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Luciano Canfora. Comunismo, un’altra storia

di Danilo Ruggieri

Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo ottocentesco-novecentesco. Come spesso capita, il professore affronta momenti o grandi temi trattando nodi specifici della storia.

Esamina, scompone, dettaglia alcuni eventi, passaggi e attori innestandoli nel quadro storico, nel contesto, come diremmo oggi, risalendo con dovizia filologica e spesso ridando vita a fenomeni processuali ormai estinti. La sua ricostruzione materiale prima che materialista del processo storico, delle sue contraddizioni, delle sue discontinuità, delle sue deficienze è un esercizio utile per analizzare correttamente la storia del presente.

Come diceva Croce, che spesso Canfora cita nelle sue conferenze, la storia è sempre storia contemporanea, intendendo che interrogarsi sul passato ha sempre una contestualità attinente al presente. La grande questione del comunismo e della società socialista, nonostante sia stata demonizzata e zombizzata dal discorso pubblico nell’Occidente collettivo, rimane un nodo storico epocale da cui non si può sfuggire.

A maggior ragione oggi, che la storia ha ripreso a correre dopo la sbornia narcotizzante della fine della storia promossa dallo storytelling atlantico post ’89. Il libro di Canfora si inserisce, non a caso, nel contesto della guerra mondiale a pezzi, nella crisi/tramonto dell’Occidente e nell’affacciarsi di un multipolarismo del sud globale che segna, forse, un cambio di direzione epocale alla traiettoria del mondo.

Nell’incipit il professore esprime in poche righe una riflessione che spiega il senso profondo del libro: “Si può fare una storia de comunismo a partire dall’antichità seguendo il filo del tempo, lungo i millenni. Questa storia è stata già scritta e non è il nostro argomento. Vogliamo parlare del comunismo come movimento politico venuto a esistenza dopo il definitivo tramonto dell’ancien régime. E’ una storia proteiforme che prosegue. E proseguirà, mutati i nomi e i miti di riferimento, fino alla sconfitta, eventuale, del suprematismo “occidentale” rispetto ai miliardi di uomini che si sono “alzati in piedi” e che il cuore ricco del pianeta stenta ormai a dominare”.

Due elementi sono degni di nota: il primo è che il comunismo è un movimento reale segnato dalla necessità secolare dell’eguaglianza e della giustizia sociale che attraversa in forme diverse epoche storiche, che si presenta e si presenterà con necessarie modalità multiformi e anche spurie, che non sarà riproduzione di epoche passate, ma che si alimenterà della relazione interagente con la cassetta degli attrezzi della tradizione, dell’esperienza e del bilancio, con le nuove forme della dialettica e  della lotta di classe che vede nel conflitto classi dominanti-classi subalterne il suo paradigma ontologico.

Il secondo elemento degno di nota è che nel termine sconfitta eventuale del suprematismo occidentale, inteso come costrutto materiale ideologico dell’imperialismo razzista e coloniale dell’Occidente messo in opera dall’inizio della età moderna, non è detto che se ne esca con una certezza positivista del sol dell’avvenire; al contrario, sarà un cammino tortuoso, denso di tragedie e di colpi di coda da cui non va espunta drammaticamente neanche un possibile esito esiziale per l’umanità stessa. Il secolo in corso presenta molti inediti scenari, sfide che ci obbligano a ricercare, sperimentare strade e forse soluzioni inedite dentro una crisi generale del mondo da cui proveniamo. Compito essenziale è quindi aggiornare le categorie, compito facile a dirsi. Il limite profondo dell’estinto-residuale marxismo occidentale è quello di separare la teoria dalla prassi, ripetere in maniera, a volte ossessiva, mantra ideologici che sono figli di una storia almeno nella sua forma organizzativa chiusa e non ripetibile. Non è un caso infatti che Canfora scelga in particolare due argomenti: la storia della pubblicazione e della ricezione del Manifesto del partito comunista e il tema dell’accerchiamento bolscevico e della guerra civile dei bianchi finanziata dalle potenze di allora, Francia e Inghilterra, nel periodo 1918-1920. Sono eventi lontani che sono tenuti insieme da un filo conduttore, un movimento che nasce e si aggiorna nel corso degli eventi,  nel fuoco della storia, ampliando e correggendo una visione lineare ed evoluzionistica che pur tanto è stata presente nella prima fase della nascita del movimento socialista e di cui la socialdemocrazia tedesca  dell’ultimo Engels e Kautsky sono stati a loro modo gli interpreti indiscussi fino allo scoppio della grande mattanza imperialista della prima guerra mondiale. Il professore, nell’esame della nascita e delle traversie del testo fondativo  del socialismo scientifico, non si sottrae da un’opera di ricostruzione storica del testo, attento alla decostruzione di narrazioni mitizzanti accumulatesi nella stessa tradizione marxista, che nulla tolgono alla profondità e all’influenza che il testo ha avuto nella storia socialista e umana in generale, ne evidenzia alcuni limiti, la frettolosa e superata stesura, in parte scavalcata dagli eventi straordinari del ’48 parigino nella sua prima esplosione del febbraio  e il suo utilizzo in funzione di una sperata  rivoluzione in Germania, cosa che fu esperita dagli autori e da molti comunisti tedeschi della Lega dei Giusti, diventata lega dei Comunisti, che tornarono in patria al fine di agire per la democratizzazione repubblicana della Germania.

Degno di nota anche il richiamo di Canfora alla grandezza e alla non minore rilevanza della tradizione socialista francese, figlia legittima della parte più avanzata della Grande Rivoluzione. Mi riferisco, in particolare, alla centralità politica e organizzativa di un personaggio, sempre messo ai margini e relegato alla categoria minore di un avventurista e utopista, come Auguste Blanqui. Fa bene l’autore a rimettere Blanqui al suo posto di diritto come esponente centrale della storia del socialismo francese e della prima ondata rivoluzionaria che culmina nelle vicende della Comune di Parigi. Fa bene a considerare la vulgata marxista dell’epoca troppo prevenuta verso questa tradizione di rivoluzionari che qualche segno lasceranno anche nella tradizione bolscevica e nella visione organica maturata con il leninismo. Il suo nome, passato alla storia come “l’enferme” per aver trascorso quasi metà dei suoi anni nelle carceri e nelle colonie penali francesi, è stato troppo spesso ridotto a sinonimo di avventuriero, putschista, barricadiero, ma le sue tracce hanno lasciato alcuni segni anche nella svolta del primo bolscevismo. In particolare nella visione e nella pratica consolidata dal suo stesso esempio, di rivoluzionario di professione dedito costantemente alla costruzione di minoranze politiche organizzate disposte anche alla lotta armata per prendere il potere, lontano senza alcun dubbio dal prototipo di dirigente secondointernazionalista che trova il suo tipo nei dirigenti del Partito socialdemocratico tedesco August Bebel e Wilhelm Liebknecht. Lungi da me operare una contrapposizione post eventum sulle vicende del socialismo ottocentesco. Semplicemente Blanqui è l’ultima erede e prosecutore della tradizione rivoluzionaria della prima grande ondata rivoluzionaria che con la Comune Giacobina arriva fino alla Comune del 1871. Questo socialismo è sicuramente non marxista, ciò non di meno svolse una funzione decisiva e preziosa nella costruzione del socialismo marxista e il primo grande esperimento socialista della storia, la Comune di Parigi, ne fu il prodotto più evidente e prezioso.

Non è un caso che nel libro sia stata data una notevole rilevanza al tema dell’accerchiamento bolscevico e dell’assedio delle potenze occidentali alla neonata Russia bolscevica e all’episodio della fallita trattativa tra alcuni emissari americani e il governo bolscevico nella primavera del 1919.  In questo senso è istruttivo, anche per il grande pubblico, riandare a queste vicende che ci ricordano l’antica tendenza delle potenze occidentali, in primis l’Inghilterra, di combattere con ogni mezzo la Russia sovietica fin dal suo emergere e che questa propensione imperialista sia continuata con la Germania nazista nella seconda guerra mondiale, per proseguire oggi contro la Federazione Russa non più sovietica. Alcuni tratti generali e strutturali non sono cambiati nella sostanza. Fa bene il nostro, che certo non può essere tacciato di antipatia verso il movimento socialista, a evidenziare, segnalare la discontinuità del leninismo verso la tradizione socialista e socialdemocratica europea. Perchè questo è un fatto decisivo per spiegare il bolscevismo. Non si intende con questo termine la cesura o l’antagonismo irriducibile con il socialismo del partito socialdemocratico tedesco.

Fino al drammatico fallimento della seconda Internazionale nel 1914 sui crediti di guerra, la natura della relazione tra il bolscevismo leninista e la socialdemocrazia europea era contrassegnata da un rapporto di riconoscimento teorico della tradizione marx-engelsiana ma anche di marginalità e di estraneità subìta dai russi rispetto ai partiti fratelli, in particolare tedeschi e francesi. Ciò era anche frutto, ma non solo, inevitabilmente, di contesti sociali e politici radicalmente differenti. La visione del partito, la sistematizzazione teorica della categoria dell’imperialismo inteso come stadio di evoluzione necessario del modo di produzione capitalista, la lotta per il potere, anche armata, condotta dai bolscevichi ne segnalano elementi di salto teorico decisivi. La guerra mondiale e la non improvvisata rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il ruolo decisivo del movimento bolscevico nel dare sostegno e forza ai popoli delle colonie e delle semicolonie segnano il punto di non ritorno. Ora i marxisti devono sempre concentrarsi sull’essenza viva delle contraddizioni che è sempre varia e molteplice. Non si difende il marxismo con la lettura dogmatica di esso, non c’è nulla di intoccabile nel nostro modo di relazionarci con la dura realtà materiale e con le sfide che ci attendono. Una piccola lezione viene in tal senso da questo libro.

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Comments

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Mario Marchitti
Friday, 28 August 2026 14:16
Egregio Michele Castaldo, io conoscerò poco o nulla, come dice lei, della Rivoluzione russa, ma è su quel pochissimo che ho notato le omissioni di Luciano Canfora, e su cui non ho avuto risposta, o magari lei dirá che l'ha data indirettamente; e allora, oltre a conoscere poco la storia, sarò anche duro di comprendonio.

Non conosco la storia, ma mi ha molto colpito l'incipit del libro La Morte di Trotsky di Victor Serge:

"Aveva appena quarantacinque anni, e già lo chiamavango il Vecchio, come già prima Lenin quando aveva circa la sua età. Secondo l'usanza popolare russa, ciò significa l'Anziano in spirito, colui che merita la più profonda fiducia. II sentimento che nel corso della sua vita ispirò a tutti coloro che gli furono veramente vicini fu appunto questo, di un uomo in cui il pensiero, l’azione e la vita «personale» formavano un tutto unico, che avrebbe continuato la sua strada fino alla fine, senza alcuna debolezza, e su cui si poteva contare ciecamente in gualsiasi circostanza. Non cambiava idea sulle cose fondamentali, non si mostrava debole nella sconfitta, non indietreggiava davanti alle responsabilità e ai pericoli, né perdeva la testa nella bufera. Era sicuro di sé, fatto per dominare le circostanze, e pieno di un così grande orgoglio interiore, l’orgoglio di essere un consapevole strumento della storia, da diventarne semplice e veramente modesto. In prigione, in esilio, nella sua stanzetta d’albergo di fuoruscito, sul campo di battaglia, al vertice del potere, era soltanto, e in modo del tutto disinteressato, uno che fa ciò che va fatto per rendersi utile agli uomini in marcia. Convintosi prestissimo che poteva esserlo (nel 1905, a ventott’anni, era stato presidente del primo Soviet di Pietroburgo), non dubitava più di se stesso, e ciò gli faceva considerare la fama, le cariche e il potere supremo con distacco, utilitaristicamente. Sapeva essere duro e perfino spietato, come un chirurgo che affronti una grave operazione. ... Dovendo definirlo con un'unica parola, lo direi un profondo realizzatore, ma portato alla ricerca e alla contemplazione, con un profondo senso lirico della vita, molto simile a un poeta."

Lei dirà che Serge starà romanzando? Quindi non scrive con distacco, in modo analitico. Eppure Serge è stato uno stretto collaboratore di Lenin e Trotsky, giornalista e storico, che ha vissuto da dentro i primi anni dopo la rivoluzione. Se ha avuto parole affettuose per Trotsky, mentre con vigore è ststo fra i primi a denunciare i crimini di Stalin, forse aveva dei validi motivi.
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Michele Castaldo
Thursday, 27 August 2026 13:56
Esimio Mario Marchitti,
lei non conosce per niente la storia della Rivoluzione russa e parla - perciò - di quel che non sa.
Tanto per essere chiari: lei da cosa furono i kombedy? Non lo può sapere, ed essi seguirò i Soviet, quindi siamo alla Quinta formazione di Soviet, che vengono chiamati kombedy perché sono composti da contadini che hanno il compito di organizzare raccolta (o requisizione, se così si vuole) dei raccolti agricoli, portarlo nei so cos per poi provvedere alla lavorazione e distribuzione.
Questi nuovi organismi non potevano essere composti da soli bolscevichi, un partito giovanissimo, composto per lo più da giovani volenterosi universitari, tranne Lenin, Stalin e pochi altri.
Ora la rivoluzione è qualcosa che rimuove o tende a rimuovere il vecchio, ma quanto a organizzare il nuovo ne ne vuole e tanto.
Tanto è ciò vero che il povero Lenin sviolse l'esercito, per costituirne uno nuovo, influenzato dal partito, salvo poi essere COSTRETTO A RICHIAMARE GLI UFFICIALI dell'esercito zarista per non fare la fine del topo nella guerra mossa dalle armate bianche occidentali.
Stessa cosa successe per quanto riguardava l'amministrazione burocratica dello Stato, del nuovo Stato, dovendo richiamare tutti i grandi burocrati altrimenti sarebbe finito tutto in un tremendo caos.
Molti in Occidente pensavano che Lenin avesse la bacchetta magica, ma non era così.
E tanti cosiddetti marxisti occidentali cominciarono a sputare fango sull'unica Rivoluzione che aveva tolto la terra alla nobiltà e al clero per assegnarla ai contadini liberati dalla gleba, mentre in Francia la rivoluzione l'aveva si tolta al clero ma poi l'aveva data alla borghesia.
La grande Rosa Luxemburg mise in guardia Lenin dicendo: " Hai fatto bene a metterti alla testa della rivoluzione del contadini poveri ma questi saranno i tuoi aguzzini".
Lenin si illudeva del fatto che dirigendo lo Stato bolscevico avrebbe potuto addomesticare I contadini.
Si sbagliava, proprio perché le leggi del MOTO-MODO di produzione capitalistico valevano - nello e dello SCAMBIO - anche per la Russia.
È chiara la questione?
Sono pronto a qualsiasi confronto serio, ragionato, di riflessione, coi fatti reali.
Diversamente la terra continuerà a girare su sé stessa e intorno al sole.
Michele Castaldo
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Mario Marchitti
Thursday, 27 August 2026 11:30
Egregio signor Michele Castaldo, sono d'accordo che non bisogna romanzare la storia, ma è ancora più grave ignorarla, tacerla. Capisco che sulle purghe di Stalin gli anticomunisti ne abbiano approfittato per gettare fango sulla gloriosa storia della rivoluzione bolscevica; ma chi si professa comunista o di sinistra come Luciano Canfora ne deve prendere atto, deve spiegarla, inquadrarla. Oltre a scorrere il libro di Canfora, ho anche ascoltato alcune sue interviste riguardo a quella fase storica, e mai che lui abbia anche solo accennato a quei fatti che pure determinarono gli eventi successivi.

Per quel poco di informazioni che so di Kronstadt mi sembra che Lenin e Trotsky temessero che le richieste degli insorti potessero mettere in pericolo la rivoluzione bolscevica, quindi agirono per soffocarla. Le azioni di Stalin invece furono guidate esclusivamente dalla sua sete di potere, e dal timore di essere tradito. Creò pertanto uno stato di terrore per blindare la sua persona.
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Michele Castaldo
Thursday, 27 August 2026 08:14
Egregio signor Mario Marchitti, c'è un modo semplice, anche se poco pratico, di buttare fango sulla storia, quello di romanzarla. A riguardo Trotcky fu un vero artista, con La Rivoluzione russa, un romanzo di par suo stile.
Troppi occidentali, e "marxisti" occidentalisti hanno buttato fango (in alcuni casi merda) tanto su Lenin - prima - in quanto antidemocratico, che su Stalin dopo, in quanto criminale.
A Lenin venivano addebitati essenzialmente due fatti: a) lo scioglimento dell'Assemblea Costituente, e, b) I fatti di Kronstadt 3 anni dopo.
Pochi si sono incaricati di scoprire le cause che mossero l'azione di Lenin e del bolscevismo, ovvero della sconfitta elettorale nelle campagne (maggioritaria a livello elettorale) mentre 3 anni dopo i bolscevichi furono costretti a reprimere l'infame insubordinazione dei marinai a Kronstadt, la gran parte dei quali erano figli di contadini medi, che chiedevano la liberalizzazione per i raccolti e la vendita dei prodotti agricoli e la compravendita della stessa terra. Insomma i contadini volevano arricchirsi.
Nella storia non esistono ragioni e torti, ma scontri di interessi, sicché Lenin e i bolscevichi, compresa la parte maggioritaria dei Socialisti rivoluzionari che avevano aderito ai bolscevichi, sostenevano una necessità comunitaria, o comunitativa della terra contro i contadini, che avevano si fatto la rivoluzione contro la nobiltà, ma che pretendevano di arricchirsi costituendo imprese agricole.
Questa è la storia vera.
Chi scrive questa nota di commento è figlio di due braccianti agricoli che avevano preso un pezzo di terra a mezzadria da un fondo di un conte. Dunque conosce per vie dirette e indirette il problema ed è divenuto comunista anche grazie a genitori comunisti.
Domando: il signor Mario Marchitti, visto che non esiste un torto e una ragione, con chi sente di schierarsi a posteriori, con chi si voleva arricchire o con chi persegue un ideale comunitativo di sviluppo?
È questa la questione.
Quanto a Trotcky, innamorato molto più di sé stesso che della rivoluzione, lasciamolo in pace riposare.
Michele Castaldo
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Mario Marchitti
Thursday, 27 August 2026 06:27
Una storia con incomprensibili omissioni.

Ammiro Luciano Canfora come storico, però non posso accettare che nella storia del comunismo vengano trascurati o omessi fatti incresciosi collegati alla dittatura staliniana: vennero eliminati, con processi farsa - le famose purghe - quasi tutti i dirigenti bolscevichi che avevano realizzato la rivoluzione. Nemmeno si accenna alle denunce di Victor Serge, giornalista, storico e romanziere che ha raccontato con precisione e lucidità quei fatti.
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Michele Castaldo
Wednesday, 26 August 2026 19:51
Egregio Ruggieri,
magari c'è ne fossero di Canfora, verrebbe da dire, eppure nella sua ricostruzione storica c'è qualcosa di poco convincente, ovvero di leggere la storia mossa da potenze indefinite, certo l'infamia degli occidentali, la continua aggressione alla Russia - da oltre 200 anni - da parte degli europei coperti e protetti dagli americani.
C'è però un aspetto che viene poco, o per niente, preso in esame anche dal complesso mondo marxista, ed è quello relativo a un modo di produzione in quanto MOTO fondato sullo SCAMBIO.
Come primo punto, e della natura del ritardo STORICO, dovuto alla morfologia della sua struttura territoriale (della Russia, per fare un esempio) rispetto a quella pianeggiante e sul mare dell'Inghilterra che lo storico Braudel bene evidenzia in uno dei suoi testi.
C'è un'altro aspetto che non viene preso in considerazione - derivato dal primo - e consiste nel vedere il capitalismo come MODELLO ORGANIZZATIVO DI RAPPORTI SOCIALI, piuttosto che leggerlo come Movimento storico, e che i rivoluzionari potessero pensare di poter organizzare e gestire meglio i rapporti degli uomini con i mezzi di produzione. A riguardo il povero Lenin ci rimise le penne, in modo particolare sulla questione contadina, avendo mille volte ragione da un punto di vista IDEALE, ma torto in rapporto al MOTO, ovvero al movimento reale.
Sorge a riguardo un dubbio tremendo: che l'uomo europeo (russo compreso) educato al LIBERO ARBITRIO, ritenesse possibile, fin da Marx, di poter dirigere le leggi del MOTO. Famosa la frase di Marx "Fino ad oggi i filosofi hanno cercato di capire il mondo, ora si tratta di cambiarlo".
Oggi nessuno osa criticare il principio del libero arbitrio, men che meno quello che resta del mondo dei marxisti. Come mai?
Domando: se è vero che le leggi del moto-modo di produzione capitalistico sono (come lo sono) impersonali, e che di conseguenza le classi che esso produce sono TUTTE COMPLEMENTARI, noi ci troviamo di fronte a un movimento storico che o implode per leggi proprie o è eterno.
Dal momento che in materia niente è eterno, e che ogni tempo ha i limiti proprio della temporalita' noi - come specie - ci dovremmo trovare in un punto in cui IL COMUNISMO non si pone più (come lo abbiamo posto per il passato)
cioè in modo ideale, ma come NECESSITÀ STORICA TENDENTE A SUPERARE IL RAPPORTO LEGATO ALLO SCAMBIO BASATO SUL PROFITTO.
Col che rendiamo mille volte onori a quanti si immolarono per in valori ideali contro la prepotenza e l'arroganza il il moto è le sue leggi favori a, dunque onore Blanqui e ai tanti Blanqui di nomi diverso e in tutti i continenti, con particolare riguardo al l'Africa, ma siano costretti a guardare in profondità della crisi di sistema di oggi dove rintracciamo una tentenza OBBLIGATA ALL'IMPLOSIONE DEL MOTO. Di cui nessuno osa parlarne.
È questa la questione.
Un grazie a chi legge.
Michele Castaldo
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Danilo Ruggieri
Friday, 28 August 2026 11:27
Egregio Castaldo, il libro del professore non mi sembra abbia ambizioni di ricostruzione storica generale o di bilancio della grande storia del movimento socialista e comunista. Dettaglia alcuni momenti, certo non casualmente, mi sembra che la lettura sia improntata a mettere in risalto il ruolo qualitativo del leninismo, del suo carattere dialettico in merito alle nuove sfide che in quel momento si presentavano all'ordine del giorno dei partiti socialisti. Chiaramente la storia non è mossa da potenze indefinite, come giustamente le fai notare, essa è un prodotto delle classi sociali delle stratificazioni sociali economiche e dell'impatto dello spazio geografico sulle forme sociali organizzate. Non credo sia il centro del libro di Canfora. Immagino che volesse, almeno dalla mia lettura, esaltare alcuni elementi di lettura meno ortodossa della tradizione marxista. Evidenziando tratti di discontinuità e veri propri salti, che non vanno intesi come cesure nette. La morfologia del territorio euroasiatico ha certo contribuito a ritardare lo sviluppo in senso capitalistico della Russia, va anche detto che la potenza navale inglese ha raccolto i frutti delle precedenti esperienze, portoghesi e olandesi nello sviluppare il commercio mondiale di esseri umani e merci, una fonte strategica nello sviluppo della sua accumulazione primitiva. Mi sembra un testo che ha degli spunti di riflessione.
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