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sinistra

La questione dell’imperialismo e il giudizio su Togliatti

Un carteggio tra comunisti

di Eros Barone e Mario Galati

PIRONE2 3Io e Mario Galati, i due ‘epistolografi’ di cui viene qui proposto il carteggio telematico, ci siamo conosciuti frequentando il sito di ‘sinistra in rete’. Anche se non apparteniamo alla stessa generazione, entrambi proveniamo dalla tradizione comunista del movimento operaio; entrambi cerchiamo di recare il nostro contributo alla costruzione del partito comunista in un Paese che, almeno finora, ne è privo, anche se, formalmente e putativamente, di partiti così denominati ne conta quasi una dozzina. Io e Mario, non appena abbiamo potuto, grazie alla cortese mediazione del coordinatore del sito, stabilire un rapporto diretto di comunicazione, siamo stati d’accordo nell’individuare due questioni nodali del processo di costruzione del partito comunista: l’analisi dell’imperialismo e il giudizio su Palmiro Togliatti. Che altro aggiungere se non domandare scusa ai compagni e agli amici interessati a questo àmbito di temi e di problemi, che leggeranno i nostri testi, dei margini inevitabili di approssimazione che sono inerenti al genere letterario che abbiamo prescelto per introdurci in tale àmbito? Confidiamo però che quanto si è perso in termini di rigore teorico e filologico possa essere compensato da quanto si guadagnerà in termini di efficacia espositiva. [E. B.]

* * * *

Per la conoscenza reciproca ed un confronto

teorico-politico e ideologico
(lettera del 1° luglio 2017)

Caro Mario Galati, ti ringrazio (posso darti del tu?) per la pronta disponibilità che hai dato a Tonino. Il motivo è semplice: ho apprezzato i tuoi commenti agli articoli pubblicati sul sito di “sinistrainrete” (comprese le osservazioni critiche al mio articolo sull’‘ultimo Engels’), nonché il chiaro e pugnace orientamento comunista che li caratterizza.

Ho così pensato di fare la tua conoscenza, sia pure indirettamente, e di avviare un confronto teorico-politico e ideologico con te, ovviamente se tu sarai, come mi sembri, interessato a conoscermi e a confrontarti con me. Milito da più di mezzo secolo nelle file del movimento comunista (PCI, DP e CNRPC = Comitato Nazionale per la Ricostruzione del Partito Comunista - una formazione marxista-leninista che operò negli anni novanta del secolo scorso). In questi ultimi anni ho militato nel Partito Comunista (sezione di Genova), dal quale mi sono dimesso poco tempo fa per alcune divergenze e distonie. Mi considero tuttavia (non più un iscritto ma sempre) un sostenitore di questa piccola, difettosa ma, a mio avviso, importante formazione politica della sinistra comunista. Ho finito, per ora, e attendo un tuo gradito cenno di riscontro. Un cordiale saluto. Eros Barone

P.S.: un’ultima nota identificativa: sono un insegnante di storia e filosofia in pensione.

 

Risposta di Mario Galati
(lettera del 2 luglio 2017)

Compagno Eros Barone, è scontato che dobbiamo darci del tu. Ti ringrazio per gli apprezzamenti, che sono reciproci, visto che anch'io leggo e apprezzo i tuoi articoli e commenti. Non sempre si può essere d'accordo su tutto, ma l'impostazione fondamentale mi sembra comune.

Invece che alla fine, inizio proprio con la mia nota identificativa: sono insegnante di diritto ed economia politica e avvocato. Ormai l'avvocato lo faccio molto marginalmente. Il mestiere di insegnante mi lascia più tempo e mente libera per occuparmi di cose che mi interessano di più. Soprattutto letture che non riguardano il lavoro e i fatti (giudiziari) degli altri. Certo, non in modo sistematico, ma più di qualche tempo fa. La mia estrazione, però, è proletaria, visto che sono figlio di braccianti calabresi dei tempi delle lotte per la terra. Quindi, sono nato e cresciuto in ambiente popolare e nel PCI. Anche se anagraficamente sono cresciuto in realtà nel PCI berlingueriano, mi sento togliattiano. E questo ti spiegherà molte cose, ma non tutte, sul mio atteggiamento e la mia lettura del cosiddetto "revisionismo" di Togliatti. Ma in realtà non c'è solo la componente sentimentale biografica a giustificare le mie opinioni sulla storia del PCI. Non nego, però, che ciò abbia un'influenza. La componente biografica ha anche un valore politico, perché mi ha consentito di respirare l'aria del movimento comunista e delle masse di lavoratori, non nella zona operaia urbana d'Italia, ma nella zona periferica meridionale, nel "povero" partito togliattiano, come lo definiva Pasolini. Posso comprendere le aspettative e i desideri di emancipazione. Quelli pratici, ma anche quelli politici, seppure non elaborati in una coscienza teorica compiuta. Per es., ho avuto modo di capire che l'alleanza tra classe operaia e masse di contadini poveri, a direzione operaia, auspicata da Gramsci, attraverso il PCI era una cosa concreta nella coscienza di quelli come mio padre, anche se solo a livello intuitivo.

Quando il PCI è stato sciolto ero abbastanza giovane. Mi impegnai subito per costruire Rifondazione Comunista, in cui rimasi sino al 2007 e ne uscii per incompatibilità politica ed ideologica, che covava da tempo. Rifondazione era diventato un contenitore eterogeneo di tendenze anche anticomuniste e uno strumento politico subalterno. Da allora non sono stato iscritto ad altri partiti. Tu sei di Genova e la tua esperienza è quella urbana di una città operaia con una storia importante. E poi hai fatto studi regolari di storia e filosofia, occupandotene pure per lavoro. Non è il mio caso. Ho ancora molto da leggere, studiare e anche recuperare. Per cui, non so se il confronto con me può avere una qualche utilità. Certo, commentare brevemente scritti altrui è un esercizio più facile che produrli. Sto seguendo ‘sinistrainrete’ da poco. Seguo assiduamente ‘Materialismo Storico’ di Stefano Azzarà e sono un estimatore di Domenico Losurdo, per aggiungere altri elementi sui miei orientamenti. ‘Sinistra in rete’ è molto utile per avere un panorama delle tendenze e delle correnti che si muovono. Ancora siamo in piena babele, mi sembra. Anche se qualcosa si sta muovendo. A volte intervengo perché credo che, come marxisti, non dobbiamo lasciare campo libero a quelle tendenze che si insinuano nel campo dei lavoratori e lo portano allo sfascio. Non so se è utile o se rischio di essere giudicato un grafomane. Dimenticavo di dire che da qualche anno vivo a Parma. Un cordiale saluto.

Eros Barone
(lettera del 3 luglio 2017)

Caro compagno Mario Galati, ora che ci siamo conosciuti proviamo ad affrontare, collocandole nella prospettiva della ricostruzione del partito comunista, due questioni di fondamentale (e fondativa) importanza: l’analisi dell’imperialismo e il giudizio su Togliatti. Ebbene, dal momento che ti professi estimatore di Domenico Losurdo (e come è possibile non esserlo se si pensa che, in quanto storico della filosofia, lo studioso pugliese, fra le altre cose, è l’autore di un libro monumentale su Nietzsche come “Il ribelle aristocratico”?), parto dalla prima questione per chiederti di esprimere il tuo giudizio sulla critica che Alberto Lombardo, responsabile nazionale della formazione per il Partito Comunista, rivolge, rifacendosi all’analisi di tale questione tracciata dai comunisti greci, alla posizione di Losurdo sull’imperialismo e alla conseguente individuazione del “nemico principale”: http://www.lariscossa.com/2017/03/13/lantimperialismo-barocco/ . A questo proposito, ti confesso che anch’io sono incerto di fronte al dilemma, che si pone al movimento di classe e a coloro che, come i comunisti, si propongono di orientarlo e dirigerlo, tra ‘lotta contro l’imperialismo unitario’ e ‘lotta contro l’imperialismo USA’. Non ho dubbi sui capisaldi di una visione integrata dell’imperialismo come ‘formazione economico-sociale’, i cui tratti essenziali sono: a) l’esistenza della catena imperialistica mondiale, b) la legge dello sviluppo ineguale e della correlativa gerarchia tra paesi imperialisti [cfr. su questo punto la voce “Imperialismo” dell’Enciclopedia Einaudi (vol. 7, pp. 157-198, Torino 1979), redatta da Giovanni Arrighi], c) la teoria della rottura dell’‘anello debole’. È però a questo punto che sorge un’obiezione di non poco momento alla linea interpretativa sviluppata da Lombardo, laddove emerge una evidente contraddizione tra la tesi enunciata da Lenin nell’articolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa e la propensione, che mi sembra di cogliere nell’atteggiamento di Lombardo, a ritenere che con la fase imperialista si chiude irreparabilmente l’epopea delle borghesie nazionali e a prendere forma è un sistema-mondo dentro il quale a fronteggiarsi non sono più le borghesie nazionali e i loro Stati ma blocchi sovrannazionali. In altri termini, se è vero quanto sostiene Lenin nell’articolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, che è una stringente confutazione prepostera della subalternità della sinistra di allora e di oggi all’‘internazionalismo del capitale’, e se è indiscutibile la vigenza della legge dello sviluppo ineguale del capitalismo, non si pone allora con forza per il movimento di classe, come indicava Stalin, la necessità di rilanciare la parola d’ordine della lotta per la sovranità e l’indipendenza nazionale, raccogliendo questa bandiera dal fango in cui è stata gettata dalla borghesia e saldando questa lotta alla prospettiva della rivoluzione socialista? Non si ripropone forse, nel quadro del polo imperialista europeo, di cui l’Unione Europea è il braccio economico-finanziario e la Nato il braccio politico-militare, il problema del rapporto fra Stati disgreganti e Stati disgregati e quindi, ancora una volta, in funzione antimperialista e in un’ottica socialista, il problema della lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale? Per contro, mi sento di condividere l’istanza, riaffermata con vigore persuasivo da Lombardo, secondo cui il proletariato non può e non deve, neanche da un punto di vista tattico, schierarsi da una parte o dall’altra dei paesi coinvolti nella contesa imperialista, pena la rinuncia alla propria indipendenza politica e ideologica. Sullo sfondo di questa alternativa intravedo ciò che tu stesso hai richiamato in un tuo incisivo intervento, là dove hai motivato storicamente e politicamente i dati concreti da cui scaturì, sulla scia del VI congresso dell’Internazionale Comunista, la nozione di ‘socialfascismo’ (il VI congresso, lungi dall’essere demonizzato, va conosciuto, contestualizzato e studiato, perché, forse più del tanto celebrato VII congresso, contiene indicazioni estremamente preziose e di notevole attualità sulla teoria, sulla strategia e sulla tattica del movimento comunista).

Passo ora alla seconda questione, che peraltro trapelava già sotto traccia dalle considerazioni or ora accennate sulla questione dell’imperialismo: il giudizio su Togliatti e sul revisionismo (senza virgolette) di cui va considerato uno dei maggiori esponenti a partire dal 1956 (se non prima). Premetto che, come disse Machiavelli di Savonarola, “d'uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza”; questo atteggiamento di rispetto e di ammirazione per uno dei massimi dirigenti del movimento comunista mondiale (dopo Stalin e dopo Dimitrov) non ci esime, tuttavia, dalla necessità di usare la lente del marxismo-leninismo anche nei suoi confronti – e credo che su ciò anche tu, che ti professi “togliattiano”, sarai d’accordo –. In questo senso, mi ha colpito il silenzio assordante sia della stampa borghese sia della stessa sinistra comunista sul 50° anniversario della morte di Togliatti. Un silenzio che, secondo me, rivela, in negativo, l’oscura consapevolezza (timore per gli uni, tremore per gli altri) della necessità non solo di un pensiero critico ma anche del rilancio di un pensiero forte che sia in grado di dirigere il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Sotto questo profilo, allora, non vi è dubbio che la ricognizione critica dell’opera togliattiana assuma un significato e un valore che hanno uno stretto rapporto, pur con tutte le tare del caso, con la storia del presente o, per usare una bella espressione di Paul Sweezy, con “il presente come storia”. Nel momento in cui, entro la crisi generale del modo di produzione capitalistico, la contestazione del presente diventa sempre di più per le masse una prospettiva realistica e possibile, il riappropriarsi della propria memoria storica è un’operazione che ha ben poco di erudito o di accademico, poiché rappresenta un bisogno pratico delle nuove generazioni di militanti. Da questo punto di vista, il ‘terminus a quo’ di una ricognizione critica degli scritti togliattiani è il periodo compreso tra il 1926 e il 1944. Un periodo in cui Togliatti ha dato il meglio di se stesso sia come ideologo marxista-leninista sia come dirigente del movimento comunista internazionale, quindi come costruttore di un pensiero e di un’intelligenza collettiva che ha trovato la sua sintesi teorica e politica nella forma organizzata dell’Internazionale Comunista. In questo senso, ogni tentativo di staccare Togliatti da Stalin, tentativo perseguito dalle schiere di ‘intellettuali organici’ per allinearsi alle falsità del XX Congresso, è arbitrario e privo di ogni fondamento. In realtà, Togliatti ha avuto il merito di porre in evidenza, segnatamente durante la guerra al nazifascismo, il legame tra classe operaia e nazione. Il rapporto tra le classi subalterne e il territorio nazionale costituisce pertanto, a mio avviso, il contributo di maggiore originalità espresso dal pensiero politico di Palmiro Togliatti. Occorre infatti sottolineare che la dimensione essenzialmente tellurica della classe operaia e delle classi subalterne, se si considera l’imperante nichilismo cosmopolita, appare oggi tanto più attuale (come è stato ben detto, è la borghesia che si organizza negli spazi, mentre è la classe operaia che si organizza nei luoghi). Concludo questo discorso con un chiasmo (marxismo-leninismo vs revisionismo), che mi serve a porre in risalto il contrasto tra il Togliatti internazionalista e il Togliatti browderista. Orbene, se con la dizione di marxismo-leninismo si suole indicare un preciso campo teorico-pratico di natura dialettica e rivoluzionaria, che ha, per l’essenziale, i suoi fondamenti nel pensiero di Marx, di Engels e di Lenin e le sue applicazioni concrete nelle esperienze storiche di costruzione di forme statuali di potere proletario, con la correlativa dizione di revisionismo si designa invece un campo teorico-pratico di natura eclettica e gradualistica, che deriva dalla decostruzione del pensiero marx-engelsiano e leniniano, dal suo adattamento alle leggi della riproduzione economica, politica e ideologica della società borghese-capitalistica e dalla liquidazione delle esperienze storiche del proletariato nella lotta per il socialismo (Comune di Parigi del 1871, rivoluzione russa del 1917, ‘biennio rosso’ del 1919-’20, rivoluzione cinese e guerra partigiana contro il nazifascismo in alcuni paesi europei). Quali sono i tratti costitutivi e costanti del revisionismo? quale, se è lecito usare una formulazione weberiana, il ‘tipo ideale’ in cui esso rientra? I tratti che concorrono a definire il ‘tipo ideale’ del revisionismo mi sembrano i seguenti: a) la tesi che il socialismo possa essere perseguito e raggiunto senza una rottura di carattere radicale con il vecchio Stato; b) la tesi che tra democrazia e socialismo vi sia una continuità istituzionale; c) la tesi che premessa necessaria al socialismo sia una nuova direzione egemonica, senza un potere proletario organizzato in un nuovo Stato; d) la tesi che lo Stato borghese possa mutare di segno qualora il proletariato (o il suo partito o una coalizione che comprenda il suo partito) acquisisca il comando delle leve di governo in una struttura istituzionale immutata (inserendosi nella “stanza dei bottoni” di nenniana memoria); e) la tesi, definitivamente abbandonata da Marx ed Engels nel 1871, che la classe operaia possa “semplicemente prendere possesso della macchina dello Stato [borghese] bell’e pronta e volgerla ai propri fini”. Questa schematica elencazione è sufficiente per comprendere che le teorie revisionistiche, oggi imperanti in tutta la sinistra (moderata, antagonista e alternativa), sono nel migliore dei casi, come è stato detto con espressione icastica, ‘teorie della rivoluzione senza rivoluzione’. In esse al concetto di ‘rottura’ che è implicito in una concezione del potere proletario viene sostituito il concetto di ‘processualità progressiva’, che delinea, per l’appunto, un processo nel corso del quale le classi lavoratrici o le forze genericamente progressive acquistano una sempre maggiore influenza nella cosiddetta ‘società civile’, conquistano sempre più vasti alleati, ma non pervengono mai, per dirla con il Gramsci dell’«Ordine Nuovo» (1919-’20), alla “creazione di un nuovo tipo di Stato… e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare”. La “teoria della rivoluzione senza rivoluzione” è, nella storia del movimento operaio, un ininterrotto filo giallo che va da Kautsky all’ultimo Togliatti e ai loro epigoni. Questo filo va spezzato.

Io ho, per ora, concluso il mio discorso. Attendo le tue osservazioni con la certezza che saranno, come al solito, pertinenti e penetranti. Una forte stretta di mano. Eros

 

Lettera di Mario Galati
(18 luglio 2017)

Caro compagno Barone, scusa se mi sono preso tanto tempo per risponderti, ma sono stato un po’ in giro e adesso mi trovo in Calabria, sempre un po' indaffarato. Inoltre, come ti avevo già anticipato, le cose che posso dire non sono supportate da rimandi filologicamente precisi e da una padronanza sufficiente del dibattito sulle questioni affrontate. Purtroppo, pur avendo più tempo di prima, sono sempre legato ad incombenze di lavoro e di vita che limitano il tempo che posso dedicare alla lettura e allo studio. Veniamo alla prima questione: Losurdo parla di individuazione del nemico principale, rimandando a Togliatti, ma questo è solo un aspetto della sua visione complessiva, che guarda all’individuazione della contraddizione principale nelle varie situazioni che la storia ci offre. La storia si presenta come un intreccio di contraddizioni che non possono essere ignorate a favore della sola contraddizione capitale-lavoro (lotte anticoloniali, per l’indipendenza nazionale, lotte femminili, ecc., da ricondurre all’hegeliana lotta per il riconoscimento, se si assume per buono il presupposto universalistico del genere umano). Presa in modo esclusivo e puro, la contraddizione capitale-lavoro sarebbe un'astrazione. La tesi di Losurdo non mi convincerebbe del tutto se conducesse a negare la decisività di ultima istanza dei rapporti produttivi. Ma non credo che Losurdo intenda ciò (anche perché i rapporti di produzione non si presentano in modo immediato, ma si manifestano nelle altre forme di relazione, sino alle relazioni internazionali). Certamente, non possiamo, per es., pretendere di ricondurre il dibattito teologico nella chiesa delle origini sul Figlio generato o procedente dal Padre ad espressione di contraddizioni di classe, se non vogliamo renderci ridicoli, come sottolineato da Gramsci. Magari ci sarà anche un'origine ideologica “di classe” remota di queste differenti concezioni, ma è talmente remota da essersi ormai autonomizzata). Nel suo ultimo libro sul marxismo occidentale, Losurdo critica le correnti più o meno marxiste dell'occidente a partire dall'incomprensione della questione coloniale, della lotta per il riconoscimento e per l'indipendenza economica necessaria. Incomprensione che riflette, quando va bene, dottrinarismo e utopismo astratto; quando va male, integrazione nella visione coloniale occidentale. Questo atteggiamento è alla base di gran parte dell'antistalinismo di maniera di sinistra. Ma questo atteggiamento, secondo Losurdo, è ancora alla base dell'atteggiamento odierno verso la Cina. Le lotte reali del '900 non si possono collocare all'interno della pura contraddizione capitale-lavoro e non hanno realizzato il socialismo ideale. A partire dalla rivoluzione sovietica si è innescato un processo di emancipazione che ha assunto forme spurie rispetto all'idea astratta di una lotta operai-capitalisti e della costruzione del socialismo (ti sto dicendo cose ovvie, visto che risalgono a Lenin e alle radici del leninismo). La stessa battaglia di Stalingrado può considerarsi una tappa della lotta anticolonialista. Le lotte per l’indipendenza nazionale, anche tra nazioni capitalistiche, e il processo di decolonizzazione si collocano su questa scia spuria. La posizione di Marx sull’indipendenza polacca e sulla questione irlandese coglie questa contraddizione. Nel processo di decolonizzazione, all’indipendenza politica è necessariamente seguita una fase di ricerca dell’indipendenza economica. E questa non poteva essere conseguita senza l’innalzamento delle forze produttive (la storia sovietica rientra in questa storia, anche se il suo significato è molto più ampio e universale). Secondo Losurdo, è ciò che sta avvenendo in Cina, particolarmente da Deng Xiao Ping in poi. Siamo ancora alla seconda fase della lotta anticoloniale, che non è ancora cessata. La politica economica cinese potrebbe essere considerata una nuova NEP. In effetti, chi parla di restaurazione del capitalismo in Cina non considera i dati economici effettivi: l’80% dell’economia cinese è pubblica. E così anche la terra, le banche e molti colossi aziendali. I cinesi hanno invitato le imprese capitalistiche occidentali a recarsi in Cina e a sfruttare la manodopera cinese. È vero. La Cina ha funzionato da distretto manifatturiero per gli USA ed ha prodotto merci a basso costo per il resto del mondo. Ma la Cina aveva bisogno di acquisire la tecnologia avanzata capitalistica e di elevare la sua produzione. L’apertura ai capitalisti occidentali era il mezzo necessario. E lo ha fatto. Centinaia di milioni di cinesi sono stati gettati in un processo di sfruttamento da rivoluzione industriale ottocentesca. Ma centinaia di milioni di cinesi sono stati sottratti alla povertà (certo, al prezzo di enormi sacrifici). E il processo di miglioramento economico, del sistema sanitario e assistenziale, ambientale, la produzione per il consumo interno, non per le esportazioni (ossia, lavorare per se stessi e non per gli altri), sta procedendo secondo le pianificazioni cinquantennali operate dal partito comunista. Matematici e ingegneri cinesi sono tra i più numerosi e preparati del mondo. La Cina si sta ponendo all’avanguardia tecnologica in numerosi settori (per es., quello delle tecnologie ambientali). Certo, il processo può sfuggire di mano e l’accresciuto potere capitalistico potrebbe travolgere il potere politico del PCC ed estinguere il processo socialista. Non è detto che alla NEP segua, non dico una collettivizzazione, ma nemmeno un consolidamento del carattere prevalentemente pubblico dell’economia cinese. Sono consapevole di questo rischio reale.

Sul piano internazionale la Cina si avvia a divenire la prima economia mondiale e una potenza politica, rafforzata sul piano militare. Intreccia rapporti e alleanze in tutto il mondo, se non in alternativa, sicuramente non in sintonia con la potenza americana che, pur in presenza di rapporti contraddittori (la Cina è un grande mercato, il distretto manifatturiero degli USA che produce a basso costo per i consumatori americani, detiene una buona fetta del debito pubblico americano) le muove una guerra sotterranea indiretta, economica, militare e psicologica. La Cina pone in discussione l’egemonia del sistema imperiale americano e si propone come punto di riferimento egemone per il futuro. Può essere considerata una potenza imperialista? Ritengo che ciò sia categoricamente da escludere. Penso, invece, che sarà la leva fondamentale che cambierà il mondo e romperà gli equilibri attuali. Non penso che avvierà immediatamente processi socialisti o rivoluzionari, ma muterà il terreno di lotta. Tu parli di imperialismo come di una “formazione economico-sociale”. Io sono rimasto alla definizione leniniana dell’imperialismo come fase suprema, per i tempi, della formazione economico-sociale capitalistica. Quali le caratteristiche di questa fase? 1) Fusione tra capitale industriale e capitale bancario (il capitale finanziario). A proposito, con la riforma bancaria degli anni ’90 si è riavviato un nuovo processo di fusione, interrotto in Italia con la legge bancaria del ’36 e relativa concentrazione monopolistica; 2) Esportazione di capitale finanziario. Il capitale non occupa territori solo per saccheggiare risorse naturali e per accaparrarsi mercati di sbocco delle proprie merci, ma controlla e occupa territori per esportare capitale, cioè mezzi di produzione, e produrre direttamente sul luogo. Quindi, parlare di imperialismo nel senso leniniano significa parlare di cose ben precise, non di semplice egemonia, espansionismo o sfruttamento economico, come per l’imperialismo antico. La Cina presenta le caratteristiche indicate da Lenin? 1) In Cina si è saldato il capitale industriale con il capitale bancario, dando vita al capitale finanziario e alla concentrazione monopolistica? 2) la Cina è esportatrice di capitale finanziario e non invece di merci? 3) la Cina saccheggia le risorse di altri popoli con fare predatorio e controllo militare (diretto o indiretto, come nel neocolonialismo)? Mi sembra che la risposta sia negativa a tutte e tre le domande. Esistono grandi imprese, tra le più grandi del mondo. Ma alcune sono sotto il controllo pubblico e il sistema bancario è pubblico. La Cina è esportatrice di merci, ma non di capitale. Non è, cioè, alla ricerca di aree in cui impiantare le sue produzioni. Semmai è il contrario: è territorio di importazione di capitale finanziario per i capitalisti occidentali alla ricerca di manodopera a basso costo. Non ha il controllo militare o indiretto di aree del mondo da predare. Sentivo un’intervista di un sindacalista congolese che riferiva la preferenza degli africani di rapportarsi ai cinesi nello sfruttamento delle loro risorse rispetto agli americani. Saprai della presenza cinese in africa (tutta quella propaganda sul Darfur, anche con l’utilizzazione dell’immagine di John Lennon, è una campagna della guerra psicologica anticinese). Ho escluso l’esistenza di un imperialismo cinese perché, non conoscendo lo scritto di Lombardo, presumo che nell’”imperialismo unitario” egli intenda inscrivere un imperialismo cinese e russo. Ma esiste forse un imperialismo russo? A questo proposito ti segnalo un interessante articolo apparso ai primi di giugno su ‘sinistra in rete’: Renfrey Clarke e Roger Annis : https://www.sinistrainrete.info/marxismo/9947-renfrey-clarke-e-roger-annis-il-mito-dell-imperialismo-russo-in-difesa-dell-analisi-di-lenin.html >. So benissimo che la Russia è controllata da una banda oligarchica di briganti. Ma la posizione della Russia di Putin non è la stessa di quella di Eltsin. Come la posizione dell’Ucraina filo-russa del brigante Yanukovic non è quella dell’Ucraina nazista filo-Nato. L’intervento russo in Siria non può essere ritenuto equivalente a quello americano. Il capitalismo Usa e Nato è l’aggressore imperialista dello stato capitalista russo, che vuole rendere subalterno ai propri interessi. Ma anche la Polonia di cui Marx caldeggiava l’indipendenza era dominata da una classe di aristocratici terrieri. Lo stesso Lenin sosteneva che rapporti di dominio si stabiliscono anche tra paesi capitalistici e che un paese capitalistico può esercitare l’imperialismo anche nei confronti di altri paesi capitalistici. Bisogna distinguere tra chi esercita l’oppressione e chi la subisce. Il partito comunista russo fa queste distinzioni e non mi sembra abbia perso l’indipendenza ideologica. Non mi sembra un partito socialsciovinista. Dunque, venendo alla tua prima questione: ‘lotta contro l’imperialismo unitario’ o ‘lotta contro l’imperialismo USA’?, direi che l’opzione non si pone. Esiste un imperialismo Usa e del sistema dagli Usa guidato, che comprende il Giappone e l’UE. Esistono conflitti ancora su base nazionale all’interno di questo sistema a guida USA. Cos’è stata la guerra libica, se non l’iniziativa imperialistica francese, diretta principalmente contro l’influenza e gli interessi italiani in Libia? La necessità di frenare la caduta tendenziale del saggio di profitto accentua la tendenza alla guerra, che diventa anche strumento di concorrenza di gruppi capitalistici nazionali contro altri gruppi capitalistici di altri Stati. La recente guerra libica conferma la tesi leniniana per cui le contraddizioni interimperialistiche si risolvono solo con la guerra (in questo caso, come da decenni, guerra indiretta, e in parte delegata, in altre aree), non con la spartizione pacifica proporzionata ai rapporti di forza. In Africa, l’imperialismo USA e l’imperialismo francese non si muovono come un soggetto unitario, ma sulla base dei loro interessi nazionali nelle varie aree di influenza. La stessa prima guerra del Golfo aveva il sapore di una guerra contro il Terzo Mondo, ma anche contro l’Europa e la Germania. Nella stessa Europa gli Usa hanno interessi di sistema convergenti con quelli europei, ma gli interessi convergenti convivono con quelli divergenti e contrastanti nazionali (v., per es., i contrastanti interessi sull’approvvigionamento energetico e sui vari corridoi energetici). Il fatto che gli Usa abbiano il ruolo di leader e di gendarme militare dell’intero blocco capitalistico non significa che il ruolo dello stato capitalistico sia ormai venuto meno e che le borghesie non hanno più alcuna base nazionale. Oggi si assiste ad un ritorno del conflitto mercantilistico tra i vari Stati capitalistici, dagli USA ai paesi europei ed asiatici. Anche l’UE, strumento degli interessi borghesi e della lotta di classe del capitale, presenta conflitti e contraddizioni tra i vari Stati nazionali. L’attuale egemonia tedesca non equivale alla definitiva integrazione europea e cancellazione delle differenze tra i sistemi capitalistici dei vari Stati. In questo contesto, non mi sembra si possa ragionare soltanto per aree. Né mi sembra possibile mantenersi equidistanti e indipendenti tra gli USA, la Cina e la Russia. E neppure mi convince la pregiudiziale neutralità, anche di fronte ad esigenze tattiche, nello scontro tra imperialismi o presunti tali (v. quanto scritto sopra), gerarchicamente differenziati. Altra cosa, invece è indulgere in posizioni scioviniste e filo-imperialiste, di qualsiasi natura e nazionalità. Esponenti del terzo mondo dissentivano dall’alleanza antinazista tra URSS e Inghilterra (vedi. Losurdo, “Il marxismo occidentale”). Sostenevano che la democrazia liberale inglese era una potenza colonialista e razzista che opprimeva i loro popoli, dalla natura non diversa rispetto alla Germania nazista. Tutto vero. Ma quale era la giusta posizione? Quella sul nemico principale o quella sull’indistinzione tra le potenze colonialiste imperialiste? L’URSS non doveva cercare l’alleanza antinazista? Quanto al problema dell’Unione Europea e della opportunità o meno di riacquistare indipendenza nazionale, mi sentirei di rispondere positivamente alle tue domande. Non solo per il fatto che singoli Stati si trovano più o meno soggetti all’egemonia tedesca e sminuiti nella loro autonomia. Non per una questione di indipendenza nazionale in sé e per sé. Quanto per il fatto che la sottrazione di sovranità nazionale a favore dell’UE è lo strumento per ostacolare e impedire la partecipazione e l’organizzazione dei lavoratori, non tanto delle nazioni. Stabilendo regole sopra e contro le costituzioni, borghesi quanto si vuole, ma progressive, allontanando e celando i centri di decisione, blindando giuridicamente nella prigione ordoliberista l’Europa, si chiudono gli spazi di organizzazione e di intervento per i lavoratori, non solo per la piccola borghesia euroscettica. Perciò, rompere questa prigione e riacquistare sovranità nazionale potrebbe offrire ai lavoratori maggiori spazi di lotta. La rottura dell’UE potrebbe avere un significato progressivo. Lo stesso Lenin, nello scritto che tu citi, non fa questione di formale e meccanico internazionalismo: gli Stati Uniti d’Europa della borghesia sono lo strumento della borghesia. Mi pare che l’UE sia esattamente questo. Vi è chi ritiene che ci siano spazi d’organizzazione e di lotta internazionale europea per i lavoratori. E che all’internazionalizzazione del capitale si può solo rispondere con l’internazionalizzazione dei lavoratori. L’Internazionale era nata su questo presupposto. Ma le forme di lotta e di organizzazione sono state storicamente varie e diverse, corrispondenti a situazioni diverse. Su questo non ho le idee chiare. Sinora, però, non si è arrivati a nessuna organizzazione o coordinamento internazionale e la resistenza languisce a tutti i livelli. Quanto a Togliatti, ti scriverò in seguito. Un caro saluto. Mario

 

Il giudizio su Togliatti
(lettera di Mario Galati del 18 gennaio 2018)

Caro compagno Barone, intanto, spero che tu stia bene, poi, con i miei tempi da ere geologiche, ti rispondo adesso su Togliatti. Nelle tue osservazioni distingui tra il Togliatti del periodo 1926-1944, pienamente marxista-leninista, e il Togliatti successivo, soprattutto dopo il 1956, revisionista.

Certo, gli stessi Plechanov, Kautsky, ma anche Bernstein, hanno questa doppia dimensione dovuta al passaggio dal marxismo ortodosso al revisionismo. Dunque, la parabola di Togliatti non ha nulla di strano e gli si possono riconoscere tranquillamente i meriti passati, stigmatizzandone i difetti successivi, magari ricorrendo alla categoria del tradimento, come, nei fatti, fece Lenin per Plechanov e Kautsky. Ebbene, mi sembra schematico e astratto ragionare in questi termini. E l’astrazione schematica conduce alla deformazione della realtà e all’errore. Intanto osservo che il Togliatti del 1944, che rientra in Italia e avvia la cosiddetta “svolta di Salerno” e il partito nuovo, è pienamente inserito nell’Internazionale Comunista a guida staliniana. Non è pensabile che rientri da Mosca in Italia promuovendo una svolta all’insaputa di Stalin e dell’IC, o, addirittura, contro Stalin e l’IC. E’ evidente che il passo è stato deciso e concordato a Mosca (anzi, Kruscev, nelle sue memorie, scrive che il passo sarebbe stato imposto da Stalin ad un Togliatti avventurista, che avrebbe voluto promuovere l’insurrezione armata. Con la solita perfidia Kruscev insinua menzogne per far passare Togliatti come un estremista avventurista, per screditarlo nello scenario dell’epoca, ma le fonda sulla verità che Stalin era pienamente partecipe, se non ispiratore, della svolta). A me le ragioni di questo passo, e delle sue conseguenze future, sembrano chiare: a Yalta era già stata decisa la collocazione dell’Italia nell’area di influenza capitalistica, in Italia c’erano le forze armate angloamericane e, come successivamente provato, nonostante la lotta e l’organizzazione resistenziale, i rapporti di forza per una rivoluzione socialista non erano favorevoli. In Grecia hanno dovuto constatare amaramente come stavano le cose. Rimproverare a Togliatti di aver frenato la rivoluzione è soltanto nella testa di chi ha sempre una rivoluzione immaginaria da compiere. Ma questa è solo la critica più rozza che viene mossa a Togliatti. Su di essa ci si potrebbe limitare ad una semplice alzata di spalle, tanto è evidentemente arbitraria e fondata sul velleitarismo rivoluzionario, più che sulle situazioni concrete. Il ruolo dei partiti comunisti nell’area capitalistica dell’Europa occidentale era quello di organizzare movimenti di massa, certamente per conquiste sociali “riformiste” a favore dei lavoratori, ma anche per sostenere con la loro pressione nelle aree capitalistiche di appartenenza l’intero campo socialista e l’URSS ( e le lotte di liberazione anticoloniale). Senz’altro, ciò significava mettere da parte la rivoluzione nel proprio paese nell’orizzonte che era dato scorgere in quell’epoca storica, ma non significava escluderla definitivamente dal proprio orizzonte e dall’orizzonte mondiale. La cosa fondamentale era che non si rompeva il campo socialista internazionale. Partiti comunisti occidentali “riformisti” e partiti comunisti al potere nell’area socialista formavano un unico campo ed un unico fronte di lotta (nel quale vi erano da aggiungere tutte le organizzazioni di liberazione anticoloniali dell’‘anello debole’).

Costituzione, democrazia progressiva, socialismo

Torniamo al “rinnegato” Kautsky, a Plechanov, a Bernstein ed a tutti i socialdemocratici riformisti e revisionisti di ogni risma. La loro teoria dell’evoluzione graduale verso il socialismo, della via parlamentare al socialismo, della conquista della macchina statale così com’è per volgerla ai propri fini, ovvero, della neutralità dello macchina statale borghese, insinuano un’analogia con le tesi togliattiane della democrazia progressiva e dell’avanzata verso il socialismo nell’ambito della Costituzione italiana e per suo mezzo. Ma l’analogia è solo apparente. Non vi è identità teorica e nemmeno internità, come variante, alla teoria revisionista socialdemocratica. Teoricamente, Togliatti non ha mai sostenuto la definitività della forma democratica borghese, così come disegnata dalla nostra Costituzione, come forma dello Stato socialista da costruire. Ciò che ha sostenuto è che la Costituzione italiana apre una strada per avanzare verso il socialismo, ma la sua realizzazione dipende dalla lotta di classe e dal suo grado di sviluppo (lo ha detto espressamente, ma non sono filologicamente preciso perché non ricordo in quale scritto o discorso). La Costituzione reca formalmente al suo interno principi che, se realizzati, conducono verso il socialismo, non che sia una costituzione socialista. Realizzare la parte progressiva della Costituzione (art. 3, comma 2, in particolare) significa modificare i rapporti di forza tra le classi e avanzare verso il socialismo. La modificazione dei rapporti di forza e l’avanzata verso il socialismo non sono la realizzazione del socialismo. Togliatti non dirà mai: “Realizzata la costituzione, abbiamo realizzato il socialismo”. Questa è la chiarezza e l’ambiguità di Togliatti. L’ambiguità era nelle cose. Nuovi rapporti di forza tra le classi nella legalità costituzionale aprono uno scenario nuovo e più favorevole alla realizzazione socialista. Si tratta di democrazia che può progredire verso il socialismo. Ma la forma che assumerà la fase successiva della lotta politica e sociale non è esplicitata. Non è mai stata esplicitamente esclusa una fase violenta, limitandosi a porre l'accento sulla fase democratica del movimento di massa. Era opportunismo non dirlo? Può darsi, ma poteva essere pure opportunità politica ed esigenza tattica. Ciò che si sosteneva era: noi vogliamo realizzare la parte progressiva della costituzione e avanzare verso il socialismo, utilizzando gli strumenti che il sistema democratico borghese ci offre, ma non cadendo nel cretinismo parlamentare, bensì suscitando azioni di massa e modificando i rapporti di forza tra le classi. Quello parlamentare borghese è solo lo sbocco di queste lotte di massa. Nelle condizioni italiane e internazionali dell’epoca, la strategia del partito consiste nel suscitare movimenti di massa per rivendicare la realizzazione dei principi progressivi della Costituzione, verso il socialismo. Si può pensare Togliatti tanto ingenuo da credere che la borghesia avrebbe lasciato realizzare il socialismo pacificamente per via democratico-parlamentare? Mao lo ha insinuato nella sua polemica, ma sbagliava, secondo me. Togliatti aveva visto e compreso il fascismo, la guerra, aveva lottato attivamente e… all’improvviso si sarebbe dimenticato di cosa è capace la borghesia per mantenere il potere. Questo significa considerarlo uno stupido o un traditore. Anche se ammetto che questa ambiguità contiene elementi che hanno generato un filone riformista opportunista che conduce al PCI di Berlinguer e poi al PDS, DS, PD (v., per es., lo scritto di Chiarante per Rinascita del 1986, reperibile su Associazione Stalin, a mio avviso deformante). Ma ciò che occorre sottolineare è che questa tattica e strategia si può comprendere e giustificare soltanto nel quadro storico dell’epoca. È giustificata soltanto dalla situazione interna, di assenza di una situazione rivoluzionaria, e dalla situazione internazionale, di esistenza del campo socialista e terzomondista anticoloniale. Il campo socialista era la sponda per il movimento dei lavoratori dei paesi capitalistici e il movimento dei lavoratori nei paesi capitalistici erano la sponda per il campo socialista e anticoloniale. Se non si tiene presente il quadro complessivo unitario non si dà un giudizio corretto.

Quando i leninisti parlano della rivoluzione socialista in un solo paese non negano il supporto e l’assistenza rivoluzionari provenienti dalle masse di altri paesi. È ben noto che senza l’aiuto delle masse nei paesi capitalisti l’Unione Sovietica non avrebbe potuto resistere. Questo stesso aiuto alla dittatura del proletariato da parte delle masse dei paesi capitalisti è una delle contraddizioni dell’imperialismo: >la situazione nei paesi capitalisti potrebbe non essere matura per una rivoluzione, ma i lavoratori e gli altri sfruttati sono abbastanza rivoluzionari da rendersi conto che la dittatura del proletariato in Unione Sovietica è la più grande conquista del proletariato mondiale, e sono abbastanza determinati da combattere l’imperialismo dei loro paesi a difesa della patria dei lavoratori>”. Olgin, “Trotskismo, controrivoluzione mascherata” del 1935.

Per es., il movimento per la pace fomentato dai comunisti, era un movimento a difesa dell'URSS contro le aggressioni minacciate, non un movimento pacifista astratto. Era chiaramente connesso alle necessità dell'URSS di Stalin. Prendo sempre a prestito da Olgin la sottolineatura del problema coloniale rispetto alla rivoluzione:

“Le tesi sulla questione coloniale e nazionale presentate da Lenin al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista (1920) dicono:

Il capitalismo europeo trae il suo potere principalmente non dai paesi europei industrializzati, ma dai suoi domini coloniali. Per la sua esistenza sono necessari il controllo di vasti mercati coloniali e un ampio sfruttamento.

[…]

Il plusvalore ricevuto dalle colonie è la risorsa principale del capitalismo moderno. Il proletariato europeo sarà in grado di rovesciare il sistema capitalista soltanto quando questa risorsa si esaurirà.

La separazione delle colonie> [dalla “madrepatria”] e la rivoluzione proletaria rovesceranno il sistema capitalista in Europa.> Di conseguenza, l’Internazionale Comunista deve mantenere stretti contatti con quelle forze rivoluzionarie che al momento sono impegnate nel rovesciamento dell’imperialismo nei paesi economicamente e politicamente oppressi. Per il completo successo della rivoluzione mondiale è necessaria l’azione comune di entrambe queste forze> [sottolineatura mia, M.J.O.]. (Lenin, >“Tesi per il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista”, Opere complete>, vol. XXXI, pp. 159-166>)”.

In sostanza, non si può capire Togliatti se non si tiene presente la sua visione globale e internazionale dei problemi e del movimento comunista. Paradossalmente, la “via italiana al socialismo” scaturisce proprio da una visione internazionale molto ampia. E sempre da Olgin prendo a prestito il concetto dell'oltrepassamento del riformismo socialdemocratico borghese e della legalità borghese attraverso le lotte di massa per la conquista di diritti sostanziali, ma, attenzione, in un quadro di solidarietà internazionale con le nazioni oppresse (in caso contrario, scadremmo nell'opportunismo complice socialdemocratico):

In terzo luogo bisogna notare che Trockij non omette invano delle richieste vitali come i salari più alti, una giornata di lavoro più breve, l’assistenza contro la disoccupazione, il diritto delle nazioni oppresse>.Perché nel momento in cui i lavoratori iniziano a lottare per quelle richieste la legalità borghese va in frantumi. I suoi limiti sono superati. (E INFATTI, TOGLIATTI MIRAVA A QUESTO SUPERAMENTO, A QUESTA CONTRADDIZIONE. ART. 3 Cost., LOTTE DI MASSA, ECC. ECC.) Trockij promette impli­citamente ai dirigenti socialdemocratici di non impegnarsi in quelle azioni, di non favorirle. Inoltre sa bene che quando i socialdemocratici saranno al potere useranno le forze armate dello Stato contro i lavoratori che metteranno in pratica quelle azioni. Quando fa appello ai socialdemocratici perché si uniscano a lui, è obbligato a limitarsi a richieste innocue come una singola camera e l’abbassamento dell’età del voto. Solo qui i socialdemocratici possono venirgli incontro. Ed è solo con un programma del genere che ha intenzione di legare il destino dei trotskisti a quello dei dirigenti socialdemocratici”.

A parte l’assolutizzazione della via pacifica e parlamentare, economicistica ed evoluzionistica al socialismo, che in Togliatti non c’è mai stata, in nessuna fase della sua vita, qual è stato l’atteggiamento dei revisionisti storici rispetto alla guerra imperialista, alla rivoluzione d’Ottobre, alla questione coloniale?

Sempre dalla parte del potere capitalistico borghese, dalla parte della guerra imperialistica, di feroce ostilità verso la rivoluzione, di complicità coloniale.

Esattamente l’opposto di Togliatti: sempre dalla parte della rivoluzione, della guerra di liberazione coloniale, contro la guerra imperialista e l’aggressione ai paesi del socialismo.

La sensibilità e la consapevolezza leninista anticoloniale di Togliatti non era presente nemmeno in partiti comunisti che si piccavano di essere fedeli interpreti marxisti leninisti, come quello francese.

La cultura di Togliatti era agli antipodi della cultura positivistica, copertura della conservazione e della reazione, alla base del revisionismo.

Inserire Togliatti nella famiglia revisionista significa fargli un torto e un’offesa.

A questo punto, prima di passare all'esame della posizione di Togliatti rispetto all'URSS, a Stalin, al movimento comunista in generale, ti anticipo una mia conclusione: non ritengo che la strategia togliattiana sia proponibile nella fase attuale. Senz'altro ritengo necessario ed opportuno il richiamo alla Costituzione ed ad una sua attuazione progressiva, come strumento tattico; ma occorre sgombrare il campo da ogni illusione e dire in modo chiaro ed esplicito, senza più le riserve togliattiane, che il socialismo non potrà essere realizzato con le sole lotte di massa pacifiche, disarmate, non violente; far capire chiaramente che una via parlamentare per il socialismo non esiste, se non come momento della lotta. Dirlo, però, è facile. Il difficile è fare azione ideologica e azione organizzativa insieme, predisponendo, cogliendo e sviluppando le possibilità che le circostanze offriranno. Dire che soltanto lo sviluppo della situazione ci chiarirà il che fare è altrettanto facile e potrebbe essere soltanto la formuletta dell'eterno rinvio. Ma questa risposta è superiore alle mie forze.

Togliatti, URSS, Stalin

Rimango abbastanza sorpreso quando leggo compagni che inseriscono Togliatti tra i convertiti all'antistalinismo, i krusceviani, i revisionisti demonizzatori della storia sovietica e di Stalin (anche se solo per opportunismo, per qualcuno). Rimango sorpreso soprattutto quando questi giudizi sono basati sull'intervista a “Nuovi Argomenti” e sul “Memoriale di Yalta”. Certo, parte del PCI aveva tutto l'interesse a tirare Togliatti dalla sua parte, presentandolo come il precursore della svolta socialdemocratica. Ma chi vuole rimanere comunista ha l'interesse di consegnare Togliatti al campo avverso? Il fatto che Togliatti (tutto Togliatti, non solo quello ante- '56) sia ciecamente e con odio attaccato ogni qual volta si intendono attaccare i comunisti non dice nulla? Nell'intervista a “Nuovi Argomenti” Togliatti fa concessioni formali alle critiche a Stalin, ma, di fatto, >difende e rivendica tutta la storia sovietica, di Lenin e di Stalin. Mi sorprende come non si riesca a leggere una cosa così evidente. Nel “Memoriale di Yalta” sottolinea e rivendica i risultati e la positività dell'azione comunista, dalla rivoluzione, da Lenin, a Stalin, come oggettivamente giusti, separandoli da eventuali errori, difetti e “vizi personali”, “deformazioni staliniane”. Ci sono stati vizi ed errori? Ma la strada è stata giusta. Così facendo difende Stalin e la nostra storia, non la rinnega. Riconosce sinceramente situazioni autoritarie e poco libere da correggere, ma avanza cause oggettive, non personali di Stalin per tutto ciò. Difende Stalin, non accetta la demolizione della sua figura (che era un attacco a tutto il movimento comunista, per ciò che Stalin rappresentava) e non accetta le categorie interpretative borghesi della storia. Non credo si sia notata e sottolineata la sua osservazione sulle deviazioni e repressioni, da mettere, più che sul conto di Stalin, a carico dei responsabili locali del partito. E Kruscev era uno di questi! Per chi ha letto “Kruscev mentì” di Grover Furr, questo dovrebbe essere chiaro (Kruscev fu tra i dirigenti locali quello che chiedeva quote maggiori per la repressione nel periodo '36-'39. La favoletta che ogni cosa era decisa, controllata e applicata dall'”autocrate” Stalin non ha fondamento fattuale ed è assurda sul piano delle reali dinamiche storico-sociali). E' anche una stilettata a Kruscev.

Come lo è l'osservazione, nel “Memoriale di Yalta”, che le situazioni autoritarie e poco libere da correggere continuavano nell'URSS di Kruscev, solo che adesso non c'era più l'accerchiamento che le potesse giustificare! Dunque, nel periodo staliniano c'era una situazione di accerchiamento e la stretta autoritaria poteva essere giustificabile. E ora, con l'umano e democratico Kruscev? Da evidenziare anche l'affermazione, nell'intervista a “Nuovi Argomenti”, di aver conosciuto un altro Stalin, non quello descritto dal rapporto Kruscev. Poteva essere più chiaro di così, in quella situazione? Non si possono decontestualizzare queste dichiarazioni. Stiamo parlando del “dopo rapporto segreto” di Kruscev, cioè del segretario del PCUS, non di un qualsiasi personaggio. Non è la sede per parlare del rapporto Kruscev, ma bisogna constatare che aveva causato un terremoto (l'attacco avveniva dall'interno, ormai, ed offriva un'arma straordinaria, mortale, agli avversari) ed aveva sconvolto anche molti comunisti. Honecker, per es., aveva rimosso il quadro di Stalin dalla sua stanza (dopo si renderà conto della mistificazione, ma allora...). Togliatti non c'era cascato; come la pensasse era chiaro (tanto è vero che gli viene continuamente rimproverato dagli avversari. L'accusa di doppiezza non è altro che questo rimprovero). Ma se Concetto Marchesi, come intellettuale, poteva contestare apertamente Kruscev, Togliatti, come responsabile politico del PCI, non poteva farlo, pena la rottura col PCUS e con l'URSS, la sfiducia delle masse. Si trovava tra l'incudine della demolizione della figura di Stalin (fondamentale e simbolica e alla quale, tra l'altro, era politicamente e personalmente legato) e il martello del distacco dal partito e dal paese del socialismo e della frattura del movimento comunista mondiale. Un dirigente come Togliatti non poteva essere guidato solo da un'etica privata o da libero intellettuale, ma era soggetto all'etica della responsabilità. Responsabilità verso il partito e il movimento comunista internazionale e verso le masse lavoratrici (Costanzo Preve riconosce questa etica della responsabilità dinanzi alla Chiesa a Benedetto XVI, nella difesa della vecchia filosofia e teologia, ma, curiosamente, come tanti altri, non la riconosce a Togliatti, nella sua opera teorico-politica, come dirigente di un grande movimento e di grandi masse, e non come semplice “libero” intellettuale). In quel periodo Togliatti viveva una tragedia politica (salvare il partito e il movimento comunista). Kurt Gossweiler, nei suoi diari e nei suoi scritti contro il revisionismo, pone Togliatti come avversario di Kruscev e come difensore del movimento comunista e della sua unità. Giudicando giustamente l'opera di Togliatti nella situazione del tempo e interpretando le sue affermazioni nelle forme e nei rituali in uso nel movimento comunista del tempo, non muove alcun rilievo di revisionismo. Tutt'altro. Tutto il “Memoriale di Yalta” è letto da Gossweiler come una stilettata, ormai da morto, a Kruscev. Addirittura sospetta che Togliatti sia stato fatto avvelenare da Kruscev a Yalta. Forse dà una giustificazione troppo sbilanciata sul piano tattico, senza approfondirne le implicazioni teoriche, quando dice che la maggiore autonomia dei partiti comunisti (e la “via italiana al socialismo”, quindi) prefigurata nel “Memoriale di Yalta” è dettata dalla necessità di sganciarsi non dall'Unione Sovietica in generale, ma dall'Unione Sovietica di Kruscev. Significava allentare il potere di Kruscev e non legare automaticamente le sorti del partito al PCUS del tempo, del quale presagiva i problemi.

Gossweiler, invece di fermarsi alle critiche pur rivolte da Togliatti ai cinesi, coglie nella posizione del dirigente italiano una loro sostanziale difesa contro gli attacchi krusceviani. Non una difesa delle loro posizioni teoriche e del loro atteggiamento, ma una difesa della necessaria unità del fronte comunista e antimperialista mondiale, opponendosi alla scomunica e alla rottura che avrebbe voluto Kruscev. Infine, dico che in Togliatti ammiro, oltre che il suo legame con le masse dei lavoratori, la levatura intellettuale, l'ampiezza di prospettiva, la chiarezza, la linearità del linguaggio. In particolare ritengo giustissimo il metodo (che è anche di Gramsci) e l'indicazione di confrontarsi concretamente, dialetticamente, con i problemi e le correnti culturali, non dogmaticamente, per far scaturire la linea giusta e il superamento dialettico delle posizioni avversarie (e anche delle proprie, fermi restando gli obiettivi e l'impianto marxista), di non considerare automaticamente come nemici i soggetti e le culture diverse. Rispetto alla formazione culturale dei compagni disse che non basta leggere i testi marxisti e magari imparare delle formule, ma occorre l'interesse e il confronto con tutta la cultura e la concretezza offerte dalla storia.

Ti saluto

Mario Galati

P.S. Trovo utili le tue schede ‘power point-pdf’ sulla rivoluzione d’Ottobre e su Galileo. Quelle su Galileo mi danno indicazioni di logica ed epistemologia, nelle quali sono digiuno.

A proposito del giudizio su Togliatti: risposta al compagno Mario Galati
(lettera di Eros Barone del 21 gennaio 2018)

Caro compagno Galati,

nella tua ampia ed articolata esposizione tu poni ed affronti le seguenti questioni: 1) il giudizio sulla svolta di Salerno; 2) il ruolo dei partiti comunisti occidentali; 3) il giudizio sulla “via italiana al socialismo”; 4) L’internazionalismo di Togliatti; 5) l’URSS e il movimento comunista internazionale; 6) Togliatti e Stalin; 7) Togliatti, Kruscev e i comunisti cinesi. Nella mia risposta seguirò di massima, per comodità espositiva, l’ordine di successione in cui hai disposto queste sette questioni.

Sennonché, prima di entrare nel merito delle questioni testé elencate, consentimi di premettere alcune considerazioni generali e di metodo. Orbene, è un classico ‘topos’ della cultura borghese, al quale mi sembra che anche tu in qualche misura soggiaccia, distinguere tra un marxismo ‘critico’ ed ‘aperto’ e un marxismo ‘dogmatico’ e ‘chiuso’. Questa distinzione è stata spesso assunta e fatta propria da un buon numero di marxisti, che io definirei ‘a mezzo servizio’, senza basarla sui propri princìpi, cioè in sostanza ridefinendola, bensì mutuandone tutto il contenuto ideologico di origine: ciò è avvenuto non solo in occidente, ma anche negli stessi paesi socialisti, quantunque lì la ricezione del ‘topos’ sia avvenuta ‘a posteriori’, cioè per opporre il nuovo Diamat al vecchio Diamat. In realtà, la suddetta ricezione si è sempre realizzata, in un senso o nell’altro, sull’onda di una qualche ‘criticità’ del pensiero borghese, da integrare in quello marxista. La categoria filosofica della ‘critica’, infatti, è nata con la borghesia, ma i suoi contenuti sono così poco immutabili (essendo determinati dagli stadi del modo di produzione capitalistico e dal conflitto tra le classi) che, nel passaggio dalla fase rivoluzionaria della borghesia a quella imperialista, si sono quasi completamente rovesciati. Pertanto, la principale conseguenza dell’‘apertura’ della teoria verso le ‘criticità’ proprie del pensiero borghese è stata l’immediata dissoluzione dei princìpi di sistematicità propri di una teoria scientifica, quale è e vuole essere la teoria marxista. In questo senso, si potrebbe affermare, sotto il profilo epistemologico, che questo è il punto di partenza di quel processo teorico, ideologico, politico e culturale in cui consiste il revisionismo (processo alla cui definizione ho dedicato una particolare attenzione nella mia lettera precedente). Se la teoria marxista cessa di essere scientifica perché irrigidisce ‘dogmaticamente’ i princìpi (ma oggi la situazione è proprio quella opposta), non meno cessa di essere scientifica la teoria marxista che adotta come prassi il ‘metodo delle etero-integrazioni’ e il ‘liberalismo dei princìpi’, ossia l’accoglimento di princìpi che sul piano sistematico si elidono a vicenda o, per meglio dire, elidono quelli propri della teoria marxista. A questo primo effetto della ‘criticità’ – cioè la disposizione a trattare per principio relativisticamente e dubitativamente i propri princìpi e quindi ad accoglierne ‘liberalmente’ di nuovi, per lo più distruttivi dei primi – se ne aggiunge e connette un secondo più specifico: l’assorbimento degli elementi antimaterialistici e antidialettici che nel pensiero borghese sono sottesi a quella categoria. Si tratta chiaramente di una posizione teorica revisionista, il cui fondamento filosofico è lo storicismo, inteso (non come riconoscimento di una storicità correlata alla dinamica differenziale dei modi di produzione e della lotta fra le classi ma) come forma di relativizzazione e liquidazione dei princìpi teorici del marxismo-leninismo. La versione ormai classica di questo storicismo, la cui origine risale al famoso saggio di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione partenopea del 1799, è quella che Togliatti ha elaborato nel nostro paese, dando vita ad una variante sofisticata (ma pur sempre controrivoluzionaria) di revisionismo, i cui amari frutti (istituzionali, politici e culturali) stiamo gustando, come militanti della sinistra di classe, da alcuni decenni.

Ciò detto ‘in primis’, ma anche ‘in secundis’ ecc., devo confessare, senza ambagi, che nelle tue argomentazioni storico-politiche e tattico-strategiche, degne peraltro del massimo interesse, mi sembra, talvolta, di avvertire proprio la situazione antinomica che nasce dalla duplice pretesa di sostenere, per un verso, una linea rivoluzionaria con argomenti revisionisti e, per un altro verso, una linea revisionista con argomenti rivoluzionari. Osservo che, in genere, chi assume questa posizione anfisbenica si comporta in quel modo con i rivoluzionari e in questo modo con la borghesia (è, in effetti, un tratto saliente della socialdemocrazia di sinistra, esemplificato in Italia dal “manifesto”, alternare, sovrapporre e confondere le due modalità). Non credo però che questo sia il tuo caso, in quanto sono palesi sia il tuo orientamento rivoluzionario sia l’inquietudine, a mio avviso feconda, con cui ti muovi tra un retaggio mutuato dalla viva esperienza familiare della lotta di classe ed un’assimilazione sempre più profonda e complessa della tradizione comunista.

Il giudizio sulla "Svolta di Salerno”

Nella mia periodizzazione del pensiero e dell’azione di Togliatti la “svolta di Salerno” è ovviamente inclusa nella fase marxista-leninista (laddove fu invece revisionista la gestione successiva di questa svolta, come Scoccimarro e Secchia, fra pochi altri, non mancarono, sia pure con un linguaggio esopico, di sottolineare). La “svolta di Salerno” e l’accantonamento della questione istituzionale, concordati da Stalin con Togliatti (e non viceversa, poiché Togliatti si dimostrò a lungo indeciso e contraddittorio nel lasso di tempo intercorso tra l’8 settembre 1943 e il gennaio del 1944), si inquadravano nella strategia dei fronti nazionali antifascisti elaborata dal Comintern come linea di azione dei comunisti nei paesi occupati dalla Germania. La svolta era in sintonia con gli interessi dell’Unione Sovietica, come era logico e giusto che fosse in quel frangente, e servì anche a contrastare i piani degli imperialisti, specie quelli inglesi, che volevano l’Italia più debole per controllare tutto il Mediterraneo, ma fu anche funzionale, in un momento di stallo della situazione politica, alla prosecuzione della lotta contro il nazismo e il fascismo in Italia. Non fu dunque la “svolta di Salerno”, necessaria in quella congiuntura storica, la radice di tutti gli opportunismi e della degenerazione revisionista. Ciò nondimeno, l’incapacità di comprendere i fondamenti stessi della tattica leninista nel suo legame indissolubile con la strategia rivoluzionaria ha fatto sì che siano stati messi nello stesso sacco, recante l’etichetta “svolta di Salerno”, l’ingresso del PCI nel governo Badoglio, l’elaborazione da parte del gruppo dirigente togliattiano di una nuova strategia non più rivoluzionaria e di quella che tu stesso definisci l’“ambigua” linea della “democrazia progressiva”, la costruzione del “partito nuovo” portatore di tale linea ecc. ecc. È tipico dell’ideologia revisionista fare un sol fascio di tutte queste erbe, ma l’analisi storica e politica condotta con metodo materialista deve saper distinguere, per usare il linguaggio metaforico dei comunisti cinesi, tra i ‘fiori profumati’ e le ‘erbe velenose’: la “svolta di Salerno” fu una tattica giusta in quella determinata congiuntura, le altre invece, lungi dall’esserne le conseguenze, furono posizioni sbagliate e da combattere, sostanzialmente antitetiche alla linea indicata dal Komintern nel suo VII congresso (1935). Quella implicita nella dizione della “democrazia progressiva” era un’altra linea, che non derivava dalla “svolta di Salerno” ma dall’abbandono di ogni obiettivo rivoluzionario e di classe, dal mutamento della natura del Partito comunista, dalla fine dell’internazionalismo proletario e dall’emergere di un nazionalismo di tipo socialdemocratico. La “democrazia progressiva” era, in buona sostanza, il nome della “società intermedia” configurata nella Costituzione, dal cui seno, nella visione irenistica di Togliatti, sarebbe dovuta sbocciare, senza rotture traumatiche di carattere rivoluzionario e in modo graduale, la “società democratica e socialista”. Non fu Stalin a scambiare la tattica con la strategia rivoluzionaria né fu la “svolta di Salerno” ad innescare la deriva opportunista. Fu invece la concreta prassi seguita in quel periodo cruciale da Togliatti e dal gruppo dirigente del PCI, che in quella situazione scelsero di imboccare una linea di destra, revisionista, di cui si erano manifestati alcuni sintomi nei periodi precedenti (prova a leggere, partendo dall’indice dei primi volumi della “Storia del partito comunista” di Paolo Spriano, tutti i riferimenti a Manuilskij, il dirigente della Terza Internazionale incaricato di seguire le questioni italiane, e scoprirai che questi fu, in molte occasioni, un critico implacabile delle tendenze opportuniste, di destra e di sinistra, presenti nel PCI durante i suoi primi venti anni di esistenza). La linea togliattiana esprimeva, infatti, da un lato la sfiducia nelle capacità e nelle possibilità rivoluzionarie del proletariato e dei suoi alleati, e dall’altro la scelta di rimanere sul terreno preferito dalla borghesia abbandonando quello più favorevole al proletariato, dove era possibile con la lotta rivoluzionaria di massa spostare in avanti i rapporti di forza e creare le condizioni della vittoria della rivoluzione socialista.

Il ruolo dei partiti comunisti occidentali

Come recita il detto latino, “facilis descensus Averno” e, un passo dopo l’altro, il Partito comunista italiano percorse rapidamente le varie tappe di questo percorso involutivo e degenerativo: la rinuncia a sfruttare la situazione di accesa lotta di classe apertasi nel 1945; l’amnistia ai fascisti; la mancata risposta di lotta quando, nel maggio 1947, il Pci fu estromesso dal governo da De Gasperi; l’art. 7 della Costituzione che introduceva il Trattato e il Concordato mussoliniani con il Vaticano, riconoscendo al cattolicesimo e al clero cattolico privilegi speciali ecc. ecc. Insomma, Togliatti dimostrò con queste scelte (che, ad esempio, un intellettuale comunista come Concetto Marchesi si rifiutò di avallare, non partecipando alla votazione dell’art. 7) di seguire ormai un’altra linea, non più rivoluzionaria e di classe, non più incentrata sul legame fra lotta antifascista e lotta per il socialismo, ma subordinata agli interessi della classe dominante. Non commise quindi solo errori tattici e di valutazione, ma strategici e di principio, escludendo la via rivoluzionaria della conquista del potere da parte della classe operaia, sostenendo la via pacifica e parlamentare, e trasformandosi così da comunista in un socialdemocratico molto prima del XX congresso del PCUS. Bisogna tenere presente, peraltro, che, come tu stesso hai rilevato, l’emergere delle tendenze revisioniste in quegli anni non fu un fenomeno soltanto italiano, ma internazionale, con precise radici di classe. Così, fu dato osservare in diversi paesi (ad es., Browder negli USA, Tito in Jugoslavia ecc.) l’allontanamento dai giusti princìpi e l’affermarsi di concezioni e posizioni antimarxiste e antileniniste, quale effetto della formidabile pressione esercitata dall’imperialismo, in ispecie da quello statunitense che mobilitò tutte le forze reazionarie nella crociata anticomunista, sulla classe operaia e sulle sue organizzazioni, nonché quale effetto dell’influenza delle concezioni borghesi e piccolo-borghesi nelle file dei partiti comunisti, veicolate dagli agenti dell’imperialismo, dagli opportunisti di tutte le risme e da settori imborghesiti, e non combattute e quindi fatte passare da dirigenti che non avevano assimilato il marxismo-leninismo. A questo proposito, come ho notato in precedenza, la debolezza ideologica e politica dei capi del Pci e le loro deviazioni sono note: basti ricordare la lunga storia di dissidi con il Komintern, culminata nello scioglimento del Comitato Centrale nel 1938. Ma vi è di più: nel 1947, quando si riunì in Polonia il Cominform, venne avanzata da Zdanov, a nome del PCUS, e dai dirigenti di altri partiti comunisti ed operai una dura critica al PCI. L’accusa non fu quella di aver compiuto la “svolta di Salerno”; fu invece il cretinismo parlamentare, il legalitarismo, lo sviluppo pacifico verso il socialismo, la subalternità del Pci nei confronti dell’ingerenza statunitense, l’essersi fatti estromettere dal governo (non di esservi entrati!), la mancanza di un piano offensivo, l’alleanza con la DC. Questo grave errore di valutazione dell’effettiva natura della DC (che è strettamente connesso alla stessa valutazione della natura di classe della Repubblica e alla visione togliattiana della Costituzione come modello di “società intermedia”, visione in cui l’utopismo idealistico va a braccetto con l’opportunismo revisionista) trova una patetica conferma nella testimonianza di una prestigiosa dirigente del PCI, Camilla Ravera, collaboratrice di Gramsci e fondatrice del PCI, la quale, avendo espresso dei dubbi in merito alla possibilità di mantenere l’alleanza con la DC, si sentì rispondere da Togliatti: «Ma no, credi a me, io e De Gasperi siamo d'accordo su un sacco di cose, dalla riforma agraria all’unità sindacale. Vedrai, faremo insieme del buon lavoro» (citato da P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi). Negli anni seguenti, la restaurazione capitalistica, gli eccidi dei lavoratori, la scissione sindacale e la violenza poliziesca della “Celere” di Scelba avrebbero tradotto nel duro e crudo linguaggio della dittatura borghese il “buon lavoro” che Togliatti prevedeva di fare con De Gasperi e con la DC. Perciò il Cominform sostenne la necessità “di un deciso cambiamento della strategia e della tattica, di un radicale cambiamento di rotta rispetto al passato”. I dirigenti del PCI in quella riunione fecero autocritica, ma nulla di ciò che fu consigliato dal Cominform venne da loro attuato. Anzi il partito dimostrò sempre più la sua debolezza ideologica e politica, e scivolò sempre più sulla china dell’opportunismo e del revisionismo. L’VIII congresso del 1956 (dodici anni dopo la “svolta di Salerno” e a ridosso del XX congresso del PCUS) sancì quindi l’abbandono del marxismo-leninismo e il passaggio al revisionismo di stampo kruscioviano, spianando la via alla collaborazione con la borghesia (ragione per cui è pura fantapolitica la congettura di Gossweiler che, alludendo ad una possibile eliminazione fisica di Togliatti da parte di Kruscev, considera Togliatti, il quale era uomo accorto e cauteloso, così ingenuo da consegnarsi al suo supposto nemico accettando nel 1964 l’invito di Kruscev a trascorrere le ferie in Crimea!).

Il giudizio sulla "via italiana al socialismo”

La genesi storica della “via italiana al socialismo” va ricondotta alla nozione di “democrazia progressiva” enucleata dal PCI nel suo V congresso (1945-1946). Sennonché, mentre Curiel e Secchia concepivano la “democrazia progressiva” richiamandosi al ‘dualismo di potere’ che caratterizzò effettivamente la situazione del nostro paese tra il 1944 e il 1947, nulla di simile si ritrova nel pensiero e nell’azione di Togliatti, il quale, lungi dal richiamarsi alla storia e al patrimonio ideale del proletariato, si orientò verso la scelta aprioristica delle forme della democrazia borghese, scartando altrettanto aprioristicamente le esperienze di democrazia diretta e di autogoverno popolare compiute dalle masse nel corso della lotta partigiana. È evidente come, con simili premesse, la democrazia progressiva venisse svuotata di ogni contenuto rivoluzionario e sostituita da un gradualismo che nulla aveva a che vedere con l’insegnamento marxista-leninista. La verità è che il PCI, dopo la Liberazione, perse la battaglia per la conquista del potere senza aver mai provato ad intraprenderla, poiché in tutti i momenti cruciali della lotta politica e sociale prevalse la linea togliattiana della difesa dello Stato democratico nato dalla Resistenza (Stato la cui acritica difesa sarà il punto centrale del programma del PCI fino al suo scioglimento). La stessa politica dei quadri condotta da Togliatti dimostra come, di fatto, nel PCI venisse progressivamente esautorato il gruppo dirigente che proveniva dalla Resistenza, sostituito con funzionari di estrazione borghese, privi dell’esperienza della clandestinità e della lotta armata. Passo dopo passo, si arrivò in tal modo a quell’VIII congresso che sancì formalmente e irreversibilmente la svolta revisionista e kruscioviana del PCI adottando tutta la panoplia ideologica e politica di stampo opportunista e revisionista: la teoria della coesistenza pacifica, la non inevitabilità delle guerre imperialiste, il parlamentarismo come via maestra per giungere al socialismo. Naturalmente, è legittimo chiedersi se Togliatti agisse per convinzione o spinto dalla necessità di difendere comunque l’Unione Sovietica dopo i fatti di Ungheria: il dato di fatto inconfutabile è che tali scelte porteranno definitivamente il PCI sulla via del revisionismo. Né il carattere democratico-borghese della Costituzione, intesa come cornice e come contenuto del programma della “via italiana al socialismo”, può mutare di segno solo perché, al modo di giuristi quali D’Albergo o Ferrajoli, se ne enfatizza la “natura democratica e sociale” (magari attribuendo un valore taumaturgico al 2° comma dell’art. 3!), laddove, sotto il segno del togliattismo e del gramscismo, cioè dell’uso revisionista del pensiero di Gramsci, la nozione di una ‘società intermedia’, in parte capitalistica e in parte socialista o né capitalistica né socialista o, ancora, berlinguerianamente dotata di ‘elementi di socialismo’, si sposa al concetto, altrettanto revisionista, ultrasoggettivista e, nella fattispecie, ‘eccezionalistico’, del ‘caso italiano’, come se nel Bel Paese le leggi del modo di produzione e dello Stato contemporaneo fossero, non si sa per quale magia, sospese e come se Marx, tra l’altro, non avesse spiegato fin dal 18 brumaio di Luigi Bonaparte che la natura delle Costituzioni democratico-borghesi è quella di impedire alla borghesia di retrocedere dalla restaurazione sociale alla restaurazione politica e al proletariato di avanzare dalla emancipazione politica alla emancipazione sociale. E dopo aver richiamato l’interpretazione ‘eccezionalistica’ del ‘caso italiano’, mistificatoriamente codificata dalla Rossanda e dai socialdemocratici di sinistra del “manifesto”, conviene anche sottolineare come la “via italiana al socialismo” si sia trasformata in una concezione che negava la validità delle leggi generali dello sviluppo capitalistico – leggi che agiscono in modo sostanzialmente uguale in tutti i paesi, indipendentemente dalle loro peculiarità storiche e culturali -, magari invocando empiristicamente (ecco un tratto distintivo del revisionismo!) la prevalenza del particolare sul generale. Non può quindi sorprendere che una siffatta involuzione abbia condotto al progressivo allontanamento dai princìpi del marxismo-leninismo, sfociando nelle aberrazioni teoriche e pratiche dell’eurocomunismo.

L’internazionalismo di Togliatti
Togliatti, l'URSS e il movimento comunista
Togliatti, Kruscev e i comunisti cinesi

Nella sua parabola politico-ideologica Togliatti è passato dall’internazionalismo proletario al policentrismo e da questo alla teoria dell’“unità nella diversità”. Egli ha vissuto l’epopea della Terza Internazionale fino al suo scioglimento nel 1943, gli anni del Cominform, quindi gli anni della durissima polemica contro le deviazioni di Tito (1948), e il periodo della scissione cinese (dopo il 1956). Nel caso di Togliatti, il rapporto fra strategia interna e strategia internazionale è stato essenzialmente il rapporto tra il PCI e l’Unione Sovietica. Un rapporto che si articolava nello scarto intercorrente tra la politica riformista concretamente praticata fin dal 1945 (non senza le resistenze interne che ho già ricordato) e un ancoraggio ai princìpi formalmente intesi. Così, Togliatti, se per un verso non concepisce mai la rivoluzione come un processo mondiale, differenziandosi nettamente dal trotskismo secondo cui la rivoluzione o è mondiale o non è, per un altro verso non elabora il nesso fra strategia interna e strategia internazionale della rivoluzione socialista. In questo senso, è vero quello che tu affermi e cioè che questo è un limite oggettivo: la presenza dell’URSS rendeva impossibile qualsiasi via della rivoluzione che prescindesse dalla patria socialista e quindi anche dai suoi interessi geostrategici. Ma dopo il XX Congresso, Togliatti, pur compiendo uno sforzo di analisi marxista nell’intervista a “Nuovi Argomenti”, sforzo che si esplica nella disàmina storico-politica del rapporto di Kruscev, e dunque ponendosi sullo stesso terreno delle critiche elaborate dal Partito Comunista Cinese, interpreta la fase storica come favorevole al rafforzamento del “riformismo in un paese solo”, senza che la critica a Kruscev diventi critica al revisionismo. In tal modo, attraverso il “policentrismo” può mantenere il “legame di ferro” con l’URSS applicando la “via italiana al socialismo”. Certo, il ruolo internazionale dell’URSS, anche dell’URSS del periodo kruscioviano in progressiva degenerazione, era effettivamente centrale: basti pensare alla sua funzione di potente contrappeso all’imperialismo e di sostegno alle lotte di liberazione nazionale che si sviluppavano nel Terzo Mondo. Il problema in Togliatti è che la strategia interna (la “via italiana”) diventa centrale e pone in ombra l’elaborazione di una strategia internazionale davvero policentrica, basata sul riconoscimento del nuovo ruolo assunto dalla Cina popolare di Mao Zedong. Fondamentalmente è proprio questo il senso delle divergenze che si manifesteranno tra il PCI e il PCC con i celebri scritti cinesi composti tra il 1962 e il 1963 e recanti il suggestivo titolo: “A proposito delle divergenze tra il compagno Togliatti e noi”. Ciò che veniva chiamato in causa era l’analisi della natura dell’imperialismo, che Mao, definendolo come “tigre di carta”, non riteneva che fosse, nello scontro con le masse popolari, una forza invincibile neppure nel caso di una minaccia atomica (è quanto sta dimostrando Kim Jong-un); al contrario, Togliatti, sposando una concezione apocalittica incentrata sulla sopravvivenza della specie umana e sulla necessità di impedire un olocausto nucleare (concezione che sfrutterà anche nel dialogo con il mondo cattolico: cfr. il discorso di Bergamo sul “Destino dell’uomo”, tenuto nel 1963), inscriverà la questione dell’imperialismo nel quadro della “coesistenza pacifica” tra sistemi contrapposti. In realtà, questo approccio squisitamente revisionista scaturiva dalla mancata saldatura tra le prospettive nazionali di lotta per il socialismo e lo sviluppo di una strategia internazionalista e rivoluzionaria. In un contesto del genere, parlare di “coesistenza pacifica” era semplicemente illusorio, se non peggio, nel momento in cui risultava con estrema evidenza che l’imperialismo mirava a distruggere concretamente proprio tutte le resistenze frapposte al suo dominio dalle lotte dei popoli del mondo. Anche sul piano ideologico dell’interpretazione del pensiero gramsciano, Togliatti, perseguendo la sua revisione del marxismo-leninismo, giunse ad ipostatizzare le “differenze fra Oriente e Occidente” per la strategia e la tattica della rivoluzione proletaria, trasponendole in una sorta di dualismo irreversibile (per cui si può passare dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”, ma mai da questa a quella) ed eternizzando la “guerra di posizione” come unico terreno di azione del movimento operaio e comunista occidentale. Questi erano i presupposti interpretativi di carattere socialdemocratico e menscevizzante, ai quali Togliatti piegò il senso degli asserti gramsciani e ai quali si ispirò nel giungere a stabilire il dualismo tra le due strategie: presupposti che furono mascherati dal “legame di ferro” con l’URSS, costantemente ribadito dal dirigente revisionista lungo l’arco di tutta la sua attività politica, e che, una volta venuto meno quel vincolo, spiegano, con l’evidenza inesorabile dì un nesso logico oltre che cronologico, ciò che avvenne dopo il 1991, ossia il rapido passaggio (“motus in fine velocior”) dal revisionismo al liquidazionismo (dal PCI al PDS, da Togliatti ad Occhetto).

Togliatti e Stalin

Nel marzo del 1953, in occasione del suo sessantesimo compleanno, Togliatti tenne un breve discorso in una saletta del palazzo di via delle Botteghe Oscure. Nella sua vita, disse, gli erano toccate “tre fortune”: essere stato “allievo” di Gramsci, essersi formato alla scuola della classe operaia torinese, essere stato “al centro” del lavoro del Comintern, “sotto la guida diretta di Stalin”. Su questo punto si soffermò a lungo forse anche perché solo tre settimane prima Stalin era morto e l’evento aveva suscitato una grande ondata di commozione nell’animo dei comunisti. Invero, quelle “tre fortune” incisero in misura diversa e disuguale sul corso della sua vita e della sua opera. E se l’aver partecipato alle lotte del proletariato torinese nel primo dopoguerra fu decisivo per la sua scelta di campo; se il suo rapporto con Gramsci pesò solo fino ad un certo punto, nel periodo dell’«Ordine Nuovo>» e in quello della collaborazione con il compagno sardo nella elaborazione delle “Tesi di Lione” per il terzo congresso del PCd’I (1925-1926); il magistero marxista-leninista di Stalin negli anni della maturità lo segnò, sì, in modo indelebile, ma non in modo irreversibile. Togliatti era una figura politicamente, ideologicamente e culturalmente più affine a Bucharin, e il posto che gli compete nell’‘album di famiglia’ bolscevico è situato sulla destra della foto di quel gruppo dirigente prestigioso. Egli va dunque considerato, a partire dal 1945, come un esponente di primo piano del revisionismo moderno, come l’autore di buona parte di quelle teorie revisioniste, oggi imperanti nella sinistra (moderata, antagonista e alternativa), che sono nel migliore dei casi, come è stato detto con espressione icastica, ‘teorie della rivoluzione senza rivoluzione’. In esse al concetto di ‘rottura’, che è implicito in una concezione del potere proletario, viene sostituito il concetto di ‘processualità progressiva’, che delinea, per l’appunto, un processo nel corso del quale le classi lavoratrici o le forze genericamente progressive acquistano una sempre maggiore influenza nella cosiddetta ‘società civile’, conquistano sempre più vasti alleati, ma non pervengono mai, per dirla con il Gramsci dell’«Ordine Nuovo», alla “creazione di un nuovo tipo di Stato… e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare”. Caro compagno Galati, non offenderti se mi permetto di ribadire, al termine di questa mia risposta al tuo scritto, quanto ebbi ad affermare nella chiusa della prima lettera che ti indirizzai, e cioè che la “teoria della rivoluzione senza rivoluzione” rappresenta, nella storia del movimento operaio, un ininterrotto filo giallo che va da Kautsky all’ultimo Togliatti e ai loro epigoni. Questo filo va spezzato.

 

Lettera di Mario Galati
(24 gennaio 2018)

Compagno Barone,

ho letto l’ultima tua su Togliatti, come al solito interessante, precisa, argomentata, filologicamente rigorosa. Non sarebbe, da parte mia, opportuno proseguire con osservazioni ed eventuali repliche alle tue argomentazioni. Però, una precisazione vorrei farla, con riferimento alla questione del dogmatismo e del criticismo. Ho l’impressione che tu polemizzi con una posizione che non è stata da me espressa nel richiamare l’atteggiamento intellettuale di Togliatti (e di Gramsci). Non mi sembra di aver parlato della necessità di integrare ecletticamente il marxismo o di superarlo (che poi, storicisticamente, appunto, come affermava Gramsci, anche il marxismo sia soggetto alle leggi della storia e sia , in tal senso, un’ideologia storicamente determinata, è un altro discorso. Ma Gramsci pensava a tempi storici diversi da quelli cronachistici, cui pensano molti pseudo storici da volgare cronologia). Io ho parlato di confronto e di superamento dialettico, come fece Marx con Hegel e come sosteneva doversi fare Gramsci con Croce (assorbendo l’antitesi, riconducendola al proprio sistema filosofico, come lo stesso “revisionista” Croce cercava di fare col marxismo). E come cercava di fare Togliatti con le correnti culturali del suo tempo.

Inoltre, l’appunto di Togliatti segnalava la necessità di una cultura vera, vasta e profonda, che non si limitasse alla ripetizione meccanica di formule. Non si può essere marxisti leggendo e ripetendo solo i testi marxiani, ma passando per la rielaborazione di ciò che conduce al marxismo e per il confronto con i problemi e la cultura del proprio tempo. In realtà, io sono d’accordo con l’affermazione di Gramsci che il marxismo, la teoria della prassi, è “autosufficiente”. Un’affermazione scandalosa, non solo per i liberali, ma anche per i cosiddetti comunisti “critici”, che amano distinguersi dai comunisti “dogmatici”, nel senso da te ripreso.

Ti saluto.

Mario

Lettera di Eros Barone
(24 gennaio 2018)

Caro compagno Galati, la tua modestia e la tua umiltà sono pari alla tua intelligenza e alla tua preparazione: grandi queste, grandi quelle. Ho letto tutti i commenti che hai pubblicato in calce ai diversi articoli di ‘sinistrainrete’ e sono sempre rimasto colpito dalla loro puntualità, consistenza ed efficacia. Non è lontano il tempo in cui ti conosceremo su questo o su altri siti come autore di testi propri, oltre che come acuto e, quando occorre, caustico commentatore di quelli altrui. Per quanto concerne la questione del dogmatismo e del criticismo, accolgo volentieri la tua precisazione secondo cui tu non sei in alcun modo il destinatario di quelle considerazioni preliminari. Dal canto mio, ho ritenuto doveroso introdurle per demolire un classico ‘topos’ del pensiero borghese, trasmigrato, come quasi tutti gli altri che lo caratterizzano, nel moderno revisionismo. E alla polemica contro il revisionismo (storico e moderno) sarebbe bene che anche tu dedicassi una parte del tuo acume marxista-leninista, poiché certamente conosci il principio enunciato dal grande rivoluzionario russo secondo cui «la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata alla lotta contro l'opportunismo, è una frase vuota e falsa» (L’imperialismo...). Certo, il marxismo non è eterno, è anch’esso storicamente determinato, come dimostra la sua stessa storia nei differenti periodi (a titolo indicativo, Prima Internazionale, Seconda Internazionale, Terza Internazionale, Cominform, “vie nazionali al socialismo”, “eurocomunismo”, Iniziativa dei partiti comunisti e operai d’Europa). Occorre aggiungere che esso cesserà di esistere un secondo dopo che sarà stato distrutto e sradicato ‘ab imis fundamentis’ il capitalismo? A quel punto della evoluzione sociale potrà verificarsi la situazione ipotizzata da Gramsci, secondo il quale nella società comunista le filosofie idealistiche e spiritualistiche perderanno la loro funzione mistificante e acquisteranno un contenuto nuovo, realmente universale (Il materialismo storico...). Il marxismo, che è costituito dal materialismo dialettico e storico, dalla critica dell’economia politica e dal socialismo scientifico, è quindi una concezione “totalitaria” del mondo, proprio nel senso di Labriola ripreso da Gramsci: “Solo un sistema di ideologie totalitario riflette razionalmente la contraddizione della struttura e rappresenta l’esistenza delle condizioni oggettive per il rovesciamento della prassi. Se si forma un gruppo sociale omogeneo al 100% per l’ideologia, ciò significa che esistono al 100% le premesse per questo rovesciamento, cioè che il “razionale” è reale attuosamente e attualmente» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 2007, Quaderno 8, p. 1051). E invero l’autonomia teoretica e il metodo della critica immanente nella battaglia delle idee contro il pensiero borghese, piccolo-borghese e revisionista costituiscono nel marxismo quell’unità degli opposti in cui consiste la sua dirompente forza dialettica. Caro Mario, a presto! Eros

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