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materialismostorico

Gramsci e la Russia sovietica

Il materialismo storico e la critica del populismo

Domenico Losurdo

Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp 18-41. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/600

Se non diversamente indicato, questi contenuti sono pubblicati sotto licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.

1920 fabbriche occupate1. «Collettivismo della miseria, della sofferenza»

Com’è noto, la rivoluzione che tiene a battesimo la Russia sovietica e che, contro ogni aspettativa, si verifica in un paese non compreso tra quelli capitalistici più avanzati, è salutata da Gramsci come la «rivoluzione contro Il capitale». Nel farsi beffe del meccanicismo evoluzionistico della Seconda Internazionale, il testo pubblicato su «Avanti!» del 24 dicembre 1917 non esita a prendere le distanze dalle «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» presenti anche «in Marx». Sì, «i fatti hanno superato le ideologie», e dunque non è la rivoluzione d’Ottobre che deve presentarsi dinanzi ai custodi del «marxismo» al fine di ottenere la legittimazione; è la teoria di Marx che dev’essere ripensata e approfondita alla luce della svolta storica verificatasi in Russia1. Non c’è dubbio, memorabile è l’inizio di questo articolo, ma ciò non è un motivo per perdere di vista il seguito, che non è meno significativo. Quali saranno le conseguenze della vittoria dei bolscevichi in un paese relativamente arretrato e per di più stremato dalla guerra?:

«Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe […]. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile».

 

In questo testo il comunismo di guerra che sta per imporsi nella Russia sovietica viene al tempo stesso legittimato sul piano tattico e delegittimato sul piano strategico, legittimato per l’immediato e delegittimato con lo sguardo rivolto al futuro. Il «collettivismo della miseria, della sofferenza» è giustificato per le condizioni concrete in cui versa la Russia del tempo: il capitalismo non sarebbe in grado di fare nulla di meglio. Ma il «collettivismo della miseria, della sofferenza» deve essere superato «nel minor tempo possibile».

Non è affatto un’affermazione banale. Vediamo in che modo il francese Pierre Pascal interpreta e saluta la rivoluzione bolscevica di cui è testimone diretto:

«Spettacolo unico e inebriante: la demolizione d’una società. Si stanno realizzando il quarto salmo dei vespri domenicali e il Magnificat: i potenti rovesciati dal trono e il povero riscattato dalla miseria […]. I ricchi non ci sono più: solo poveri e poverissimi. Il sapere non conferisce né privilegio né rispetto. L’ex operaio promosso direttore dà ordini agli ingegneri. Alti e bassi salari s’accostano. Il diritto di proprietà è ridotto agli effetti personali»2.

Lungi dal dover essere superata «nel minor tempo possibile», la condizione per cui ci sono «solo poveri e poverissimi» ovvero, nel linguaggio di Gramsci, il «collettivismo della miseria, della sofferenza», tutto ciò è sinonimo di pienezza spirituale e di rigore morale. È vero, Pascal era un fervente cattolico, ma ciò non significa che i bolscevichi fossero immuni da questa visione all’insegna del populismo e del pauperismo. Anzi, ci si può chiedere se non ci sia traccia di populismo e pauperismo nella definizione che trasfigura come «comunismo» e sia pure come «comunismo di guerra», un regime caratterizzato dal tracollo dell’economia (con il ritorno a tratti al baratto) e in certi momenti dalla requisizione forzata degli alimenti necessari alla sopravvivenza della popolazione urbana; un regime cioè che Gramsci più correttamente definisce quale «collettivismo della miseria, della sofferenza». Nel 1936-37 è Trotskij3 a ricordare criticamente «le tendenze ascetiche dell’epoca della guerra civile», diffuse tra i comunisti, il cui ideale sembrava essere la «miseria socializzata». È una formula che fa pensare a quella di Gramsci ma che è posteriore di quasi vent’anni.

A descrivere nel modo più efficace, negli anni ’40, il clima spirituale dominante nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione d’Ottobre è un militante di base del partito comunista dell’Unione sovietica:

«Noi giovani comunisti eravamo tutti cresciuti nella convinzione che il denaro fosse stato tolto di mezzo una volta per tutte […]. Se ricompariva il denaro, non sarebbero ricomparsi anche i ricchi? Non ci trovavamo su una china scivolosa che ci riportava al capitalismo?»4.

A provocare la catastrofe della guerra erano stati la gara per la conquista delle colonie, dei mercati e delle materie prime, la caccia al profitto, in ultima analisi l’auri sacra fames, e dunque il «comunismo di guerra» non solo era sinonimo di giustizia sociale ma era anche la garanzia che non si sarebbero più verificate tragedie del genere. Era un clima non certo confinato in Russia. Nel 1918 il giovane Ernst Bloch5 si attendeva, sull’onda della rivoluzione d’Ottobre, l’avvento di un mondo liberato una volta per sempre da «ogni economia privata», da ogni «economia del denaro» e, con essa, dalla «morale mercantile che consacra tutto quello che di più malvagio vi è nell'uomo».

Secondo il Manifesto del partito comunista, i «primi moti del proletariato» sono spesso caratterizzati da rivendicazioni all’insegna di «un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo»; d’altro canto, non c’è «nulla di più facile che dare all’ascetismo cristiano una mano di vernice socialista»6. È esattamente quello che si verifica nella Russia rivoluzionaria. Si deve però subito aggiungere che il fenomeno così efficacemente descritto da Marx ed Engels ha un’estensione temporale e spaziale ben superiore a quella da loro suggerita. Anche nel Novecento, e persino nell’ambito di movimenti che fanno professione di materialismo storico e di ateismo, troviamo confermata la regola per cui le grandi rivoluzioni popolari, i sommovimenti di massa delle classi subalterne tendono a stimolare un populismo spontaneo e ingenuo, che, ignorando del tutto il problema dello sviluppo delle forze produttive, si attende o celebra la riscossa di coloro che occupano l’ultimo gradino della gerarchia sociale, la riscossa dei poveri e dei «poveri nello spirito».

A questa tendenza Gramsci risulta estraneo già dai suoi primi interventi.

 

2. Lo scioglimento dell’Assemblea Costituente quale «episodio di libertà»

Poche settimane dopo aver salutato la «rivoluzione contro Il capitale», in un articolo pubblicato su “Il Grido del popolo” del 26 gennaio 1918, Gramsci giustifica lo scioglimento dell’Assemblea Costituente deciso dai bolscevichi e dai socialisti rivoluzionari. Si tratta di una misura che costituisce «un episodio di libertà nonostante le forme esteriori che fatalmente ha dovuto assumere», nonostante «l’apparenza violenta»7.

Com’è noto, diverso e contrapposto è l’atteggiamento assunto in tale occasione da Rosa Luxemburg8, che in polemica con la svolta considerata autoritaria o dittatoriale della rivoluzione russa celebra la libertà quale «libertà di chi pensa diversamente». Nonostante l’eloquenza che la caratterizza e che l’ha resa famosa, questa presa di posizione è tutt’altro che convincente. Generalmente, le grandi rivoluzioni provocano un conflitto tra la città e la campagna. Le masse urbane protagoniste del rovesciamento dell’Antico regime e che hanno sopportato il peso e i sacrifici della lotta sono scarsamente inclini a cedere il potere alle masse rurali, che hanno svolto un ruolo secondario nel processo rivoluzionario e dove l’influenza del regime appena rovesciato continua a farsi sentire.

È una dialettica che si manifesta nella prima rivoluzione inglese e nel ciclo rivoluzionario francese nel suo complesso. Per quanto riguarda quest’ultimo, la vittoria dei giacobini è chiaramente la vittoria della città, di Parigi, non solo contro la campagna cattolica e tradizionalista della Vandea ma anche contro le istanze della provincia rappresentate dai girondini. Nel 1848 è invece la campagna a conseguire la vittoria: ne scaturisce una reazione che sfocia nell’instaurazione della dittatura bonapartista. Anche nel 1871 la sconfitta della Comune di Parigi sembra spianare la strada alla restaurazione borbonica ovvero a una deemancipazione politica delle masse popolari da conseguire mediante il ritorno alla discriminazione censitaria aperta o grazie all'introduzione del voto plurale a favore delle élites9.

Dati questi precedenti e tenendo presenti l’infuriare della guerra, l’acutezza dello scontro tra coloro che erano decisi a continuarla o a rilanciarla e coloro che volevano in ogni caso porvi fine, nonché il ruolo internazionale dell’Intesa decisa a impedire con ogni mezzo la «diserzione» della Russia, è tutto da dimostrare che la vittoria dell’Assemblea Costituente avrebbe significato il consolidarsi della democrazia, piuttosto che il ritorno del potere zarista o, più probabilmente, l’avvento di una dittatura militare (appoggiata dagli «alleati» dell’Intesa).

Sono gli anni in cui dappertutto la mobilitazione totale ha reso precario il rispetto della legalità anche per quanto riguarda gli organismi rappresentativi. Ancora prima di salutare la rivoluzione d’Ottobre e di appoggiare lo scioglimento dell’Assemblea Costituente, Gramsci ha polemizzato duramente contro Leonida Bissolati che in Parlamento e dai banchi del governo, cui era asceso grazie al suo fervente interventismo, non aveva esitato a minacciare i deputati considerati disfattisti o non sufficientemente bellicosi: «Per la difesa del paese, io sarei pronto a far fuoco su tutti voi!»10. Sono gli anni in cui, persino negli USA, pur collocati a distanza di sicurezza dall’epicentro del conflitto, ancora dopo la fine della guerra (ma con lo sguardo ormai rivolto al «pericolo» rappresentato dalla Russia rivoluzionaria), l'assemblea legislativa dello Stato di New York espelle i rappresentanti socialisti eletti al suo interno, nonostante il partito socialista fosse un'organizzazione perfettamente legale11 .

Non si vede perché al partito bolscevico (che ha vissuto l’esperienza della deportazione in Siberia dei suoi deputati contrari alla guerra) debba essere negato il «diritto» di ricorrere, al fine di salvare la rivoluzione e bloccare per sempre la guerra, a misure analoghe a quelle progettate o messe in atto, in condizioni assai meno drammatiche, dagli stessi paesi liberali in funzione della continuazione a oltranza della mobilitazione totale e della guerra, ovvero della lotta contro il pericolo del contagio rivoluzionario. Tanto più che, se in Occidente a essere colpiti o minacciati di essere colpiti da misure straordinarie sono gli organi che pure incarnano in modo esclusivo il principio di legittimità, nella Russia sovietica lo scioglimento dell’Assemblea Costituente è solo un momento dello scontro tra due principi di legittimità che in pratica si affrontano già dalle giornate di febbraio. A quest’ultimo fatto accenna Gramsci, allorché sottolinea il contrasto tra «Costituente e Soviety» (così suona il titolo dell’articolo): la rivoluzione sta faticosamente cercando «le forme rappresentative attraverso le quali la sovranità del proletariato dovrà esercitarsi»12 .

 

3. I bolscevichi come «aristocrazia di statisti»

L’estraneità di Gramsci al dottrinarismo è confermata in modo clamoroso dall’editoriale da lui pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 7 giugno 1919. Uno dei temi centrali o forse il tema centrale di questo articolo è l’edificazione dello Stato nella Russia sovietica. Si badi bene, sto parlando di edificazione dello Stato non di estinzione dello Stato, come vorrebbe un certo marxismo-leninismo più o meno ortodosso. Per dirla con Gramsci: «La rivoluzione è tale e non una vuota gonfiezza della retorica, quando si incarna in un tipo di Stato, quando diventa un sistema organizzato del potere»13 .

Proprio a tale proposito si rivela la grandezza dei bolscevichi. Prima realizzando e poi difendendo la rivoluzione d’Ottobre, essi mettono al riparo la nazione e lo Stato russo dalla disgregazione e balcanizzazione che si profilano in conseguenza della disfatta bellica e dello sfacelo dell’Antico regime. Gramsci rende omaggio a Lenin come al «più grande statista dell’Europa contemporanea» e ai bolscevichi come a «una aristocrazia di statisti che nessun’altra nazione possiede». Essi hanno avuto il merito di porre fine al «cupo abisso di miseria, di barbarie, di anarchia, di dissoluzione» aperto «da una guerra lunga e disastrosa», salvando la nazione, «l’immenso popolo russo», e sono così riusciti a «saldare la dottrina comunista con la coscienza collettiva del popolo russo». Ponendosi in un rapporto di discontinuità ma anche di continuità con la storia del loro paese, i bolscevichi esprimono sì una «consapevolezza di classe» ma svolgono al tempo stesso una funzione nazionale: essi riescono a «conquistare al nuovo Stato la maggioranza leale del popolo russo», a edificare «lo Stato di tutto il popolo russo». Non per questo si rassegna l’imperialismo, che continua nella sua politica di aggressione. Sennonché: «Il popolo russo si è levato tutto in piedi […] Si è armato tutto per la sua Valmy». Il partito comunista ispirato da una «consapevolezza di classe» è di fatto chiamato a dirigere la lotta per l’indipendenza nazionale, imitando così i giacobini14 .

È un testo straordinario per più ragioni. Vediamo qui i protagonisti della lotta per la costruzione, sulle rovine della società borghese, di un ordinamento all’insegna del dileguare dello Stato e delle identità nazionali rivelarsi come gli artefici della salvezza dello Stato e della nazione contro l’attacco scatenato dalle classi sfruttatrici della Russia e del mondo intero! Il bilancio tracciato da Gramsci nel 1919 è confermato a distanza di oltre 80 anni dalla storiografia più recente. Diamo la parola a Nicolas Werth (che a suo tempo è stato uno dei curatori del Libro nero del comunismo):

«Senza dubbio, il successo dei bolscevichi nella guerra civile fu dovuto, in ultima analisi, alla loro straordinaria capacità di “costruire lo Stato”, capacità che invece era mancata ai loro avversari»15 .

In questo senso i bolscevichi sono davvero un’«aristocrazia di statisti», i quali però sono animati da una teoria in netta contraddizione con la loro prassi; è la prassi a rivelarsi più lucida ma per trovare una teoria all’altezza di tale prassi occorre far riferimento in primo luogo a Gramsci. Questi argomenta nel modo che abbiamo visto nello stesso periodo in cui dalla svolta iniziata con la rivoluzione d’Ottobre Bloch16 si attende non solo, come sappiamo, il dileguare di «ogni economia privata», di ogni «economia del denaro» e della «morale mercantile che consacra tutto quello che di più malvagio vi è nell'uomo», ma anche la «trasformazione del potere in amore».

Sin dai suoi primi interventi, Gramsci rivela una visione più realistica della società post-capitalistica da edificare e una tendenza alla demessianizzazione del marxismo. Ciò è confermato dall’appoggio che egli subito fornisce alla NEP, muovendosi in netta controtendenza rispetto a una lettura assai diffusa a sinistra come a destra che, sia pure con un giudizio di valore contrapposto, interpretava la svolta verificatasi nella Russia sovietica come un ritorno al capitalismo.

 

4. Un fenomeno «mai visto nella storia»

La formulazione teoricamente più matura del discorso gramsciano sulla Nuova Politica Economica la troviamo nella celebre e discussa lettera al PCUS del 14 ottobre 1926: la realtà dell’Urss ci mette in presenza di un fenomeno «mai visto nella storia»; una classe politicamente «dominante» viene «nel suo complesso» a trovarsi «in condizioni di vita inferiori a determinati elementi e strati della classe dominata e soggetta». Le masse popolari che continuano a soffrire una vita di stenti sono disorientate dallo spettacolo del «nepman impellicciato e che ha a sua disposizione tutti i beni della terra»; e, tuttavia, ciò non deve costituire motivo di scandalo o di ripulsa, in quanto il proletariato, come non può conquistare il potere, così non può neppure mantenerlo se non è capace di sacrificare interessi particolari e immediati agli «interessi generali e permanenti della classe»17 . Coloro che leggono la NEP come sinonimo di ritorno al capitalismo hanno il torto di identificare ceto economicamente privilegiato e classe politicamente dominante.

È valida la distinzione qui formulata? Reduce da un viaggio a Mosca nel 1927, Walter Benjamin18 così sintetizza le sue impressioni:

«Nella società capitalistica potere e denaro sono diventate grandezze commensurabili. Ogni data quantità di denaro convertibile in una porzione ben determinata di potere e il valore di scambio di ogni potere è un’entità calcolabile […] Lo Stato sovietico ha interrotto questa osmosi di denaro e potere. A se stesso il Partito riserva ovviamente il potere, il denaro però lo lascia all’uomo della Nep».

Quest’ultimo, però, è esposto a un «terribile isolamento sociale». Anche per Benjamin non c’è coincidenza tra ricchezza economica e potere politico.

Qualche settimana dopo, Gramsci è nelle grinfie della polizia fascista. Nonostante la difficile situazione, egli non risparmia gli sforzi per procurarsi il maggior numero possibile di libri e riviste che gli consentano di continuare a seguire gli svolgimenti del paese scaturito dalla rivoluzione d’Ottobre. È una questione di vitale importanza: «se non mi riesce di ottenere il materiale da me richiesto sull’URSS» – scrive in una lettera a Tania del 16 novembre 1931 – «tutte le mie abitudini intellettuali saranno bruscamente interrotte e le mie condizioni saranno notevolmente aggravate da questa interruzione»19 .

Ad attrarre subito l’attenzione di Gramsci è il primo piano quinquennale sovietico. Il processo di ricostruzione e di sviluppo programmato dell’economia sovietica dimostra che un nuovo ordinamento sociale è possibile! Si può finalmente superare lo stadio del «collettivismo della miseria, della sofferenza» imposto dalla catastrofe della guerra. Ma il varo del piano quinquennale ha un grande rilievo anche sul piano filosofico: come «la rivoluzione contro Il capitale», così lo sviluppo economico e industriale della Russia sovietica è la riprova che, ben lungi dallo stimolare «fatalismo e passività», in realtà «la concezione del materialismo storico […] dà luogo a una fioritura di iniziative e di intraprese che stupiscono molti osservatori»20 .

 

5. L’URSS minacciata da una «guerra di sterminio»

Il superamento del «collettivismo della miseria, della sofferenza» è da considerare assai positivamente anche per ragioni di politica internazionale: è tutt’altro che dileguata la minaccia che pesa sulla Russia sovietica. Il suo persistente isolamento diplomatico la rende vulnerabile: si rinnoverà l’intervento controrivoluzionario dell’Occidente capitalista? E di nuovo Gramsci cerca nei giornali e nelle riviste conferme o smentite alle sue preoccupazioni e alle sue angosce. “La Nuova Antologia” pubblica una serie di articoli sul ruolo internazionale dell’«Impero inglese», che hanno «per scopo di predicare l’isolamento morale della Russia (rottura delle relazioni diplomatiche) e creazione di un fronte unico antirusso come preparazione alla guerra». Sì, questi articoli, disgraziatamente forse ispirati da importanti personalità e ambienti politici britannici, cercano

«di trasfondere la certezza che una guerra di sterminio sia inevitabile tra l’Inghilterra e la Russia, guerra in cui la Russia non può che soccombere»21 .

Siamo tra la fine degli anni ’20 e gli inizi degli anni ’30. Con l’avvento del Terzo Reich, il pericolo principale è chiaramente individuato nella Germania: «dopo le manifestazioni di brutalità e d’ignominia inaudita della “cultura” tedesca dominata dall’hitlerismo», è ora di prendere atto di quanto sia «fragile la cultura moderna»22 . L’anticomunismo furibondo del «partito hitleriano» non tarderà a farsi sentire anche sul piano internazionale. Sì, «è sempre la politica interna che detta le decisioni, s’intende di un paese determinato. Infatti è chiaro che l’iniziativa, dovuta a ragioni interne, di un paese, diventerà “estera” per il paese che subisce l’iniziativa»23 .

Non è difficile comprendere contro chi sono rivolte le mire aggressive della Germania nazista. Non solo i Quaderni, anche le Lettere dal carcere testimoniano sino alla fine un interesse simpatetico per il paese scaturito dalla rivoluzione d’Ottobre. Non vengono trascurati neppure gli aspetti più minuti: lo dimostrano i riferimenti positivi (nelle lettere al figlio Delio dell’estate e del novembre 1936) al «giornale dei pionieri» e alla «giovane e valorosa filologia sovietica», alla «letteratura fresca» e «criticamente elaborata» su Puškin e Gogol24. Ed è sempre del 1936, anche se il mese è imprecisato, una lettera a Giulia in cui come punto di forza dell’educazione del figlio Delio viene sottolineato il fatto che egli, a differenza del nipote, ha vissuto non «la vita meschina e angusta di un paese della Sardegna» bensì la vita di «una città mondiale dove confluiscono enormi correnti di cultura e di interessi e di sentimenti che raggiungono anche i venditori di sigarette della strada»25 .

Mancano pochi mesi alla fine. Dopo aver sino all’ultimo rifiutato di firmare la domanda di grazia, ancora il 25 marzo 1937, un mese prima della morte che egli sente avvicinarsi, Gramsci comunica a Sraffa, perché le trasmetta ai compagni di partito, le sue idee circa il modo migliore di condurre la lotta politica, mentre per un altro verso egli lo incarica di preparare una bozza per la domanda di espatrio26: spera di raggiungere l’URSS e Mosca, la città descritta in termini lusinghieri nella lettera a Giulia dell’anno prima. Non solo dunque i testi scritti, ma anche le testimonianze e il comportamento pratico, tutto concorre a confutare la tesi oggi assai diffusa della rottura finale di Gramsci con l’URSS e col movimento comunista.

Certo, la presa di posizione netta a sostegno della Russia sovietica non scade mai in Gramsci in volgare apologetica e in auto-inganno. Siamo in presenza di un atteggiamento critico nel senso più alto del termine che, ben lungi dall’essere sinonimo di freddezza e distanza, è espressione della partecipazione trepida e profondamente simpatetica con cui viene seguita la vicenda scaturita dall’Ottobre bolscevico. Un esempio può gettare luce sul tipo di approccio caro a Gramsci. Negli anni ‘30 il motivo dei due totalitarismi si diffonde sino al punto da essere riecheggiato da Trotskij e da Bucharin, i quali sotto la categoria di «regime totalitario» (ovvero di «dittatura totalitaria») e di «Stato totale onnipotente», collocano l’uno accanto all’altra l’Urss staliniana e la Germania hitleriana27 . Non così i Quaderni del carcere, che certo rifiutano l’autorappresentazione dell’URSS quale «dittatura del proletariato» o quale «democrazia autentica» e parlano invece di «cesarismo», preoccupandosi però di distinguere il cesarismo «progressivo» da quello «regressivo, nel Novecento incarnato da Mussolini e da Hitler28 .

In altre parole, la critica di Gramsci non sfocia mai nel «puro disfattismo» che i Quaderni del carcere rimproverano a Boris Souvarine. Questi, già dirigente di primo piano del Partito Comunista Francese e della Terza Internazionale e poi critico via via più virulento del bolscevismo e della Russia sovietica, a partire dal 1930 comincia a pubblicare la sua requisitoria su “La Critique sociale”. Gramsci segue con attenzione la rivista, di cui condanna l’incapacità a comprendere la tragica difficoltà del processo di costruzione di un nuovo ordinamento sociale. Agli occhi compiaciuti di Furet29 , Souvarine «appartiene a quella categoria di intellettuali che provano una gioia sarcastica a aver ragione contro il maggior numero di persone». È per l’appunto la saccenteria presa di mira dai Quaderni del carcere:

«Luoghi comuni a tutto andare, detti con la mutria di chi è ben soddisfatto di se stesso […] Si tratta, è vero, di lavorare all’elaborazione di una élite, ma questo lavoro non può essere staccato dal lavoro di educare le grandi masse, anzi le due attività sono in realtà una sola attività ed è appunto ciò che rende difficile il problema […]; si tratta insomma di avere una Riforma e un Rinascimento contemporaneamente».

In conclusione:

«È evidente che non si capisce il processo molecolare di affermazione di una nuova civiltà che si svolge nel mondo contemporaneo senza aver capito il nesso storico Riforma-Rinascimento»30 .

Giungiamo qui ad un punto cruciale. Agli occhi di Gramsci solo un filisteo può stupirsi che, nel suo faticoso venire alla luce e prender forma, il nuovo ordinamento non può assumere la configurazione levigata del mondo che esso intende rovesciare e che può contare, alle sue spalle, su secoli di esperienza nella gestione del potere. Basta mettere a confronto Umanesimo-Rinascimento da un lato e Riforma dall’altro, ovvero, in senso idealtipico, Erasmo e Lutero. Nonostante la rozzezza contadina con cui inizialmente si presentano, sono la Riforma e Lutero a gettare le basi per la liquidazione dell’Antico regime e l’avvento di una civiltà nuova e più avanzata e con una base sociale ben più larga.

È in modo analogo che bisogna atteggiarsi nei confronti della vicenda storica iniziata nell’ottobre 1917: «Se si dovesse fare uno studio su l’Unione [Sovietica], il primo capitolo, o addirittura la prima sezione del libro, dovrebbe proprio sviluppare il materiale raccolto sotto questa rubrica “Riforma e Rinascimento”»31 . Ben lungi dal costituire una cesura rispetto agli scritti precedenti, i Quaderni del carcere sono in primo luogo un bilancio storico-teorico del faticoso e contraddittorio processo di costruzione dell’«ordine nuovo».

Un abisso separa dal Diamat dell’Unione sovietica del tempo il pensiero critico di Gramsci che in un modo o nell’altro ha saputo assimilare la lezione della dialettica, ma proprio in virtù della sua superiore finezza e maturità tale pensiero è in grado di comprendere le difficoltà e le ragioni della società e della storia che hanno espresso il Diamat. Per la Russia di Stalin occorre procedere allo stesso modo che per la Germania di Lutero.

 

6. «Linguaggio esopico» e analisi dell’«americanismo»

Ma se è così, come spiegare l’attenzione intensa e prolungata che a partire in ogni caso dal 1929, come dimostra una lettera a Tania del 25 marzo di quell’anno, egli riserva all’«americanismo» e al «fordismo»32? Il giudizio equilibrato e a tratti positivo espresso a tale proposito dai Quaderni del carcere non è invece la conferma del crescente distacco del rivoluzionario in carcere dal movimento comunista? Al di là dell’evidente desiderio di accomodamento al clima ideologico oggi dominante che ispira tale interpretazione, a viziarla è un equivoco di fondo. Occorre subito dire che le pagine su «Americanismo e Fordismo» parlano non solo degli Stati Uniti ma anche della Russia sovietica, e forse parlano della Russia sovietica più ancora che degli Stati Uniti. L’affermazione può suonare paradossale e persino arbitraria; non resta allora che interrogare i testi e il contesto storico.

Cominciamo dal contesto. Abbiamo visto Pierre Pascal salutare la rivoluzione d’Ottobre come l’avvento di una società in cui ci sono «solo poveri e poverissimi» e la cui nobiltà morale consiste nella distribuzione più o meno egualitaria della miseria. Questa visione, il disinteresse per lo sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale, è un comune sentire. Dopo il suo viaggio a Mosca, Benjamin riferisce:

«Nemmeno nella capitale della Russia c’è, malgrado ogni “razionalizzazione”, il senso di un valore del tempo. Il “Trud”, l’istituto sindacale del lavoro, a mezzo di manifesti murali ha condotto […] una campagna per la puntualità […] “Il tempo è denaro”; per accreditare una parola d’ordine così strana si è fatto ricorso, nei manifesti, persino all’autorità di Lenin. Tanto una tale mentalità è estranea ai russi. Su tutto prevale il loro istinto giocoso […] Se, ad esempio, per le strade si gira la scena di un film, essi dimenticano perché e dove vanno, si accodano alla troupe per delle ore e arrivano al lavoro frastornati. Nella gestione del tempo il russo resterà fino all’ultimo “asiatico”»33 .

L’appello a razionalizzare la produzione e comprendere che “il tempo è denaro” faceva fatica a farsi strada, per il fatto che la visione «asiatica», ciò che potremmo chiamare l’«asiatismo», esercitava il suo fascino sui populisti, inclini a cullarsi nel sogno di una società nella quale nessuno ha fretta o è preoccupato di svolgere in modo ordinato il suo lavoro e il suo compito produttivo.

L’«asiatismo» non è certo condiviso da Lenin, che già nel marzoaprile 1918 aveva ammonito:

«In confronto ai lavoratori delle nazioni più progredite, il russo è un cattivo lavoratore […] Imparare a lavorare: ecco il compito che il potere dei soviet deve porre di fronte al popolo in tutta la sua ampiezza»34 .

E imparare a lavorare significava non solo porre fine una volta per sempre all’assenteismo e all’anarchismo sul posto di lavoro ma anche fare i conti con «il sistema Taylor». Se pur finalizzato allo sfruttamento nel mondo capitalista, esso comportava

«una serie di ricchissime conquiste scientifiche per quanto riguarda l’analisi dei movimenti meccanici durante il lavoro, l’eliminazione dei movimenti superflui e maldestri, l’elaborazione dei metodi di lavoro più razionali, l’introduzione dei migliori sistemi di inventario e di controllo, ecc.».

Occorreva andare a scuola dai paesi più avanzati dell’Occidente capitalistico:

«La repubblica sovietica deve ad ogni costo assimilare tutto ciò che vi è di prezioso tra le conquiste della scienza e della tecnica in questo campo. La possibilità di realizzare il socialismo sarà determinata appunto dai successi che sapremo conseguire nel combinare il potere sovietico e l’organizzazione amministrativa sovietica con i più recenti progressi del capitalismo»35 .

È una tesi ribadita da Lenin ad esempio nell’ottobre 1920: «Noi vogliamo trasformare la Russia da paese misero e povero in paese ricco»; per conseguire questo risultato occorre «un lavoro organizzato», «un lavoro cosciente e disciplinato», al fine di assimilare e mettere in pratica «le ultime conquiste della tecnica», compreso evidentemente il taylorismo americano36. Contro l’«asiatismo», l’«americanismo» poteva svolgere un ruolo positivo.

Pascal non è d’accordo. Nella seconda metà degli anni ’20, egli lamenta che «da un punto di vista materiale si sta marciando verso l’americanizzazione» (intesa come il culto idolatrico dello sviluppo economico e tecnologico); è vero, sono stati realizzati alcuni progressi economici, ma «a prezzo di un formidabile sfruttamento della classe operaia»37. Su questa linea di pensiero, ma con un atteggiamento più radicale, si colloca in Francia Simone Weil, che nel 1932 giunge alla conclusione che la Russia ha ormai come modello l’America, l’efficienza, il produttivismo «il taylorismo», l’asservimento dell’operaio alla produzione:

«Il fatto che Stalin, su tale questione che si trova al centro del conflitto tra capitale e lavoro, abbia abbandonato il punto di vista di Marx e si è lasciato sedurre dal sistema capitalista nella sua forma più perfetta, dimostra che l’Urss è ancora ben lungi dal possedere una cultura operaia»38 .

Sono gli anni in cui la critica dell’«americanismo» si manifesta in autori e circoli di orientamento tra loro ben diversi. Nel visitare il paese dei Soviet tra il settembre 1926 e il gennaio 1927, il grande scrittore austriaco Joseph Roth, denuncia l’«americanizzazione» in corso: «Si disprezza l’America, cioè il grande capitalismo senz’anima, il paese in cui l’oro è Dio. Ma si ammira l’America, cioè il progresso, il ferro da stiro elettrico, l’igiene e gli acquedotti». In conclusione: «Questa è una Russia moderna, progredita tecnicamente, con ambizioni americane. Questa non è più Russia». È intervenuto il «vuoto spirituale» anche in un paese che aveva inizialmente suscitato tante speranze39 . Conviene infine tener presente Martin Heidegger, che nel 1935 rimprovera a Stati Uniti e Unione Sovietica (e al movimento comunista) di rappresentare, da un punto di vista metafisico, il medesimo principio, consistente nella «furia sciagurata della tecnica scatenata» e nella «massificazione dell’uomo». E qualche anno dopo nel 1942: «Il bolscevismo è solo una variante dell’americanismo»40 .

È un dibattito che vede partecipare anche i dirigenti sovietici, i quali ormai hanno imboccato una via che ha suscitato la delusione o lo scandalo dei populisti. Nel 1923 Bucharin proclama: «Abbiamo bisogno di sommare l’americanismo al marxismo». Un anno dopo, al paese che pure ha partecipato all’intervento armato contro la Russia sovietica Stalin sembra guardare con tanta simpatia da rivolgere un significativo appello ai quadri bolscevichi: se vogliono essere realmente all’altezza dei «principi del leninismo», devono saper intrecciare «lo slancio rivoluzionario russo» con «lo spirito pratico americano». Come Stalin chiarisce nel 1932: gli Stati Uniti sono certo un paese capitalistico; tuttavia,

«le tradizioni nell’industria e nella prassi produttiva hanno qualcosa del democratismo, ciò che non si può dire dei vecchi paesi capitalistici dell’Europa, dove è ancora vivo lo spirito signorile dell’aristocrazia feudale»41 .

Per la verità, la visione qui espressa è unilaterale: se nel confronto con l’Europa, la repubblica nordamericana appare più democratica per quanto riguarda il rapporto tra le classi sociali, il risultato si rovescia se prendiamo in considerazione le relazioni tra bianchi e neri (per lo più confinati nei segmenti inferiori del mercato del lavoro e, ancora negli Usa di Franklin Delano Roosevelt, privi non solo dei diritti politici ma spesso anche di quelli civili). Restano fermi due punti: in Bucharin e Stalin, «americanismo» e «spirito pratico americano» stanno a significare sviluppo su larga scala delle forze produttive e della grande industria, uno sviluppo reso possibile dall’assenza della ricchezza parassitaria che è l’eredità dell’Antico regime; da tale «americanismo» e «spirito pratico americano» deve saper imparare anche la Russia sovietica, impegnata a uscire dall’arretratezza e a edificare il socialismo.

Una volta ricostruito il contesto storico, possiamo procedere alla lettura dei testi. Nell’apprezzare l’«americanismo» (o certi suoi aspetti), Gramsci è in piena coerenza col suo rifiuto, espresso già nel momento in cui saluta la rivoluzione d’Ottobre, di identificare il socialismo col «collettivismo della miseria, della sofferenza». Sono gli stessi Quaderni del carcere a sottolineare la continuità con il periodo giovanile, allorché fanno notare che già «”L’Ordine Nuovo” […] sosteneva un suo “americanismo”»42 . Rileggiamo allora questo organo di stampa, concentrandoci su alcuni interventi del luglio-agosto 1920: compiti essenziali del Consiglio di fabbrica, del quale «l’operaio entra a far parte come produttore», sono «il controllo sulla produzione» e «la elaborazione dei piani di lavoro»43. Ma come assolvere tali compiti?

«In una fabbrica, gli operai sono produttori in quanto collaborano, ordinati in un modo determinato esattamente dalla tecnica industriale che (in un certo senso) è indipendente dal modo di appropriazione dei valori prodotti, alla preparazione dell’oggetto fabbricato»44.

In quanto organismi rivoluzionari, i Consigli di fabbrica superano il tradeunionismo economicista, capace di vedere l’operaio solo come venditore della sua forza-lavoro impegnato ad alzarne il prezzo mediante l‘organizzazione e la lotta sindacale, non come «produttore»; e respingono l’anarchismo, tradizionalmente incline al luddismo. Correttamente inteso, l’«americanismo» è parte integrante del progetto rivoluzionario, o almeno di un progetto rivoluzionario che rifiuta di appiattirsi sul «collettivismo della miseria, della sofferenza», cui continuano a essere attaccati populisti e pauperisti come Pascal e Weil. Non a caso, tra l’ottobre e il novembre 1919, “L’Ordine Nuovo” dedica una serie di articoli al taylorismo, analizzato a partire in ultima analisi dalla distinzione tra le «ricchissime conquiste scientifiche» (di cui parla Lenin) e il loro uso capitalistico.

Possiamo ora comprendere meglio il quaderno «speciale» 22, dedicato a «Americanismo e fordismo». Leggiamo il § 1: «Serie di problemi che devono essere esaminati sotto questa rubrica generale e un po’ convenzionale di “Americanismo e Fordismo”». Siamo in presenza di un tema «generale» che rinvia a una molteplicità di problematiche e anche di paesi e che viene trattato con un linguaggio «convenzionale», data anche la necessità di stare in guardia contro un possibile intervento della censura fascista. Il quaderno 22 così chiarisce quello che è in discussione:

«Si può dire genericamente che l’americanismo e il fordismo risultano dalla necessità immanente di giungere all’organizzazione di un’economia programmatica e che i vari problemi esaminati dovrebbero esseri gli anelli della catena che segnano il passaggio appunto dal vecchio individualismo economico all’economia programmatica»45 .

Si fa qui riferimento agli Stati Uniti o alla Russia sovietica? È difficile per il primo paese parlare di «passaggio» all’«economia programmatica». Il quaderno che stiamo analizzando si chiude46 con l’affermazione per cui negli USA, contrariamente ai miti, non solo la lotta di classe è ben presente ma essa si configura come la «più sfrenata e feroce lotta di una parte contro l’altra»47. Ma riprendiamo a leggere il paragrafo iniziale:

«Che un tentativo progressivo sia iniziato da una o altra forza sociale non è senza conseguenze fondamentali: le forze subalterne, che dovrebbero essere “manipolate” o razionalizzate secondo i nuovi fini, resistono necessariamente. Ma resistono anche alcuni settori delle forze dominanti, o almeno alleate delle forze dominanti»48 .

Dunque, fordismo e americanismo sono combattuti a partire da prospettive e da forze sociali diverse e contrapposte. Da un lato ci sono i «luoghi comuni», come quello caro a Guglielmo Ferrero, che celebra l’Europa custode della «qualità» e riserva il suo disprezzo agli USA rozzi campioni della «quantità»49 . In realtà, a essere guardata con sospetto e ostilità (in un’Europa in cui ancora si fa avvertire la presenza di classi legate all’Antico regime e beneficiarie di una ricchezza esclusivamente parassitaria) è la «sostituzione all’attuale ceto plutocratico, di un nuovo meccanismo di accumulazione e distribuzione del capitale finanziario fondato immediatamente sulla produzione industriale»50 . Netta è allora in Gramsci la condanna dell’«antiamericanismo», che «è comico prima ancora di essere stupido». È una comicità che appare con particolare evidenza in un filosofo quale Gentile, instancabile nella sua celebrazione retorica dell’azione e della prassi ma altrettanto pronto a condannare quale «meccanicismo» la trasformazione reale del mondo di cui è protagonista lo sviluppo industriale promosso dall’«americanismo» e dal taylorismo51 .

 

7. Marxismo o populismo?

Fin qui è tutto abbastanza chiaro. Ma quali sono le «forze subalterne» che contrastano un «tentativo progressivo» o fondamentalmente progressivo e che nel far ciò per un verso «resistono» a un’iniziativa della borghesia, per un altro verso rischiano di fare causa comune o comunque di confondersi con le élite europee reazionarie? Siamo di nuovo portati a pensare a personalità quali Pascal e Weil o agli «anarchici» critici dell’orientamento dei Consigli di fabbrica ispirati da Gramsci52 .

Il quaderno su «Americanismo e fordismo» si conclude con una dura polemica contro Ferrero, «padre spirituale di tutta l’ideologia scema sul ritorno all’artigianato»53. Ma a nutrire tale nostalgia non era solo Ferrero; e a fargli compagnia non era esclusivamente quell’André Siegfried che «contrappone all’operaio taylorizzato americano l’artigiano dell’industria di lusso parigina»54. No, di particolare rilievo è la presa di posizione di Weil. Con una formazione marxista alle spalle e stimolata dal suo vivo interesse simpatetico per la condizione operaia, ha collaborato a giornali di ispirazione socialista o comunista (“La Révolution prolétarienne”), si è impegnata attivamente nel sindacato, ha compiuto un’esperienza di lavoro in fabbrica. Negli anni in cui Gramsci insiste sul potenziale di emancipazione insito nella grande fabbrica e quindi sulla necessità per il movimento operaio e comunista di fare i conti con il taylorismo e il fordismo, la filosofa francese giunge a una conclusione opposta: è «il regime stesso della produzione moderna, cioè la grande industria» a dover esser messo in discussione; «con quei penitenziari industriali che sono le grandi fabbriche si possono fabbricare solo degli schiavi, e non dei lavoratori liberi»55. A sostegno del suo impegno a «valorizzare la fabbrica» e la grande industria, Gramsci rinvia a ragione al Capitale56; con la medesima logica, dopo aver liquidato in quanto intrinsecamente liberticida la «produzione moderna» e la «grande industria», Weil condanna Marx quale profeta di una «religione delle forze produttive» non dissimile da quella borghese57 . Si potrebbe dire che agli occhi della filosofa francese l’autore del Capitale era affetto da un «americanismo» ante litteram.

Torniamo a Gramsci. L’abbiamo visto criticare l’«antiamericanismo» predicato in Europa dai nostalgici se non dell’Antico regime, comunque della società pre-industriale. Ma questo è solo un versante della polemica. L’altro prende di mira la visione che dipinge il capitalismo statunitense come un sistema caratterizzato dall’«omogeneità sociale»58 . In realtà, è proprio negli USA che, come sappiamo, la lotta di classe si manifesta con particolare asprezza.

La contraddizione tra operai e capitale si intreccia (in ogni caso in Europa) alla contraddizione tra borghesia industriale di tipo taylorista e fordista da un lato e ricchezza parassitaria ed erede dell’Antico regime dall’altra. Ecco allora emergere la

«quistione se l’americanismo possa costituire un’”epoca” storica, se cioè possa determinare uno svolgimento graduale del tipo, altrove esaminato, delle “rivoluzioni passive” proprie del secolo scorso o se invece rappresenti solo l’accumularsi molecolare di elementi destinati a produrre un’”esplosione”, cioè un rivolgimento di tipo francese»59 .

Lo spettro della rivoluzione si riaffaccia in Occidente. E dunque, le pagine su americanismo e fordismo ci consegnano non un Gramsci che si appresta a congedarsi dalla tradizione comunista, ma un Gramsci che chiama il movimento comunista a respingere una volta per sempre le nostalgie pre-industriali di segno populista e pauperista e a pronunciarsi per un marxismo depurato di ogni residuo messianico.

È anche per questo che i Quaderni del carcere rivelano ancora oggi una straordinaria vitalità. Alcuni processi ideologici meritano particolare attenzione: 1) La straordinaria fortuna di cui ha goduto e gode nella sinistra occidentale un filosofo quale Heidegger, campione di un anti-industrialismo e di antiamericanismo (che è al tempo stesso un anti-sovietismo) da Gramsci giudicato «comico» e «stupido». 2) Soprattutto nella stagione del ’68 assai diffusa era a sinistra la tendenza che liquidava la riflessione di Gramsci quale sinonimo di subalternità al produttivismo capitalista, allo stesso modo in cui tre decenni prima Simone Weil aveva bollato Marx quale profeta di una «religione delle forze produttive» fondamentalmente borghese. 3) Ai giorni nostri, mentre a partire dalla Francia, nonostante la crisi e la recessione, si diffonde il culto della «decrescita» caro a Serge Latouche, in un paese come l’Italia la sinistra cosiddetta radicale sembra talvolta contestare l’alta velocità in quanto tale. Indagare di volta in volta l’impatto ecologico e il costo economico di una linea ferroviaria è legittimo e anzi doveroso; è invece sinonimo di luddismo respingere l’alta velocità in quanto tale. 4) Mentre trasfigura il Tibet lamaista, la sinistra occidentale guarda con grande diffidenza o con aperta ostilità a un paese come la Repubblica popolare cinese, scaturita da una grande rivoluzione anticoloniale e protagonista di un prodigioso sviluppo economico, che non solo ha liberato diverse centinaia di milioni dalla fame e dalla degradazione ma che finalmente comincia a mettere in discussione il monopolio occidentale della tecnologia (e quindi le basi materiali dell’arroganza imperialista). E come i populisti degli anni ’20 e ‘30 condannavano quale espressione di «americanismo» lo sviluppo industriale della Russia sovietica, così oggi non sono pochi coloro che a sinistra bollano la Cina odierna come una brutta copia del capitalismo statunitense.

Non c’è dubbio: il populismo è tutt’altro che morto. Ma è proprio per questo che la sinistra ha più che mai bisogno della lezione di Antonio Gramsci.


 
Note
1 GRAMSCI 1982 = CF, 513-14.
2 In FURET 1995, p. 129.
3 TROTSKIJ 1988, pp. 854 e 838.
4 In FIGES 2000, p. 926.
5 BLOCH 1971, p. 298.
6 MARX E ENGELS 1955-89 = MEW, 4, pp. 489 e 484.
7 CF, 602-603.
8 LUXEMBURG 1968, p. 134.
9 LOSURDO 1993, cap. I, § 9.
10 CF, pp. 408-09 e nota del curatore.
11 In LOSURDO 1993, cap. V, § 4.
12 CF, p. 602.
13 GRAMSCI 1987 = ON, p. 57.
14 ON, pp. 56-58 e 60.
15 WERTH 2007, p. 26.
16 BLOCH 1971, p. 298.
17 GRAMSCI 1971 = CPC, pp. 129-30.
18 BENJAMIN 2007, pp. 40-1.
19 GRAMSCI 1996 = LC, p. 494.
20 GRAMSCI 1975 = Q, pp. 893 e 2763-64.
21 Ivi, pp. 190 e 2547.
22 Ivi, p. 2326.
23 Ivi, p. 1657.
24 LC, pp. 779 e 786.
25 Ivi, p. 794.
26 VACCA 2012, pp. 320-21.
27 LOSURDO 2008, pp. 17-20 e cap. 2, pp. 88-92 e 76-81.
28 Q, p. 1194.
29 FURET 1995, p. 133.
30 Q, pp. 891-92 e 2763.
31 Ivi, p. 893.
32 LC, p. 248.
33 BENJAMIN 2007, pp. 34-35.
34 LO, pp. 27; 231.
35 Ivi, pp. 27; 231.
36 Ivi, pp. 31; 283-84.
37 PASCAL 1982, pp. 34 e 33.
38 WEIL 1989-91, vol. 1, pp. 106-07.
39 Cfr. LOSURDO 2013, cap. VII, § 3.
40 HEIDEGGER 1975, vol. 40, pp. 40-41 e vol. 53, p. 86.
41 In LOSURDO 2007, cap. III, § 2.
42 Q, p. 72.
43 ON, pp. 622 e 607-08.
44 Ivi, p. 624.
45 Q, p. 2139.
46 § 16.
47 Q, p. 2181.
48 Ivi, p. 2139.
49 § 16; Ivi, p. 2180.
50 § 1; Ivi, p. 2139-40.
51 Ivi, pp. 635 e 2152-53.
52 ON, p. 609.
53 Q, p. 2180.
54 Ivi, p. 634.
55 WEIL 1989-91, vol. 2, pp. 32 e 104.
56 Q, pp. 1137-38.
57 WEIL 1989-91, vol. 2, p. 36.
58 Q, p. 2181.
59 Ivi, p. 2140.

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Comments   

#1 carlo 2016-12-30 11:53
la parte finale non tiene conto, secondo me, del tema della sostenibilità ambientale legato allo sviluppo economico. La crescita illimitata non è la strada giusta
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