«Ha stato Putin?». Il Cremlino, i comunisti, i fascisti e gli infiltrati
di Lavinia Marchetti
La piazza contesa e la gara politica a trovare un colpevole per reprimere ancora
Ieri qualcuno suggeriva ai manifestanti di vestirsi da coloni israeliani per non avere problemi con le forze dell’ordine. Una boutade che coglie benissimo il paradosso del dissenso. Ciò che è permesso e ciò che è proibito. In un mondo globalizzato e connesso diventa complicata «La distinzione» (Bourdieu).
Ma veniamo ai fatti. Una fascia con la svastica, due bandiere della Repubblica Sociale Italiana custodite in automobile e un manganello telescopico infilato nei pantaloni. A Parma, il 17 ottobre, durante i controlli nei pressi di un presidio studentesco, la polizia ha identificato un uomo già noto per la sua appartenenza all’estrema destra. Nell’automobile custodiva anche una pistola a salve e un pugnale lungo ventidue centimetri. Una successiva perquisizione domiciliare ha portato al sequestro di un’altra pistola a salve, utilizzata in un filmato nel quale il nostro camerata sparava dal finestrino di una macchina in movimento. L’uomo è stato denunciato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e per porto di oggetti atti a offendere. Il corteo del pomeriggio, invece, si è svolto pacificamente.
Curioso, vero? Da giorni assistiamo alla più straordinaria mobilitazione della pubblica indignazione contro l’eversione giovanile, con una quantità di esperti pronti a individuare negli antagonisti, nei comunisti, nei giovani tout court i responsabili del sovvertimento dell’ordine pubblico. Poi, così, d’emblée, a ridosso delle mobilitazioni studentesche, compare un nostalgico del “fascio” quello vero, attrezzato per qualcosa di più di una discussione sulla pressione fiscale durante il ventennio. La circostanza riguarda Parma e quell’individuo, naturalmente. Quello che è accaduto a Milano richiede altri tipi di indagini. Tuttavia, già prima del 17 ottobre, qualcuno aveva avuto il buon senso di sollevare una piccola questione che nessuno dei nostri arditi difensori della patria editorialisti sembra aver notato. Chi stava cercando di entrare nelle manifestazioni?
Il 20 ottobre Paolo Dimalio, sul Fatto Quotidiano, ha pubblicato un’inchiesta sulle discussioni legate alle mobilitazioni del 17 ottobre nei gruppi Telegram. Ve ne consiglio la lettura.
La ricostruzione comprende il verbale di un’assemblea tenutasi prima delle proteste fra i collettivi studenteschi milanesi e gli organizzatori della pagina Instagram Italiainpiazza17. I collettivi avevano rifiutato di aderire unitariamente alla manifestazione per due ragioni. La prima, guarda caso, era la «possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo» e la seconda la «mancanza di una linea politica chiara e l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione». Insomma, quei ragazzi avevano riconosciuto in tempo il rischio politico. Una parte degli interlocutori, invece, sosteneva che la protesta dovesse accogliere anche i «neri», mettendo fra parentesi le appartenenze ideologiche. Un antifascismo considerato superfluo, sono cadute le ideologie, no? L’importante è trovarsi tutti d’accordo sul prezzo della benzina. Interessante evoluzione del pensiero politico.
C’è un altro elemento da considerare, perché la confusione fra organizzatori e manifestanti sta diventando essa stessa una notizia. Mario Di Vito, sul manifesto del 20 ottobre, ha intervistato Luis, ventunenne della Statale, fra gli organizzatori del corteo milanese autorizzato. Il ragazzo racconta che la mobilitazione era nata dalle discussioni sul costo della vita, attraverso un gruppo WhatsApp che aveva raggiunto oltre duemila iscritti, successivamente trasferitosi su Telegram. Secondo la sua testimonianza, i partecipanti agli scontri si sarebbero aggiunti in seguito, creando problemi fin dall’inizio. Il «Movimento 17 ottobre», quello che oggi pubblica comunicati e invita a una mobilitazione permanente, è comparso invece sui social nella notte fra il 18 e il 19 ottobre, dopo i primi scontri. Lo documenta Roberto Maggioni sul manifesto del 21 ottobre. Qualcuno cerca dunque di dare una direzione politica a un movimento che ancora fatica a riconoscere la propria. E per adesso la distinzione fra chi abbia organizzato, chi abbia partecipato e chi abbia cercato successivamente di rappresentare la protesta resta una delle questioni fondamentali.
Nelle conversazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano emerge inoltre la preoccupazione per possibili infiltrazioni di agenti in borghese e provocatori violenti. Insomma, il «Bismillah c’est les ténèbres» in chiave italica. I collettivi chiedevano servizi d’ordine, mentre altri partecipanti hanno difeso una mobilitazione priva di direzione politica riconoscibile. E c’è dell’altro. Sempre Mario Di Vito, sul manifesto del 21 ottobre, racconta che nelle chat circolavano anche chiamate «antimaranza» di ultras e gruppuscoli nazistoidi. Ora, a me pare abbastanza interessante che mentre mezzo Paese cerca i comunisti dietro le devastazioni, nelle stesse conversazioni monitorate dagli investigatori compaiano anche ambienti dell’estrema destra. Quale ruolo abbiano avuto negli episodi del 17 ottobre andrebbe indagato e sarebbe opportuno che qualcuno se ne occupasse con lo stesso zelo riservato ai centri sociali.
A Torino, ad esempio, Marco Liccione, uno degli organizzatori della manifestazione, ha denunciato di essere stato circondato e picchiato da una quindicina di persone da lui definite infiltrate. E sapete chi è Liccione? Un ex protagonista delle proteste contro il Green Pass che si dichiara vicino a Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci. Lo raccontano Il Fatto Quotidiano del 18 ottobre e TGR Piemonte, precisando che il partito ha negato che Liccione lo rappresentasse ufficialmente o ricoprisse incarichi al suo interno. Insomma, almeno fra gli organizzatori torinesi troviamo una persona che rivendica un’appartenenza alla destra vannacciana. Il nostro presunto infiltrato era dunque, secondo il proprio racconto, fra coloro che avevano contribuito a promuovere il corteo. Si viene a sapere anche che l’aggressione avrebbe avuto una motivazione politica, sebbene l’identità dei responsabili resti da chiarire. A Bologna, invece, alcuni gruppi incappucciati si sono separati dal corteo dirigendosi verso la stazione, dove si sono verificati scontri con la polizia. Anche in quel caso, chi erano? Sono stati effettuati arresti e denunce, dunque sarà forse possibile conoscere l’appartenenza politica degli autori dei disordini o forse no, come spesso accade. Magari prima di attribuire una responsabilità collettiva a migliaia di manifestanti, qualche indagine non sarebbe male.
E i poliziotti infiltrati? L’ANSA ha confermato il 17 ottobre che fra i feriti milanesi figuravano due agenti della Digos e altri due poliziotti in borghese. Erano dunque presenti agenti in abiti civili. La loro presenza è accertata. Anche su questo il manifesto del 21 ottobre pubblica un’inchiesta interessante. Gli stessi apparati di prevenzione, avrebbero ammesso le difficoltà di gestire gruppi giovanili privi di organizzazioni riconoscibili. Un funzionario arriva a domandarsi come sia possibile infiltrare un gruppo di minorenni. Le chat utilizzate per organizzare materialmente i disordini, racconta il giornale, venivano create e cancellate nel giro di poche ore. Immagino lo smarrimento di chi per decenni ha tenuto sotto controllo i centri sociali ritrovandosi davanti a ragazzini che cambiano gruppo Telegram dopo poche ore. Nel reportage si sostiene inoltre che gli stessi organizzatori abbiano denunciato una gestione del corteo che avrebbe contribuito all’esplosione degli scontri. Secondo Luis, la polizia avrebbe fatto partire la manifestazione troppo presto, per poi dividerla in tre tronconi e chiuderla senza possibilità di deflusso. Una testimonianza che andrebbe ascoltata, fosse anche per vedere se ci sono responsabilità. Ah no, le forze dell’ordine in Italia fanno sempre bene. Dimenticavo.
Ma mentre noi cerchiamo di comprendere cosa sia accaduto nelle nostre città, esercizio che facciamo dagli anni Sessanta dello scorso secolo senza mai addivenire a nulla, è comparso un nuovo sospettato. Vladimir Putin. Il 20 ottobre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha collegato gli scontri al fenomeno della «guerra ibrida», indicando nei social strumenti attraverso i quali qualcuno starebbe conducendo un’offensiva contro i Paesi occidentali. Il giorno successivo Open (eh già… proprio loro) ha riferito che fonti vicine all’intelligence avrebbero confermato la presenza di messaggi di mobilitazione provenienti dal territorio russo, anche attraverso connessioni schermate. Secondo il giornale, questi elementi figurerebbero nei dossier esaminati dal governo. La prova documentale pubblicamente consultabile di un intervento dello Stato russo nelle violenze, al momento, manca (come sempre). Una provenienza informatica, ammesso che sia stata correttamente ricostruita, e niente al momento ci consente di verificarlo, richiede almeno di essere collegata all’identità di chi invia i messaggi e alle eventuali istruzioni impartite da un’autorità straniera, però se riguarda la Russia tutto questo sembra diventare un dettaglio secondario. Sono colpevoli a priori.
E sarebbe ingeneroso attribuire questa nuova avventura geopolitica soltanto alla destra. Il senatore Enrico Borghi, di Italia Viva, ha suggerito che qualcuno possa aver incanalato i disordini nell’interesse della Russia, mentre Lia Quartapelle, del Partito Democratico (eh, sì), ha evocato il possibile coinvolgimento di «potenze straniere». Lo racconta Marco Travaglio nell’editoriale «I maranza putiniani», pubblicato sul Fatto Quotidiano del 21 ottobre. Finalmente maggioranza e opposizione hanno trovato un argomento sul quale esercitare la propria fantasia investigativa. D’altra parte, attribuire al Cremlino i disordini italiani deve avere un effetto rassicurante. Pensate che responsabilità toccherebbe assumersi se scoprissimo che siamo capacissimi di produrli da soli.
A quanto pare, dunque, Putin avrebbe trovato il tempo di occuparsi persino dei nostri adolescenti, evidentemente insoddisfatto dei propri impegni internazionali. Immagino il Cremlino impegnato a studiare il canone medio degli affitti milanesi, le condizioni delle scuole italiane e il costo della spesa al Carrefour, per poi convincere qualche quindicenne a spaccare la vetrina di Foot Locker. Magari saranno stati i russi, non voglio metterlo in dubbio, che ne so io? Tuttavia avranno avuto gioco facilissimo, perché per esasperare economicamente i nostri ragazzi abbiamo già un sistema produttivo perfettamente funzionante, un patrimonio immobiliare distribuito in maniera scandalosamente diseguale e una classe dirigente che ha accumulato risultati considerevoli in materia di precarietà, povertà ed esclusione sociale. Il contributo del presidente russo, almeno per questa particolare attività, sembra francamente superfluo.
Eppure Salvini ha definito «strambe» le ipotesi sulla regia russa e il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato il 21 ottobre che, allo stato delle indagini, «non vi è alcuna evidenza» di una manipolazione dall’esterno dei giovani coinvolti negli scontri. Il giorno successivo, però, il manifesto riferisce che gli investigatori continuano a cercare possibili responsabili politici, arrivando a ipotizzare una matrice anarchica delle nuove mobilitazioni. Probabilmente anarchici russi ingaggiati da Putin sulle chat telegram degli studenti italiani. Mica male.
Per non sbagliare, sulla strada già tracciata della bieca repressione, il governo ha annunciato l’invio di cinquecento militari a Milano, con la soddisfazione del sindaco Sala (immagino i gesti giubilatori), che ha dichiarato prioritaria la repressione (immagino la piena concordanza con il proprio partito). Anche se, a dire il vero, nel Pd milanese Pierfrancesco Majorino si è espresso contro l’arrivo dell’esercito, sottolineando la necessità di risposte sociali.
A quel puntto addirittura il Quirinale è dovuto intervenire per ricordare che non siamo in una dittatura sudamericana del secolo scorso e impedire che ai cinquecento militari venissero attribuiti ulteriori poteri di polizia giudiziaria. Il presidente della Repubblica ha anche richiamato le istituzioni alla necessità di comprendere il malessere dei giovani. Che curiosa situazione. Ma mentre Mattarella chiede di riflettere sulle cause della protesta, Palazzo Chigi prepara l’ennesimo decreto sicurezza, estendendo il fermo preventivo anche ai minorenni e prevedendo nuove sanzioni economiche per le famiglie. Pare che a un ragazzo esasperato dal caro affitti si possa finalmente rispondere con una multa ai genitori. Una soluzione di straordinaria raffinatezza sociologica.
Se la guerra ibrida è ancora oggetto di indagine, quella interna contro l’esasperazione sociale sembra invece procedere speditamente. In vista delle prossime elezioni c’è tutto il tempo per riempire il Parlamento di nuovi decreti sicurezza. Ah no, ormai l’abuso della decretazione d’urgenza permette di ridurre il confronto parlamentare a una formalità sempre più frequentemente accompagnata dalla questione di fiducia. Dimenticavo.
Quanto a me, continuo a sostenere ciò che ho scritto nei giorni scorsi. La distruttività che abbiamo osservato nelle piazze possiede un significato politico anche quando viene espressa da persone prive di una coscienza rivoluzionaria. La sua eventuale appropriazione da parte dell’estrema destra sarebbe particolarmente inquietante, ma perfettamente comprensibile alla luce delle modalità attraverso le quali l’autoritarismo ha storicamente organizzato il risentimento. Una persona umiliata dalle proprie condizioni materiali può essere indotta a cercare risarcimento nell’identificazione con una forza superiore, fino a desiderare di esercitare su altri il dominio che subisce. Il fascismo ha saputo sfruttare magnificamente questa possibilità, ricorderete come agivano le squadracce fasciste degli anni Venti. E vorrei capire quale responsabilità culturale abbia una destra di governo che ha trasformato l’ostilità verso lo straniero in un argomento politico ricorrente, promuovendo una concezione punitiva dell’ordine sociale. È una domanda politica, naturalmente, che riguarda l’educazione collettiva all’autorità e alla sopraffazione.














































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