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la citta futura

I comunisti e le elezioni

Renato Caputo e Pasquale Vecchiarelli

6c4cb129ac90629cbefdd0ce672c7029 XLI. Delucidazioni a livello concettuale dei compiti dei comunisti in occasione delle elezioni per la selezione del personale volto a dirigere uno Stato imperialista

Da un punto di vista oggettivo le elezioni sono, al contempo, secondo le celebri definizioni di Marx e di Engels, uno strumento per stabilire quale componente della classe dominante avrà per un certo numero di anni la direzione del paese e uno strumento essenziale, un termometro atto a misurare il livello della coscienza di classe. Dal primo punto di vista dunque, nello Stato inteso come sovrastruttura della dominante struttura del modo di produzione capitalistico, le elezioni servono a definire la forma che assume la dittatura della borghesia. In effetti, secondo la nota concezione marxista dello Stato, quest’ultimo rappresenta la forma del dominio a livello strutturale, economico sociale, della classe dominante e del suo blocco sociale sulle classi subalterne. Da tale punto di vista, quindi, la democrazia è effettuale solo all’interno della classe dominante e del suo blocco sociale, mentre nei riguardi delle classi subalterne rappresenta la forma di dominio del nemico di classe.

Perciò appare evidente che il risultato delle elezioni abbia un significato più formale che sostanziale dal punto di vista delle avanguardie delle classi sociali subalterne.

Anzi il decrescente interesse delle classi subalterne nei confronti delle elezioni parlamentari può essere considerato, da un punto di vista marxista, come un segnale che la forma di dominio di classe della borghesia vive una crescente crisi e, dunque, vi sia una crescente crisi della capacità di egemonia della classe dirigente, che è naturalmente il modo di manifestarsi a livello sovrastrutturale della crisi di un determinato modo di produzione, i cui rapporti di produzione e di proprietà sono ormai in una contraddizione strutturale con l’esigenza dello sviluppo delle forze produttive, ossia dello sviluppo economico. Al punto che lo stesso Gramsci, dinanzi alla deriva totalitaria della dittatura della borghesia, durante il ventennio fascista, sosteneva che i comunisti non dovevano certo preoccuparsi della crisi della forma di dominio del nemico di classe, ma dovevano piuttosto sfruttare tale crisi per rivendicare con maggiore forza la necessità della transizione a una forma superiore di democrazia, quella sostanziale sovietica, ovvero consiliare.

D’altra parte, però, non è certo indifferente la possibilità che il suffragio universale fornisce ai subalterni dotati di coscienza di classe di poter contribuire a scegliere la fazione del blocco sociale dominante da cui sarà diretta nei prossimi anni. Non a caso non solo Marx ed Engels, ma lo stesso Lenin, ponevano come punto centrale del programma minimo, proprio di una fase in cui non sia all’ordine del giorno la questione della conquista del potere politico-sociale, il suffragio universale. Da questo punto di vista è importante che l’intellettuale collettivo, ossia la parte più consapevole, l’avanguardia delle classi subalterne fornisca delle indicazioni utili alla parte meno dotata di coscienza di classe dei subalterni per fare una scelta il più possibile consapevole. Dal momento che, in ogni caso, è sempre necessario, secondo la filosofia della prassi, non limitarsi a contemplare il corso del mondo a livello teoretico, ma impegnarsi nella sua trasformazione dal punto di vista pratico. In altri termini è sempre preferibile avere una funzione attiva contribuendo alla scelta di quale nemico affrontare per primo, in quanto gestore del potere politico, piuttosto che lasciare fare al nemico di classe assumendo la posizione passiva dell’anima bella. Perciò anche in una fase pre-rivoluzionaria, come quella che si era venuta a creare in Germania dopo la catastrofica sconfitta nella prima guerra (imperialistica) mondiale, la fuga del Kaiser, l’ammutinamento della marina, Lenin critica aspramente la campagna astensionista portata avanti dagli spartachisti.

Da questo punto di vista, in linea generale, Lenin sosteneva che fosse sempre preferibile l’affermazione della componente riformista della classe dominante, piuttosto che della componente conservatrice o reazionaria. In tal modo, infatti, per dirla questa volta con Gramsci, la socialdemocrazia avrebbe mostrato il suo vero volto, ossia di non essere la componente di destra delle classi subalterne, ma la componente di sinistra del blocco sociale dominante. In tal modo, tornando a Lenin, sarebbe più facile per la componente rivoluzionaria smascherare l’assoluta inefficacia della prospettiva riformista, che intende dare a credere che sia possibile un capitalismo dal volto umano, nel momento in cui a dirigerlo a livello politico, quindi sovrastrutturale, siano dei progressisti. Al contrario, restando all’opposizione rispetto alla manifestazione politica del potere costituito, i riformisti potrebbero con maggiore facilità mostrarsi come più credibile e realistica alternativa, nel momento di crisi della direzione della componente conservatrice o reazionaria della classe dominante.

Dal secondo punto di vista oggettivo, ossia delle elezioni come termometro dei rapporti di forza nel conflitto sociale, è possibile verificare nell’unico modo efficace, ossia a livello della prassi, l’efficacia dell’avanguardia, ossia dell’intellettuale collettivo nella sua funzione fondamentale di strumento indispensabile alla maturazione della coscienza di classe. In altri termini le elezioni sono un banco di prova significativo per un bilancio della capacità dimostrata dai comunisti di svolgere la propria missione storica, ovvero sviluppare la coscienza di classe in primo luogo dirigendo e radicalizzando i conflitti sociali in secondo luogo nella lotta per l’egemonia a livello delle sovrastrutture. Da questo punto di vista è assolutamente vano illudersi di poter mutare i rapporti di forza reali del conflitto di classe, assumendo in campagna elettorale posizioni populiste e opportuniste per conquistare un numero maggiore di consensi, facendo concessione al senso unico dominante, espressione dei ceti sociali dominanti.

Dal punto di vista soggettivo, ovvero della capacità della soggettività rivoluzionaria di intervenire e mutare il corso storico, i comunisti non possono lasciarsi sfuggire, a meno che non sia all’ordine del giorno la rivoluzione, la possibilità di sfruttare uno dei rari momenti in cui anche gli elementi più arretrati del proletariato avverte l’esigenza di interessarsi alla politica. È evidente che tale esigenza è indotta e finalizzata al mantenimento dell’egemonia della classe dominante borghese, che in tal modo consente di presentare il proprio potere come fondato sul consenso persino della maggioranza dei subalterni. A tale scopo però la classe dominante deve mascherare con il presunto pluralismo e la libera concorrenza fra le diverse forze politiche la propria dittatura di classe. È altrettanto evidente che, anche in questo caso, la libera concorrenza si è trasformata da tempo in monopolio degli strumenti di egemonia, oltre che degli apparati repressivi dello Stato, da parte della classe dominante che ha un controllo di tipo quasi totalitario dei grandi mezzi di comunicazione. D’altra parte non si può sperare di trasformare in senso rivoluzionario la realtà con il mero dover essere dell’anima bella, ma occorre sporcarsi le mani per intervenire nelle contraddizioni del corso del mondo. Da questo punto di vista le elezioni offrono per quanto in modo più apparente che sostanziale, la possibilità per i comunisti di sviluppare un’azione di agitazione e propaganda per far conoscere la propria prospettiva, l’unica in grado di risolvere in modo progressivo la crisi strutturale del modo di produzione a oggi ancora dominante.

In tale ottica i comunisti devono essere in grado, sulla base degli insegnamenti di Lenin, di saper sfruttare il diritto di tribuna che la classe dominante è costretta a concedere per meglio nascondere la propria dittatura di classe. Dunque la partecipazione alle elezioni per le istituzioni borghesi e la possibile, anche se attualmente in Italia piuttosto improbabile, possibilità di conquistarsi qualche posto in tali istituzioni deve essere funzionale, in primo luogo, a demistificarle, mostrando che la democrazia è sempre e solo reale solo all’interno del blocco sociale dominante. Perciò le sue istituzioni, a partire dal parlamentarismo, devono essere smascherate nella loro funzione di strumenti al servizio della dittatura della borghesia. Ciò consente allo stesso tempo di far emergere la forma superiore di democrazia rappresentata dalla dittatura democratica del proletariato con le sue istituzioni consiliari. Nello Stato socialista, infatti, a dominare e a rendere effettuale la democrazia sarà la totalità dei lavoratori, ossia la stragrande maggioranza della società, mentre la dittatura sarà esercitata esclusivamente nei confronti della minoranza che pretenderà di restaurare il proprio potere economico e sociale fondato sullo sfruttamento dell’altrui forza-lavoro.

Tanto più che tale dittatura avrà carattere non solo transitorio, ma funzionale a eliminare con le classi sociali e la progressiva estinzione dello Stato, quale strumento del dominio di classe, ogni forma di dittatura e di dominio. Senza contare che la democrazia consiliare, nel momento in cui si potrà effettivamente realizzare, non in singoli paesi mantenuti in uno stadio di costante assedio da parte delle forze controrivoluzionarie dell’imperialismo, è una forma di democrazia decisamente più sostanziale di quella formale della borghesia. Essa non garantirà, infatti, la sola eguaglianza formale, giuridico-politica, ma una eguaglianza reale a livello delle strutture economiche e sociali oltre che culturali. Inoltre non si tratterà più di una parvenza di democrazia fondata sul principio liberale della delega del potere a una casta di professionisti della politica, generalmente al servizio della classe dominante, ma di una democrazia il più possibile diretta, assembleare, fondata appunto sui consigli da sviluppare in ogni posto di lavoro. Senza contare che le cariche politiche non dovranno più consentire tutta una serie di privilegi come nel sistema borghese, fondato per altro sulla sistematica corruzione da parte dei potentati economici, e dovranno essere in ogni momento revocabili, svolgendo unicamente la funzione di meri esecutori della sovranità popolare.

In tal modo la democrazia potrà tornare a corrispondere al proprio concetto di potere (crazia) delle masse popolari (demos), ovvero dei subalterni che eserciteranno il proprio potere nella lotta contro gli oligarchi, al contrario della democrazia borghese che non è altro che una forma più o meno mascherata di oligarchia.

Infine, per quanto riguarda la questione, tanto dibattuta, delle possibili alleanze, occorre considerarla in un’ottica di classe e comunque funzionale alla costruzione di un blocco sociale alternativo, incentrato sul proletariato moderno, in grado di conquistare il potere politico, ovvero lo Stato. In tale prospettiva decisiva diviene per risolvere in un senso o nell’altro il conflitto fondamentale fra capitalisti e lavoratori salariati la capacità di egemonizzare i ceti intermedi. Dunque, la possibilità di costruire un’alleanza elettorale deve essere funzionale al rafforzamento di un blocco sociale alternativo a quello dominante, all’interno del quale è decisivo comprendere chi ha l’egemonia, ossia gli esponenti democratici della piccola-borghesia o i rappresentanti comunisti del proletariato. Nel caso in cui la lotta per l’egemonia non sia sostanzialmente risolta in partenza, diviene indispensabile – nel caso fosse un passaggio utile e necessario ad avvicinarsi all’obiettivo finale, la conquista del potere – che i comunisti abbiano e sfruttino la possibilità di denunciare nel corso della campagna elettorale in proprio stessi alleati opportunisti e social-democratici piccolo-borghesi, secondo l’insegnamento di Lenin.

In altri termini, sempre in riferimento a Lenin, si può concludere ricordando che ogni mezzo necessario per praticare il proprio scopo finale, la conquista del potere, è legittimo, quindi in astratto qualunque alleanza necessaria a conseguire tale scopo è possibile. Resta la questione della necessità dei comunisti di essere sempre all’opposizione nei confronti delle forze politiche che dirigono uno Stato capitalista, dal momento che è proprio tale dominio che si intende rovesciare. Tale esigenza è tanto più valida se si tratta di una forza politica che dirige uno Stato capitalistico giunto alla sua fase imperialistica.

 

II: Alle forze del teatro Brancaccio manca la determinazione a ricostruire l’unità della sinistra antiliberista sul piano del conflitto sociale, ai comunisti manca la coscienza che il partito non c’è e va ricostruito

Il programma e la tattica che oggi contraddistinguono le forze che si richiamano alla tradizione socialdemocratica hanno poco a che vedere con la concezione classica della socialdemocrazia alla quale normalmente ci si riferisce. Questo è del tutto normale dal momento che nella realtà politica non c’è nulla di dato, di fisso, ma tutto seguita a muoversi nel solco, contorto e dialettico dello scontro di classe e del suo divenire storico. Dunque il partito, la sua organizzazione e i suoi programmi mutano in funzione del livello di coscienza e dei rapporti di forza storicamente dati.

Nella sua accezione classica la tendenza socialdemocratica o riformista è quella corrente del marxismo della seconda internazionale che proponeva una visione della presa del potere fondamentalmente basata sull’idea, gradualista, di giungere per mezzo del partito, rafforzatosi nelle istituzioni parlamentari borghesi attraverso una lunga fase di conflitto sociale e lotte di massa guidate da solide relazioni sindacali, a controllare ampi strati dello Stato borghese al punto da prenderne il controllo senza dover ricorre a un insurrezione violenta.

A questa visione sappiamo che si è contrapposta quella del marxismo rivoluzionario di Lenin che poneva la questione dello Stato in maniera radicalmente diversa, vale a dire: alle strutture dello Stato borghese, comprese quelle parlamentari, è necessario sostituire quello dello Stato proletario. Questo ha notevoli conseguenze sul piano organizzativo, si passa dalla subalternità alle istituzioni borghesi al loro superamento per mezzo della centralità che assumono le strutture consiliari proprie della classe operaia. Dunque, secondo l’impostazione rivoluzionaria, le elezioni borghesi per i comunisti, benché rappresentino un momento importante nella vita politica delle masse e in quanto tale degno di essere preso seriamente in considerazione, hanno uno scopo solo strumentale e finalizzato a mettere in luce l’incapacità del parlamento nel risolvere la crescente richiesta di democrazia sostanziale proveniente dalle classi subalterne.

Nonostante tale contrapposizione tra marxismo riformista della seconda internazionale e marxismo rivoluzionario della terza internazionale possa ancora oggi essere oggetto di studio e di scontro tra i comunisti, una cosa è certa: oggi quella social-democrazia ce la sogniamo.

Capire le ragioni dell’arretramento nei programmi e nelle parole d’ordine della socialdemocrazia di oggi non è un problema teorico di facile soluzione perché, come affermato in premessa, esso trova la sua spiegazione all’interno del complesso processo storico nel quale si scontrano ragioni soggettive – a partire dall’involuzione del Partito Comunista Italiano, che a sua volta non può che essere letta sul piano internazionale – e ragioni oggettive legate alla crisi del capitalismo che, ad esempio, chiude i margini anche alle manovre redistributive di stampo keynesiano da sempre base economica dei programmi delle forze politiche riformiste.

Dunque è difficile poter affermare che oggi esiste in Italia un movimento politico avente i caratteri classici della social-democrazia, forse, depurando tale definizione classica della sua visione strategica comunque basata sul conflitto, oggi il partito che in Italia maggiormente si avvicina a questa impostazione è Sinistra Italiana.

Certamente non lo è il Movimento Democratico e Progressista di D’Alema e Bersani che, oltre ad aver sostenuto le peggiori politiche neoliberiste del governo Renzi e Gentiloni, è la riproposizione di una linea politica fallimentare, già vista nel passato recente dei governi Prodi, che ha tracciato chiaramente la linea alle politiche neoliberiste in Italia. In questo senso Renzi è il figlio di D’alema e Bersani.

Vale la pena rifrescare la memoria, al fine di chiarire ulteriormente la questione sul significato di socialdemocrazia, ricordando che proprio durante i governi Prodi e D’alema si è dato il via ai profondi processi di liberalizzazione e attacco ai lavoratori di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze: pacchetto Treu (Legge 24 giugno 1997), liberalizzazione del settore delle comunicazioni (Legge Maccanico 97), settore che all’epoca era all’avanguardia al livello mondiale in termini di ricerca, brevetti e professionalità degli addetti e che ha prodotto risultati catastrofici in termini di perdita di competitività dell’intero comparto, e la liberalizzazione del settore energetico (Decreto Bersani ‘99).

Liberalizzazioni dei settori strategici e attacco ai diritti della classe operaia queste le linee intorno alle quali D’Alema, Prodi e Bersani hanno costruito i loro programmi di governo.

Esattamente l’opposto di un programma socialdemocratico classico e di un programma minimo comunista.

L’involuzione della socialdemocrazia è connessa alla debolezza e all’arretratezza della coscienza di classe.

In questo contesto, contrassegnato dall’assenza di un movimento conflittuale organizzato dei subalterni, le forze “socialdemocratiche” e insieme i vertici del maggiore sindacato italiano, la CGIL, sono incapaci di aggregare un blocco sociale anche solo intorno ad un programma antiliberista e nei limiti opportunisti dell’ideologia riformista. Tali formazioni politiche hanno abbandonato da tempo una lotta coerente intorno alla questione del super-sfruttamento della forza lavoro, della lotta per l’aumento del salario e la riduzione dell’orario di lavoro scivolando sempre più a destra sul terreno del neocorporativismo.

Dunque se è vero che in questa crisi profonda del capitalismo c’è una perdita di egemonia per la classe dominante, dall’altra parte c’è un’incapacità della sinistra di riconquistare un ruolo forte ed egemone nelle classi subalterne. Prova né è il fatto che dopo la vittoria al referendum costituzionale queste forze non sono state in grado di trasformare il voto di protesta di classe contro il governo liberal-populista di Renzi in un movimento di lotta, perlomeno antiliberista, preferendo ancora una volta i teatri alla piazza.

Questa perdita di egemonia e capacità di direzione della sinistra, legata all’incapacità di sviluppare una teoria e una prassi marxista, la vediamo, oltre che nell’assenza del conflitto, proprio nella costruzione della proposta politica laddove ancora una volta si propone il clichè della “società civile” che si autoriforma e che, all’improvviso, al pari della bell’addormentata, a pochi mesi dalle elezioni senza aver mai battuto il campo della lotta e del conflitto si risveglia in un teatro e con altisonanti proclami si propone come forza di cambiamento radicale in grado di unire l’intera sinistra .

E le forze comuniste? Ricostruire il partito organizzando il conflitto.

Dunque, il nocciolo della questione in questa fase è la riorganizzazione del conflitto e la sua direzione. Obiettivo che, come abbiamo detto, è principalmente in capo alle forze comuniste, le sole forze di avanguardia, che oggi però sono particolarmente ininfluenti a causa della frammentazione e disorganizzazione. Quindi il problema principale di questa fase storica diviene quello della ricostruzione del partito.

Si tratta di un processo lungo che non può essere inquadrato nell’ottica dell’unità dei comunisti in funzione della scadenza elettorale ma, piuttosto, nel processo di costruzione di un partito leninista e gramsciano nell’organizzazione e nella direzione del conflitto sociale.

Solo attraverso una prassi comune, che deve consolidarsi nel passaggio dalle parole ai fatti, non settaria, non opportunista e non dogmatica, ma certamente rivoluzionaria, cioè che abbia come obiettivo minimo la presa del potere, è possibile il divenire di un partito in grado di essere la guida cosciente della classe in grado di stimolarne e attivarne le passioni e i sentimenti più profondi di giustizia sociale e di rabbia nei confronti dello sfruttamento.

Questo processo di formazione della coscienza e del partito comunista stimolerebbe, tra le altre cose, il rivoltarsi della base dei partiti socialdemocratici e, soprattutto, della base dei sindacati maggioritari contro i propri vertici, arrestandone la deriva a destra.

Oggi, però, i partiti comunisti in Italia non lavorano a questo obiettivo, anzi tendono a conservare le proprie minuscole e sterili organizzazioni che, all’esame del voto e della storia, difficilmente potranno risultare degne di nota. Infatti, in assenza di un largo e profondo movimento conflittuale, radicato e cosciente, in grado di far emergere dirigenti di qualità formati nello studio e nella lotta, è facile la deriva opportunista anche per le formazioni della estrema sinistra.

Fermo restando che la costruzione del partito comunista è un processo lungo e travagliato che riguarda questioni teoriche e pratiche, ciò non toglie che si possa sfruttare anche la fase elettorale per tentare una riorganizzazione dei comunisti a patto che ciò avvenga sul terreno della prassi finalizzata alla mobilitazione, ossia se prima di tutto si pone la questione dell’organizzazione, attraverso il metodo del centralismo democratico, della lotta contro le politiche neoliberiste e i politici che le hanno realizzate, compresi quelli confluiti in MDP.

Guardando all’interno delle esperienze come quelle del teatro Brancaccio, promosse dai socialdemocratici, i comunisti dovrebbero organizzarsi allo scopo di conquistarne la direzione che, come detto, non può che muoversi nell’ottica dello spirito di scissione rispetto alle forze liberal democratiche (MDP). Tale rottura dovrebbe inoltre determinarsi in momenti conflittuali di piazza (e non nei salotti televisivi) al fianco dei lavoratori in lotta, mediante chiare parole d’ordine contro il governo Gentiloni e i vari opportunisti che lo sostengono.

Purtroppo al momento la proposta politica di Falcone e Montanari non è riuscita a uscire dai teatri per riversarsi nelle strade e nelle piazze e questo dimostra che non solo le porte a MDP non sono chiuse, ma anche che le forze comuniste, che hanno preso parte a tale percorso come il PRC, non riescono a conquistare l’egemonia su quella, per quanto limitata, base politica.

D’altro canto, anche guardando a sinistra, la maggioranza delle forze comuniste che oggi si propongono sul piano elettorale non lo fanno a partire dalla questione della ricostruzione del partito, il che implicherebbe una certa concezione dialettica e organizzativa, ma, tendono a dividersi tra esercizi di settarismo piuttosto sterile e pulsioni sovraniste con tendenze populiste, a partire da un’autoconsolatoria e autoproclamata condizione di “supremazia ideologica” che punta più alla conservazione delle singole parrocchiette che a un loro superamento in positivo. Difatti nessuna di queste forze è in grado di connettersi realmente alle masse e, dunque, di potersi definire coerentemente comunista.

Infine per le forze comuniste è indispensabile un programma minimo sulla cui base costruire una coalizione elettorale – fermo che “ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di programmi”.

Tale programma minimo oggi non può che essere elaborato intorno a tre questioni principali: la riduzione dell’orario e dei ritmi di lavoro, il ripristino dei diritti conquistati in anni di lotte, la formazione della classe operaia. Intorno a queste questioni ruotano e si intrecciano la questione della democrazia reale e della riconquista da parte della classe operaia che lavora sul territorio italiano di un ruolo forte in termini di capacità produttiva in determinati settori strategici come l’energia le comunicazioni e i trasporti.

Questo programma minimo potrebbe essere il terreno sul quale misurare la capacità delle forze comuniste di divenire reali, di organizzarsi insieme su obiettivi comuni e di formare nuovi quadri dirigenti mentre di accumulano le forze necessarie per l’obiettivo finale: la presa del potere.

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Comments   

#1 lori massimo 2017-11-07 12:47
La domanda che bisogna porsi è la seguente:
come mai, nonostante la presenza in Italia di circa 5-6 organizzazioni che si definiscono comuniste e che (pur con accenti e sfumature differenti) sostanzialmente propongono lo stesso tipo di analisi di cui Caputo e Vecchiarelli la situazione continua a peggiorare e la sinistra rivoluzionaria e non rischia la scomparsa?
Come prima cosa, io comincerei a pensare che molte cose sono cambiate dall'Europa e dalla Russia del 1917.
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