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sinistra

Fuoco e fiamme? No, solo un altro gradino

di Elisabetta Teghil

Foto Left873 1068x680“Trattare i radicali di sinistra come terroristi” Donald Trump, conferenza stampa-Studio Ovale, 16 settembre 2025 “Ora tolleranza zero con chi sfascia tutto” (Giorgia Meloni, Il Giornale, 22 luglio 2026)

Il blog di Coordinamenta, Vogliamo la luna, non funziona, si apre in modalità di sola lettura ma non ci si può lavorare, la nostra casella di posta non si apre così come molte nostre email private. E’ il risultato dell’inserimento da parte degli USA della piattaforma digitale autonoma e autorganizzata Autistici/Inventati nella lista delle organizzazioni terroristiche. Non stiamo qui a raccontarvi la faccenda e le conseguenze economiche e organizzative perché si possono leggere dappertutto e A/I ha divulgato un comunicato dichiarando la chiusura della struttura per le gravi conseguenze a cui potrebbe andare incontro chi ha fatto parte della loro esperienza. Nel frattempo è stato intentato un ricorso. Noi ci stiamo riorganizzando e speriamo di farlo in tempi brevi, intanto continuiamo a comunicare con la nostra pagina FB. E’ stato disceso un altro gradino negli inferi della società ipercontrollata politicamente ed economicamente e nella destrutturazione dello stesso diritto borghese così come lo conosciamo. Non è stata sanzionata un’organizzazione politica per le azioni che ha compiuto o che compie ma una struttura che fornisce servizi in un’ottica svincolata dal mercato dominante e la sinistra di classe non ha fatto fuoco e fiamme. Sì, il fatto è stato stigmatizzato, è stata espressa solidarietà, firme, petizioni, articoli di analisi e di condanna…è stata chiamata un’assemblea pubblica, una manifestazione, ma non fuoco e fiamme.

La canonizzazione del “bisogno di sicurezza” è in correlazione diretta con la negazione di ogni sicurezza di vita per un numero sempre crescente di persone.

La parola sicurezza ha, così, subito un profondo cambiamento semantico. Questa figura politico-discorsiva della “sicurezza” è di tutti i paesi del mondo occidentale e accomuna la destra più reazionaria con la così detta sinistra che siano di opposizione o di governo. Il risultato è stato quello di instaurare un apparato penale tanto multiforme quanto iperbolico e allo stesso tempo di smontare le basi del diritto che la stessa borghesia aveva impostato.

Così come la versione neoliberista della società è nata negli Stati Uniti, anche la teoria della “tolleranza zero” e la creazione della ”teoria del pericolo terrorista” sono sempre una creazione statunitense e si riferiscono all'approccio giuridico, politico e sociale che giustifica la restrizione delle libertà civili e delle garanzie costituzionali per prevenire minacce alla sicurezza nazionale e internazionale. A margine è bene sottolineare, nonostante la nostra distanza da qualsiasi impostazione nazionalista e democraticistica, che un provvedimento emanato negli USA ha avuto immediata applicazione su un’organizzazione italiana e sul territorio italiano in un modo, nell’altro o nell’altro ancora, ma così è.

Così la nostra vita politica e personale si dipana tra il così detto pericolo terrorista e la così detta tolleranza zero.

Il concetto di pericolo terrorista ha assunto una rilevanza centrale globale soprattutto dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, trasformando il modo in cui gli Stati gestiscono il bilanciamento tra libertà e sicurezza.

Viene punito il sospetto, la così detta pericolosità della persona, la presunta intenzionalità a compiere qualcosa. Chi non si allinea ai diktat del potere ma anche semplicemente rifiuta teoricamente e ideologicamente l’impostazione di questa società perde lo status di cittadino legittimo, viene trattato come un nemico e privato delle normali garanzie processuali come negli ultimi casi qui in Italia riguardanti militanti palestinesi o gruppi anarchici. E’ il reato d’autore coniato nella Germania nazista negli anni trenta del novecento. E’ tutto un proliferare di leggi speciali varate in situazioni di emergenza che poi diventano strutturali e le emergenze permanenti.

La teoria della tolleranza zero o teoria delle finestre rotte, broken windows theory, ideata dai criminologi James Q. Wilson e George L. Kelling nel 1982 è stata resa famosa dal sindaco di New York Rudolph Giuliani negli anni novanta del secolo scorso. Riteneva che il così detto disordine urbano cioè i piccoli atti di vandalismo, l’abbandono dei rifiuti, la trascuratezza degli edifici con le finestre rotte portassero ad accentuare il degrado perché gli individui sarebbero stati spinti ad altre infrazioni più gravi. Quindi era necessaria la tolleranza zero nei riguardi delle piccole infrazioni perché queste avrebbero spinto i cittadini ad effettuarne altre in un crescendo di illegalità diffusa.

I teorici del “meno Stato” per quanto riguarda le prerogative del capitale, l’impiego della manodopera, lo stato sociale, esigono contemporaneamente “più Stato” in una repressione a tutto campo e senza confini, pensando, così, di dissimulare e contenere le conseguenze deleterie delle peggiorate condizioni economiche e sociali dei lavoratori/trici, dei ceti medi, dei lavoratori cognitivi, lo sbando dei giovani.

Il sistema di potere e i megafoni mediatici e politici teorizzano e hanno fatto passare, nei confronti di tutta una miriade di comportamenti, alcuni ascrivibili come reati minimi, altri come protesta politica e insofferenza sociale, altri soltanto come scelte fuori dalla norma quali l’ubriachezza, i rumori molesti, depositare rifiuti fuori posto o magari rovistarci, la mendicità, l’uso di sostanze stupefacenti, il vaneggiare, l’urinare per strada, le scritte sui muri, la prostituzione fai da te, non avere casa e vivere all’aperto, hanno fatto passare, dicevamo, il concetto che tutti questi sono buoni motivi per essere fermate/i e/o arrestate/i.

Il fermo e l’arresto sono l’inizio di una via crucis fatta spesso di pestaggi e, qualche volta, di morte.

E’ una impostazione iniziata diversi anni fa e che ora sta dilagando. Alla fine degli anni novanta risalgono le prime ordinanze locali varate dai sindaci per il decoro urbano e l’ordine pubblico di cui Cofferati a Bologna rappresenta il pregevole esempio con ordinanze restrittive sugli orari della vendita di alcolici e piani straordinari contro i graffiti e i vandalismi e la pretesa di risarcimenti. Ricordiamoci sempre, per inciso, poi, che nel 1998 Livia Turco e Giorgio Napolitano con la Legge n.40/1998 e successivo Decreto Legislativo istituiscono i primi centri di permanenza temporanea per gli immigrati, CPT, che costituiscono un grave strappo nella concezione del diritto introducendo la detenzione per condizione e non per reato, propria del diritto nazista degli anni trenta di cui dicevamo e quindi trasformano completamente l’approccio verso chi è considerato fuori dalla norma. Mi ricordo assemblee furibonde qui a Roma sul problema di questi centri di internamento. Un dialogo tra sordi tra chi si sbracciava a dire che non era tollerabile accettare il principio della detenzione amministrativa e chi continuava a parlare di cibo avariato e presidi medici insufficienti. E ancora oggi il discorso umanitario è dominante nonostante ci siano compagne e compagni che si spendono da anni per dichiararne la valenza politica. Ma non è casuale.

Già nel 1989 era stato creato il Daspo per i tifosi del calcio che vietava l’accesso agli stadi e alle aree adiacenti per soggetti ritenuti pericolosi in occasione degli eventi sportivi e poteva prevedere l’allontanamento da uno a dieci anni e più e l’obbligo di firma in caserma. In questa occasione era stato sperimentato anche fermare i bus di tifosi su strade e autostrade con perquisizioni e schedatura cosa infatti poi trasferita pari pari in caso di manifestazioni o scioperi. Ma allora tutti zitti perché si sa il calcio per la sinistra è un volgare business e i tifosi sono brutti e cattivi. Da qui al Daspo urbano del decreto Minniti nel 2017 il passo è stato breve e da qui ai Decreti Sicurezza di Salvini del 2019 che hanno inasprito le pene per le manifestazioni e i blocchi stradali, ancora più breve.

Questi decreti hanno portato a cascata a tutta una serie di provvedimenti minori e costituiscono altrettanti gradini che abbiamo disceso senza fuoco e fiamme. Avremmo dovuto noi mettere in atto la tolleranza zero perché ogni provvedimento liberticida seppure all’apparenza di poco conto apre la strada ad una valanga che è quello che poi sta succedendo adesso.

Dal Decreto Rave che ha introdotto il reato di invasione di terreni o edifici al Decreto Caivano per fermare la così detta criminalità minorile, lo spaccio e l'abbandono scolastico, con interventi mirati nei quartieri difficili e nel mondo digitale e che prevede pene per i genitori fino a due anni di reclusione se i figli non vanno a scuola senza un motivo valido e l’obbligo per i presidi della segnalazione al sindaco se un alunno salta le lezioni per più di quindici giorni, è stato tutto un susseguirsi di norme che criminalizzano di fatto il dissenso e la protesta politica compresa la resistenza passiva. Per non parlare delle pene molto alte per i così detti reati informatici tese a punire in maniera esemplare qualsiasi tentativo di boicottaggio e sabotaggio delle infrastrutture digitali, passate assolutamente sotto silenzio.

E’ la modernizzazione scientifica della vecchia e sempre utilizzata politica di pulizia/polizia classista che stabilisce l’equivalenza fra l’agire fuori dalla norma e l’essere fuori legge e prende di mira quartieri, soggetti, strati sociali che considera ed etichetta per principio. La povertà e l’emarginazione hanno una gestione poliziesca. E’ una società che

non vuole costruire posti di lavoro bensì lavori sottopagati caratterizzati da uno sfruttamento violento, che crea sempre nuovi strumenti di controllo e repressione, aumenta l’affollamento degli istituti penitenziari preparandosi a costruirne di nuovi, magari privati, e che fa crescere in maniera esponenziale i costi per le polizie e l’esercito e che inneggia alla guerra e alla corsa ad armarsi come modo per difendere la democrazia e la pace (sic!) e che taccia di terrorismo chiunque manifesti contrarietà, alterità, resistenza che siano organizzazioni, militanti, Stati o popoli.

Intere aree geografiche, ambienti e ceti sono diventate colonie interne, intere aree del mondo sono da destabilizzare, distruggere, vampirizzare.

E, per quadrare il cerchio, mette in preventivo la brutalità poliziesca, la costruzione di un dispositivo giudiziario e mediatico tendente a discolpare in anticipo gli agenti implicati e la repressione delle sommosse così provocate.

Il controllo non si cala più dall’alto, ma pervade la società da dentro e investe tutti i momenti della vita. Una miriade di forme di controllo, telecamere, cimici ambientali, telefonini, lampioni intelligenti, nanotecnologie…rastrellano una quantità enorme di dati sulle cittadine/i e li inviano alle centrali dove sono posti i guardiani-controllori. La città in realtà non è più definita da aree urbanistiche differenziate ma da tipi e modi del controllo a macchia di leopardo: zone proibite, zone rosse, ZTL di vari livelli, zone periferiche decretate particolarmente pericolose, zone date in pasto al turismo selvaggio e città degli Dei dove solo il potere può scorrazzare. L’obiettivo sono la smart city e le città dei 15 minuti funzionali al nuovo modo di estrazione del plusvalore.

Per non scendere ulteriori gradini dovremmo fare fuoco e fiamme. Ma come? Che cosa significa in questo momento?

Le subalterne/i spinte/i alla desolidarizzazione, in una società atomizzata, non sono più in grado di creare legami sociali, figuriamoci politici. Ognuna/o” pensi” alla sua promozione sociale e alla carriera e l’impegno politico dovrebbe tradursi in un appello alla convivenza civile, una petizione di principio senza conseguenze se non quella di demandare la soluzione dei problemi ad un’improbabile buona volontà personale. In una società completamente permeata dal controllo, la sorveglianza invade, come mai in passato, i comportamenti di consumo, le scelte individuali sulla sessualità, la vita in genere attraverso il falso mito di una libertà mai avuta e scarica la colpa di qualsiasi cosa su fantomatiche orde di immigrati che metterebbero in pericolo il nostro occidente.

La funzione di far sopravvivere i ristretti in questa società oggi è assolta dal consumismo in un contesto tra l’altro in cui le possibilità di acquisto sono ridotte al lumicino, ma

la società neoliberista, forma compiuta ed attuale di quella capitalista, ha come obiettivo finale la completa mercificazione dei rapporti sociali. Per questo, le politiche penali non sono qualcosa di marginale con cui regolare i rapporti con chi viola le leggi, ma sono assolutamente complementari alle politiche economiche e sociali. Si teorizza e si pratica l’esclusione dai diritti di cittadinanza di chi non si adegua e non collabora. L’aumento dei poveri/e, dei /delle senza casa, dei/delle marginali, degli immigrati/e non è il frutto sgradito, l’effetto collaterale della politica neoliberista, ma ne è un’articolazione fondante. Da una parte i cittadini legittimi dall’altra gli esclusi. Per questo è importante per il sistema di potere la gestione della popolazione, coatta o per asservimento volontario. Da qui la criminalizzazione delle lotte politiche, tanto più se antagoniste, e la delega di queste alle associazioni di categoria, tentativo riuscito anche nei confronti del movimento femminista. La tendenza è quella di far diventare ognuna/o guardiana/o di se stessa/o e delatrice/tore nei confronti delle altre/i.

Il fenomeno non è tipicamente italiano, non dipende da un governo di centro-destra o di centro-sinistra, bensì ognuno ci mette del suo, i fascisti al governo usano il moschetto, i riformisti all’opposizione comunque si chiamino useranno la teoria del nudge o “spinta gentile” varata da Barack Obama che attraverso colpevolizzazione e infantilizzazione di fatto ottiene risultati addirittura “migliori”. Parlare di convivenza civile infatti è una petizione di principio rivolta solo ai subalterni, agli oppressi ed agli emarginati e le associazioni che, a vario titolo, si relazionano con le istituzioni e vivono con contributi pubblici diretti e indiretti, si premurano di propagandare sotto mentite spoglie l’impostazione di potere e hanno una funzione di valeriana sociale.

Da tutto questo si possono trarre alcune considerazioni rispetto a cosa significhi fare fuoco e fiamme. Siamo in guerra. Siamo sull’orlo di un’altra guerra mondiale e sul fronte interno siamo già apertamente in guerra.

Qualunque azione o lotta dovrebbe avere sempre presente chi è il nemico, vale a dire gli USA, Israele e i guerrafondai dell’Unione europea e dovrebbe ribadirlo continuamente, non esistono compartimenti stagni. Il nemico è a casa nostra non è uno slogan ma una presa di coscienza.

Che si tratti di licenziamenti, di impossibilità di arrivare a fine mese o della violenza sulle donne è necessario sempre esplicitare insieme alle rivendicazioni specifiche che il problema è un sistema di potere che vuole risolvere i problemi con la legge del più forte e che questa impostazione dilaga in tutti i rapporti sociali, da quelli delle aziende con i lavoratori/trici, da quelli dei governi che impongono aumenti, inflazione, azzeramento dello stato sociale ai subalterni per le armi, la guerra e il profitto pensando che la gente ci debba stare perché non ha altra scelta e tutto sommato è sempre carne da cannone, da quelli degli uomini che pensano di risolvere i problemi con le donne ammazzandole o odiandole invece di rivolgere il loro odio verso chi ci costringe in questa società.

Qualunque azione o lotta dovrebbe essere accompagnata sempre e continuamente dal posizionamento chiaro rispetto alla guerra, alle nostre aziende che fabbricano e vendono armi e dal supporto a chi si espone nel boicottaggio e sabotaggio di queste fabbriche e a chi agisce quella che viene chiamata dal sistema violenza politica perché tale non è .E’ lotta di classe.

Qualunque azione o lotta dovrebbe denunciare in tutti i campi, compreso nello specifico dei tribunali, la degenerazione dello stesso diritto borghese e non perché nel diritto borghese ci crediamo, sappiamo benissimo che è l’esplicitazione del modo di produzione capitalista ma perché è una cartina di tornasole della trasformazione in atto.

Vi riporto un passo che la Coordinamenta ha scritto un 25 novembre

L’unico tipo di rapporto agibile con questo sistema è sottrarsi a qualunque forma di controllo, a qualunque titolo, rifiutare qualunque forma di collaborazione, neanche per motivi che possono sembrare” nobili”, smascherare le strumentalizzazioni, ricordarsi sempre che le leggi sanciscono un rapporto di forza, sono fatte dai più forti e destinate ai più deboli, non chiedere mai nulla, ma prendere quello che ci spetta.

Riaffermare la nostra autonomia e autodeterminazione, sottraendoci a questi valori mortiferi tutti i giorni e in tutti i momenti della nostra quotidianità, dovrebbe diventare esercizio del nostro vivere, trasmissibile così anche ad altre /i : rompere l’assuefazione al controllo, ribaltare la colpevolizzazione in cui ci vogliono invischiare, recuperare la capacità di indignarci, rifiutare il feticcio della legalità, promuovere la criticità verso la meritocrazia, la gerarchia, l’autorità, smascherare l’uso improprio di parole come democrazia, riforme…..esercitare il coraggio di esprimere apertamente la propria opinione, spezzare l’ipocrisia in cui ci vogliono imbrigliare.

per non continuare a scendere gradini.

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