
La crisi dell’imperialismo, la guerra e la differenza decisiva del movimento comunista
di Eros Barone
1. Natura sociale e orientamento politico delle correnti nazionaliste: la pseudomorfosi1 di una parte dell’estrema destra
La crescente influenza delle forze nazionaliste e di estrema destra in tutta Europa non è, rispetto al sistema capitalistico, né un dato casuale né un fattore esogeno. Tale influenza è invece strettamente connessa alle esigenze che esprime il potere capitalistico in una congiuntura delle lotte fra le classi in cui le rivalità imperialistiche si acuiscono, i preparativi bellici si intensificano e la crisi organica delle classi dirigenti rende difficile anche ai più consolidati partiti borghesi ottenere il consenso popolare per le proprie politiche. In questa direzione l’ascesa di Alternative für Deutschland, del Rassemblement National in Francia e di Reform UK in Gran Bretagna, insieme con l’esperienza del governo di Giorgia Meloni in Italia, indica cambiamenti significativi nel panorama politico europeo. Tuttavia, lungi dal rappresentare una vera e propria sfida al dominio capitalistico, queste forze offrono ulteriori opzioni politiche ai settori della borghesia che cercano di adattarsi al mutato contesto internazionale.
In effetti, il capitalismo non si limita a creare il malcontento sociale strumentalizzato dall’estrema destra, ma crea anche le condizioni politiche in cui diviene possibile alle forze nazionaliste e reazionarie deviare tale malcontento lontano dalla lotta contro il potere capitalistico. Così, se è vero che l’inasprirsi della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina, lo scontro tra la NATO e la Russia e la lotta per i mercati, le risorse energetiche e le rotte commerciali stanno inasprendo le contraddizioni all’interno dello stesso blocco euro-atlantico, è altrettanto vero che diverse frazioni del capitale europeo manifestano interessi contrastanti riguardo sia alle relazioni con Washington, Mosca e Pechino sia al futuro dell’Unione Europea sia alle spese militari e alle conseguenze delle sanzioni e delle tensioni economiche: interessi e disaccordi che trovano inevitabilmente la loro espressione organica nei sistemi politici degli Stati capitalistici. Si spiega pertanto alla luce di queste contraddizioni che oppongono tra di loro i “fratelli massoni del capitale” la significativa circostanza per cui, contrariamente a quanto è dato desumere dalle semplicistiche analogie storiche con gli anni Trenta del secolo scorso, alcuni partiti dell’attuale estrema destra abbiano guadagnato una crescente influenza criticando certi aspetti della contesa continentale che vedono scontrarsi la NATO e l’Unione Europea con la Russia.
In tal modo, mentre i governi socialdemocratici, liberali e conservatori sostengono l’‘escalation’ militare, le sanzioni e la transizione verso un’economia di guerra, le forze nazionaliste sfruttano l’opposizione popolare alle conseguenze che da quei fattori discendono, promettendo, per un verso, pace, sovranità nazionale, energia a basso costo e protezione dell’industria nazionale e, per un altro verso, presentandosi come una valida alternativa alle politiche ‘lacrime e sangue’ che hanno gravato su milioni di lavoratori. Eppure, dietro queste promesse non vi è né l’intenzione di colpire lo sfruttamento capitalistico né tantomeno la prospettiva di liberare la classe operaia dalla concorrenza imperialistica. Ciò che viene proposto, e mascherato dietro false apparenze create ad arte, è invece una diversa strategia per difendere gli interessi della borghesia nazionale. In tal senso, l’esperienza del governo Meloni in Italia è davvero emblematica, poiché questa signora, una volta giunta al potere, ha perfettamente adattato la precedente retorica euroscettica agli imperativi fondamentali dello Stato capitalistico italiano, ivi compresa la posizione di esso Stato all’interno dell’apparato militare e finanziario della NATO e dell’Unione Europea. Ciò dimostra che l’estrema destra è funzionale a scopi diversi ed intrecciati: esprimere, da un lato, gli interessi di particolari frazioni borghesi nei mutamenti geopolitici in corso e inalveare, dall’altro, il malcontento della classe operaia verso i canali di scolo del nazionalismo, dell’ostilità verso gli immigrati e dell’ideologia interclassista secondo cui lavoratori e capitalisti condividono interessi comuni.
2. Fascismo, socialfascismo e lotta per il socialismo
Esiste poi un altro aspetto di questo comportamento politico, non meno importante del primo, per cui le stesse forze che si presentano come paladine della democrazia contro l’estrema destra sono spesso quelle le cui politiche hanno contribuito a creare le condizioni per la crescita dell’estrema destra. I governi socialdemocratici e i partiti conservatori e liberali hanno infatti promosso, sul terreno della politica interna, insieme con gli attacchi ai salari e ai diritti dei lavoratori, la privatizzazione dei servizi pubblici e delle abitazioni, mentre sul terreno della politica estera hanno sostenuto, in nome della sistematica subordinazione dei bisogni sociali ai profitti del capitalismo, l’‘escalation’ della spesa militare e un maggiore coinvolgimento nei conflitti imperialistici. Sennonché, dopo aver condotto queste politiche, ora chiedono ai lavoratori di sostenerli per impedire che l’estrema destra arrivi al potere o vi si mantenga. Si tratta del consueto ricatto del cosiddetto “male minore” o del cosiddetto “voto utile”, all’insegna del quale le forze opportuniste cercano di convincere la classe operaia a riporre la propria fiducia in coloro che hanno governato contro i suoi interessi, giacché l’alternativa sarebbe presumibilmente persino peggiore.
Gli appelli ad un’ampia alleanza di forze “progressiste” e “democratiche”, la creazione di un “campo largo” diventano così un mezzo per confinare l’opposizione popolare entro i limiti della politica borghese: la questione del potere capitalistico scompare, sostituita dalla questione di chi, tra i politici, debba esercitarlo. La contraddizione diviene ancor più evidente quando l’Unione Europea condanna ufficialmente il fascismo, mettendo sullo stesso piano, con una equiparazione storica aberrante, comunismo e nazismo, tollerando la distruzione di monumenti antifascisti e facendo dell’anticomunismo un’arma del proprio arsenale ideologico. È venuto allora il momento di denunciare apertamente il carattere del tutto posticcio di un genere di antifascismo che presume di combattere l’estrema destra trattando al contempo come intoccabili i rapporti capitalistici che la sostengono: la storia insegna che il nome appropriato di questo costrutto ideologico è quello di socialfascismo. L’estrema destra e i suoi oppositori simmetrici, che si definiscono democratici, possono avere divergenze reali su specifiche politiche e su determinati schieramenti internazionali, ma tali divergenze si sviluppano all’interno dello stesso sistema sociale, i cui fondamentali rapporti di sfruttamento nessuna delle due parti intende abolire2.
È proprio qui che l’esperienza storica del movimento comunista acquista un significato particolare, poiché la lotta contro il fascismo è stata indissolubilmente legata ad alcuni dei capitoli più eroici della storia del movimento comunista internazionale. Ma questa storia solleva anche un difficile interrogativo strategico: che cosa accade quando la lotta antifascista si distacca dalla lotta rivoluzionaria per il potere dei lavoratori, che è quanto dire dalla lotta per il socialismo? L’esperienza della strategia del Fronte Popolare, adottata al VII Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1935, merita quindi un esame critico a questo riguardo3. In Francia la collaborazione con le forze socialdemocratiche e borghesi contro il fascismo si è sviluppata attorno ad un programma di governo che non metteva in discussione i rapporti di produzione capitalistici, escludendo la preparazione di una rivoluzione socialista. In Spagna la successiva evoluzione del partito comunista verso la riconciliazione nazionale e infine verso l’eurocomunismo ha dimostrato quali fossero le conseguenze a lungo termine delle concessioni strategiche fatte in nome dell’unità antifascista. Naturalmente, niente di tutto ciò sminuisce gli eroici sacrifici dei comunisti che hanno combattuto il fascismo, spesso a costo della propria vita. La questione riguarda la strategia politica del movimento comunista e le conseguenze che derivano dalla scelta di subordinare i suoi obiettivi rivoluzionari ad alleanze volte a difendere la democrazia borghese. L’esperienza storica ha dimostrato che nemmeno l’attività antifascista più risoluta può, di per sé, garantire il carattere rivoluzionario della linea di un partito comunista se la strategia di quest’ultimo si lega alla conservazione o alla gestione del potere capitalistico. La questione non è se i comunisti debbano opporsi alle organizzazioni fasciste: questo è fuori discussione. La vera questione è la seguente: sotto quale bandiera di classe conducono questa lotta? con quali forze politiche? verso quale obiettivo finale?
3. La differenza decisiva è la rivoluzione socialista
Qui occorre essere estremamente chiari: esiste una differenza fondamentale tra lo sviluppo della lotta contro il fascismo come parte dell’attività rivoluzionaria indipendente della classe operaia e la sua riduzione ad un’alleanza con le forze borghesi, il cui obiettivo è preservare l’ordine sociale esistente. In quest’ultimo caso, il pericolo è che i comunisti cessino di agire come forza rivoluzionaria indipendente e diventino difensori proprio di quel sistema politico borghese che genera continuamente nuove forme di reazione. L’esperienza rivoluzionaria dei bolscevichi offre, a tale proposito, un’importante lezione di storia. La loro politica di classe indipendente durante la prima guerra mondiale, e in particolare tra il febbraio e l’ottobre del 1917, dimostrò l’importanza veramente decisiva di mantenere una strategia rivoluzionaria in mezzo a profondi sconvolgimenti politici, senza subordinare la classe operaia all’una o all’altra frazione della borghesia. Si tratta di una lezione che non riveste un mero interesse storico: in un’epoca in cui la competizione interimperialista si sta intensificando e il pericolo di una guerra generalizzata è incombente, essa riguarda la direzione stessa del movimento comunista contemporaneo.
I partiti comunisti si trovano infatti di fronte al compito di rafforzare le proprie radici nella classe operaia, ricostruire il movimento operaio di classe e contrastare il nazionalismo, il fascismo e la guerra imperialista senza diventare appendici della socialdemocrazia o di altre forze politiche borghesi. Essi non possono accettare la richiesta che i lavoratori si sacrifichino per la competitività, la forza militare o le ambizioni geopolitiche della propria borghesia. Epperò l’opposizione ad una potenza imperialista non può giustificare, se non sul terreno della tattica leninista, il sostegno ad un’altra. In altri termini, la lotta contro l’estrema destra non può essere ridotta alla salvaguardia della democrazia borghese dalle sue conseguenze reazionarie: essa deve essere connessa alla lotta contro il potere capitalistico stesso, contro il sistema che genera fascismo e reazione, li asseconda quando reputa che sia necessario e li utilizza per difendere gli interessi del capitale. La classe operaia non ha motivo di scegliere tra diversi difensori dello stesso sistema di sfruttamento, poiché il compito storico del movimento comunista non è quello di salvare il capitalismo dalle sue contraddizioni, ma di organizzare la lotta per il suo rovesciamento e per il socialismo.
Tale compito diventa ineludibile a mano a mano che l’effetto incrociato della crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale, della caduta del saggio medio di profitto e della “crisi organica” delle classi dirigenti che ne dipende e da cui proviene la spinta irresistibile verso la reazione, il fascismo, il socialfascismo e la guerra, rende sempre più palese quella situazione che, nel linguaggio degli alpinisti, viene indicata con l’espressione tedesca “sich versteigen”: la situazione cioè per cui, essendo salito troppo in alto ed essendosi smarrito nella scalata, l’alpinista non riesce più ad andare né avanti né indietro, ed è perduto.













































Comments
E. Barone, nonostante difenda atteggiamenti qualificanti di sinistra e comunisti, scivola un poco, in compagnia dello stesso M. Castaldo, nell'idealismo e nella confortevole e emotiva proiezione psicologica.
Infatti, i partiti comunisti e sinistra ufficiale, come a suo tempo, per esempio, Jose Saramago varie volte ammonì, sono diventati la vera destra e la forza propulsiva del neoliberalismo fascista.
Per limitarsi al caso italiano, il Pci era già al completo sbando ideologico a fine anni 60, fallito il tentativo del suo definitivo controllo da parte della DC, divenne rapidamente il più coriaceo interprete della pseudometafisica economica e del neoliberalismo fascista.
Il colpo di stato del 92 sanzionò il radicale cambiamento del paradigma economico nazionale, il trasferimento di gran parte del potere sostanziale ai potentati burocratici e parassitari e l’adozione della politica di riduzione del reddito per la maggioranza della popolazione e in particolare della classe media.
Un secondo punto critico di riflessione dovrebbe, poi, riguardare gli effetti di un processo di crescita del reddito reale, come quello garantito dal modello economico di accumulazione marxiano kaleckiano: essi non si sono rivelati completamente congruenti a alcune ipotesi o convinzioni lineari della prospettiva teologica di Marx, ancorché inseribili, da un punto di vista storico e dinamico, nella sua rappresentazione scientifica del capitalismo.
La classe dominante esercita oggi il suo potere assoluto attraverso il controllo dei propri fantocci politici e la martellante e indigesta propaganda delle stolte/i degli organi della disinformazione, assimilabili a organizzaioni terroriste.
Come primo passo, un effetivo e non idealizzato movimento comunista può rinascere se, almeno al suo interno, riesce a impadronirsi e ridotarsi di una propria narrazione non malinconicamente subalterna alle fantasmagorie diffuse dai dominanti.
Pensare che una classe possa rendersi autonoma, indipendente, cioè PER SE', come ipotizzato dal Manifesto del 1848 di Marx-Engels È ASTRATTEZZA IDEOLOGICA, e chi ancora la rincorre semina fumo oltre che perdere tempo.
Domando: a chi giova?
Potrebbe provare a rispondere il Barone?
Se oggi, con un sistema sociale in profonda crisi economica, politica, sociale, ambientale e culturale, e quant'altro si pensa ancora alla classe operaia, si pensa all'astrattezza, e nemmeno alla Rivoluzione russa, come Barone allude, perché quella Rivoluzione straordinaria con la classe operaia non c'entrava un bel niente.
E Barone, come tanti cosiddetti marxisti, dimostra di non conoscerla affatto.
Provi, il Barone a convocare un convegno SERIO di riflessione piuttosto che continuare a scrivere di vuota ideologia.
Michele Castaldo