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Sarà invertendo l'austerità che si metterà fine alla depressione?

di Michael Roberts

poveri italianiSono state le politiche della cosiddetta austerità la causa della Grande Recessione?. Se non ci fosse stata nessuna austerità non ne sarebbe conseguita alcuna depressione o stagnazione per quel che riguarda le principali economie capitaliste? Se è così, ciò significa che le politiche dei governi "austeri" sono state solo follia, del tutto basata sull'ideologia e sul cattive scelte economiche?Per i keynesiani, la risposta a tutte queste domande è "sì". E sono i keynesiani quelli che dominano il pensiero della sinistra e del movimento operaio come alternativa alle politiche pro-capitaliste. Se i keynesiani hanno ragione, allora la Grande Recessione e la conseguente Lunga Depressione avrebbero potuto essere evitate con un sufficiente "stimolo fiscale" all'economia capitalista per mezzo di una maggiore spesa pubblica in direzione di un deficit di bilancio (vale a dire, facendo a meno di equilibrare la spesa governativa e non preoccupandosi della crescita dei livelli del debito).

È certamente questa la conclusione di un altro articolo del centro-sinistra britannico, The Guardian. L'autore, Phil McDuff, sostiene che mantenere bassi i salari e tagliare la spesa pubblica, com'è stato fatto dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, fra gli altri, è stata un'idea di "economia zombie" che è stata «continuamente screditata ma che continua a farsi strada camminando con andatura ondeggiante e barcollante nel nostro discorso pubblico.» L'austerità è stata assurda economicamente e l'articolo snocciola una lista di importanti keynesiani (Simon Wren-Lewis, Paul Krugman, Joseph Stigltiz, John Quiggin) i quali sostengono che l'austerità economica era sbagliata (cattiva economia) ed era davvero soltanto ideologia. Al contrario, i keynesiani ritengono che «il governo farebbe un servizio a tutti aumentando il deficit e dando ai risparmiatori frustrati la possibilità di far lavorare il loro denaro... il disavanzo della spesa che espande l'economia è, semmai, qualcosa che potrebbe portare al materializzarsi di più alti investimenti privati» (Paul Krugman).Ma è vero che l'economia di austerità sia solo assurda e ideologica? Davvero lo stimolo fiscale di tipo keynesiano avrebbe evitato la Lunga Depressione che è stata sperimentata dalla maggior parte delle economie capitaliste a partire dal 2009?

Sicuramente, l'ideologia è coinvolta. La spesa pubblica della maggior parte delle economie capitaliste non viene spesa per andare incontro ai bisogni delle persone attraverso l'assistenza sanitaria, l'istruzione e le pensioni. Molto di essa viene dedicata alle esigenze delle grandi imprese: spesa per la difesa e la sicurezza; sovvenzioni e crediti alle imprese; riduzione delle tasse sulle società (mentre aumentano le tasse dirette sulle famiglie); costruzione di strade ed altri sussidi. Così quando "l'austerità" diventa necessaria, i tagli nella spesa pubblica sono rivolti ai servizi pubblici (ed ai posti di lavoro), ai benefici sociali ecc. - per il settore capitalista, tutti questi sono costi "inutili". E di certo, mantenere piccolo il settore statale e ridurre gli interventi governativi al mimino è l'ideologia del capitale. Ma anche tutto ciò ha una logica economica.

È un'ideologia che ha senso dal punto di vista del capitale. L'analisi keynesiana nega o ignora la natura di classe dell'economia capitalista e la legge del valore sotto la quale essa agisce creando profitto dallo sfruttamento del lavoro. Se la spesa pubblica va in trasferimenti sociali e welfare, ciò taglierà i profitti in quanto si tratta di un costo del settore capitalista e non aggiunge valore all'economia. Se va in servizi pubblici come istruzione e sanità (capitale umano), può aiutare a far crescere la produttività del lavoro nel tempo, ma non aiuta la redditività. Se va in investimenti pubblici in infrastrutture, questo può aumentare la redditività per quei settori capitalisti che ottengono i contratti, ma se vengono pagati per mezzo di tasse più alte sui profitti, non si dà alcun guadagno complessivo. Se vengono finanziati mediante prestiti, la redditività verrà ristretta a causa di un crescente costo del capitale e di un più alto debito.

È stata l'austerità la causa della Grande Recessione? Ovviamente no. Precedentemente al crack finanziario globale avvenuto nel 2008 ed al successivo crollo economico mondiale, i salari ed il consumo delle famiglie erano in crescita, non in caduta. E in molti paesi la crescita della spesa pubblica era andata accelerando fino al 2007. Come ho mostrato in molte occasioni su questo blog, è stato l'investimento commerciale quello che è crollato.

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Per essere onesti, i keynesiani non hanno mai veramente sostenuto che la Grande Recessione fosse un prodotto delle politiche di austerità. Questo perché l'economia keynesiana non è mai venuta fuori con una previsione precedente o con una spiegazione successiva per la la Grande Recessione. Come ha scritto Krugman nel suo libro "End the Depression Now!" nel 2012, non c'era alcun motivo per provare ad analizzare perché era avvenuto il crollo, se non dire che «stiamo soffrendo di una grava mancanza di domanda complessiva» - perciò il crollo della domanda era a causa del crollo della domanda... Per Krugman non c'era niente di veramente sbagliato nel «motore economico» capitalista «che è potente come non mai. Invece noi stiamo parlando di quello che è fondamentalmente un problema tecnico, un problema di organizzazione e di coordinamento - un "casino colossale" come lo aveva descritto Keynes. Risolvi questo problema tecnico e l'economia tornerà viva ed a ruggire». Se il problema è un "pensiero incasinato" e la mancanza di domanda, create più domanda.

Questo ci porta al punto cruciale delle argomentazioni keynesiane sulla "austerità". Se le economie soffrono per una mancanza di domanda, allora tagliare la spesa pubblica ed equilibrare il bilancio del governo quando i capitalisti non stanno investendo e le famiglie non possono spendere è follia. Anche se la Grande Recessione non può essere spiegata dall'economia keynesiana, questa può spiegare la Lunga Depressione che ha seguito - essa è stata causata dall'austerità.

Ora c'è chiaramente qualcosa nella discussione per cui, quando la produzione capitalista e l'investimento hanno collassato, aumentando la disoccupazione e riducendo i redditi dei consumatori, allora tagliare la spesa pubblica renderà le cose peggiori. E c'è un crescente numero di prove empiriche secondo cui le politiche di austerità in varie (ma non in tutte le più importanti) economie hanno peggiorato le cose. Ad esempio, un giornale mostra che se i paesi che non avessero fatto esperienza dello "shock dell'austerità", la produzione complessiva nell'EU10 sarebbe stata più o meno uguale al loro livello pre-crisi, anziché mostrare una perdita del 3%. Per le economie depresse e più deboli dell'eurozona di Irlanda, Grecia, Portogallo, ecc., anziché sperimentare un riduzione della produzione vicina al 18% al di sotto del trend, la perdita di produzione sarebbe stata limitata all'1%.L'economista keynesiano inglese Simon Wren-Lewis ha recentemente sostenuto che la Grande Recessione, combinata alle politiche fiscali di austerità negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ha avuto un effetto permanente sulla produzione. «Un lungo periodo di carenza di domanda può scoraggiare i lavoratori. Può anche trattenere gli investimento: un nuovo progetto può essere redditizio ma se non c'è domanda non verrà finanziato... L'idea di base è che durante una recessione l'innovazione è meno redditizia, così le imprese innovano meno, cosa che porta ad una minor crescita nella produttività e quindi della domanda». Ciò è quello che l'economia ufficiale chiama Isteresi [Nota da Wiki: "L'isteresi è un fenomeno per cui il valore assunto da una grandezza dipendente da altre è determinato, oltre che dai valori istantanei di queste ultime, anche dai valori che avevano assunto in precedenza"].

Ma è proprio questa mancanza di domanda che ha influenzato la crescita della produttività durante la Lunga Depressione in quanto risultato dell'austerità, o si è trattato solamente del fallimento del settore capitalista nell'essere in grado di ripristinare redditività ed investimento? Il modo consueto per cercare di rispondere alla domanda è quello di guardare all'effetto moltiplicatore in economia; vale a dire la probabile ascesa o la probabile caduta nella crescita economia ottenuta a partire da un'ascesa o una caduta del fiscal spending? Il problema sta nel fatto che la grandezza di questo moltiplicatore è stata largamente contestata. Ad esempio, la commissione europea ritiene che il moltiplicatore keynesiano nel periodo successivo alla Grande Recessione si trova ben al di sotto di 1. Il costo medio di produzione dovuto ad un aggiustamento fiscale corrispondente all'1% del PIL corrisponde allo 0,5% del PIL di tutta l'Europa nel suo complesso, in linea con la dimensione dei moltiplicatori assunti prima della crisi, nonostante il fatto che circa i tre quarti degli episodi di consolidamento si sono verificati dopo il 2009. Perciò non sono decisivi per riuscire a spiegare il proseguire della Lunga Depressione dopo il 2009.Così Wren-Lewis ha cercato di allontanarsi dall'argomento del moltiplicatore. Wren-Lewis definisce l'austerità come «tutto l'insieme dell'impatto negativo globale sulla produzione che può avere un consolidamento fiscale. Come risultato, è proprio la misura dell'austerità ad essere la misura di tale impatto. Perciò non è il livello della spesa pubblica o della tassazione quel che conta, ma come esse cambiano.» Questa sembra essere una definizione ragionevole ed un metro per giudicare.

Guardando all'economia statunitense, Wren-Lewis si basa sul "Hutchins Center Fiscal Impact Model", il quale pretende di mostrare l'impatto della politica fiscale del governo sulla crescita reale del PIL. Wren-Lewis ammette che una tale misurazione è difficile, ma perlomeno il modello confronta le variazioni della crescita al netto della spesa pubblica. Esso mostra rispetto a questo, dal 2011 al 2015, che c'è stato un passaggio all'austerità, e si deduce che ciò spiega perché l'economia statunitense abbia avuto una simile crescita lenta, ed abbia "recuperato" dopo la fine della Grande Recessione. Se non fosse stata rispettata l'austerità, l'economia degli Stati Uniti avrebbe avuto un pieno recupero a partire dal 2013.

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Beh, la prima cosa che mi colpisce in questo grafico è che, secondo l'Hutchins Center, l'austerità fiscale negli Stati Uniti è finita nel 2015. Ma nella crescita reale del PIl, a partire da allora, non c'è stata nessuna ripresa. In effetti, la crescita reale del PIL nel 2016, all'1,6%, è stata quella con il tasso annuo più basso dalla fine della Grande Recessione. Ma forse, Wren-Lewis sta sostenendo che è l'Isteresi quella che ora sta operando per mantenere costantemente bassi la produttività e la crescita della produzione. Ma anche se fosse così, lo stimolo fiscale probabilmente ha poco effetto nel far girare le economie capitaliste a partire da questo.

Inoltre, ci sono un bel po' di prove del fatto che lo stimolo fiscale avrà scarso effetto sulla fine della depressione. Come Wren-Lewis, anch'io ho confrontato le variazioni nel rapporto fra la spesa pubblica ed il PIL contro il tasso medio della crescita reale del PIL per i paesi dell'OCSE a partire dal 2009. Ho trovato che c'era una correlazione positiva assai debole, e nessuna correlazione se veniva rimosso il problema Grecia.

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Un altro caso che viene studiato è quello del Giappone a partire dal 1998. Ho confrontato il disavanzo medio di bilancio con il PIL per il Giappone, per gli Stati Uniti e per l'area Euro rispetto alla crescita del PIL reale a partire dal 1998. Il 1998 è l'anno in cui la maggior parte degli economisti sostengono che quello era il momento in cui le autorità giapponesi hanno rotto con le politiche keynesiane di spesa pubblica al fine di ristabilire la crescita economica. La cosa ha funzionato?

Fra il 1998 ed il 2007, il disavanzo medio del bilancio del Giappone era del 6,1% del PIL, mentre la crescita reale del PIL era appena l'1%. Nello stesso periodo, il disavanzo medio degli Stati Uniti era solo del 2% del PIL, meno che un terzo di quello del Giappone, ma la crescita reale del PIL era del 3% l'anno, ovvero tre volte più veloce di quella del Giappone. Nell'area Euro, il disavanzo di bilancio era ancora più basso, all'1% del PIL, ma la crescita reale del PIL continuava ad essere al 2,3% l'anno, vale a dire più di due volte quella del Giappone. Quindi il moltiplicatore keynesiano non sembrava fare il suo lavoro in Giappone per un periodo di tempo lungo dieci anni. Inoltre, nel periodo del boom del credito, del 2002-2007, la crescita media del PIL reale giapponese è stata la più bassa anche se il suo deficit di bilancio era molto più alto di quello degli Stati Uniti o dell'Eurozona.

Ora, soprattutto per quanto riguarda questo post, ho confrontato la crescita della spesa pubblica (così come viene definita da Wren-Lewis, intesa come consumi dello Stato più investimenti, escluse le cessioni) con la crescita reale del PIL nelle maggiori economie. Dal 2010 al 2016, la crescita media del PIL reale in Germania, Regno Unito e negli Stati Uniti era virtualmente lo stesso, a circa il 2% l'anno, ma la crescita della spesa pubblica variava in maniera considerevole, dal 3,4% l'anno nella ("non-austera") Germania fino all'1,4% l'anno negli austeri Stati Uniti. Il Regno Unito applicava altrettanto austerità della Francia, ma cresceva più velocemente. Ora, è vero che sia l'Italia che la Spagna tagliavano la spesa pubblica in quel periodo e che soffrivano anche di una crescita inesistente, ma azzarderei sostenere che questo è dovuto più al fallimento dell'integrazione fiscale dell'Eurozona. I principali paesi dell'Eurozona si erano rifiutati di aiutare le "regioni" capitaliste più deboli dell'area Euro.

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Ancora più convincente è il lavoro svolto da Jose Tapia nel confrontare la spesa pubblica del governo degli Stati Uniti a partire dal 1929 con gli investimenti delle imprese e la crescita dei profitti. La sua sofisticata analisi della regressione non ha rilevato alcuna connessione causale o correlazione fra la spesa pubblica e l'investimento privato ed i profitti. Infatti, Tapia ha trovato che «la prospettiva keynesiana secondo la quale la spesa pubblica possa pompare l'economia stimolando investimenti è inconsistente anche a partire dalla constatazione che l'effetto del ritardo della spesa pubblica sugli investimenti privati è indubbiamente nullo o addirittura negativo in maniera significativa per quanto riguarda gli ultimi decenni.»

Quindi, nel migliore dei casi, non è ancora chiaro se lo stimolo di tipo keynesiano avrebbe portato le economie capitaliste fuori da questa depressione. Nel peggiore dei casi, potrebbe ritardare il recupero di un'economia capitalista.

In un'economia dominata dal capitalismo è molto più convincente un conducente che pilota investimenti e crescita, vale a dire la redditività del capitale, qualcosa che viene del tutto ignorata dalla teoria keynesiana. In passato, ho mostrato che la crescita del PIL reale è fortemente correlata ai cambiamenti nella redditività del capitale (il moltiplicatore marxista, se vogliamo). In trent'anni su cinquanta, ed in particolare nell'attuale periodo successivo alla Grande Depressione, il moltiplicatore marxista è stato considerevolmente maggiore del moltiplicatore keynesiano della spesa pubblica. E negli altri vent'anni, il moltiplicatore keynesiano è stato solo leggermente più elevato e non è mai riuscito ad andare oltre "1". Ci sono perciò state più dimostrazioni del fatto che il moltiplicatore marxista è più rilevante, ai fini della ripresa economica sotto il capitalismo, di quanto lo sia il moltiplicatore keynesiano.

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Infatti, è la bassa crescita della produttività in questa Lunga Depressione ad essere causata da una permanente mancanza di domanda, o Isteresi, o ad abbassare la redditività? Il recente rapporto annuale della "Bank for International Settlements" (agenzia di ricerca per le banche centrali globali) ha rilevato che la crescita della produttività è crollata a causa di «una persistente erronea allocazione di capitale e lavoro, come rispecchiato dalla crescente quota di imprese non redditizie. Infatti, la quota delle imprese zombie - i cui interessi passivi eccedono i guadagni al lordo delle imposte e degli oneri finanziari - si è incrementata in maniera significativa nonostante gli insolitamente bassi tassi di interesse».

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Gli economisti della BIS ("Bank for International Settlements") provengono dalla scuola australiana che dà la colpa della crisi del credito al «credito eccessivo» e alla «libera politica monetaria delle banche centrali"». Ma riconoscono, dal punto di vista del capitale, che la redditività è un fattore che sta dietro investimenti, innovazioni e crescita, più di quanto non stia la "mancanza di domanda".

Le politiche di austerità hanno una motivazione ideologica: indebolire lo Stato e ridurre la sua "interferenza" con il capitale. Ma la base economica dell'austerità non è la folle o la cattiva economia, dal punto di vista del capitale. Essa mira a ridurre i costi dei servizi pubblici, i tassi di interesse e le imposte sulle imprese, al fine di aumentare la redditività. La prospettiva keynesiana ignora il movimento della redditività in quanto causa delle crisi. E dal momento che si basano sulla "domanda" in quanto misura della salute di un'economia capitalista, le politiche di stimolo fiscale non riescono a risolvere il "problema tecnico" di far sì che l'economia "torni viva e a ruggire".


Pubblicato il 13 luglio 2017 su Michael Roberts Blog, blogging from a marxist economist -  
fonte: Michael Robert Blog
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