
Teoria del valore-lavoro, totalità dello sviluppo ed egemonia della classe operaia
di Eros Barone
L’oggettività del valore delle merci si distingue da Mrs. Quickly perché non si sa dove trovarla. In diretta contrapposizione all’oggettività rozzamente sensibile dei corpi delle merci, nemmeno un atomo di materiale naturale passa nell’oggettività del valore delle merci stesse. Quindi potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile. Tuttavia, ricordiamoci che le merci posseggono oggettività di valore soltanto in quanto esse sono espressioni di una identica unità sociale, di lavoro umano, e che dunque la loro oggettività di valore è puramente sociale, e allora sarà ovvio che quest’ultima può presentarsi soltanto nel rapporto sociale tra merce e merce.
Karl Marx 1
1. L’unica merce che produce valore
L’analisi che Marx conduce nel I libro del Capitale mostra una rete di scambi in cui si incrociano quantità di lavoro differenti, in una parola scambi ineguali. Si tratta allora di comprendere quale posto hanno questi processi nell’analisi complessiva di Marx, al fine di comprendere, fra le altre cose, l’importanza politica che tali problemi assumevano agli occhi dello stesso Marx. E qui si colloca una pietra angolare dell’analisi della società capitalistica, poiché all’interno di quella rete di scambi esiste uno scambio che assolve un ruolo assiale, definendo la società capitalistica e determinandone la differenza rispetto alla società mercantile: lo scambio tra salario e forza-lavoro.
Sennonché, come è noto, affinché tale scambio possa prodursi occorre che sia venuto a compimento in precedenza un lungo e tormentato processo storico, che ha portato alla polarizzazione, da una parte, dei proprietari dei mezzi di produzione e, dall’altra, di coloro che non posseggono altro che la loro forza-lavoro. Le condizioni storiche d’esistenza del capitale infatti «non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un’epoca del processo sociale di produzione». 2
Questo scambio è il vero, autentico motore della società capitalistica, perché è per definizione uno scambio ineguale, perché esso significa di fatto appropriazione, da parte del capitalista, del valore d’uso specifico della forza-lavoro, della sua specifica capacità di creare valore e quindi di incrementare e valorizzare il capitale. Marx insiste molto su questa specificità del valore d’uso della forza-lavoro, giacché il suo intento non è solo quello di sottolineare la perfetta organicità tra la condizione di merce della forza-lavoro e lo sfruttamento capitalistico, ma anche quello di conferire la massima evidenza al ruolo che svolge la forza-lavoro umana come unica merce che produce, crea valore. Perché tanta insistenza? La ragione è ovvia: ciò che costituisce la differentia specifica tra lo scambio di salario e forza-lavoro ed altri scambi ineguali, che pure si possono produrre su altri mercati che non siano appunto quello della forza-lavoro, è la circostanza per cui, mentre nel primo caso l’ineguaglianza dello scambio deriva da un processo nel quale si forma un valore nuovo, un valore che precedentemente non esisteva, nel secondo caso si tratta di un’ineguale ripartizione e distribuzione del valore già esistente: lo scambio è ineguale perché in esso si intersecano quantità di lavoro diverse.
La differenza risulta con chiarezza anche nelle sue implicazioni politiche: mentre per la classe operaia la radice dello sfruttamento risiede nella riduzione a merce della propria forza-lavoro, ossia nella sua separazione sociale dai mezzi di produzione, nella sua sussunzione all’interno di un rapporto di scambio, per i soggetti sfavoriti nello scambio su altri mercati si tratta invece di una violazione del criterio di equivalenza che regola lo scambio. Dunque, la radice dello sfruttamento non è nel prezzo che il capitalista paga all’operaio, giacché tale prezzo corrisponde al valore (storicamente variabile) della forza-lavoro, ma è nella separazione tra produttori e strumenti di produzione. La centralità della classe operaia nel processo rivoluzionario nasce quindi (sia detto in linea di principio, poiché empiricamente la coscienza di classe varia nelle diverse congiunture storiche) da ciò, che essa, ut talis, lotta per l’abolizione della separazione tra produttori e strumenti di produzione, ossia per il socialismo/comunismo, mentre gli altri soggetti lottano per la restaurazione integrale della legge dello scambio. In altri termini, la prima lotta contro quella legge, i secondi per la sua universale applicazione. È questa la differenza che intercorre, dal punto di vista storico, tra la rivoluzione proletaria e la rivoluzione democratico-borghese, e, dal punto di vista del livello raggiunto dalla coscienza di classe, tra una posizione tradunionista o riformista e una posizione rivoluzionaria.
Marx pone in evidenza la netta cesura esistente fra i due tipi di scambio e i due tipi di rapporto con la società capitalistica che ne derivano: se la classe operaia diviene ciò che è, ovvero una classe che critica in radice la società fondata sullo scambio e la sua scienza, l’economia politica, i soggetti sociali colpiti da un’ineguale ripartizione del valore creato dalla classe operaia (piccola e media borghesia, ‘mezze classi’, ceti intermedi e strati salariati non produttori di valore) lottano per il pieno rispetto della legge del valore e, più in generale, delle leggi dell’economia politica.
D’altra parte, se la preoccupazione di Marx fosse stata esclusivamente quella di porre in evidenza tale cesura, di sottolineare come la società capitalistica si fondi sullo sfruttamento della classe operaia, di mettere in luce l’esemplare filisteismo del principio dello scambio, la sua organicità allo sfruttamento della classe operaia, insomma se Marx si fosse voluto limitare a questo semplice intento, probabilmente gli sarebbe bastato arrestarsi all’ultima pagina del I volume del Capitale, dove viene svelato l’arcano della produzione borghese: l’organicità di scambio e sfruttamento. Come si spiega però l’attenzione che egli continuò a prestare ai problemi della formazione dei prezzi e del loro rapporto con i valori? E come si spiega la prima sezione del I volume del Capitale, il cui cardine è la determinazione del criterio che regola le ragioni di scambio tra le merci?
2. Teoria dello sfruttamento senza teoria del valore: una critica monca
Orbene, il significato di queste domande si chiarisce soltanto se si comprende la loro ragione, che è insieme e inscindibilmente teorica e politica. Si tratta, cioè, di capire che l’intenzione che animava la ricerca di Marx era quella di mettere a punto nel Capitale non solo le categorie per una critica operaia della società capitalistica, ma qualcosa di più: gli strumenti teorici per l’emancipazione della classe operaia. Quegli strumenti grazie ai quali la classe operaia poteva non solo riconoscere la propria schiavitù, ma superare il livello della propria coscienza spontanea per giungere a costruire la propria coscienza politica attraverso una visione capace di inquadrare la totalità dello sviluppo capitalistico.
A questo punto, la preoccupazione, sempre viva in Marx, di fornire una teoria del valore delle merci e del loro valore di scambio non sembra più la semplice preoccupazione dello scienziato di dare una risposta ai classici del pensiero economico borghese, ma si rivela come strettamente funzionale al progetto di fornire un fondamento scientifico alla politica rivoluzionaria della classe operaia. Quando Marx scrive Il Capitale sa già che la «lotta di classe contro classe è lotta politica», 3 ma sa anche che il problema centrale è quello di una fondazione scientifica della lotta della classe operaia come lotta politica, del passaggio dalla classe in sé alla classe per sé. E invero, se la preoccupazione di Marx fosse stata soltanto quella di svelare i rapporti di dominio su cui si fonda la società capitalistica, a questo fine sarebbe stato sufficiente formulare una teoria dello sfruttamento dando come presupposte le ragioni di scambio tra le merci e quindi non vincolando necessariamente il proprio ragionamento ad una teoria del valore. Una teoria dello sfruttamento così fondata ha una sua plausibilità anche se prescinde, convertendolo in un presupposto, dal problema dei prezzi e delle ragioni di scambio tra le merci. Pur non essendo una teoria del valore, è una teoria dello sfruttamento e, pur non affrontando direttamente il problema del criterio secondo il quale si formano e si costruiscono le ragioni di scambio tra le merci, permette tuttavia di descrivere un aspetto fondamentale della società capitalistica: il suo reggersi sulla appropriazione di lavoro non pagato, sullo sfruttamento della classe operaia.
Certamente riuscire a descrivere quest’aspetto della società capitalistica è essenziale, perché consente di mostrarne l’arcano, di ribadire il fine che deve essere sotteso alla lotta politica della classe operaia: la sua liberazione dalle catene del lavoro salariato, il superamento della separazione tra produttori e strumenti di produzione, la costruzione di una società senza classi fondata sull’autogoverno dei produttori. Ma, come si è detto, Marx, con Il Capitale, intende costruire gli strumenti teorici idonei ad esplicare una critica complessiva del processo sociale di produzione e ad investire la totalità dello sviluppo capitalistico.
La disgiunzione del concetto di sfruttamento dalla teoria del valore-lavoro, la disarticolazione di quella relazione che Marx istituisce nel Capitale, comporta quindi conseguenze di non poco conto, così sul piano teorico come sul piano politico: conseguenze che sfociano in una visione ove tutta la complessa fenomenologia del processo di formazione del mercato si appiattisce in una riproduzione scalare dell’unica realtà dello sfruttamento della classe operaia. Quella disgiunzione e quella disarticolazione hanno pertanto un prezzo assai alto sul piano politico, poiché circoscrivono l’azione della classe operaia all’interno della fabbrica, limitando la visuale dei lavoratori alla pura osservazione del proprio processo di sfruttamento e lasciando, quanto meno a livello analitico e sul terreno dell’agitazione, che il processo di formazione del mercato sia un problema esclusivo del capitalista e che la direzione dello sviluppo capitalistico non sia oggetto di critica da parte del movimento di classe. In questo senso, la problematica della pianificazione economica, riproposta negli ultimi tempi da più parti, è il sintomo positivo di un potenziamento e di un allargamento della visuale teorica e politica del movimento di classe. 4
3. Dalla teoria alla politica, dalla classe in sé alla classe per sé
A questo punto è allora nitida sino in fondo l’intenzione di Marx: la costruzione della teoria del valore coincide con il tentativo di elaborare gli strumenti teorici necessari alla costruzione della coscienza politica della classe operaia, della sua capacità di confrontarsi con tutte le contraddizioni dello sviluppo e della crisi del capitalismo, così come con l’apparato di dominio complessivo che media nella società le istanze del modo di produzione capitalistico e organizza con lo Stato il consenso a questo modo di produzione. Perciò, in forza di quella disgiunzione e di quella disarticolazione si impedisce alla teoria di superare il livello della coscienza spontanea della classe operaia, che viene bloccata nell’osservazione, pur essenziale, dei rapporti immediati tra capitalista ed operaio. Scompare in tal modo quello che è stato un problema di Marx e dei classici del socialismo scientifico, quello che è stato il problema del giovane Lenin: l’analisi del processo di formazione del mercato, 5 che va individuata oggi in base alle dimensioni, regionali e globale, che a tale processo ha conferito il capitalismo monopolistico transnazionale. Quella disarticolazione in altri termini rischia di porre un diaframma troppo netto tra Marx e Lenin (un diaframma che a questo punto non sarebbe solo teorico, ma anche politico), impedendo di individuare il terreno che pure è comune ad entrambi: il terreno dell’analisi delle contraddizioni che percorrono il processo di sviluppo/crisi del capitalismo.
4. Teoria del valore e analisi del capitalismo
È un grande merito di Paul Mattick quello di aver ripreso la teoria dell’accumulazione di Marx e di aver mostrato che il capitalismo contemporaneo, lungi dall’aver alterato le condizioni di validità della teoria marxiana del valore, ne costituisce l’ultima conseguenza, sviluppatasi logicamente dalle leggi dell’accumulazione del capitale. 6 Così facendo, Mattick ha tagliato il nodo gordiano di molte discussioni erroneamente impostate sulla teoria del valore di Marx. 7 In particolare, la critica secondo cui la legge del valore avrebbe come condizione di validità un regime economico di libera concorrenza e cesserebbe in una situazione di mercato monopolistico, critica accreditata, ad esempio, da Baran e Sweezy, 8 appare essere priva di fondamento. Come Mattick fa vedere, 9 la teoria del valore non è una teoria dei prezzi relativi, in quanto il suo status logico non è quello degli empirici rapporti di mercato. Il fatto che il prezzo di monopolio non possa coincidere con il valore è, in questo caso, una banalità che non ha niente che fare con una ‘confutazione’ della teoria del valore, in quanto per Marx sono i rapporti di produzione che permettono di spiegare i fenomeni del mercato, così come la concentrazione del capitale e il predominio del monopolio che ne conseguono. Il prezzo di monopolio è quindi intelligibile soltanto partendo dalla legge del valore, allo stesso modo in cui le deviazioni da una legge sono soltanto intelligibili sulla base della legge stessa.
La legge del valore si configura pertanto come l’espressione della struttura centrale e delle tendenze storiche di una società i cui rapporti di produzione si fondano sulla divisione del lavoro e sulla proprietà privata. Da questo punto di vista, la legge del valore mostra come la produttività del lavoro umano debba esprimersi in termini di valorizzazione, ossia in termini di accumulazione del capitale, fermo restando che l’accumulazione del capitale sociale totale è il quadro in cui l’accumulazione dei capitali singoli, e quindi anche i prezzi come rapporti empirici di scambio, diventano intelligibili e scientificamente spiegabili.
Insomma, la divaricazione tra prezzi e valori non è la, da più parti conclamata, smentita della teoria, ma il segno di un processo sociale che, avendo modificato le condizioni dell’equilibrio perfetto, attende la sua spiegazione. Sennonché questa spiegazione non può venire da una nuova teoria del valore e dei prezzi (o, ad esempio, da qualche ircocervo ricardiano-walrasiano-sraffiano), ma soltanto dallo sviluppo dell’analisi sociale materialistica: l’equazione di prezzi e valori presuppone un certo rapporto tra i produttori, la divaricazione tra prezzi e valori indica che questo rapporto si è modificato; l’analisi delle ragioni che presiedono a tale divaricazione è l’unico strumento che consente di comprendere la dinamica concreta dello sviluppo capitalistico. La mancata coincidenza di prezzi e valori, di ragioni di scambio e quantità di lavoro, l’ineguaglianza dello scambio non è la smentita della teoria, ma è l’ineguaglianza stessa dello sviluppo capitalistico; la divaricazione tra prezzi e valori non è la contraddizione tra il fatto e la teoria, ma la fenomenologia concreta dello sviluppo capitalistico in quanto sviluppo ineguale; l’astrazione dei prezzi dai valori è un’astrazione reale.
Di fronte a questo fenomeno (la divaricazione tra valori e prezzi) due ipotesi appaiono allora in tutta la loro debolezza (debolezza che si appalesa nel modo più chiaro a proposito della ‘vexata quaestio’ della cosiddetta trasformazione dei valori in prezzi di produzione): da una parte, quella che di fronte alla suddetta divaricazione risponde dichiarando la irrilevanza del processo di formazione dei prezzi in Marx e demandando così il tema dello sviluppo alla direzione del capitale; dall’altra, quella che, muovendosi nella direzione esattamente opposta, di fronte a questo fenomeno risponde dichiarando l’incapacità della teoria del valore-lavoro nel ricostruire il processo di formazione dei prezzi. Peraltro, spesso accade che l’operaismo della prima debba fare ricorso, allorché vuole misurarsi con il tema dello sviluppo, all’economicismo volgare della seconda ipotesi.
A questo punto, è possibile vedere un vizio che accomuna entrambi questi atteggiamenti nel loro atteggiarsi di fronte al problema della divaricazione tra prezzi e valori: in entrambi i casi, di fronte alla tensione dipolare che si produce tra il valore e la sua forma fenomenica (il prezzo), la reazione è quella di elidere la tensione sopprimendo uno dei due poli tra i quali quella tensione si produce: nel primo caso negando la rilevanza del problema dei prezzi, nel secondo caso mettendo in discussione la ‘validità’ della teoria del valore-lavoro. Si recide così qualsiasi legame tra teoria del valore-lavoro e processo di sviluppo/crisi del capitalismo, eludendo proprio quel compito di potenziamento ed allargamento del raggio d’azione della critica dell’economia politica rispetto al tema del processo complessivo di sviluppo/crisi del capitalismo, di cui proprio la divaricazione tra valori e prezzi fonda la concreta possibilità. 10
In entrambi i casi rimane scoperto, innanzitutto sul piano teorico e quindi strategico, tutto quel terreno di analisi che coincide con il processo di formazione del mercato (non solo nazionale), su cui il capitale può esercitare indisturbato la sua direzione teorico-pratica. Non a caso è stato proprio questo il terreno d’analisi che, per primo dopo Marx, Lenin ha esplorato; 11 non a caso questo compito è stato quello sul quale si sono misurati i grandi dirigenti del movimento operaio internazionale. È su questo terreno infatti che vanno costruite in concreto la teoria della rivoluzione proletaria e l’egemonia della classe operaia.













































Comments
Nessuno qui intende dare una descrizione negativa o sprezzantemente critica dell'esperienza sovietica, il primo grandioso e glorioso (solo la sua fine fu ingloriosa) tentativo di edificare una società di uguali e di veramente liberi.
Al contrario la lealtà a quella storia (e per far sì che essa non sia passata invano) esige non che ci si fermi a quello che loro sapevano già e a venerare ciò che loro seppero fare, ma che si indaghi e si capisca (con tutti i nostri limiti spirituali, mentali e materiali) cosa fu che non funzionò, per scoprire quello che loro ancora non potevano sapere e per divenire capaci di fare di più e di meglio.
Si deve essere capaci di guardare in faccia la tragedia e di accettare (razionalmente) il fallimento, per trovare la forza di uscire dalla paralisi pietrificante che ci ha colpiti.
Se già il nucleo centrale economico di Marx non viene colto o elaborato o investigato secondo prospettive adeguate, le parti più filosofiche/psicologiche aggiunte finiscono per essere un elemento appiccicato o di surrogazione, nel tentativo di derivare da Marx una rassicurante dottrina politica di riferimento.
Così il pervenire alla critica del presunto aspetto “ossimorico”, cioè “scientifico-utopistico” del concetto di comunismo in Marx , sembra creare il fatto che, a prescindere dalle categorie analitico economiche, che possono anche non essere adeguatamente conosciute, sia centrale l'ottimismo teologico di Marx. Il che ha una sua legittimità e probabilmente utilità, se l'interpretazione teologica fosse adeguata, tuttavia già Marx aveva maturato una visione o percezione minimamente problematicizzata in merito, come si evince dalle continue ricerche e studi sulla evoluzione del sistema finanziario e suoi rapporti con le crisi e dalle considerazioni sulla comune russa, quando non esclude che configurazioni strutturali e spirituali, caratterizzate da un percorso storico economico differente, possano generare condizioni ugualmente appropriate per un salto verso la socializzazione dei mezzi di produzione.
Indubbiamente l'incapacità da parte di Stalin di prepararsi la successione e il sorprendente violento, scomposto e emozionale attacco di Khrushchev contro Stalin stesso, in un quadro di incomprensione e incapacità di definire politiche economiche, monetarie e di istruzione che non fossero slla fine subalterne alla propaganda e ideologia capitalista, ha segnato, con il logico contorno di senza cervello, il cammino verso il disastro nazionale e di una idea di comunismo. Ma gli illusi che si aspettavano il paradiso hanno ottenuto la giusta punizione capitalistico imperialistica.
Le critiche pertanto, specie se romantiche e intellettualistiche, possono essere tanto unilaterali e sclerotizzate quanto criticati dogmatici schematismi.
Pertanto contribuisce a generare falsa coscienza, di cui inevitabilmente sono imbevuti anche o soprattutto tutti coloro che apparentemente e velleitariamente vorrebbero promuovere alternative.
Nonostante la rappresentazione di Marx e i suoi schemi riproduttivi, con magari qualche essenziale contributo della Rosa Luxemburg, formino il più potente strumento intellettuale per descrivere e capire il capitalismo, sono gettati alle ortiche, surrogati dall'irrazionalismo pseudometafisico.
Così le tematiche avanzate da Eros Barone, invece di costituire in modo abbastanza scontato l'intelaiatura di una visione logica e politica, su cui misurarsi e confrontarsi, per la lontananza da ciò che convenzionalmente ormai si percepisce come senso comune, appaiono discorsi di alieni.
Nella fantasmagorica rappresentazione della realtà, brutalmente oggettiva in sé, da parte della propagandistica e condivisa pseudometafisica, il profitto viene spiegato non come il sacrificio dei lavoratori, (o di una società nel suo complesso), ma dei capitalisti: non plusvalore estratto e sottratto ai lavoratori, ma risparmio dei capitalisti. Perciò il capitalista, che generosamente si sacrifica e astiene dal consumo, viene giustamente ricompensato dal profitto sull'investimento.
Se per caso quelle risorse e risparmio appartenessero ai lavoratori, la loro remunerazione dovrebbe seguire un destino differente.
Perciò nel capitalismo, per evitare dubbi e equivoci e rispettare la gradevole narrazione, la proprietà e controllo delle risorse produttive deve essere mantenuto rigorosamente nelle mani dei capitalisti.
Marx si muove infine in un orizzonte sistematicamente teologico, per mantenere la logica di Hegel, riformulata e ribaltata però nella sua azione, al fine di spurgare gli aspetti di misticismo e astrattismo dalla rappresentazione del mondo e cristianesimo hegeliani. In ciò, nella messa da parte o circoscrizione della metafisica e del suo astratto illusorio linguaggio, risiede l'identità "spirituale" e linguistica tra il Dio è morto e la religione è l'oppio dei popoli, ma al tempo stesso, per la separatezza della prospettiva e orizzonte, l'apparente differenza con Nietsche.
la mia ignoranza caprina di Shakespeare mi aveva fatto ignorare fino a poco fa chi fosse Miss Quickly (Wittib Hurtig nell'originale tedesco): una "vedova allegra", molto allegra, la locandiera (quindi tutti sanno dove trovarla...) amica di Falstaff (che peraltro Marx ama associare alla figura del capitalista). A onor del vero, ora ne so qualcosa di più solo perché i compagni sovietici a loro tempo scrivevano testi come Čitaja Marksa (leggendo Marx https://www.rulit.me/books/chitaya-marksa-sbornik-rabot-read-400468-23.html) dove, per esempio, si parlava della vena ironica di Marx, come in questo caso, e si aiutava il lettore sovietico (ma anche italiano, a questo punto) a capire il gioco che stava dietro.
O "sotto". Perché vado avanti a leggere e trovo "Субстанция стоимости товаров тем отличается от вдовицы Квикли" (La sostanza (substancija) del valore delle merci si differenzia così tanto dalla vedova Kvikli (traslitt. di Quickly)) Substancija -> Substantia -> che sta sotto, alla base. E allora decido di andare a fondo anch'io...
col testo originale davanti gentilmente offerto dagli amici della DDR (http://www.mlwerke.de/me/me23/me23_049.htm#Kap_1_3)
vado a colpo sicuro e trovo: "Die Wertgegenständlichkeit der Waren unterscheidet sich dadurch von der Wittib Hurtig"
E trovo quel Wertgegenständlichkeit che si compone di Wert (valore, facile) e gegenständlichkeit, che noi traduciamo come oggettività. Ma che i russi traducono sia come "essere oggetto" (predmet oggetto + nost' = predmetnost'), ma anche come substantia o substancija. Certo che tolti quei suffissi finale resta solo "gegenständ", che ti sta di fronte. Che non è proprio la stessa cosa di objcere (lanciare contro, da cui obiettare) e quindi Objectum. Che per altro esiste in russo come termine, giunto via Polonia qualche secolo fa (объект). Ma che in questo caso non appare nella traduzione.
Qui mi fermo, ma quel "sostanza" ammetto che mi piace di più... e vado una riga sopra. Dove Marx parla di Doppelform, di duplice forma quando si affronta il tema della merce (Ware): Naturalform und Wertform, FORMA NATURALE E FORMA VALORE.
E lì capisco perché mi piace di più. Perché alla fine, in questo "travaso impossibile" di atomi, il senso è reso decisamente meglio. E " Im graden Gegenteil zur sinnlich groben Gegenständlichkeit der Warenkörper geht kein Atom Naturstoff in ihre Wertgegenständlichkeit ein. " diventa "В прямую противоположность чувственной грубой субстанции товарных тел ни один атом естественного вещества не входит в субстанцию их стоимости", ovvero: In diretta contrapposizione (andando contro, quasi a sbattere, non a caso abbiamo il verbo di moto geht negato dopo) alla sostanza rozzamente sensibile dei corpi delle merci, neanche un atomo di "stoffa naturale" riesce a entrare nella sostanza del loro valore.
Niente da fare, no pasaran. E a differenza della vedova allegra Quickly, che tutti sanno dove trovare... gira che ti rigira questa merce, la puoi scuotere per sentire se fa qualche rumore strano, la puoi anche spaccare per amore della scienza (e un po' meno del portafoglio...) ma di questo benedetto Wert nessuna traccia!
Grazie mille e
Ciao!
Paolo
Da questa frase potremmo dedurre che la filosofia di Marx, piuttosto che come MATERIALISMO, potrebbe essere più utilmente definita come REALISMO integrale, nel senso in cui la scolastica lo contrapponeva (il Realismo) al NOMINALISMO dei concetti.
Delle due l'una: o il concetto di MATERIA indica l'insieme di ciò che ha un'estensione nello spazio, come riferito in qualunque enciclopedia filosofica;
oppure, se esso, come sostiene Lenin è sinonimo di OGGETTIVITA', allora è talmente egemonizzato dalla borghesia che chiunque (persino Marx) lo usa per indicare tutto ciò che è composto da atomi.
Ripropongo questa osservazione, non nuova, per sottolineare come un appiattimento del marxismo su quello che in gergo comunista viene definito come "materialismo volgare" (io credo tipico della maggior parte dei militanti comunisti) sia contrario alla lettera e allo spirito della stessa dottrina di Marx.
Di fatto la lotta contro l'Idealismo ha finito per far trionfare il materialismo volgare nella mente dei comunisti; o meglio, io credo, i revisionisti e i nemici dei lavoratori presenti nel movimento comunista hanno utilizzato l'accusa di Idealismo contro ogni sviluppo e ampliamento del materialismo dialettico, con grande danno per il movimento dei lavoratori.
La rinascita in occidente del comunismo passa per un abbandono del dogmatismo dottrinale ed una doverosa riconsiderazione dei concetti basilari della teoria rivoluzionaria.