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mondocane

Libertà di stampa e libertà di parola

Su Wikileaks

di Fulvio Grimaldi

Assange with cat 1 400x264“Tre cose non possono essere nascoste a
lungo: la Luna, il Sole e la Verità”. (Wikileaks)

Fulvio e Julian: si parva licet componere magnis

Il personale è politico, si diceva qualche lustro fa e tanto lo hanno preso sul serio quelli contro cui il concetto era diretto da aver ridotto il nostro personale, ora detto privacy, a setaccio per il quale precipita nel raccoglitore CIA, NSA, piattaforme digitali e nostri servizi, ogni bruscolino della nostra vita. Parto comunque da quel meme per compiere il passaggio da una mia esperienza privata a quella di portata generale, internazionale, planetaria ed epocale di Julian Assange, il detenuto da sei anni in quell’isola di Montecristo che è l’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Loro erano stati i segretari dell’Usigrai, sindacato di sinistra dei giornalisti RAI e poi sono stati e sono segretari della Federazione Nazionale della Stampa, il nostro sindacato. Loro sono Roberto Natale e Beppe Giulietti. Loro raccontavano di essersi dati molto da fare per farmi assumere al TG. Io credo che a favorire il mio passaggio da occasionale interprete simultaneo in Rai, nei tempi del mio ostracismo professionale dovuto alla direzione di Lotta Continua (senza pentimenti alla Sofri), a giornalista dell’azienda, sia stato Piero Badaloni, conduttore di Italiasera e poi di Uno Mattina, ottimo alla macchina, meno in video, che aveva apprezzato i miei trascorsi professionali e ignorato quelli politici.

Comunque, ai tempi in cui ricorsi al sindacato per ottenerne protezione dei miei diritti conculcati da Fausto Bertinotti mediante cacciata su due piedi da “Liberazione”, c’era Roberto Natale, poi opportunamente transitato a portavoce di Laura Boldrini presidente della Camera.

Lui era il comandante della guardia pretoriana del giornalismo italiano, io ero men che niente, inviato di un giornaletto fastidioso, ma sotto l’egida di un colosso dei salotti. Da questo rapporto di forze venne che Natale mi ascoltò compunto, prese appunti su tutte le violazioni di legge e contratto attribuibili al gestore di quella vescica che era diventata RC, e mi congedò: “Vediamo cosa si può fare”. Cioè niente, una cippa, come si vide poi. Neanche poi una telefonata per dire: “Fulvio, mi dispiace…”

 

La remontada dei signori

Tutto questa sproloquiale e solipsista premessa per arrivare, lungo una linea di sequitur logici e coerenti, a Julian Assange. Ma prima di Assange tocca occuparci della libertà di stampa come da noi concepita, percepita, rivendicata. Negli ultimi giorni l’Italia è stata percorsa da un brivido. I giornaloni e le televisionone hanno intravvisto il sol dell’avvenire (quello loro), l’aurora della decenza che ritorna, il crepuscolo dello sbandamento barbarico. A Torino per il TAV e contro l’Appendino, a Roma contro la Raggi, per strada contro i razzisti di regime, era tornata a farsi sentire la voce dei buoni e giusti. Una voce interclassista: la madamina torinese con la badante filippina, la gentildonna pariolina con il suo dogsitter, la crème de la crème sorosiana insieme al profugo siriano con la bandiera della Siria quando era marca dell’impero francese. Poi, spruzzata di prezzemolo politico, ma rigorosamente apartitico: Fassino, Gelmini, Orfini, tutti e 13 i radicali (testè scornati dal flop della privatizzazione Atac), tanta Confindustria, tanta Coop rossa, un bel po’ di Lega, Zanotelli, le Ong, Pappappap…Insomma, la vera bella gente. “Una spallata al governo”, “Una sfida per la modernità”, “Roma dice basta”, “Torino dice basta”, così la Grande Stampa, tutta quanta, anche quella piccina tipo “il manifesto”, o “il Foglio”, uniti dalla causa, da Soros e da Sofri Adriano.

Intorno all’ideale progressista delle Grandi Opere, in piazza del Campidoglio a Roma e in piazza Castello a Torino, come per l’export della guerra in Siria, delle sanzioni in Iran e dei migranti dai loro paesi, è rinata finalmente “l’Alternativa”. E, grazie alla componente meno ostica, anzi forse addirittura amica, del governo, insieme al TAV potremo celebrare la resurrezione di tutto il resto: Terzo Valico, Gronda, Pedemontana, Mose, Nuova E45, Nuova Aurelia, aeroporto e tunnel di Firenze, F35 e, hai visto mai, magari anche l’indimenticato Ponte sullo Stretto. Roba che costa il doppio di quanto necessario per affrontare il dissesto idrogeologico, le frane, le alluvioni, il crollo dei ponti, i morti, ma ci collega all’Europa, vuoi mettere. Incontenibile euforia, a dispetto dell’infame taglio delle pensioni d’oro e dei furti alla rendita dei pochi a favore del reddito dei tanti, all’orizzonte del Frejus e delle bocche di porto tornano a luccicare i talleri.

C’è stato qualche contraccolpo. La sindaca Raggi assolta dall’ennesima accusa tirata per i capelli dell’instancabile Procura di Roma e il tonitruante flop del tentativo dei radicali di consegnare i trasporti romani a gente che gli sembrava non fosse stata sufficientemente beneficiata dalle precedenti amministrazioni. Per la privatizzazione dell’ATAC avrebbe dovuto votare almeno il 33% degli aventi diritto. Ha votato meno della metà. A dispetto della ventina di autobus mandati al rogo e del superattivismo della Procura. I radicali, e dietro di loro i Parnasi, Caltagirone, Buzzi, il Rotary, che avevano schiamazzato sotto Marc’Aurelio, non avevano capito che i romani avevano capito cosa trent’anni di privatizzazioni prodiane avevano inflitto al paese e alla legalità.

 

Libertà come sei cambiata
Quasi quasi penso che non eri tu
(Stefano Rosso “Libertà”)

Torniamo al filo conduttore, la libertà di stampa così ferocemente conculcata dalle ricorrenti grandinate di (cinque) stelle. A cosa avevano fatto riferimento, Di Maio e Di Battista quando, meditando sui nostri giornalisti, hanno parlato di sciacalli e meretrici? Stabilito che nei main stream media, quasi tutti editi da imprenditori che li utilizzano come insegne dei propri diversi negozi, non si muove foglia che l’editore non voglia, i dioscuri pentastellati avevano tratto il loro giudizio da un semplice raffronto. Quello tra l’assoluzione della Raggi e la sobria obiettività con cui le sue vicende giudiziarie erano state trattate da chi nella presunzione d’innocenza crede come alla lacrime della madonnina di gesso di Civitavecchia.

Ci soccorre ancora una volta il mirabolante archivio di Marco Travaglio, alla rinfusa da Repubblica, La Stampa, Corriere, Libero e Messaggero.

“Il bivio della Raggi, ammettere la bugia o rischiare il posto… Virginia Raggi si avvicina al suo abisso…Mutande verdi di Virginia…Patata bollente… La fatina e la menzogna, il deja vu di Mani Pulite, Inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto… per garantirsi un serbatoio di voti a destra…spunta la pista dei fondi elettorali, della compravendita dei voti, dei finanziamenti occulti…La sua storia riguarda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine… nel Campidoglio il piacere dell’omertà…Il malgoverno da cancellare…”. Come contrappasso c’è, nello stesso giornale e nello stesso numero, la pagina vignettara con gli inguardabili sgorbi di Stefano Disegni, che riserva lo stesso rispettoso trattamento a ben tre bersagli del suo “hate cartoon”: Virginia, Bonafede, Di Maio. Per costui è un’ossessione, lo fa ogni settimana con la stessa monocorde passione, stavolta per iscritto, del fratello Furio Colombo. Collaboravo a una rivistina diretta da questo Disegni ( mai nomen fu meno omen). Me ne cacciò quando da Belgrado scrivevo “meglio serbi che servi”.Tout se tien.

 

Raggi, non solo

Insomma, per come questa stampa paludata (nel senso di palude) ha massacrato la Raggi per due anni, attribuendole più nefandezze che a Messalina e, andando sul generale, per come questa nostra grande stampa (piccola, “manifesto”, compresa) secerne un ininterrotto flusso di odio (già, i famigerati hate speech!) e diffamazione per chiunque non stia ai desiderata e alle maniere dei di lei padroni, vicini e lontani, quanto hanno detto Di Maio e Di Battista è poco più di una tiratina d’orecchi. Agli scapaccioni dovrebbe pensare l’Ordine dei giornalisti, o la Federazione della Stampa, o Ong del buon giornalismo come Articolo 21. E vedremo più avanti come e a chi li impartiscono.

Vi ho fatto perdere tempo e ho sprecato spazio. Torniamo al quid. Che è Assange, la Federazione della Stampa e la libertà di stampa per la quale si battono a petto nudo, contro il ritorno del fascismo, le migliori e più acuminate penne della nobilissima professione.

Julian Assange è un giornalista australiano di cui sapete che ha fondato WikiLeaks nel 2006 e da allora lo dirige insieme a un gruppo di collaboratori in tutto il mondo. Wikipedia lo descrive così:

Wikileaks (dall'inglese leak «perdita», «fuga [di notizie]») è un'organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (di Stato, militare, industriale, bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks riceve, in genere, documenti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall'anonimato e da whistleblower.[2]

Il sito è curato da giornalisti, attivisti, scienziati. Comunque i cittadini di ogni parte del mondo possono inviare (sono anzi invitati a farlo) materiale «che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende» tenuti nascosti.

 

Senza Assange, buio pesto

Ad Assange il mondo deve alcune delle più rivelatrici verità su complotti, intrighi, crimini, inganni, menzogne dei governi delle maggiori potenze occidentali. In particolare, i documenti da lui diffusi hanno rivelato quali criminali motivazioni hanno innescato le guerre, a partire da quelle all’Iraq. Se l’opinione pubblica ha potuto sfuggire in parte al gigantesco menzognificio con cui il Potere e i suoi agenti mediatici conducono la loro politica di dominio, rapina, guerra, repressione, lo deve all’incredibile coraggio e alla fenomenale abilità di Assange e della sua organizzazione. Come lui, negli Usa Chelsea Manning, ex-soldato che s’è fatta 6 anni di prigione per aver rivelato pubblicato i documenti di Wikileaks e rivelato le nefandezze compiute in Iraq; e Edward Snowden, la gola profonda (whistleblower) dello spionaggio planetario NSA, fortunatamente rifugiato a Mosca. Nel 2010 Wikileaks pubblica 251mila documenti confidenziali o segreti del Dipartimento di Stato Usa. Come mai prima, il re è nudo.

Parte un processo per spionaggio e la richiesta di estradizione.

Inseguito dalla montatura di un magistrato svedese con un’accusa di stupro, poi rivelatasi falsa e ritirata, Assange è dal 2010 a Londra dove lo costringono agli arresti domiciliari alla luce dell’accusa svedese e in attesa di estradarlo negli Usa. Nel 2012, nell’imminenza dell’arresto, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador, paese che sotto il presidente Rafel Correa è entrato a far parte dell’alleanza bolivariana antimperialista dei popoli latinoamericani messa in piedi da Hugo Chavez, Daniel Ortega, Evo Morales e Fidel Castro. Vi aderirà nel 2009 anche l’Honduras del presidente Zelaya, poco dopo rovesciato da un sanguinoso colpo di Stato allestito dalla coppia Obama-Hillary Clinton.

 

A fare il giornalista, il giornalista, la paghi

Julian in quell’ambasciata da 6 anni è ospite e, oggi, recluso come fosse al 41 bis. A Correa è succeduto Lenin Mancuso, che ha riportato l’Ecuador nell’alveo delle repubbliche delle banane ligie a Washington, al Pentagono e alle multinazionali. Ha addirittura sbattuto in un carcere verso la fine del mondo il vicepresidente di Correa e suo che pora è al 22° giorno di sciopero della fame. Via via la vita di Julian si è fatta più intollerabile. A partire dal divieto di ogni contatto esterno che non sia con i suoi legali, al taglio dei collegamenti telefonici e internet, alla cancellazione per fino di quei momenti “d’aria” in cui poteva affacciarsi alla finestra o al balcone a vedere stralci di vita, un pezzo di cielo, il sole. La sua salute psicofisica ne risulta menomata, mentre gli viene addirittura negata l’assistenza medica.

 

Certi giornalisti vanno torturati

Ultimamente, grazie a un personale sistema d’allarme, è riuscito a sventare un’irruzione dall’esterno, probabilmente finalizzata a un tentativo di sequestro da parte dell’autorità britanniche che, ripetutamente, gli hanno promesso l’arresto e, agli statunitensi, l’estradizione. Nel giorno dell’irruzione, l’ambasciata gli aveva bloccato le visite dei legali e di sua madre. Quel giorno è saltata anche la videotestimonianza sulle sue condizioni di sepolto vivo, che Julian avrebbe dovuto dare a un tribunale di Quito. Angherie senza fine. Vera e proprio tortura. Nel processo per spionaggio rischia una scelta tra ergastolo e pena di morte. Il tentativo d’irruzione da parte di ignoti è stato preceduto dall’allestimento di ponteggi sulla facciata dell’edificio diplomatico. Sui tubi sono stati poi applicati apparecchi di sorveglianza puntati, però, non verso l’esterno, ma verso l’interno e le finestre. Se ne deduce che la vita di Assange, oltre a essere compromessa dalle feroci condizioni in cui la si costringe, è in pericolo 24 ore su 24. L’unico contatto lasciatogli con il mondo è un gatto, cosa sulla quale ironizzano i suoi colleghi di professione. Nessuno fa più le polizie della sua stanza, neanche per asportare le deiezioni del gatto.

Il primo ministro australiano, Scott Morrison, un altro di quei governanti che hanno messo i destini del proprio paese nelle mani degli arbitri e degli arbitrii di Washington e Wall Street, ha respinto le ripetute richieste degli avvocati e famigliari di Julian di garantirgli i diritti e la protezione che spettano a ogni cittadino australiano.

Wikileaks e Assange hanno fatto più di qualsiasi altro individuo o organizzazione per garantire ai cittadini il diritto di conoscere la realtà, in particolare quella delle macchinazioni e dei delitti dell’Impero: dai crimini commessi dai militari ai retroscena della campagna elettorale di Hillary Clinton e ai milioni di dollari pagati dai sauditi a Hillary in cambio dell’autorizzazione alla vendita di armi per 80 miliardi; dai sistemi di spionaggio e di hackeraggio della Cia e dell’NSA ai nuovi programmi di sorveglianza e alle interferenze degli Usa nei processi elettorali di altri paesi, fino ai complotti di deputati laburisti contro il segretario del partito Jeremy Corbyn. Ha salvato Snowden da un carcere a vita, se non peggio, aiutandolo a fuggire a Hong Kong e poi a Mosca. Da Wikileaks abbiamo saputo che per un suo discorso, Goldman Sachs ha pagato alla Clinton 675.000 dollari, cifra che non può che essere considerata una tangente.

 

Presstitutes

Con eccezionale abilità e coraggio fino alla temerarietà, visto il mondo in cui opera, Assange ha fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe ambire di fare. E’ per questo che coloro che oggi si stracciano le vesti per la definizioni date da Di Battista e Di Maio di quella parte della categoria che vede il suo compito nel dare soddisfazione al proprio editore impuro e “multi task”, non si sono mai lontanamente avvicinati all’enormità di questa offesa, persecuzione, repressione della libertà di stampa. Assistiamo a ridicoli flashmob di un sindacato di giornalisti e associazioni di supporto contro il poco e l’inadeguato che questi due politici hanno espresso sulla categoria la cui qualità la stessa, imperiale organizzazione Reporters Sans Frontieres, ha dovuto classificare al 46° posto nel mondo. Flashmob, ma neppure pigolii, mai verificatisi, per esempio, alla falcidie che ikn queste settimane le piattaforme di Silicon Valley vanno facendo delle voci non intonate.

Ma non c’è un giornale, un tg, una trasmissione radio e tv che abbia speso una sola parola in difesa di Assange e di questo assalto all’arma bianca contro un simbolo della dignità e della necessità del giornalismo in quanto tale. E’ questa omissione, più ancora che la parossistica ipocrisia con la quale vengono satanizzate le sacrosante – e, ripeto, insufficienti - accuse di Di Battista e Di Maio (negli Stati Uniti è da anni che si parla di “presstitute”, prostitute della stampa), a dare la misura di come sia ridotta la professione in Italia. Con poche eccezioni, perché oltre al codardo oltraggio, funziona il servo encomio, funziona un rapporto di lavoro impostato sul precariato, lo sfruttamento, la sottomissione. Aspettiamo il braccialetto elettronico.

Nel corso di una lunghissima carriera mi è capitato di pubblicare su media main stream, come su organi antagonisti. In Italia, Regno Unito, Francia, Germania, paesi arabi e latinoamericani. Sono dovuto arrivare a respirare lo Zeitgeist di una gestione della mia categoria che strepita contro chi ne denuncia l’innegabile degrado in occasione di un episodio lampante come quello del bombardamento di infamie sulla Raggi e mi ritrovo frustrato perché manca ancora chi solleva il velo sulla distorsione ontologica della realtà su tutto quanto riguarda la nostra esistenza: dalle guerre ai popoli, alle guerre sociali, alle guerre a comunità e ambiente. E manca chi riesca ad affermare che il sindacato sta lì per difendere il più debole dei suoi associati, non il più forte di questi e dei suoi editori. E’ qui che si ricongiunge al grandissimo Assange la mia modesta persona, di cui all’inizio.

Forse almeno provare a riavvicinare i giornalisti all’ ubi consistam di chi vuole raccontare le cose alla gente, con una legge sul conflitto d’interesse tra pagina stampata e complesso edilizio, tra talk show e trafficanti di carne umana e con la cancellazione di sussidi a organi parassiti, come previsto dal governo, potrebbe essere un inizio.

Intanto grazie ad Alessandro Di Battista per avermi citato tra i giornalisti liberi. Qualcuno, riferendosi a quelli non menzionati da Dibba, li ha considerati da lui iscritti tutti in una lista di proscrizione. Non scherziamo, quella la fanno coloro che usano la difesa della libertà di stampa per negare la libertà di parola.

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Comments   

#1 Marco 2018-11-22 17:45
Va bene tutto... Ma lasci stare Alex zanotelli. La sua è una posizione esistenziale prima che politica.
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