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la citta futura

Sulle critiche a Potere al popolo mosse dai compagni di Piattaforma comunista

di Alessandro Bartoloni

Le critiche provenienti da sinistra dimenticano che l’Italia è in una fase non rivoluzionaria e dunque alle elezioni bisogna andare con parole d’ordine radicali ma compatibili col sistema

4f2b2921d5adfbf8552ab9cbd77502b5 XLI compagni di Piattaforma Comunista, sul n. 85 di Gennaio 2018 del loro giornale, Scintilla, trattano di Potere al popolo. A differenza nostra, i marxisti-leninisti de quo, avendo compiuto una scelta astensionistica, si scagliano contro la lista sottolineandone limiti e contraddizioni. Nonostante i toni, la tirata contro questo “minestrone elettoralista” ed il relativo “pasticcio indigeribile di populismo di ‘sinistra’, di mutualismo proudhoniano, di riformismo di destra, e dell'idea di un ‘controllo e vigilanza popolare dal basso’ dei territori della Repubblica e degli organismi e istituzioni borghesi che vi sorgono”, sembra basata più che altro sulla diversa analisi della fase nella quale ci troviamo.

Sul programma di Potere al popolo, infatti, si legge che “Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario. Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare”. Abbiamo dunque un obiettivo strategico, il riconoscimento della necessità di tappe intermedie e un metodo.

Si dirà: ma qui si parla di “controllo” e “ricchezza” e non di “proprietà” e “mezzi di produzione”! Vero. Tuttavia, a tal proposito, ci sono da tener presenti alcune specificità che qui e ora rendono tale formulazione adeguata.

In primo luogo, va ricordato che il programma oggetto di critica è quello di una coalizione che concorre per le elezioni nazionali, non il programma di un partito che guarda al proletariato nella sua dimensione mondiale. E quest’ultima dimensione, quella decisiva, ci dice che, per quanto riguarda la questione della proprietà e del controllo, a differenza di quanto avveniva fino agli anni ‘70 - quando il controllo sulle imprese era per lo più esercitato dalla principale società operativa - la tendenza attuale è quella di costituire holding finanziarie transnazionali per centralizzare il controllo strategico della produzione e del credito, lasciando alle altre società del gruppo soltanto i compiti operativi (industriali e bancari). Questa centralizzazione del controllo si basa sull’azionariato diffuso e sul sistema delle scatole cinesi - che consentono di nominare la maggioranza dei membri dei Cda pur non avendo la maggioranza assoluta delle azioni - e, al polo opposto, su operazioni di esternalizzazione che arrivano fino a trasformare i singoli lavoratori in imprenditori di sé stessi, formalmente autonomi ma sostanzialmente dipendenti, con tutto ciò che ne consegue in termini di in/coscienza di classe.

In Italia, stando al Rapporto 2017 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane redatto da Consob, il 45% delle famiglie deterrebbero un qualche “strumento finanziario” (azioni, obbligazioni, ecc) mentre sul terreno produttivo, secondo l’Istat, ci sono oltre 4 milioni di aziende e imprese individuali (senza contare quelle agricole) che occupa(va)no 17 mln di dipendenti e 5 mln di “indipendenti” (dati 2015). E come in borsa a farla da padroni sono pochi grandi squali, così tra le società. Meno di 1 mln, infatti, sono “a responsabilità limitata” (con 9 mln di dipendenti e meno di seicentomila “indipendenti”), e tra queste, quelle rilevanti per l’economia italiana, sempre secondo l’Istat, sono diecimila (ancora meno se prendiamo i gruppi che riuniscono più aziende sotto una stessa holding). Ora, al netto degli errori e dei problemi nelle rilevazioni e nelle auto-dichiarazioni, i migliori dati disponibili ci confermano dunque che un pugno di imprenditori controlla tutti gli altri.

Al quadro, poi, non possono essere sottratti i circa 22 mila enti “pubblici” italiani (la cui forma giuridica può assumere quella di società per azioni) che occupano oltre 5 milioni di persone e rappresentano contemporaneamente un cliente indispensabile per la sopravvivenza di molti degli oltre 700 mila imprenditori che trafficano con la PA ed un erogatore (gratuito o semigratuito) di beni, servizi civili e militari, crediti agevolati, ecc, diretti ai lavoratori (capitale variabile) e, soprattutto, alle imprese, la cui assenza andrebbe altrimenti pagata a caro prezzo di mercato, in primis direttamente dal padronato. Questo senza contare la questione del debito pubblico che è, manco a dirlo, credito privato.

La pubblica amministrazione, infine, è di fondamentale importanza durante le crisi per socializzare le perdite, come evidenziato già da Pietro Grifone nel 1975 nel suo Capitalismo di Stato e imperialismo fascista di cui riproduco alcuni stralci per la loro grande attualità.

Come è noto - scrive Grifone - il governo nel 1931, per evitare il fallimento delle più grandi banche, prima fra tutte la Comit, rilevò l’intero portafoglio di titoli deprezzati da esse detenuto. (...) I titoli furono pagati non per quello che valevano in borsa bensì per quello che erano costati alle banche. (...) Passata la fase di più acuta depressione, è logico che i capitalisti che avevano ceduto i pacchetti di azioni allo stato, quando queste erano deprezzate e più assillanti erano le loro esigenze di liquidità, desiderassero rientrarne in possesso (...) [e] i capitalisti hanno ricomprato dallo stato a ‘prezzi d’occasione’ quelle stesse azioni che essi gli avevano ceduto dietro compensi di favore. La perdita della colossale operazione è andata tutta a carico delle masse contribuenti. (...) Il ricavo dell’operazione di smobilizzo è servito in parte a finanziare l’industria di guerra, in parte a fornire mezzi liquidi alla banca, la quale ha potuto così far fronte alle richieste dei depositanti e trovare nell’incremento delle operazioni di finanziamento industriale un adeguato compenso alla contrazione delle operazioni commerciali. Il prezzo pagato dal grande capitale per rientrare in possesso delle azioni prima vendute gli è stato dunque immediatamente restituito, sia pure sotto forma di finanziamento”.

Per tutti questi motivi, dunque, parlare di “controllo” invece che di “proprietà” in questa fase non è sbagliato e può motivarsi con la necessità di dare innanzitutto una diversa strategia al modo in cui la ricchezza è impiegata, senza necessariamente presupporre una formale espropriazione (socialismo di mercato). Ponendo la questione in questo modo, poi, è anche possibile allargare il campo della riflessione a tutta quella massa di beni (e di denaro) che serve al consumo di lusso dei ceti abbienti e che secondo la nostra Costituzione borghese dovrebbe comunque avere una “funzione sociale”.

Fatta questa premessa di carattere preventivo, la critica dei compagni della Piattaforma si concentra sul metodo ma dimentica che esso è inserito all’interno di un processo fatto di stadi intermedi (il programma di Potere al popolo dice testualmente: “abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare”). Ora, non sfuggirà ai compagni che il metodo proposto da Je so pazzo e tanto criticato pur non essendo né l’unico possibile, né sufficiente, rappresenta comunque un passo in avanti rispetto a quanto va per la maggiore tra i compagni che militano nelle altre organizzazioni che compongono la lista o sono ad esse vicini: compagni che rappresentano la risorsa più importante attualmente a disposizione del movimento comunista italiano.

La critica, tuttavia, è ingenerosa non tanto per la questione del metodo - che esiste come limite e va sottolineato ma su cui andrebbe aperta una riflessione programmatica - ma perché dimentica che Potere al popolo riconosce la necessità di “passaggi intermedi”. Dunque, siamo in presenza di un’analisi che presuppone, a mio modo di vedere giustamente, che l’Italia è in una fase non rivoluzionaria e dunque non ha senso porre all’ordine del giorno la questione della presa del potere. Di conseguenza, per quanto radicali, le parole d’ordine con cui oggi ci si presenta alle elezioni devono essere compatibili col sistema vigente. Questo non significa, ovviamente, che il tema della rivoluzione non debba essere affrontato ma non avrebbe senso farlo all’interno di un programma democratico (interclassista) che, appunto, non è neanche un programma minimo della classe.

A tal proposito, è appena il caso di ricordare che “il nostro partito - diceva Lenin - ha un programma minimo, cioè un programma completo delle trasformazioni che possono essere realizzate subito, nell’ambito della rivoluzione democratica (cioè borghese) e che sono indispensabili al proletariato nella sua ulteriore lotta per la rivoluzione socialista” (L’esercito rivoluzionario ed il governo rivoluzionario, 1905, Opere Complete vol. 8 pag. 524). Ed è solo dopo la conquista del potere, al VII congresso del suo partito nel marzo 1918, che Lenin domanda: “Occorre eliminare le differenze tra programma massimo e programma minimo? Sì e no. Io non ho paura di eliminarle, perché il punto di vista che era ancora valido quest’estate, ora non ha più ragione di essere” (Rapporto sulla revisione del programma e il cambiamento della denominazione del partito, 1918, Opere complete vol. 27 pag. 118).

Se ciò non bastasse, a riprova che un programma minimo è ancora attuale possono essere citate proprio le Tesi sulla tattica elaborate dal Terzo congresso dell’Internazionale comunista, tenutosi nel 1921 a Mosca, e che sovente molti compagni di varie tendenze citano per tentare di dimostrare l’esatto contrario. In esse si legge che “I partiti comunisti non proporranno nessun programma minimo che finirà per trasformarsi in un sostegno e in un perfezionamento del vacillante edificio del capitalismo. La rovina di quest’edificio resta il loro fine, il loro compito attuale. Ma per assolvere questo compito i partiti comunisti devono lanciare delle rivendicazioni (...) senza preoccuparsi di sapere se sono compatibili o non con lo sfruttamento odioso della classe capitalista. (...)I partiti comunisti al posto del programma minimo dei riformisti e dei centristi, pongono la lotta per i bisogni concreti del proletariato”.

E una volta contestualizzate, queste e altre citazioni di pari grado perdono la loro attualità in quanto, come direbbe Lenin il punto di vista che era ancora valido nel 1921, ora non ha più ragione di essere. Per il Comintern, infatti, è solo “oggi” (nel 1921!) che il programma minimo diventa "una vera e propria truffa controrivoluzionaria" in quanto "I partiti comunisti dell’Europa centrale e occidentale si trovano in piena elaborazione dei loro metodi d’agitazione e di propaganda rivoluzionaria, in piena elaborazione di metodi organizzativi che rispondano al loro carattere di lotta, infine in piena transizione dalla propaganda e dall’agitazione comunista all’azione".

Una situazione, quella del ‘21, che così veniva descritta: "Il III congresso dell’Internazionale comunista riprende l’esame delle questioni sulla tattica in condizioni nuove, poiché in molti paesi la situazione oggettiva ha assunto una tensione rivoluzionaria e si sono formati grandi partiti comunisti". E riguardo "i più importanti compiti del momento" sottolinea che “noi siamo sì in presenza di una situazione economica e politica obiettivamente rivoluzionaria nella quale la crisi rivoluzionaria più acuta può esplodere assolutamente all’improvviso (...) ma il maggior numero degli operai non è ancora sotto l’influenza del comunismo".

Una fase, dunque, caratterizzata da rapporti di forza ben più favorevoli rispetto ad oggi e che giustificava una tattica volta al superamento del programma minimo, che tuttavia viene conservato, in perfetta logica dialettica. Tant’è che, i compagni dell’epoca, non mancano di ricordare come Già nel corso del suo primo anno d’esistenza l’Internazionale comunista ha ripudiato le tendenze settarie prescrivendo ai partiti affiliati, per quanto fossero piccoli, di collaborare con i sindacati, di prender parte alla loro vita, di vincere la loro burocrazia reazionaria dall’interno e di trasformarli in organizzazioni rivoluzionarie delle masse proletarie, in strumenti di lotta. Dal suo primo anno d’esistenza, l’Internazionale comunista ha prescritto ai partiti comunisti non di chiudersi in club propagandistici ma di utilizzare per l’educazione e l’organizzazione del proletariato tutte le possibilità che la Costituzione dello Stato borghese è costretta a lasciar loro aperte: la libertà di stampa, la libertà di riunione e di associazione e tutte le istituzioni parlamentari borghesi, per quanto deprecabili esse siano, per farne armi, tribune, piazzeforti del comunismo. Nel suo II congresso, l’Internazionale comunista, nelle risoluzioni sulla questione sindacale e sull’utilizzazione del parlamentarismo, ha ripudiato apertamente tutte le tendenze di natura settaria”.

Per questo noi oggi sosteniamo Potere al popolo.

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