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Il referendum contro l’austerità è un regalo alla Germania? Ma anche no

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Ovvero: perché chi non guarda contemporaneamente anche al lato dell’offerta rischia di prendere lucciole per lanterne, fischi per fiaschi e il keynesismo per la croce keynesiana; e ancora: perché la domanda è un vincolo esterno quanto il tasso di cambio fisso

ECB-President-Draghi-and-Germany-s-Chancellor-Merkel-listen-to-Italy-s-PM-Monti-during-EU-leaders-summit-in-BrusselsSui social network ogni tanto (per fortuna piuttosto raramente) spuntano commenti di questo tipo a proposito del referendum contro l’austerità:

Commentatore-che-sa-tutto-lui-1:
In un regime di cambi fissi…e l’euro e’ esattamente quello, allentare l’ austerita’ servira’ a far ripartire l’export della Germania. Lo capirete quando sarete morti e sepolti dalla Troika.

Commentatore-che-sa-tutto-lui-2-ancor-più-educato-del-1:
ma neanche per il c***. scusate il francesismo, ma dire queste cose significa non averci capito una mazza. possiamo fare tutte le politiche keynesiane di sto mondo ma con l’euro andremmo sempre più a fondo. a cosa servirebbe espandere la spesa se la bdp va a picco per i deficit di parte corrente e per l’ingresso di capitali a bassa inflazione? a un cavolo di nulla se non a portarci ad una agonia senza fine.quindi basta che sta balla che la colpa è dell’austerità. la colpa è della moneta euro. punto.

Qualcosa ci dice che gli autori di queste perle sono lettori accaniti di altri blog. Lasciamo perdere le polemiche (che taluni condiscono con accuse di “collaborazionismo” e “tradimento”). Stiamo al merito. Hanno ragione o hanno torto questi due commentatori?

Hanno torto non una ma due volte, perché gli argomenti sono in realtà due, entrambi erronei. Vediamoli.

 
La fallacia della “croce keynesiana”

Il primo argomento è che l’aumento della domanda interna, a seguito di un allentamento dell’austerità, si tradurrebbe inevitabilmente in maggiori importazioni (dalla Germania). Questa fallacia colpisce chi ha in testa la più scolastica semplificazione di Keynes, la “croce keynesiana”, nella quale l’offerta è “nascosta”.

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Keynes era un allievo di Marshall e che domanda e offerta formassero una forbice non l’ha mai dimenticato: infatti nella Teoria Generale la “croce keynesiana” non c’è, c’è un modello di domanda (D) e offerta (Z) aggregate, questo qui:

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Invece sui libri di testo Keynes diventa suo malgrado l’autore di un grafico in cui l’offerta neppure compare! 

Aperta parentesi (1): sì, sappiamo che didatticamente la croce keynesiana è portentosa e che in sé non ha nulla di fondamentalmente errato: l’offerta c’è, anche se “implicita” . L’abbiamo presa solo come esempio paradigmatico di un modo di pensare che trascura la possibilità che la domanda modifichi l’offerta. Proseguite la lettura per vedere dove vogliamo andare a parare. Chiusa parentesi.

Quel che fanno i “keynesiani della croce” è estendere il modello ad una economia aperta: se aumentiamo la domanda, dicono, nelle condizioni attuali favoriremo le importazioni dalla Germania. Non arrivano a pensare, i keynesiani della croce, che esistono modi diversi di alimentare la domanda e che questi modi differenti hanno effetti differenti sull’offerta.

E allora: cosa farebbe un ministro dell’economia keynesiano (nel senso della forbice e non della croce) se avesse la possibilità di fare il 5% o 6% di deficit o ancor di più? Vediamo prima cosa NON farebbe:

1) non darebbe un bonus di 80 euro per vincere le elezioni

2) non si metterebbe a “scavar buche”

3) non comprerebbe gli F35

Cosa invece farebbe con il deficit?

1) politiche industriali di sostituzione delle importazioni

2) politiche industriali di sostituzione delle importazioni

3) politiche industriali di sostituzione delle importazioni

E questo, come vedremo, a prescindere o meno dall’euro.

Cosa sono le “politiche industriali di sostituzione delle importazioni”? Ecco due esempi semplici.

Esempio 1: L’ENEL possiede in Sicilia una grossa fabbrica di pannelli solari. Supponiamo che domani lo Stato spenda una cifra considerevole (= aumento della domanda pubblica) per comprare da questa fabbrica centinaia di migliaia di pannelli da mettere sui tetti di tutti gli edifici pubblici del paese. Che effetti avrebbe questo sulla bilancia commerciale del paese? Sì, per un semestre importeremmo un bel po’ di pellicole fotovoltaiche dal Giappone, e pazienza, ma da quello dopo avremmo abbattuto le importazioni di petrolio e gas. Permanentemente. Lo ripetiamo: permanentemente.

Esempio 2:  Supponiamo che domani lo Stato approvi una legge che obblighi tutta la macchina amministrativa pubblica a non comprare più licenze di software proprietario (che è in gran parte americano e tedesco) e a sostituirlo con software open source e che tale legge preveda anche lo stanziamento di generosi fondi per la migrazione (= aumento della domanda pubblica). Non solo questo attiverebbe una considerevole spesa per la migrazione (che si riverserebbe in larghissima parte sulle imprese locali) ma ridurrebbe l’importazione di software. Senza contare che l’uso di software open source e di formati aperti nella P.A. obbligherebbe di fatto anche molti privati a scegliere di abbandonare il software proprietario e pertanto l’effetto sarebbe ancor maggiore. E pazienza per i Bill Gates, gli manderemo una cartolina:

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Arrivati a questo punto i keynesiani della croce obiettano: “Ma come! Ma ci prendete in giro? Ma pensate davvero che si possano risolvere i problemi dell’euro con un po’ di pannelli solari e Linux?”

No che non lo pensiamo, ma la domanda, cari amici,  dimostra che non avete capito il punto. Allora lo diciamo in modo più chiaro. Questi due esempi sono solo applicazioni particolari di un concetto generale che è: qualsiasi investimento aumenta la domanda MA al contempo modifica l’offerta.

Se lo Stato costruisce una nuova strada, siamo tutti d’accordo, crea crescita attraverso il canale della domanda con il moltiplicatore e tutto il resto. Benissimo. MA la strada modificherà e migliorerà anche l’offerta perché permetterà di abbattere i tempi (e quindi i costi) di trasporto delle merci. Stesso discorso (ma per le persone) vale per una metropolitana. E per una ferrovia vale sia se parliamo di merci che di persone. Stiamo accumulando capitale, stiamo aumentando la produttività e stiamo riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto.

Aperta parentesi (2): vi sono economisti neoclassici che in base a questo e altri ragionamenti non hanno nulla da obiettare quando si propongono grandi investimenti pubblici, soprattutto infrastrutturali. Il paradosso è che altri economisti che passano per “supply-sider” propongono di regalare soldi alla gente per farla consumare, terrorizzati dall’idea che lo Stato possa spendere direttamente. Esempio su tutti, Milton Friedman con la sua “tassa sul reddito negativa”. Chiusa parentesi. 

Aperta parentesi (3): Quando Keynes contesta che la riduzione dei salari sia un rimedio per la disoccupazione dice che gli economisti neoclassici non considerano gli effetti sulla domanda di una politica dell’offerta. I “keynesiani della croce” fanno lo stesso errore, ma al rovescio: dimenticano che politiche della domanda diverse hanno effetti diversi sull‘offerta. Chiusa parentesi.

Di esempi di politiche di spesa pubblica che ridurrebbero anziché aumentare le importazioni se ne potrebbero trovare a iosa in settori hi-tech come in settori più tradizionali, riguardanti beni di consumo, beni capitali o materie prime. E aggiungiamoci conoscenza e capitale umano, quindi investimenti in ricerca e formazione, ma non prima di aver capito che lo Stato deve anche creare la domanda di ricerca e formazione. Ancora una volta domanda e offerta, non solo una, non solo l’altra!

Sintesi del discorso: dove sta scritto che delle politiche sul lato della domanda non possano essere contemporaneamente politiche sul lato dell’offerta? Non è scritto da nessuna parte, anzi, quando parliamo di investimenti pubblici stiamo proprio sostenendo politiche che aumentano la domanda ma contemporaneamente modificano l’offerta. E quindi dove sta scritto che allentare l’austerità porterebbe necessariamente ad aumentare le importazioni?Non c’è scritto da nessuna parte, dipende da quello che fai con il deficit!

Un buon mix di incentivi ai privati, investimenti pubblici e domanda pubblica “mirata” non è difficile da trovare.  E se Giavazzi si spaventa per questo Stato che fa politiche industriali, che vuole accaparrarsi il diritto di comprare e far produrre qualcosa di utile, possiamo sempre zittirlo con una sforbiciata alle imposte sulle imprese che male non fa.

 
Il tasso di cambio che non protegge

L’altro argomento su cui è basata la contestazione è che l’unico modo per crescere, ma proteggersi dalle importazioni, aumentando al contempo l’export,  sia quello di svalutare il cambio. Il ragionamento semplicistico sull’effetto di sostituzione della svalutazione è che se la busta di latte austriaco ci costa di più non la compriamo e invece compriamo la busta di latte italiano. Il contrario accadrà per gli austriaci che si troveranno il latte italiano ad un prezzo minore di quello austriaco. Peccato che questa idea così semplice non stia funzionando per molti paesi. Nei casi peggiori avviene l’esatto opposto!

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japan

uk

turchia

argentina

Paesi diversissimi tra loro, per ognuno dei quali potremmo anche individuare cause locali, ma tutti accomunati dal problema che gli altri non vogliono comprare . L’Europa fa austerità (e certo non smetterebbe di farla dopo una deflagrazione della moneta unica!), gli Stati Uniti stanno riducendo il loro deficit estero, gli emergenti la loro crescita. In più recentemente ci si è messa di mezzo anche la crisi in Ucraina con relative sanzioni commerciali reciproche.

Se nessuno vuol comprare, ridurre i prezzi con una svalutazione diventa, se non inutile, certamente poco efficace, per lo stesso motivo per cui i saldi possono andar male anche se i vestiti costano il 30% in meno e magari il governo ti ha anche messo 80 euro in tasca. Nel mentre però le importazioni costeranno di più e quindi non ci si potrà permettere di far crescere i consumi. In altri termini, la domanda estera costituisce un vincolo ! Sì, il famoso vincolo esterno non è solo quello del tasso di cambio fisso, ma anche la domanda estera (il suo livello, il suo tasso di crescita e la sua composizione).

Paragonare la situazione odierna a quella del 1992, quando uscimmo dallo SME, ha poco se non alcun senso. Allora non c’era stata una devastante crisi finanziaria globale che ancor oggi produce spinte deflazionistiche ovunque (anche negli USA dove c’è la ripresa, come sa bene la presidente della Fed), la Germania produceva deficit pubblici, gli Stati Uniti aumentavano il loro deficit di bilancia commerciale. Oggi la situazione è capovolta e sperare negli stessi effetti è, quanto meno, azzardato. E del resto anche allora le classi lavoratrici ne uscirono con le ossa rotte: cancellazione di ogni residuo di scala mobile, innalzamento dell’età pensionabile e manovre di bilancio “lacrime e sangue”.

 
Una polemica insensata

Per quanto detto, insomma, chi contesta i referendum antiausterità sulla base di argomentazioni così fragili o è poco informato oppure persegue intenti polemici distruttivi. Si può essere d’accordo o meno, ci mancherebbe, ma quando un’argomentazione è così facilmente contestabile in base ai dati che chiunque può guardare da solo, il sospetto è che si abbia il timore politico di venire messi in ombra. E’ legittimo – ripetiamolo ancora una volta – sollevare dubbi. Anche noi non pensiamo affatto che questi referendum siano di per se stessi risolutivi. Non lo pensa nessuno dei promotori. Ma da qui a sostenere che si tratti di un favore alla Germania ce ne passa.

Soprattutto chiedetevi una cosa, cari polemisti da social network, cari keynesiani della croce, ma se fosse come dite voi, se allentare l’austerità fosse un favore alla Germania, ma per quale motivo allora il governo tedesco tira il freno ogni volta che si parla di flessibilità e di allentamento del rigore?

 
Che fare?

Se le cose stanno come abbiamo detto, e davvero stanno così, è evidente che allentare l’austerità di per se non basta. Ma allo stesso modo è illusorio credere che si possa risolvere questa situazione senza precedenti facendo un decreto il venerdì notte per uscire dall’euro e poi vedere di nascosto l’effetto che fa (e non sarebbe un bell’effetto per nessuno in tal caso). La soluzione ideale, secondo noi, l’abbiamo esposta molte volte: passare da un sistema monetario disfunzionale ad uno funzionale, vale a dire dall’euro come è oggi ad un sistema simile a quello proposto da Keynes a Bretton Woods. E che serva un sistema monetario europeo, anche solo per un “atterraggio morbido” in caso di fine della moneta unica, lo ammettono persino i no-euro più capaci (basta leggere i piani di “smantellamento controllato” per accorgersi che propongono il ritorno allo SME e alcuni addirittura il mantenimento dell’euro sotto forma di ECU!). Se è così, allora tanto vale farlo per bene (quindi non esattamente come il vecchio SME).  

Nel frattempo però ogni iniziativa che possa servire ad invertire l’austerità è utile e va sostenuta. Le polemiche di natura politica pittate con un po’ di teoria economica fanno solo danni.

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