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sinistra

L’anno che ritorna

di Eros Barone

È inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero.

Gianni Rodari

557dbb50 13f4 4133 88af fc68c470e619.png1. Il presente come storia

Il problema a cui intendo dare risposta in questo articolo è quello concernente le ragioni della sconfitta del Sessantotto. Identificare tali ragioni mi sembra particolarmente utile per collocare nella giusta prospettiva il significato dell’attuale movimento di massa studentesco e giovanile. Proverò ad abbozzare una risposta, facendo leva su un aforisma del filosofo Enzo Paci, secondo cui la vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire.

In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa “strategia della tensione e del terrore” fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del PCI, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla “via pacifica al socialismo”, elaborò a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del “compromesso storico”, cioè del patto di governo con la DC. Da Berlinguer partì la proposta, rivolta alla DC, della politica di “solidarietà nazionale”, che nel triennio 1976-1979 si tradusse dapprima nella “non sfiducia” al governo Andreotti e poi nell’ingresso diretto del PCI nella maggioranza governativa. La politica berlingueriana di “unità nazionale” modificò profondamente i rapporti di forza tra le classi in Italia, indebolendo il proletariato e i movimenti antagonisti, rafforzando lo Stato borghese e la DC, e creando le premesse per la controffensiva reazionaria scatenata dal capitalismo contro il movimento operaio negli anni ’80.

La progressiva trasformazione del PCI in senso revisionista e socialdemocratico (sfociata, da ultimo, nella liquidazione, ad opera di Occhetto e di Napolitano, di quello che passava per “il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico”) è stata, quindi, un importante fattore soggettivo della involuzione e della sconfitta della “generazione del ’68”, che in tal modo restò priva di un punto di riferimento politico, culturale e strategico essenziale nella lotta rivoluzionaria diretta a trasformare in senso socialista gli assetti sociali esistenti.

D’altra parte, i diversi tentativi che furono compiuti dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare (Lotta continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, gruppi marxisti-leninisti ecc.) per costituire un punto di riferimento alternativo al PCI attraverso la fuoriuscita dall’università e la ricerca di un rapporto con i nuclei più combattivi del proletariato di fabbrica, stretti come furono fra l’emergere della strategia della lotta armata e l’incombere della “strategia della tensione e del terrore”, non si rivelarono all’altezza del compito, che si pose con forza ed urgenza negli anni ’70, di realizzare quella ‘massa critica’ che avrebbe potuto dare ad un partito comunista di tipo nuovo una vasta base sociale e un peso significativo nello scontro di classe. In realtà, quei tentativi si risolsero in un ‘mixtum compositum’ di soggettivismo, volontarismo ed economicismo, e si rivelarono (non come il superamento ma) come l’espressione politica e ideologica dei limiti e delle contraddizioni interne del movimento di massa.

 

2. Pace sociale vince il capitale, lotta di classe vincono le masse

In secondo luogo, non bisogna dimenticare le conquiste che furono ottenute dai movimenti di lotta del ’68 e del ’69. Alcune di tali conquiste sono tuttora presenti nella costituzione formale e materiale del nostro paese: lo Statuto dei lavoratori (maggio 1970), una legge dello Stato che, per quanto gravemente intaccata dall’abolizione dell’articolo 18, garantisce alcuni fondamentali diritti sindacali e politici, tra i quali spiccano le 150 ore per il diritto allo studio dei lavoratori; il divorzio (dicembre 1970); la cosiddetta legge Basaglia (legge 180 del maggio 1978), che ha abolito i manicomi (ancora oggi l’Italia è l’unico paese del mondo in cui non esistono formalmente istituzioni di questo tipo) e promosso l’integrazione dei malati mentali nella società, liberando, oltre ai ‘matti’, anche i mancini, gli adolescenti ai quali la scuola imponeva la regola della scrittura con la mano destra; la legge 194 (anch’essa del maggio 1978), che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all'aborto; la riforma sanitaria (dicembre 1978) con cui è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale che, nonostante i ticket, i tagli e i processi di privatizzazione, è ancora oggi, nella sostanza, universale e gratuito, fermo restando che, per quanto concerne il fondamentale diritto alla salute, è l’unico caso in cui, durante la vita della Repubblica, si è andati oltre il testo costituzionale che recita quanto segue: «La Repubblica… garantisce cure gratuite [solo] agli indigenti» (art. 32).

A partire dal 1973, con un’economia mondiale in piena recessione, ebbe inizio una fase di profonda ristrutturazione: nella grande industria furono automatizzati i processi produttivi e fu avviato il superamento dei modelli rigidi di organizzazione del lavoro di tipo fordista-taylorista, migliaia di lavoratori furono licenziati, fu esteso il decentramento della produzione, si ebbe una crescita della piccola e media impresa e si ampliò l’area del lavoro precario, sommerso, nero e a domicilio. Questo mutamento della base produttiva, congiunto all’espansione del settore terziario, genera il contesto economico e sociale in cui si afferma l’“autonomia del politico” (intesa come gestione, anche in forma consociativa, del potere politico-istituzionale), che troverà la sua espressione più caratteristica nella linea del “compromesso storico”, nel venir meno di un’opposizione di sinistra e nella progressiva riduzione della ‘rappresentanza’ a ‘governabilità’.

È l’onda lunga della ristrutturazione, della “rivoluzione passiva” e della svolta in senso neoliberista che, con Reagan e con la Thatcher, sfocerà nel 1980: l’anno della sconfitta storica del movimento sindacale alla FIAT, l’anno della “resistibile ascesa” di Craxi, l’anno del “mistero” di Ustica e della strage alla stazione di Bologna, che segna il culmine (e la vittoria) della “strategia della tensione e del terrore” scatenata nel 1969. I rapporti di forza si sono radicalmente modificati a favore delle classi dominanti; la “grande paura” del ’68 è finita; ha inizio il cosiddetto “riflusso”, cioè il passaggio da un’egemonia della sinistra ad un’egemonia della destra, che comincia ad affermarsi allora e, rafforzandosi sempre di più attraverso gli eventi e i processi epocali degli anni ’80 e ’90, giunge sino ai nostri giorni.

 

3. 1848, 1968… 2026

Dal punto di vista storico, in base al metodo comparatistico ci si può chiedere se esista un’analogia fra due ‘anni mirabiles’ della storia contemporanea: il 1968 e il 1848? Io ritengo di sì, confortato in questa convinzione da un classico della storiografia sul Quarantotto europeo, il bel libro dello studioso inglese Lewis B. Namier La rivoluzione degli intellettuali (1957). Naturalmente, è scontato che vi siano molte differenze; è, tuttavia, vero che vi sono alcune analogie: innanzitutto, la presenza, sia nei moti quarantotteschi che in quelli sessantotteschi, degli studenti, anche fuoricorso, oltre che di un buon numero di intellettuali che, essendo ‘rivoluzionari per sé’ ma non ‘rivoluzionari in sé’ (per dirla con un linguaggio hegeliano), ben presto cercarono di porsi in rapporto con coloro che sono ‘rivoluzionari in sé’ ma non sempre ‘rivoluzionari per sé’: gli operai.

L’autonomia del soggetto sociale è stata un tratto distintivo del Sessantotto. Il che significò, anticipando la pratica di liberazione delle femministe, che verrà dopo, esattamente questo: “i problemi ce li risolviamo da soli, con la nostra elaborazione collettiva e con la nostra azione collettiva”. Non vi è dubbio che un simile approccio ai problemi del movimento degli studenti (e, più tardi, degli operai) mettesse in difficoltà i partiti, e segnatamente il PCI, che erano i professionisti della mediazione politica. Ciò è vero sia per l’Italia che per la Germania, la quale espresse il movimento più simile a quello italiano, con una dinamica della soggettività che funzionò nella stessa maniera: autonomia del movimento e uso della democrazia diretta anche nella forma del delegato revocabile, basata, quindi, su un mandato imperativo. Tutto ciò si ritrova in qualsiasi movimento sociale di carattere antagonista: non è una novità; appena c’è un movimento sociale, là c’è l’assemblea; appena c’è un movimento sociale, là ci sono i delegati e, ovviamente, l’insistenza sulla propria autonomia.

Sennonché la forza del ’68 non è stata nel chiedere, è stata nel fare, e in questo fare una generazione è cresciuta e ha modificato la vita civile e morale del paese. Non ha però modificato i partiti; anzi, i partiti sono nettamente peggiorati come conseguenza del ’68. Ecco un’altra analogia con il ’48. Basti pensare alla “seconda Restaurazione” che seguì il ’48 in Europa, alla chiusura, in forme cinesi, delle istituzioni. Da questo punto di vista, occorre dire che sia François Mitterrand in Francia sia Bettino Craxi in Italia sono stati, con il loro verticismo oligarchico, espressioni di una reazione antisessantottesca. Nonostante i molteplici ostacoli frapposti dalle forze della conservazione e della reazione (presenti anche a sinistra), lo sbocco del ’68 è stato un profondo mutamento nelle relazioni civili e nelle relazioni sociali, una crescita culturale che, se raffrontata alla regressione attuale, sembra appartenere ad un’altra epoca.

L’episodio di Valle Giulia (primo marzo1968), in cui la polizia bastonò e cacciò gli studenti che occupavano la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma per protestare contro una legge di riforma che (esattamente come accade oggi) introduceva sbarramenti negli accessi ai diversi livelli di laurea, fu l’innesco del ’68, ma ebbe un valore simbolico straordinario, perché gli studenti risposero con una difesa attiva alle cariche della polizia. In altri termini, gli studenti, che venivano pestati, dissero una cosa molto semplice: “Basta! non ci faremo pestare più!”. Questo è il ’68. Allora come oggi.

Lo stesso marxismo mutilato e fossilizzato della sinistra storica (PCI e PSI, molto meno il PSIUP) sarà oggetto, nel ’68, di una rivisitazione filologica e di un restauro critico, che spazieranno dagli scritti del Marx maturo, come la Critica al programma di Gotha, agli scritti del Marx giovane, e avranno come identico bersaglio l’ideologia economicista e riformista del movimento operaio. Un restauro e una rivisitazione che furono resi possibili anche da esperienze precedenti (come, ad esempio, quella dei Quaderni Rossi di Raniero Panieri) che avevano aperto la strada in questa direzione nuova.

Vale, infine, la pena di osservare che il ’68 è avvenuto in una società, dove i giornali teorizzavano che i giovani erano interessati soltanto al denaro e all’automobile fuoriserie, che sia gli studenti sia gli operai erano “integrati” (nella società esistente). Qualche mese dopo è scoppiato, invece, un movimento gigantesco che si è andato sempre più estendendo come un’epidemia, per contagio, benché fosse partito da una minoranza. Anche oggi non è vero che i giovani siano geneticamente mutati. Non è così: sotto la cenere di un’apparente indifferenza cova il fuoco di un grande entusiasmo, che attende la causa giusta per divampare. I problemi sono fondamentalmente gli stessi, la fatica della rivolta è rimasta la stessa; sono soltanto cambiati i modi e le forme della comunicazione.

La grande verità è sempre la stessa: per ribellarsi bisogna anche studiare, per ribellarsi bisogna compiere uno sforzo di argomentazione (la hegeliana “fatica del concetto”). I sessantottini sono cresciuti interrompendo le lezioni dei professori, impedendo che questi facessero lezione in una sola direzione, mettendo in difficoltà gli stessi professori con interventi critici argomentati, che finivano con il coinvolgere la massa, inizialmente ostile, degli altri studenti. I giovani militanti (e qui penso alle attuali organizzazioni della gioventù rivoluzionaria, quali il Fronte della Gioventù Comunista, l’Opposizione Studentesca d’Alternativa, Cambiare Rotta) non devono, dunque, scoraggiarsi per il fatto di essere piccole minoranze che agiscono: il mondo è sempre andato avanti così. La cosa importante è cominciare ad agire, perché questa è la vera differenza: un’azione continua, organizzata, connessa ad una prospettiva strategica, che non si limita al fuoco di paglia della protesta di un giorno o alla ‘kermesse’ di una manifestazione variopinta che scorre per le vie della città come l’acqua sul marmo.

 

4. Un potente sussulto che può preludere a una duratura sollevazione

È indubitabile che la situazione odierna ci mostra una serie concatenata di lotte di massa degli studenti e dei giovani, estesa su scala europea (Francia, Spagna, Germania, Portogallo, Italia, Grecia, Albania) e tale da configurarsi potenzialmente come una vera e propria sollevazione popolare. Le motivazioni sono diverse, legate, come è naturale, alle diverse situazioni nazionali e agli specifici problemi che le caratterizzano, ma è pur vero che emergono tratti comuni: la difesa del valore-istruzione contro le politiche neoliberiste di destrutturazione della scuola pubblica, la difesa del valore-lavoro contro la smobilitazione industriale di settori manifatturieri strategici come la siderurgia, la metallurgia e l’agricoltura, e su tutto e innanzi a tutto la riaffermazione del valore-pace saldato alla lotta contro l’oppressione imperialistica e contro i preparativi bellici di una guerra imperialistica generalizzata.

Esattamente come nel 1968-69, quando la rottura della pace sociale prese le mosse dalla sollevazione giovanile contro la guerra degli Stati Uniti nel Vietnam, è a partire dalla barbarie di un genocidio finalizzato a sterminare il popolo palestinese che è scattata una presa di coscienza vasta e profonda, operante su scala mondiale, della barbarie intrinseca di una società che, essendo fondata sulla potenza del denaro e del profitto concentrati in poche mani, gronda fango, sangue e sporcizia da tutti i pori.

Così, come da consolidata tradizione storica, chi ha suonato la diana della riscossa è stato il movimento di massa degli studenti francesi, che ha svolto un ruolo di avanguardia nella mobilitazione di altri strati sociali sfuttati ed oppressi (ad esempio, i ‘Gilets jaunes’) non solo contro il governo e la presidenza di quel paese, ma, più in generale (e questo è un tratto dotato di un potenziale unificante di eccezionale valore), contro l’Unione Europea dei monopòli, strumento al servizio delle classi dominanti nella controrivoluzione all’interno del continente e in ciascuno dei paesi che ne fanno parte, non meno e inscindibilmente che nelle guerre di aggressione all’esterno del continente. In tal senso, è giusto sottolineare che la parola d’ordine di uno sciopero europeo contro il militarismo assume un grande rilievo, perché può rappresentare, sul terreno della mobilitazione contro la guerra imperialistica che le classi dominanti borghesi vorrebbero estendere dall’Ucraina all’intera Europa, una tappa importante del processo di unificazione strategica dei diversi movimenti di massa studenteschi, giovanili ed operai.

 

5. La rinascita del protagonismo giovanile

La riflessione sulle ragioni della sconfitta del ’68 ha anche un carattere autobiografico: chi scrive appartiene, infatti, alla “generazione del ’68”, una generazione che non intende assolutamente idealizzare né tantomeno contrapporre a quella odierna, anche perché ritiene che la sua generazione si possa dividere in tre parti: una parte che si è felicemente integrata nel sistema che aveva contestato; un’altra parte che ha fatto la scelta radicale della lotta armata contro il sistema, pagando con la morte o con il carcere il prezzo di tale scelta; una terza parte che è stata emarginata (o ha scelto di restare ai margini), rifiutando sia di comandare sia di obbedire in una società fondata sulla corsa al successo e sulla ricerca dell’arricchimento ad ogni costo. Chi scrive desidera sottolineare che è questa la parte cui si onora di appartenere, la parte che del ’68 conserva una consapevolezza talmente fondamentale per chiunque abbia a cuore la propria (e l’altrui) libertà, che ritengo doveroso evocarla attraverso uno slogan di rara potenza di quell’‘annus mirabilis’: “chi non fa politica la subisce”. Una consapevolezza che è fondamentale perché aiuta a comprendere che la libertà non è una concessione o un regalo, ma va conquistata pagando, se occorre, anche un caro prezzo.

Purtroppo, la “generazione del ’68”, ossia degli attuali ultrasettantenni, non è stata in grado, se non in misura assai modesta, di trasmettere la parte più valida e significativa della sua esperienza politica, ideale e morale alle generazioni successive, né il clima di restaurazione modernizzante che ha seguito quegli “anni formidabili” ha reso più facile questo compito. È così accaduto che i ragazzi di oggi abbiano molti professori, ma ben pochi ‘maestri’, anche se i ragazzi di oggi sentono, e a volte esprimono in modo palese, il bisogno di ‘maestri’ (i ragazzi del ’68 li avevano e anche per questo poterono contestarli). Sia chiaro che qui non ci si riferisce ai guru o ai demagoghi, ma ai maestri autentici, quelli capaci di aiutare i giovani a scoprire il mondo in sé stessi e sé stessi nel mondo, risvegliando sotto la cenere della loro apparente indifferenza il fuoco dell’entusiasmo.

Sarebbe, poi, interessante fare una ricerca su dove siano finiti i sessantottini e vedere quanti dei protagonisti di quel moto hanno svolto un ruolo di crescita civile nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, e quanti si sono invece inseriti in segmenti di classe dominante. Proprio Guido Viale, in un bel libro intitolato Il Sessantotto, uscito quarantotto anni fa e poi ripubblicato, aveva posto (interrogandosi implicitamente anche sulla propria parabola politico-ideologica) il problema degli ex contestatori, in realtà modernizzatori, che in qualche misura sono stati premiati dal sistema.

La storia dell’Italia repubblicana dimostra, peraltro, che tutte le svolte del cinquantennio sono state segnate da un marcato protagonismo giovanile: così fu per la “generazione delle magliette a strisce” che, quando nel giugno del 1960 il fascismo cercò di rialzare la testa, scese nelle strade e nelle piazze per contrastare quel rigurgito, dando vita ad una Nuova Resistenza e suscitando perfino lo stupore delle forze democratiche e antifasciste delle generazioni precedenti; così fu per la mobilitazione che vide accorrere la gioventù italiana a Firenze in uno slancio generoso e appassionato di solidarietà, quando nel 1966 l’alluvione colpì questa città, simbolo non solo della civiltà italiana ma della stessa civiltà mondiale (ed è impressionante, ma fortemente rivelatore dei moduli politico-ideologici della “rivoluzione passiva”, che la proposta di ripetere quel gesto di solidarietà per aiutare a risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti a Napoli fosse stata avanzata nel 2011, con enfasi demagogica, dallo stesso Berlusconi, contestualmente con la decisione di inviare migliaia di soldati in quel territorio); così fu ancora per il grande ciclo dei movimenti giovanili che ebbe le sue tappe fondamentali nel biennio 1968-1969 e poi nel 1977, prima che il massiccio spostamento dei giovani verso un’alternativa di sistema venisse intercettato e quindi arrestato con la diffusione altrettanto massiccia (e scientificamente pianificata) della droga e dei disvalori del qualunquismo, del consumismo, dello yuppismo e del rampantismo da una società sempre più appiattita su un’immagine di edonismo e di futilità televisiva. Ma questa è ormai la cronaca degli ultimi decenni, quando la questione giovanile ha cessato di essere una questione nodale della emancipazione ed è sembrata contrarsi nella problematica del disagio, della devianza e dell’emarginazione.

Riscattarsi da questa condizione di minorità sociale permanente è quindi l’esigenza profonda che sta alla base del rinnovato protagonismo giovanile e gli conferisce non solo il peso di un dato di fatto, ma anche il valore di una speranza e di un programma. Puntuale come la crisi di sovrapproduzione e la caduta del saggio di profitto, immanente e inestirpabile come la crescente disumanità e la rivoltante ipocrisia della democrazia capitalistica di cui esso è la necessaria antitesi, “l’anno che ritorna” chiama a raccolta le vittime della barbarie, le spinge sul terreno della lotta più dura e fa di esse, sia virtualmente che in atto, i distruttori della distruzione.

 

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Comments

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Michele Castaldo
Monday, 26 October 2026 07:25
Caro Barone,
il freddo e cinico D'Alema, ha avuto la capacità di centrare la questione sulla fine del PCI sulla famosa espressione di Berlinguer circa la "L'esaurirsi della spinta propulsiva dell'Urss" che significo' per il PCI entrare in un vicolo cieco.
Sarà stato anche un infame servo dell'imperialismo occidentale e italiano in primis, ma il "baffetto" la sapeva lunga e l'ha saputa anche cantare e ancora oggi quando parla sa quello che dice a differenza di molti cialtroni che si sbrodolano nel nulla.
Il gruppolismo politico che origino' successivamente - di cui tanti come me hanno fatto parte - eravamo nient'altro che uno scialbo soggettivismo ideologico privo di nerbo, mentre l'Autonomia Operaia - famosa la cacciata di Lama dall'università a Roma - rappresentava il grido di battaglia degli esclusi, la famosa espressione di Asor Rosa sulle due società.
Poi le formazioni combattenti furono il corollario della fine del soggettivismo ideologico. Conclusione: noi difendiamo il tutto, pur ritenendolo soggettivismo ideologico come tentativo di ribellione sociale contro il capitalismo. Ripeto: "IL TUTTO" senza distinzione, in quanto magma di ribellione di una fase. Punto e basta.
Si trattava, ecco la questione che ai vari Barone sfugge, di una fase ancora ascendente del moto-modo di produzione capitalistica, e lo dimostra il fatto che una "semplice" è famosa legge come la "285", ovvero l'assunzione nella Pubblica Amministrazione di Ben mezzo milione di giovani PROSCIUGO' il gruppettame nel suo insieme.
Poi di chiacchiere se ne sono fatte tante, ma proprio tante e tutte prove di senso.
I movimenti che si stanno dando in questa fase sono di tutt'altra natura, non hanno alle spalle nessuna rivoluzione russa ma hanno d'avanti una tendenza alla catastrofe del modo di produzione capitalistico dovuto alla sua crisi per le sue stesse leggi di funzionamento, ovvero si è esaurita la spinta propulsiva DELLA LEGGE DEL VALORE, caro Barone, e questo sta generando nelle nuove generazioni un sentimento di ASSENZA DI FUTUTO e cominciano a reagire in modo "sconclusionato", irrazionale, caotico, contro tutto e tutti, ovvero contro l'insieme del sistema.
Dunque il 68 era un movimento che tendeva ad essere integrativo, mentre questo di oggi è dissokutivo. Mentre quello del 68 si illudeva di ideologia questo è costretto a guardare la realtà per quella che è.
Michele Castaldo
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