fine sono un essere umano pure io.
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Alfred
Sunday, 18 January 2026 23:57
E sti cazzi
Tra pecore e scimmie glabre tu chi sei? Odino? O un semplice aspirante nazi da tastiera?
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Michele Castaldo
Sunday, 18 January 2026 07:01
E pensare che questo signor Zhok è un professore universitario, che ha pubblicato un libro di circa 400 pagine di critica agli rccrssi del liberismo chiedendo di eliminarli per evitargli Il collasso.
Per fortuna la storia ha le sue leggi che procede e.... lascia dir le genti alla Zhok.
Michele Castaldo
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Paolo
Saturday, 17 January 2026 22:34
Le conseguenze del ragionamento del professor Zhok sono che l'unica politica fattibile ad attuare cambiamenti (sistemici o contingenti) è la moderazione e il riformismo lento (da essere inesistente). Direi un ragionamento reazionario, cioè contrario ad ogni cambiamento reale da cui scompare ogni interesse di classe o di ceto. Tutte le politiche hanno per oggetto e come fine la preservazione o il favorire certi interessi piuttosto che altri, ed ogni rivoluzione è una lotta per ribaltare o cambiare gli interessi che lo stato attraverso la sua classe dirigente difende e promuove. In questo ragionamento gli interessi scompaiono per ragionare in astratto sulla rivoluzione. Eppure le rivoluzioni non appaiono solo nei momenti di caos politico, anzi il caos stesso è provocato e originato dalla messa in discussione di quel sistema di potere. A questo mirano per esempio le sanzioni esterne: a creare caos interno per favorirne una rivoluzione interna.

La risposta del Prof. con la sindrome del prof. che ha a che fare con uno studente:
"Lei legge con scarsa attenzione. D'altro canto, come ho scritto nel testo, prevedevo le reazioni automatiche a colpi di "conservatorismo", "moderatismo", ecc. Rilegga."
Ci manca solo metta per iscritto per 100 volte la stessa proposizione.
Perché con gli interlocutori bisogna assumere la bacchetta del prof.


Il suo invito a rileggere non risponde alla questione che viene liquidata con: moderatismo, conservatorismo etc. Così facendo si elude la sostanza del suo ragionamento. Quanto alla libertà individuale i partiti comunisti annunciavano "la dittatura del proletariato" e i loro iscritti e seguaci non si spaventavano per questo anzi lo auspicavano. Certo oggi non è più così, ma ieri si e lo hanno messo in pratica.

Insomma anche il prof. si incrive in quella categoria di intelletuali che scrivono senza mai spiegare il perché se3 non il guadagnarsi la pagnotta..
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Alfred
Sunday, 18 January 2026 02:30
senza entrare nel merito della lotta di classe che, come dice uno dei miliardari usa, esiste ed e' stata vinta (temporaneamente) dalla sua classe. Senza entrare in questo merito e' evidente che qualsiasi realta' che non si regge in piedi (da una azienda a un matrimonio a un contesto piu ampio) e' costretta a cambiare e anche in maniera radicale in caso di mutate condizioni reali (di mercato di matrimonio, di insostenibilita' sociale).
Ci sono casi in cui questo cambiamento (radicale, rivoluzionario sia per aziende che per matrimoni o altro) e' accettato, richiesto. Non e' che non ci sono cadaveri su queste strade. C'e' gente che si suicida per le ristrutturazioni aziendali 'rivoluzionarie', c'e' gente che patisce per una rottura natrimoniale ecc. Socialmente i cambiamenti reali sono un enorme rischio (come le ristrutturazioni aziendali, come i divorzi e nuovi amori ecc) e fanno potenzialmenre piu vittime, ma non e' detto, vedi il portogallo e la fine della dittatura. Nessuno pero' blocca o stigmazza i cambiamenti sociali perche' interessato alle vittime. Di solito e' il Potere (chi e' al potere e le forze economiche che lo sostengono) che si e' incancrenito e vive bene nel suo essere potere e al potere che non ne vuole sapere ne' di cambiamenti progressivi ne' di cambiamenti strutturali, perche' non sono le potenziali vittime ad avere qualcosa da perdere (in genere hanno gia' perso tutto da tempo) sono loro che hanno Tutto da perdere. Siccome il Potere non viaggia mai da solo sono anche i cantori del potere ad avere paura di perdere le briciole. Non mi auguro una rivoluzione senza prospettive di giustizia sociale, una rivolta per la rivolta, ma ne vedo i prodromi e mi stupisce che questi dispensatori di moderazione non pensino a come gestire e convogliare al meno peggio quello che si intravvede e passino il tempo a fare i don abbondio dei don rodrigo che dovrebbero dispensarci una umanita' e saggezza che non hanno avuto, non hanno e si dubita avranno.
La realta' sta seguendo percorsi di disgregazione e conflitto. Siamo ancora increduli, ma se si osserva quello che sta accadendo si ha la sensazione (o la certezza) che molti poteri e potenze presto crolleranno e che i vuoti non resteranmo tali a lungo. Niente sara' graduale o mediato. Non sara' un problema di essere moderati, sara' un problema di essere pronti e non farsi impapocchiare da nuovi regimi.
Lo so, sto di nuovo profetizzando e, se vi rassicura, spero di sbagliare. Vedete voi se nelle cose che ho scritto negli anni ho fatto errori grossolani. Questo sara' il primo? Per quieto vivere mi viene da dire ... magari.
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Raffaele
Saturday, 17 January 2026 19:05
Per fortuna la storia non segue le riflessioni di taluni "intellettuali"
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Alfred
Saturday, 17 January 2026 22:39
Concordo con la sua considerazione

pur non desiderando il caos delle rivoluzioni (anche di quelle che mi piacerebbe vedere) trovo quesra considerazione puerile, poi spiego

- Si tratta della sensazione di vivere all’interno di un meccanismo anonimo, colossale e oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell’autorealizzazione -

Ma che cavolo sta a dire?
Le rivoluzioni possono accadere per tanti motivi e della storia ognuno, compreso questo signore, si fa l'idea che vuole.
Ma non gli salta in mente che a volte cambiamenti sociali, tecnologici, ecologici e pure contingenti (una guerra, una carastrofe naturale ecc) possono mettere in luce l'incapacita' totale e la crisi irreversibile di un sistema e chiedere (imporre) un cambiamento rapido e che, si, puo' anche essere alla cieca, ma non ha niente a che fare con promesse di liberta' e autorealizzazione fatte a piccoli infanti viziati.
Vedi un po' se ai reduci russi che nel ' 17 fucilarono lo zar venivano in mente simili prospettive o (a parte quelli con qualche briciola di cultura politica) forse un semplice 'peggio dello zar non puo' andare', perche' lo zar (e la nobilta') era il peggio con la sua tirannia e guerra a far crepare gli altri.
Costui credo viva a milano una ex citta' di lavoratori dove leggi italiote favorevoli ai miliardari stanno rendendo la vita impossibile alla maggior parte della popolazione. Chi se ne frega di promesse di libertttta' e autorrrealizzazione quando non riesci piu a mettere insieme pranzo e cena e casa e fai pure due lavori? Non dico la rivoluzione ma un bel sollevamento collettivo per dire che non vogliamo essere il paradiso fiscale dei miliardari e competere con loro per un monolocale ....anche questa e' ansia di liberta' e autorealizzazione o solo l'artrosi che reclama un tetto sopra la testa per non farsi sentire? Si, liberta' e autorelizzazione liberta' da artrosi e fame e autorealizzazione come essere umano o come puro organismo biologico. Veda lei se e' come chiedere di diventare anarcocapitalista (con tutte le sue belle libbberta' personali e di autorealizzazione) o puntare al minimo sindacale.
Non e' possibile con le buone? A quel punto come escludere una rivoluzione? Cosa hanno da perdere persone che hanno gia'perso tutto? Ah, gia, dimenticavo, la libbertttta' e l'autorealizzazione.
Ma che due palle
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