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marx xxi

Recensione del libro di Carlo Galli "Marx eretico"

di Francesco Galofaro

Carlo Galli, Marx eretico, il Mulino, Bologna, 2018, pp. 164, 13,00 euro

karl marx graffiti friedensbruecke frankfurtPerché scrivere l'ennesimo libro su Marx? Forse perché di moda: 43 i titoli dedicati a Marx nel 2018, tra inediti e ristampe. A giudicare dal numero di opere, si direbbe che il marxismo sia vivo, avanzi e conquisti il mondo. Non è stato detto già tutto su Marx? A quanto pare la risposta è no: nella fase politica nuova che si è aperta in Europa e nei Paesi occidentali, alcune caratteristiche del pensiero marxiano mostrano un rinnovato interesse. La nuova situazione spinge a verificare la tenuta della filosofia politica contemporanea. Inoltre, è evidente a tutti l’estinzione della sinistra europea: tanto di quella socialdemocratica, il portiere di notte del condominio liberista europeo, quando di quella radicale, subalterna alla prima e privata del suo spazio politico dal successo di movimenti populisti e della nuova destra sociale.

Se la situazione è questa, il libro di Galli mostra senz’altro un proprio interesse e una fisionomia specifica. Non solo non si tratta di una esposizione introduttiva al pensiero del filosofo di Treviri, ma richiede al contrario la conoscenza di filosofi della politica molto distanti da Marx, come Schmitt e Popper, Derrida e Arendt. E’ un libro difficile. E si pone programmaticamente al di fuori del marxismo: la tesi di Galli è che il marxismo è un effetto della filosofia marxiana, la cui strutturale incompiutezza ha generato una molteplicità di interpretazioni e tentativi di rinchiudere in un sistema un pensiero che ha fatto dell’apertura asistematica il proprio stesso fondamento. Tutto questo non può che rendere questa lettura interessante a paragone dei 'ritorni a Marx' professati da ogni nuovo leader di ogni piccolo movimento pseudomarxista dagli anni '70 ad oggi (tutta gente che ha scritto molto, ha letto poco, e ha compreso ancora meno).

Questa recensione non riassumerà il libro, ma si concentrerà programmaticamente attorno ad alcune parole-chiave: popolo, win-win society, nichilismo, ultimi, decrescita felice, questione nazionale, diritti, incompiutezza. Non che Galli dedichi loro paragrafi o capitoli appositi, ma esse fanno capolino qua e là, a caratterizzare il modo in cui - a parere di chi scrive - attraverso Marx Galli legge il reale contemporaneo.

 

Popolo/Proletariato

Nel ritratto di Galli (pp. 35 e ssg.), Marx non era amico del popolo. Sospettava, anzi, della stessa nozione di 'popolo': la filosofia politica romantica rappresenta il popolo come una divinità, ignorandone del tutto le contraddizioni: la mancanza di consapevolezza dell'essere popolo, la subalternità alla tradizione e ai poteri dominanti, ha sempre un 'nemico interno'. Galli cita una lettera di Marx (alla moglie), in cui dichiara che il proletariato si auto-sopprimerà, una volta ricongiunto alla filosofia. E’ la filosofia dunque l’elemento che è davvero in grado di liberare il proletariato: lo scopo di Marx è la rigenerazione dell'umanità attraverso la filosofia. Filosofia che nella sua concezione è – è bene dirlo – prassi, politica, eroismo.

 

La sinistra e gli 'ultimi'

La sinistra di oggi ama schierarsi dalla parte degli 'ultimi'; Marx al contrario era convinto di essersi schierato dalla parte della classe vincente, e vedeva tutti i limiti del punto di vista borghese rappresentato dai filantropi, per i quali il proletariato è semplicemente la classe che soffre. Il proletariato è definito nella relazione di lavoro, (pp. 51-52).

 

La decrescita felice e le macchine

Proprio a causa del fatto che il lavoro esprime la relazione uomo/natura, il comunismo ha lo scopo di liberare il lavoro, non 'dal lavoro'. Il pensiero di Marx è improntato allo sviluppo, mai alla decrescita che affascina oggi una parte della sinistra radicale. Il superamento del capitalismo porta al lavoro sociale e a combattere l'estraniamento del lavoro, anche attraverso la tecnica e la riduzione della giornata lavorativa (pp. 55 - 57). Marx è filosofo della macchina: essa non ha un ruolo positivo o negativo, ma è utilizzata per rispondere agli scioperi in regime capitalista (p. 89). La macchina è anche il fattore propulsivo della più grande contraddizione capitalista, la caduta generale del saggio di profitto (p.92). Infine, la macchina non ha l'effetto di produrre individui ultraspecializzati (cari a un certo operaismo), bensì individui re-impiegabili, capaci di un lavoro multilaterale: l'individuo totalmente sviluppato, in grado di conquistare il potere politico (pp. 92-93). Dunque, probabilmente Marx non avrebbe preso una posizione neoluddista rispetto a temi quali la robotizzazione o l’industria 4.0.

 

I diritti

Marx non è un filosofo dei diritti civili. Nel suo pensiero la relazione uomo-natura si manifesta nel lavoro, non nel diritto (borghese). Il fondamento della sua filosofia non è costituito da fantomatici diritti che ogni uomo possiederebbe per natura. Galli cita il seguente passo, tratto da La questione ebraica: 'Il diritto dell'uomo alla libertà si basa non sul legame dell'uomo con l'uomo, ma piuttosto sull'isolamento dell'uomo dall'uomo [...]. Nessuno dei cosiddetti diritti dell'uomo oltrepassa l'uomo egoista, l'individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato'. A questo si riducono le nozioni di uguaglianza formale e di libertà negativa, su cui si basa l'ideologia liberale. Sono un’ipocrisia: solo chi è dalla parte del Capitale è effettivamente in grado di esercitare i propri diritti. I diritti civili, umani e politici sono materialmente negati dal diritto di proprietà privata dei mezzi di produzione, che implica lo sfruttamento (pp. 126-128).

 

La questione nazionale e le popolazioni non europee.

Scrive Galli: 'Per Marx la questione nazionale è di per sé una questione borghese; tranne quando è parte della questione sociale, come nel caso dell'Irlanda e in generale nel caso delle colonie, la cui lotta per l'indipendenza è al tempo stesso una lotta contro l'imperialismo capitalistico e la divisione internazionale del lavoro che essa determina'. L’attualità di questo punto di vista è provato dal fatto che Galli parla di Marx, ma la citazione potrebbe provenire dagli scritti di un Samir Amin. E però Galli sottolinea tutta l'ambivalenza dell'atteggiamento marxiano nei confronti dei 'popoli senza storia' che il capitalismo, attraverso la violenza e l'oppressione, trascina nella modernità.

 

La win-win society

L’impianto filosofico dell’economia neoliberista è sbagliato alla radice: non esiste un equilibrio se non momentaneo. E pertanto non è possibile mantenere la promessa di una società in cui vincono tutti. Non solo perché è sotto gli occhi di tutti come il capitalismo sia contraddistinto da due classi in lotta tra loro, ma perché la dialettica stessa impone una nozione scissa di verità, una nozione di verità come contraddizione che attraversa ciò che è intero (pp. 42-43).

 

Marxismo e nichilismo

Pur essendo stato accomunato (anche a sinistra) a Nietzsche sotto l’etichetta di 'pensatore del sospetto', la filosofia marxiana è molto diversa da quella che contraddistingue i nipotini di Nietzsche. Con Marx è sempre possibile il superamento delle contraddizioni – e quando questo accade se ne generano di ulteriori. Al contrario, le opposizioni che caratterizzano il pensiero politico di Nietzsche (Vita/Filosofia; civiltà/potenza) o di Carl Schmitt (Amico/Nemico), o di Foucault sul piano storico, di Derrida sul piano linguistico non lasciano intuire alcuna via d’uscita, nessuno sviluppo diacronico, conducendo semplicemente al disincanto prigioniero di sé del nichilismo, che è semplicemente una forma di subalternità al potere. Le due logiche (marxista e nichilista) sono pertanto inconciliabili. La contraddizione marxiana è negazione determinata, quanto indeterminato è il negativo nichilista. In buona parte del pensiero negativo il ruolo dell'indeterminazione è rendere possibile una mistica dell’“Evento”, lo scarto, una qualche nuova affermazione oltre la negazione; in Marx, il ruolo del determinismo è rendere prevedibile scientificamente il superamento. L'obiettivo di Marx, perseguito attraverso l'appropriazione del sistema industriale, è l'eliminazione della sua intrinseca irrazionalità (pp. 43-46).

 

Incompiutezza

Galli sottolinea più volte come il pensiero di Marx sia strutturalmente incompiuto: L'incompiutezza si manifesta in tre sensi: come frammentarietà dell'opera di Marx, costituita da abbozzi, appunti preparatori, manoscritti mai pubblicati, opuscoli e pamphlet; come errore, individuato nel suo pensiero per spiegare la causa di questa o quella sconfitta del movimento operaio; come esito della nozione dialettica di verità, che lo porta a non voler costituire un nuovo sistema filosofico, ma un pensiero del continuo superamento (pp. 16 e ssg.). L'incompiutezza sembra anche la causa delle indecisioni marxiane: che vede sì il dualismo della lotta di classe, ma riconosce nello Stato il ruolo di un 'Terzo' che riporta l'opposizione ad Uno (p. 118); oppure, le ambiguità sul soggetto della Storia: non è chiaro se il soggetto che agisce pre-esista alla struttura capitalistica o ne sia un prodotto di scarto, se sia davvero in possesso di una soggettività autonoma, e neppure se il soggetto dell'azione politica sia un partito o un movimento (p. 123); il soggetto marxiano è assoggettato al capitale ma non del tutto, ed è dunque al tempo stesso immantente ed eccedente (p. 121). Questa strutturale incompiutezza genera diversi marxismi. Ad esempio, un marxismo europeo, che ha la funzione di criticare lo Stato; un marxismo cinese, che invece ha la funzione di organizzare lo Stato (p. 156). E poi tutte le diverse 'eresie' del marxismo: il positivismo, il leninismo, il luxembourghismo, il materialismo dialettico, la scuola di Francoforte, il gramscismo, l'operaismo, gli studi postcoloniali.

 

... Tranne che in Cina.

Nella conclusione del libro Galli scrive che Marx ha fallito ovunque, 'tranne che in Cina' (p. 145). E in realtà il libro dichiara un certo interesse verso la realtà cinese, che Galli non liquida, con l'ambivalenza dei liberali, come un trionfo del mercato. Per Galli, in Cina sopravvive 'un Marx teorico dello sviluppo capitalistico guidato ferreamente da uno Stato che, in quanto governato da un partito comunista che esclude la borghesia dal potere politico, pretende di non essere più l'espressione delle contraddizioni economiche ma di essere anzi la soluzione di esse, lo Stato socialista capace, in prospettiva, di produrre armonia nella società (p. 107). Non sembra un progetto distante dalla sensibilità marxiana, per il quale lo stesso comunismo non è, come è noto, 'uno stato di cose che debba essere instaurato' ma un processo, l'esito di una serie di interventi dispotici che cambiano i rapporti di forza tra le classi: ad esempio attraverso l'espropriazione della proprietà fondiaria o l'aumento delle fabbriche nazionali (p. 64). In realtà per Galli la realtà cinese non è priva di contraddizioni, ma 'va decifrata con attenzione'. E qui ci sembra che vi sia una contraddizione in quel che scrive Galli: perché ad essere in crisi ovunque nel mondo contemporaneo è il liberismo, come ammette, passim. E quindi, forse, abbandonata un’ottica eurocentrica, si dovrebbe ammettere che l'Occidente affonda e la Cina avanza, e considerare questa come una vittoria di Marx.

 

Conclusioni

Rileggo le parole-chiave su cui si è concentrata questa recensione e mi chiedo: se Galli avesse ragione, come dovrebbe essere la sinistra che rilegge Marx, alla ricerca di spunti a fronte della crisi del liberismo, delle sue istituzioni trans-nazionali come l'Unione europea, dell'avanzata dei sovranismi, dei populismi? Ne vien fuori uno strano ritratto, che non corrisponde all’attuale configurazione delle forze organizzate che in Italia si auto-collocano a sinistra. Una sinistra che cessa di diffondere il mito di una società in cui vincono tutti. Una sinistra che torni a credere che l'economia è uno strumento della politica e non viceversa. una sinistra che non viva nell'illusione che l'ideologia liberale abbia vinto, quando in realtà le sue istituzioni politiche ed economiche stanno affondando.

Dovrebbe essere una sinistra che non sta con il popolo, con gli ultimi, con gli immigrati, perché sta con la classe. Una sinistra che non mira a dare ai poveri e ai derelitti un qualche bonus che li sostenga, perché vorrebbe farne i protagonisti della trasformazione sociale; men che meno aspira a garantire loro un reddito a prescindere dal lavoro, dato che il lavoro è il fondamento del legame sociale. Si direbbe inoltre una sinistra cui non interessa lottare per affermare diritti civili su un piano puramente formale, perché individua su un piano materiale quella struttura di potere che ne impedisce l’esercizio e punta a modificarla. Non una sinistra nazionalista, ma una sinistra che affermi che l’interesse della classe maggioritaria è l’interesse nazionale.

Da un punto di vista filosofico, occorrerebbe una sinistra che, contro le pretese dei monopolisti della verità e della post-verità, faccia valere recupera una nozione di verità come trasformazione; una sinistra che sappia capire che al di fuori del ristretto orizzonte europeo il pensiero marxista si è rivelato fertile e lo è tuttora in forme cui non ci siamo mai interessati, vittime inconsapevoli di un diffuso senso di superiorità culturale.

Ho senza dubbio forzato la mano a Galli apponendo la nostra personale morale alla sua favola. Spero tuttavia di non avergli fatto gran torto e di aver interessato il lettore a prendere in mano il suo volume.

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Comments   

#3 Franco Bianco 2018-12-31 17:16
Consiglierei di (ri)leggere il "Saggio sulla libertà" di John Stuart Mill, coevo di Carlo Marx: una lettura che non dovrebbe mancare a chiunque discuta di marxismo, ma che forse non tutti hanno avuto il piacere di fare (non parlo dell'autore della recensione presente, che non conosco). In un suo libro di alcuni anni fa, intitolato "La democrazia che non c'è", lo storico di origine inglese e da anni cittadino italiano Paul Ginsborg, docente di Storia all'Università di Firenze e molto noto nella "sinistra di alternativa" italiana, premise un gustosissimo Prologo nel quale definiva Mill "il massimo pensatore liberale del suo tempo (e forse di ogni tempo)" e narrava di un incontro, avvenuto a Londra dove entrambi vivevano, fra Marx e Mill, durante il quale il secondo ammoniva il primo - che ne "La questione ebraica" definì la democrazia rappresentativa "il sofisma dello stato politico"- che "la democrazia e la dittatura del proletariato non avevano nulla in comune". Alla fine del Prologo Ginsborg avvertiva che, in realtà quell'incontro non è mai avvenuto: e concludeva osservando che "Nel 1989 la democrazia liberale trionfò senza riserve sul suo, ormai impresentabile, avversario": il sistema sovietico nel suo complesso, che dichiarava di discendere dalle teorizzazioni di Marx, era imploso su se stesso, a dimostrazione - se ancora ve ne fosse bisogno - della giustezza dell'ammonizione, inventata da Ginsborg ma confermata ovunque un regime "comunista" abbia avuto luogo (ed ancora oggi lo vediamo all'opera nella Cina popolare e nella Corea del Nord), rivolta da Stuart Mill a Marx.
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#2 Paolo Selmi 2018-12-31 02:20
Solo a proposito di Cina: "uno Stato che, in quanto governato da UN PARTITO COMUNISTA CHE ESCLUDE LA BORGHESIA DAL POTERE POLITICO, pretende di non essere più l'espressione delle contraddizioni economiche ma di essere anzi la soluzione di esse, lo Stato socialista capace, in prospettiva, di produrre armonia nella società (p. 107)."
FALSO. Il PCC non solo non ha escluso la borghesia dal potere politico per vie, diciamo così, "informali", ma ne ha formalizzato l'ingresso vero e proprio con la teoria delle tre rappresentatività (san ge daibiao 三个代表) formulata da Jiang Zemin (江泽民) quasi vent'anni fa...
Da quelle parole pronunciate il 25 febbraio 2000, per la precisione, ovvero che il Partito doveva "sempre rappresentare le istanze di sviluppo delle forze produttive cinesi più avanzate, la linea di marcia della cultura più avanzata e gli interessi fondamentali della gran maggioranza del popolo cinese (总是代表着中国先进生产力的发展要求,代表着中国先进文化的前进方向,代表着中国最广大人民的根本利益) ", partì l'ingresso ufficiale dei padroni come membri effettivi di un partito se-dicente comunista. I compagni imprenditori, rappresentanti delle forze produttive più avanzate del "socialismo con caratteristiche cinesi", non se lo fecero ripetere due volte. Il XVI Congresso del PCC (luglio 2002), per chi era ancora duro d'orecchie, mise nero su bianco che non era giusto discriminarli.
Da un mese anche il padrone del colosso cinese Ali Baba, Jack Ma, nome cinese Ma Yun (马云) è diventato "compagno". Lasciamo stare il povero Marx.
Buon 2019 a tutti!
Paolo
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#1 Angelo Attolini 2018-12-29 21:08
"Tutto questo non può che rendere questa lettura interessante a paragone dei 'ritorni a Marx' professati da ogni nuovo leader di ogni piccolo movimento pseudomarxista dagli anni '70 ad oggi (tutta gente che ha scritto molto, ha letto poco, e ha compreso ancora meno)." A fronte di questo qualunquismo narcisista chissà cosa avrebbe pensato (tra i tanti degni di essere citati) un Robert Kurz di tanta sicurezza sul numero delle letture da lui effettuate e di tanta sicumera cognitiva sulla sua capacità di avere compreso ciò che ha letto ...
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