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facciamosinistra

“Lo chiamano amore”

Note sulla gratuità del lavoro

di Anna Curcio

Da AA.VV, Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, Ombre Corte, 2017

gratis“Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato”. Questo l’esergo che Silvia Federici sceglie per un testo fondativo della campagna internazionale Salario al lavoro domestico1. Erano gli anni Settanta e il femminismo marxista era impegnato in un duro confronto critico con Marx, per portare in primo piano la produzione di valore del lavoro riproduttivo. Si intendeva in particolare denunciare la gratuità del lavoro domestico e della cura, svelando le forme intrinseche dello sfruttamento del lavoro delle donne2.

La suggestione di Federici, tutt’altro che datata, ritorna pressoché intatta nel presente, mentre il lavoro gratuito dilaga imponendosi quale nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Stage, tirocini, esperienze di praticantato, straordinari non pagati, volontariato, le innumerevoli forme di gratuità del lavoro intellettuale e artistico e ogni altra sorta di lavoro non retribuito fino alla lavorizzazione del consumo (si pensi soprattutto alle attività che quotidianamente svolgiamo nel web 2.0) stanno ridisegnando la geografia del lavoro contemporaneo. E il lavoro in quanto tale, sganciato dal rapporto salariale, diventa un atto d’amore. È precisamente un atto d'amore quello che oggi il capitale domanda quando chiede di lavorare senza il compenso di un salario, proprio come ha storicamente chiesto alle donne di svolgere gratuitamente e per amore la cura e il lavoro domestico.

Provando a riflettere in parallelo tra la gratuità della riproduzione (naturalizzata al ruolo femminile) e le più recenti esperienze di de-salarizzazione del lavoro, queste brevi note attingono dall’archivio del femminismo marxista, per leggere le trasformazioni produttive e del lavoro in atto, svelarne il contenuto mistificatorio, immaginare i (possibili) percorsi di lotta e le strategie di resistenze alle forme dell’accumulazione capitalistica nella crisi. Perché se, data l’iniqua redistribuzione del plusvalore, il lavoro è sempre sfruttamento, il lavoro fuori dal rapporto salariale finisce per rassomigliare alla schiavitù (benché il non essere coattivo ne costituisce una importante differenza) che si sa, è un formidabile spazio di accumulazione.

Questo scritto, nel contesto della perdurante crisi del neoliberismo, tratteggia dapprima le forme dell’accumulazione contemporanea considerando i dispositivi di cattura del lavoro (§§ 1 e 2) per riflettere poi sulla disposizione soggettiva e sui possibili spazi di resistenza da aprire e coltivare; ovvero con quali armi combattere il dilagare del lavoro gratuito (§ 3).

 

Gratuità e accumulazione: l’attualità dell’origine

In un testo di qualche anno fa, Andrew Ross evidenziava come, nel periodo immediatamente successivo all’esplosione dei mercati finanziari nel 2008 e sull’onda della crisi dei subprime, gli analisti della stampa economica avessero consigliato alle imprese di ricorrere al lavoro gratuito per migliorare le loro posizioni sul mercato e riuscire a rimanere a galla3. Negli anni successivi e nel pieno della crisi, le imprese avrebbero poi fatto di questa tattica una strategia di business a lungo termine. Ed il processo, con tutta evidenza, non è rimasto circoscritto agli Stati Uniti. Nel contesto italiano, il laboratorio Expo, che ha testato la tenuta delle riforma del lavoro denominata Jobs Act (2015) rappresenta, con tutta evidenza, la declinazione locale di quelle stesse strategie commerciali accreditate dall’esplosione della bolla finanziaria negli Stati Uniti.

Sarebbe però un errore pensare che sia stato il Jobs Act a introdurre la gratuità del lavoro nel contesto italiano, o che sia stata la crisi dei subprime a introdurla negli Stati Uniti. E altrettanto errato sarebbe pensare che la gratuità del lavoro sia la diretta conseguenza della crisi del neoliberismo. Il lavoro degli schiavi nelle colonie inglesi d’oltre oceano così come il lavoro coatto delle popolazioni colonizzate, e per quello che più attiene a questa riflessione, il lavoro delle donne in ambito domestico ne rappresentano importanti antecedenti storici, saldamente radicati nello stesso progetto capitalista e nelle sue intrinseche declinazioni razziste e sessiste. Tanto che non è azzardato dire che il lavoro non retribuito è parte integrante del modo di produzione capitalista, sin dalle sue origini e senza soluzione di continuità. In assenza dello sfruttamento coloniale delle popolazioni indigene nelle Americhe prima e in Africa successivamente nessuna accumulazione si sarebbe mai prodotta in Europa e lo stesso capitalismo americano non si sarebbe mai dato senza il sistema della piantagioni, così come non si sarebbe mai data accumulazione senza l’esproprio del corpo della donna e della sua funzione lavorativa, ridotta a mera appendice per la produzione/riproduzione della forza lavoro nella transizione dal feudalesimo4.

Cogliere l’attualità dell’origine5, ovvero l’attualità della cosiddetta accumulazione originaria può essere dunque un utile esercizio per riflettere sulla gratuità del lavoro oggi; per leggere il lavoro gratuito dentro la nuova, violenta, fase di accumulazione neoliberale, riflettendo sulle condizioni strutturali necessarie alla stessa esistenza della società capitalistica. Non si tratta tuttavia di riandare alle origini del capitalismo, portare indietro di qualche secolo la riflessione teorica e politica. Vuol dire piuttosto leggere le trasformazioni produttive dentro la non linearità del tempo storico, districandosi nella compresenza di tempi e “storie” non omogenee, per leggere la permanenza della violenza dell’origini, del colonialismo, degli espropri e delle recinzioni, nell’attualità del processo capitalistico.

Lette dunque nella profondità difforme della storia del capitalismo, il Jobs Act in Italia e alcune delle forme di lavoro volontario previste per l’Expo di Milano (per riflettere su alcuni esempi tra molti), convivono da una parte con forme di lavoro salarizzato, mentre dall’altra “istituzionalizzano”, senza tuttavia averla introdotta, la gratuità del lavoro. Chi ha fatto esperienza di lavoro nelle università, negli organi di informazione e più in generale nell’industria creativa sa bene quanto il lavoro gratuito sia una caratteristica strutturale. Il presente, però, sembra segnare una differenza, come un balzo in avanti nei processi di accumulazione e sfruttamento. Oggi, sempre meno, il lavoro gratuito rappresenta il viatico per un lavoro salariato, un passaggio intermedio verso la “ricompensa” del salario. Al contrario, il lavoro gratuito, non più circoscritto ad una iniziale fase lavorativa, come una sorta di praticantato o “gavetta”, è diventato parte integrante del sistema di funzionamento e dell’organizzazione del lavoro contemporaneo. Detto altrimenti, quello che veniva considerato un passaggio intermedio tra il periodo di formazione e il conseguimento di una posizione professionale consolidata si è tacitamente fatto norma, ben prima che la riforma del lavoro lo istituzionalizzasse, modificando radicalmente anche le soggettività e le aspettative rispetto al lavoro.

Così, se una volta l’erogazione di lavoro gratuito in una fase iniziale del proprio percorso lavorativo era assunta come un investimento di cui gravarsi in vista di un guadagno o di una crescita professionali nel futuro, oggi con sempre più evidenza si lavora “per nulla” alla ricerca di una qualche visibilità o in vista di un qualche riconoscimento. È il “selfie dello sfruttamento”, ampiamente sdoganato dalla cattura capitalistica del narcisismo dei consumi in rete e del Web 2.06.

Al cuore, dunque, del funzionamento del capitalismo contemporaneo sarebbe rintracciabile una vera e propria “economia politica della promessa”7 che è soprattutto narcisistica “promessa di riconoscimento”8. Un riconoscimento e una visibilità sempre più anelati nelle società atomizzate e ad alta competitività come la nostra, dove il lavoro “per mettersi in evidenza”9 diventa - soprattutto nella mentalità dei giovani - la norma che giustifica e garantisce l’erogazione di lavoro gratuito. Detto altrimenti, la visibilità e il prestigio hanno sostituito il salario. E la cosa non stupisce alla luce dei dati sulla disoccupazione nel paese, con la disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 40%10, accrescendo se non anche esasperando i livelli di competitività per le poche risorse occupazionali disponibili. In parallelo precarizzazione del lavoro e declassamento sociale, generazionalmente trasversali, stanno rimodellando la nostra società, le soggettività che le abitano, le loro aspettative di vita e rispetto al futuro.

Insomma quando le aspettative (lavorativa ma più complessivamente le aspettative di vita e la visione del futuro) stanno a zero anche “lavorare per nulla” acquista valore, con importanti ricadute tanto sull’organizzazione del lavoro quanto sul piano della soggettività. Giovani soprattutto (in un contesto sociale in cui la categoria di giovane si è ampiamente estesa oltre i parametri statistici), altamente qualificati, prevalentemente impegnati nei processi di cognitivizza-zione del lavoro e interessati da profondi processi di declassamento e impoverimento stanno cioè facendo esperienza di una tendenziale trasformazione della mentalità lavorativa, che trova adesso fondamento intorno a una nuova moneta. Non il salario ma la moneta del riconoscimento sociale e della visibilità all’interno di un ruolo sociale, proprio come lo status sociale di moglie e di madre ha storicamente ripagato le donne per il lavoro, rigorosamente gratuito, di cura e riproduzione.

 

Naturalizzazione della gratuità, riconoscimento, promessa

Quando lo status diventa salario, la moneta con cui è ripagato il lavoro, siamo già in un campo largamente battuto dalla critica femminista. In particolare, le analisi del femminismo marxista si rivelano un contributo oggi imprescindibile per discutere di lavoro gratuito; per decostruire e svelare la mistificazione (o l’arcano) della gratuità della riproduzione, verso e oltre l'arcano del salario. C’è soprattutto un aspetto di questo dibattito utile per svelare o demistificare la naturalizzazione della gratuità del lavoro: è l’impegno a smontare il nesso “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito.

Secondo un consolidato assunto dell’economia politica se non è retribuito, non è e non può essere lavoro, piuttosto è un atto d’amore. Solo la merce forza-lavoro può essere venduta e acquistata, può vedersi riconosciuto un salario, non le predisposizioni, d’animo, l’affettività o l’amore. Così, eluso il rapporto salariale, il comando sul lavoro cerca la sua ragione d’essere altrove: in una presunta dimensione naturale. Sarebbe dunque la stessa natura femminile, quell’affettività, quell’amore incondizionato per i propri cari (ascritto per norma alle donne dal capitalismo11), ad escludere dal rapporto salariale il lavoro domestico e la cura. È una finzione, ha gridato il femminismo marxista a partire dagli anni Settanta. È una profonda mistificazione, su cui l’intero sistema capitalista ha trovato fondamento. Ciò che ha permesso e ancora garantisce di azzerare i costi della riproduzione, aprendo per il capitale un proficuo spazio di accumulazione di ricchezza.

Dentro la crisi del neoliberismo, le frontiere del lavoro gratuito hanno con prepotenza varcato il confine della riproduzione e della cura, portando il velo mistificatorio del lavoro d’amore, fuori dall’ambito domestico. Se è fatto per amore non ha bisogno di retribuzione è il leit motiv che ha storicamente giustificato la gratuità del lavoro domestico. Lo stesso adagio che oggi garantisce l’erogazione di lavoro non retribuito in vari e disparati ambiti produttivi. Ciò che cambia è piuttosto il carattere dell’amore sulla cui base quella data attività viene gratuitamente erogata. Non si tratta più, o non solo, dell’amore romantico che ha segnato l’intera storia delle relazioni tra i generi nel capitalismo. È una sorta di amore sociale, un senso di responsabilità collettiva come amore per il prossimo; altre volte è un più narcisistico amore o cura di sé. Ma in tutti i casi, esattamente come l’amore romantico all’interno della famiglia capitalista, è quell’atto d’amore che garantisce, giustifica e riproduce la gratuità del lavoro. Ed ancora una volta, proprio sul terreno dell’amore - o sarebbe più corretto dire dentro il ricatto dell’amore - salta il nesso tra salario e lavoro, mentre l’amore si confonde con il lavoro e con lo sfruttamento a questo legato.

“Lo faccio perché è la mia mission” sosteneva accalorandosi una ricercatrice universitaria che non voleva rinunciare alla sua quota di insegnamento non retribuito, nel corso di una mobilitazioni dei ricercatori universitari nel 2010. Un atto d’amore, dunque, che svincolava (in quel caso) l’insegnamento dal rapporto salariale. Altre volte, il vincolo salariale salta sulla base di un principio più individualistico come l’accumulazione di capitale relazionale o competenze, una sorta di amore per sé, si diceva. Come è accaduto ad esempio nel caso dei “volontari in Expo 2015”. Quando 18 mila giovani (nei fatti molti meno) sono stati reclutati a titolo volontario per svolgere varie attività nei padiglioni dell’esposizione universale di Milano. Qui, l’atto d’amore, dentro una declinazione evidentemente più individualista e narcisista, ha trovato come moneta varie forme di accesso a capitale sociale e relazionale. “Essere volontario - recitava la promo di adesione al progetto - ti permetterà di 1) ampliare le tu conoscenze e competenze [...] 2) costruire un network di relazioni vere [...] 3) sviluppare nuovi ambiti di interesse”. Vorresti anche un salario in cambio? Poteva essere la domanda retorica sottointesa a una tanto “vantaggiosa” offerta di lavoro! Il bisogno reale o socialmente indotto di capitale sociale e relazionale, il ricatto dunque delle reti sociali come bene indispensabile nella giungla della precarietà, possono essere ora lette al pari del ricatto dell’amore e della vicinanza nella famiglia già denunciato dal femminismo marxista degli anni Settanta.

Come questi tra altri esempi possono mostrare, sta emergendo una crescente inclinazione o una tendenza ad assumere come naturale il lavoro gratuito: un divenire naturale della gratuità del lavoro, cioè la sua naturalizzazione nel lavoro vivo contemporaneo. È un cambiamento che interessa nel profondo una dimensione soggettiva segnata in modo crescente da una precarietà che non è solo lavorativa ma interessa ogni aspetto della vita, e dagli spinti processi di declassamento sociale che stanno segnando gli anni della crisi. C’è, detto altrimenti, un bisogno di riconoscimento che affonda le sue radici nell’instabilità o nella precarietà sociale e soggettiva dei nostri tempi. Una crescente necessità di produrre senso rispetto a sé e alla propria esistenza, rispetto ai propri pari e al contesto di riferimento. Così il lavoro anche se gratuito diventa fonte di riconoscimento, rispetto a sé e rispetto agli altri. Qualcosa che ricorda, seppur nelle differenze, quel “salario pubblico psicologico” che al tempo della Ricostruzione in America costituiva parte della retribuzione dei proletari bianchi: titoli di cortesia e altre ricompense simboliche che, a parità di salario, conferivano loro supremazia sui lavoratori neri razzializzati12. Un salario che non è moneta ma conferisce prestigio, riconoscimento, status sociale e crea con il lavoro vincoli, se possibile, più densi di quanto lo stesso salario non possa fare.

É dunque all’interno di un contesto segnato da precarietà, flessi-bilizzazione, declassamento e impoverimento (senza considerare le psicopatologie legate alle trasformazioni produttive e del lavoro in atto: panico, spaesamento, estraniamento, solo per citarne alcune) che occorre collocare il nodo irrisolto del rapporto o della tensione tra accettazione e rifiuto del lavoro gratuito. Che è poi il nodo politico rilevante.

 

Tra gratuità e rifiuto

Come rovesciare la crescente accettazione del lavoro gratuito nel suo rifiuto? Ovvero, come interrompere lo spazio dell’accumulazione nella crisi? È questa la questione politica, cruciale ancorché irrisolta, da cui vorrei partire per concludere questa breve riflessione sul lavoro gratuito contemporaneo, con la consapevolezza che non saranno queste brevi note a risolvere la spinosa questione. In tutti i casi, è soprattutto alle inclinazioni del lavoro vivo nella crisi che vorrei, seppur succintamente, guardare per approcciare la questione, soffermandomi a considerare le soggettività contemporanee e le loro aspettative nei riguardi del lavoro e non solo.

Nella crisi, si è visto, i soggetti tendono sempre più ad assumere un atteggiamento di difesa, ad essere prevalentemente protesi alla salvaguardia di prerogative sociali messe in discussione dai processi di declassamento e impoverimento. Si è parlato, in questo senso dell’emergere, nella crisi, di soggettività docili e ricattabili, ripiegate nel privato, alla continua ricerca di riconoscimento e visibilità, disposte per questo anche a “lavorare per nulla”. È un “contesto di aspettative decrescenti” quello segnato dalla crisi13, dove il ridursi o l’esaurirsi delle aspettative di crescita (sociale e personale) indirizzano l’agire dei soggetti verso la mera egoistica salvaguardia del proprio sé. Detto altrimenti, se in un quadro espansivo la domanda o la tensione soggettiva si indirizza alla riappropriazione della ricchezza prodotta, aprendo la possibilità a percorsi di cambiamento e trasformazione sociale, in un contesto di aspettative decrescenti aumentano invece i livelli di accettazione e le forme del ricatto sociale e lavorativo. Da questa prospettiva, la crisi funziona come elemento di accumulazione e di comando, nel senso che istituzionalizza - proprio come in Italia è accaduto con il Jobs Act - l’inclinazione ad accontentarsi: si prende quello che c’è anche se è solo una promessa, un’aspettativa, un’occasione per mettersi in evidenza, per riconoscersi o essere riconosciuti socialmente o è più semplicemente la possibilità di creare connessioni, conoscere persone, fare nuove amicizie, accedere cioè a risorse sociali evidentemente scarse in una società sempre più atomizzata.

Ed allora, data nella crisi la difficoltà soggettiva a un’iniziativa di radicale cambiamento delle relazioni sociali e produttive, quale terreno possiamo battere per rovesciare l’accettazione del lavoro gratuito nel suo rifiuto? Il femminismo marxista, alle prese con la gratuità della cura, ha largamente insistito sulla necessità di rompere o interrompere il senso di responsabilità rispetto al lavoro, di demistificare l’idea del lavoro di riproduzione come atto d’amore. E a tutt’oggi, questa resta l’indicazione politica da cui partire: non si tratta di amore, è sfruttamento.

Ma una volta che su un piano educativo/pedagogico abbiamo fatto chiarezza sulla vera natura del lavoro gratuito, come aprire spazi di reale trasformazione dei rapporti sociali e produttivi? Come invertire la tendenza? E soprattutto come attrezzarci per cogliere, tra i comportamenti del lavoro vivo, forme inedite di resistenza che non siamo capaci di vedere? Come costruire tra le nuove figure del lavoro un terreno di composizione antagonista? È qui, nella nostra capacità di leggere oltre categorie teoriche e politiche note e per questo rassicuranti che, io credo, si giochi oggi l’intera partita del rifiuto del lavoro gratuito, e più complessivamente dei processi di trasformazione del presente.


Fonte: commonware.org 
Originale: http://commonware.org/index.php/gallery/756-anticipazioni-salari-rubati
Note
1 Salario per il lavoro domestico (1975), in Silvia Federici, Il punto zero della rivoluzione, ombre corte, Verona 2014.
2 Si veda sul tema Mariarosa Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio, Venezia 1972 e il contributo nello stesso volume di Selma James, Il posto delle donne; Federici, Salario per il lavoro domestico, cit.; Silvia Federici, Perché l’attività sessuale è lavoro (1975), in Federici, Il punto zero della rivoluzione, cit.; Collettivo Internazionale Femminista, Le operaie della casa, Marsilio, Venezia 1975; Mariarosa Dalla Costa e Leopoldina Fortunati, Brutto ciao, Edizioni delle Donne, Roma 1976; Silvia Federici e Nicole Cox, Contropiano dalle cucine, Marsilio, Venezie 1978; Lucia Chiste, Alisa Del Re e Edvige Forti, Oltre il lavoro domestico, Feltrinelli, Milano 1978-1979; Leopoldina Fortunati, L’arcano della riproduzione, Marsilio, Venezia 1981; Silvia Federici e Leopoldina Fortunati, Il grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitalismo, Franco Angeli, Milano 1984.
3 Andrew Ross, Lavorare per nulla: l’ultimo dei settori produttivi ad alta crescita, in “Commonware”, 2014, http://commonware.org/index.php/neetwork/502-lavorare-per-nulla.
4 Si veda sul tema Silvia Federici e Leopoldina Fortunati, Il grande Calibano, cit.; Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Milano 2015.
5 Louis Pierre Althusser e Étienne Balibar, Leggere il capitale, Feltrinelli, Milano 1968.
6 Gigi Roggero, Elogio della militanza. Note su soggettività e composizione di classe, DeriveApprodi, Roma 2016.
7 Marco Bascetta, Al mercato delle illusioni, in Aa.Vv.Economia politica delle promessa, manifestolibri, 2015.
8 Olivia Fiorilli, Butler ai tempi dell’economia della promessa (di riconoscimento), in “Commonware”, 2014, http://commonware.org/index.php/gallery/534-butler-economia-promessa.
9 Andrew Ross, Lavorare per nulla, cit.
10 Secondo i dati divulgati dall’Istat la disoccupazione giovanile ha fatto registrare un 44,2% nel giugno del 2015 per poi ridursi fino al 37,9% a dicembre dello stesso anno, anche come esito dell’entrata in vigore del Jobs Act che ha modificato il dato trasformando in “occupati” anche quei giovani che lavorano a chiamata, sono retribuiti con voucher o comunque percepiscono salari costantemente al ribasso in un regime di precarizzazione.
11 Si veda sul tema l’accurata analisi di Silvia Federici sul ruolo della caccia alle streghe nella riscrittura del ruolo sociale delle donne come “lavoro di servizio all’uomo e all’attività produttiva”. Silvia Federici, Calibano e la strega, cit, p. 211.
12 Cfr. William Edward Burghardt Du Bois, Black Reconstruction in America 1860-1880, The Free Press, New York 1998.
13 Il riferimento è alla distinzione introdotta da Alexis di Toqueville tra “contesti di aspettative crescenti” e “contesti di aspettative decrescenti” nell’analisi del mutamento sociale e delle sue ricadute soggettive. In particolare al venire meno della coincidenza tra vecchi modelli di ricchezza da una parte e nuovi parametri di benessere sociale e ambizioni della società dall’altra.

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