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effimera

Governo umanitario, neoliberalismo e populismo

di Valerio Romitelli

Una recensione di Valerio Romitelli al libro di Didier Fassin, Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, da poco pubblicato in Italia per DeriveApprodi, nella traduzione di Lorenzo Alunni. Il testo ha suscitato dibattito sulla lista di Effimera. A breve pubblicheremo un confronto tra Salvatore Palidda e Valerio Romitelli proprio a partire dai lavori di Fassin e dai temi da lui trattati

Governo umanitarioÈ uscita la traduzione in italiano del libro di Didier Fassin, La raison humanitaire. Une histoire morale du temps présent, pubblicato in Francia nel 2010 (Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, traduzione di Lorenzo Alunni, DeriveApprodi, Roma, 2018). L’autore che può essere considerato uno dei più importanti antropologi contemporanei, docente e direttore di ricerca in prestigiose università francesi e statunitensi, è già noto al pubblico italiano per la traduzione di sue non poche opere (Fassin, 2013, 2014, 2016).  In questa ultima tradotta egli presenta nove rapporti di inchieste svolte tra il 1996 e il 2003, cinque in Francia e quattro tra Sudafrica,Venezuela, Palestina e Iraq. Tema ricorrente: “La messa in pratica della ragione umanitaria all’interno delle politiche rivolte alla vita precaria” altrimenti dette anche “politiche della sofferenza”, (p 24). Rapporti di grande interesse, dedicati a svariati ed eterogenei casi di studio. Ad esempio, le iniziative condotte da psichiatri e psicologi nelle periferie di alcune città francesi al fine di attivarvi luoghi d’ascolto per giovani disagiati o l’epidemia di Aids che all’inizio del 2000 ha toccato particolarmente i bambini sudafricani o ancora l’esperienza di Ong intervenute nei territori occupati da Israele al momento della seconda Intifada. Le dotte, puntuali e affascinanti analisi di Fassin non temono di cimentarsi coi problemi più scabrosi di simili tragiche situazioni. Il suo approccio che si vuole “analitico” (p. 15) e “critico”, senza astenersi dal discutere in dettaglio del senso da attribuire a questo termine (pp. 313-19), lo porta non di rado a conclusioni a dir poco scomode. Si può così comprendere ad esempio come gli interventi psichiatrici e psicologici tra i giovani delle periferie francesi abbiano finito per tacitare ogni ineguaglianza sociale non traducibile nel linguaggio della salute mentale (p. 25), mentre a proposito dell’epidemia di Aids in Sudafrica appaiono tutti gli equivoci e i fraintendimenti derivati dalla “mobilitazione emotiva” alimentata attorno a stereotipate figure di bambini sofferenti.

Infine, leggendo il rapporto di inchiesta sulle Ong intervenute in Palestina al tempo del Seconda Intifada possiamo farci un’idea di quante “difficoltà e impasse” abbia loro comportato l’uso del linguaggio medico del “traumatismo” nei confronti di problemi indiscutibilmente politici e bellici.

Senza insistere sugli altri innumerevoli stimoli di riflessione contenuti in La raison humanitaire ne sottolineo uno che mi pare tra i maggiori[1]. In effetti, uno dei meriti principali di questo libro mi pare stia nel constatare “l’importanza assunta a partire dagli anni ’90 ciò che si potrebbe chiamare una letteratura scientifica compassionevole, ossia un corpo di lavori riguardanti la sofferenza, il traumatismo, l’infelicità, la miseria, l’esclusione, le denuncie, e questo, più in particolare tra le due sponde dell’Atlantico” (p. 13). Il tutto col risultato che “le ineguaglianze scompaiono a profitto dell’esclusione, la dominazione si trasforma in infelicità, l’ingiustizia è detta tramite le parole della sofferenza, la violenza viene espressa nei termini del trauma”(p. 14). Ciò che secondo Fassin si sono così costituiti tra le scienze sociali sono dei “luoghi comuni che accreditano un nuovo discorso politico” (p. 14) di portata globale, quello del “governo umanitario”: un tipo di governo tanto paradossale che ad esempio la sua massima potenza mondiale, gli Stati Uniti, non esita a far ampio ricorso all’argomento umanitario fin anche per giustificare le sue guerre (p.321).

Ecco dunque come La raison humanitaire analizza effettivamente in modo critico limiti e contraddizioni, ma anche la forza persuasiva e pragmatica dello spazio problematico, etico ed epistemologico che domina il nostro tempo a livello globale. C’è però un aspetto delle argomentazioni di Fassin che non può non sorprendere un attento lettore. Si tratta della questione delle condizioni storiche che hanno favorito il configurarsi di questo spazio problematico. Dopo avere più volte precisato che è negli anni Novanta del secolo scorso che tale spazio inizia a disporsi egli infatti postula che ciò dipenda fondamentalmente da un fenomeno di ben più lunga durata: la “permanenza del teologico-politico”. Secondo lui, sarebbe infatti sopratutto questa permanenza a far sì che le condizioni etiche ed epistemologiche del “governo umanitario” si riuniscano. Ed è per questo che esso si dà e funziona “come la parte religiosa dell’ordine democratico contemporaneo”. “In questa prospettiva, dice Fassin, propongo dunque di considerare il governo umanitario come la risposta che le nostre società hanno dato a ciò che vi è di intollerabile nello stato del mondo contemporaneo. Di fronte alle violenze, alle catastrofi, alle epidemie, ma anche alla povertà, alla precarietà, all’infelicità…” (p. 325- 6).

Una proposta, questa, certo del tutto chiarificante ed euristicamente proficua, ma che risulta troppo vaga. Comunque disattenta rispetto ai due fenomeni più clamorosi che hanno fatto degli anni Novanta una svolta storica universalmente riconosciuta. Sarebbe a dire, da un lato, il definitivo dissolversi (con il crollo dell’Urss, la conversione capitalista della Cina, ma anche la fine del più grande partito comunista dell’occidente capitalista e così via) di quello che si può chiamare il “mezzo mondo rosso”[2], dall’altro, il diffondersi su tutto il pianeta del neoliberalismo, più in particolare di quello che Dardot e Laval (2009) hanno opportunamente chiamato di “seconda generazione”, in quanto promosso soprattutto da leader di sinistra e volto soprattutto all’aziendalizzazione degli Stati. Questioni enormi, alle quali è qui consentito ovviamente solo breve cenno. Unico suo scopo essendo appunto notare quanto sia problematica la loro sostanziale elusione nell’altrimenti serrata e brillante argomentazione di Fassin.

A giustificazione accademica di questa negligenza si potrebbero convocare le distinzioni tra diversi settori disciplinari in nome dei quali l’antropologo non sarebbe tenuto a confrontarsi direttamente con problemi di storia politica ed economica, quali quelli connessi rispettivamente al dissolversi del comunismo e al diffondersi del neoliberismo. Ma credo sarebbe far torto all’ampiezza delle vedute di Fassin, capace di destreggiarsi tra tutti i più complessi nodi delle cosiddette scienze umane e sociali. Se questi due eventi epocali non gli paiono decisivi per inquadrare il contesto nel quale si configura l’egemonia mondiale dell’umanitarismo, il motivo credo vada cercato altrove. Da interpellare a questo proposito è forse piuttosto proprio l’impostazione “analitica e critica” del suo approccio di discendenza ermeneutica e per ciò stesso poco incline ad addentrarsi in questioni da “pensiero forte”, assiomatico, tendenzialmente autoreferenziale, quali sono quelle inevitabilmente marxiste e/o post-marxiste che si pongono quando si tratta di discutere della fine del comunismo e del dilagare del neoliberalismo. Se da etnografi è sicuramente da sottoscrivere “l’ipotesi” di Fassin secondo la quale “lo studio approfondito di un oggetto particolare (…) può contribuire ad una intelligibilità del mondo sociale molto meglio che un’analisi esaustiva e dell’alto”(p.23), ciò non toglie che tale ipotesi non possa essere messa alla prova anche di indagini sul campo altrimenti che seguendo un approccio analitico e critico. Sarebbe a dire ad esempio che per fare inchieste etnografiche a contatto con qualsiasi popolazione di lavoratori dipendenti non pare tutt’oggi evitabile la questione della “coscienza di classe”, ma per poterla porre e analizzare in modo non anacronistico, né superficiale, è chiaramente obbligatorio basarsi su un qualche approfondito bilancio di tutta la storia del marxismo e comunismo, nonché di come essa si sia alla fin fine dissipata di fronte all’emergere del neoliberalismo. Bilancio per il quale nessun approccio analitico, critico od ermeneutico possono bastare.

Rimandando ad altre occasioni un simile dibattito, qui vale la pena di notare qualcosa che avvicina e al tempo stesso distanzia il saggio di Fassin da quello appena citato di Dardot e Laval (autori per altro del tutto impegnati nel calarsi all’interno dei corpi dottrinari più “duri”della storia del pensiero economico e sociale). Per accorgersi della prossimità e della distanza tra la La raison humanitaire del primo e La nouvelle raison du monde dei secondi basta leggere i due titoli. Entrambi questi saggi puntano ad individuare e criticare la stessa cosa: il tipo di razionalità che è supposta governare il mondo.”Umanitaria e compassionevole” per il primo, “neoliberale” per il secondo. In effetti, per ponendosi lo stesso obiettivo, pur condividendo anche alcuni riferimenti, primo fra tutti Foucault, pur segnalando gli stessi fenomeni come l’espansionismo della psicologia tra le scienze sociali,  questi due saggi danno due risposte decisamente diverse. Se Fassin non riconosce alcun rilievo decisivo alle strategie neoliberali, Dardon, Laval non si soffermano sulle implicazioni umanitarie, compassionevoli di tali strategie.  Ora, una buona domanda credo stia nel chiedersi se, almeno al livello dei contenuti più essenziali, non si possa trovare una qualche complementarietà tra queste due prospettive riguardanti il nostro tempo. Si tratterebbe allora di chiedersi se tra i tratti caratteristici della razionalità neoliberale, così magistralmente analizzati da Dardot e Laval, non sia da considerare anche quell’ethos compassionevole del “governo umanitario”, tanto dettagliatamente studiato ed evidenziato da Fassin. Se così fosse, dalla lettura congiunta dei due saggi La raison humanitaire e La nouvelle raison du monde si potrebbero trarre conseguenze di non poca rilevanza. Una ad esempio potrebbe essere la seguente: che le attuali strategie di governo del mondo si caratterizzano non solo per le loro propensioni a favorire ovunque e comunque, ottimisticamente e finanche a livello psicologico, mercati e imprenditorialità, ma si caratterizzano anche per la promozione di iniziative e organizzazioni umanitarie, compassionevoli, filantropiche, comunitarie, volte a rimediare i disastri culturali, sociali ed economici reiteratamente prodotti. In una tale prospettiva, si potrebbe anche rendere meglio conto di come i tanti fallimenti, crisi e iniquità crescenti che caratterizzano l’egemonia trentennale del neoliberalismo non l’abbiano ancora condannata al definitivo declino.

A vederla così, il rischio da evitare sarebbe di suffragare l’immagine paranoica di un sistema capitalista onnivoro e senza contraddizioni. Ma il vantaggio starebbe nel demotivare facili e sterili speranze in un costante “antagonismo sociale” immanente allo stesso sviluppo capitalista. Ne potrebbe venire un richiamo ad una maggiore attenzione alla qualità strategica delle effettive o supposte esperienze anticapitalistiche che non guasterebbe al vasto filone delle ricerche sociali ed antropologiche ad esse dedicate.

Altro vantaggio euristico ne potrebbe venire per gli studi recentemente proliferati attorno al quanto mai sfuggente e variegato fenomeno politico che a volte, con le sue manifestazioni più o meno sovraniste, identitarie, xenofobe se non pararazziste, sembra contrariare l’oramai lungo ciclo storico della globalizzazione neoliberale: il populismo[3]. In effetti, senza pretendere di semplificare l’eterogeneità irriducibile di ciò che così viene nominato e variamente analizzato, per caratterizzarne la portata politica potrebbe anche in questo caso giovare per sottrazione l’assunto ricavabile dalla lettura congiunta dei saggi di Fassin e di Dardot, Laval (che il neoliberalismo, quale si è dispiegato a partire dagli anni Novanta, ha favorito sistematicamente non solo aziendalismo e mercati, ma anche ethos compassionevole e  governo umanitario): se è infatti del tutto dubbio che dalle formazioni populiste escano strategie radicalmente diverse da quelle aziendaliste e concorrenziali promosse in nome del neoliberismo, non è forse meno incerto che tra di esse ci sia una decisa diffidenza proprio verso l’umanitarismo compassionevole? Se così fosse, anziché attendersi una rottura del ciclo dell’egemonia della ragione neoliberale sul mondo, ci si dovrebbero attendere le conseguenze di questa sua nuova, ulteriore (de)”generazione”, non più o comunque meno incline all’ethos compassionevole e al governo umanitario.

In proposito, è quanto mai esemplare il “contratto” con il quale attualmente pare che sarà governata l’Italia.


BIBLIOGRAFIA
Anselmi M. (2017), Populismo. Teorie e problemi. Mondadori. Milano
Dardot P., Laval C. (2009), La nouvelle raison du monde. Essais sur la société néolibérale, La Découverte, Paris (trad. it. di Antoniucci R. e Lapenna M. (2013), La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma
Fassin Didier (2006), Quand les corps se souviennent. Expériences et politiques du sida en Afrique du Sud, La Découverte, Paris ( trad. it . (2016) Quando i corpi ricordano. Esperienze e politiche dell’Aids in Sudafrica, Argo, Roma)
Idem (2010), La raison humanitaire. Une histoire morale du temps présent, Seuil, Gallimard, Paris ( trad. it. (2018) Ragione umanitaria. Una storia morale del presente (a cura di Lorenzo Alunni). DeriveApprodi, Roma)
Idem (2011) , La force de l’ordre. Une anthropologie de la police des quartiers, Seuil, Paris
(trad.it. (2013) La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane, a cura di Lorenzo Alunni, La Linea, Bologna) Idem(2013bis)https://www.researchgate.net/publication/307826144_Un_ethos_compassionevole_La_sofferenza_come_linguaggio_l’ascolto_come_politica
Idem (2014)  Ripoliticizzare il mondo. Studi antropologici sulla vita, il corpo e la morale (trad. it di Chiara Pillotto) Ombre Corte, Verona.
Feltri S. (2018) Populismo sovrano, Einaudi, Torino
Formenti C (2016) La variante populista, DeriveApprodi, Roma
Illuminati A. (2017), Profeti e populisti. Istruzioni per l’uso e la disattivazione, Ilmanifestolibri, Roma
Revelli M. (2017) Populismo 2.0, Einaudi, Torino
Romitelli V. ( 2014), L’amore della politica. Pensiero, passioni e corpi nel disordine mondiale, Mucchi, Modena

NOTE
[1] Già in parte anticipati nel saggio L’ethos compassionevole ( Fassin, 2013bis)
[2] In proposito mi permetto di rinviare a Romitelli V. (2014)
[3] Tra i tantissimi più recenti, Anselmi M. (2017), Feltri S. (2018), Formenti C. (2016), Illuminati A. (2017), Revelli M. (2017)

Immagine in apertura: fotografia di Santi Palacio, Lesbo, Grecia, 2015
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