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La filosofia politica che ci manca

di Pierluigi Fagan

cache 2428321091In una lettera del 1951 a K. Jaspers, H. Arendt si interroga sul concetto di “male radicale” che aveva proposto all’interno della celebre indagine sulle Origini del totalitarismo. Confessa di non saper bene definirlo ma di avere la sensazione o intuizione che abbia a che fare con una riduzione dell’uomo a concetto, forse gli uomini hanno solo declinazione plurale e ogni loro singolarizzazione è una riduzione pericolosa, pericolosa perché taglia parti essenziali della loro stessa essenza irriducibilmente molteplice. Aggiunge di avere il sospetto che la filosofia non sia esente da colpe in questa riduzione ad unum e del resto il sospetto viene facile visto che la filosofia pensa appunto per concetti. A questo punto, specifica che questo non porta in conseguenza -come poi invece sosterrà Popper-, una discendenza diretta di Hitler da Platone ma induce a pensare che la filosofia politica occidentale sembra avere un punto cieco nel quale invece di avere un concetto puro della politica come attività che porta i plurali alla decisione singolare, ha sviluppato molti tentativi di singolarizzare la natura umana di modo che la decisione una, possa esserne dedotta in via logico-naturale dall’unità della presunta natura umana.

La filosofia politica occidentale, ha avuto due linee di sviluppo principali. La prima risale a Platone ed è la teorizzazione ideale di un modello di funzionamento della comunità, la seconda risale compiutamente a Machiavelli ed è una teorizzazione pratica dello stesso modello. Se la prima si svincola completamente dalla contingenza è veleggia verso le alte vette dell’ideale, la seconda assume a vincolo la contingenza e cerca di mettere a posto tutte le parti del sistema in atto, dandogli giustificazione o al limite, proponendo degli aggiustamenti. In onore ad Aristotele, molti filosofi politici iniziarono le loro trattazioni con l’esame del modello classico di quello che si chiama trilogos politikos ovvero la tripartizione dell’Uno, dei Pochi e dei Molti sebbene poi lo stesso Aristotele intese specificare che la vera differenza non passa attraverso la semplice quantità dei decisori politici. Ma questo richiamo alla partizione originaria, è stato per lo più fatto -salvo rare eccezioni- per dare tradizione e fondamenti al modello in atto, il modello monarchico o aristocratico/oligarchico. Quando -in alcuni casi più recenti- alcuni si sono spesi per il modello democratico, non hanno minimamente analizzato il suo concetto puro, sono andati direttamente alla contingenza prendendo lo stato delle cose che presentava stati-nazione massivi e non più poleis o comuni medioevali e deducendo da questo vincolo di quantità la possibilità d’esistenza della sola democrazia rappresentativa con suffragio prima ristretto, poi allargato, infine universale sebbene molto saltuario e ben poco informato e partecipato.

Potrebbe invece essere che il problema sia proprio lì dove negava Aristotele, la quantità delle persone che hanno diritto di decidere la politica della comunità, così come Erodoto presentò in origine la formulazione classica del trilogos. Riprendendo la tripartizione e portando avanti l’analisi, si può ulteriormente semplificare. Infatti, non appare realistico il governo dell’Uno come alternativa a quello dei Pochi. Nessun Uno, anche il dittatore più carismatico, feroce e plenipotenziario, nessun re assoluto può agire su una massa composita da solo. Nei fatti, c’è sempre un gruppo di potere con complesse dinamiche interne che portano ad un “primum inter pares” o ad un dittatore in un certo senso “eletto” o “consapevolmente subìto e servito”, catalizzatore di un interesse di un gruppo, per quanto piccolo. Nel Novecento,  alcuni hanno in un certo senso codificato questa diversa partizione nel concetto di élite, il gruppo dei Pochi che occupa la funzione politica direttiva, sia essa di origine militare o religiosa o etnica o aristocratica o oligarchica versione economica o politica come poi si verificherà anche nelle forme più acute delle forme piramidali del potere novecentesco. E’ nostro comodo ipostatizzare il fascismo in Mussolini e non nel partito fascista e successivo sciame di governo, così Hitler col partito nazista e la diffusa “banalità d male” del codazzo funzionariale e sebbene irriti inserirlo nello stesso elenco, anche Stalin ed il partito comunista sovietico. I russi che hanno sempre un modo tutto loro di individuare concetti comuni all’ambito occidentale, gli diedero anche un nome, “nomenklatura” se riferita all’élite diffusa, “apparatchik” se ristretta al partito. La partizione semplificata ci rende più chiaro il campo di gioco, in realtà si danno solo due ipotesi: o la società dei Pochi che regolano i Molti o la società auto-regolata dai Molti, tertium non datur.

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La citazione del ragionamento iniziale della Arendt, la traggo da un libricino edito da Cortina che ripropone un breve scritto della stessa su Socrate, seguito da due saggi di cui il primo di Adriana Cavarero è ben più interessante del secondo. In esso, Arendt mette in opposizione Socrate con Platone. Socrate era da Aristofane, che lo descriveva mentre ancora in vita e quindi citando l’opinione comune degli ateniesi, definito un sofista, un appartenente a quella scuola che non era una vera scuola formale ma un comune punto di vista sull’oggetto del pensiero. Di questo oggetto, logica e linguaggio erano costituenti primi della sua condivisione. La sofistica era l’impostazione filosofica che dominò l’Atene classica, quella in cui si sviluppò la democrazia dei tempi di Pericle. Va da sé che l’istituto democratico presuppone due fatti: il primo è il diritto/dovere di ognuno (pur nei limiti che restringeva il diritto/dovere ai maschi adulti di origine ateniese) di partecipare alla politica, il secondo è che questo pratica è di tipo discorsivo. Ne conseguivano due aspetti, il primo era che ognuno fosse in grado di esprimere la virtù politica che qualora mancante doveva esser insegnata non dandone un contenuto preciso ma come attitudine, la seconda è che ognuno fosse in grado di partecipare al discorso, fosse cioè in grado di ragionare, esprimere, dibattere, convincere e convincersi ed infine votare e poi rendersi disponibile ad un qualche, temporaneo, ufficio pubblico. Queste disposizioni mostrano già un primo concetto poco sottolineato, la democrazia non è una fatto naturale che è solo impedito da chi non vuole che si formi questa modalità di auto-governo della comunità, è una modalità difficile, da conquistare non solo contro chi la avversa ma da conquistare come si conquista una cosa che non si sa fare, che è difficile a farsi. Quest’ultimo punto è assai rilavante perché la cura delle condizioni di possibilità per la democrazia dovrebbe guardare non solo fuori di sé ma anche dentro di sé.

L’essere umano è considerato un animale sociale, nasce-vive-muore in società. Ma la vita umana in società ha una storia fatta di molti livelli, ognuno dei quali ha una temporalità diversa. Le bande di cacciatori e raccoglitori sono un tipo di società, le società stanziali di mille perone sono un’altra cosa, così quelle da diecimila, centomila, milioni, un’altra. Questa progressione delle quantità che aumentano esponenzialmente la complessità sociale, è proporzionatamente inversa al tempo in cui si è sviluppata. Lunghissimo il tempo in cui eravamo piccole bande, brevissimo il tempo in cui nazioni già di qualche milione di individui sono diventate di decine ed in alcuni casi, centinaia di milioni di abitanti. La virtù politica, era consustanziale ad ogni singolo individuo quando la comunità era piccola. Tutti sapevano tutto, forse non tutti facevano tutto e c’era già qualche accenno di divisione dei lavori ma questa divisione non era molto pronunciata, era recente e seppure qualcuno non faceva più del tutto alcune cose, sapeva bene come venivano fatte ed era in grado di giudicare di ciò che non era il suo stretto specifico. Altresì, tutti erano ben consapevoli della caratteristica intera del vivere assieme. Tutti sapevano che la sussistenza non era più importante della difesa che non era più importante della salute che non era più importante della conoscenza dei territori, che non era più importante delle tradizioni che davano la grammatica delle interrelazioni tra individui, che non erano più importanti delle credenze condivise e di tutto il resto che componeva la vita di tutti e di ciascuno. Tutto era importante e di questo tutto essenziale, a quei tempi era ben difficile coltivare il superfluo, tutti conoscevano le parti e le relazioni.  Tutti sapevano che la vita personale era dipendente da quella di tutto il gruppo e viceversa. Le condizioni di vita erano talmente non garantite che la forza necessaria per difenderle, presupponeva ovviamente l’unità e poco spazio c’era per il conflitto intra – individuale quando di giorno dovevi proteggerti dalle tigri coi denti a sciabola e di notte dai serpenti, dalla fame come dal freddo, dai predatori come dalla notte. In tali condizioni, la virtù politica era naturalmente distribuita.

Poi diventò un elemento accumulato ed al contempo scarso, viepiù che le comunità umane si ingrandirono, rientrò nell’ineguale distribuzione dei beni contribuendo al dare vita a varie forme di gerarchia. Poiché quindi la virtù politica era diventata un bene ineguale, i sofisti si prestavano ad aiutarne una più equa distribuzione. Naturalmente gli avversari della democrazia sostenevano che: a) la virtù politica non è equamente distribuita perché appartiene al merito individuale e tale merito è naturalmente asimmetrico; b) era cosa talmente “alta” che faceva inorridire la pretesa di “venderne” l’insegnamento. I sofisti infatti, si facevano pagare per le lezioni di oratoria o logica che impartivano come poi divenne standard solo molti secoli dopo con l’istituzione della scuola pubblica pagata con le tasse dei cittadini mentre i ricchi, da tempo si pagavano i loro precettori privati. I sofisti si facevano pagare perché che la società fosse regolata dalla ricchezza personale era un fatto che non avevano inventato loro, loro si limitavano ad agire in quel contesto, contesto a cui erano superiori solo gli aristocratici dotati di beni ereditati, come era Platone. La distribuzione asimmetrica della virtù politica non era un fatto naturale ma sociale ed era infondato dire che poiché così era, così doveva essere. Dall’Anonimo oligarca ai giorni nostri, questo refrain per cui la gente non sa e quindi non può giudicare è sistematicamente opposta come constatazione alla possibilità democratica ma il fatto che così è, non porta affatto al così deve essere. Quella parte della filosofia politica che parte dalla contingenza, finisce con l’assumere troppo passivamente questa asimmetria, la parte utopica rimanda sine die il concreto confronto con questo riequilibrio. L’autogoverno dei Molti che è difficile a farsi già di suo, non ha curatori, allevatori, protettori.

Nelle “Nuvole” di Aristofane, leggiamo che gli insegnamenti dei sofisti avevano fini pratici ben precisi. Prima ancora che coltivare la virtù politica, oratoria e logica erano essenziali per difendersi o perorare cause legali stante che Atene era governata da leggi la cui amministrazione era popolare, non specializzata, né di classe. La non specializzazione giuridica era di nuovo uno di quei poco osservati effetti della quantità. Le leggi non erano molte, le problematiche per una comunità di un poco più di centomila abitanti (da cui togliere, schiavi, stranieri, donne e bambini) non esondavano la capacità individuale di conoscerle e gestirle in proprio. Altresì non era di classe nel senso che essendo una funzione della vita associata ed essendo la vita associata regolata da attività di decisione ed amministrazione comune, tutti dovevano saperla gestire che ne fossero affetti passivamente (difesa) o attivamente (accusa) o come terzi (giudizio). L’amministrazione della legge, non meno che della politica, presupponeva il discorso ed il discorso è fatto primariamente da logica e linguaggio. Non tecnicamente è fatto poi di contenuto ma oltre al naturale presentarsi delle opinioni politiche in ognuno dei cittadini, l’intero ambiente dialogante, discutente, financo litigante, aiutava a raffinare, precisare e modellare  l’istinto naturale ad avere una opinione su cose e fatti. Ci si dimentica che in Atene si chiacchierava e discuteva sempre, ognuno era in contatto con gli affari pubblici non meno che con quelli privati, sempre. Essenziale per la democrazia è il tempo che si dà per questa continua autoformazione che solo in parte dipende dall’individuo e molto più spesso dalla sua relazione con altri. Certo che una società dedita per un terzo a dormire, per un terzo alla cura personale e relazionale e per l’ultimo terzo a lavorare mai potrà esser democratica.

Questa modo di intendere la stessa filosofia come bene equamente distribuibile, urtava fortemente ogni aristocratico poiché l’origine di ogni differenza sociale non è economica ma culturale, è questa seconda che produce la prima più di quanto non sia l’inverso. Da qui lo sforzo titanico di Platone ad imporre un concetto tipicamente aristocratico se non monarchico, il discorso non è regolato dal raggiungimento di una verità intersoggettiva ma dal raggiungimento di una Verità assoluta, quella che solo il “vero” filosofo conosce. Platone, portò la lotta di classe, lotta condotta di solito dalle élite più che dal popolo, in filosofia e da allora questa gerarchia del Vero, del Buono e del Bello, ordina la forma nuda di ogni nostro cercar di capire ed argomentare sulla realtà politica del vivere associato. La cosa ha del paradossale se ci si pena un attimo. Va da sé che ogni singolo individuo pensa di aver ragione e quindi implicitamente che coloro che la pensano diversamente hanno torto ma invece che prender atto di questa naturale frammentazione del vero accettando la necessaria contrattazione della verità nel pubblico dibattito, si pensa che esista un vero in sé e si perpetua una condizione in cui ognuno pensa di averlo trovato sentendosi in diritto di imporlo all’altro. In questo senso, Platone “porta” ad Hitler, non meno che ad ogni altra forma di dominio di uno o pochi su tutti gli altri in base all’unilateralità della propria, esclusiva, ragione. Platone certo è solo l’inizio. Platone da solo, poverino, ben poco avrebbe fatto se Paolo di Tarso non fosse stato neo-platonico e così Agostino d’Ippona, se il cristianesimo non avesse retro-selezionato l’intera opera dell’ateniese (unico autore dell’antichità di cui ci hanno fatto pervenire l’opera completa, assieme ad Aristotele di cui però non ci è pervenuta l’opera completa e soprattutto le opere essoteriche, rivolte al pubblico esterno come nel caso di tutti Dialoghi del suo antico maestro) come corrispettivo filosofico dell’impianto concettuale della propria credenza di tipo religioso. Anche la scienza che si separò, orgogliosamente, a gli esordi del moderno, dalla filosofia e dalla religione, si presentò come episteme del vero, tornando ai fasti pitagorico-euclidei non estranei all’Accademia platonica salvo poi non notare che le verità degli oggetti e dei fenomeni non umani sono ben diverse cose da quelle umane. E comunque scoprendo poi che anche alcuni fatti parte del mondo quantistico e relativistico, hanno dipendenza dalla natura non universale dell’osservatore tornando in parte al detto “uomo, misura di tutte le cose”. Addirittura l’episteme del vero oggettivo che pure ha in oggetto cose e fenomeni per lo più non umani nel senso compiuto del termine, torna a Protagora di cui tutta la tradizione romana, cristiana ed oligarchica ha visto bene di perdere l’intera opera confinando per lungo tempo i “sofisti” nelle segrete della ciarlataneria, dell’alternative truth si direbbe oggi col tipico sorriso ironico di sufficienza di chi invece la “verità” la possiede. I secoli passano ma la lotta di classe sullo statuto della verità non dorme mai visto che  esso è il fondamento di ogni diseguaglianza sociale.

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Stante che Socrate parlava e non scriveva e di ciò che avrebbe detto ci sono pervenuti solo resoconti da parte di aristocratici antidemocratici (Senofonte e Platone), si può comunque ben dire che fosse un filosofo da strada, dialettico nel senso che intrecciava il discorso con interlocutori occasionali in seduta pubblica. Da questo punto di vista, si può ben dire egli fosse un sofista radicale che poteva rinunciare a gli emolumenti d’insegnante e viceversa si dedicava ad educare al discorso l’intera cittadinanza. Questa propensione popolare, fu ampiamente criticata da Platone, il quale sosteneva che non si può dialogare alla pari tra chi aveva nozioni e formazioni così diverse, pena l’incomprensione, quella stessa che sciaguratamente portò poi la città a condannare a morte il filosofo, per quanto questi pare fece di tutto per arrivare all’esecuzione forse pensando che ciò avrebbe giovato come estremo ammonimento su i pericoli dell’ignoranza non consapevole di sé stessa (il “so di non sapere”). Come sosteneva Hadot poi contagiante Foucault, quel tipo di filosofo faceva della sua propria vita la sua opera, parlava tramite l’esempio di cui lui stesso era la testimonianza. L’obiezione di Platone era per altro corretta in linea di principio, sebbene valgano due corollari: il primo è che se questo è vero, è allora un buon motivo non per rinchiudersi nei simposi tra amici prediletti come poi è diventato longevo vizio dell’intellettualità occidentale ma impegnarsi a redistribuire la conoscenza; il secondo è che in effetti Socrate non veicolava idee ma come “tafano” del corpo sociale in permanente dialogo, andava a pungere e disturbare ogni discorso mal posto, mal definito, contradditorio per aiutare il formarsi delle condizioni di possibilità stesse di un vero discorso pubblico. Che differenza allora con l’allievo che si richiudeva dietro le mura della sua esclusiva scuola in cui non si entrava se non dotati di immagine di mondo “geometrica” a discutere tra simili, scrivendo poi dei libri che passano alla storia come “dialoghi” sebbene l’autore sia colui che pone la tesi e l’antitesi al contempo. Arendt nel suo libro, ad un certo punto si inerpica per una perigliosa strada, critica avanzata giustamente dalla Caravero, che vorrebbe il dialogo interiore, parallelo a quello pubblico. Parallelo forse sì ma con una ben segnata distanza come sa chi si è sottoposto a qualsivoglia dibattito pubblico. La critica, la misinterpretazione, la lenta verifica dei rispettivi linguaggi (ognuno ha sue definizioni dei più importanti concetti), la competizione personale che esula talvolta dall’oggetto del dibattito, il peso delle immagini di mondo e delle teorie fantasma che ognuno ha implicitamente in background nella mente, tutto ciò che -inaspettatamente- esce fuori dal discorso dell’Altro, il segreto conflitto tra la quasi oggettività del razionale e l’estrema soggettività delle nostre irrinunciabili passioni giudicanti, nulla di tutto ciò ha a che vedere che i freddi dialoghi tessuti da una sola mente che si contesta solo ciò che vuole meglio spiegare e confuta solo ciò che gli vien facile da confutare non aderendo e non conoscendo l’irriducibile alterità del punto di vista dell’Altro.

Platone arriva così a teorizzare il governo del filosofo ovvero della Verità, la dovuta e necessaria tirannia dell’ordine del vero che domina la confusione delle opinioni, modello per ogni minoranza fortemente intenzionata a sottomettere la pigramente confusa ed indifferente maggioranza. In più, lancerà il libero concorso sul modello più idealistico o realistico di società che si vorrebbe, concorso a cui poi quasi tutti i filosofi politici aderiranno entusiasti offrendoci modelli di tutti i tipi, libero concorso che continua ancora oggi in cui ogni settimana troviamo in libreria il lancio di un nuovo modello di economia, modo di intendere la società politica, modo di stare al mondo con acclusa costellazione valoriale e norme per il montaggio sociale (questa parte invero poco sviluppata, di solito perché l’aspetto fantasy è più importante e “vende” di più). Come se il problema delle cose fosse pensarle e non il farle. Questa collezione di modelli è tutta interessante e falsa è la posizione di coloro che hanno pensato ci si debba liberare dalla pulsione del sogno della società, poiché è natura del pensante umano prefigurare il futuro atteso, sognato, temuto. Il problema è che una filosofia politica di base, avrebbe dovuto indagare primariamente il “come”, come portare un sistema complesso fatto di parti altamente eterogenee e sempre più disconnesse le une dalla altre ed ognuna dal tutto sociale del sistema in cui si vive in comune, a prendere la decisione, quella sì “una”. Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, di quello che è e di quello che si vorrebbe che fosse, la filosofia politica di base dovrebbe allora aiutarci nel processo di composizione di così tanti punti di vista in una finale decisione di auto-governo, di messa in pratica di ciò che alla fine contratteremo tra noi. Di questa ragion pratica, di questa filosofia della prassi politica basilare, si sente la profonda mancanza.

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Ogni uomo ha una sua immagine del mondo ed ogni uomo è obbligato a vivere con l’altro in questo mondo, così, ogni mondo sociale ha una sua struttura di funzionamento. Questo funzionamento dovrebbe essere il primo oggetto di una filosofia politica, altrimenti il “necessario funzionamento della società” sarà dato da qualche forma di ordine dominante promosso dall’interesse di una minoranza. Questo funzionamento ha solo due possibili esiti: i Pochi su i Molti o l’auto-governo dei Molti. Gravare questa situazione di assoluta impotenza al darsi il funzionamento da sé da parte della società, con l’ennesimo modello ideale o pensare che attraverso la critica corrosiva i funzionamenti attuali cedano in favore di nuovi per altro male o per niente definiti è aggiungere confusione a illusione. Abbiamo ormai un secolo e mezzo di acuta e penetrante critica interna all’Occidente sul nostro funzionamento dominante che però rimane tale, immune ad ogni negatività ed abbiamo decine di mondi sognati dal libero esercizio dell’immaginazione politica che rimangono città celesti dell’iperuranio.  Quello che non abbiamo è un quadro chiaro di cosa si deve fare per cambiare l’assetto decisionale portandolo da una qualche versione dei Pochi alla naturale versione dei Molti, ovvero una società pienamente in grado di auto-regolarsi. La battaglia su i diversi modelli la faremo poi tra noi, quando avremo messo in opera un campo di gioco comune, prima c’è da decidere come si decide delle cose comuni. La filosofia politica che ci manca è tutta qui.


Hannah Arendt: Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015
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Comments   

#2 clau 2017-09-16 08:40
Spero di sbagliarmi, ma credo che tutto sommato lei sia alquanto ottimista, nell’arrivare a tale conclusione. Ritengo infatti che il male politico di questa fase storica travalichi di gran lunga la filosofia, e sia molto più profondo ed esteso di quanto si creda. Basti pensare che, soprattutto a sinistra, ma non solo, ogni elemento che riesce a raccogliere attorno a se qualche simpatia, si considera un piccolo Lenin, si da il proprio feticcio che ovviamente esalta come un qualcosa attorno a cui gira il mondo, crea il proprio gruppuscolo politico personale che sovente chiama partito e non c’è più verso di farlo ragionare. Credo anche che i network, in quanto diffusori di crassa ed esuberante ignoranza, da questo punto di vista abbiano contribuito ad aggravare il male. Da parte mia la ringrazio per lo sforzo che fa nel cercar di diffondere dotto sapere che ci riporta saggiamente alle fonti della cultura moderna. Ma ahimè, temo purtroppo che non otterrà i risultati sperati. Al punto in cui siamo nostro malgrado precipitati, credo che forse converrebbe essere maggiormente pragmatici e alla portata di tutti, cercando di far capire che in questo modo non si va da nessunissima parte e si continuerà pertanto a subire i voleri di chi detiene il potere, cioè del grande capitale, che anche grazie al pieno controllo sui nuovi strumenti di diffusione di massa, tutto determina e decide.
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#1 ernesto rossi 2017-09-05 23:51
Mah, in verità si tratta sempre di famiglie, di presone che si sposano tra loro e vanno a formare famiglie sempre più grandi, come il klan o la tribù fino al popolo. Se s è in presenza di questo lo si deve alla capacità di un leader che si dagli inizi a dato delle regole e delle tecniche che appunto si sono rivelate vincenti; mentre altre genie sono per gli stessi motivi scomparse. Quindi le Gens si ingrandiscono per il successo della politica familiare imposta da un soggetto iniziale; Aristotele chiama questa capacità Economia. Mentre il relazionarsi senza guerreggiare con altre Gens è Politica. La quale non sarà mai finchè vorrà rappresentare solo la tradizione culturale di una Gens, perdute le motivazioni originarie e divenuta solo mera custode di un'idea; che col tempo e sotto diverse sollecitazioni non si mostra più valida. Ci sono poi i fattori tecnologici, un semplice ferro di cavallo, porta all'accesso di un mezzo un numero molto più enorme di persone, visto che prima bisognava averne almeno 4 per usarne uno, con relative spese ed impegni. Mentre per la Questione Occidentale la Verità verrà raggiunta sempre tramite un trucco, la Logica Formale. costituendo così l'intera schiera di Filosofia Speculativa che verrà superata dalla Filosofia Scientifica proprio in quanto verrà criticato un simile modo di agire, ammettendo solo la possibilità di approssimarsi continuamente alla Verità. Dove la Matematica o la Geometria Euclidea restano speculative e non scientifiche. C'è diciamo un versante di potere tradizionale come quello religioso che addivenendo all'uso dei media ha cercato di lasciar fraintendere la Scienza alla stregua della Speculazione. Certamente non vi sarà alcun progresso democratico finchè non saremo tutti facenti parte di un'unica famiglia
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