Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

pagineesteri.png

Il Venezuela all’Onu. Rodríguez abbraccia Trump

di Geraldina Colotti

Caracas rivendica il nuovo asse con Washington come una scelta obbligata dalla crisi e dalle sanzioni. Ma all’Onu Rodríguez resta ad ascoltare Trump mentre attacca Cuba e la delegazione dell’Avana lascia l’aula: un’immagine che alimenta le accuse di cedimento

Delcy Rodriguez ringrazia Trump allOnu e il Venezuela si spacca ulteriormenteLa fotografia di Delcy Rodríguez insieme a Donald Trump a New York, scattata a margine dell’ottantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, impone di osservare una scena che apre a profonde riflessioni sulle trasformazioni della geopolitica contemporanea. Dopo otto anni di isolamento diplomatico, il ritorno del Venezuela al Palazzo di Vetro si è inserito in una cornice complessa, in cui la comunicazione visiva e la simbologia politica agiscono come un linguaggio denso di significati contrapposti.

Il contrasto visivo è emerso con evidenza sin dall’arrivo. Da un lato la continuità con la memoria storica del processo bolivariano, richiamata dalla fiammante sciarpa rossa indossata da Rodríguez – analoga a quella sfoggiata da Hugo Chávez nel 2006 dallo stesso podio – e dalla giacca recante sul didietro la celebre Mafalda di Quino: un cortocircuito visivo in cui l’ironia tagliente e l’intelligenza critica latinoamericana vengono esibite sfacciatamente di spalle contro chi pretende di dettare le regole dei rapporti di forza. Dall’altro, l’incontro con il leader della principale potenza occidentale ha esposto l’esecutivo a una lettura profondamente polarizzata.

Mentre il governo rivendica la mossa come un esercizio di inventiva tattica nel solco del classico “o inventamos o erramos”, volto a rompere il blocco e a gestire la sopravvivenza economica, gran parte dell’estrema sinistra internazionale legge questa svolta non come pragmatismo, bensì come un netto cedimento e un abbandono dei princìpi antiimperialisti, che finisce per favorire la linea di Trump e i suoi attacchi ai popoli del pianeta, a partire dalla complicità con il genocidio in Palestina.

Un disagio visivamente amplificato da due altre immagini contrapposte di questi giorni: da una parte quella della delegazione cubana che abbandona l’aula quando Trump inizia i suoi attacchi all’isola, dall’altra quella che ritrae la presidenta incaricata del Venezuela mentre ascolta, con un’espressione tra l’attonito e il gelido, lo stesso Trump rivendicare pubblicamente il rapimento di Nicolás Maduro e la rapina delle risorse del Paese, sostenendo che chi vince si prende il bottino.

E l’incontro privato con Trump si è svolto a poche centinaia di metri dal Centro Metropolitano di Detenzione (MDC) di Brooklyn, dove il presidente e Cilia Flores continuano a essere reclusi.

La partita diplomatica si muove in un silenzio quasi assoluto sul futuro della coppia presidenziale. Resta da capire se all’udienza dell’8 ottobre verranno concessi gli arresti domiciliari a Cilia Flores per motivi di salute. La difesa della first lady venezuelana, sequestrata dalle truppe Usa insieme al presidente Nicolas Maduro il 3 gennaio, li ha sollecitati adducendo seri motivi di salute della deputata settantenne, per problemi cardiaci sorti in detenzione. Come Maduro, Flores è reclusa in un carcere speciale newyorkese, il Centro Metropolitano di Detenzione (MDC) di Brooklyn: tenuta in isolamento e – denunciano gli avvocati – malcurata per le ferite riportate durante il sequestro. Per questo, per metterle numerosi punti di sutura in fronte e medicare alla buona il ginocchio di Maduro, quella notte i sequestratori avevano dovuto compiere uno scalo a Portorico, proseguendo poi per la prigione.

Da allora, ogni 3 del mese, un folto gruppo di attivisti e difensori dei diritti umani manifesta davanti al carcere in cui è detenuto il presidente, contro “il processo farsa” a un capo di Stato in funzione, e si reca su una collinetta antistante alla sezione in cui è reclusa Cilia, per dimostrarle solidarietà. In quella data, ogni mese, le manifestazioni si svolgono anche in altre parti degli Stati uniti. Anche l’opposizione venezuelana basata a Miami, si fa sentire, ovviamente con intenti opposti, in occasione degli appuntamenti giudiziari che riguardano la coppia presidenziale. A contestare la presenza di Rodríguez all’Onu c’era uno sparuto gruppo di oppositori radicali, mentre i loro partiti diffondevano la notizia di vari tentativi falliti di Maria Corina di Machado di rientrare in Venezuela, approfittando dell’assenza temporanea della presidenta incaricata.

Finora, le udienze relative al “processo farsa” della coppia presidenziale, sono state due: quella del 5 gennaio 2026, quando Maduro e Flores sono comparsi davanti al giudice federale per dichiararsi prigionieri di guerra e non colpevoli delle accuse di essere a capo di un cartello del narcotraffico (il cartello dei Soli, poi dichiarato inesistente dalla stessa giustizia Usa); e quella del 22 luglio, un’udienza procedurale in cui è stata fissata la data d’inizio del processo, stabilita per il 1º giugno 2027.

La difesa, però, spera che non ci si arrivi e che, il prossimo 17 novembre, il giudice accoglierà le argomentazioni orali e la presentazione delle mozioni per chiedere l’archiviazione del caso (motion to dismiss), basate soprattutto sull’immunità di cui gode un presidente in funzione, e sulla contestazione della legittimità dell’”arresto”: un inedito sequestro con tanto di aggressione armata e morti, in violazione a ogni norma internazionale.

Intanto, circolano illazioni sulla possibilità di una liberazione di Maduro associata a un successivo esilio all’estero: il piano che gli aveva proposto Trump minacciosamente nell’ultima telefonata intercorsa fra i due, a pochi giorni dall’aggressione militare delle truppe Usa. A rompere la cortina di silenzio istituzionale su questo fronte, arriva nuovamente una immagine, diffusa dal deputato Nicolás Maduro Guerra, figlio del presidente, che ha mostrato il simbolo della campagna per la liberazione della coppia presidenziale accompagnata da un eloquente messaggio: “Pronto volverán” (presto ritorneranno).

Questo scenario si intreccia con i passaggi giudiziari e normativi negli Stati Uniti. Il 16 settembre il Venezuela è stato rimosso dalla lista dei paesi accusati di non lottare contro il narcoterrorismo, una mossa che la difesa intende sfruttare per far valere l’immunità diplomatica, in vista anche delle scadenze processuali e delle mozioni di archiviazione attese per il 17 novembre.

Parallelamente, continua a far discutere il caso di Alex Saab, l’ex ministro e imprenditore colombo-venezuelano, anni fa sequestrato dagli Stati uniti, poi liberato sotto il governo Biden mediante uno scambio di prigionieri, e infine recentemente estradato negli Usa. Dopo l’udienza del 15 settembre, Saab avrebbe cominciato a collaborare con la giustizia nordamericana, dichiarandosi colpevole di “cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro”. Pare abbia accettato di restituire 195 milioni di dollari e di cooperare con la Procura.

Il caso coinvolge quattro coimputati identificati: l’ex governatore del Táchira José Gregorio Vielma Mora e gli imprenditori colombiani Álvaro Pulido Vargas, Emmanuel Enrique Rubio González e Carlos Rolando Lizcano. Vengono inoltre menzionati due coimputati sotto vincolo di riservatezza. Non si tratta, però, di un processo per corruzione in Venezuela. Gli Stati Uniti perseguono l’uso del proprio sistema bancario per movimentare fondi illeciti. La “vittima formale” è il sistema finanziario statunitense. La corruzione interessa solo perché la corruzione di funzionari stranieri, punita dal FCPA (Foreign Corrupt Practices Act), pregiudica le aziende statunitensi all’estero.

I 195 milioni non costituiscono una multa: si tratta di una confisca penale che rappresenta il volume di denaro movimentato attraverso la “cospirazione” utilizzando il sistema bancario statunitense. Saab viene accusato di aver lucrato sul sovrapprezzo nel commercio e nella diffusione delle borse di alimentazione fornite dal governo venezuelano (i Clap) e di aver aggirato i meccanismi delle sanzioni imposte dagli Usa.

Secondo alcuni siti di opposizione, come armando.info, che avevano avversato la campagna per la sua liberazione da diplomatico sequestrato, Saab sarebbe stato da anni un collaboratore di giustizia degli Usa. Una tesi ora accolta anche dal governo venezuelano, che negli anni scorsi l’aveva veementemente rifiutata.

A differenza di quanto sostengono i media di opposizione, nelle carte processuali Saab comunque non figura come “prestanome finanziario” di Maduro, e per ora non è dato sapere se e in che modo le sue ammissioni di colpevolezza potrebbero pesare nella vicenda giudiziaria di Maduro e Flores.

L’agenda diplomatica di Delcy a New York si è snodata attraverso una fitta rete di contatti: dapprima quello con il segretario generale dell’ONU António Guterres, incentrati sulla ricerca della pace, la non ingerenza, il multilateralismo e il diritto internazionale – temi trattati da Rodríguez nel suo intervento dal podio —, e poi quelli con i vertici del Fondo Monetario Internazionale.

Nella sua visione del multilateralismo, il Venezuela continua a sostenere la diversificazione delle proprie relazioni economiche e politiche, e il mantenimento di tutti i contratti firmati e attivi a lunga scadenza con la Russia, con la Cina, con l’Iran, con la Turchia. Infatti, prima di recarsi all’Onu, Rodríguez ha inviato a Mosca, storica alleata di Caracas, una delegazione speciale. E, infatti, nessuna ambasciata è stata chiusa o ridimensionata e, a partire da quella russa o cubana, si continuano a organizzare eventi di carattere internazionale, e si continua la raccolta di aiuti a Cuba.

Quello che, però, fa più problema, è la militarizzazione dei Caraibi che, per la presenza della flotta Usa davanti alle coste venezuelane, impedisce l’entrata e l’uscita di navi petrolifere dirette a Cuba o in altri paesi invisi agli Stati uniti (che intanto continuano a colpire impunemente pescatori nei Caraibi). E, per questo, finora, solo una nave di petrolio russa ha potuto raggiungere la martoriata isola caraibica, che denuncia un genocidio silenzioso imposto dal micidiale bloqueo.

Al centro del dibattito politico venezuelano, e non solo, vi sono poi gli accordi petroliferi firmati con gli Stati uniti, che hanno ricevuto critiche veementi, sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra. Vale la pena ripercorrerne i termini principali. Si tratta di un’intesa complessa che concede a imprese nordamericane lo sfruttamento di diciassette campi petroliferi suddivisi in otto blocchi per una durata di venticinque anni, nel quadro della costituzione (e non per cento anni, come si è detto).

Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno presentato l’alleanza come il più grande accordo della storia mondiale, mentre la presidenta incaricata, Delcy Rodríguez lo ha definito una svolta per la rinascita economica del paese. Ha precisato che, in base alla Legge Organica sugli Idrocarburi (LOH), le riserve petrolifere venezuelane restano di proprietà inalienabile della nazione, poiché i diritti di concessione per lo sfruttamento sono nettamente distinti dalla proprietà effettiva del sottosuolo. L’accordo sui diciassette campi petroliferi prevede un guadagno stimato di diciannove dollari per barile estratto — calcolato su un prezzo internazionale di sessantacinque dollari — generato da un regime fiscale che fissa al trentadue percento l’imposta sul reddito (ISLR) e a un minimo del sedici percento le royalty.

Questa percentuale di royalty varia in base alla complessità geologica del giacimento: diminuisce (fino al sedici percento) nei campi più difficili e aumenta (fino al venti o venticinque percento) in quelli più semplici, potendo superare i duecentonove miliardi di dollari complessivi previsti qualora il prezzo del greggio salga sul mercato globale.

Dal punto di vista storico e normativo, questo regime si colloca a metà strada: è meno favorevole per lo Stato rispetto alla legge degli anni Duemila varata dal chavismo (che imponeva royalty fino al trenta percento), ma è decisamente più protettivo rispetto alla svendita della cosiddetta “apertura petrolifera” degli anni Novanta, quando le royalty scendevano all’uno percento.

Questa impostazione allinea il Venezuela agli standard internazionali per lo sviluppo dei crudi pesanti e non convenzionali (come quelli della Faja del Orinoco o lo shale oil), offrendo le tutele e gli incentivi necessari per affrontare i costi elevati delle prime fasi di esplorazione ed estrazione (upstream).

A che serve avere le prime riserve di petrolio al mondo se non abbiamo i mezzi per estrarle, considerato lo stato deplorevole dei pozzi per via delle sanzioni?, dice il governo bolivariano. E sottolinea come, sul piano politico e geopolitico, l’intesa dimostri la capacità del governo di gestire una trattativa complessa nonostante la coercizione asimmetrica subita dagli Stati Uniti.

L’accordo risponde a una logica di realpolitik: Washington ha bisogno urgente di petrolio a lungo termine a causa della crisi energetica e del collasso degli inventari interni provocati dall’instabilità nello Stretto di Ormuz e nel Golfo Persico, mentre Caracas capitalizza la propria resistenza economica. In questo scenario pragmatico, entrambe le parti traggono vantaggio da una relazione commerciale che si inserisce nel canone globale degli investimenti energetici, pur imponendo al Venezuela la sfida di gestire i rischi di una nuova e forte esposizione verso il mercato statunitense.

Che l’accordo non rappresenti meccanicamente una transizione verso il neoliberismo o il libero mercato di Friedrich von Hayek o Milton Friedman, è confermato proprio dalle critiche provenienti dall’estrema destra, che invece quella svolta ultraliberista auspicherebbe: non lo è – dicono i commentatori di opposizione – poiché la struttura economica e politica guidata dal blocco di potere ereditato dal chavismo e fondato sull’unione civico-militare continua a mantenere la centralizzazione statale delle risorse strategiche e a respingere qualsiasi privatizzazione e libera concorrenza: pena la disaffezione della base che, pur con forti maldipancia, continua ad avere a cuore l’unità, quasi una religione per i chavisti. E, di recente, la classe operaia petrolifera ha manifestato con una massiccia e convinta presenza il suo pieno sostegno a Delcy, che ha incontrato i sindacati e i lavoratori per presentare proprio gli accordi petroliferi. E, in questi giorni, si sono svolte manifestazioni in tutto il paese a sostegno di Delcy Rodríguez all’Onu.

Obtorto collo, il governo chavista cerca di muoversi in base a un pragmatismo economico dettato dalla sopravvivenza politica e dalla necessità di assicurare stabilità valutaria e flussi petroliferi sotto il ricatto dell’America First imposto dai sequestratori.

Un accordo che ha suscitato tuttavia le dure contestazioni della sinistra radicale e di intellettuali come Luis Britto García i quali denunciano questa intesa come una capitolazione monumentale che compromette la sovranità nazionale e tradisce i princìpi antimperialisti della rivoluzione barattando le conquiste storiche in cambio di una legittimazione internazionale e di una tregua economica dettata dalla realpolitik.

Amanecerá y veremos, dice un proverbio venezuelano: farà giorno, e vedremo.

Pin It

Comments

Search Reset
0
francesco giordano
Friday, 02 October 2026 18:57
La foto in testa all'artico dice più delle parole che compongono il lungo articolo.
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
marcorso
Thursday, 01 October 2026 19:59
Amanecera' y veremos... che queste analisi sono a dir poco fantasiose.
Ossia,la stessa persona che lancia messaggi con una giacca e una sciarpa,e' la stessa che ascolta "gelida e attonita" mentre nei denti le dicono del sequestro del suo presidente,ed e' pure la stessa che sorride e fa segni di vittoria con il sequestratore e,non dimentichiamocelo,con l'assassino di decine e decine di persone durante il raid...temo che piu che"inventamos o erramos",qui si tratta di"robamos y gozamos"!

E meno male che "...Delcy Rodríguez lo ha definito una svolta per la rinascita economica del paese. Ha precisato che, in base alla Legge Organica sugli Idrocarburi (LOH), le riserve petrolifere venezuelane restano di proprietà inalienabile della nazione, poiché i diritti di concessione per lo sfruttamento sono nettamente distinti dalla proprietà effettiva del sottosuolo."E ci mancherebbe altro,siamo alla farsa!

E poi ancora: "..entrambe le parti traggono vantaggio da una relazione commerciale che si inserisce nel canone globale degli investimenti energetici".

Bisognerebbe capire di quale "parti " parliamo,mi sa che siamo dalle parti della famiglia Rodriguez(le dichiarazioni del fratello sono a dir poco agghiaccianti" e di altri boli-burgueses e membri dell'esercito,come sempre.

Non ho parole per definire questo articolo,siamo all'inverosimile ormai,non ci si puo' credere!Basta ya,carajo!
Like Like like 2 Reply | Reply with quote | Quote

Add comment

Submit