
Sistemi elettorali e controllo sulla Costituzione italiana
Dopo il "Porcellum" e l'"Italicum", lo "Stabilicum" tra incostituzionalità e minacce alla Costituzione stessa
di Luca Benedini
In base all'art. 138 della nostra Costituzione, una revisione costituzionale necessita di due deliberazioni di entrambi i rami del Parlamento a distanza di almeno tre mesi l'una dall'altra e, se nella seconda deliberazione la revisione non viene approvata da almeno i due terzi dei membri tanto della Camera quanto del Senato, potrà essere dato luogo ad un referendum popolare confermativo (su esplicita richiesta di almeno «un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali»). In pratica, è una prescrizione che consente a una specifica alleanza tra i due terzi dei parlamentari qualsiasi modifica costituzionale (tranne la revisione della forma repubblicana, che in base all'art.139 è l'unica modifica radicalmente vietata), senza che la si possa sottoporre al vaglio di un esplicito pronunciamento popolare.
Per comprendere tale prescrizione semplificatrice, va ricordato che il sistema elettorale in uso all'epoca della stesura della Costituzione era estremamente rappresentativo (e specialmente alla Camera, dove in pratica i seggi venivano assegnati col "proporzionale puro" applicato a un collegio unico nazionale), così che i due terzi dei deputati corrispondevano effettivamente, nella sostanza, ai due terzi dell'elettorato attivo. Con sistemi elettorali poco rappresentativi (come ad esempio quelli basati su un consistente "premio di maggioranza", su qualche forma di "maggioritario" o su un "proporzionale con piccoli collegi indipendenti"), può invece avvenire che i due terzi (cioè il 67%, o per essere ancor più precisi il 66,7%) dei seggi possano essere ottenuti da un insieme di partiti che nel complesso ha ricevuto solo il 55% circa dei voti o anche meno [1].
Il fulcro della questione è che appare del tutto evidente che i membri dell'Assemblea Costituente che tra il 1946 e il '47 elaborarono la formulazione originaria della nostra Costituzione repubblicana non intendessero affatto affidare a forze politiche votate solamente da una percentuale dell'elettorato attivo decisamente inferiore ai due terzi la possibilità di cambiare a loro piacimento la Costituzione.
Per 45 anni la presenza di un sistema elettorale ampiamente rappresentativo ha consentito in Italia il mantenimento di quell'equilibrio tra seggi parlamentari e voti ricevuti che garantiva, riguardo alle revisioni costituzionali, l'intento implicito dell'Assemblea Costituente. Dalla metà degli scorsi anni '90 sono invece subentrati vari sistemi elettorali scarsamente rappresentativi, che hanno rotto quell'equilibrio e che - per di più - in diversi casi hanno potuto determinare concretamente la composizione del Parlamento pur essendo ampiamente incostituzionali (e ciò a causa della distanza temporale attualmente intercorrente in Italia tra l'approvazione di una legge e la possibile verifica ufficiale della sua costituzionalità da parte della Consulta).
Fortunatamente non è mai accaduto che sfruttando tale scarsa rappresentatività si costituisse in Parlamento una maggioranza dei due terzi determinata a riscrivere parti sostanziali del testo costituzionale e votata da una percentuale di elettori nettamente inferiore al 67%. Ma a quel pericolo ci si è avvicinati parecchio una decina d'anni fa.
Il tentativo renziano-berlusconiano
Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi (allora a capo rispettivamente del Pd e di FI) elaborarono e presentarono assieme una proposta di legge elettorale, l'Italicum, che in quella prima versione era un loro raffinatissimo tentativo non solo di prevedere che grazie alle "liste bloccate" tutti i parlamentari venissero nominati dalle segreterie partitiche (anziché scelti dagli elettori) e di far fuori il più possibile i partiti piccoli, ma anche di appropriarsi dei voti dei tendenziali elettori di tali partiti mediante sia un'estrema accentuazione del "voto utile" [2] sia soprattutto un uso strumentale delle coalizioni accuratamente architettato.... In particolare, si intendeva assegnare alla coalizione più votata un "premio di maggioranza" che la portasse ad avere circa il 55% dei seggi, anche nel caso in cui la sua percentuale di voti fosse stata molto minore, e si prevedevano elevatissime "soglie di sbarramento" (12% per le coalizioni, 8% per le liste non coalizzate con altre, 5% per le liste interne a coalizioni), specificando che nell'ambito di una coalizione che superasse la soglia del 12% le liste che superavano la soglia del 5% potevano in pratica conteggiare truffaldinamente come propri i voti ottenuti dalle altre liste di quella coalizione che non avessero superato il 5%....
Si consideri anche che all'epoca i due leader (i cui rispettivi partiti erano allora in posizione dominante l'uno nel centrosinistra e l'altro nel centrodestra) ripeterono fino alla nausea dapprima che era una proposta immodificabile e poi che era sì modificabile, ma solo in punti secondari che comunque avrebbero dovuto avere l'esplicita approvazione sia di Renzi che di Berlusconi. E a questo progetto aggiunsero rapidamente l'idea di svuotare di significato in un modo o nell'altro il Senato abolendo il pieno bicameralismo voluto dall'Assemblea Costituente [3].
Se quella proposta di legge fosse andata in porto, molto probabilmente nelle successive elezioni Pd e FI assieme avrebbero superato i due terzi dei seggi parlamentari anche se avessero raccolto una percentuale complessiva dei voti molto minore e, nel contempo, si sarebbero ritrovati rappresentati da deputati e senatori tutti nominati appunto da Renzi o da Berlusconi. Un tale Parlamento avrebbe potuto dunque riscrivere la Costituzione italiana da cima a fondo, ovviamente secondo le direttive dei due leader in questione (ormai abituati a collaborare tra loro per sostenere i propri rispettivi interessi), senza avere tra i piedi alcuna possibile intromissione del corpo elettorale....
Non avendo comunque il Pd e FI assieme una posizione complessiva di maggioranza in Parlamento, Renzi e Berlusconi dovettero contrattare con altri partiti per riuscire a far approvare una qualche versione dell'Italicum. Ci riuscirono tra il gennaio e il maggio del 2015, prima al Senato e poi alla Camera (dove però FI fece mancare i suoi voti essendosi nel frattempo resa conto che il Pd avrebbe tratto assai più vantaggi di FI da quella versione finale...). Nel sistema elettorale che così divenne legge - e che riguardava solo la Camera - vi era una semplice "soglia di sbarramento" al 3%, al posto delle "liste bloccate" c'era un "capolista bloccato" con la possibilità di due preferenze e, soprattutto, le coalizioni scomparivano e il "premio di maggioranza" era riferito alla lista più votata (dopo un ballottaggio nel caso in cui nessuna lista avesse raggiunto il 40% dei voti). E pure in questa versione appariva del tutto presumibile - in base ai sondaggi dell'epoca - che Pd e FI assieme avrebbero superato i due terzi dei seggi in Parlamento anche prendendo complessivamente meno del 50% dei voti.... Questa legge, benché gli "addetti ai lavori" sapessero benissimo che era gravemente incostituzionale a causa dell'indiscriminato "premio di maggioranza" [4], venne ugualmente approvata dal Parlamento che era uscito dalle terze elezioni politiche svoltesi con l'incostituzionalissimo Porcellum, così come il medesimo Parlamento adottò successivamente anche la legge costituzionale renziana che aboliva il Senato elettivo.
Tuttavia, fortunatamente gli ostacoli politici e istituzionali presenti sul cammino delle proposte in questione risultarono alla fine più forti delle aspirazioni di Renzi e Berlusconi, grazie soprattutto ai "paletti costituzionali" inseriti dalla Consulta nella sua sentenza del dicembre 2013 sul Porcellum e al referendum confermativo che nel dicembre 2016 respinse il tentativo renziano di trasformare il Senato in un organo secondario: tentativo che fra i suoi principali scopi aveva sia il far sì che in futuro il Parlamento potesse legiferare con estrema rapidità evitando soprattutto che durante il passaggio di un disegno di legge da un ramo all'altro del Parlamento la gente potesse avere il tempo di dire la sua e di fare consistenti pressioni politiche sui parlamentari in merito a qualche aspetto del disegno in discussione, sia appunto quello di aggirare le difficoltà poste all'Italicum da uno di quei "paletti" emessi dalla Consulta.
Dunque, non siamo stati lontani dalla possibilità di profondi rifacimenti costituzionali attuati del tutto alle spalle dei cittadini italiani. Si dovrebbe pertanto prendere nota del fatto che, in Italia, l'insistenza dei sostenitori di qualche sistema elettorale povero di rappresentatività ha avuto più volte anche il significato (non immediatamente evidente) di mirare a poter aggirare il senso originario dell'art. 138: mirare cioè a poter cambiare direttamente la Costituzione senza lasciare agli elettori l'immediata possibilità di un pronunciamento esplicito su tali cambiamenti e senza aver affatto quell'ampio sostegno degli elettori stessi che era inteso dall'Assemblea Costituente quando approvò quell'articolo.
Prospettive
Dato tale art. 138, allo stato attuale l'unico modo di tutelare lo spirito della Costituzione per quanto riguarda le revisioni di quest'ultima appare essere il tornare ad un'intensa rappresentatività del sistema elettorale in uso per le elezioni politiche.
E, se poi si volesse abolire il terzo comma di quell'art. 138 togliendo così ai parlamentari ogni possibilità di modificare la Costituzione senza che l'elettorato possa avere voce in capitolo, si risolverebbe la questione alla radice: è in quel comma infatti che si consente ai due terzi dei parlamentari di cambiare la Costituzione senza che vi sia alcun modo di adire ad un referendum popolare confermativo (e l'unico contenuto di tale comma è appunto questa norma). La cosa parrebbe ancor più sensata qualora si consideri la crescente tendenza di un'ampia parte dell'elettorato a non partecipare né alle elezioni politiche, né a quelle locali, né solitamente ai referendum, per una sorta di crescente sfiducia di fondo nel ceto politico. Questa tendenza - tipica degli ultimi decenni in molti paesi - fa sì che quel 45-60% di voti che con sistemi elettorali poco rappresentativi potrebbe essere sufficiente a raccogliere il cruciale 67% dei seggi parlamentari risulta ormai rispecchiare generalmente le scelte politiche solo del 25-35% dell'elettorato, e talvolta persino anche meno: insomma, partiti votati da un terzo o un quarto della popolazione adulta potrebbero con certi sistemi elettorali riscrivere totalmente e in maniera pienamente libera l'intera Costituzione italiana secondo i gusti dei propri vertici politici.... Si tratta di una cosa umanamente e politicamente assurda, oltre che in pieno contrasto con gli intendimenti dell'Assemblea Costituente che ha fondato di fatto la nostra Repubblica...! A questo proposito, si noti che l'abolizione di quel terzo comma non implicherebbe necessariamente che qualsiasi modifica costituzionale dovrebbe dar luogo a un referendum confermativo, in una sorta di esasperata ed esagerata apologia dell'istituto referendario: rimarrebbero ovviamente validi infatti i primi due commi dell'articolo, che stabiliscono che per il ricorso a un tale referendum ci sarebbe comunque bisogno di una esplicita richiesta di almeno «un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali», come già si è ricordato.
La questione dell'abolizione di tale terzo comma si direbbe particolarmente significativa nel mondo di oggi in quanto, dopo il diffuso rifiuto popolare degli atteggiamenti smaccatamente nazionalisti, guerrafondai e autoritari che ci fu nel globo a seguito delle due guerre mondiali della prima metà del '900, negli ultimi decenni sempre più paesi registrano nelle elezioni risultati notevoli - e addirittura successi - di politici e partiti appunto apertamente nazionalisti, guerrafondai e autoritari, con i casi più eclatanti costituiti da Netanyahu in Israele, Putin in Russia e Trump negli Usa.
Noi stessi in Italia abbiamo un governo che si avvicina sempre più a questo tipo di impostazione: ammette che aggressioni militari come ad esempio quella compiuta recentemente dai governi di Usa e Israele contro l'Iran non hanno alcuna base nel diritto internazionale (il che significa che secondo il diritto internazionale quei due governi sono esplicitamente colpevoli di "crimini contro la pace" e presumibilmente anche di "crimini di guerra", viste anche le numerose vittime civili causate da tali aggressioni), però continua a definirsi uno stretto alleato di questo governo statunitense e a comportarsi da alleato anche dell'attuale governo israeliano (che a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e altrove continua, con la piena copertura logistica e diplomatica di Washington, ad agire in modi che sono in estremo contrasto col diritto internazionale e che costituiscono internazionalmente dei veri e propri "crimini di guerra" e "crimini contro l'umanità" da parte del governo stesso e dei capi militari coinvolti); ha "salvato" dalla Corte Penale Internazionale un criminale libico come Al-Masri, e in particolare il ministro della Giustizia ha accusato pubblicamente e in maniera indignata per una settimana la magistratura per questa scelta da lui pesantemente criticata come incompetente e sostanzialmente orribile, salvo poi ammettere in Parlamento - di fronte a inoppugnabili e documentate contestazioni - che in realtà era stato lui stesso a compiere deliberatamente quella scelta, della quale si è poi detta ufficialmente corresponsabile anche la premier; ha incredibilmente abolito in questi anni il reato di abuso d'ufficio; ha un "ministro della Giustizia" e suoi stretti collaboratori che hanno fatto ripetutamente azioni e dichiarazioni del tutto incompatibili col concetto stesso di visione democratica non solo del mondo ma persino anche dell'essere umano (come ad esempio il fatto che gli esseri umani di sesso maschile avrebbero inscritto nel loro codice genetico il predominio sulle donne e il fatto che una magistratura indipendente dal potere politico e non succube di questo equivale a dei «plotoni di esecuzione»); propone subito prima delle prossime elezioni politiche, appunto, una riforma elettorale indiscutibilmente incostituzionale; smonta sempre di più la già striminzita spesa pubblica sociale ed ambientale con la scusa che non ci sono fondi disponibili, eppure insiste a mantenere bassissimo il prelievo fiscale sui "grandi ricchi", che costituiscono per questo governo una categoria letteralmente "intoccabile" che evidentemente fa fare al governo pressoché tutto quello che essa vuole [5]; e via di questo passo.... Eppure secondo i sondaggi politici i partiti che appoggiano questo governo continuano a raccogliere più del 40% del consenso elettorale in Italia, benché sia del tutto evidente che la grandissima maggioranza della popolazione italiana vorrebbe che la pace internazionale fosse tutelata e difesa dai governi e dalle organizzazioni internazionali come l'Onu e che l'intera società - non solo i ristretti ceti privilegiati - potesse godere di un certo benessere generale.... In altre parole, siamo entrati ormai in un periodo in cui i politici amano sempre di meno la democrazia e la pace e gli elettori faticano sempre di più a comprendere i veri obiettivi e interessi dei politici: per questo, la libertà concessa ai due terzi dei parlamentari di cambiare radicalmente la Costituzione senza che gli elettori stessi possano pronunciarsi non appare più adeguata ai politici di oggi (alquanto meno sinceri e credibili dei politici che in Europa e in varie altre parti del mondo sostenevano lo sviluppo della democrazia verso la metà del '900, subito dopo le due sanguinosissime e dolorosissime catastrofi belliche del periodo 1914-45...). E la cancellazione di quel terzo comma - e del privilegio che esso concede ai politici italiani - appare quindi complessivamente sempre più sensata e opportuna.
Tra "Rosatellum" e "Stabilicum"
Mentre per ora comunque nessuna forza politica sta ponendo in Italia la questione dell'abolire quel terzo comma, rimane il fatto che non è minimamente in accordo con la prospettiva del tornare ad un'intensa rappresentatività del sistema elettorale nemmeno il Rosatellum, cioè il meccanismo elettorale tuttora vigente per le elezioni politiche, che è un sistema misto in cui sono tornate di nuovo le "liste bloccate" (ma molto corte, per cercare di aggirare uno dei "paletti costituzionali" posti dalla Consulta nel 2013) e che è stato approvato nell'ottobre 2017 da quel medesimo Parlamento - con i voti di Pd, Lega, FI e alcuni partitini del centro-destra - in sostituzione dell'Italicum che era ormai defunto e inutilizzabile dopo il referendum del 2016.
Men che meno lo è la proposta maggioritaria che Enrico Letta, appena divenuto nel marzo 2021 nuovo segretario del Pd, ha lanciato in sintonia con Matteo Salvini e la Lega, a totale affossamento sia del deciso impegno governativo che il premier Giuseppe Conte - subito prima di essere liquidato nel gennaio 2021 da Matteo Renzi e da Italia viva - aveva finalmente preso per un proporzionale serio in Italia (verosimilmente simile all'attuale "sistema tedesco"), sia dell'orientamento analogo che era stato espresso dal precedente segretario del Pd Nicola Zingaretti (il quale, un paio di mesi dopo la caduta di quel secondo governo Conte, annunciò appunto le sue dimissioni dichiarando pubblicamente - come ha riportato ampiamente la stampa italiana del 4 marzo 2021 - di non poterne più di presiedere un partito ai cui alti livelli si parlava molto più di poltrone che del bene dell'Italia...).
Col passaggio - nel febbraio 2023 - della segreteria del Pd da Letta a Elly Schlein, questo conflitto interno al partito fra sostenitori di una legge elettorale fortemente rappresentativa (e sostanzialmente democratica) e sostenitori di una legge elettorale scarsamente rappresentativa (e tendenzialmente autoritaria) è entrato in una fase di apparente sospensione, che tendendo però di fatto a lasciare in Italia le cose come stanno, cioè col Rosatellum, la dà vinta in realtà a chi preferisce sistemi elettorali indirizzati verso l'autoritarismo [6]....
Per di più, il centro-destra sta attualmente riprovandoci ad approvare prima delle prossime elezioni una legge elettorale che - grazie ad un grosso "premio di maggioranza" attribuibile all'entità politica più votata (presumibilmente una coalizione) - tenda ad espandere di molto la percentuale di seggi ottenuta dai vincitori di un'elezione nazionale rispetto alla percentuale dei voti da essi raccolti e che così, tra le altre cose, renda molto più facile a forze politiche ben lontane dal 67% dei voti accaparrarsi il 67% dei seggi e poter quindi riscrivere a proprio piacimento la Costituzione. Si tratta di un disegno di legge governativo, che si tende a definire pubblicamente come Stabilicum (oppure Melonellum), depositato ufficialmente in Parlamento lo scorso 26 febbraio, approvato in prima lettura dalla Camera il 16 luglio, modificato in seconda lettura dal Senato il 15 settembre e ormai commentato ampiamente da molte voci.
Oltre alla forzatura costituita da tale grosso premio (corrispondente al 17,5% dei seggi complessivi sia alla Camera che al Senato, in entrambi i casi a patto che la coalizione vincente raggiunga almeno il 42% dei voti e sia la stessa nei due rami del Parlamento, e con l'ulteriore prescrizione di un tetto massimo del 55% dei seggi raggiungibile da tale coalizione mediante il premio in questione), vi sono altre questioni controverse e "scottanti": in primo luogo, sono previste sia un'elevatissima, abnorme e antidemocratica "soglia di sbarramento" nazionale al 10% per le coalizioni sia un'ulteriore "soglia di sbarramento" nazionale al 3% per tutte le liste (ma con un ineffabile - e democraticamente inaccettabile - privilegio per le coalizioni, cioè un'esenzione da quest'ultima soglia, in ciascuna coalizione, per il più votato tra gli eventuali suoi partitini rimasti al di sotto del 3%), soglie che aggiunte al "premio di maggioranza" moltiplicano ulteriormente, e in modo sostanzialmente ingiustificabile dal punto di vista del principio giuridico dell'eguaglianza del voto, le "diseguaglianze di trattamento dei voti" previste in questa legge elettorale; in secondo luogo, mentre in luglio alla Camera era stato previsto che i voti raccolti da liste inferiori alla soglia in questione non potessero venire conteggiati al fine del "premio di maggioranza", le critiche sulla piuttosto lampante incostituzionalità di questa norma (per la totalizzante disparità di trattamento riservata ai voti ricevuti da certe liste rispetto alle altre) hanno fatto sì che al Senato la norma in questione sia stata cancellata, però per scoraggiare e frenare la presenza di nuove liste è stato approvato un cospicuo - e decisamente antidemocratico - aumento delle firme richieste alle forze politiche attualmente non presenti in Parlamento per potersi presentare alle elezioni; in terzo luogo, mentre in luglio alla Camera era stato approvato il concetto delle corte "liste bloccate" (che con la scomparsa - rispetto all'attuale Rosatellum - anche di quella mera "parvenza di scelta personale" consentita agli elettori dai collegi uninominali ha acquisito ancor più il significato di un futuro Parlamento composto esclusivamente da membri nominati dalle segreterie dei partiti), al Senato in settembre è tornata l'idea di corte liste con "capolista bloccato" e con la possibilità di alcune preferenze (idea che, unita alla "lista bloccata" collegata al "premio di maggioranza", dovrebbe comunque portare secondo diversi analisti ad un Parlamento costituito solo in piccola parte da candidati eletti attraverso le preferenze); in quarto luogo, è considerata obbligatoria l'indicazione del candidato premier da parte di ciascuna lista e coalizione (obbligatorietà che assieme agli effetti del "premio di maggioranza" si pone di fatto in sostanziale contrasto con l'art. 92 della Costituzione secondo il quale è competenza del presidente della Repubblica designare il premier). Inoltre, pure al Senato il "premio di maggioranza" verrebbe attribuito su scala nazionale, mentre l'art. 57 della Costituzione stabilisce chiaramente che «il Senato della Repubblica è eletto a base regionale». In altre parole, a dispetto anche delle indicazioni date in passato dalla Corte Costituzionale, si presenta di nuovo il fatto che i rami del Parlamento stiano approvando disegni di legge elettorali che per vari motivi appaiono palesemente incostituzionali [7].
Questioni di costituzionalità particolarmente evidenti
A proposito di tale incostituzionalità e delle "liste bloccate" o delle liste con "capolista bloccato", appare il caso di riprodurre qui quanto si metteva in evidenza - con un particolare riferimento alla sentenza sul Porcellum deliberata dalla Corte costituzionale il 4 dicembre 2013 - nell'Appendice inserita a conclusione di Oltre il "busillis" dei sistemi elettorali, un ampio intervento pubblicato su Internet (anche nel sito di "Sinistra in rete") nel marzo 2014 [8]:
«Nel procedimento giudiziario trasmesso dalla Corte di Cassazione alla Corte Costituzionale in merito al Porcellum, i magistrati di cassazione criticavano tendenzialmente le "liste bloccate" ritenendo che esse potessero violare il principio del voto libero e diretto (articoli 48, 56 e 58 della Costituzione) e il principio secondo cui al popolo è riconosciuto il diritto alla «scelta del corpo legislativo» (art. 3 del protocollo 1 della "Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali", garantita dall'art. 117 della Costituzione). Nella sentenza della Corte Costituzionale, sembrerebbe che la Corte abbia aderito a questo genere di valutazioni solo nel caso di "liste bloccate" lunghe o riguardanti l'intero organismo elettivo implicato (cioè in questa circostanza il Parlamento) e che, invece, abbia considerato costituzionalmente accettabili "liste bloccate" corte o riguardanti solo una parte non preponderante dell'organismo elettivo. Il testo della sentenza non è del tutto chiaro a questo proposito [9]. Tuttavia, ogni dubbio non può che scomparire se la questione viene vista anche alla luce dell'art. 21 della "Dichiarazione universale" del 1948 e dell'art. 25 del "Patto internazionale sui diritti civili e politici" (ratificato dall'Italia nel 1978), che - sotto la tutela sia dell'art. 117 che dell'art. 10 della Costituzione - asseriscono concordemente non solo che le elezioni vanno effettuate a «suffragio universale ed eguale», ma anche che «ogni cittadino ha il diritto e la possibilità [...] di prendere parte all'amministrazione degli affari pubblici, direttamente o attraverso dei rappresentanti liberamente scelti». È chiaro infatti che su scala nazionale l'ordinamento italiano si basa appunto sulla partecipazione dei cittadini tramite loro rappresentanti, cioè i parlamentari, ciascuno dei quali per di più è anche rappresentante della Nazione (come sottolinea l'art. 67 della nostra Costituzione): tutti i parlamentari andrebbero dunque "liberamente scelti" dai cittadini, mentre ciò invece non può certo succedere quando vi sono delle "liste bloccate" di qualsiasi genere. Già il fatto stesso che in una "lista bloccata" vi sia un ordine di preferenza prestabilito dai vertici del partito (o della coalizione) da cui la lista viene presentata e che chi è posto prima in tale ordine verrà sicuramente eletto con molta più facilità di chi sta più sotto è una ferita insanabile al principio espresso nell'art. 21 della Dichiarazione e nell'art. 25 del Patto in questione.
In sintesi, "liste bloccate" corte come quelle previste nella seconda proposta renziana potrebbero forse corrispondere al testo della sentenza del 4 dicembre, ma non possono corrispondere ai contenuti di altre fonti giuridiche internazionali che la Corte costituzionale è tenuta comunque a tutelare in base agli articoli 10 e 117 della nostra Costituzione».
Ancor più problematica in Italia è la questione del "premio di maggioranza" in se stesso (indipendentemente cioè dalla sua dimensione, che naturalmente costituisce comunque un altro tema-base nel contesto della costituzionalità), dati i diversi meccanismi elettorali previsti dalla nostra Costituzione alla Camera (su base nazionale) e al Senato (su base regionale). Si osservava infatti sempre in quell'intervento del marzo 2014:
«Alla governabilità, ma non certo alla rappresentatività, sono strettamente associati in particolare i sistemi elettorali in cui predomina la logica maggioritaria (inclusi quelli che sono basati sul "premio di maggioranza", che costituisce in un certo senso l'estrema manifestazione di questa logica [...]). È una logica che si esprime in pratica nel principio secondo cui il vincente vince tutto, di modo che i voti dati ai candidati perdenti valgono in pratica poco o nulla (a seconda del particolare meccanismo di distribuzione dei seggi operante in quel sistema), mentre i voti dati ai candidati vincenti valgono incomparabilmente di più. [...]
Il "premio di maggioranza" è appunto il più estremo di questi sistemi: quello che produce nell'organismo elettivo una maggioranza automatica, una sorta di "governabilità assoluta" (a parte ovviamente la possibilità che durante la legislatura si crei una corposa e insanabile frattura nel partito o coalizione vincente, che verrebbe così a perdere quell'originaria maggioranza automatica).
Se in Italia il Porcellum ha fallito nel produrre tale "governabilità assoluta" è innanzi tutto perché nell'art. 57 della Costituzione italiana è stabilito in maniera del tutto esplicita che le elezioni del Senato debbano avvenire «su base regionale» e, quindi, nella stesura del Porcellum (che era una legge ordinaria e pertanto non poteva modificare la Costituzione) si è dovuti ripiegare forzatamente su un "premio di maggioranza" senatoriale applicato regione per regione e dunque frantumato in tanti pezzettini. Ma oltre a ciò rimane comunque il fatto che il "premio di maggioranza" può garantire un suo pieno funzionamento solo quando esiste un unico meccanismo di aggiudicazione di tale premio: quando un organismo elettivo è costituito ad esempio da due rami con poteri uguali o simili (come avviene col Parlamento italiano) e ciascuno dei due rami ha un suo proprio meccanismo di aggiudicazione del premio, esiste sempre la possibilità che [...] tale meccanismo dia in un certo momento storico maggioranze diverse in quei due rami, negando in tal modo la governabilità automatica per la quale è stato inventato questo genere di sistema elettorale.
Per vari motivi di fondo, dunque, il Porcellum non ha potuto attuare in maniera pienamente integrale il suo maggiore concetto ispiratore, il "premio di maggioranza": un concetto che peraltro - dietro la sua assoluta efficienza dal punto di vista della governabilità - nasconde appunto caratteristiche che per molti versi sono grezzamente semplicistiche e decisamente antidemocratiche, al punto che la suprema Corte italiana nella sua recente decisione lo ha considerato incostituzionale, per lo meno in entrambe le versioni utilizzate nel Porcellum».
E si concludeva che in pratica, «allo stato attuale, l'unico modo per risolvere l'incongruenza specifica tra Camera e Senato sarebbe quello di prevedere in entrambi un "premio di maggioranza" su base regionale, ma questo non risolverebbe affatto - e anzi peggiorerebbe ulteriormente - i vari aspetti dell'incongruenza rispetto all'esigenza generale della governabilità. In altre parole, alla luce della sentenza del 4 dicembre l'attuale formulazione dell'art. 57 della Costituzione rende appunto incostituzionale qualsiasi forma di "premio di maggioranza" nelle elezioni politiche italiane»....
Lo "Stabilicum" e la questione dei due terzi del Parlamento
A parte dunque la problematica collegata all'incostituzionalità che attualmente appare di fatto inestricabilmente connessa al "premio di maggioranza" nelle elezioni parlamentari in Italia, si può comunque approfondire dal principale punto di vista qui trattato (cioè la questione delle revisioni costituzionali) l'analisi del progetto di legge elettorale presentato recentemente dal centro-destra italiano e incentrato appunto su tale premio. Nelle versioni dello Stabilicum approvate rispettivamente dalla Camera in luglio e dal Senato in settembre, per raggiungere il 67% dei seggi necessario per poter modificare la Costituzione a proprio piacimento basterebbe in pratica aver ottenuto il 42% dei voti e trovare un accordo con poco più di un quarto dei parlamentari dell'opposizione. Da quel 42% dei voti deriverebbe automaticamente infatti il 55% dei seggi, e dunque per raggiungere i fatidici due terzi basterebbe esattamente un altro 11,7% dei seggi, che corrisponde a pochissimo più di un quarto di quel 45% dei seggi che spetterebbe automaticamente all'opposizione quando le forze politiche vincenti avessero raggiunto il 42%. Considerando la presenza delle "soglie di sbarramento", tale 11,7% dei seggi parlamentari dovrebbe corrispondere indicativamente a una percentuale dei voti espressi intorno al 12-15% (ciò poiché al 45% dei seggi spettante all'opposizione dovrebbe corrispondere una percentuale di voti ottenuti compresa presumibilmente tra il 48 e il 58%, data appunto anche la presenza delle "soglie di sbarramento"). Insomma, a chi riuscisse a stipulare un tale accordo tra i partiti di maggioranza e circa un quarto dei parlamentari dell'opposizione basterebbe all'incirca un 54-57% dei voti (42% + 12-15%) per poter "controllare" il 67% dei seggi parlamentari e poter letteralmente riscrivere la Costituzione senza che i cittadini possano fare alcunché....
In altre parole, a parte il fatto molto poco democratico che con il 42% dei voti un gruppo di partiti potrebbe governare con estrema stabilità (avendo diritto appunto al 55% dei seggi in entrambi i rami del Parlamento), a questo gruppo di partiti basterebbe mettersi d'accordo con circa un quarto dei parlamentari dell'opposizione - cosa non poi così impossibile visto ad esempio che una decina d'anni fa un accordo di questo tipo c'era sicuramente tra i vertici di quello che allora era il principale partito del centro-destra, cioè Forza Italia, e i vertici del principale partito del centro-sinistra, cioè il Pd renziano - per buggerare gli intendimenti dell'Assemblea Costituente e la popolazione italiana e poter rifare la Costituzione in base a progetti antidemocratici, autoritari, ecc..
Tra l'altro, si tratta di percentuali che per diversi aspetti sono identiche a quanto prevedeva il Porcellum (che attribuiva anch'esso, mediante un "premio di maggioranza", il 55% dei seggi parlamentari alla lista o coalizione più votata), ma diversamente dall'epoca in cui quella legge elettorale fu approvata dalla coalizione berlusconiana allora al governo - cioè il 2005 - oggi appare decisamente più facile ipotizzare la possibilità di accordi tra maggioranza governativa e parte dell'opposizione in vista di qualche radicalmente antidemocratica revisione della Costituzione italiana, e ciò specialmente appunto dopo la vicenda dell'Italicum e la strettissima collaborazione che si mantenne a lungo in quella vicenda tra il maggior leader del centro-destra (allora Berlusconi) e il maggior leader del centro-sinistra (allora Renzi), entrambi ovviamente sostenuti da un'ampia parte dei dirigenti dei due rispettivi partiti. Le svariate batoste referendarie ed elettorali ottenute in seguito da questi due partiti e le scissioni più o meno ampie che essi hanno attraversato hanno ovviamente favorito un significativo ricambio tra i dirigenti dell'uno e dell'altro, ma la tendenza a possibili parallelismi antidemocratici e autoritari tra i politici del centro-destra e parte dei politici del cosiddetto centro-sinistra non appare affatto essersi spenta, in effetti....
A quanto pare, il governo Meloni intende far approvare anche alla Camera la versione dello Stabilicum già approvata dal Senato (senza dunque che vi vengano apportate nuove modifiche), così da concludere l'iter di questo disegno di legge senza ulteriori rimandi temporali né ulteriori "rischi politici". Pur di ottenere questo risultato, la premier ha già espresso l'intenzione di porre la fiducia sull'approvazione di questa versione alla Camera: un'ulteriore assurdità antidemocratica e autoritaria in quanto il porre la fiducia tende a togliere ai parlamentari della maggioranza la loro sacrosanta e costituzionale autonomia rispetto al governo, espropriandoli letteralmente di essa, e ciò appare estremamente grave nel caso di una legge che non prevede azioni concrete ma si occupa delle regole con cui si dovranno eleggere prossimamente - cioè nel 2027 - i parlamentari stessi.
Di fronte a un disegno di legge come questo, non si può che invitare, da un lato, i giudici della Corte Costituzionale ad essere consapevoli e vigili nei confronti sia della problematica specifica costituita dalla possibilità di revisioni costituzionali non sottoponibili a referendum confermativo benché approvate in Parlamento da forze ben lontane dai due terzi dei voti degli elettori (problematica che appare pesantemente presente nello Stabilicum, così come lo era nell'Italicum, e che appare poter essere considerata anch'essa come un importante fattore di cui tener conto per valutare la costituzionalità o l'incostituzionalità di una legge elettorale) sia più in generale dei vari fattori di incostituzionalità che appaiono inerenti allo Stabilicum e, dall'altro lato, i cittadini a fare attenzione ai gravi rischi in questione riguardanti la democrazia italiana, a mobilitarsi in qualche maniera contro lo Stabilicum (tenendo appunto presenti anche gli altri fattori di incostituzionalità in esso implicati), a parlare correntemente degli "effetti nascosti" dei vari sistemi elettorali e a votare in futuro forze politiche che nelle leggi elettorali sappiano rispettare e proteggere non solo la cosiddetta governabilità ma anche - e soprattutto - la rappresentatività e la costituzionalità.













































Add comment