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Il Destino manifesto

di Ginevra Bompiani

Sto leggendo contemporaneamente il libro di Dee Brown, “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e il libro di Suad Amiry, “Sharon e mia suocera”. Il titolo del primo è emotivo e accorato, quello del secondo è ironico. Ma la materia è simile, sebbene l’una sia il racconto corale della persecuzione e dello sterminio degli Indiani d’America da parte degli Americani, scritto da una terza persona, e il secondo, il diario personale di una scrittrice palestinese della persecuzione dei Palestinesi della Cisgiordania da parte degli Israeliani.

Ma la somiglianza è così stringente che posso passare dall’uno all’altro (come faccio per scostarmi un poco da una materia che mi brucia gli occhi), senza provare alcun sollievo, o il senso di aver cambiato emozione.

Mentre avanzo nelle agili, nervose pagine di Amiry e nei lunghi capitoli di Brown, trovo le stesse parole: ‘coloni’, a cui vengono regalate terre di proprietà dei nativi; ‘soldati’, strumenti di assassinii, villaggi incendiati, popoli affamati… e via dicendo.

Ogni pagina dell’uno e dell’altro rende evidente la solidarietà americana a Israele. Di che cosa dovrebbero scandalizzarsi, loro che hanno fatto coincidere la scoperta dell’America (sebbene non fosse una terra promessa, ma piuttosto equivocata) con il genocidio dei popoli residenti, e, poiché non potevano usare gli Indiani come servitori, li hanno poi sostituiti con schiavi africani? O morto o schiavo – chi impedisce agli Americani di raggiungere e conservare la ricchezza nella loro bella Democrazia?

Proprio quello che succede ora, grazie ai servizi dell’ICE: gli stranieri cacciati o uccisi, gli altri impoveriti o repressi, il popolo americano ruba nuovamente quello che ha già rubato, stermina nuovamente quelli che ha già sterminato, incalzato da un pugno e una mimica hitleriana.

E questo ci fa capire che più che un nuovo fascismo (un passato goffamente reiterato da bracci stesi e ‘presente’ gridato), è un nuovo, mai sopito nazismo che governa il mondo occidentale. E ci fa capire che il nazismo non è specialmente antisemita, ma è antidebole, antipovero, antidissimile, anti chiunque non faccia parte della razza forte, dominante e obbediente, bionda o bruna che sia.

Strano che nessuno abbia, finora, notato la somiglianza strepitosa di Trump con Hitler. Forse perché Trump somiglia più a Mussolini nel carattere e nella mimica: arrogante, presuntuoso, debole d’intelletto, avido e intimamente voltabandiera. Ma la volontà di Trump è quella di Hitler: schiacciare, calpestare, spremere, distruggere. Con un tratto da Ubu re, lo smargiasso tiranno dell’opera teatrale di Alfred Jarry, parodia del Macbeth, e le sue immancabili parole: “datemi tutta finanza”.

Distruggere e cumulare sembrano due verbi opposti, ma il nostro tempo li ha congiunti: distruggere e razziare il mondo per fuggire su un altro pianeta; fare terra bruciata delle proprie conquiste, come facevano un tempo i nomadi invasori e come fa Trump.

Ieri Moni Ovadia, a proposito della violazione del Venezuela, parlava di Trump citando Arturo Ui, l’ingorda creatura del dramma comico di Bertolt Brecht, il gangster che raffigura Hitler e la sua ‘resistibile ascesa’. E proprio questa figura mi mancava: insieme a Ubu re, che assalta il potere per rapinare il denaro dei sudditi, Arturo Ui, il gangster che si mette a capo del mercato ortofrutticolo per depredare, incendiare, uccidere – la distruzione avida è propria del gangster – sono le due figure che rappresentano insieme la politica occidentale, una nel 1896, l’altra nel 1941. Chi scriverà la terza parte?

Chi lo farà, dovrebbe aggiungere almeno due cose, strettamente collegate alla parabola americana.

La prima è il concetto di Manifest Destiny, Destino Manifesto: il popolo americano (bianco, maschio e cristiano) è destinato da Dio a espandersi dall’uno all’altro oceano, e questa espansione è giustificata e inevitabile. Il giornalista e ambasciatore John O’Sullivan rese popolare questa espressione nel 1845, per giustificare la conquista del Texas. Che Trump vi ricorra o meno, è chiaro che questa convinzione è radicata in lui e in chiunque lo appoggi e lo segua. Rendere di nuovo grande l’America vuol dire semplicemente riprendere il proprio diritto al dominio dell’Occidente.

E questa è l’altra idea da prendere in considerazione: il destino manifesto del popolo americano di dominare l’Occidente.

Quali terre Trump sta minacciando? Venezuela, Colombia, e in generale il Sud America; Cuba e la Groenlandia (e occasionalmente il Canada), cioè l’asse occidentale, o meglio tutte quelle terre che costituiscono l’Occidente dell’Europa, vista ora come punto di riferimento centrale, la cui importanza è ormai solo quella di essere l’asse meridiano fra le potenze del mondo. Se a Oriente dell’Europa si stanno riunendo nei Brics la Cina, l’India, la Russia, è necessario che tutte le terre a occidente si riuniscano in una sorta di federazione sotto il manifesto dominio degli Stati Uniti d’America.

Questo, mi sembra, è il piano di Trump e dei suoi seguaci e suggeritori.

E questo piano verrà posto a esecuzione a tutti i costi. Il primo costo, o se vogliamo il primo obolo, è l’Europa. La quale si sarà, anzi si è già messa contro la Russia, che considera Oriente, nella perenne illusione di poter contare su un Occidente di cui non fa più parte.

L’Europa, che ha perso miseramente il suo Destino manifesto, e insegue ora una manifesta Catastrofe.

Io credo che i tanto vantati “valori dell’Occidente” siano questi: la giustificata e inevitabile capacità di invadere, dominare e distruggere. Naturalmente, giustificata dai valori cristiani e la fiorente civiltà che hanno creato. Purtroppo la nostra civiltà non è più fiorente. Forse, semplicemente, non è più.

L’Europa è sola, armata fino ai denti, e non oltre.

Nel meraviglioso romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, quando Gatsby annaspa in cerca di una parola per descrivere l’amata: “la voce di Daisy è così piena di.. piena di..”.

“La voce di Daisy è piena di soldi”, risponde Nick.

È questa la voce americana, che abbiamo tanto cercato di imitare: una voce piena di soldi. Una voce careless, dice Fitzgerald, una voce incurante di tutto il resto.

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Giorgio Stern
Monday, 19 January 2026 23:33
Nel dicembre 1990 seguivo la commemorazione dei Lakota Sioux indetta per il centenario del massacro di Wounded Knee, avvenuto il 29 dicembre 1890. Nel corso di un conferenza stampa posi la domanda “Al giorno d’oggi i Lakota Sioux, ma più in generale tutti gli americani nativi, a quale popolo della terra si sentono più simili?” Mi rispose il Presidente del Consiglio Tribale della Riserva Sioux di Standing Rock, “Probabilmente ai Palestinesi. Siamo entrambi popoli dispersi su stati e zone separate tra loro. E su entrambi i popoli si è posto e si pone la minaccia del genocidio.”
Nel 2004, cooperante a Gerusalemme con una ong palestinese, lessi una lunga intervista a Benny Morris, allora lo storico israeliano più conosciuto e famoso, che terminava così:
“… neanche la grande democrazia americana sarebbe potuta nascere senza lo sterminio degli Indiani. Ci sono casi in cui il buon fine giustifica atti duri e crudeli che vengono commessi nel corso della storia... È impossibile evitarlo. Senza la rimozione dei palestinesi, qui non sarebbe potuto nascere uno Stato ebraico...”
Associare il colonialismo nordamericano a quello euro sionista non mi meravigliava. Mi meravigliava però la condivisione che di ciò avevano le due parti causa. La visione dell’eurosionista combaciava storicamente con quella dell’americano nativo.
Lei cita “Il destino manifesto”, infatti sotto questa etichetta non c’è altro se non la visione biblica della terra promessa data, non solo all’uomo bianco, ma all’uomo bianco anglosassone, associata al diritto di governare il mondo.
Vi si anticipa ciò che scriverà Herzel nell’opuscolo “Lo Stato Ebraico” che del “destino manifesto” non è altro che il modesto prosieguo. La narrazione che in entrambi i casi si trattasse di occupare terre vuote o quasi vuote accomuna ancor più Nord America e Palestina. E se non erano proprio vuote le si svuotava. Una volta svuotate poi è facile “dimostrare” che erano vuote. Allora come oggi. Poi, gratta, gratta alla fine compare la solita bestemmia, “Dio è con noi, “Gott mit uns”, o un dio qualsiasi che mi promette e mi concede il campo del vicino.
Grazie per la sollecitazione.
Giorgio Stern
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renato
Sunday, 18 January 2026 11:48
Purtroppo è cosi , è l'accumulazione di valore e di profitto nella sua fase terminale.

Assai probabile che ci trascini tutti verso la catastrofe, anche perchè lo stesso modo di produzione e di rapina si è esteso quasi al mondo intero e coloro che sono usciti dal colonialismo o dall'indigenza estrema non si lasceranno facilmente piegare o sconfiggere .

Come ha scritto recentemente C. Formenti, se si è contro la guerra occorre essere contro l'imperialismo e il capitalismo.

Farlo capire , organizzarsi e vincere è tutt'altro discorso ma sarebbe ora di iniziare concretamente, non solo a contarci, anche perchè non abbiamo piu' tanto tempo per cincischiare sulle analisi perfette , le prognosi e le terapie.

La cura è solo una e sappiamo qual' è , solo che l'opportunismo regna ancora sovrano.

In tanti poi credono che si abbia parecchio da perdere di individuale e sociale, quindi si aspetta Godot rimandando sempre a giorni migliori.

Se ancora non fosse chiaro , il cronometro dell'inizio della terza guerra mondiale è partito da almeno una trentina di anni e non è vero che i capitali transnazionali impediranno tutto cio' perchè gli interessi sono interconnessi.

L'imperialismo occidentale è sempre quello e per mantenere il primato sarà disposto a tutto.
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