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A dieci anni dalla "Grande Crisi"

di Sebastiano Isaia

Lo scritto che segue si compone di una serie di appunti messi insieme da chi scrive in un ordine forse discutibile. Appunti che non ho avuto il tempo, né la voglia in verità, di rivedere, e di ciò mi scuso con i potenziali lettori, i quali molto probabilmente si imbatteranno in errori formali e sostanziali, sgrammaticature e ripetizioni. Penso tuttavia che la loro lettura non sia del tutto impraticabile, né forse del tutto inutile, e per questo li pubblico, sempre confidando sulla buona predisposizione dei lettori

rod s3 amazonawsOgni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente

(K. Marx, Il Capitale).

Parte I

Yanis Varoufakis e altri cosiddetti “marxisti irregolari” hanno paragonato la Grande crisi iniziata nel 2007 negli Stati Uniti al crollo del «Comunismo reale» iniziato nel 1989 con la caduta del famigerato Muro. L’analogia non regge neanche un poco; e non solo perché il Capitalismo è lungi dall’essere crollato definitivamente, mentre del regime “sovietico” non è rimasto che un pessimo ricordo, ma soprattutto perché allora non crollò il Comunismo, né un Socialismo più o meno reale, quanto un regime capitalistico incapace di reggere il confronto con il più forte e dinamico assetto capitalistico di “stampo occidentale” che aveva negli Stati Uniti il suo più importante pilastro.

È tipico dei nostalgici del mondo perduto centrato sul confronto USA-URSS confortarsi pensando che se il “Comunismo” è morto, il Capitalismo non sta poi messo tanto bene. E via con la solita tiritera sulla «stagnazione secolare» teorizzata dall’ex Segretario al Tesoro Larry Summers e dal premio Nobel per l’Economia Paul Krugman – per la serie: un Nobel non si nega a nessuno. È difficile non sentirsi dei giganti del pensiero dinanzi a quei nostalgici. Persino un microbo come chi scrive subisce quell’antipatica tentazione. D’altra parte, Come diceva quello tutto è relativo!

Martin Sandbu sul Financial Times del 15 agosto 2017 si è lanciato in un ardito paragone tra il centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il decennale della crisi finanziaria internazionale che di fondato ha solo il trauma che hanno subito i sostenitori del vigente regime sociale a causa di quello shock economico. Secondo Sandbu la menzogna accomunerebbe i due eventi, da Lenin a Lehman

«Il comunismo ha fallito perché ha perseguito due tipi di menzogne. La prima è stata tradire un sogno. […] La seconda menzogna è stata propagandare la validità di un sistema economico basato sull’inganno e l’illusione. […] In pratica, come era ovvio, la vera pianificazione centralizzata si è rivelata una soluzione terribile per la produzione e per la distribuzione delle merci di cui avevano bisogno i cittadini. Ma invece di correggersi, l’economia pianificata ha trasformato il progetto in un’enorme bugia».

Già il solo parlare di «produzione e distribuzione delle merci» nell’ambito del «comunismo» deve far sorridere lo scolaretto di Marx che già da bambino ha appreso che le merci non sono cose (beni) socialmente neutre ma l’espressione più verace di peculiari rapporti sociali di produzione e di scambio – una distinzione puramente formale. Dove c’è merce, c’è Capitalismo!

Come ho già scritto, la vera enorme bugia è consistita nel vendere all’opinione pubblica internazionale, e al proletariato di tutto il mondo in particolare, un Capitalismo di Stato largamente assistito dall’economia “informale” (privata e perlopiù illegale) spacciandolo per Comunismo o per «socialismo reale». Veniamo adesso all’«enorme bugia» che secondo Sandbu ha rischiato di mandare in frantumi il Capitalismo centrato sul modello liberoscambista che tanto piaceva a Friedrich von Hayek:

«Se il piano quinquennale è stata la grande menzogna del blocco sovietico, questa è quella del Capitalismo: i valori di mercato degli assets finanziari, riflettono fedelmente il valore economico che essi rappresentano. Quello che è accaduto in questi stessi giorni, di dieci anni fa, è stata l’agghiacciante realizzazione che i diritti finanziari accumulati negli anni di boom economico precedenti non quadravano, che la futura produzione economica, di cui tanto si cianciava, non era sufficiente per onorare appieno i debiti. In breve: il benessere economico che le persone pensavano di possedere, di fatto, non esisteva».

In termini marxiani, la scoperta dell’acqua calda. Conclusione più che scontata del nostro:

«L’inganno produce fragilità. Il libero mercato è in pericolo perché il suo sistema finanziario ci ha permesso di mentire a noi stessi. I populisti di destra e di sinistra trafficano in nostalgia, aspettando la primavera dell’economia mista. Hanno ragione quando asseriscono che il confronto fra la pianificazione ed il laissez-faire si deve risolvere in un mix dei due [si tratta della mitica “Terza via”?]. Ma la lezione più grande che si può imparare da questa competizione è che un qualsiasi sistema sociale o economico deve essere onesto, non solo imparziale, ma attendibile».

Il lettore più “scafato” ha già capito: ho citato Sandbu per riconfermare, guardando a “destra”, quanto detto prima a proposito della tentazione di sentirsi dei giganti del pensiero guardando alla mia “sinistra”.

Dieci anni dopo, sembra che il “bugiardo” Capitalismo non abbia ancora imparato la lezione, visto che il debito globale, pubblico e privato, ha ormai superato i 70mila miliardi di dollari, una cifra che non è poi così distante da quella relativa alla capitalizzazione delle Borse mondiali (72mila miliardi di dollari) e da quella del Pil annuo mondiale (77mila miliardi di dollari). «Negli Stati Uniti a marzo il livello dell’indebitamento delle carte di credito revolving ha raggiunto gli stessi livelli d’allarme del 2008, superando quota 1.000 miliardi di dollari. […] Il castello del debito potrebbe crollare» (Il Sole 24 Ore). In effetti i castelli di carta hanno la pessima abitudine di cadere quando meno te lo aspetti, e solo pochissimi professionisti del gioco d’azzardo speculativo  sanno cogliere l’attimo fuggente che fa ricco chi scappa un minuto prima del disastro, lasciando in mutande la «mandria elettronica», i milioni di piccoli – e il più delle volte ignari – speculatori che pensano di potersi arricchire alla velocità della luce – o quantomeno alla velocità della connessione elettronica resa possibile da Internet.

Personaggi come Sandbu non capiranno mai che non di onestà [sic!] né di «attendibilità» [risic!] si tratta quando parliamo delle magagne che riguardano l’economia capitalistica, e quindi la società nel suo complesso, ma di ineliminabili contraddizioni che si annidano nel cuore stesso che genere la ricchezza sociale nella vigente forma storico-sociale.

Nella primavera del 2008 Giulio Tremonti pubblicò, con invidiabile tempismo, La paura e la speranza, un saggio che allora apparve agli analisti politici alla stregua di una profezia; ne cito un passo:

«Possiamo chiamarla come vogliamo: turbamen­to, crisi, tempesta, collapse, storm, turmoil, distress, crunch. Possiamo – o no – paragonarla a quella del 1929, pur sapendo che la storia non si ripete comunque mai per identità perfette. Possiamo chiamarla o vederla come vogliamo. Ma è certo che, a partire dall’agosto 2007, dalle profondità misteriose del Ca­pitalismo finanziario salgono in superficie scosse fortissime, che spezzano certezze fino a ieri assolute» (*).

E dieci anni dopo, come stanno messe le cose secondo l’ex Ministro del Tesoro del Governo Berlusconi? Male! Stampa Ascolta Email «Dal 2007 a oggi le cause della crisi sono ancora tutte lì. Se allora c’erano numeri eccessivi, oggi sono esplosivi. La liquidità eccessiva che ha causato la crisi dieci anni fa, oggi è esponenzialmente superiore. La finanza sta subendo una mutazione genetica spaventosa. Ci sono tutti gli elementi in cui nascono le famigerate “bolle”» (Il Corriere della Sera). Come si spiega la disastrosa coazione a ripetere dell’economia drogata dal credito? Può fare a meno di questa “droga”, peraltro assunta a dosi sempre crescenti, il Capitalismo del XXI secolo? Tremonti: «Davanti alla Bastiglia Luigi XVI chiese se era in corso una rivolta, gli risposero che era una rivoluzione, ma lui continuò a pensare alla sommossa, e si sa come è finita. Un minimo di riflessione sulla situazione attuale andrebbe fatta». È ciò che intendo fare io. «Un minimo di riflessione», beninteso, non prometto altro!


(*) G. Tremonti, La paura e la speranza, p. 12, Mondadori, 2008.

 

Parte II

Ricardo commette tutti questi errori. […] Il
volgo ne ha concluso che le verità teoretiche
sono astrazioni che contraddicono ai rapporti
reali. Invece di accorgersi, al contrario, che
Ricardo non spinge abbastanza nell’astrazione
esatta, e quindi cade in quella falsa (K. Marx).

Introduco il ragionamento sul decennale della Grande crisi con due citazioni marxiane tratte dalla metaforica rubrica Della serie aveva detto, se non tutto, certamente l’essenziale. Ecco la prima:

«La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. La sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò all’osservatore superficiale come causa della crisi. Il successivo dissesto della produzione non appare come conseguenza necessaria della sua precedente esuberanza, ma come semplice contraccolpo del crollo della speculazione» (1).

Dopo vedremo in che senso Marx parlava di «sovrapproduzione». Ribadisco il concetto marxiano passando alla seconda citazione:

«Se la speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del processo. Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre come la vera causa di tutte le malattie» (2).

Piccola nota “dottrinaria”: qui Marx parla «del crollo» come sinonimo di crisi, come crollo degli investimenti produttivi di valore e conseguente disastro in ogni punto del processo allargato dell’accumulazione capitalistica. Dico questo contro chi vede in Marx il padre dei crollisti, ossia di quegli epigoni che in modo diretto, deterministico e adialettico fanno derivare «il crollo inevitabile del Capitalismo» dalla crisi economica, la quale solo a certe condizioni, che non dovevano sfuggire all’autore del Manifesto del partito comunista, può effettivamente trasformarsi in una potentissima leva rivoluzionaria. Che senza «la costituzione del proletariato in classe autonoma, e quindi in partito politico» (Marx), nessuna catastrofe sociale potrà mai spingere i proletari nella giusta direzione, ossia contro e oltre i rapporti sociali capitalistici, è cosa che il comunista di Treviri sapeva benissimo, come dimostra la sua attività squisitamente politica tesa a rendere possibile l’autonomia di classe. D’altra parte non si può certo rimproverare al comunista di Treviri, il quale non ebbe la disgrazia di conoscere fenomeni come lo stalinismo internazionale, enorme colpo di… fortuna per il dominio capitalistico mondiale, un eccesso di speranza, proiettando così sulla sua barba la nostra sfiga. Ma non allontaniamoci troppo dal tema qui posto al centro della riflessione.

La sovraspeculazione come sintomo della sovrapproduzione; la crisi finanziaria come sintomo della crisi economica generale: come si spiega questa relazione causale?

La circostanza per cui il circolo vizioso che a un certo punto si impadronisce del processo che crea valore basico debba trovare le sue più eclatanti manifestazioni prima nella sfera della circolazione, dove appunto circola ricchezza sociale (in ogni sua forma: merce, denaro, ecc.) già prodotta, sta nel fatto che nel Capitalismo non si produce per soddisfare i molteplici bisogni umani; «Non si produce secondo i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata» (Marx): si produce piuttosto in vista del profitto, che trova nella forma-denaro la sua più autentica e potente espressione. Ed è appunto nella sfera della circolazione, che pure non produce plusvalore, base logica e fattuale di ogni tipologia di profitto e di rendita (e infatti Marx lo chiama anche «profitto assoluto»), che il segreto della produzione si rivela nella sua ultima e disumana essenza: essa è in primo luogo un processo di valorizzazione, cosa impossibile da apprezzare se si rimane nell’ambito della produzione. Questo paradosso, che in realtà è un “risvolto dialettico” immanente al concetto stesso di capitale, realizza nella testa dell’«osservatore superficiale», soprattutto se egli ha in tasca una laurea in scienze economiche e diverse specializzazioni intonate alla laurea, un completo capovolgimento della realtà, così che la causa appare come effetto, e viceversa. Il termometro appare come la causa della febbre: è questa sconcertante idiozia che informa molte analisi economiche che ci spiegano «le vere cause della crisi» e che ci regalano soluzioni chiavi in mano per uscirne definitivamente. Ad esempio, tutto il dibattito degli anni scorsi sulla bassa inflazione, la quale avrebbe tenuto i capitali lontani dagli investimenti produttivi, è stato segnato dall’inversione concettuale di cui sopra.

Lungi dal contraddire la marxiana teoria del valore lavoro, che, occorre sempre ricordarlo, è in primo luogo la teoria-critica dello sfruttamento del lavoro da parte del capitale, la finanziarizzazione dell’economia piuttosto la convalida, perché la sua causa più profonda insiste, logicamente, storicamente ed empiricamente, nel processo di valorizzazione del capitale. Vedremo in seguito il rapporto tra valorizzazione capitalistica e finanziarizzazione dell’economia. È insomma del tutto infondata, ma assai sintomatica, la tesi, adottata dalla scienza economica mainstream e dal personale politico e ideologico al servizio dello status quo sociale, secondo la quale la causa della Grande crisi del 2008 va cercata nella sfera finanziaria, soprattutto là dove più forte si sarebbe annidata la “cosca speculativa”.

Le «bolle di sapone di capitale monetario nominale» (Marx) presto o tardi devono scoppiare, con matematica certezza, e su questo concordano ormai da anni anche i più incalliti apologeti del sistema capitalistico come migliore delle economie possibili. Ciò è così vero che le istituzioni politiche e finanziarie di respiro nazionale e sovranazionale di tanto in tanto si pongono il problema di come sgonfiarle progressivamente, quelle «bolle di sapone», affinché esse non esplodano improvvisamente con esiti potenzialmente catastrofici.

Eccesso di speculazione, abuso del credito: esattamente come ai tempi di Marx, la ricerca dei capri espiatori da dare in pasto alle vittime della crisi, e così intascare alti dividendi politico-elettorali («è la democrazia capitalistica, bellezza!»), si concentra nel demoniaco e amorale mondo della finanza non orientata a supportare i bisogni della virtuosa economia reale, la quale sarebbe l’innocente vittima del crollo della superfetazione speculativa. Che la cosiddetta economia reale possa vestire i panni della virtuosa innocenza è cosa che deve far ridere, visto che «il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso» (3), e che è proprio questo limite, che il Capitale cerca di superare sempre di nuovo, con continue accelerazioni, con continue fughe in avanti, che sta alla base della tanta vituperata finanza speculativa. Cercherò di riprendere in seguito tutti questi concetti.

A Dieci anni dall’espansione su scala globale della crisi economica iniziata negli Stati Uniti con l’esplosione della bolla speculativa alimentata dai muti subprime (luglio 2007) ho ripreso tra le mani l’instant book che Il Sole 24 Ore pubblicò nell’ottobre del 2008 per dar conto ai suoi lettori di quell’evento che si annunciò fin da subito gravido di conseguenze “sistemiche” su ogni aspetto della prassi sociale nei Paesi capitalisticamente più sviluppati del pianeta. Titolo – un po’ scontato ma non del tutto banale – del volume: La grande crisi. In effetti allora i media, avvezzi a sfruttare al meglio  la catastrofe, parlarono subito della più grande crisi economica internazionale dopo quella, “epica” e inarrivabile (?), iniziata nel 1929 sempre negli Stati Uniti, e sempre a partire dall’improvviso crollo del castello di carte creato dalla speculazione finanziaria. Naturalmente qui la casualità non ha alcuna cittadinanza. Scriveva Marx nel 1850: «Come sul continente il periodo della crisi sopravviene più tardi che in Inghilterra, così quello della prosperità. Il progresso iniziale lo si trova sempre in Inghilterra; essa è il demiurgo del cosmo borghese» (4). Ancora in questo scorcio di XXI secolo gli Stati Uniti recitano la parte del «demiurgo del cosmo borghese», non si sa ancora per quanto. Certo, la presenza del colosso cinese proietta sulla scena sociale mondiale un’ombra inquietante (per la leadership capitalistica americana), ma certe previsioni eccessivamente pessimistiche (per la leadership capitalistica americana) si sono dimostrate infondate. Certo è che la Cina è venuta fuori dalla crisi più forte, e anche per questo nel medio periodo si troverà alle prese con le contraddizioni tipiche del Capitalismo più maturo. Quando rifletteva sul futuro del Capitalismo mondiale, Marx pensava alla costa statunitense che si affaccia sul Pacifico, alla California; lo sviluppo capitalistico è andato oltre le sue previsioni, ed è logico visto il tanto tempo trascorso.

Vi ricordate la domanda che circolava negli ambienti politici e accademici: si tra di una crisi del Capitalismo o di una crisi nel Capitalismo? La prima che ho detto! In effetti la stessa domanda è mal posta, perché il modo di produzione capitalistico è il fondamento materiale e il centro motore dell’intera società che appunto per questo chiamiamo capitalistica. È sufficiente riflettere sulla tecnoscienza, e sui suoi legami con ogni aspetto della nostra vita quotidiana, per capire il senso di questa affermazione. È sul fondamento di questa prassi che ci tiene in vita che costruiamo istituzioni politiche e più o meno ardite architetture concettuali, e solo un ingenuo può credere che le attività umane che non sono riconducibili direttamente al processo che crea e distribuisce la ricchezza sociale non siano intimamente legate a quel processo, e ciò è soprattutto vero oggi, nell’epoca del dominio totale (su scala geosociale ed esistenziale) e totalitario (chi non si adegua alle “regole del gioco” muore, semplicemente) del Capitale

L’aspetto di gran lunga più significativo del volume curato dal Sole 24 Ore va individuato a mio avviso nel fatto che esso fu interamente focalizzato sugli aspetti finanziari della crisi (esplosione della bolla speculativa e i suoi effetti sul sistema finanziario internazionale, crollo negli indici borsistici, indebolimento delle banche un tempo considerate incollabili, ecc.), mentre per ciò che riguarda la cosiddetta economia reale i suoi articoli si limitavano ad auspicarne il ritorno al centro della vita economica dei Paesi investiti dalla crisi, e a segnalare  gli effetti devastanti del credit crunch (stretta creditizia) sulle imprese industriali e commerciali e sul consumo delle famiglie. Che proprio nella tanto decantata economia reale andassero invece cercate, «in ultima analisi», le cause più profonde e di lunga tendenza della stessa crisi finanziaria, è cosa che nel volume non trova alcuna traccia. Certo non casualmente bensì pour cause.

L’instant book si apriva con un articolo di presentazione a firma Ferruccio de Bortoli, allora direttore del quotidiano confindustriale, che metteva in ordine i sintomi finanziari della crisi economica internazionale, e che individuava in un «azzardo morale» di stampo finanziario e in un difetto di policy le maggiori responsabilità del terremoto finanziario del 2008. L’articolo si concludeva con l’auspicio che dalla grave crisi sorgesse «un altro mondo», un mondo in grado di conquistare «la lungimiranza di riscoprire la centralità dell’impresa e la civiltà del lavoro, liberandoci dall’illusione, fortemente diseducativa [sic!], che il denaro produca da solo altro denaro». Già in questo auspicio è condensato il pensiero mainstream circa le cause della Grande crisi dalla quale, a quanto dicono gli esperti, anche il nostro Paese starebbe uscendo: in fondo al famigerato tunnel si vedrebbe infatti una luce e non sarebbe quella generata dai fari di un treno che corre ad alta velocità verso di noi. Speriamo!

Come si spiega «la crescita esponenziale delle attività finanziarie rispetto a quelle reali che ha spinto i profitti a livelli mai raggiunti»? Che nesso c’è tra la lenta crescita, il ristagno e poi il declino degli investimenti nella virtuosa “economia reale” e la denunciata – nonché stigmatizzata – «crescita esponenziale delle attività finanziarie», in primis di quelle speculative e non regolamentate (finanza secondaria)? Nel Capitalismo del XXI secolo ha senso contrapporre le attività industriali e commerciali a quelle finanziarie d’ogni genere? Qual è la differenza specifica tra «economia reale» ed economia finanziaria? Queste sono solo alcune delle domande che sorgono spontaneamente leggendo criticamente la presentazione di de Bortoli e che nel pur interessante volume non trovano alcuna risposta. Né, occorre dirlo, sarebbe stato intelligente aspettarsele, quelle risposte.


Note
(1) K. Marx, Neue Rheinische Zeitung, 1850, in Marx-Engels, Opere, X, p. 501, Editori Riuniti, 1977.
(2) K. Marx, La costituzione britannica, Neue Oder-Zeitung n.109, 1855, in Marx-Engels, Opere, XIV, pp. 59-60.
(3) K. Marx, Il capitale, III, p. 303, Editori Riuniti, 1980.
(4) K. Marx, Neue Rheinische Zeitung, in Marx-Engels, Opere, X, p. 521.

 

Parte III

In questo modo, il capitale diventa
un essere incredibilmente misterioso.
K. Marx.

Concludevo il precedente post dedicato alla Grande crisi del 2007/2008 chiedendomi dove è possibile individuare la differenza specifica, di “ultima istanza”, tra «economia reale» ed economia finanziaria. Il problema si pone nella misura in cui il pensiero economico più accreditato, o mainstream, ha individuato proprio nella crescente dicotomia economia reale-economia finanziaria, e nel dominio della seconda sulla prima, la causa scatenante di tutte le crisi economiche “sistemiche” che si sono succedute nel mondo almeno negli ultimi venti anni.

Intanto osservo che parlare di «economia reale» ha, dal mio punto di vista (interamente costruito a partire dalla teoria marxiana dello sfruttamento capitalistico), un solo significato, ed esso non ha nulla a che vedere con la santificazione del lavoro salariato e del capitale industriale e commerciale (nonché della «finanza buona») tipica del pensiero borghese, di ispirazione laica o religiosa (o “cattocomunista”), che vede come il fumo negli occhi le attività finanziarie ed è incapace di  cogliere il meccanismo capitalistico nella sua inscindibile totalità sociale. Alludo alla classica, e tutt’altro che invecchiata, distinzione tra lavoro produttivo e lavoro non produttivo. Parlo di lavoro, e non di capitale, più o meno produttivo, perché è appunto il lavoro che conserva e crea valore, non il capitale che quel valore si appropria semplicemente perché detiene il monopolio dei cosiddetti fattori produttivi. In quel “semplicemente” è naturalmente condensato un lungo e complesso processo storico-sociale che qui non prendo in considerazione.

In un’accezione storicamente e socialmente peculiare, solo apparentemente riduttiva, è produttivo il lavoro industriale (compreso un largo settore di ciò che oggi chiamiamo logistica) e agricolo (una distinzione puramente formale, soprattutto oggi, che comunque faccio a scanso di equivoci) perché solo questo genere di attività è in grado di generare quello che chiamo plusvalore primario o basico (e che Marx qualche volta chiama «profitto assoluto»), materia prima di valore sulla cui base si erge il gigantesco edificio dei profitti e delle rendite – più o meno virtuali e parassitarie.

«La produttività del lavoro nel senso capitalistico è fondata sulla produttività relativa, sul fatto che l’operaio non solo riproduce un valore vecchio, ma ne crea uno nuovo» (1). Qui è sintetizzato il concetto di valorizzazione capitalistica, il cuore dell’attività lavorativa e dell’accumulazione del capitale colta nella sua interezza: produzione, circolazione, accumulazione, produzione… «Poiché lo scopo immediato e l’autentico prodotto della produzione capitalistica è il plusvalore, è produttivo solo quel lavoro che nel processo produttivo viene consumato direttamente per la valorizzazione del capitale» (2). Il concetto marxiano di produttività del lavoro ha dunque  poco a che fare con la quantità fisica di merci che un’unità di lavoro riesce a produrre in un certo tempo: la specifica produttività a cui Marx fa continuamente riferimento ha una natura essenzialmente qualitativa (sociale), ed è quella relativa alla massa del plusvalore (plusvalore “individuale” moltiplicato per il numero degli operai impiegati) e al saggio del profitto, ossia alla redditività del capitale complessivamente investito in un ciclo produttivo.  Perché Marx parla di consumo riferendosi al lavoro salariato? Perché il lavoratore (non semplicemente il suo lavoro!) è acquistato dal capitale alla stregua di una qualsiasi merce, e come qualsiasi altra merce egli possiede due valori: quello di scambio e quello d’uso. Con il salario il capitale “copre” il valore di scambio della merce-lavoratore (le “spese vive” del lavoro vivo), mentre il lavoro “erogato” dal lavoratore nel processo produttivo rappresenta il valore d’uso che appartiene legittimamente a chi lo ha comprato. Se compro una chitarra, il suo valore d’uso (emettere suoni, essere un bell’oggetto) mi appartiene, ed è un mio diritto portarmela a casa e farci quel che voglio. Diciamo allora, per amor di analogia, che il lavoro vivo emette valore e plusvalore. Su tutti questi aspetti rimando ai miei appunti di studio “economici” (Dacci oggi il pane quotidiano, Il potere in tasca, ecc.: vedi nei Testi scaricabili).

Ecco perché tutti i discorsi apologetici intorno al “capitale umano da mettere a valore”, preservandolo dall’impari concorrenza dei robot, ci parlano della maledizione della condizione operaia, in particolare, e di quella umana in generale, perché i disumani rapporti sociali capitalistici informano, in un modo o nell’altro, la vita di tutti gli individui, ne siano essi coscienti o meno.

Nel Capitalismo del XXI secolo il capitale industriale e quello commerciale sono così profondamente intrecciati con il capitale finanziario (creditizio e speculativo), da rendere vano ogni tentativo reale e concettuale volto a separarli in modo chirurgico, e ciò apparve chiaro già alla fine del XIX secolo agli stessi economisti borghesi più intelligenti, quantomeno per ciò che riguardava la grande impresa capitalistica – metalmeccanica, siderurgica, chimica e così via. Scriveva Lenin, buon lettore critico dell’Imperialismo (1902) di J. A. Hobson e del Capitale finanziario (1910) di R. Hilferding: «L’inizio del secolo XX segna il punto criti­co del passaggio dall’antico al nuovo Capitalismo, dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale finanziario» (3). Ai suoi tempi Marx registrò «un bel trapasso dalla concorrenza dei capitali al capitale come credito» (4). Si tratta di vedere come si configura il Capitale in questo scorcio di XXI secolo, problema che esula da questo scritto – e certamente dalle capacità di chi scrive. Qui è sufficiente dire che quasi tutte le multinazionali industriali e commerciali oggi hanno, più o meno direttamente, le mani in pasta nella finanza, e per alcune di esse è persino difficile stabilire se il loro core business sia rappresentato dalle attività industriali e commerciali oppure da quelle finanziarie. Ricordo che alla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta molto si discusse in Italia sulla finanziarizzazione della Fiat, e non pochi economisti e politici devoti all’economia reale denunciarono il tradimento di Gianni Agnelli nei confronti della vocazione industrialista del nonno.

Secondo Mario Seminerio (Blog Phastidio) «Il rischio sistemico è figlio dell’innovazione finanziaria e della liquidità creata per contrastare gli effetti della crisi. Per questo è difficile sfuggire alla conclusione che per la prossima crisi globale non è questione di se ma di quando». In realtà «il rischio sistemico» è sempre stato figlio dell’economia capitalistica in quanto tale, e difatti la crisi è un fenomeno che appartiene alla fisiologia del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale, esattamente come fisiologica è la fase dialetticamente connessa alla crisi: l’espansione economica. Com’è noto fu Marx a spiegare perché la crisi economica è lungi dall’essere estranea alla natura del Capitalismo, mentre ne è piuttosto un momento peculiare, manifestando essa nel modo più evidente le contraddizioni insuperabili dell’economia che ha nella ricerca del profitto il suo più vitale movente. In questo senso Seminerio ha ragione quando scrive che «per la prossima crisi globale non è questione di se ma di quando». L’ingigantirsi del sistema finanziario legato soprattutto alle attività speculative è l’effetto, non la causa, di quella crisi sistemica (“strutturale”) che va ricercata nella sfera delle attività produttive di valore e di plusvalore.

Quando l’investimento nelle attività industriali e commerciali non è più redditizio, secondo le legittime aspettative dei capitalisti, una massa crescente di capitale produttivo esce dalla sfera dell’economia cosiddetta reale e va a cercar fortuna nella sfera finanziaria in generale, e nelle attività finanziarie speculative in particolare. Scriveva ad esempio il Fmi alla fine degli anni Novanta: «Col rallentamento dell’attività economica nei paesi industriali e la caduta dei tassi di interesse su scala mondiale agli inizî degli anni ’90, i titoli emessi dai paesi in sviluppo divennero più attraenti a causa dei loro alti rendimenti». Nei Paesi industrializzati si realizzò un eccesso («una pletora», per dirla con Marx) di capitali, che affluirono nei Paesi affamati di capitali. Questo flusso fu alla base delle crisi finanziarie che terremotarono le economie di molti Paesi in via di sviluppo in America Latina e in Asia nella seconda metà degli anni Novanta. Il fatto è che il cosiddetto capitale volante (flying capital) è pronto a volar via non appena l’azzurro cielo della speculazione inizia a riempirsi di nuvole temporalesche, cioè a dire quando scompaiono le condizioni di alto rendimento che l’avevano fatto atterrare in un dato Paese.

Ho appena evocato il concetto marxiano di sovraccumulazione di capitali, da non confondere con la mera sovrapproduzione di merci destinati al consumo privato e industriale, concetto questo caro ai teorici del sottoconsumismo: la crisi come mancanza di potere d’acquisto da parte di vaste masse di consumatori. Si realizza cioè una condizione di eccesso (pletora) di capitali non in una forma assoluta, ma solo relativa, ossia in rapporto alle condizioni della valorizzazione, la quale non sempre garantisce livelli di profitto tali da invogliare il funzionario del Capitale (capitalista o manager che sia) a investire (accumulare) una cospicua fetta di profitto in un nuovo ciclo produttivo. In questa condizione una massa più o meno grande di capitali che non trova più allettante l’investimento in attività industriali e commerciali bussa alla porta della finanza e della speculazione. Non c’è nulla al mondo che possa impedire questa migrazione capitalistica, salvo ripristinare condizioni ottimali nel processo di valorizzazione, una prassi di risanamento che si traduce sempre e puntualmente in un attacco alle condizioni di lavoro e di vita dei salariati. Certo, sto parlando di intensificazione dello sfruttamento e di svalorizzazione della capacità lavorativa.

La cosiddetta industria finanziaria cerca di intercettare la massa di capitale “disoccupato” e affamato di profitti confezionando prodotti finanziari dall’aspetto appetitoso e seducente, e sulla base di quel capitale reale affluito nella luccicante e promettente sfera della “finanza creativa” prende corpo il gigantesco castello del capitale fittizio, frutto della miracolistica moltiplicazione di valori nominali aventi un legame sempre più flebile e remoto con i sottostanti valori reali. «Con lo sviluppo del capitale produttivo d’interesse ogni capitale sembra raddoppiarsi e in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche soltanto lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo “capitale monetario” è puramente fittizio» (5). Oggi la dimensione raggiunta dal capitale «puramente fittizio» non è neanche lontanamente paragonabile, anche in termini relativi, da quella che ai suoi tempi conobbe e indagò Marx. Anche per questo risulta difficile cogliere il processo di autonomizzazione delle attività finanziarie a partire dal processo allargato dell’accumulazione, autonomizzazione che proprio nel fenomeno-crisi mostra la sua reale genesi e i suoi reali limiti. Come scriveva l’uomo con la barba, «è appunto nella crisi che si manifesta l’unità dei distinti» (6).

A partire da un valore reale (un qualsiasi “bene durevole” acquistato a debito attraverso la sottoscrizione di obbligazioni o titoli) è possibile creare una più o meno estesa bolla di valore fittizio, puramente nominale – scritto su un pezzo di carta, o sul ghiaccio… Tizio compra una casa messa in vendita da Caio e per farlo sottoscrive un mutuo con una banca o con una qualsiasi “impresa finanziaria”; quel mutuo, che rappresenta al contempo un debito (per il mutuatario Tizio) e un credito (dal lato dei suoi finanziatori), sul mercato finanziario acquista una sua autonoma configurazione mercantile, e difatti è trattato sul mercato finanziario alla stregua di un valore reale positivo, idoneo cioè a sostenere alcune attività: ad esempio la sua cartolarizzazione. «Il movimento autonomo del valore di questi titoli di proprietà […] consolida l’apparenza che essi costituiscano un capitale reale accanto al capitale. […] Essi si trasformano difatti in merci, il cui prezzo ha un movimento e un modo di fissarsi suoi propri» (7). E infatti si parla dei “prodotti finanziari” come se fossero delle vere e proprie merci, dei valori di scambio in carne ed ossa, per così dire.

Il titolo di debito è la rappresentazione di un valore reale (una casa, un’automobile, una cucina componibile); il pezzo di carta che esce fuori dalla cartolarizzazione di quel titolo rappresenta invece un puro debito, nonostante esso sia venduto come fosse qualcosa agganciata a un valore reale, “tangibile”, come se fosse un segno di ricchezza: miracoli della “finanza creativa”, appunto. «Il credito permette di distanziare ancora di più le operazioni di compera e di vendita e serve quindi di base alla speculazione» (8). La dilatazione dei tempi di pagamento (prendi oggi e paga domani, no tra un anno!) resa possibile dal credito in tutte le sue molteplici – e spesso «fantasmagoriche» – forme crea alla speculazione finanziaria uno spazio che i professionisti del settore hanno imparato a riempire con numerosissime occasioni di facili profitti. Fin che dura, tutti traggono beneficio dalla finanziarizzazione dell’economia.

La teoria economica oggi più accreditata registra la complessa dialettica del debito-credito considerata in tutta la sua lunga filiera (dal mutuo alla sua cartolarizzazione e sottocartolarizzazione) come una creazione di denaro: il debito crea denaro. Che pacchia! Un miracolo degno di Padre Pio. Il fatto che un debito possa autonomizzarsi sottoforma di pseudo ricchezza è qualcosa che deve farci riflettere seriamente sulla natura “demoniaca” (leggi contraddittoria e disumana) del Capitalismo. Marx visse abbastanza da poter osservare lo sviluppo del credito, ma, come si diceva, quest’ultimo è andato poi assumendo un’estensione che fa impallidire il sistema creditizio dei suoi tempi, ancora strettamente intrecciato con le attività produttive e commerciali che realizzano ciò che gli economisti chiamano appunto «economia reale». Eppure, nelle analisi marxiane si trovano molte delle risposte alle domande poste dalla dinamica del capitale finanziario dei nostri giorni, purché si abbia la capacità e la pazienza di scavare nella spessa stratificazione economica e concettuale formata dalle attività finanziarie. Una volta Lenin disse che scavando nelle viscere del nuovo capitalismo finanziario, alla fine ci si ritrova dinanzi al vecchio Capitalismo alle prese con il suo insuperabile limite storico: il valore (e il plusvalore) può venire fuori solo dal lavoro umano, una vera e propria maledizione per un mostro sempre più affamato di profitti. Lo sviluppo capitalistico da molto tempo ormai non ha altro significato che quello di confermare la maledizione e, allo stesso tempo, di sottrarsi a essa. Questa dialettica mi ricorda un personaggio di La morte a Venezia di Thomas Mann, il quale da lontano appariva bello e giovane, ma che se visto in piena luce e da più vicino mostrava tutti i segni della decadenza fisica, oltre che morale. Ma forse ricordo male, e comunque il concetto che intendo esprimere mi sembra abbastanza chiaro.

Con lo sviluppo del Capitalismo, entrato ormai da tempo (almeno in Occidente e in Giappone) nella sua piena maturità (o senescenza?), una parte sempre più grande di capitale creditizio non rappresenta che capitale fittizio, non è che capitale fittizio (ad esempio, sottoforma di capitale obbligazionario), ossia espressione di una ricchezza sociale che esiste solo nella testa degli operatori economici che vivono di “finanza derivata” e degli economisti che teorizzano feticisticamente su fenomeni che non riescono a comprendere.

Il meccanismo miracolistico qui sommariamente – e forse anche rozzamente – descritto è noto a tutti, e va bene a tutti, anche a quei consumatori che possono acquistare solo a debito beni durevoli che il loro reddito non gli consentirebbe di portare a casa. «Dobbiamo dare una casa a tutti gli americani, anche a quelli meno fortunati», disse nel 2002 l’allora Presidente George. W. Bush; sappiamo com’è andata a finire. Quando le cose non girano più nel verso giusto inizia il piagnisteo generale, e si “scopre” improvvisamente che i cattivi magnati della finanza si sono arricchiti vendendo spazzatura agli allocchi, che i consumatori hanno fatto il passo più lungo della loro (sempre più corta) gamba, e che i decisori politici non hanno controllato a dovere i «delicati meccanismi dell’economia moderna». La caccia ai capri espiatori da dare in pasto al “popolino” che reclama giustizia e ristoro non si fa attendere. «Se potessi tornare indietro», confessò nell’ottobre del 2008 davanti alla Commissione del Congresso USA Richard Fuld, il “banchiere squalo” che da anni guidava la poi fallita Lehman Brothers, «mi comporterei diversamente sul business dei mutui e sull’immobiliare commerciale. E in generale su tutte le operazioni a leva [a debito]. Ma se l’avessi fatto allora, sarei stato attaccato e trattato come un folle: è facile giudicarmi ora» (9). Ben detto! Preferisco di gran lunga lo “squalo” milionario che non ne vuole sapere di recitare la parte   del capro espiatorio, ai tanti miserabili “populisti” che amano nuotare nella fetida acqua della disperazione sociale per portare a casa consensi mediatici ed elettorali. Scriveva Luigi Zingales:

«Ho avuto l’onore di testimoniare di fronte al Congresso [degli Stati Uniti] sulle cause della crisi finanziaria. […] I parlamentari erano solo interessati a scaricare la colpa sul partito avversario. […]  Ma a spingere [tutte le istituzioni finanziarie] a investire in mutui subprime fu soprattutto la prospettiva di facili guadagni, non la pressione politica» (10).

Diciamo che la politica assecondò allora un’irresistibile tendenza che nasceva dalle viscere della cosiddetta società civile.


Note
(1) K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p. 249, Einaudi, 1954.
(2) K. Marx, Il Capitale, Capitolo VI inedito, p. 66, Newton, 1976.
(3) Lenin, L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, p. 227, Opere, XXII, Editori Riuniti, 1966.
(4) K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p. 65.
(5) K. Marx, Il Capitale, III, p. 554, Editori Riuniti, 1980.
(6) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 553, Einaudi, 1955.
(7) K. Marx, Il Capitale, III, p. 551.
(8) Ibidem, p. 518.
(9) La grande crisi, p. 23, Il Sole 24 Ore.
(10) Ibidem, p. 37.

 

Parte IV

Tutti gli economisti hanno ogni volta
ammesso come unica ragione della crisi
ciò che era l’occasione più manifesta della
crisi di quel momento (1).
Quando Smith spiega la caduta del saggio
di profitto con la sovrabbondanza di capitale,
con l’accumulazione di capitale, si tratta di un
effetto permanente, e ciò è falso. Invece la
sovrabbondanza transitoria di capitale, la
sovraproduzione, la crisi, sono cose differenti.
Non vi sono crisi permanenti (2).

Nei precedenti post sul decennale della Grande crisi ho cercato di abbozzare, attingendo a piene mani dalla generosa e preziosa miniera concettuale marxiana, una critica nei confronti della tesi “speculativo-finanziaria” circa le cause di fondo di quella crisi. Una tesi che si è largamente imposta anche in non pochi ambienti culturali e politici della cosiddetta sinistra radicale. A mio avviso, ho argomentato non si sa con quanta efficacia, si tratta piuttosto di spiegare il gonfiarsi delle «bolle di sapone» della speculazione a partire dalla cosiddetta economia reale, nel cui seno vanno ricercate le vere cause del processo di finanziarizzazione dell’economia e dell’insorgere delle crisi, compresa l’ultima crisi internazionale partita nell’estate del 2007 dal settore finanziario statunitense. In questo post cercherò di affrontare in termini ancora più generali (più astratti, e quindi più essenziali) il tema della crisi così come lo troviamo problematizzato nella vastissima opera marxiana. La “morale” del discorso è sempre quella (ed è possibile affermarla solo cogliendo l’essenza della vigente società): alla base del processo economico capitalistico colto nella sua inscindibile totalità, insiste un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. E infatti, come ho scritto altre volte, la teoria marxiana del valore-lavoro è in radice la teoria dello sfruttamento del lavoro salariato da parte del Capitale, un mostro che ha conquistato l’intero pianeta. Il Moloch capitalistico merita davvero la “c” maiuscola!

 

1. Crisi capitalistica formale o concettuale

Chi si arrestasse alla lettura del Terzo libro del Capitale, peraltro interamente “assemblato” tra mille difficoltà da Engels, potrebbe pensare che Marx avesse in testa una concezione sostanzialmente monocausale della crisi: la crisi come conseguenza della caduta relativa della massa del plusvalore (3). Ma le cose non stanno affatto così, e per capirlo è sufficiente compulsare, ad esempio, la Storia delle teorie economiche (o Teorie del plusvalore) un testo “assemblato” questa volta da Karl Kautsky, il futuro “rinnegato” di leniniana memoria, tra il 1904 e il 1910.

Nel secondo volume di quell’importante opera marxiana compare uno scritto (Accumulazione di capitale e crisi) dedicato nella sua ultima sezione appunto alle crisi (4). In queste pagine Marx mostra come la crisi capitalistica genericamente intesa (quella che, sempre rubacchiando dal ricchissimo scrigno teorico del comunista di Treviri, definisco formale) possa accendersi in uno qualsiasi dei momenti che costituiscono il processo di produzione e di circolazione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, e ciò a causa del concetto stesso di capitale. Il Capitale è una “sostanza sociale” altamente infiammabile a causa delle sue ineliminabili contraddizioni, già immanenti alla sua forma più semplice e più peculiare: la merce. Più peculiare perché la merce, come sanno i lettori del Primo libro del Capitale, non è una cosa; non è un generico prodotto (valore d’uso) del lavoro umano applicato a oggetti naturali e artificiali in vista della loro trasformazione in qualcosa di utile all’uomo, ma l’espressione dei rapporti sociali capitalistici. Come dico spesso, riprendendo uno slogan pubblicitario di qualche decennio fa, dove c’è merce, c’è Capitalismo. In effetti, con e nella merce il Capitale si sente a casa sua.

Come abbiamo detto, per Marx il Capitalismo è un sistema economico intrinsecamente e necessariamente disarmonico e contraddittorio, e la crisi, lungi dal perturbare una condizione di equilibrio, per un verso è l’espressione più verace della fisiologica e generale disarmonia capitalistica, e per altro verso cerca piuttosto di porre rimedio al caos e all’anarchia generali. Ciò che caratterizza l’accumulazione capitalistica è, scrive Marx, «la costante disproporzione»: sproporzione di capitali, di mezzi di produzione, di materie prime, di capacità lavorativa, e fino a un certo punto questa costante sovrabbondanza (di capitali, di mezzi di produzione, di forza-lavoro, ecc.) non causa eccessivi problemi al Capitale e anzi assicura il procedere dell’accumulazione a ritmi sempre più accelerati, e rende anche possibile l’apertura di nuove sfere produttive e la creazione di nuovi mercati. Qui il marketing dà il meglio di sé: esso è chiamato a creare sempre di nuovo impellenti bisogni “artificiali” da soddisfare in individui che per il Capitale rappresentano un biomercato praticamente inesauribile, una prateria che non conosce confini assoluti ma solo limes contingenti che esistono solo per venir oltrepassati. «L’essenza della produzione capitalistica implica dunque la produzione senza riguardo ai limiti del mercato» (5). L’oltremisura, lo smisurato: è la dimensione naturale del Moloch qui preso in esame. Dinanzi a questa mostruosa natura ogni tentativo di porre un argine alla sua vocazione mi appare, non solo illusorio e chimerico, ma senz’altro stupido e patetico. Il Mostro non può essere addomesticato, o umanizzato (sic!), mentre potrebbe conoscere la propria fine nella rivoluzione sociale anticapitalista. Qui è il concetto di utopia (6), non quello di chimera, che viene avanti!

Meglio l’abbondanza che la mancanza: è il motto del Capitale nei giorni della prosperità, quando tutto ciò che serve al pieno dispiegarsi dell’accumulazione deve essere sempre pronto, al posto giusto e al momento giusto, senza intoppi, senza frizioni di sorta. Inutile sottolineare il ruolo fondamentale che il credito ha in tutto ciò. Secondo Marx la condizione di equilibrio rappresenta una mera casualità, fa parte dei fenomeni accidentali, mentre la condizione di squilibrio costituisce la normalità, la fisiologia del processo di accumulazione. «La continuità di questo processo presuppone la costante disproporzione» (7). Più in generale, l’equilibrio armonico della e nella società borghese è da Marx escluso in linea di principio, non come astratta petizione ideologica, ma come espressione di una realtà colta nella sua essenza storica e sociale e nella sua concreta dinamica.

Ovviamente questa effervescente e “anarchica” fisiologia, qui sommariamente richiamata, espone l’investimento capitalistico (e la vita di ciascun individuo!) a molti rischi.

Ad esempio, un esempio assai più pregnante ai tempi di Marx che ai nostri tempi, se il ritmo dell’accumulazione in molte e importanti sfere produttive diventa così forsennato da superare la capacità produttiva delle imprese che le riforniscono di mezzi di produzione e di materie prime; se cioè la «produzione reale non può tenere il passo» di quell’accumulazione, «salgono i prezzi di tutte le merci che entrano nella formazione del capitale», e ciò può incidere fin troppo pesantemente sul saggio del profitto, al punto da provocare l’arresto della produzione nelle sfere produttive interessate dal fenomeno, con un effetto domino, sull’economia cosiddetta reale e su quella finanziaria, facilmente intuibile. Questa possibilità di crisi è immanente al concetto stesso di capitale. Ma in quel concetto è implicita anche la «metamorfosi della merce», ossia la trasformazione del valore di scambio in denaro, salto mortale che non sempre giunge a buon fine, con ciò che ne segue in termini di insuccesso per l’investimento produttivo. Scrive Marx:

«Nella produzione di merci, la trasformazione del prodotto in denaro, la vendita, è conditio sine qua non. […] Con la separazione fra il processo di produzione immediato e il processo di circolazione è nuovamente e ulteriormente sviluppata la possibilità delle crisi, che si mostrava nella semplice metamorfosi della merce» (8).

La possibilità formale della crisi deriva anche dal denaro nella sua qualità di mezzo di pagamento (cambiale, tratta, ecc.), proprietà che consente di dilazionare nel tempo il pagamento della merce (o del servizio) acquistata. Questo straordinario supporto all’economia capitalistica rende però possibile l’effetto domino (o, più volgarmente, catena di Sant’Antonio) delle insolvenze: «Qui già vediamo una connessione fra i crediti e le obbligazioni reciproche, fra gli acquisti e le vendite, dove la possibilità [della crisi] può svilupparsi a realtà» (9).

L’autonomizzarsi di ogni singolo momento interno alla prassi economica considerata nella sua totalità (produzione, scambio, credito, speculazione, investimento) genera continuamente e in ogni punto di quella totalità la possibilità astratta della crisi, la quale peraltro ha il significato di mostrare proprio l’impossibilità di quell’autonomizzazione. «Vi è una massa di momenti, di condizioni, di possibilità di crisi, che non possono essere esaminati se non considerando i rapporti concreti, specialmente la concorrenza dei capitali e il credito» (10). Estremizzando un po’ il discorso potremmo affermare che lo scandalo, per così dire, non è rappresentato dalla crisi economica, ma piuttosto dalla sua mancanza, visto che le sue premesse sono praticamente illimitate proprio perché derivano dal concetto stesso di capitale.  Il capitale, insomma, come monocausa della crisi.

La crisi, osserva Marx, può scaturire anche da un improvviso e cospicuo rincaro nel costo della materia prima trasformata in un’importante branca industriale:

«Se si deve spendere di più in materie prime, resta di meno per il lavoro. […] La riproduzione non può essere ripetuta al medesimo livello. Una parte del capitale fisso resta ferma, una parte degli operai viene gettata sul lastrico. Il saggio di profitto cade, perché il valore del capitale costante è salito rispetto a quello del capitale variabile impiegato. […] Quindi crisi. Crisi di lavoro e crisi di capitale» (11).

Qui ci avviciniamo concettualmente alla forma capitalisticamente peculiare della crisi, perché l’innalzamento del prezzo della materia prima altera la composizione organica del capitale, incidendo sul saggio del profitto. Tuttavia in questo caso la variazione nella composizione organica non riflette un mutamento nella composizione tecnica del modo di produzione, dialettica che invece connota il capitalismo in generale, e il Capitalismo altamente sviluppato in particolare.

Scrive Marx: «[La] sovraproduzione [è] il fenomeno fondamentale della crisi» (12). Attenzione: qui Marx scrive «fenomeno fondamentale della crisi», non causa fondamentale della crisi. Che significa? Che ogni crisi generale si manifesta innanzitutto come sovrapproduzione di merci (e come sovrabbondanza di capitali), ma che la sovrapproduzione di merci non è la causa fondamentale di tutte le crisi. Abbiamo visto anzi che la sovrapproduzione di merci è, fino a un certo punto, una condizione fisiologica nell’ambito della produzione capitalistica, mentre essa diventa patologica con l’esplodere della crisi. È la crisi che trasforma in patologia ciò che rientra nella fisiologia del processo capitalistico di produzione. Ma c’è di più! C’è il fatto che «la parola sovraproduzione induce in sé in errore», il quale consiste nel dimenticare che la merce non è che una delle forme assunte dal Capitale nel suo ciclo di vita, e che dunque parlare di sovrapproduzione di merci equivale a parlare di sovrabbondanza (o «pletora») di capitali, il che ci riporta concettualmente dalla sfera della circolazione, ossia del mercato nel quale giacciono invendute le merci, alla sfera della valorizzazione capitalistica. Soprattutto, osserva Marx, «nel passaggio dall’espressione “sovraproduzione di merci” all’espressione “sovrabbondanza di capitale”» si rende esplicito il carattere sociale del problema, ossia il fatto che «i produttori non si contrappongono come semplici possessori di merci ma come capitalisti», vale a dire come sfruttatori di lavoro salariato (13). Di solito Marx usa il termine produttori per alludere ai lavoratori impegnati direttamente nella produzione, mentre qui con quel termine designa appunto i capitalisti, ossia i produttori considerati dal punto di vista dell’economia politica.

Ciò che nella crisi rimane invenduto; ciò che esubera le capacità di assorbimento del mercato non sono, in primo luogo, beni di consumo immediato, ma soprattutto beni durevoli, e fra questi spiccano quanto a massa di capitali i mezzi di produzione e le materie prime, cioè a dire i fattori oggettivi della produzione comprate con quella parte di capitale che Marx definisce costante. Questo ancora una volta ci riporta allo stato di sofferenza del processo di valorizzazione. Licenziamenti e decurtazioni del salario sono anch’essi fenomeni tipici che si presentano nelle crisi di una certa gravità. Cade insomma il potere d’acquisto di una notevole massa di proletari, ma anche un settore abbastanza largo di piccola borghesia vede ridursi la propria capacità di acquisto. La vendita di merci di largo consumo subisce una certa flessione, mentre quella dei beni durevoli (automobili, case, elettrodomestici) acquistati nei momenti di bonaccia (di alta congiuntura) facendo ricorso al credito subisce un vero e proprio tracollo. La flessione dei consumi non è dunque la causa della crisi ma ne è piuttosto la conseguenza e il sintomo forse più appariscente, anche se ovviamente la crisi di realizzazione aggrava la crisi di valorizzazione sottostante secondo un circolo vizioso che coinvolge pesantemente anche la sfera creditizia, come ben sappiamo anche grazie alla Grande crisi di dieci anni fa.

 

2. Crisi capitalistica peculiare

«Tutte le contraddizioni della produzione borghese si manifestano collettivamente nelle crisi mondiali generali, e solo in maniera dispersa, isolata, unilaterale nelle crisi particolari» (14). La crisi del mercato mondiale rappresenta dunque per Marx la crisi specifica, peculiare del vigente modo di produzione che ha nella ricerca del profitto la sua più potente ragion d’essere e nelle condizioni di profittabilità dell’investimento capitalistico la causa scatenante delle crisi, ciò che fa precipitare «l’astratta possibilità» delle crisi parziali latenti in ogni singolo momento della prassi economica in reali crisi. Nella crisi del mercato mondiale queste crisi parziali e momentanee convergono in un solo, generale e drammatico evento critico.

«Nelle crisi del mercato mondiale erompono le contraddizioni e le antitesi della produzione borghese. Ora, invece di indagare in che cosa consistono gli elementi in conflitto, che nella catastrofe giungono all’esplosione, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe stessa, […], si ostinano a ripetere che se la produzione si regolasse secondo i manuali, non si arriverebbe mai alla crisi» (15).

Appare chiaro che quando Marx parla di «mercato mondiale» intende riferirsi al processo capitalistico di accumulazione colto nella sua totalità (produzione, distribuzione, circolazione) e nella sua dimensione planetaria, una dimensione che è assai più vera oggi che ai tempi del nostro ubriacone tedesco, il quale non profetizzava (magari con l’aiutino di un buon bicchiere di vino) un bel niente, ma piuttosto analizzava il Capitale a partire dal suo stesso concetto, il quale postula appunto la dimensione mondiale del Capitale, dal momento che per sopravvivere esso deve espandersi sempre di nuovo spazialmente (in tutto il pianeta), socialmente (in tutta la società) e “esistenzialmente” (in tutte le manifestazioni della vita umana). Personalmente declino in questi termini i concetti di globalizzazione capitalistica e di totalitarismo capitalistico.

«La crisi reale può essere rappresentata solo dal movimento reale della produzione capitalistica, dalla concorrenza e dal credito» (16). Si tratta di tre momenti tra loro molto – intimamente – intrecciati che si influenzano reciprocamente. Ma il punto di partenza logico e fattuale del processo è dato naturalmente dalla creazione del valore (e del plusvalore), senza il quale non sarebbe possibile nessun movimento nell’economia e nella società in generale. Ovviamente parlo della vigente – e mondiale – società. Qui intendo sempre riferirmi alla creazione del valore sociale primario o basico, secondo la definizione già data nei precedenti post, ossia alla produzione di beni (valori d’uso) che incorporano valore di scambio che deve convertirsi in denaro, pena il fallimento dell’investimento capitalistico. Nel prezzo che vediamo appiccicato, idealmente o realmente, sul corpo della merce che giunge sul mercato per tentare il capitombolo di cui parlava Marx nel primo libro del Capitale (la metamorfosi della merce: dal valore di scambio alla forma denaro) è concentrato un processo (tecnico e sociale) che naturalmente si svolge interamente alle spalle dei consumatori, e che non è controllato dagli stessi produttori immediati (i lavoratori), né dai singoli capitalisti che pure beneficiano dell’avvenuta “metamorfosi”.

Come scriveva Marx, il processo di valorizzazione del capitale è, al contempo, processo tecnico (oggettivo) di produzione, fatto appunto di macchine, di materie prime e ausiliarie e di capacità lavorativa (fatto cioè di valori d’uso messi insieme dal capitale secondo un metodo razionale in vista di un prodotto), e processo di valorizzazione stricto sensu, in cui entrano in ballo non i valori d’uso dei diversi fattori produttivi, ma i loro valori di scambio, la loro essenza mercantile, il fatto cioè che macchine, materie prime e uomini sono stati comprati con denaro (salario, «capitale variabile») e vengono consumati non per produrre un generico bene, ma una merce. Merci che producono merci: è l’essenza – altamente disumana – del Capitalismo.

Come ho scritto altrove, la fenomenologia monetaria del processo di valorizzazione occulta la sostanza sociale del processo di valorizzazione, ossia il suo essere fondamentalmente un processo di sfruttamento di lavoro vivente, di uomini in carne ed ossa, attuato servendosi di mezzi tecnologici sempre più sofisticati. È qui che, tra l’altro, trova alimento la concezione feticistica dell’economia mercantile, la quale appare come «una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici». «Il capitale», scriveva Thomas Hodgskin nel 1825, «è una specie di parola cabalistica, come Chiesa o Stato, inventata da coloro che tosano la restante umanità allo scopo di nascondere la mano che impugna il coltello da tosare» (17).

Come ricordava Henrik Grossmann nella sua importante opera sulla crisi pubblicata con eccezionale tempismo nel 1929,

«già Adam Smith scorge nella caduta del saggio di profitto un pericolo per il modo di produzione capitalistico, poiché il profitto del capitale è il motore della produzione. Però Smith fa scomparire il profitto con la crescente concorrenza del capitale. Ricardo tentò da parte sua di spiegare la legge della caduta del saggio di profitto come legge naturale, col fatto della diminuzione delle forze produttive della terra e con la conseguenza crescita del salario» (18).

I limiti concettuali di Smith e Ricardo intorno alla caduta del saggio di profitto esprimevano soprattutto i limiti del Capitalismo del loro tempo, oltre che naturalmente quelli dell’impostazione teorica generale della loro economia politica. E tuttavia, già aver individuato chiaramente il problema ci dice quanto seria e intelligente fosse la loro ricerca e quanto intimamente connesso alla produzione capitalistica sia il fenomeno della caduta del saggio di profitto, già evidente in uno stadio ancora relativamente poco sviluppato del Capitalismo. «Nei discepoli di Ricardo, l’orrore per questa nefasta tendenza assume forme tragicomiche» (19).

A Smith Marx obietta che la sempre più accesa concorrenza intercapitalistica è piuttosto la conseguenza, e non la causa della sofferenza cui la valorizzazione del capitale va incontro a un certo punto del processo di accumulazione, e che quindi l’attenzione va posta su quel “certo punto”, ossia su ciò che innesca la svolta negativa nel processo di valorizzazione. A Ricardo Marx obietta invece la circostanza che vede il saggio di profitto diminuire nonostante la produttività generale del lavoro cresca, e che quindi va individuato il nesso che lega intimamente ciò che agli occhi dell’economia politica classica appariva nei termini di un’inspiegabile contraddizione: la caduta del saggio di profitto in presenza di una crescente produttività del lavoro, anche in agricoltura. Marx scopre che a un certo livello (alto) dell’accumulazione la massa del plusvalore «smunto» alla vacca del lavoro salariato non è più in grado di sostenere l’accumulazione né di valorizzare convenientemente il capitale investito. E questo senza smentire in alcun modo la legge del valore lavoro, e anzi in perfetta armonia con essa. Ricordo a me stesso il concetto marxiano di accumulazione: investire una parte del plusvalore estorto ai lavoratori in un nuovo ciclo produttivo, ingrandendo la massa del capitale messo in gioco nel processo di valorizzazione.

La spinta all’innovazione tecnologica e organizzativa (due aspetti della stessa cosa), che innesca una delicata dialettica nel cuore del processo di valorizzazione del capitale tra saggio del plusvalore, massa del plusvalore e saggio generale del profitto, rende sempre più aspra la concorrenza tra capitali, ossia la corsa alla spartizione del plusvalore sociale mondiale. Le imprese e i Paesi capitalisticamente più avanzati attingono al fondo comune del plusvalore mondiale (quello che Marx chiamava ironicamente «comunismo capitalistico») provvisti di cucchiai più grandi, ed è qui che bisogna individuare, tra l’altro, la radice sociale dell’Imperialismo, il quale prim’ancora d’essere un fenomeno politico (e quindi anche militare), è un fenomeno eminentemente “strutturale”, perché rimanda in modo diretto alla prassi economica e alle innovazioni tecnoscientifiche che essa promuove continuamente, con ciò che ne segue per ciò che concerne le istituzioni formative (scuola, Università, ecc.) di un Paese e così via. E questa dinamica non segna solo i rapporti tra Paesi avanzati e Paesi arretrati, o in via di sviluppo, come si diceva una volta; essa è tipica dei rapporti fra tutti i Paesi del mondo, anche tra quelli più avanzati, perché essere più avanzati o meno avanzati è cosa relativa, non assoluta, e le parti si possono invertire molto velocemente, come dimostra anche la storia delle relazioni interimperialistiche tra i Paesi del Primo mondo (l’area a egemonia statunitense, per intenderci) nel Secondo dopoguerra. Il primato capitalistico non è per sempre (la Gran Bretagna ne sa qualcosa), e comunque esso può essere mantenuto e consolidato solo con molti sforzi.

Scriveva Grossmann:

«Proprio il vantaggio tecnico è l’unico mezzo per affermarsi sul mercato mondiale. Quanto più si acuiscono le lotte per il mercato mondiale, tanto più si è costretti al cambiamento della tecnica, e le pause intermedie con immutata base tecnica vengono accorciate» (20).

Ovviamente la tecnologia cosiddetta intelligente ha esasperato questo fenomeno. In alcune sfere industriali (per tacere dei servizi) gli imprenditori rimandano l’innovazione tecnologica fino all’ultimo momento, perché temono di acquistare strumenti di produzione diventati già obsoleti solo poco tempo dopo il loro arrivo sul mercato. L’accelerazione tecnologica spiazza continuamente gli investitori del XXI secolo. naturalmente anche il cosiddetto «capitale umano» è esposto al rischio di una sempre più rapida obsolescenza: di qui l’odioso concetto di formazione continua e permanente che esprime la vigenza nel mondo di rapporti sociali odiosi. Attraverso la formazione professionale continua e permanente il Capitale “aiuta” la capacità lavorativa, senza il cui sfruttamento esso non potrebbe esistere, a non uscire dal mercato del lavoro a causa dei continui e sempre più veloci mutamenti nella struttura tecnologico-organizzativa della produzione. Il regno della filantropia capitalistica è davvero raccapricciante!

«Come all’interno del capitalismo pensato isolatamente gli imprenditori che si sono dotati di una tecnica progredita superiore alla media sociale e che vendono le loro merci a prezzi sociali medi, conseguono un extraprofitto, a spese di quegli imprenditori, la cui tecnica rimane al di sotto della media sociale, allo stesso modo sul mercato mondiale i paesi ad alto sviluppo tecnologico conseguiranno sovrapprofitti a spese di qui paesi il cui sviluppo tecnologico ed economico è arretrato» (21).

Per i capitali investiti nell’economia cosiddetta reale farsi concorrenza significa produrre la stessa merce a minor prezzo, cosa che si traduce in un continuo miglioramento nei mezzi di produzione e nell’organizzazione del lavoro. Come già sappiamo Marx chiamava composizione tecnica del capitale il rapporto tra mezzi di produzione e il lavoro vivo, e composizione organica del capitale questo stesso rapporto considerato però dal lato dei valori monetari in gioco.  Generalmente più è alta la composizione organica del capitale (si spende sempre più in mezzi di produzione e sempre meno, in termini relativi o assoluti, in lavoro vivo), e più tecnologicamente avanzata è un’impresa, così come più produttivo è il lavoro che essa impiega. Storicamente la tendenza va in questo senso, e la cosa oggi, nell’epoca in cui si parla, più o meno a sproposito, di «fine del lavoro» e di robotizzazione totale della produzione di beni e servizi, non necessita di esempi. Il credito facilita enormemente la produzione e il consumo (privato e industriale), che si alimentano a vicenda innescando un circolo virtuoso che sembra inarrestabile.

Non sempre la conquistata superiorità tecnologica si traduce per un’impresa industriale in un successo economico. Quando l’accresciuta produttività del lavoro non ha un immediato riscontro in un adeguato accrescimento del saggio del profitto, il cui livello, ad esempio, cessasse di giustificare una nuova capitalizzazione di parte dei profitti, il circolo virtuoso dell’accumulazione potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, provocando la crisi dell’impresa non per scarsa efficienza, ma per eccessiva efficienza. Il paradosso si spiega facilmente se consideriamo l’aspetto qualitativo (“valoriale”) e non quantitativo (tecnologico e fisico: quantità delle merci prodotte in un tempo stabilito) del problema. Infatti, la produzione capitalistica è in primo luogo un processo di valorizzazione, il cui obiettivo vitale non è quello di offrire al mercato quanti più beni sia possibile produrre data una certa composizione tecnica, ma intascare il maggiore profitto possibile data una certa composizione organica.

È vero che le nuove macchine e il nuovo modello organizzativo rendono più produttiva ogni singola capacità lavorativa, cosa che si traduce in un aumento di quello che Marx chiamava saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento: rapporto tra il plusvalore e il salario), ma è anche vero che il plusvalore deve mettersi in rapporto con l’intera massa investita nella produzione, e non solo con la massa salariale. Marx chiamava saggio del profitto il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale investito in macchine, materie prime, forza-lavoro, ecc. Se l’incremento della massa di plusvalore non riesce a contrastare la tendenza a decrescere del saggio del profitto, il processo di valorizzazione del capitale entra in sofferenza. Se la sofferenza si protrae per più cicli produttivi, il processo di valorizzazione deve arrestarsi e i funzionari del Capitale devono trovare il modo di riattivare il circolo virtuoso dell’accumulazione/valorizzazione. Quasi sempre la soluzione si traduce in una nuova rivoluzione tecnologica e organizzativa (sempre più di respiro internazionale: vedi la cosiddetta «catena del valore mondiale» e la divisione mondiale del lavoro), la quale ripristina la congiuntura favorevole ma solo per spostare in avanti e più in alto il momento di una nuova crisi di valorizzazione: questo è il normale modo di procedere del Capitale.

Scrive Marx:

«La progressiva tendenza alla diminuzione del saggio generale del profitto è dunque solo un’espressione peculiare al modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro. […] Data la grande importanza che questa legge ha per la produzione capitalistica, si può dire che essa costituisce il mistero a svelare il quale tutta l’economia politica si è adoperata dal tempo di Adam Smith» (22).

In altri termini, nel modo capitalistico di produzione «lo sviluppo progressivo della produttività del lavoro», che in astratto dovrebbe arrecare solo enormi benefici al capitale e alla società nel suo complesso, genera invece tutta una serie di meccanismi interni al processo di valorizzazione che alla fine danno una risultante non sempre favorevole all’investimento capitalistico, con le ripercussioni sul corpo sociale che sappiamo. «Ciò non vuol dire», continua Marx, «che il saggio del profitto non possa temporaneamente diminuire per altre ragioni». È chiaro che quando le imprese industriali e commerciali entrano in crisi anche il credito ne risente fortemente (basti pensare alla catena di Sant’Antonio delle insolvenze!), ed «è appunto per questo che gli economisti amano far passare questa forma ovvia come la causa delle crisi» (23). La dinamica dei tassi di interesse è un po’ come un termometro che misura la temperatura generata da un organismo che si trova, ovviamente, al di là dello strumento di misura e che in ogni caso non si esaurisce in esso. La cosa appare meno ovvia agli occhi della scienza economica dominante, la quale spessissimo inverte i termini causali dei fenomeni, fino a scoprire che il termometro si è beccato un brutto raffreddore.

Come si vede, il processo di valorizzazione del capitale (conservare il vecchio valore del capitale e, al contempo, crearne uno nuovo di zecca: valore + plusvalore) è un meccanismo molto delicato.

Per spiegare la dialettica tra la massa del plusvalore e il ritmo sempre più accelerato dell’accumulazione, Grossmann offre al lettore un esempio “idraulico” di grande efficacia:

«La massa del plusvalore può essere paragonata a una riserva d’acqua che riceve in un determinato periodo un aumenta d’acqua del 5 per cento, però contemporaneamente nello stesso periodo perde acqua in misura maggiore. È chiaro che alla lunga una tale situazione è insostenibile, che presto o tardi la riserva che ha da valorizzare il capitale accumulato deve esaurirsi» (24).

Il cavallo dell’accumulazione beve così tanto liquido (plusvalore), da prosciugare periodicamente il serbatoio d’acqua:

«Sotto tali condizioni la riserva di plusvalore si esaurisce sempre di più e il capitale accumulato può essere valorizzato soltanto ad un saggio progressivamente sfavorevole. […] La massa di plusvalore non può più fornire nella misura presupposta dall’accumulazione la massa di accumulazione annualmente necessaria» (25).

Il lavoro di Grossmann è importante perché oltre a chiarire i meccanismi interni al processo di valorizzazione che incidono negativamente sul saggio del profitto, comprimendo il rendimento dell’investimento capitalistico, mostra i limiti oggettivi della stessa accumulazione capitalistica, la quale con il suo procedere fisiologico (normale) giunge a un punto in cui non può più procedere anche alla presenza di un rendimento (profitto) ridotto ai minimi termini. Non solo il cavallo prosciuga l’intero serbatoio, ma per placare la sua sete il funzionario del Capitale dovrebbe far ricorso al credito, alimentando l’accumulazione con una crescente perdita. Ovviamente il cavallo viene fermato molto prima che si raggiunga quel punto limite, ma Grossmann fa agire la tendenza distruttiva fino alle estreme conseguenze appunto per mostrare i limiti oggettivi, “fisici” del processo capitalistico di produzione, e ciò in polemica con chi sosteneva (anche da pulpiti che si autodefinivano “marxisti”) che una più razionale conduzione di quel processo avrebbe potuto evitare l’insorgere della crisi. Il «crollo assoluto» del Capitalismo di cui parlava Grossmann è un’ipotesi teorica intesa a chiarire i termini essenziali del problema, e questo i suoi detrattori che l’hanno accusato di determinismo crollista non l’hanno capito, e non potevano comprenderlo, invischiati com’erano nella rete della mera apparenza. Come scrisse una volta Marx, se tra il fenomeno indagato e la sua essenza vi fosse un’immediata identità, non ci sarebbe bisogno di scienza. Diciamo pure che lo studioso di Cracovia prese molto sul serio la lezione “filosofica” del comunista di Treviri.

Riassumendo (ma si fa per dire) possiamo sostenere che la crisi capitalistica soltanto formale nasce dal concetto stesso di capitale colto nelle sue diverse manifestazioni: denaro, mezzo di pagamento, merce, capitale monetario, mezzi di produzione, lavoro, ecc.; ogni figura del capitale ha la nefasta tendenza a rendersi autonoma dal tutto che ne garantisce l’esistenza, impresa che alla fine deve mostrare tutta la sua disastrosa velleità. La crisi capitalistica peculiare mette invece a nudo il cuore pulsante della valorizzazione del capitale, mostrandone la dinamica interna, la mostruosa (disumana) vitalità e i limiti.

Più che come causa unica, o come causa di ultima istanza, la caduta tendenziale del saggio medio – o sociale – del profitto va piuttosto considerata come lo sfondo problematico della scena economica, ma anche come la realtà che rende continuamente asfittica l’accumulazione capitalistica e che costringe sempre di nuovo il capitale “reale” a trovare nuove modalità nella sua valorizzazione (introduzione di nuove tecnologie e di nuove configurazioni organizzative, ecc.) e nuove opportunità di profitto al di là dello stretto (e troppo angusto!) ambiente industriale e commerciale. Dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso assistiamo a fasi espansive sempre più brevi, caratterizzate da un livello del saggio medio del profitto generalmente basso, soprattutto se confrontato con quello fatto registrare a partire dal Secondo dopoguerra. Ma compiuta la ricostruzione degli apparati produttivi e delle città nei Paesi distrutti dalla guerra, si è aperta per il Capitale mondiale una «nuova normalità», che alcuni definiscono crisi permanente del Capitalismo, della quale la crisi internazionale divampata nel 2008 non sarebbe che una nuova manifestazione.

Nuova normalità capitalistica o crisi permanente del Capitalismo? Io propendo per la prima definizione, soprattutto perché ho in forte antipatia l’ideologia crollista di chi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, si consola osservando che se la rivoluzione se la passa male anche il nemico non può certo menar vanto di una società sempre in crisi. Questa consolatoria prospettiva non può in ogni caso eliminare gli ultimi 40 anni di prassi capitalistica mondiale, che ha fatto registrare non solo un eccezionale sviluppo capitalistico in vastissime aree del pianeta (Cina, India, ecc.), ma anche significative rivoluzioni tecnoscientifiche in ogni comparto della vigente economia, la quale, come sostenne il comunista di Treviri molto prima delle teorizzazioni “distruttive/creative” di Schumpeter,  può vivere appunto solo dando corpo a continue rivoluzioni tecnologiche e organizzative. E qui ancora una volta viene avanti la problematica condizione di profittabilità dell’investimento capitalistico, che genera una continua tensione nel processo allargato della produzione e una corsa permanente e sempre più accelerata alle innovazioni non solo nel campo direttamente produttivo (di valore e plusvalore), ma anche in quello creditizio e finanziario in generale. È in questa dialettica che si avvita il circolo virtuoso/vizioso della prassi capitalistica. In ogni caso, prendere i ritmi di crescita postbellici come punto di riferimento per stabilire lo stato di salute del Capitalismo di questo scorcio di XXI secolo non ha alcun senso, almeno a mio modo di vedere.


Note

(1) K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 135, Einaudi 1958.
(2) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 548, Einaudi 1955.
(3) Come scriveva Henrik Grossmann, la crisi va messa direttamente in connessione «non con il saggio di profitto, ma con la massa di profitto. […] La caduta del saggio di profitto è soltanto un indice che rinvia alla caduta relativa della massa di profitto» – o massa di plusvalore (H. Grossmann Il crollo del capitalismo, p. 193, Jaca Book, 1976). Questo perché il saggio del profitto esprime un rapporto tra grandezze (plusvalore/capitale investito, pv/C) e ci dà «un numero puro», un indice appunto che rinvia ad altro, mentre la massa del plusvalore (o del profitto, ponendo l’identità fattuale tra profitto e plusvalore) è una «grandezza reale». Partendo dalla caduta del saggio generale del profitto solo attraverso precise mediazioni concettuali si arriva al concetto di crisi del processo di valorizzazione del capitale. In effetti, anche a me capita spesso di saltare i passaggi logici che connettono la caduta del saggio generale alla crisi, per rendere più agevole la comprensione della questione; questo può forse ancora andare bene, a patto però che si sia consapevoli di operare una semplificazione.
(4) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 543, Einaudi, 1955.
(5) Ibidem, p. 576.
(6) Definisco utopia un luogo che ancora non esiste, ma che potrebbe esistere. Ovviamente non si tratta di una splendida, ancorché immaginaria, isola che già esiste da qualche parte e che va solo scoperta, ma di una splendida (o semplicemente umana) possibilità che per trasformarsi in realtà ha bisogno dell’opera dell’uomo. Quando parlo di “uomo”intendo sempre intendere “umanità”: non vorrei apparire “sessista”!
(7) Ivi. Una concezione radicalmente diversa da quella che verrà proposto da Tugan-Baranovskij nella sua opera principale, Studi sulla teoria e storia delle crisi commerciali in Inghilterra del 1896. Tugan-Baranovskij metteva in discussione le ipotesi che spiegano le crisi come dovute alla caduta del saggio del profitto, oppure alla limitata capacità di consumo degli operai e dei capitalisti, mentre ammetteva come loro causa principale il realizzarsi di una momentanea sproporzione fra i due settori fondamentali della produzione capitalistica: il settore dei mezzi di produzione e il settore dei mezzi di sussistenza. Ciò che egli intendeva mettere in rilievo, contro i pessimisti d’ogni specie, e contro i populisti russi in particolare, è la permanente possibilità di una produzione allargata, con un’accumulazione di capitale che non incontra sulla sua strada alcun limite che non sia quello legato alla capacità tecnica delle forze produttive. Le sperequazioni fra i diversi settori produttivi non sono, per Tugan-Baranovskij, un fatto necessario dello sviluppo capitalistico, quanto il risultato di una mancanza di pianificazione da parte dei capitalisti. In quella concezione cessava di esistere anche il carattere necessario della crisi, la quale potrebbe invece essere evitata risolvendo i problemi della pianificazione economica, con grande beneficio per la stessa classe operaia, il cui livello di vita può crescere progressivamente, seppure in modo limitato.
(8) Ibidem, p. 558.
(9) Ibidem, p. 562.
(10) Ibidem, pp. 588-589.
(11) Ibidem, pp. 566-567.
(12) Ibidem, p. 582.
(13) Ibidem, p. 551.
(14) Ibidem, p. 590.
(15) Ibidem, p. 552.
(16) Ibidem, p. 563.
(17) Cit. tratta da K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 290.
(18) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 268-269. Scriveva David Ricardo in un saggio del 1815: «Il profitto tende naturalmente a diminuire; infatti, col procedere della società e della ricchezza la maggior quantità di cibo occorrente è ottenuta col sacrificio di un numero di lavoratori sempre maggiore. Questa tendenza, questa gravitazione del profitto è fortunatamente arrestata, di tempo in tempo, dai perfezionamenti delle macchine legate alla produzione dei mezzi di sussistenza necessari, come pure dalle scoperte dell’agronomia, che consentono di fare a meno di una parte del lavoro di cui prima v’era bisogno, e quindi di abbassare il prezzo dei mezzi di sussistenza necessari» (la citazione si trova a p. 599 della marxiana Storia delle teorie economiche, II).
(19) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II p. 598.
(20) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 341.
(21) Ibidem, p. 403. «I capitali investiti nel commercio estero possono offrire un saggio di profitto più elevato soprattutto perché in tal caso fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni sfavorevoli; il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti» (K. Marx, Il capitale, III, p. 289, Editori Riuniti, 1980). «La legge del valore subisce qui [nel mercato mondiale] modificazioni essenziali. Ovvero, le giornate lavorative di paesi differenti possono stare fra loro come all’interno di un paese il lavoro qualificato, il lavoro complicato sta al lavoro non qualificato, semplice. In questo caso il paese più ricco sfrutta quello più povero, anche se quest’ultimo con lo scambio guadagna» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 253). «Due nazioni possono scambiare in base in base alla legge del profitto in modo da ottenere entrambe un profitto, ma una viene sempre avvantaggiata. […] L’una può continuamente ad appropriarsi d’una parte del plusvalore dell’altra, in cambio della quale non dà nulla» (K. Marx, Lineamenti fondamentali, II, p. 633, Nuova Italia, 1978). Lo scambio ineguale tra Paesi si fonda soprattutto sulla loro differente potenza capitalistica – produttiva, organizzativa, tecnoscientifica. D’altra parte nel Capitalismo altamente sviluppato la stessa politica non è che una infrastruttura economica, com’è teorizzato anche da non pochi economisti e politici apologeti.
(22) K. Marx, Il capitale, III, p. 261.
(23) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 565.
(24) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 179.
(25) Ivi.
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