
The Bibi files: sacrificare Netanyahu per salvare Israele
di Alessandro Bartoloni
The Bibi files recentemente uscito nelle sale cinematografiche italiane rappresenta una sofisticata psy-op che segna un punto di svolta nella propaganda sionista. D’altronde, centinaia di ore di registrazioni video degli interrogatori del primo ministro in carica, della moglie, del figlio, di un ex ministro delle finanze, di due imprenditori milionari amici loro e di alcuni dei loro più stretti e fidati collaboratori non escono dagli uffici della polizia e del tribunale poco prima delle elezioni senza che ci sia una regia e un piano. Il cui obiettivo è apertamente dichiarato con cristallina chiarezza fin dai primi minuti del documentario: presentare il 7 ottobre e ciò che ne è seguito come il risultato delle scelte politiche di un uomo costretto a rincorrere la guerra per sfuggire ai propri guai giudiziari e non come risultato del contrasto tra il blocco sociale che cerca di costruire la Grande Israele e chi vuole liberare la Palestina dal fiume fino al mare.
Prima dell’alleanza con l’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, Bibi è dipinto come un brillante politico conservatore esperto di lotta al terrorismo, il cui unico difetto è il delirio di onnipotenza derivante dall’arrembante successo che lo porta a pensare di essere al di sopra della legge. Non a caso, l’unica accusa che la regista gli muove è quella per cui è portato a giudizio in tribunale, e cioè di essere un corrotto. Motivo per cui sarebbe stato ostracizzato da una classe politica e una società civile la cui democraticità è presupposta e più volte ribadita dalle massicce manifestazioni che prima della guerra ne hanno chiesto le dimissioni.
Dimostranti che però non hanno mai messo in discussione o hanno addirittura appoggiato le oltre 65 leggi razziali che hanno fatto di Israele uno Stato apertamente razzista ed etnico-confessionale peggiore del Sud Africa dell’apartheid. È la corruzione, non le politiche perorare dal Likud (che in tutto il documentario rimane sempre nell’ombra), che ha costretto Netanyahu all’alleanza con l’estrema destra razzista e suprematista di Ben-Gvir e Smotrich (così da poter continuare a governare) e a riformare il sistema giudiziario (per evitare la condanna). Insomma, sarebbe stato lui a spaccare il paese, non l’oggettiva necessità – di cui Netanyahu è un semplice per quanto importante rappresentante – di sterminare un popolo che figlia troppo, di saccheggiarne le risorse marine e terrestri e di sottomettere il potere giudiziario per evitare problemi all’espansione degli insediamenti.
Ma il capolavoro arriva, ovviamente, con la descrizione del 7 ottobre. La direttiva Annibale e la dottrina Dahiya semplicemente non esistono, esattamente come le atrocità perpetrate dall’entità sionista prima di quella data. Solo qualche frammento dei discorsi allucinati di Ben-Gvir e Smotrich, coi kibbutz dipinti da una giovanissima e avvenente ragazza vittima della violenza di Hamas come fossero dei piccoli paradisi terrestri. «La legittimità della lotta dei popoli per l'indipendenza, l'integrità territoriale, l'unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall'occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata» (Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 37/43 del 3 dicembre 1982) è obliterata. Di conseguenza, Hamas non può che essere a libro paga dei qatarioti per espresso volere di Netanyahu, la cui richiesta di trasferimento fondi è stata messa per iscritto e diligentemente mostrata al grande pubblico come prova del fatto che il primo ministro israeliano è il grande burattinaio. Un apprendista stregone che ha lucidamente praticato il divide et impera mantenendo al potere Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania col duplice obiettivo di impedire la nascita di uno Stato palestinese e di tenere sotto controllo il livello di violenza perpetrata ai danni di Israele che lui stesso andava di fatto a foraggiare. Il 7 ottobre rappresenta dunque l’esito della politica spregiudicata di un solo uomo al comando. Del grande appoggio imprenditoriale e popolare di cui gode Netanyahu non si parla. Degli Stati Uniti, degli accordi di Abramo, dei divari nei tassi di fertilità tra ebrei e palestinesi, dei giacimenti di gas naturale scoperti nei fondali prospicienti la striscia di Gaza, della minaccia che il corridoio IMEC pone alla BRI cinese… nulla.
I palestinesi, ancora una volta, vengono lasciati sullo sfondo, paternalisticamente relegati al ruolo di marionette incapaci di una qualunque autonomia politica e organizzativa. L’estremismo di Hamas è funzionale a quello di Netanyahu ma non viceversa. Se Netanyahu mantiene e finanzia Hamas per bloccare tutti coloro che, in patria o all’estero, vogliono la nascita di uno Stato palestinese, perché Hamas non dovrebbe a sua volta vedere di buon occhio Netanyahu, utilizzandone l’estremismo per mettere all’angolo i palestinesi che riconoscono la legittimità dell’entità sionista? E invece no, l’esistenza di lotte interne a ciascun campo tra chi vorrebbe due Stati e chi solamente uno scompare. Peccato che, a conti fatti, a ricevere la maggior parte dei soldi da Israele non siano i partigiani di Hamas ma i collaborazionisti di Fatah!
In conclusione, mediante una narrazione semplicistica e fuorviante che trasforma le contraddizioni in macchinazioni The bibi files punta a fare di Netanyahu il classico capro espiatorio per esonerare dalle proprie responsabilità un popolo di colonizzatori e poter così continuare il genocidio, ma tornando a modalità più compatibili con le sensibilità piccolo-borghesi occidentali, il cui ferimento ha messo Israele in una luce cattiva come non mai.













































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