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palermograd

Introduzione al «Capitale»*

di Karl Korsch

51Pr4napc2LI. Come l’opera di Platone sullo Stato, il libro di Machiavelli sul Principe, il Contratto sociale di Rousseau, anche l’opera di Marx, Il capitale deve la sua grande e duratura efficacia al fatto che ad una svolta storica ha colto ed espresso in tutta la sua pienezza e profondità il nuovo principio irrompente nell’antica configurazione del mondo. Tutti i problemi economici, politici e sociali, attorno ai quali si muove teoricamente l’analisi marxiana del Capitale, sono oggi problemi pratici che muovono il mondo e intorno ai quali viene condotta in tutti i paesi la lotta reale delle grandi potenze sociali, gli Stati e le classi. Per aver compreso a tempo che questi problemi costituivano la problematica determinante per la svolta mondiale allora imminente, Karl Marx si è rivelato ai posteri come il grande spirito preveggente del suo tempo. Ma neppure come massimo spirito del suo tempo egli avrebbe potuto cogliere teoricamente questi problemi e incorporarli nella sua opera, se essi non fossero già stati nello stesso tempo posti in qualche modo anche nella realtà di allora, come problemi reali. Il destino singolare di questo tedesco del Quarantotto fece sì che egli, scagliato fuori dalla sua sfera d’azione pratica dai governi assoluti e repubblicani d’Europa, grazie a questo tempestivo allontanamento dalla retriva e limitata situazione tedesca, venisse inserito proprio nel suo autentico peculiare spazio storico d’azione. Proprio in seguito a questi molteplici spostamenti violenti del suo campo d’attività, prima e dopo la fallita rivoluzione tedesca del 1848, l’allora appena trentenne pensatore e ricercatore Marx, che attraverso la discussione teorica della filosofia hegeliana aveva già elaborato un sapere vasto e profondo di respiro mondiale in forma filosofica prettamente tedesca, nei suoi due periodi successivi di emigrazione, prima in Francia e in Belgio, poi in Inghilterra, poté entrare nel rapporto più diretto, pratico e teorico, anche con le due nuove forme del mondo di allora più gravide di conseguenze per il futuro. Queste erano, da un lato, il socialismo e comunismo francese, che al di là delle conquiste della grande rivoluzione borghese giacobina spingevano verso nuove mete proletarie; dall’altro, la forma avanzata della moderna produzione capitalistica, e dei rapporti di produzione e di scambio corrispondenti, nata in Inghilterra dalla rivoluzione industriale degli anni 1770 - 1830.

La storia politica francese, lo sviluppo economico inglese, il movimento operaio moderno — questo triplice «al di là» della realtà tedesca d’allora — è stato incorporato nel modo più profondo da Marx con un lavoro decennale di riflessione e ricerca nelle sue opere e in particolar modo nel suo capolavoro: Il capitale. Quest’opera si è così assicurata quella peculiare forza vitale, per cui è rimasta ancor oggi, a sessantacinque anni dalla sua pubblicazione e a quasi cinquanta dalla morte del suo autore, «attuale» in massimo grado, e per molti aspetti inizia solo ora a vivere il suo tempo.

Lo scopo ultimo di quest’opera consiste, secondo le indicazioni del suo stesso autore, nello svelare la legge economica di movimento della società moderna. Già qui è implicito che Il capitale non si limita a fornire un contributo alla scienza economica di scuola in senso tradizionale. Certo, Il capitale di Marx occupa fra l’altro un posto importante nello sviluppo della teoria economica; le sue tracce si riscontrano in tutta la letteratura economica specializzata sino al giorno d’oggi. Ma allo stesso tempo Il capitale è, come già indica il suo sottotitolo, una Critica dell’economia politica, e ciò non significa affatto una semplice presa di posizione critica nei confronti delle particolari opinioni sostenute di volta in volta dai singoli studiosi di economia. Nel senso marxiano significa piuttosto una critica dell’economia politica stessa, che, secondo la concezione storico-materialistica di Marx, non rappresenta solamente un sistema teorico di tesi vere o false, ma dà corpo come tale ad un pezzo di realtà storica; per essere più precisi: un pezzo di quel modo moderno borghese di produzione e di formazione sociale basata su di essa, la cui origine, sviluppo e tramonto e in pari tempo trapasso ad un superiore, nuovo modo di produzione e formazione sociale, costituiscono il vero e proprio oggetto di ricerca e critica marxiana nel Capitale. La «critica dell’economia politica» nel Capitale appare allora, se partiamo dalla divisione oggi consueta delle scienze, non propriamente una teoria economica, ma piuttosto una teoria storica e sociologica.

Ma anche con questa nuova definizione, e con tante altre simili che potremmo ancora aggiungervi, il modo di ricerca e l’oggetto del Capitale di Marx non sono ancora colti nella loro intera portata e profondità. Il capitale non appartiene a nessuna singola scienza, pur non avendo assolutamente nulla a che fare con una scienza filosofica universale, ma tratta un oggetto peculiare ben determinato, secondo un punto di vista peculiare ben determinato. Sotto questo aspetto si può bene paragonare l’opera di Marx alla famosa opera di Darwin sull’Origine delle specie. Come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, così Marx ha svelato la legge di sviluppo della storia umana, e in modo duplice: da un lato in quanto legge di sviluppo storico universale nella forma del cosiddetto «materialismo storico»; dall’altro in quanto particolare legge di movimento del modo di produzione capitalistico odierno e della società borghese da questo scaturita. Che questo confronto non sia per nulla fondato semplicemente su una concordanza esterna di due date storiche (l’Origine delle specie e la prima parte del Capitale di Marx — Per la critica dell’economia politica — furono pubblicate entrambe nel 1859), bensì esprima una relazione più profonda, è stato evidenziato da Friedrich Engels nel suo discorso sulla tomba dell’amico scomparso, e suggerito da Marx stesso. In una delle belle e profonde osservazioni, a prima vista devianti dal tema, disseminate fin troppo generosamente nella sua opera, egli parla del fatto che Darwin per primo ha spostato l’interesse sulla «storia della tecnologia naturale», cioè sulla «formazione degli organi animali e vegetali quali strumenti di produzione per la vita delle piante e degli animali». E si domanda: «La storia della formazione degli organi di produzione degli uomini sociali, base materiale di ogni organizzazione sociale particolare, non merita pari attenzione? E non sarebbe più facile da fare, dato che, come dice Vico, la storia umana si differenzia da quella naturale per il fatto che l’una è stata fatta da noi e l’altra no?».

In queste proposizioni è, di fatto, espresso in modo completo il rapporto fra Darwin e Marx, sia nella sottolineatura di quanto i due hanno di comune, come anche nella sottolineatura della differenza peculiare, secondo cui la ricerca di Darwin tratta un processo di sviluppo nel senso più stretto delle scienze naturali, quella di Marx un processo di sviluppo storicamente e socialmente pratico, non solo vissuto, ma anche fatto dagli uomini. Solo che da questa differenza di Marx non si deve concludere, come fanno diversi moderni mezziteologi e oscurantisti della cosiddetta «scienza dello spirito», che nello studio e nella presentazione di questo processo sociale vitale degli uomini sia sufficiente un grado inferiore di rigore concettuale e di fedeltà all’empiria ed invece occorra un grado di soggettività maggiore che non nelle scienze naturali vere e proprie. Marx parte, al contrario, dalla concezione opposta e si pone espressamente il compito di delineare nella sua opera lo sviluppo della formazione economica della società come un «processo naturale storico».

Se e in quale misura questo grande obiettivo sia stato realizzato dal Marx ricercatore sociale e storico nelle grandi linee nel Capitale, si potrà decidere solo quando sarà raggiunto quel momento, presente alla mente di Marx sessantacinque anni fa, quando contro o a favore della teoria di Marx non saranno più solo «i pregiudizi della cosiddetta opinione pubblica», ma anche il giudizio di una «vera critica scientifica» — momento per il quale allo stadio attuale delle cose c’è ancora un bel pezzo di strada da fare.

Per contro, sarebbe un atteggiamento errato, pubblicando Il capitale, non accennare al rapporto peculiare esistente fra la parte compiuta dell’opera e le parti non completate del suo progetto.

Un troncone di dimensioni gigantesche: questa è la forma nella quale ci sta davanti oggi l’opera economica di Marx e resterà prevalentemente immutata nel contenuto centrale anche in futuro, nonostante la presumibile pubblicazione di diversi manoscritti sinora inediti. Anche se prescindiamo dagli appunti ancor più densi dei primi progetti di Marx, nei quali la critica dell’economia politica non è ancora distinta dalla critica della filosofia, dei rapporti giuridici e delle forme dello Stato, di tutte le forme ideologiche in generale e non si è ancora delineato come compito autonomo di indagine, da realizzare per primo, c’è un grande abisso fra l’opera pianificata e quella poi attuata da Marx. Per due volte Karl Marx ha parlato del piano globale dell’opera politico-economica che aveva ormai in mente, dopo il suo trasferimento definitivo a Londra nel 1850, ove «l’enorme materiale per la storia dell’economia politica, che è ammucchiato nel British Museum, il favorevole punto di vista che Londra offre per l’osservazione della società borghese, infine il nuovo stadio di sviluppo, in cui questa sembra essere entrata con la scoperta dell’oro californiano e australiano», lo avevano determinato ancora una volta a «riprendere completamente di nuovo da capo» i suoi studi di economia politica. La prima volta, nel manoscritto, steso nel 1857, ma in seguito nuovamente «eliminato» e pubblicato solo nel 1903 da Kautsky sulla «Neue Zeit» per un'Introduzione generale; la seconda volta, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica del 1859 effettivamente pubblicata. Si legge nel primo caso:

La suddivisione della materia è ovviamente da operare in modo che si possano sviluppare prima le determinazioni astratte generali, che toccano poi più o meno tutte le forme sociali […]. In secondo luogo le categorie, che costituiscono la struttura interna della società borghese e sulle quali si basano le classi fondamentali. Capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria. I loro rapporti reciproci. Città e campagna. Le tre grandi classi sociali. Interscambio reciproco. Circolazione. Credito (privato). In terzo luogo si ha la sintesi della società borghese nella forma dello Stato. Considerato in rapporto a se stesso. Le classi «improduttive». Tasse. Debito di Stato. Il credito pubblico. La popolazione. Le colonie. Emigrazione. In quarto luogo il rapporto internazionale della produzione. Divisione internazionale del lavoro. Scambio internazionale. Esportazione e importazione. Cambio. Per quinto il mercato mondiale e le crisi.

Due anni più tardi, quando Marx pubblicò «i primi due capitoli della prima parte del primo libro, che tratta del capitale», come «quaderno» autonomo (di circa 200 pagine stampate!) sotto il titolo di Per la critica dell’economia politica, iniziò la prefazione di tale pubblicazione con la frase: «Considero il sistema dell’economia borghese in questa successione: capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato; Stato, commercio estero, mercato mondiale. Nelle prime tre rubriche esamino le condizioni economiche di vita delle tre grandi classi, nelle quali si divide la moderna società borghese; la connessione delle tre altre rubriche salta agli occhi».

Di questi progetti vastissimi si è arrivati ad avere nell’opera condotta a termine in parte da Marx stesso, in parte da altri, solo una frazione della prima metà. Ancora alla fine del 1862, quando si è già deciso a far pubblicare la «continuazione» del primo quaderno stampato nel 1859, Per la critica dell’economia politica, ormai in modo autonomo sotto il titolo Il capitale, Marx scrive in una lettera a Kugelmann che questa nuova pubblicazione (nella quale si deve intendere compreso non solo l’odierno primo volume del Capitale, ma anche le altri parti dell’opera complessiva!) «in effetti comprende solo quello che doveva costituire il terzo capitolo della prima sezione, e cioè il capitale in generale». Però, nello stesso periodo, per una serie di ragioni esterne ed interne, aveva considerevolmente ridotto il piano dell’opera complessiva, sino ad allora mantenuto inalterato con insignificanti mutamenti, e si era deciso per la presentazione del materiale complessivo in tre o quattro libri, dei quali il primo doveva trattare il processo di produzione del capitale, il secondo il processo di circolazione, il terzo la forma del processo complessivo e il quarto, conclusivo, la storia della teoria. Di questi quattro libri del Capitale, soltanto uno è stato completato da Marx stesso. Apparve come volume I del Capitale in prima edizione nel 1867, in seconda edizione nel 1872. Il secondo e terzo libro furono ultimati dopo la morte di Marx dal suo amico e collaboratore Friedrich Engels, sulla base di manoscritti esistenti ed editi come volume II e III del Capitale nel 1885 e 1894. Inoltre, si aggiungono ancora i tre volumi editi da Kautsky nel 1905-1910, pure sulla base di manoscritti di Marx, Teorie sul plusvalore, che insieme possono venir considerati come un surrogato del quarto libro del Capitale. A rigore, comunque, non si tratta più in questo caso di una continuazione del Capitale, bensì solo ancora della stampa parziale di un manoscritto antecedente, stilato da Marx già nell’agosto 1861-giugno 1863, che non fu mai inteso quale parte integrante del Capitale, bensì unicamente quale seguito del primo quaderno apparso nel 1859, Per la critica dell’economia politica. Già Engels aveva progettato di pubblicare la parte critica di tale manoscritto, quale volume IV del Capitale, togliendone le numerose parti già da lui utilizzate per la preparazione dei volumi II e III. Per contro, alla pubblicazione del primo volume del Capitale, Marx stesso non ha ripreso senza modifica neppure la parte già pubblicata del manoscritto Per la critica dell’economia politica, ma l’ha ancora rielaborata completamente nei primi tre capitoli della nuova opera. Uno dei compiti più importanti di futuri editori di Marx consisterà nel rendere accessibili al pubblico, grazie a un’edizione completa dell’intero manoscritto Per la critica dell’economia politica, anche questa prima ed unica esposizione globale della costruzione teorica portata a compimento da Marx stesso.

Nonostante il grande distacco esistente fra l’opera pianificata e l’opera effettivamente condotta a termine, Il capitale marxiano, e lo stesso primo volume del Capitale preso in sé, rappresenta, per la forma e contenuto, un tutto perfettamente compatto. Non si deve pensare che Karl Marx, che nella stesura del primo libro aveva già in mente completati anche i successivi libri dell’opera complessiva, abbia realmente messo in questo primo dei suoi quattro libri solo un quarto esatto del suo pensiero. Contro quest’idea parla già il fatto evidenziato da Rosa Luxemburg trenta anni fa in un eccellente studio sul Capitale, che anche già prima del terzo volume del Capitale, apparso finalmente nel 1894, per decenni in Germania come in tutti i paesi «la dottrina di Marx era stata divulgata e accettata come un tutto sulla base dell’unico primo volume» e che «in nessuna parte si notava una lacuna teorica». Non ha neppure senso voler risolvere quest’apparente contraddizione fra contenuto ed influenza del Capitale, sostenendo che in questo primo volume si chiarisce già in modo esauriente il rapporto fra le due grandi classi della moderna società borghese, la classe globale dei capitalisti e la classe globale dei lavoratori, come pure la complessiva tendenza di sviluppo generale dell’attuale modo di produzione capitalistico verso la socializzazione dei mezzi di produzione; mentre i problemi trattati nei volumi successivi, sulla circolazione del capitale e la ripartizione del plusvalore complessivo nelle forme autonome di reddito capitalistico di profitto, interesse, guadagno commerciale, rendite immobiliari, ecc., sarebbero meno importanti per la classe lavoratrice sotto il profilo teorico e pratico. Prescindendo dal fatto che, secondo la teoria marxiana del capitale, non esistono due, ma tre classi fondamentali nella società borghese (capitalisti, salariati, proprietari terrieri), significherebbe un appiattimento inimmaginabile della teoria marxiana se le si volesse attribuire la derivazione della legge economica di movimento e sviluppo della società moderna solo dal settore della produzione e delle contraddizioni e lotte direttamente scaturenti da esso, prescindendo dai processi della circolazione e dalle forme che si aggiungono ancora con la sintesi dei due settori nel processo complessivo.

L’effettiva soluzione di questo problema è la seguente: nel primo libro del Capitale Marx ha limitato solo formalmente la sua ricerca al processo di produzione del capitale; in realtà, però, ha colto e presentato come una totalità in questa parte contemporaneamente il tutto del modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso emanante, con tutte le sue manifestazioni economiche e — oltre ad esse — con tutte le sue manifestazioni giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in breve ideologiche. È questa una conseguenza necessaria del modo dialettico di esposizione, preso da Marx dalla filosofia hegeliana in maniera formalmente abbastanza immutata, malgrado ogni «capovolgimento» materialistico del suo contenuto ideal-filosofico. Modo di esposizione simile, sotto questo aspetto, al metodo assiomatico moderno delle scienze naturali matematiche, che, in un procedimento in apparenza logicamente costruttivo, fa derivare in un secondo tempo deduttivamente il materiale acquisito in dettaglio nella ricerca. Non si può qui giudicare dei pregi o difetti di questo modo dialettico di esposizione nell’economia politica. È sufficiente che Marx l’abbia applicata nel Capitale in modo completo, e che qui fosse già presente la necessità di esporre nell’indagine del processo produttivo del capitale in pari tempo il tutto del modo di produzione capitalistico e della società borghese su esso fondata. Su questo particolare modo dialettico di esposizione del Capitale si basano anche certe difficoltà ancora da discutere, che scaturiscono proprio dalla peculiare «semplicità» degli sviluppi concettuali insorgenti nei capitoli iniziali dell’opera per il lettore non esercitato in quest’ottica.

Accanto a questa prima e basilare ragione, ne esiste anche una seconda, per cui nonostante la limitazione formale, espressamente annunciata e sempre più accentuata da Marx, dell’indagine del primo volume al «processo di produzione del capitale», tuttavia proprio questa prima parte del Capitale, unica ad essere stata redatta da Marx stesso, dà ad ogni lettore, in grado molto superiore che non l’opera completa integrata dagli altri volumi, l’impressione della totalità per cui «in nessuna parte si sente una lacuna». Questa seconda ragione consiste nella forma artistica pura e semplice, che è propria dell’insieme del modo di scrivere di Marx, spesso ruvido e in apparenza inutilmente forzato nei particolari. Come per alcuni degli scritti storici di Marx, soprattutto per Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, vale anche per il primo volume del Capitale il giudizio con il quale una volta Marx, in una lettera privata a Friedrich Engels, ha cercato di placare i benevoli rimproveri dell’amico per la sempre più ritardata ultimazione dell’opera che avrebbe dovuto essere conclusa già da tempo: «Quali che siano le manchevolezze dei miei scritti, il loro pregio è che sono un tutto artistico, e ciò è ottenibile solo a modo mio: di non farli stampare mai prima che siano totalmente davanti ai miei occhi. Con il metodo di Jakob Grimm ciò è impossibile, e va assolutamente meglio per scritti che non sono articolati dialetticamente» (Lettera di Marx a Engels, 31 luglio 1865).

 

II. Così come ora ci appare, come un «tutto artistico», come un capolavoro scientifico, Il capitale esercita un forte e seducente fascino su ogni lettore non prevenuto, fascino che aiuterà anche il non esperto a superare la maggior parte delle reali e presunte difficoltà della lettura. Queste difficoltà costituiscono un caso peculiare. Si può sostenere audacemente, entro certi limiti che verranno più avanti spiegati più dettagliatamente, che per quei lettori che Marx ha previsto espressamente («Presuppongo ovviamente lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, e quindi vogliano anche pensare da sé»). Il capitale presenta veramente meno difficoltà di qualunque altra opera fondamentale della letteratura economica, più o meno molto letta. Persino nella terminología, soprattutto in quest’edizione, dove del grande numero delle espressioni straniere presenti nel testo marxiano è rimasta solo una piccola parte non in tedesco e anche queste per lo più sono spiegate nel glossario dei termini stranieri, il lettore in grado di ragionare incontrerà solo poche serie difficoltà. Alcuni capitoli, raccomandati da Marx, in una lettera a Kugelmann dell’11 luglio 1868 per la moglie, «da leggere per primi», i capitoli cioè 8, 11-13, 24, sulla «giornata lavorativa», «cooperazione, divisione del lavoro e manifattura», «accumulazione originaria», che corrispondono in totale già a più di due quinti dell’intera opera, sono effettivamente così prevalentemente descrittivi e narrativi — e con quali colori descrivono, con quale forza dirompente narrano! — che possono venir compresi senza fatica da chiunque. Ma anche fra i capitoli non più prevalentemente descrittivi e narrativi ne esistono alcuni quasi altrettanto facilmente leggibili, che hanno contemporaneamente il pregio di introdurci già nel mezzo della teoria del Capitale. Secondo la nostra personale valutazione, invece di quella ricetta che Marx — pagando in questo un piccolo tributo al pregiudizio del suo tempo — nella lettera sopra menzionata ha dato per così dire «per le signore», noi raccomanderemmo al lettore non esercitato un’altra via per la quale può essere sicuro di giungere alla piena comprensione della teoria del Capitale altrettanto bene, se non meglio, che iniziando con i primi capitoli più difficili. Si inizi quindi con uno studio approfondito del capitolo 5: Processo lavorativo e processo di valorizzazione. Anche qui si troveranno inizialmente alcune difficoltà da superare, ma queste sono tutte proprie del tema e non, come spesso nei capitoli precedenti, imputabili a certe artificiosità, effettivamente inutili, della forma espositiva. Ciò che si dice qui si riferisce direttamente e immediatamente a realtà tangibili, in primo luogo a realtà tangibili del processo lavorativo umano. In modo duro e chiaro emerge sin dall’inizio il dato di fatto fondamentale per l’esatta comprensione del Capitale: che questo reale processo lavorativo, nelle condizioni del modo di produzione capitalistica attualmente dominante, non solo rappresenta una produzione di valore d’uso per i bisogni umani, bensì allo stesso tempo una produzione di merci vendibili, valori di vendita, valori di scambio o tout court «valori». Dopo che il lettore ha imparato a conoscere qui, nella produzione reale, il carattere discorde e duplice inerente a questo modo produttivo capitalistico e al lavoro stesso in quanto viene eseguito da parte dei salariati per i proprietari dei mezzi di produzione, dai proletari per i capitalisti, più avanti sarà meglio in grado di comprendere il senso e la portata di quelle indagini più complesse dei tre primi capitoli sul carattere duplice della merce, in quanto portatrice del valore d’uso e del valore di scambio, sul carattere duplice del lavoro che produce merce e sull’opposizione di merce e denaro.

Ma non siamo ancora arrivati a questo punto. Quei primi capitoli, la vera pietra dello scandalo per diverse generazioni di lettori di Marx, li possiamo per il momento lasciar completamente da parte, benché una considerevole parte di essi sia per noi già sin d’ora perfettamente accessibile. Ciò vale in particolare per l’Analisi della sostanza di valore e grandezza di valore nei due primi paragrafi del prima capitolo, di cui Marx dice nella prefazione di averla, ormai «il più possibile popolarizzata» in confronto all’esposizione fatta nello scritto Per la critica dell’economia politica. Per contro, ciò non vale per il successivo terzo paragrafo sulla «forma di valore», che Marx stesso nei tredici anni 1859-1872 ha presentato non meno di quattro volte in forme diverse, e nel quale «si tratta effettivamente solo di sottigliezze». Per altre ragioni ancora da discutere, ciò non vale neppure per il quarto paragrafo sul «carattere di feticcio della merce e il suo arcano». Il breve, capitolo secondo è di nuovo facile; il terzo invece è estremamente difficile per il principiante.

Il lettore cui ci rivolgiamo, cioè non preparato, procede nel modo migliore quindi se in questa fase non si avvicina ai primi capitoli, bensì dal quinto capitolo studiato in profondità passa al più presto, dopo una lettura soltanto rapida dei capitoli 6 e 7 a quel capitolo 8 sulla giornata lavorativa, della cui leggibilità particolarmente facile abbiamo già parlato più sopra. Qui aggiungiamo solo che, anche per il suo contenuto, questo capitolo 8 costituisce una delle parti più importanti, sotto alcuni aspetti il culmine di tutto Il capitale di Marx. Il capitolo 9, con le sue argomentazioni artisticamente astratte e solo in senso dialettico «semplici», può essere comunque saltato. Dal capitolo 10 prendiamo per il momento solo quel tanto da imparare a comprendere la differenza, analizzata da Marx con la massima chiarezza nelle prime pagine di questo capitolo, fra il plusvalore «assoluto» e «relativo»: si tratta della differenza fra l’aumento del plusvalore prestato per il profitto dovuto al prolungamento assoluto della giornata lavorativa (capitolo 8) e l’aumento del plusvalore dovuto alla riduzione relativa della parte del tempo lavorativo necessaria per il sostentamento dell’operaio stesso in seguito al generale aumento della forza produttiva del lavoro. Seguono poi di nuovo i capitoli 11-13, raccomandati da Marx in quanto particolarmente semplici, per i quali si deve qui solo aggiungere che effettivamente tutti e tre sono di «facile lettura», in misura tuttavia molto ineguale. Il più semplice è il capitolo 13 sulle «macchine e grande industria», lungo 120 pagine, che rappresenta un altro culmine dell’opera per forma e contenuto. I capitoli 11 e 12 offrono, per contro, già difficoltà leggermente maggiori di natura concettuale e particolarmente il capitolo 12 sulla «manifattura» contiene, accanto ad alcuni brani molto facilmente leggibili, anche alcune distinzioni al momento difficilmente comprensibili; si raccomanda perciò di passare dal primo paragrafo di questo capitolo, che espone la «duplice origine della manifattura», saltando i due successivi, al quarto e quinto paragrafo che tratta della «divisione del lavoro nella manifattura e nella società» e del «carattere capitalistico della manifattura».

Dopo queste letture, il lettore ha superato per il momento un punto importante. Ha conosciuto l’effettivo processo lavorativo e produttivo e con ciò il nucleo reale del capitale. Si dovrà ora inserire questo processo lavorativo e produttivo nel suo ambiente e nel suo contesto temporale. A questo proposito si legga innanzitutto il terzo paragrafo del capitolo 4: Acquisto e vendita della forza-lavoro, quindi la sezione VI sul «salario», tralasciando temporaneamente il capitolo 20, abbastanza difficile anche per lo specialista, sulla «diversità nazionale dei salari», cioè quindi per il momento solo i tre capitoli 17-19 sul salario, salario a tempo, cottimo.

A questo punto, segue opportunamente tutta la sezione VII, che inserisce il singolo processo produttivo nel flusso ininterrotto della riproduzione e dell’accumulazione, cioè nell’autoconservazione continua — entro certi limiti — e sviluppo del modo capitalistico di produzione e dell’ordinamento sociale borghese da esso derivante. Anche in questa sezione si trova uno di quei capitoli particolarmente facili, consigliati da Marx per la signora Kugelmann. È il capitolo 24 sulla «cosiddetta accumulazione originaria», giustamente famoso per il suo ritmo serrato e l’impeto travolgente. In effetti, questo capitolo 24, di facile lettura, costituisce, congiuntamente al successivo capitolo 25 sulla teoria e pratica del «sistema coloniale moderno», dal punto di vista del contenuto, il terzo momento culminante dell’opera marxiana. Raccomandiamo ciononostante ai nostri lettori di serbarsi questo capitolo, pensato da Marx quale coronamento finale, veramente alla conclusione della lettura, quando si pensa di possedere tutta l’opera con le sue parti facili e difficili. In favore di questo procedimento vi sono diverse ragioni. In primo luogo, già i precedenti capitoli 21-23 di questa sezione appartengono per la maggior parte ai brani meno difficili del libro. Inoltre, il principiante può essere anche condotto fuori strada anticipando quel capitolo 24 sulla «cosiddetta accumulazione primitiva». Può essere sviato, con Franz Oppenheimer e molti altri, a fraintendere questa teoria marxiana dell’accumulazione originaria, che rappresenta una parte costitutiva irrinunciabile, ma pur sempre una parte e neppure centrale della teoria marxiana del Capitale, come l’intera teoria del Capitale, o almeno come suo fondamento determinante. Sarà meglio quindi che il lettore legga uno dopo l’altro i quattro capitoli della sezione VI sul processo di accumulazione, come stanno nel Capitale, e poi dopo la prima rapida scorsa dell’intera opera, cominci pure con lo studio più dettagliato delle sue singole parti.

 

III. Per una comprensione più approfondita della teoria del Capitale sono da chiarire soprattutto due punti. Ne abbiamo già toccato uno quando abbiamo parlato delle errate idee che molte volte — sia all’interno del campo marxista, sia presso i suoi oppositori — sono state diffuse sull’importanza del capitolo sull’«accumulazione originaria» nell’ambito della teoria globale del Capitale. Più in generale, si tratta qui non solo di quest’unico capitolo, ma, in relazione ad esso, anche di un’intera serie di altre parti in diversi punti dell’opera, che non sono giunte ad essere capitoli particolari. Fra le altre, rientra in questo gruppo il quarto paragrafo, già menzionato, del primo capitolo sul Carattere di feticcio della merce e il suo arcano; il terzo paragrafo del capitolo 7 sull’Ultima ora del Senior, il sesto paragrafo del capitolo 13 sulla Teoria della compensazione rispetto agli operai soppiantati dalle macchine e i due paragrafi — in strettissima relazione con il capitolo sull’«accumulazione originaria» — del capitolo 22 sull’Erronea concezione della riproduzione su scala allargata da parte dell’economia politica e sul Cosiddetto fondo di lavoro. Tutti questi brani — e ancora un gran numero di affermazioni simili che compaiono in tutte le parti del Capitale — hanno come tratto comune quello di costituire una «critica» dell’economia politica in senso stretto, come già tutta l’opera conformemente al suo sottotitolo. Lo si riconosce già esteriormente dall’accenno diretto all’«erronea concezione» dei singoli economisti (Senior) o della politica economica in toto e alla definizione delle forme qui studiate come «arcano», «cosiddetto», dietro cui in realtà si nasconde qualcosa di completamente diverso, e simili locuzioni ancora..

Considerate più attentamente, queste analisi «critiche» nel senso stretto della parola si dividono a loro volta in due diversi gruppi fondamentali, di importanza molto diversa. In uno si tratta di una «critica» consueta nel senso scolastico. È il caso di quando Marx si diverte per sé e per il suo lettore a mettere alla berlina, dal suo superiore punto di vista scientifico, gli svarioni teorici pseudoscientifici di un studioso appartenente al periodo successivo, postclassico, dell’economia borghese. A questo si riferisce, ad esempio, la brillante liquidazione della «teoria» del noto professore di Oxford, Nassau W. Senior, sul significato dell’«ultima» ora lavorativa nel capitolo 7 e la «teoria», «scoperta» dallo stesso «serio studioso» in un’altra occasione e sopravvissuta nell’economia borghese sino al giorno d’oggi, della cosiddetta «astinenza del capitale». Queste parti della critica economica di Marx appartengono ai brani più divertenti del Capitale, e inoltre, sotto la loro corteccia criticamente satirica, nascondono quasi sempre una considerevole quantità di concetti importanti presentati al lettore quasi «giocando». A considerarli rigorosamente, però, non appartengono al nucleo del Capitale, ma avrebbero trovato il proprio posto altrettanto bene nel «quarto libro» progettato da Marx sulla «storia della teoria», del quale egli stesso scrive in un’occasione ad Engels (31 luglio 1865) che avrebbe dovuto avere, a differenza delle parti teoriche (i primi tre libri), un più marcato carattere «storico letterario», e che per lui stesso sarebbe stata «la parte relativamente più facile», poiché «tutti i problemi sono risolti nei primi tre libri, quest’ultimo quindi è più una ripetizione in forma storica».

Un carattere completamente diverso ha il secondo gruppo dei brani che abbiamo distinto nelle argomentazioni «critiche» in senso stretto del Capitale. A questo appartengono numerosi brani meno fortemente evidenziati per dimensione, ma estremamente importanti per il contenuto. Tale è l’esposizione del conflitto, irrisolvibile secondo la leggi economiche dello scambio delle merci, attorno ai limiti della giornata lavorativa, soprattutto però il paragrafo conclusivo del capitolo 1 Sul Carattere di feticcio della merce e il suo arcano e il capitolo conclusivo dell’intera opera sulla «cosiddetta accumulazione originaria» e «l’arcano» in essa celato. La Critica dell'economia politica di Marx, che, in quanto teoria economica, inizia con la spiegazione concettuale delle vere leggi economiche del movimento e dello sviluppo della società borghese-capitalistica moderna, e che segue col massimo rigore scientifico sino alle loro ultime conseguenze teoriche tutte le tesi elencate su questo argomento dai grandi teorici economisti del periodo classico, cioè rivoluzionario dello sviluppo borghese, fa saltare in questi punti alla fine anche il quadro della teoria economica stessa. Se sulla nascita del capitale dal plusvalore oppure dal «lavoro non retribuito», nella sezione sul processo di produzione e poi nella sezione sulla riproduzione e accumulazione, è stato detto tutto ciò che si può dire su tale argomento dall’ottica economica, rimane tuttavia alla fine sempre da chiarire un residuo irrisolto, in fondo «extraeconomico», sotto forma della domanda: da dove è venuto, prima di una qualsiasi produzione capitalistica, il primo capitale e il primo rapporto capitalistico fra i capitalisti sfruttatori e i salariati sfruttati? Sino a questa domanda Marx ha continuato a portare avanti la propria ricerca con una esposizione teorica squisitamente economica per poi interrompere temporaneamente l’indagine. Solo nel capitolo finale ritorna su di essa. La sua critica distrugge dapprima duramente alla radice la risposta che viene data a questa «domanda ultima» dell’economia borghese, non solo dai semplici difensori interessati degli interessi capitalistici di classe (quelli che Marx definisce economisti volgari), bensì anche da certi «economisti classici» come Adam Smith. Egli dimostra che questa risposta non ha un carattere «economico» ma soltanto un carattere presuntivamente storico, in realtà semplicemente leggendario. Da parte sua passa alla fine con la stessa concretezza terribilmente radicale a chiarire il problema, rimasto ormai irrisolto e completamente aperto dal punto di vista «economico», non più economicamente bensì storicamente e a risolverlo infine non più teoricamente ma praticamente sotto forma di una tendenza di sviluppo dedotta dalla storia passata e presente e indicativa del futuro. Solo da questa chiarificazione della reale problematica del capitolo sull’«accumulazione originaria» si chiarisce il rapporto reale di questo capitolo conclusivo rispetto alle parti precedenti dell’opera marxiana, come pure all’interno di questo capitolo la posizione dell’ultimo paragrafo settimo, che conclude l’esposizione storica dell’origine ed evoluzione dell’accumulazione del capitale con «la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica». Da ciò risultano chiare le cogenti ragioni metodiche per le quali la «cosiddetta accumulazione primitiva» appartiene effettivamente non all’inizio o alla metà ma alla conclusione dell’opera di Marx. Per queste ragioni Marx l’ha posta là e anche il lettore del Capitale dovrebbe riservarsela per la conclusione.

 

IV. L’altro punto ancora da chiarire qui riguarda la connessione non dei singoli capitoli e sezioni, bensì del vero e proprio sviluppo logico e concettuale. Incontriamo qui le uniche reali grandi difficoltà che certe parti dell’opera marxiana, non discusse sinora in modo più dettagliato, offrono effettivamente non solo al lettore non esperto ma persino al lettore con una preparazione scientifica specialistica ma non anche filosofica. Esse sono le responsabili principali dell’accusa spesso ripetuta di «difficoltà di comprensione del Capitale». I punti in questione sono soprattutto il terzo paragrafo, già brevemente ricordato sopra, del capitolo 1 sulla «forma di valore» e alcune parti, strettamente collegate, del capitolo 3 sul «denaro»; inoltre ancora, anche se in grado considerevolmente inferiore, alcuni altri brani, fra i quali i capitoli già indicati 7, 9 e 10 nel loro rapporto particolare con i capitoli 14-16, che a una considerazione superficiale sembrano una loro semplice ripetizione, sul «plusvalore assoluto e relativo». Le difficoltà ricordate dipendono tutte dal cosiddetto «metodo dialettico».

Le spiegazioni date da Marx stesso nel Poscritto alla seconda edizione sul significato di questo metodo per la costruzione ed esposizione del Capitale sono state talvolta, in buona o mala fede, fraintese come se si trattasse solo del fatto che Marx, nell’elaborare la sua opera, e in particolare nel capitolo sulla teoria del valore, avesse «civettato qua e là» con il modo peculiare d’esprimersi della dialettica hegeliana. Considerando più attentamente la cosa, si riconosce che le spiegazioni stesse fornite da Marx a quel punto vanno molto al dì là e mirano ad un pieno riconoscimento non già dell’involucro mistificato hegeliano, bensì del nucleo razionale del metodo dialettico. Tanto rigorosamente empirico è il modo in cui il ricercatore scientifico Marx accoglie la piena realtà concreta dei fatti economici, sociali e storici, altrettanto schematicamente astratte e irreali appaiono a prima vista al lettore non ancora passato attraverso la rigorosa scuola della scienza quei concetti estremamente semplici, quali merce, valore, forma di valore, nei quali deve essere contenuta sin dall'inizio la piena, concreta realtà di tutto l’essere e divenire, origine, sviluppo e decadenza dell’intero modo di produzione e ordinamento sociale attuali. È contenuta come germe al momento non sviluppato, eppur di fatto presente — secondo il sapere in un primo momento tenuto segreto del «demiurgo» di tutto questo atto di ri-creazione intellettuale della realtà — difficilmente riconoscibile o del tutto irriconoscibile solo per occhi comuni.

Così è soprattutto il concetto del «valore». È noto che Marx non ha inventato questo concetto e questa espressione, ma li ha trovati già presenti nell’economia classica borghese, in particolar modo nelle opere di Smith e Ricardo. Lo ha criticato e applicato in modo incomparabilmente più realistico dei classici alla realtà effettivamente data ed evolventesi. In modo completamente diverso che in Ricardo, in Marx l’effettiva realtà storico-sociale di quei rapporti indicati da tale concetto è un fatto indubitabile, tangibile. «L’infelice non vede», dice Marx in una lettera del 1868 a proposito di un critico del suo concetto del valore, 

che se nel mio libro non esistesse nessun capitolo sul «valore», l’analisi dei rapporti reali che fornisco conterebbe la dimostrazione e la prova del rapporto reale del valore. Le chiacchiere sulla necessità di dimostrare il concetto di valore si basano solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che ogni nazione andrebbe in malora se si sospendesse il lavoro non dico per un anno, ma per alcune settimane, lo sa qualsiasi bambino. E sa pure che le masse di prodotti corrispondenti ai diversi bisogni esigono masse diverse e quantitativamente determinate del lavoro sociale globale. È evidente che questa necessità della divisione del lavoro sociale in determinate proporzioni non può venir per nulla eliminata dalla forma determinata della produzione sociale, ma può solo mutare il suo modo di manifestarsi. Le leggi di natura non possono essere abolite in senso assoluto. Ciò che si può mutare in situazioni storicamente diverse è solo la forma in cui quelle leggi si affermano. E la forma in cui si attua questa divisione proporzionale del lavoro, in una situazione sociale in cui la struttura del lavoro sociale si afferma come scambio privato dei prodotti del lavoro individuale, è appunto il valore di scambio di tali prodotti.

Si confrontino ora però con quanto riportato sopra le prime pagine del Capitale, come si offrono al primo sguardo di chi non sa ancora nulla di tutti questi «retroscena» realistici dell’autore: qui vengono sì presi inizialmente alcuni concetti realmente dal «manifestarsi», cioè dai fatti dell’esperienza del modo di produzione capitalistico, fra cui il rapporto quantitativo che appare nello scambio di diversi tipi di «valori d’uso» l’uno contro l’altro, ovvero il «valore di scambio». Questo rapporto di scambio casuale dei valori d’uso, ancora segnato da tracce empiriche, viene però subito sostituito con un qualcosa di nuovo ricavato dall’astrazione dei valori d’uso delle merci, che si manifesta solamente in questo «rapporto di scambio» delle merci o loro valore di scambio. Solo questo «valore» interno o «immanente» ottenuto prescindendo dal manifestarsi forma il punto di partenza concettuale per tutte le successive deduzioni del Capitale. «Il proseguimento dell’indagine», dichiara Marx espressamente, «ci riporterà al valore di scambio in quanto modo di esprimersi necessario o forma fenomenica del valore, che tuttavia deve essere trattato in un primo tempo indipendentemente da questa forma». Anche dopo di ciò però, non siamo assolutamente ritornati ancora a qualcosa che sia una manifestazione immediatamente data empiricamente, ma ci muoviamo attraverso uno sviluppo della forma di valore condotto da Marx con perfetta maestria, come un brano di sviluppo concettuale dialettico di un virtuosismo insuperato nonostante Hegel, sino a giungere alla forma del denaro. Solo nel quarto paragrafo, sul carattere di feticcio della merce, brillantissimo anche se difficile per il lettore comune, si svela il mistero che il «valore» non esprime come i corpi delle merci e i corpi dei proprietari di merce qualcosa di fisicamente reale, e neppure come il valore d’uso una semplice relazione fra un oggetto dato o prodotto e un bisogno umano, bensì viene decifrato come rapporto fra persone nascosto sotto un involucro di cose, che appartiene a un determinato modo storico di produzione e formazione sociale. Esso era completamente sconosciuto a tutte le precedenti epoche storiche, modi di produzione e formazioni sociali, in tale forma «travestita di cose», e ritornerà a essere completamente superfluo in futuri modi di produzione e organizzazioni sociali non più basati sulla produzione di merci.

La forma dell’esposizione marxiana illustrata da questo esempio non ha soltanto il pregio scientifico e artistico di una penetrazione avvincente. È anche adatta in massimo grado a una scienza indirizzata nella sua tendenza non al mantenimento e all’ulteriore sviluppo dell’attuale ordine economico e sociale capitalistico, ma alla sua distruzione tramite la lotta e il suo rivolgimento rivoluzionario. Non lascia al lettore del Capitale nessun istante per distendersi contemplativamente di fronte alle realtà e ai nessi reali immediatamente manifestantisi, bensì indica ovunque l’irrequietezza interna in tutto ciò che esiste. In breve, si dimostra in massimo grado superiore a tutti gli altri metodi dell’indagine storica e sociale, perché «nella comprensione positiva di quanto esiste include contemporaneamente anche la comprensione della sua negazione, il suo necessario tramonto: coglie ogni forma divenuta nel flusso del movimento, quindi anche dal suo lato transitorio, non si lascia intimidire da nulla, è critica e rivoluzionaria nella sua essenza».

Con questa caratteristica fondamentale del modo di esposizione marxiano deve fare i conti ogni lettore che vuol ricavare dal Capitale non solo alcune analisi parziali del meccanismo e tendenze di sviluppo dell’attuale società, ma vuole cogliere pienamente e radicalmente la teoria globale ivi contenuta. Ingannerebbe solo se stesso chi volesse — cosa di per sé non completamente impossibile — trovarsi un accesso «più comodo» al Capitale, leggendolo non secondo l’ordine progressivo, ma in un certo senso «all’indietro». Ci si risparmierebbe così comunque la fatica, ad esempio, di conoscere nel capitolo 9 una serie di «leggi» sul nesso di «saggio e massa del plusvalore» che valgono solo sotto la condizione che si prescinda ancora completamente dalla possibilità del plusvalore «relativo», che si presenta solo nel capitolo successivo, per poi, dopo un altrettanto «astratto» sviluppo delle leggi del plusvalore relativo nei capitoli successivi, giungere a sapere infine nel capitolo 14 che «da un determinato punto di vista, la differenza fra plusvalore assoluto e relativo appare del tutto labile», rilevando che «il plusvalore relativo è assoluto, il plusvalore assoluto è relativo» e che entrambi in effetti rappresentano solo momenti astratti del plusvalore concreto reale — di questo momento a sua volta ancora estremamente astratto di uno sviluppo alla fine orientato alle manifestazioni reali della realtà economica che ci circonda. Ma proprio su questo metodo rigoroso, che non tralascia nulla e nulla accetta a priori senza controllo dall’«esperienza» comune superficiale e viziata da pregiudizi, si basa tutto il pregio formale della scienza marxiana. Se si cancella senz’altro questo tratto dal Capitale, si giunge di fatto a quella posizione sprovvista di ogni scientificità di quella «economia volgare» così duramente schernita da Marx, che teoricamente in continuazione «decanta l’apparenza contro la legge del fenomeno» e praticamente difende alla fine solo gli interessi di quella classe che si sente sicura e soddisfatta nella realtà attuale, immediatamente data, come essa è, senza sapere o voler sapere qualcosa del fatto che a questa realtà appartiene, come dato recondito, più difficile da comprendere, eppure del tutto egualmente reale, anche la sua continua modificazione, origine ed evoluzione, il tramonto delle sue forme attuali e il passaggio a future, nuove forme d’esistenza, e la legge di tutte queste modificazioni e sviluppi. Comunque però, anche quel lettore che è pronto ad affidarsi fondamentalmente al modo di ragionare del Capitale che procede dialetticamente, sfoglierà con suo vantaggio prima della lettura del capitolo 9 alcune pagine del capitolo 14, per conoscere in tal modo almeno la via sulla quale va avanti il ragionamento iniziato nel capitolo 9 e — visto più acutamente — anche molto prima.

Questo rapporto «dialettico», ora esposto con alcuni esempi, fra la prima forma del tutto astratta e le forme successive, progressivamente più concrete, della trattazione dell’unico e identico oggetto empirico o rapporto con il quale la sequenza della trattazione di realtà date, altrimenti ritenuta «naturale» nella vita extrascientifica, sembra essere formalmente capovolta, posta sulla testa, vale per tutta la struttura del Capitale. Così prima del capitolo 17 non c’è ancora per la sua indagine il concetto del «salario», ma solo il concetto del «valore» (come pure del prezzo) della «merce forza-lavoro»; solo nel capitolo 17, da questo concetto, che sta prima nello sviluppo concettuale, viene «derivato» quell’altro concetto del salario, che «alla superficie della società borghese appare quale prezzo del lavoro».

A questo modo espositivo «dialettico» del Capitale è connesso infine anche l’uso, inizialmente difficile da comprendere per il lettore non preparato dialetticamente (quindi di fatto per la stragrande maggioranza dei lettori contemporanei, a prescindere dal grado di istruzione da essi altrimenti posseduto), che Marx ovunque nel Capitale, come nelle sue altre opere, fa del concetto e del principio della «contraddizione» e in particolare della «contraddizione» fra la cosiddetta «essenza» e la cosiddetta «apparenza fenomenica». «Tutte le scienze sarebbero superflue se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente» — a questo principio centrale della scienza marxiana il lettore del Capitale si dovrà abituare come all’osservazione abbastanza frequente nel Capitale che una qualsiasi «contraddizione», che si trova in un concetto o legge o formula, ad esempio nel concetto del «capitale variabile», non dice in realtà nulla contro l’uso di tale concetto, ma «esprime solo una contraddizione immanente alla produzione capitalistica». In moltissimi di questi casi un’analisi più dettagliata mostra (e nell’esempio appena portato del «capitale variabile» è stato espressamente detto da Marx stesso) che la presunta «contraddizione» non esiste in verità affatto in quanto tale ma ne viene data solo l’illusione tramite un modo d’esprimersi simbolicamente abbreviato o equivocato per altre ragioni. Ove non sia possibile un’esclusione così semplice della contraddizione, l'avversario antidialettico del discorso della contraddizione in un nesso logico deduttivo che si presenta come scienza rigorosa deve consolarsi con il detto di Goethe sulle metafore, già ricordato da Mehring nel suo interessante studio sullo stile marxiano: «Le metafore non dovete voi negarmi, altrimenti non saprei come spiegarmi».

In effetti, l’accorgimento «dialettico», applicato da Marx in molti punti importanti della sua opera, di presentare i contrasti fra l’essere sociale reale e la coscienza dei suoi portatori, il rapporto, in uno sviluppo storico, fra una tendenza principale di fondo e le sue «controtendenze», che per intanto ancora la compensano o addirittura la ipercompensano, e gli stessi conflitti reali delle classi sociali in lotta fra di loro come altrettante « contraddizioni », ha in tutti i casi il carattere e il valore di una metafora non banale, bensì illuminante profonde connessioni. Esattamente lo stesso vale per l’altro concetto dialettico, presente meno spesso nel Capitale ma in punti determinanti, del rovesciamento della quantità in qualità oppure di un concetto, di una cosa o di un rapporto nel suo contrario (dialettico).

 

V.Il capitale, nel suo contenuto stesso, dimostra quanto il fondatore della concezione materialistica della storia sia stato lontanissimo dal fare del suo nuovo principio una specie di «teoria storico-filosofica universale» portata dall’esterno sopra la storia reale. Come si è già visto a proposito del concetto di valore, la concezione della storia marxiana è stata considerata dal suo creatore non come un principio dogmatico, ma come un nuovo più utile approccio all’indagine del mondo dell’esperienza che è data in modo sensibilmente reale e pratico all’uomo che agisce e pensa. Già cinquant’anni fa Marx ha spiegato, respingendo un fraintendimento del metodo del Capitale da parte del sociologo idealista russo Michajlovskij, che Il capitale e in particolare il suo risultato riassunto nell’ultimo capitolo sull’«accumulazione originaria» non doveva essere che un abbozzo storico dell’origine e dello sviluppo del capitalismo nell’Europa occidentale. Al di là di questo, le tesi formulate nel Capitale hanno validità universale solo nel senso in cui ogni conoscenza sperimentale più profonda di una forma naturale o storica va oltre il caso singolo nella sua validità. In quale alto grado le teorie scientifiche del Capitale possiedano effettivamente questa validità — l’unica compatibile con i principi di una rigorosa scienza sperimentale — lo ha dimostrato in parte lo sviluppo di tutti i paesi europei ed anche di alcuni paesi extraeuropei, e per l’altra parte lo mostrerà il futuro.


[traduzione di Gian Enrico Rusconi]

* Si tratta dell’Introduzione ad un’edizione del Capitale uscita nel 1932 a Berlino presso la Verlagsgesellschaft des Allgemeinen Deutschen Gewerkschaftsbundes. Porta la data del 28 aprile 1932. Nel testo qui tradotto abbiamo omesso buona parte del quinto paragrafo dedicato ai problemi e criteri specifici dell’edizione in questione.
Si ringraziano Gian Enrico Rusconi per aver concesso la riproduzione della sua traduzione, Valerio Valerio per averla trasferita in Word, Riccardo Bellofiore per alcune minime correzioni al testo e Matteo Di Figlia per la preparazione del pdf del testo.

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